Archive pour novembre, 2015

El Greco, St. Andrew the Apostle

El Greco, St. Andrew the Apostle dans immagini sacre standrew

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SANT’ ANDREA APOSTOLO – 30 NOVEMBRE

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SANT’ ANDREA APOSTOLO

30 NOVEMBRE

BETHSAIDA DI GALILEA – PATRASSO (GRECIA), CA. 60 DOPO CRISTO

All’apostolo Andrea spetta il titolo di ‘Primo chiamato’. Ed è commovente il fatto che, nel Vangelo, sia perfino annotata l’ora («le quattro del pomeriggio») del suo primo incontro e primo appuntamento con Gesù. Fu poi Andrea a comunicare al fratello Pietro la scoperta del Messia e a condurlo in fretta da Lui. La sua presenza è sottolineata in modo particolare nell’episodio della moltiplicazione dei pani. Sappiamo inoltre che, proprio ad Andrea, si rivolsero dei greci che volevano conoscere Gesù, ed egli li condusse al Divino Maestro. Su di lui non abbiamo altre notizie certe, anche se, nei secoli successivi, vennero divulgati degli Atti che lo riguardano, ma che hanno scarsa attendibilità. Secondo gli antichi scrittori cristiani, l’apostolo Andrea avrebbe evangelizzato l’Asia minore e le regioni lungo il mar Nero, giungendo fino al Volga. È perciò onorato come patrono in Romania, Ucraina e Russia. Commovente è la ‘passione’ – anch’essa tardiva – che racconta la morte dell’apostolo, che sarebbe avvenuta a Patrasso, in Acaia: condannato al supplizio della croce, egli stesso avrebbe chiesto d’essere appeso a una croce particolare fatta ad X (croce che da allora porta il suo nome) e che evoca, nella sua stessa forma, l’iniziale greca del nome di Cristo. La Legenda aurea riferisce che Andrea andò incontro alla sua croce con questa splendida invocazione sulle labbra: «Salve Croce, santificata dal corpo di Gesù e impreziosita dalle gemme del suo sangue… Vengo a te pieno di sicurezza e di gioia, affinché tu riceva il discepolo di Colui che su di te è morto. Croce buona, a lungo desiderata, che le membra del Signore hanno rivestito di tanta bellezza! Da sempre io ti ho amata e ho desiderato di abbracciarti… Accoglimi e portami dal mio Maestro».

Patronato: Pescatori Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco Emblema: Croce decussata, Rete da pescatore

Martirologio Romano: Festa di sant’Andrea, Apostolo: nato a Betsaida, fratello di Simon Pietro e pescatore insieme a lui, fu il primo tra i discepoli di Giovanni Battista ad essere chiamato dal Signore Gesù presso il Giordano, lo seguì e condusse da lui anche suo fratello. Dopo la Pentecoste si dice abbia predicato il Vangelo nella regione dell’Acaia in Grecia e subíto la crocifissione a Patrasso. La Chiesa di Costantinopoli lo venera come suo insigne patrono. Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: « Ecco l’agnello di Dio! ». Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: « Abbiamo trovato il Messia! ». Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale « fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa” ». Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: « Seguitemi, vi farò pescatori di uomini » (Matteo 4,18-20). Troviamo poi Andrea nel gruppetto – con Pietro, Giacomo e Giovanni – che sul monte degli Ulivi, “in disparte”, interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il “discorso escatologico” del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo « con grande potenza e gloria » (Marco 13). Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione. E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, pubblicato nel 1740 da L.A. Muratori, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: « Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen ». Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre. Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso.

Autore: Domenico Agasso 

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SIA SANTIFICATO IL TUO NOME – DI PIERO STEFANI, BIBLISTA

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SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

IL PADRE NOSTRO COME BREVIARIO DELL’INTERA SCRITTURA

DI PIERO STEFANI, BIBLISTA

La preghiera dei cristiani

Il Padre nostro è la preghiera per eccellenza del cristiano. Ciò avviene per molte ragioni, una delle quali, forse la principale, sta nel fatto che la sua formulazione è in tutto e per tutto evangelica. Non è una costruzione di riferimenti tratti dai vangeli, come per esempio l’Ave Maria, ma è una preghiera già compiutamente presente in Matteo (6,9-13). Letto sotto questa angolatura, il Padre nostro è paragonabile al Benedictus (Lc 1, 68-79), al Magnificat (Lc 1,46-55) e al Nunc dimittis (Lc 2,29-32), testi quotidianamente recitati nella liturgia delle ore. Tuttavia a queste ultime tre grandi preghiere, pur pronunciate da labbra sante come quelle di Zaccaria, Maria e Simeone, non si possono riferire le parole più convenienti per qualificare il Padre nostro: «la preghiera che Gesù ci ha insegnato». Quella di Matteo non è l’unica versione presente nei vangeli. Ve ne è un’altra in Luca legata in modo più stretto all’atto di pregare compiuto dallo stesso Gesù. La sua ambientazione è, in genere, considerata più prossima allo spirito originario della preghiera: «Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore insegnaci a pregare come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione”» (Lc 11,1-4). In questa formulazione più sintetica risulta con evidenza che il Padre nostro (ma in Luca manca l’aggettivo possessivo) nasce come una preghiera distintiva di un gruppo. Come i seguaci di Giovanni Battista avevano una loro preghiera così i discepoli di Gesù. Anche per questo motivo il Padre nostro, fin dall’antichità, è considerato un riassunto dell’intero messaggio evangelico: «Breviarium totius evangelii» (Tertulliano). A ben pensarci, si tratta di una specie di paradosso. In esso infatti Gesù non ha nessun altro ruolo se non quello di insegnare a pregare. Ogni richiesta è rivolta al Padre, senza che il Figlio vi svolga una funzione di mediatore. Non sono parole che salgono al Padre «per Cristo, con Cristo e in Cristo». Se così si potesse dire, la preghiera esprime la fede di Gesù e non quella in Gesù. Per questo motivo essa si inscrive completamente nel messaggio biblico. Letto in un certo modo il Padre nostro si presenta, perciò, come un breviario tanto dell’Antico quanto del Nuovo Testamento. Lo è a partire dalla prima domanda, a un tempo nota a tutti e difficile da comprendere: «sia santificato il tuo nome». Nulla più di questa frase sembra concentrare in se stessa il senso della preghiera biblica.

