Archive pour la catégorie 'PADRE NOSTRO'

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME – DI PIERO STEFANI, BIBLISTA

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SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

IL PADRE NOSTRO COME BREVIARIO DELL’INTERA SCRITTURA

DI PIERO STEFANI, BIBLISTA

La preghiera dei cristiani

Il Padre nostro è la preghiera per eccellenza del cristiano. Ciò avviene per molte ragioni, una delle quali, forse la principale, sta nel fatto che la sua formulazione è in tutto e per tutto evangelica. Non è una costruzione di riferimenti tratti dai vangeli, come per esempio l’Ave Maria, ma è una preghiera già compiutamente presente in Matteo (6,9-13). Letto sotto questa angolatura, il Padre nostro è paragonabile al Benedictus (Lc 1, 68-79), al Magnificat (Lc 1,46-55) e al Nunc dimittis (Lc 2,29-32), testi quotidianamente recitati nella liturgia delle ore. Tuttavia a queste ultime tre grandi preghiere, pur pronunciate da labbra sante come quelle di Zaccaria, Maria e Simeone, non si possono riferire le parole più convenienti per qualificare il Padre nostro: «la preghiera che Gesù ci ha insegnato». Quella di Matteo non è l’unica versione presente nei vangeli. Ve ne è un’altra in Luca legata in modo più stretto all’atto di pregare compiuto dallo stesso Gesù. La sua ambientazione è, in genere, considerata più prossima allo spirito originario della preghiera: «Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore insegnaci a pregare come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione”» (Lc 11,1-4). In questa formulazione più sintetica risulta con evidenza che il Padre nostro (ma in Luca manca l’aggettivo possessivo) nasce come una preghiera distintiva di un gruppo. Come i seguaci di Giovanni Battista avevano una loro preghiera così i discepoli di Gesù. Anche per questo motivo il Padre nostro, fin dall’antichità, è considerato un riassunto dell’intero messaggio evangelico: «Breviarium totius evangelii» (Tertulliano). A ben pensarci, si tratta di una specie di paradosso. In esso infatti Gesù non ha nessun altro ruolo se non quello di insegnare a pregare. Ogni richiesta è rivolta al Padre, senza che il Figlio vi svolga una funzione di mediatore. Non sono parole che salgono al Padre «per Cristo, con Cristo e in Cristo». Se così si potesse dire, la preghiera esprime la fede di Gesù e non quella in Gesù. Per questo motivo essa si inscrive completamente nel messaggio biblico. Letto in un certo modo il Padre nostro si presenta, perciò, come un breviario tanto dell’Antico quanto del Nuovo Testamento. Lo è a partire dalla prima domanda, a un tempo nota a tutti e difficile da comprendere: «sia santificato il tuo nome». Nulla più di questa frase sembra concentrare in se stessa il senso della preghiera biblica.

La relazione in un passivo impersonale L’espressione «sia santificato il tuo nome» è insolita non fosse altro perché è formulata come una richiesta. Non è una constatazione: “il tuo nome è santo”; non è neppure un comando: “santificate il nome del Signore nelle vostre vite”. Un comando viene rivolto da un superiore a un inferiore mentre, quando si prega, non è concesso di dare ordini. Nei precetti biblici Dio prescrive e gli uomini sono tenuti a ubbidire. Le cose stanno diversamente nella preghiera. In essa chi è in basso si indirizza a chi è in alto. Nel caso di Dio la differenza è infinita. Lo stesso fatto di potersi rivolgere a lui è, quindi, già di per sé un ardire: lo si può compiere solo perché gli orecchi di Dio sono rivolti verso il basso. L’espressione «sia santificato il tuo nome» non è una domanda diretta, come avviene nelle preghiere di richiesta; in questo caso, infatti, dovrebbe suonare così: “Padre, santifica il tuo nome”. Nella preghiera insegnata da Gesù si fa infatti ricorso a un passivo impersonale, quasi si trattasse di un’esclamazione sospesa tra cielo e terra. Gli studiosi della Bibbia chiamano questa forma “passivo divino”. Con tale formulazione si intende che là dove compare un verbo coniugato al passivo privo di complemento di agente bisogna supporre che si stia alludendo a Dio senza nominarlo. «Sia santificato il tuo nome» è domanda posta sulle labbra umane e non già una promessa divina. Chi santifica e chi viene santificato? È inoltre possibile santificare quel che in se stesso si presenta già come massimamente santo? Questioni antiche, le quali, non di rado, trovarono risposte conformi a schemi consolidati: «Noi non intendiamo augurare a Dio che il suo nome sia santificato dalla nostra preghiera, ma che venga santificato in noi. Chi, infatti, potrebbe presumere di santificare Dio, quando è lui stesso che santifica?» (Cipriano). «Perché domandare che il nome di Dio sia santificato? Esso è santo di sua natura; a che scopo perciò domandare che sia santificato quel che è già santo? Ancora, quando chiedi che il nome di Dio sia santificato è per te che preghi o non piuttosto per Dio? In realtà a ben riflettere è per te» (Agostino).

