Archive pour octobre, 2015

Synaxis of all saints (Greece, 19 c.)

Synaxis of all saints (Greece, 19 c.) dans immagini sacre

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BENEDETTO XVI – SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI (2006)

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CAPPELLA PAPALE PER LA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI (2006)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Mercoledì, 1° novembre 2006

Il Santo Padre ha introdotto la Celebrazione e l’atto penitenziale con le seguenti parole:

Fratelli e sorelle amatissimi, noi oggi contempliamo il mistero della comunione dei santi del cielo e della terra. Noi non siamo soli, ma siamo avvolti da una grande nuvola di testimoni: con loro formiamo il Corpo di Cristo, con loro siamo figli di Dio, con loro siamo fatti santi dello Spirito Santo. Gioia in cielo, esulti la terra! La gloriosa schiera dei santi intercede per noi presso il Signore, ci accompagna nel nostro cammino verso il Regno, ci sprona a tenere fisso lo sguardo su Gesù il Signore, che verrà nella gloria in mezzo ai suoi santi. Disponiamoci a celebrare il grande mistero della fede e dell’amore, confessandoci bisognosi della misericordia di Dio.

Cari fratelli e sorelle, la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l’esortazione « Rallegriamoci tutti nel Signore ». La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio. Quest’oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di « madre dei santi, immagine della città superna » (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l’autore del libro dell’Apocalisse li descrive come « una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Ap 7, 9). Questo popolo comprende i santi dell’Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell’inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l’impulso dell’eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo. Ma « a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? ». Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. È domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: « I nostri santi – egli dice – non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri » (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell’odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. E questa è la vocazione di noi tutti, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, ed oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione. Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà. « Se uno mi vuol servire – Egli ci ammonisce – mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà » (Gv 12, 26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25). L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, « sono passati attraverso la grande tribolazione – si legge nell’Apocalisse – e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello » (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso. L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui. La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3). Nella seconda Lettura, l’apostolo Giovanni osserva: « Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! » (1 Gv 3, 1). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all’amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il « perdere se stessi », e proprio così ci rende felici. Così siamo arrivati al Vangelo di questa festa, all’annuncio delle Beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5, 3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela – ognuno nelle sue circostanze – anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l’impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell’ago (cfr Mc 10, 25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5, 48). Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.

1 NOVEMBRE 2015 | 31A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/31a-Domenica-TuttiSanti-B-2015/10-31a-Domenica_TuttiSanti-B-2015-UD.htm

1 NOVEMBRE 2015 | 31A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

Per cominciare La liturgia che celebriamo in ogni giorno dell’anno liturgico ci fa festeggiare qualche centinaio di santi. Oggi ci viene data l’opportunità di festeggiarli tutti, anche quelli meno conosciuti, quelli di cui portiamo il nome, e anche quelli che sono vissuti accanto a noi e ci hanno preceduti nel mondo di Dio.

La parola di Dio Apocalisse 7,2-4.9-14. La chiesa festeggia oggi una moltitudine immensa di seguaci di Cristo che nessuno può contare. L’Apocalisse fa riferimento in modo particolare ai cristiani della chiesa dei primi secoli, ai « santi » che hanno seguito Gesù fino al martirio e hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. 1 Giovanni 3,1-3. Dio ci ama e ci rende suoi figli. Siamo anche noi partecipi della vita divina e possediamo sin d’ora un germe di eternità. L’apostolo Giovanni ci invita a vivere in coerenza il dono ricevuto, a farci santi, a renderci ogni giorno più degni di quanto la bontà di Dio ha preparato per quelli che lo amano. Matteo 5,1-12a. Le beatitudini rivelano senza ambiguità e sin dall’inizio la scelta di campo di Gesù. Nel momento in cui il messia dà inizio solennemente alla predicazione del regno, si rivolge ai miti, ai poveri, a coloro che soffrono e dichiara che a essi è destinata la salvezza.