La relazione in un passivo impersonale L’espressione «sia santificato il tuo nome» è insolita non fosse altro perché è formulata come una richiesta. Non è una constatazione: “il tuo nome è santo”; non è neppure un comando: “santificate il nome del Signore nelle vostre vite”. Un comando viene rivolto da un superiore a un inferiore mentre, quando si prega, non è concesso di dare ordini. Nei precetti biblici Dio prescrive e gli uomini sono tenuti a ubbidire. Le cose stanno diversamente nella preghiera. In essa chi è in basso si indirizza a chi è in alto. Nel caso di Dio la differenza è infinita. Lo stesso fatto di potersi rivolgere a lui è, quindi, già di per sé un ardire: lo si può compiere solo perché gli orecchi di Dio sono rivolti verso il basso. L’espressione «sia santificato il tuo nome» non è una domanda diretta, come avviene nelle preghiere di richiesta; in questo caso, infatti, dovrebbe suonare così: “Padre, santifica il tuo nome”. Nella preghiera insegnata da Gesù si fa infatti ricorso a un passivo impersonale, quasi si trattasse di un’esclamazione sospesa tra cielo e terra. Gli studiosi della Bibbia chiamano questa forma “passivo divino”. Con tale formulazione si intende che là dove compare un verbo coniugato al passivo privo di complemento di agente bisogna supporre che si stia alludendo a Dio senza nominarlo. «Sia santificato il tuo nome» è domanda posta sulle labbra umane e non già una promessa divina. Chi santifica e chi viene santificato? È inoltre possibile santificare quel che in se stesso si presenta già come massimamente santo? Questioni antiche, le quali, non di rado, trovarono risposte conformi a schemi consolidati: «Noi non intendiamo augurare a Dio che il suo nome sia santificato dalla nostra preghiera, ma che venga santificato in noi. Chi, infatti, potrebbe presumere di santificare Dio, quando è lui stesso che santifica?» (Cipriano). «Perché domandare che il nome di Dio sia santificato? Esso è santo di sua natura; a che scopo perciò domandare che sia santificato quel che è già santo? Ancora, quando chiedi che il nome di Dio sia santificato è per te che preghi o non piuttosto per Dio? In realtà a ben riflettere è per te» (Agostino).

Padre è chi si prende cura La linea interpretativa adottata dai Padri della Chiesa è costante. A loro appariva difficile sia che la proposizione del Padre nostro non fosse domanda, sia che essa riguardasse direttamente la vita di Dio. Nessuno degli antichi commenti sembra cogliere che nella preghiera di Gesù si tratta non del nome di Dio in quanto tale, bensì di quello relazionale di Padre. La paternità comporta per necessità una relazione di figliolanza. La santificazione del nome di Dio inteso come Padre sfocia nella costituzione delle sue creature come figli. La santificazione, perciò, è a un tempo in Lui ed è in noi. Essa, all’interno della fede, consiste nello stabilire quale paternità sia quella di Dio e quale modo di agire essa proponga all’uomo. Nel vangelo di Matteo, in un passo vicino alla sezione in cui è riportato il Padre nostro, è contenuto l’invito a cercare il regno di Dio e (reso alla lettera) la giustizia di lui (Mt 6,33). Quel «di lui» si riferisce al «Padre celeste». Qui in effetti si parla non della legislazione di un mondo perfetto, ma dell’esercizio della giustizia e della paternità propria del Dio che, in quanto Padre, sfama quotidianamente gli uccelli e riempie di splendore i gigli del campo (Mt 6,26-30). La paternità è dunque costituita dall’atto di prendersi cura, secondo la misura della giustizia, delle proprie creature. Non vi è distinzione alcuna tra giustizia e santità.

 

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LA CONVERSIONE DELL’INNOMINATO SPIEGA QUELLA DI MANZONI, DI GIOVANNI FIGHERA

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LA CONVERSIONE DELL’INNOMINATO SPIEGA QUELLA DI MANZONI, DI GIOVANNI FIGHERA

Scritto da Redazione de Gliscritti: 06 /04 /2014 -

Tag usati: alessandro_manzoni, giovanni_fighera, promessi_sposi Riprendiamo dal blog di Giovanni Fighera, La ragione del cuore, un articolo sui Promessi sposi di Alessandro Manzoni (è il quattordicesimo articolo sui Promessi sposi – rimandiamo agli altri del suo blog per ulteriori approfondimenti). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Il Centro culturale Gli scritti (6/4/2014)