Padre è chi si prende cura La linea interpretativa adottata dai Padri della Chiesa è costante. A loro appariva difficile sia che la proposizione del Padre nostro non fosse domanda, sia che essa riguardasse direttamente la vita di Dio. Nessuno degli antichi commenti sembra cogliere che nella preghiera di Gesù si tratta non del nome di Dio in quanto tale, bensì di quello relazionale di Padre. La paternità comporta per necessità una relazione di figliolanza. La santificazione del nome di Dio inteso come Padre sfocia nella costituzione delle sue creature come figli. La santificazione, perciò, è a un tempo in Lui ed è in noi. Essa, all’interno della fede, consiste nello stabilire quale paternità sia quella di Dio e quale modo di agire essa proponga all’uomo. Nel vangelo di Matteo, in un passo vicino alla sezione in cui è riportato il Padre nostro, è contenuto l’invito a cercare il regno di Dio e (reso alla lettera) la giustizia di lui (Mt 6,33). Quel «di lui» si riferisce al «Padre celeste». Qui in effetti si parla non della legislazione di un mondo perfetto, ma dell’esercizio della giustizia e della paternità propria del Dio che, in quanto Padre, sfama quotidianamente gli uccelli e riempie di splendore i gigli del campo (Mt 6,26-30). La paternità è dunque costituita dall’atto di prendersi cura, secondo la misura della giustizia, delle proprie creature. Non vi è distinzione alcuna tra giustizia e santità.

 

Publié dans:DOCENTI - STUDI, PADRE NOSTRO |on 30 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

«PADRE NOSTRO»: LIBERACI DAL MALE O DAL MALIGNO?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Padre-nostro-liberaci-dal-male-o-dal-Maligno/(language)/ita-IT

«PADRE NOSTRO»: LIBERACI DAL MALE O DAL MALIGNO?

Una domanda su come sia giusto tradurre in italiano l’ultimo versetto della preghiera del padre Nostro. Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
30/04/2014 di Redazione Toscana Oggi

Ho sentito dire che l’ultimo versetto del Padre Nostro andrebbe tradotto «liberaci dal Maligno», con un riferimento esplicito al diavolo. È vero? E perché sarebbe invece stato tradotto in maniera più generica, «liberaci dal male»?

Mario S.

La Quarta domanda del Padre Nostro nella versione di Matteo, viene formulata in senso negativo. «Non ci lasciar cadere in tentazione», ma liberaci dal male. La traduzione alla quale siamo abituati, è «non ci indurre in tentazione». Questa formula spesso non rende il vero significato dell’invocazione, perché sembra che sia Dio l’autore della tentazione. Il verbo eis-fero alla lettera significa «portare dentro, far entrare, condurre», e giustifica la scelta precedente del testo della Cei, meglio di quella attuale che dice «non ci abbandonare alla tentazione». Il verbo non abbandonare non rende ragione del verbo originale «eis-fero». Ma dobbiamo anche spiegare il senso di tentazione come prova (eis-peirasmon). Tale sostantivo viene dal verbo «peirazo» e puo’ essere tradotto sia nel senso di provare (da cui «prova») sia nel senso di tentare (da cui «tentazione»).
Il testo dunque si può intendere in senso positivo, come prova dimostrativa (come quando è voluta da Dio, come nel caso di Abramo in Gen. 22,1), anche perché in Giacomo 1,13 si legge che Dio non tenta nessuno. Oppure in senso negativo come istigazione al peccato. Penso sia corretto accogliere il termine «peirasmos» con il termine «prova» e dare al verbo eis-fero il significato di «mettere alla prova». La prova fa parte del cammino di Gesù. Anche egli nei momenti della sua vita terrena fu messo alla prova (eb. 4, 15), e nella sofferenza imparò l’obbedienza (eb.5,7-9). Quando nella prova siamo sedotti dagli idoli, quando abbiamo paura delle sofferenze a causa delle persecuzioni, che appaiono all’orizzonte della vita cristiana, allora si deve sentire il Signore piu vicino a noi. Egli lotta accanto a noi e in noi. La prova per eccellenza è costituita dall’incredulità, che appare in due momenti principali della vita: all’inizio quando si decide di seguire il Signore e alla fine, certamente prima della morte.
Per completare il quadro abbiamo l’ultima richiesta: «liberaci dal male», «poneròs», la scelta per il male, o dal maligno. Entrambi le traduzione dal greco sono possibili, anche se la frequenza in cui appare il male nei vangeli, fa propendere per la seconda soluzione. La liberazione delle liberazioni è dalle opere del Maligno, che sono sempre sofferenza, violenza e morte. È la presenza del maligno, che tenta, seduce e opprime quanti, accogliendo le sue suggestioni, possono diventare figli del maligno (mt 13,38). È colui che sradica dal cuore la parola di Dio (Mc 4). Quando nella comunità cristiana appaiono falsi profeti, quando appare la zizzania accanto al buon grano, quando viviamo nella mondanità (Mt 13,25-30), allora è riconoscibile l’opera del maligno.
La nostra preghiera diventa quella di Gesù, («Padre chiedo che tu li custodisca dal maligno», Gv 17,15). Gesù combatte nella nostra lotta contro il demonio, c’è lui a lottare in noi. È l’invocazione del salmo «sii tu a lottare» (Sal 43,1).
Se scegliamo «liberaci dal male» indica un richiamo all’istinto malvagio, e a quei molti mali dell’esperienza quotidiana come la malattia, la sofferenza, la malvagità umana, che possono essere combattuti con la preghiera.

Publié dans:PADRE NOSTRO |on 7 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

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