Riflettere o L’Apocalisse con un linguaggio immaginifico, ci offre una doppia visione: dapprima quella dei predestinati tra i salvati, segnati da una T (la « tau »), in numero di 144.000 (il quadrato di 12, numero della totalità, moltiplicato per 1000). Si tratta dunque di un numero simbolico e non sono – come molti pensano – i santi del paradiso, ma i cristiani che si trovano ancora su questa terra, la comunità dei santi, che, in forza del sigillo del battesimo, sono già annoverati nella schiera degli eletti. o Sono questi i figli di Dio, di cui parla Giovanni nella sua lettera (seconda lettura). A essi non sono risparmiate le sofferenze e le persecuzioni che subiscono tutti, ma appartengono al Signore e si trovano in una condizione privilegiata, perché partecipano della santità di Dio. o Nella seconda visione, appare una moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stanno in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in bianche vesti. Tengono rami di palma nelle loro mani e inneggiano a Dio e all’Agnello. o Essi, spiega uno degli anziani, « sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello ». o Sono vestiti di bianco, simbolo di gioia e di vita nuova, di assenza di peccato. Hanno nelle mani le palme della vittoria, perché sono stati fedeli a Dio e al suo Cristo. Questi sono i santi del cielo, coloro che hanno già concluso il pellegrinaggio sulla terra e si trovano nella beatitudine di Dio. o Hanno sopportato tribolazioni e persecuzioni e donato la loro vita a Dio. Agli occhi del mondo sono apparsi degli sconfitti, ma Dio ora li proclama vincitori e li glorifica. o Seguono alcuni versetti che descrivono la loro attuale condizione: essi non hanno più fame, né sete, non li colpisce il sole, né l’arsura, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, è il loro pastore e li guida alle fonti delle acque della vita. E Dio asciuga ogni lacrima dai loro occhi » (cf Ap 7,16-17) . o Naturalmente si tratta di un testo profetico, ricco di elementi simbolici, scritto per dare coraggio ai cristiani della prima ora, presi dalla tentazione di abiurare dalla loro fede a causa della persecuzione. o Fin qui la prima lettura, che si adatta perfettamente alla festa dei santi. Quanto al vangelo, ci presenta le beatitudini secondo Matteo. Gesù le proclama all’inizio della vita pubblica, in un contesto diverso da quello della sinagoga. o Gesù è circondato dalle folle: una marea di gente che corre a lui da tutta la Palestina, attirata soprattutto dai suoi miracoli. Gente politicamente divisa, ma religiosamente ancorata alla tradizione, consapevole di rappresentare il popolo delle promesse messianiche. E Gesù non delude le loro attese. o Gesù parla loro e pensa già al nuovo popolo messianico, chiamato a ricomporre le dodici tribù di Israele nella nuova comunità della chiesa. o Beatitudini che rivelano le scelte preferenziali del Figlio di Dio, che si è presentato al mondo povero e mite, misericordioso e pacifico, sperimentando sulla sua pelle sin da subito la beatitudine dei perseguitati a causa della giustizia. E che come messia ha annunciato il regno di Dio ai puri di cuore, a coloro che attendevano la salvezza da Dio vivendo per lui nella fedeltà.

Attualizzare * Oggi è la festa di Dio, di Dio che si è rivelato a coloro che sono già nella gioia definitiva. Pensiamo spontaneamente a quei santi speciali che tutti conosciamo, ai « numeri uno » della storia della chiesa a cui tutti guardano con ammirazione. Ma tra di essi ci sono anche molti cristiani più comuni, con alcuni dei quali siamo vissuti e abbiamo fatto un po’ di strada insieme. Tra essi, i nostri cari, tanti nostri fratelli che hanno fatto di se stessi delle persone riuscite, che sono rimaste fedeli nella normalità della loro vita, testimoniando che la santità è possibile nel quotidiano. * Essi ora sono nella gioia, anche se ci prende un velo di tristezza e di nostalgia, ogni volta che ci pieghiamo davanti alle loro tombe. Mentre l’apostolo Paolo ci lascia consolanti parole di speranza: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano » (1Cor 2,9). * I « nostri santi » stanno raccogliendo il frutto del loro amore da Dio, che li ama ben al di sopra di quanto abbiamo saputo amarli noi. Ora li sentiamo più vicini, e più viva è la nostra riconoscenza nei loro confronti. Essi hanno costruito con le loro scelte un tratto di storia positivo, vivendo lo spirito delle beatitudini. Noi siamo carne della loro carne, siamo diventati quello che siamo grazie a loro, assomigliamo a loro più di quanto possiamo pensare. * Il « papa buono » Giovanni XXIII aveva una particolare devozione ai suoi cari defunti. Diceva, lasciandosi prendere da sentimenti molto umani e da una certa semplicità: « Tutti i santi, per un motivo o per l’altro, sono nostri protettori, ma tanti di essi sono indaffarati, perché troppa gente li invoca. Invece i nostri morti sono i santi della nostra famiglia, sono vissuti con noi, hanno il nostro stesso sangue. Conoscono le nostre debolezze e le nostre virtù, molto più ora che sono presso Dio. Quindi ci devono aiutare a evitare le nostre debolezze. Sono loro i nostri primi protettori, liberi di portare i nostri desideri al trono di Dio ». * La festa di « Tutti i Santi » ci rivela grandi verità: il destino della vita e la stessa realtà della morte: verità che si impongono, nonostante la spensieratezza della nostra società. Per questo è festa di fraternità, perché ci parla di un futuro che ci accomuna tutti. aÈ festa di paradiso, festa del riposo biblico, che è riposo in Dio. Non quindi vita da pensionati, ma pienezza di vita e di creatività, così come è Dio. Non noia, ma partecipazione alla festa eterna di Dio. * Giornata di gioia, di speranza, di impegno a vivere attenti al giudizio di Dio. Perché ci sarà un giudizio sulle nostre azioni. Quindi giorno per guardarsi, esaminarsi, per scoprirsi più buoni, per guardarsi e scoprirci come siamo, senza farci illusioni. Ma ricordando che Dio perdona ed è misericordioso. * È il capovolgimento dei valori: qui prevalgono l’esteriorità, la ricchezza, l’apparenza, a volte la violenza e la prepotenza… La vita dei santi proclama invece le beatitudini della povertà, della mitezza; ci fa scegliere la strada stretta. * Guardiamo ai santi così. Evitando certe devozioni ai santi più gettonati e la dubbia modalità di molti pellegrinaggi, fatti di esteriorità, di brutti souvenir e macchine fotografiche. * Guardiamo ai santi per come sono vissuti. Proprio in questi giorni, il 4 di novembre, si festeggia l’arcivescovo di Milano san Carlo Borromeo. Rimasto orfano giovane, lo zio, papa Pio IV, lo chiamò a Roma e a 21 anni lo nomina cardinale e vescovo di Milano. Un episodio di nepotismo, che Carlo vive però a modo suo. Contrariamente all’uso di quel tempo, dimora nella diocesi, diventando un vero pastore per il suo popolo. Organizza oratori, la scuola della dottrina cristiana per tutti, che avrà oltre 40 mila allievi. Durante la peste di Milano (17 mila morti, di cui 130 sacerdoti) passa di porta in porta, trasforma la sua casa in ospedale, le sue tende e tovaglie diventano bende per gli appestati. Di lui Filippo Il di Spagna dirà, riferendosi al suo successore, Federico Borromeo: « Purché viva santamente come l’arcivescovo Carlo, a noi non importa che difenda strenuamente i diritti della chiesa come ha fatto lui ». * Ancora un altro esempio tra i tantissimi: il beato olandese Tito Brandsma, morto a Dachau nel luglio del ’42. Diceva: « Il nostro amore per il prossimo deve essere proverbiale. Siamo stati creati per la gioia ». E si sforzava di vedere il lato positivo persino nei suoi carcerieri. Ha detto, nel mezzo delle sue sofferenze, affidando la sua vita a Dio: « Benché non sappia come andrà a finire, so bene di essere nelle mani di Dio ».