Non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: non un discorso o una morale, ma un affetto e un abbraccio! Manzoni nei Promessi sposi ci descrive la conversione dell’Innominato, a metà del romanzo, in posizione centrale, a testimonianza dell’importanza dell’episodio. Fallito il matrimonio a sorpresa, come abbiamo visto, Lucia e Renzo fuggono da Pescarenico: Lucia trova rifugio in un convento di Monza nella convinzione di trovare quella protezione di cui altrove non potrebbe godere; Renzo si trasferisce a Milano dove ingenuamente si trova coinvolto nei tumulti popolari scaturiti dalla carestia. Don Rodrigo medita il rapimento di Lucia, ma, una volta scoperto il suo nascondiglio pressola Monaca di Monza, comprende che l’unica possibilità per riuscire nell’impresa è ricorrere al sostegno dell’Innominato. Questi è un personaggio realmente esistito. La Marchesa Margherita Provana Di Collegno, che conosceva bene Manzoni, scrive sul suo diario: «Sentii da Manzoni che l’Innominato è un Visconti, ed è personaggio verissimo». L’identificazione più attendibile dell’Innominato sarebbe con Francesco Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Gera d’Adda. Il fatto sorprendente è che Manzoni è un discendente di Bernardino da parte di madre. L’autore de I promessi sposi è, quindi, parente dell’Innominato. Un amico molto stretto di Alessandro Manzoni come Hermes Visconti afferma che lo scrittore, raccontando la conversione dell’Innominato, ha voluto svelare anche il segreto della sua. In sintesi questa è la vita di Francesco Bernardino Visconti. Nato nel 1579 inprovincia di Bergamo, a soli diciassette anni inizia la sua attività criminale insieme con la sua banda, commette numerosi delitti. Contro di lui vengono emesse più grida. Fugge nel cantone dei Grigioni fino a quando ritornerà in Italia stabilendosi nel castello di Chiuso. La conversione avviene durante la visita pastorale di Federigo Borromeo nel lecchese. L’ultima notizia storica dell’Innominato risale al 1647 quando Francesco Bernardino lascia tutta la sua eredità all’oratorio di S. Maria delle Grazie a Bagnolo Cremasco. Una volta ancora, come nel caso della Monaca di Monza, Manzoni cambia considerevolmente la data della vicenda (anticipandola) per trasformare l’Innominato in un protagonista del romanzo. Il vero poetico, potremmo dire, trionfa sul vero storico in due fondamentali deroghe della storia. Nel Fermo e Lucia l’Innominato viene designato con il titolo di Conte del Sagrato in riferimento ad un omicidio avvenuto sul sagrato di una chiesa. Ne I promessi sposi Manzoni sceglie un nome che conferisce al personaggio un’aura di eroicità e di grandezza. L’autore ci descrive con acume psicologico la situazione esistenziale in cui si trova l’Innominato quando Don Rodrigo si reca da lui  per chiedere il rapimento di Lucia. Il ribaldo assume su di sé l’impegno senza neppure aver dato all’interlocutore il tempo di spiegare. È un’abitudine al male che lo induce a dire subito sì, ma non appena Don Rodrigo, che neppure conosce, se ne va, inizia a percepire una «cert’uggia», come un fastidio fisico sempre più crescente, come un peso allo stomaco che sempre più si fa sentire, quando non si è digerito eppure si continua a mangiare. Infatti, all’inizio, l’Innominato nei primi tempi che perpetrava  i suoi delitti sentiva  una sorta di rimorso che cercava di cacciare e che, poi, scomparve. Il cuore, finché non è ancora ottenebrato, oscurato e corrotto funge da criterio  di giudizio con cui paragoniamo quanto ci accade e anche, quando ne siamo inconsapevoli, ci dice se quanto facciamo è buono per noi: la cartina di tornasole è, infatti, la letizia, che scaturisce da una corrispondenza tra quanto accade e quanto desidera autenticamente il nostro cuore. Ora, dopo tanti anni di delitti e omicidi, non si riprende la coscienza dell’Innominato ormai annichilita, il suo non è un rimorso di coscienza, ma un peso fisico, come l’evidenza concreta, oggettiva delle sue azioni, che gli stanno tutte davanti e «sono lui», ovvero lo seguono anche se lui ne è inconsapevole. Da tempo, però, l’Innominato iniziava a sentire anche il limite ontologico dell’uomo, la vecchiaia e la morte: quella stessa morte che una volta, quando era giovane, destava in lui sentimenti di lotta e sollecitava ancor più il suo coraggio, ora, invece, gli appare come qualcosa che lo riguarda, lui, singolarmente, e che deve essere affrontata non in campo aperto, ma nel buio della sua camera, come un «giudizio individuale», «una ragione indipendente dall’esempio». Di fronte alla morte si percepisce solo e ancor più solo, perché lui si sente per delitti e sopraffazioni molto più avanti di tutti gli altri. Inoltre, quel Dio che l’Innominato non ha mai negato o affermato, perché lui ha sempre vissuto come se non esistesse, ora gli sembra che gli gridi dentro di sé «Io sono, però», espressione che riecheggia l’ebraico «Iahvé». Una voce gli sembra, infatti, dire: «Fingi e vivi come se io non esistessi, io comunque ci sono e prima o poi con me dovrai fare i conti». Ebbene, in mezzo a questa crisi, giunge al castello dell’Innominato quella Lucia che il collega di ribalderie Egidio, l’amante della Monaca di Monza, ha facilmente fatto rapire. Quella ragazza debole e apparentemente senz’armi appare all’Innominato non certo indifesa. La fede non l’abbandona in questo momento difficile. Di fronte al suo carceriere esclama: «In nome di Dio…», ponendo così un dito nella piaga dell’Innominato che risponde: «Dio, Dio, … sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola. Di farmi…?». Allora Lucia pronuncia quella frase che salverà l’Innominato: «Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!». Anche una semplice frase, un istante possono servire per la nostra salvezza o la salvezza altrui: è il concetto di merito cristiano, per cui non c’è istante che, se offerto a Dio, non possa valere per la salvezza di sé e del mondo. Qui, sarà ben presto evidente che poche parole pronunciate con fede e per fede si stamperanno nella mente sconvolta del ribaldo e nella notte che sta per sopraggiungere lo tratterranno da un folle gesto.

INCHIESTA SULLA NASCITA DI GESÙ: LE ULTIME SCOPERTE RIVELANO CHE..

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INCHIESTA SULLA NASCITA DI GESÙ: LE ULTIME SCOPERTE RIVELANO CHE…

Da un recente studio si apprende la verità sul luogo della nascita di Gesù. Il contesto deve essere non una grotta, ma la grande casa paterna di Giuseppe a Betlemme. «Tali case erano costituite da un’unica grande stanza, dove le persone…».

Le tracce anagrafiche di Gesù ci portano sul Campidoglio di Roma, da dove si gode una veduta mozzafiato dei Fori imperiali. Il fazzoletto di terra tra il Tabularium – che sta alle fondamenta dell’attuale municipio – e l’Aerarium del Tempio di Saturno, duemila anni fa era il centro del mondo. In quel punto erano custoditi i documenti del censimento di Augusto, secondo Tertulliano “teste fedelissimo della natività di Nostro Signore”.
Era lì dunque la registrazione anagrafica della nascita – fatta da due giovani ebrei – di un bambino chiamato Yehòshua’, Gesù, che significava “Dio salvatore”. Incendi e distruzioni hanno perduto quei documenti. Sempre lì dovette trovarsi anche la relazione a Tiberio che Ponzio Pilato scrisse verso il 35 d.C. per giustificare processo ed esecuzione dello stesso Gesù. Da cui venne la proposta di Tiberio al Senato di riconoscere quel Gesù come dio, ossia di legittimare il culto di Cristo che si stava diffondendo. Il Senato rispose di no. La notizia è contenuta in un passo dell’Apologetico (V,2) di Tertulliano ed è stata recentemente dimostrata attendibile da un’autorevole storica, Marta Sordi.

Ma torniamo a quel censimento. Negli studi della “Scuola di Madrid” – sintetizzati nel libro “La vita di Gesù” di Josè Miguel Garcia – trova soluzione anche il problema cronologico del censimento che finora non si sapeva quando collocare e pareva storicamente dubbio.
Perché Giuseppe e Maria devono andare a Betlemme il cui nome, beth-lehem, in ebraico significa “città del pane”? Perché Erode, per conto dei romani, ha imposto un giuramento-censimento. Le autorità di Betlemme pretendono che della famiglia di Davide non manchi nessuno: Giuseppe è un discendente dell’antico casato reale che è tenuto particolarmente d’occhio. Soprattutto in questi anni nei quali – a causa di alcune profezie e di alcuni segni – si è fatta fortissima l’idea che il Messia stia per arrivare. Si sa infatti che il “liberatore” che gli ebrei aspettano è di sangue reale. E dunque quelli della famiglia di Re David sono tutti “sospetti”.
E’ per queste origini che la famiglia di Gesù, pur essendo diventata modesta e umile, custodisce gelosamente le genealogie che non a caso si trovano riportate nei vangeli. Genealogie che raccontano storie terribili, su cui i vangeli non sorvolano affatto. Tanto da stupire quel poeta cattolico che fu Charles Péguy: “bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa… E’ in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, tutto il suo impeto, il suo carico di umanità. Di carnale”. Secondo uno studio recente nelle origini familiari di Gesù troviamo la stessa tribù discendente da Caino, il primo omicida della storia. In Numeri 24, 21 si dice che i Qeniti sono i discendenti di Caino, verranno assorbiti dal popolo ebraico e la loro terra è dove poi sorgerà Betlemme. In un passo successivo (34,19) con Giosuè sono raccolti, per la spartizione della terra conquistata, i capi delle dodici tribù d’Israele. A capo della tribù di Giuda sta Kaleb detto il Qenizita, a cui Giosuè assegna una porzione della terra di Giuda. I Qeniti, spiega Tommaso Federici, sono dunque “una sottotribù di Giuda, la loro terra sta nella ‘parte montagnosa’, con capitale Hebron. Essa comprendeva la Betlemme di Kaleb, attraverso la sua sposa Efrata”. Dunque “i Davididi sono i Qeniti o Cainiti”. Ecco – commenta Federici “sopra quale abisso è disceso l’Immortale Eterno per assumere la carne dei peccatori. Cristo Signore così riassume in sé ogni Caino d’ogni tempo, per salvarlo”. Gesù dunque è “il segno” che Dio aveva posto sopra Caino “per cui questi ha salva la vita”. Nel profeta Isaia leggiamo infatti: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Nello stesso ceppo familiare di Gesù sono riassunti “sia Israele, sia Giuda, sia i pagani ed i peccatori più lontani. Di fatto” spiega Federici “a Betlemme, Booz, antenato di David, sposando Rut la Moabita, dunque pagana e idolatra, l’inserisce a pieno titolo nel popolo di Dio, tanto che diventa antenata di David”.
La predilezione di Dio non è caduta sui migliori, ma su dei peccatori. Fra i figli di Giacobbe viene scelto Giuda, il quartogenito, uno dei fratelli che avevano venduto Giuseppe. Uno la cui moralità crolla platealmente nell’unione con la nuora, Tamar, unione da cui discende legalmente Gesù. Della sua genealogia fanno parte poi dei re idolatri, immorali e qualcuno criminale. Lo stesso Davide, il più grande dei re e il più amato da Dio, commette peccati e delitti spaventosi. Le donne della genealogia di Gesù scriveva il cardinale Van Thuan “colpiscono per le loro storie, sono donne che si trovano tutte in una situazione irregolare e di disordine morale: Tamar è una peccatrice, che con l’inganno ha avuto una unione incestuosa col suocero Giuda; Raab è la prostituta di Gerico che accoglie e nasconde le due spie israelite inviate da Giosuè e viene ammessa nel popolo ebraico; Rut è una straniera; della quarta donna… ‘quella che era stata moglie di Urìa’, si tratta di Betsabea, la compagna di adulterio di David”.
Sembra una storia terribile, eppure è la storia della salvezza. La storia da cui è nato Gesù che ha voluto riservarsi – totalmente puri e santi – solo gli ultimi rampolli di quei clan familiari: Maria e Giuseppe. Che dunque arrivano a Betlemme dove nasce Gesù. A lungo si è ritenuto che il 25 dicembre fosse una data convenzionale, scelta per contrastare le feste pagane del Natale Solis invicti (da identificare forse con Mitra, forse con l’imperatore romano). Ma recentemente una scoperta archeologica fatta tra i papiri di Qumran ha clamorosamente suggerito la possibile esattezza di quella data. Dal “Libro dei Giubilei” uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon ha ricostruito la successione dei 24 turni sacerdotali relativi al servizio nel Tempio di Gerusalemme e ha scoperto che “il turno di Abia” corrispondeva all’ultima settimana di settembre.
Notizia importante perché si lega a una informazione cronologica del Vangelo di Luca (1,5) secondo cui Zaccaria, il padre di Giovanni Battista e marito di Elisabetta, appartenente alla tribù sacerdotale di Abia, vide l’angelo, che annunciava il concepimento di Giovanni, proprio mentre “officiava davanti al Signore nel turno della sua classe”. Quindi a fine settembre.
Il rito bizantino che da secoli fa memoria dell’annuncio a Zaccaria il 23 settembre deriva dunque da un’antica memoria, forse una tradizione orale. La Chiesa tutta poi celebra nove mesi dopo la nascita del Battista e tutta la liturgia cristiana è impostata su questa data giacché Luca (1, 26) spiega che l’annuncio a Maria avviene quando Elisabetta era al sesto mese di gravidanza. In effetti la Chiesa celebra l’Annunciazione il 25 marzo e il Natale del Signore nove mesi dopo, il 25 dicembre (lo attesta già un calendario liturgico del 326 d.C.). Ne discende che se ha fondatezza storica l’annuncio a Zaccaria il 23 settembre, a catena – come ha dimostrato Antonio Ammassari – acquisiscono storicità anche la data dell’Annunciazione e quella del Natale.
Dal recente libro di Garcia si apprende pure la verità sul luogo della nascita di Gesù. Il contesto deve essere non una grotta, ma la grande casa paterna di Giuseppe a Betlemme. “Tali case erano costituite da un’unica grande stanza, dove le persone occupavano una specie di piattaforma rialzata, mentre in un’estremità si trovavano gli animali di cui la famiglia aveva bisogno per lavorare. E per questi animali era ovvio che ci fosse una mangiatoia”.
Probabilmente Giuseppe e la giovane partoriente, per avere un po’ di riservatezza e più caldo, furono alloggiati in questa parte della casa e il bambino fu posto in quella mangiatoia. E’ con una storia così ordinaria, così normale, che Dio – per i cristiani – è venuto nel mondo. E con lui la bellezza, la bontà e la salvezza. Incontrarlo è il senso della vita. Scrive Péguy: “Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.