Costi quel che costi « Uomini di Dio » è un bel film francese, tratto dalla vicenda realmente accaduta, l’uccisione di alcuni monaci trappisti avvenuta per mano di un gruppo di estremisti islamici in Algeria alla fine degli anni Novanta. Questi otto monaci vivono in perfetta armonia con i loro fratelli musulmani. Progressivamente la situazione cambia. La violenza e il terrore integralista si propagano nella regione. Essi si trovano di fronte a una tragica scelta: seguire il proprio istinto di autoconservazione e fuggire, oppure rimanere fedeli alla propria vocazione e alla propria missione? I monaci decidono di restare al loro posto, costi quel che costi.

L’amore di Dio nel servizio umile « Il mondo è di chi lo ama! È dei santi, di coloro che sono totalmente affascinati dalla bellezza di Dio e dalla sua perfetta verità. Il santo per questa bellezza e verità è pronto a rinunciare a tutto, anche a se stesso. Gli basta l’amore di Dio, che sperimenta nel servizio umile e disinteressato del prossimo, specialmente di quanti non possono ricambiare » (card. Van Thuan, per 13 anni vissuto nelle prigioni cinesi).

Dura Europos, Affreschi nella Sinagoga

Dura Europos, Affreschi nella Sinagoga dans immagini sacre Duraeuropa-1-
https://it.wikipedia.org/wiki/Dura_Europos

Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – SIMONE IL CANANEO E GIUDA TADDEO – 28 OTTOBRE

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20061011.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 11 ottobre 2006

SIMONE IL CANANEO E GIUDA TADDEO – 28 OTTOBRE

Cari fratelli e sorelle,

oggi prendiamo in considerazione due dei dodici Apostoli: Simone il Cananeo e Giuda Taddeo (da non confondere con Giuda Iscariota). Li consideriamo insieme, non solo perché nelle liste dei Dodici sono sempre riportati l’uno accanto all’altro (cfr Mt 10,4; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13), ma anche perché le notizie che li riguardano non sono molte, a parte il fatto che il Canone neotestamentario conserva una lettera attribuita a Giuda Taddeo. Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). E’ ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù. Per quanto riguarda poi Giuda Taddeo, egli è così denominato dalla tradizione, unendo insieme due nomi diversi: infatti, mentre Matteo e Marco lo chiamano semplicemente “Taddeo” (Mt 10,3; Mc 3,18), Luca lo chiama “Giuda di Giacomo” (Lc 6,16; At 1,13). Il soprannome Taddeo è di derivazione incerta e viene spiegato o come proveniente dall’aramaico taddà’, che vuol dire “petto” e quindi significherebbe “magnanimo”, oppure come abbreviazione di un nome greco come “Teodòro, Teòdoto”. Di lui si tramandano poche cose. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?»”. E’ una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi Discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda. Il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23). Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi. Il Signore non appare come una cosa. Egli vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto. Solo così vediamo il Risorto. A  Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette ‘cattoliche’ in quanto indirizzate non ad una determinata Chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari. Essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (v. 1). Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all’interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (v. 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali. Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (v .11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (vv. 12-13). Oggi noi non siamo forse più abituati a usare un linguaggio così polemico, che tuttavia ci dice una cosa importante. In mezzo a tutte le tentazioni che ci sono, con tutte le correnti della vita moderna, dobbiamo conservare l’identità della nostra fede. Certo, la via dell’indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza. Ma questa via del dialogo, così necessaria, non deve far dimenticare il dovere di ripensare e di evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D’altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo. Perciò il testo epistolare continua così: “Ma voi, carissimi – parla a tutti noi -, costruite il vostro edificio spirituale sopra la vostra santissima fede, pregate mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna; convincete quelli che sono vacillanti…” (vv. 20-22). La Lettera si conclude con queste bellissime parole: “A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e nella letizia, all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore: gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e sempre. Amen” (vv. 24-25). Si vede bene che l’autore di queste righe vive in pienezza la propria fede, alla quale appartengono realtà grandi come l’integrità morale e la gioia, la fiducia e infine la lode, essendo il tutto motivato soltanto dalla bontà del nostro unico Dio e dalla misericordia del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, tanto Simone il Cananeo quanto Giuda Taddeo ci aiutino a riscoprire sempre di nuovo e a vivere instancabilmente la bellezza della fede cristiana, sapendone dare testimonianza forte e insieme serena.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, SANTI APOSTOLI |on 29 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