(Teologo Borèl) Dicembre 2005 – autore: Antonio Socci

Publié dans:meditazioni per l'Avvento |on 28 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

Genealogy, Tree, Arbre

Genealogy, Tree, Arbre dans immagini sacre 13%20FRENCH%20MASTER%20TREE%20OF%20JESSE

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Publié dans:immagini sacre |on 27 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

LUCA 21,25-28.34-36

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BRANO BIBLICO SCELTO

LUCA 21,25-28.34-36                        

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. 34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro cline abitano sulla faccia di tutta la terra. 36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo.   COMMENTO Luca 21,25-28.34-36 La venuta del Figlio dell’uomo //Mt 24,29-51 // Mc 13,24-37) Al termine della sezione riguardante il ministero di Gesù a Gerusalemme Luca riporta, al seguito di Marco, il discorso escatologico di Gesù (Lc 21,5-38). Nella composizione lucana si descrivono, dopo l’introduzione (vv. 5-7), i segni premonitori (vv. 8-11), le persecuzioni future (vv. 12-19), la distruzione di Gerusalemme (vv. 20-24), la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28); a conclusione viene riportata la similitudine del fico (vv. 29-33) e un invito alla vigilanza (vv. 34-36). La liturgia popone i due brani riguardanti rispettivamente la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28) e la vigilanza (vv. 34-36). La venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28) Luca riporta la predizione di una serie impressionante di segni che precedono la venuta del Figlio dell’uomo: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte» (vv. 25-26). Questi segni sono anzitutto di carattere cosmico e sono in parte paralleli a quelli che precedono la caduta di Gerusalemme (cfr. vv. 10-11). Gesù dice che avranno luogo nel sole, nella luna e nelle stelle, senza specificare, come fa in Marco, in che cosa consisteranno. Con essi vanno di pari passo fenomeni terrestri, che consistono in un terribile sconvolgimento del mare e dei flutti (cfr. le immagini del Sal 65,8) che genererà angoscia e ansia in tutte le nazioni (v. 25b). Gli sconvolgimenti del cielo faranno presagire lo scatenarsi di qualcosa di terribile, provocando in tutti gli uomini un terrore tale da farli «morire» (apopsychô, venir meno, spirare). Rispetto a Marco (cfr. Mc 13,24-27) Luca in questo testo separa più nettamente i segni che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo dai precedenti sconvolgimenti, che identifica espressamente con gli eventi che hanno accompagnato la caduta di Gerusalemme, considerata come una punizione di Dio per il rifiuto del Messia (cfr. Lc 21,20-24). Inoltre pone l’evento finale della storia dopo il tempo dei gentili che fa seguito a quello di Israele (cfr. Lc 21,24), facendo così comprendere che la caduta di Gerusalemme segna l’inizio di un tempo nuovo in cui il vangelo, rifiutato dai giudei, sarà annunziato a tutte le nazioni. I segni premonitori lasciano subito il posto all’evento escatologico: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande» (v. 27). Questo evento viene descritto in riferimento a Dn 7,13, quasi con le stesse parole di Marco. Nella frase successiva però Luca si distacca dalla sua fonte in quanto, invece di accennare al raduno escatologico degli eletti (Mc 13,27), riporta un’esortazione ai suoi lettori: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (v. 28). Le cose che cominceranno ad accadere sono i segni cosmici che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo; vedendole i discepoli dovranno cambiare completamente il loro atteggiamento: dopo essere stati oppressi dal peso terribile delle persecuzioni che avevano fatto loro piegare le spalle e chinare la testa (si veda questa immagine in Lc 24,5), essi dovranno ora mettersi dritti e alzare la testa perché si avvicina la loro redenzione. Per i seguaci di Cristo gli sconvolgimenti che precederanno la venuta del personaggio celeste non dovranno essere causa di terrore, ma di speranza, perché preludono a un evento che segnerà il loro trionfo. La «liberazione» (apolytrôsis, redenzione) che essi allora otterranno consisterà nel pieno adempimento delle promesse fatte da Dio al suo popolo (cfr. Es 6,6; Is 63,4).

L’appello alla vigilanza (vv. 34-36) Dopo aver preannunziato la venuta finale del Figlio dell’uomo, presentandola come un evento di liberazione, Luca riporta l’appello alla vigilanza. Egli lo fa precedere dalla parabola marciana del fico (Lc 21,29-33; cfr. Mc 13,28-31), che consiste in un appello a saper riconoscere i segni dei tempi. Egli riporta anche i due detti che Marco inserisce dopo la parabola: il primo è un detto arcaico che, contrariamente alla prospettiva lucana, sembra situare gli eventi finali nell’arco di tempo della presente generazione (v. 32; cfr. Mc 13,30); nel secondo si dice che, mentre cielo e terra passeranno, le parole di Gesù, che annunziano la fine e i segni che la precedono, non passeranno (v. 31; cfr. Mc 13,31): secondo Mt 5,18 e Lc 16,17 sarà invece la legge, portata a compimento da Gesù, che non passerà. Infine Luca, alla luce di una cristologia più evoluta, omette il detto marciano in cui si dice che neppure il Figlio conosce il tempo in cui si attueranno gli eventi finali (Mc 13,32). Nell’esortazione alla vigilanza, riportata subito dopo, Luca si allontana dal testo marciano, che egli stesso aveva già utilizzato precedentemente (cfr. Lc 12,35-46). Egli riporta così le parole di Gesù: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra». (vv. 34-35). La convinzione secondo cui la fine del mondo non è vicina porta Luca ad accentuare la necessità che, nel prolungarsi dell’attesa, i discepoli di Gesù non si lascino sopraffare da dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita: sono queste le espressioni stereotipate per indicare la corruzione dei costumi (cfr. Lc 12,45); egli insiste che, se i cristiani non saranno vigilanti, anche per loro il giorno della fine sopravverrà improvvisamente come su tutti gli abitanti della terra. Diversamente da Marco, che termina il discorso con l’invito alla vigilanza, e da Matteo, che richiama l’idea del giudizio (cfr. Mt 25,31-46) Luca conclude il discorso con un invito alla preghiera «Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (v. 36). I discepoli non solo devono essere svegli, ma devono anche pregare «in ogni tempo» (en panti kairôi): solo così sarà loro possibile sottrarsi alla catastrofe che sta per accadere nell’imminenza della venuta del Figlio dell’uomo, cioè passeranno indenni attraverso le tribolazioni degli ultimi tempi, e compariranno prontamente dinnanzi a lui. La preghiera, spesso inculcata da Luca, è presentata qui come l’antidoto per evitare il rilassamento dei costumi connesso con il ritardo della parusia: proprio il prolungarsi dell’attesa fa capire ai cristiani che la preghiera deve essere incessante (cfr. 1Ts 5,17).

Linee interpretative Nella sua versione del discorso escatologico di Gesù Luca fa emergere la convinzione secondo cui il ritorno del Signore è certo, ma non così imminente come si era originariamente pensato. In questo testo egli comunica la sua interpretazione dell’escatologia cristiana, stabilendo una più netta distinzione tra i detti riguardanti la distruzione della città santa e quelli che si riferiscono alla venuta del Figlio dell’uomo. Tra questi due eventi si situa il tempo delle nazioni, cioè un nuovo periodo storico nel quale la salvezza, già attuata da Cristo, viene messa a disposizione di tutta l’umanità. Nel nuovo periodo della storia umana il vangelo deve penetrare nelle persone e nelle culture, abbattendo tutte le barriere che separano tra di loro non solo giudei e gentili, ma anche le diverse nazioni, razze, strati sociali e religioni. Luca inoltre presenta più espressamente la venuta finale del Figlio dell’uomo non come un momento di giudizio, ma come il tempo in cui si attuerà la salvezza piena e definitiva dei credenti in Cristo. Di fronte agli sconvolgimenti paurosi che precederanno la fine, mentre i non credenti saranno distrutti da angoscia e spavento, i cristiani avranno una piena sicurezza, perché si renderanno conto che la loro liberazione è vicina. Nella prospettiva teologica di Luca l’attesa del tempo finale della storia, pur mantenendo la formulazione che aveva nelle tradizioni della prima comunità cristiana, passa decisamente in secondo piano. Ciò che è importante per lui non è più il ritorno finale di Gesù, ma la sua venuta costante nella vita della chiesa e del mondo. Non per nulla i segni che precedono l’apparizione del Figlio dell’uomo (cfr. vv. 25-26) sono gli stessi che caratterizzano la storia della chiesa nel mondo (vv. 10-11). Tutte le tragedie dell’umanità, non solo quelle che accadranno negli ultimi tempi, devono essere vissute dai credenti non come causa di angoscia, ma come un richiamo alla speranza di un mondo migliore per cui lottare e sacrificarsi. In questo modo l’attesa della fine perde gran parte del suo rilievo e diventa una semplice immagine di cui l’evangelista si serve per delimitare il tempo presente e per mostrare che esso, nonostante tutti gli sconvolgimenti che lo agitano, continua ad essere guidato da Dio verso un fine di salvezza. Infine Luca fa consistere la vigilanza a cui i credenti sono chiamati in un atteggiamento costante di preghiera. Per lui la preghiera è veramente il segno caratteristico della presenza cristiana nel mondo. Certamente la preghiera non si sostituisce all’azione volta a rendere presente il vangelo nel mondo mediante la testimonianza esplicita e l’impegno per opporsi alla corruzione dilagante. Tuttavia essa rappresenta l’atteggiamento fondamentale del credente il quale, ponendosi ogni momento di fronte al suo Signore, trova in lui la luce e la forza per attuare nella storia il suo progetto di salvezza.

29 NOVEMBRE 2015 | 1A DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/01-Avvento_C/Omelie-2015/1a-Domenica/13-01a-Domenica-C_2015-UD.htm

29 NOVEMBRE 2015 | 1A DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Oggi incomincia l’Avvento, periodo forte dell’anno liturgico, che viviamo nell’attesa di un ritorno. Ci prepariamo a incontrare colui nel quale per secoli gli uomini hanno riposto le loro speranze di salvezza, di giustizia e di pace.

La parola di Dio Geremia 33,14-16. Chiamato sin da giovane alla profezia, Geremia dice parole di speranza, nonostante la tragedia della deportazione del popolo e la distruzione di Gerusalemme. Dalla discendenza di Davide il Signore farà sorgere un germoglio giusto, che rinnoverà la fedeltà e garantirà un futuro al popolo dell’alleanza. 1 Tessalonicesi 3,12-4,2. Ai cristiani di Tessalonica, che attendono come imminente il ritorno di Cristo, Paolo dice di prepararsi a questa venuta crescendo nell’amore, e seguendo una regola di vita che si ispira alle parole del Signore Gesù. Luca 21,25-28.34-36. Le parole del vangelo hanno un andamento apocalittico. Ma Gesù assicura che proprio in questo contesto avverrà la liberazione. L’importante è vegliare e attendere quei giorni di prova a occhi aperti, evitando lo squallore di una vita dissipata e viziosa.

Riflettere Viviamo in tempi di immagini. « Un’immagine vale più di mille discorsi », si dice. E un pubblicitario osserva: « Un’immagine deve essere più concreta di una pietra, più viva di un serpente ». Le immagini della liturgia di questa prima domenica di Avvento sono così. La prima immagine è bellissima. Geremia riprende un passo di Isaia: « Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse un virgulto germoglierà dalle sue radici » (Is 11,1). Il germoglio è segno di vita, di vita nuova, simbolo di speranza, attesa di novità, promessa di frutti e di felicità. Chi ha coltivato piante, gettato semi, chi ha messo un po’ di speranza in qualcosa di bello e di giusto, capisce quanta attesa e quanta gioia vi è dentro questo messaggio. In questo germoglio c’è tutta la speranza del popolo d’Israele, un popolo in esilio che vive sempre nell’attesa dei trionfi definitivi. Un’attesa di giustizia che è di tutti popoli, di tutta la terra anche oggi: nella nostra società italiana, nelle nazioni in guerra, tra i popoli oppressi dall’ingiustizia della povertà e dall’indifferenza delle nazioni potenti del mondo. La seconda immagine è quella della strada. C’è un cammino da compiere. « Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri », ci fa cantare il salmo responsoriale. Si tratta di una strada diritta, giusta, da fare. Ai cristiani di Tessalonica, che attendono come imminente il ritorno di Gesù (seconda lettura), Paolo indica qual è questa strada: è la strada dell’amore, fare le opere che piacciono a Dio, perseverare in questo cammino. Il vangelo ci porta invece al significato profondo e pieno di questo Avvento che incominciamo oggi. Iniziamo infatti un nuovo anno liturgico. La costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II, al n. 102, afferma: « Nel giro di un anno la chiesa svolge il mistero totale di Cristo, cominciando dall’Incarnazione e dalla nascita sino all’Ascensione, alla Pentecoste e all’attesa della beata speranza del ritorno del Signore (la parola latina usata è Adventus) ». L’Avvento richiama la memoria dell’incarnazione, l’inizio di un tempo nuovo, ma insieme i tempi ultimi, escatologici, la fine della storia. Noi un po’ tutti pensiamo generalmente che le quattro settimane di Avvento ci preparino semplicemente al Natale, e ci mettiamo nello stato d’animo dei patriarchi e dei profeti dell’antico testamento che attendevano il messia. Ma quest’idea potrebbe anche portarci un po’ fuori, perché noi cristiani oggi non dovremmo aspettare il messia come se non fosse già venuto. La venuta che aspettiamo ancora è in realtà la « seconda » venuta, il ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Questa è ormai la situazione di vita della comunità cristiana. Dice san Bernardo: « Non meditate solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sé per sempre. Fate oggetto di contemplazione la doppia visita del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e su quanto ci ha promesso per la seconda ». In realtà nell’Avvento che celebriamo oggi i cristiani lungo i secoli hanno fuso due tradizioni. Soprattutto gli antichi monaci predicarono l’Avvento invitando i cristiani ad attendere la seconda venuta di Gesù giudice alla fine dei tempi, e a prepararsi a questo incontro nella conversione e nella penitenza. Mentre altrove, a Roma in particolare, dove si introdusse il 25 dicembre come festività della nascita di Gesù in sostituzione della festività pagana del Natalis Solis Invicti (la nascita del Sole invitto), l’Avvento fu visto come preparazione al Natale. Ma in seguito anche fuori Roma l’Avvento fu visto così, basti pensare al presepe di san Francesco; e la comunità cristiana si servì del tempo di Avvento per rivivere l’incarnazione di Gesù, facendolo rinascere nella vita dei cristiani e nella comunità. In pratica nella liturgia i due significati si fondono bene. Il primo significato, quello escatologico, è prevalente nelle prime tre domeniche, in cui dominano gli aspetti escatologici (abbiamo già sentito il vangelo odierno); e nelle prossime due domeniche si parlerà della predicazione di Giovanni Battista, che prepara a incontrare Cristo giudice. Dal 17 dicembre in poi invece diventa prevalente il significato dell’attesa dell’Incarnazione; e nella quarta domenica si leggerà un vangelo dell’infanzia di Gesù. Quest’anno ci viene proposta la Visitazione. C’e allora un cammino da compiere, c’è un germoglio che dobbiamo far crescere in noi e che ci porterà a incontrare il « Figlio dell’uomo », mentre ci impegniamo a vivere non distratti, né con i cuori appesantiti e occupati altrove, ma illuminati dalla luce del giorno: nella vigilanza e nella operosità.