LE PRIME COMUNITÀ CRISTIANE

http://digilander.libero.it/tramonto193/diffusionecristianesimo.htm

LE PRIME COMUNITÀ CRISTIANE 

(non sono d’accordo su tutto, ma è sicuramente interessante)

Nato e cresciuto in villaggi poco romanizzati, il cristianesimo si separò presto dall’ebraismo aprendosi alle aspirazioni universali del mondo greco-romano. Con la predicazione dell’anatolico Paolo di Tarso e l’accettazione dei « pagani » convertiti, la nuova religione si distaccò dalle ferree tradizioni dovute alle origini giudaiche.

 Una piccola e povera comunità che offriva speranza ai delusi e aiuto ai derelitti si propagò e si ingrandì come un incendio in tutto l’impero. Nel giro di pochi anni lo spirito dell’uomo trovò la salvezza che andava cercando da secoli. Era la prefigurazione dell’imminente decadenza della società romana, non più in grado di offrire un valido sostegno al bisogno di pace e sicurezza, sia della gente comune sia degli intellettuali. La nuova comunità era in dichiarata opposizione al dominio imperiale e fin dal I secolo incorse in momenti di intensa repressione. D’altra parte lo Stato le riconosceva almeno un’esistenza giuridica e le concesse ampi periodi di tolleranza.  L’espansione fra gente di estrazione culturale differente causò interminabili dibattiti che scaturirono in diatribe teologiche riguardanti soprattutto la « divinità » di Gesù. L’impegno contro le opinioni diverse contribuì all’evoluzione delle prime comunità verso una struttura organizzativa centralizzata, occupata, fra l’altro, a stabilire i canoni della dottrina. In pochi secoli il dibattito scientifico, filosofico e antropologico riguardanti la natura dell’uomo, del cosmo e del destino si sarebbero concentrati sulla discussione teologica attorno alle tre persone – che in latino vuol dire « aspetti » – della divinità: Dio, Spirito Santo e Cristo. La pietas dei romani Nonostante la religione avesse un ruolo secondario nella società romana, alla base dell’azione dello Stato stava comunque la concezione che l’impero fosse guardato benevolmente da tutti gli dei, ossia dalla sfera divina nel complesso. Fin dall’inizio della sua storia la città di Roma aveva accettato volentieri la protezione delle divinità locali. Gli adoratori di tali dèi, uomini sconfitti onorevolmente in battaglia, erano considerati più come possibili alleati che come sudditi. La tolleranza intesa come giustizia è forse la caratteristica positiva più tipica della romanità. Il villaggio protostorico di Roma si era sviluppato fra diverse tendenze ed esigenze di vari abitati collinari uno vicino all’altro, e presto fu a contatto con l’influenza di civiltà più avanzate, quella etrusca e quella greca, con cui riuscì a stabilire una buona convivenza reciproca. Le prime leggi scritte, raccolte nelle “dodici tavole”, sebbene rozze, mostrano questa preoccupazione di rendere facilmente comprensibile il diritto, cioè la “giustizia”, compatibilmente all’effettivo potere dei singoli o dei gruppi sociali. Mille anni dopo, avendo conquistato un’estesa gamma di “stati” e di “divinità” – nonostante un indubbio attaccamento alla propria religione – l’impero, non più solo « romano », si poté dimostrare facilmente tollerante verso i nuovi culti: gli dèi delle nuove popolazioni conquistate venivano costantemente assimilati o aggiunti a quelli del pantheon romano. Non si vedeva una grossa differenza fra le varie religioni, e tutte sembravano accettare più o meno volentieri la presenza del potere imperiale. D’altra parte la religione arcaica era stata fortemente ellenizzata e orientalizzata, in modo automatico, seguendo l’espansione dell’impero. L’intolleranza verso la guida religiosa Se la religione dei popoli conquistati aveva, invece, un ruolo talmente importante nella comunità locale da porsi come alternativa alle istituzioni e alla guida dello Stato, allora veniva repressa con tutta la forza possibile. Così sembra si fosse comportato Cesare (100-44 a.C.) nei confronti del druidismo celtico.  L’ebraismo era in una situazione ambigua: anche se fondamentale per la guida del suo popolo, non era di facile diffusione; basta pensare alla circoncisione. Solitamente veniva tollerato proprio per la sua tendenza a rimanere etnicamente circoscritto, ma in diverse occasioni fu utilizzato come caprio espiatorio e gli ebrei furono puniti più volte per i loro tentativi di resistenza, ad esempio con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C.  Il cristianesimo delle origini era una branca dell’ebraismo, e come tale venne considerato per un certo periodo anche quando se ne separò: spesso i provvedimenti giuridici erano poco chiari e valevano per entrambe le religioni.  La stragrande maggioranza dei popoli antichi era “politeista”: riteneva che i vari aspetti della realtà, o i vari popoli, avessero un dio specifico, una sfera protettiva particolare. Quasi ogni aspetto della realtà poteva essere considerato degno di adorazione. Istintivamente, a chi non era filosofo, il fatto che la realtà fosse una e molteplice allo stesso tempo non sembrava per nulla contraddittorio. Quelli che credevano in un solo dio invece sembravano negare la sacralità di tutti i possibili aspetti del creato ad eccezione di un solo aspetto, cioè proprio la sua unicità. Ai “pagani” i monoteisti sembravano intolleranti, irrazionali, o quantomeno egoisti.   La repressione  I cristiani delle origini, allo stesso modo degli ebrei, si riconoscevano come una comunità all’interno della comunità dello stato romano: spesso rifiutavano di prestare servizio militare. Erano i primi obiettori di coscienza della storia. E spesso rifutavano anche di assumere impegni sociali o civili. Erano i primi anarchici della storia. E tutto questo in nome dell’uomo, della pace, della giustizia, senza l’uso di armi. Come l’ebraismo, il movimento minava le basi stesse della società, condannando l’idea della dominazione imperiale, sovvertendo i valori tradizionali romani e ponendosi come unica fede possibile. La nuova religione, però, si allontanò dall’esclusivismo ebraico, aprendosi volentieri alla diffusione presso i pagani: subito dopo la conquista della Giudea da parte dei romani, in seguito alla conversione dell’anatolico Paolo di Tarso, i cristiani decisero che tutti potevano convertirsi senza essere circoncisi e senza adottare particolari forme di vita tipiche della ristretta comunità ebraica.  Dopo la punizione che i romani inflissero agli ebrei con la distruzione totale di Gerusalemme nel 70 e la successiva diaspora (una delle tante) le prime comunità cristiane di provenienza ebraica sopravvissero fra Siria ed Israele in un progressivo isolamento, fino alla scomparsa totale. Nel frattempo crebbero molto le comunità paoline, quelle fondate da Paolo, stanziandosi nelle grosse città greco-romane. Paolo era un benestante greco-romano che si era convertito dopo la morte di Gesù e che vedeva nella nuova religione la possibilità di “salvezza” del mondo intero, possibilità che in qualche modo era aspettata da molti altri. La sua predicazione ruppe con le tradizioni del popolo ebraico e abbracciò le aspirazioni universali dell’unificazione culturale ellenistica. Paolo, cercando l’integrazione e la diffusione nel resto del mondo greco-romano, ampliò la base sociale e numerica della nascente “chiesa”. Gesù aveva predicato di guardare dentro di sé e di non assuefarsi alla regole stantìe della società. Paolo promise a tutti la salvezza e il paradiso eterno, chiedendo in cambio solo di credere. Più che a provocare una difficile rivolta interna all’animo umano oppure un’inutile rivolta alle istituzioni – rivolte che avevano portato il messia ad essere crocifisso – l’operato di Paolo puntò a infondere pace e sicurezza all’intera popolazione, straziata da centinaia d’anni di guerre e violenze. Fu Paolo ad affermare la preminenza della fede rispetto alle opere, la preminenza dello spirito sulla materia. Convertendosi e semplicemente credendo, ogni persona avrebbe partecipato alla venuta del “Regno di Dio”, che, secondo le visioni di allora, non era affatto lontana. Paolo credeva che Gesù fosse christos, cioè il “sacro messia”, il salvatore aspettato dagli ebrei, ma lo identificò anche come “figlio di Dio”, espressione che, in un mondo totalmente politeista, identificava in pratica un dio a sua volta. Paolo promosse coscientemente il culto della personalità di Gesù. E iniziò a parlare dei « cristiani » come separati dagli ebrei. I successivi due secoli, però, sarebbero stati caratterizzati dallo scontro sempre più forte fra il mono-teismo (culto di un solo dio) e il poli-teismo (culto di molti dei). Il culto verso la persona di Gesù, appaiandosi al culto verso il Dio Padre e poi verso la Madre di Dio, avrebbe comportato numerosi problemi dottrinali alla futura Chiesa, tendenzialmente mono-teista.  Il cristianesimo faceva breccia nella popolazione impoverita, ma anche in strati sociali più abbienti. I suoi valori offrivano delle vie di fuga all’angoscia e alla disperazione causate da continue guerre e dal malessere dilagante. Segnatamente il cristianesimo si rivolgeva anche al mondo femminile, un mondo escluso quasi totalmente dalla vita pubblica di allora. La nuova religione si diffuse rapidamente, anche grazie alla predicazione di profeti itineranti che ripetevano l’esperianza messianica, e rapidamente incorse in vari tentativi di repressione, che a volte raggiunsero livelli maniacali. A Roma si parlava con orrore dei “culti giudaici”, nacquero leggende metropolitane e i cristiani furono utilizzati, allo stesso modo degli ebrei, come caprio espiatorio per qualsiasi “colpa” o disastro impressionante. Il martirio di Pietro e di Paolo (fra il 64 e il 68) è da ricollegarsi a questo tipo di dicerie e paranoie, particolarmente vivide alla corte di Nerone (54-68).  Dalle imprese di Cesare e di Augusto (27 a.C.