Attualizzare Davanti a noi ci sono quattro settimane intense: l’Avvento è un periodo forte dell’anno liturgico. Ma in un crescendo ormai scontato, il Natale si presenta oggi nei suoi significati più superficiali e consumistici. È sempre più difficile sottrarsi a questa invasione di luci e di panettoni. Ma la liturgia, specie nelle prime tre settimane, manda severi messaggi che fanno riferimento agli ultimi tempi. L’ambiente in cui viviamo è una sfida alla fede. Si vive, si corre, si va, ma verso dove? C’è tanta agitazione fuori e dentro di noi. La chiesa ci offre questo mese per fare una specie di lungo ritiro spirituale per riflettere sulla nostra vita. Ci invita a fuggire la tentazione di stordirsi nel presente: mangiare, bere, distrarsi, non pensare. Il vangelo ci parla di attesa, di vigilanza. Sono parole ormai perdute o per noi hanno ancora un significato? In realtà non attendiamo più nulla, siamo sazi, abbiamo tutto. Anche di fronte a un regalo, è difficile cogliere un altro di sorpresa e dargli qualcosa di inaspettato e gradito. Altri atteggiamenti negativi nascono dallo scetticismo: sono l’insoddisfazione per il presente, addirittura per la stessa condizione umana, per tutto ciò che ogni giorno genera disgusto e fastidio. L’incertezza del futuro ci rende dubbiosi sulla possibilità di cambiare le cose, sull’utilità del nostro impegno e della nostra lotta. Il gusto del catastrofismo nei romanzi e nel cinema fa pensare a una conclusione della storia drammatica e senza esito positivo. Quali sono dunque i nostri atteggiamenti? Prevalgono la rassegnazione e lo scoraggiamento, la paura di fronte al nuovo, oppure l’attesa vigilante e piena di speranza, destinata a incontrare la figura consolante del Figlio dell’uomo? La parola di Dio ci invita a questo: alzatevi, vigilate, pregate, comportatevi come chi è alla vigilia della liberazione e l’attende con ansia; come chi attende l’amico più caro, la persona che ama in modo speciale. « Quando mi sveglio al mattino, ho due possibilità: essere schiacciato dagli affanni della giornata o scaricare di affanni sul Signore, buttandomi fra le sue braccia, trovando un senso in tutto » (Domenico Machetta). Il Natale ci trovi un po’ più nuovi, operosi nella speranza. Una bambina, che imparava un canto da eseguire a Natale, diceva: « Gesù, non ascoltarlo ancora, perché te lo canterò bene a Natale! ». Prepariamoci anche noi ogni giorno un poco, costruiamo qualcosa che ci faccia arrivare alla fine del nostro cammino d’Avvento un po’ diversi: qualche minuto dedicato alla preghiera e alla lettura della parola di Dio, qualche gesto di amore e di carità vissuto con più costanza e consapevolezza. L’incarnazione, come del resto il ritorno del Figlio dell’uomo, ci mettono in ogni caso di fronte a qualcosa di sorprendentemente nuovo. Per questo la chiesa ci invita a vivere a occhi aperti il nostro tempo, a non dormire, a purificare il nostro cuore, riempiendo di operosità i nostri giorni. Più del solito quotidiano, anche solo a livello di simbolo, per non sentirci schiacciati dalla nostra abituale mediocrità.

Rinnovarci e renderci rigogliosi « Il tempo dell’Avvento è come il tempo di primavera nella natura, quando ogni cosa si rinnova ed è così fresca e rigogliosa. L’Avvento dovrebbe compiere questo in noi… Rinnovarci e renderci rigogliosi, capaci di ricevere Cristo in qualunque forma venga a noi. A Natale viene come un bambino piccolo e indifeso, così bisognoso di sua Madre e di tutto quello che l’amore di una madre può dare. Se veramente vogliamo che Dio ci riempia, dobbiamo svuotare noi stessi, attraverso l’umiltà, di tutto l’egoismo che è dentro di noi » (Madre Teresa di Calcutta).