-14 d.C.) era passato ben poco tempo, e alcuni imperatori iniziavano già a considerarsi delle divinità, ancor prima di “essere dichiarati tali” dai loro successori. Roma aveva lasciato quasi intatte le strutture socio-politiche preesistenti alla sua conquista: il riconoscimento pubblico della sovranità romana avveniva proprio attraverso il culto di Augusto e di Roma, un culto formale, civico e politico, che gli stessi romani non ritenevano pregnante dal punto di vista spirituale. La sua funzione era appunto formale: era una specie di dichiarazione di fedeltà, un giuramento allo stato romano. Ad ogni modo, chi credeva in un’unica divinità e rifiutava di adorare formalmente il sovrano veniva  incriminato per lesa maestà e ateismo. Lesa maestà nei confronti dell’imperatore e ateismo nei confronti della divinità in generale. I cristiani cioè rifiutavano il concetto di divinità a degli « esseri » che altri consideravano i veri dèi, la vera divinità. Dopo le prime repressioni di una piccola setta, figlia di quella ebraica, notoriamente anti-romana, sul finire del I secolo, venne messa seriamente in dubbio l’esistenza stessa del cristianesimo  L’imperatore Domiziano (81-96), forse in seguito all’esplosione del Vesuvio (79 d.C.), ordinò la prima persecuzione direttamente mirata contro il cristianesimo, che, pare, fosse già professato persino alla corte imperiale. Questa persecuzione fu accompagnata dal fiorire delle visioni apocalittiche, influenzate dal clima tragico in cui viveva la prima comunità cristiana, ancora incerta sul suo futuro.  Comunque la società greco-romana nel suo complesso stava attraversando una fase di crisi strisciante, e prolungata. Per le comunità paoline sopravvissute alla repressione, la ricerca della pace implicava anche di cercare la collaborazione fra lo stato romano e la “chiesa primitiva”, che veniva effettivamente percepita come una nuova istituzione. Sembra che le autorità romane abbiano riconosciuto le comunità cristiane almeno come “associazioni di culto per i morti”. Fra I e II secolo nella comunità religiosa cristiana nacquero i prodromi della chiesa – ministeri e servizi – perché aumentavano sempre di più i fedeli e l’esigenza di una migliore organizzazione.   La tolleranza Resistendo tenacemente e continuando a proliferare, il cristianesimo delle origini si guadagnò lunghi periodi, se non proprio di assoluta libertà, almeno di tolleranza e possibilità di organizzarsi. Nel frattempo, mentre alcuni cristiani accusavano l’impero di fondarsi su sacrifici a potenze demoniache, ai romani, che erano sempre stati una gente pratica, divenne abbastanza chiaro che i cristiani stessi non facevano strani rituali né complottavano contro l’imperatore.  Nel II secolo, il “periodo d’oro” dell’Impero, come detto i cristiani godevano dello stato di “associazione per il culto dei morti” e furono perseguiti dalla legge solo se venivano accusati di persona in modo esplicito, tramite denunce private, per i reati suddetti di ateismo, lesa maestà o crimini contro la società. Al contrario degli imperatori del I secolo, che avevano trattato con una comunità piccola e poco conosciuta, quelli del II secolo, in genere, riconobbero i diritti dei cristiani ad essere “normali” cittadini, come gli altri. E si adoperarono anche per evitare calunnie palesi, o faziose, da parte di privati facoltosi, oppure inutili linciaggi da parte della popolazione, sempre pronta a facili entusiasmi e a scaricare le proprie paure attraverso capri espiatori.   Un’organizzazione comune: l’ekklesia christiana In seguito alla diffusione e all’accettazione dei pagani presso le comunità paoline, dunque, la nuova religione cominciò ad avere un peso numerico rilevante. Si stima che nel corso del primo secolo gli adepti siano cresciuti fino a circa 150.000. Il culto si stava aprendo sempre più al mondo esterno. Il popolo mischiava il cristianesimo col paganesimo, gli amministratori immettevano usanze romane nel vestiario e nella prassi, gli studiosi cercavano di interpretare i testi sacri attraverso la cultura greca.  Tutto questo rimescolamento diede vita a numerose dispute teologiche. Contro il proliferare delle fazioni, la piccola realtà ebraico-cristiana tendeva gradualmente alla formazione di una vasta rete internazionale, una grande ekklesia, in greco “riunione” o  “assemblea”, che cercasse di stabilire l’organizzazione comune, e la visione unitaria della dottrina e dell’idea stessa che ci si poteva fare della personalità di Cristo.  In seguito alla predicazione di Paolo di Tarso Gesù stava diventando il vero oggetto di culto e questo aspetto iniziava a rendere evidenti le contraddizioni delle credenze monolitiche di chi condannava il politeismo. Fin da subito i responsabili delle varie comunità, i vescovi, e in modo particolare quello di Roma, si preoccuparono di stabilire i precetti che dovevano essere seguiti da tutta la comunità di fedeli. Si voleva che la nuova istituzione restasse unita e fosse una “grande casa” per l’uomo. Le opinioni diverse, che venivano chiamate col termine greco eresis, che vuol dire semplicemente “scelta”, dapprima combattute col dialogo, successivamente furono condannate con sempre maggiore vigore.

Publié dans:COMUNITÀ CRISTIANE PRIMITIVE |on 29 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

Pentecost is inspired by the Acts of the Apostles chapter 2:1-4:

Pentecost is inspired by the Acts of the Apostles chapter 2:1-4: dans immagini sacre Descent+of+the+Holy+Spirit

http://newskete.blogspot.it/2013/06/pentecost-descent-of-holy-spirit.html

Publié dans:immagini sacre |on 28 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

LETTERA ENCICLICA DIVES IN MISERICORDIA DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II SULLA MISERICORDIA DIVINA – (METTO SOLO IL PRIMO CAPITOLO)

http://www.maranatha.it/Testi/GiovPaoloII/Testi6Page.htm

LETTERA ENCICLICA DIVES IN MISERICORDIA DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II SULLA MISERICORDIA DIVINA – (METTO SOLO IL PRIMO CAPITOLO)

Venerati Fratelli, carissimi Figli e Figlie,

salute e Apostolica Benedizione! 

CAPITOLO I CHI VEDE ME, VEDE IL PADRE (cfr Gv 14,9)

1. Rivelazione della misericordia «Dio ricco di misericordia» (Ef2,4) è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l’ha manifestato e fatto conoscere. (Gv1,18) (Eb1,1) Memorabile al riguardo è il momento in cui Filippo, uno dei dodici apostoli, rivolgendosi a Cristo, disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; e Gesù così gli rispose: «Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto…? Chi ha visto me, ha visto il Padre». (Gv14,8) Queste parole furono pronunciate durante il discorso di addio, al termine della cena pasquale, a cui seguirono gli eventi di quei santi giorni durante i quali doveva una volta per sempre trovar conferma il fatto che «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo». (Ef2,4) Seguendo la dottrina del Concilio Vaticano II e aderendo alle particolari necessità dei tempi in cui viviamo, ho dedicato l’enciclica Redemptor hominis alla verità intorno all’uomo, che nella sua pienezza e profondità ci viene rivelata in Cristo. Un’esigenza di non minore importanza, in questi tempi critici e non facili, mi spinge a scoprire nello stesso Cristo ancora una volta il volto del Padre, che è «misericordioso e Dio di ogni consolazione». Si legge infatti nella costituzione Gaudium et spes: «Cristo, che è il nuovo Adamo… svela… pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione»: egli lo fa «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore». Le parole citate attestano chiaramente che la manifestazione dell’uomo, nella piena dignità della sua natura, non può aver luogo senza il riferimento–non soltanto concettuale, ma integralmente esistenziale a Dio. L’uomo e la sua vocazione suprema si svelano in Cristo mediante la rivelazione del mistero del Padre e del suo amore. È per questo che conviene ora volgerci a quel mistero: lo suggeriscono molteplici esperienze della Chiesa e dell’uomo contemporaneo; lo esigono anche le invocazioni di tanti cuori umani, le loro sofferenze e speranze, le loro angosce ed attese. Se è vero che ogni uomo, in un certo senso, è la via della Chiesa, come ho affermato nell’enciclica Redemptor hominis, al tempo stesso il Vangelo e tutta la tradizione ci indicano costantemente che dobbiamo percorrere questa via con ogni uomo cosi come Cristo l’ha tracciata, rivelando in se stesso il Padre e il suo amore. In Gesù Cristo ogni cammino verso l’uomo, quale è stato una volta per sempre assegnato alla Chiesa nel mutevole contesto dei tempi, è simultaneamente un andare incontro al Padre e al suo amore. Il Concilio Vaticano II ha confermato questa verità a misura dei nostri tempi. Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull’uomo, quanto più è, per cosi dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l’antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio. Se dunque nella fase attuale della storia della Chiesa, ci proponiamo come compito preminente di attuare la dottrina del grande Concilio, dobbiamo appunto richiamarci a questo principio con fede, con mente aperta e col cuore. Già nella citata mia enciclica ho cercato di rilevare che l’approfondimento e il multiforme arricchimento della coscienza della Chiesa, frutto del medesimo Concilio, deve aprire più ampiamente il nostro intelletto ed il nostro cuore a Cristo stesso. Oggi desidero dire che l’apertura verso Cristo, che come Redentore del mondo rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso, non può compiersi altrimenti che attraverso un sempre più maturo riferimento al Padre ed al suo amore.