Umberto DE VANNA sdb

Blessed Mary pregnant

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Publié dans:immagini sacre |on 26 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA GIOVANNI PAOLO II – SALMO 117 (NELL’ANGOSCIA HO GRIDATO AL SIGNORE…)

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/CRISTIANESIMO/salmo117cantodigioiaedivittoriapapaGiovanniPaoloIIudienza.htm

PAPA GIOVANNI PAOLO II – SALMO 117 (NELL’ANGOSCIA HO GRIDATO AL SIGNORE…)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì 5 dicembre 2001

Salmo 117/118, Canto di gioia e di vittoria Lodi Domenica 2a Settimana (Lettura: Sal 117, 1-2.19-20.22.24).

Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.

Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia. Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia. Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.

Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo. Il Signore è con me, non ho timore; che cosa può farmi l’uomo? Il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici.

E’ meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. E’ meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti.

Tutti i popoli mi hanno circondato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto.

Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. Grida di giubilo e di vittoria, nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto meraviglie, la destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie. Non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore.

Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte.

Apritemi le porte della giustizia: voglio entrarvi e rendere grazie al Signore. E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti.

Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso.

Dona, Signore, la tua salvezza, dona, Signore, la vittoria! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore; Dio, il Signore è nostra luce. Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare.

Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto. Celebrate il Signore, perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.

1. Quando il cristiano, in sintonia con la voce orante di Israele, canta il Salmo 117 che abbiamo appena sentito risuonare, prova dentro di sé un fremito particolare. Egli trova, infatti, in questo inno di forte impronta liturgica due frasi che echeggeranno all’interno del Nuovo Testamento con una nuova tonalità. La prima è costituita dal v. 22: « La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo ». Questa frase è citata da Gesù, che la applica alla sua missione di morte e di gloria, dopo aver narrato la parabola dei vignaioli omicidi (cfr Mt 21, 42). La frase è richiamata anche da Pietro negli Atti degli Apostoli: « Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4, 11-12). Commenta Cirillo di Gerusalemme: « Uno solo diciamo il Signore Gesù Cristo, affinché la filiazione sia unica; uno solo diciamo, perché tu non pensi che ve ne sia un altro… Infatti è chiamato pietra, non inanimata né tagliata da mani umane, ma pietra angolare, perché colui che avrà creduto in essa non rimarrà deluso » (Le Catechesi, Roma 1993, pp. 312-313). La seconda frase che il Nuovo Testamento desume dal Salmo 117 è proclamata dalla folla nel solenne ingresso messianico di Cristo in Gerusalemme: « Benedetto colui che viene nel nome del Signore! » (Mt 21, 9; cfr Sal 117, 26). L’acclamazione è incorniciata da un « Osanna » che riprende l’invocazione ebraica hoshiac na’, « deh, salvaci! ». 2. Questo splendido inno biblico è collocato all’interno della piccola raccolta di Salmi, dal 112 al 117, detta lo « Hallel pasquale », cioè la lode salmica usata dal culto ebraico per la Pasqua e anche per le principali solennità dell’anno liturgico. Il filo conduttore del Salmo 117 può essere considerato il rito processionale, scandito forse da canti per il solista e per il coro, sullo sfondo della città santa e del suo tempio. Una bella antifona apre e chiude il testo: « Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia » (vv. 1.29). La parola « misericordia » traduce la parola ebraica hesed, che designa la fedeltà generosa di Dio nei confronti del suo popolo alleato e amico. A cantare questa fedeltà sono coinvolte tre categorie di persone: tutto Israele, la « casa di Aronne », cioè i sacerdoti, e « chi teme Dio », una locuzione che indica i fedeli e successivamente anche i proseliti, cioè i membri delle altre nazioni desiderosi di aderire alla legge del Signore (cfr vv. 2-4). 3. La processione sembra snodarsi per le vie di Gerusalemme, perché si parla delle « tende dei giusti » (cfr v. 15). Si leva, comunque, un inno di ringraziamento (cfr vv. 5-18), il cui messaggio è essenziale: anche quando si è nell’angoscia bisogna conservare alta la fiaccola della fiducia, perché la mano potente del Signore conduce il suo fedele alla vittoria sul male e alla salvezza. Il poeta sacro usa immagini forti e vivaci: gli avversari crudeli sono paragonati ad uno sciame d’api o a un fronte di fiamme che avanza riducendo tutto in cenere (cfr v. 12). Ma la reazione del giusto, sostenuto dal Signore, è veemente; per tre volte si ripete: « Nel nome del Signore li ho sconfitti » e il verbo ebraico evidenzia un intervento distruttivo nei confronti del male (cfr vv. 10.11.12). Alla radice, infatti, c’è la destra potente di Dio, cioè la sua opera efficace, e non certo la mano debole e incerta dell’uomo. Ed è per questo che la gioia per la vittoria sul male si apre ad una professione di fede molto suggestiva: « Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza » (v. 14). 4. La processione sembra essere giunta al tempio, alle « porte della giustizia » (v. 19), cioè alla porta santa di Sion. Qui si intona un secondo canto di ringraziamento, che è aperto da un dialogo tra l’assemblea e i sacerdoti per essere ammessi al culto. « Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore », dice il solista a nome dell’assemblea processionale. « È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti » (v. 20), rispondono altri, probabilmente i sacerdoti. Una volta entrati si può dar voce all’inno di gratitudine al Signore, che nel tempio si offre come « pietra » stabile e sicura su cui edificare la casa della vita (cfr Mt 7, 24-25). Una benedizione sacerdotale scende sui fedeli, che sono entrati nel tempio per esprimere la loro fede, elevare la loro preghiera e celebrare il culto. 5. L’ultima scena che si apre davanti ai nostri occhi è costituita da un rito gioioso di danze sacre, accompagnate da un festoso agitare di fronde: « Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare » (v. 27). La liturgia è gioia, incontro di festa, espressione dell’intera esistenza che loda il Signore. Il rito delle fronde fa pensare alla solennità ebraica delle Capanne, memoria del pellegrinaggio di Israele nel deserto, solennità nella quale si compiva una processione con rami di palme, mirto e salice. Questo stesso rito evocato dal Salmo si ripropone al cristiano nell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, celebrato nella liturgia della Domenica delle Palme. Cristo è osannato come « figlio di Davide » (cfr Mt 21, 9) dalla folla che, « venuta per la festa… prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! » (Gv 12, 12-13). In quella celebrazione festosa che, però, prelude all’ora della passione e morte di Gesù, si attua e comprende in senso pieno anche il simbolo della pietra angolare, proposto in apertura, acquisendo un valore glorioso e pasquale. Il Salmo 117 rincuora i cristiani a riconoscere nell’evento pasquale di Gesù « il giorno fatto dal Signore », in cui « la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo ». Col Salmo essi possono quindi cantare pieni di gratitudine: « Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza » (v. 14); « Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso » (v. 24).  

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