2. Incarnazione della misericordia Dio, che «abita una luce inaccessibile», parla nello stesso tempo all’uomo col linguaggio di tutto il cosmo: «Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità». Questa indiretta e imperfetta conoscenza, opera dell’intelletto che cerca Dio per mezzo delle creature attraverso il mondo visibile, non è ancora «visione del Padre». «Dio nessuno l’ha mai visto», scrive san Giovanni per dar maggior rilievo alla verità secondo cui «proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato». Questa «rivelazione» manifesta Dio nell’insondabile mistero del suo essere –uno e trino– circondato di «luce inaccessibile». Mediante questa «rivelazione» di Cristo, tuttavia, conosciamo Dio innanzitutto nel suo rapporto di amore verso l’uomo: nella sua «filantropia». È proprio qui che «le sue perfezioni invisibili» diventano in modo particolare «visibili», incomparabilmente più visibili che attraverso tutte le altre «opere da lui compiute»: esse diventano visibili in Cristo e per mezzo di Cristo, per il tramite delle sue azioni e parole e, infine, mediante la sua morte in croce e la sua risurrezione. In tal modo, in Cristo e mediante Cristo, diventa anche particolarmente visibile Dio nella sua misericordia, cioè si mette in risalto quell’attributo della divinità che già l’Antico Testamento, valendosi di diversi concetti e termini, ha definito «misericordia». Cristo conferisce a tutta la tradizione veterotestamentaria della misericordia divina un significato definitivo. Non soltanto parla di essa e la spiega con l’uso di similitudini e di parabole, ma soprattutto egli stesso la incarna e la personifca. Egli stesso è, in un certo senso, la misericordia. Per chi la vede in lui –e in lui la trova– Dio diventa particolarmente «visibile» quale Padre «ricco di misericordia». La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone ed ha soggiogato e dominato la terra. Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superfìcialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia. A questo proposito possiamo, tuttavia, rifarci con profitto all’immagine «della condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo» qual è delineata all’inizio della Costituzione Gaudium et spes. Vi leggiamo, tra l’altro, le seguenti frasi: «Stando cosi le cose, il mondo si presenta oggi potente e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio. Inoltre, l’uomo si rende conto che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli». La situazione del mondo contemporaneo manifesta non soltanto trasformazioni tali da far sperare in un futuro migliore dell’uomo sulla terra, ma rivela pure molteplici minacce che oltrepassano di molto quelle finora conosciute. Senza cessare di denunciare tali minacce in diverse circostanze (come negli interventi all’ONU, all’UNESCO, alla FAO ed altrove), la Chiesa deve esaminarle, al tempo stesso, alla luce della verità ricevuta da Dio. Rivelata in Cristo, la verità intorno a Dio «Padre delle misericordie» ci consente di «vederlo» particolarmente vicino all’uomo, soprattutto quando questi soffre, quando viene minacciato nel nucleo stesso della sua esistenza e della sua dignità. Ed è per questo che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio. Essi sono spinti certamente a farlo da Cristo stesso, il quale mediante il suo Spirito opera nell’intimo dei cuori umani. Rivelato da lui, infatti, il mistero di Dio «Padre delle misericordie» diventa, nel contesto delle odierne minacce contro l’uomo, quasi un singolare appello che s’indirizza alla Chiesa. Nella presente enciclica desidero accogliere questo appello; desidero attingere all’eterno ed insieme, per la sua semplicità e profondità, incomparabile linguaggio della rivelazione e della fede, per esprimere proprio con esso ancora una volta dinanzi a Dio ed agli uomini le grandi preoccupazioni del nostro tempo. Infatti, la rivelazione e la fede ci insegnano non tanto a meditare in astratto il mistero di Dio come «Padre delle misericordie», ma a ricorrere a questa stessa misericordia nel nome di Cristo e in unione con lui. Cristo non ha forse detto che il nostro Padre, il quale «vede nel segreto», attende, si direbbe, continuamente che noi, richiamandoci a lui in ogni necessità, scrutiamo sempre il suo mistero: il mistero del Padre e del suo amore? Desidero quindi che queste considerazioni rendano più vicino a tutti tale mistero e diventino, nello stesso tempo, un vibrante appello della Chiesa per la misericordia di cui l’uomo e il mondo contemporaneo hanno tanto bisogno. E ne hanno bisogno anche se sovente non lo sanno.  

COME È POSSIBILE CHE DIO ABBIA CREATO L’UNIVERSO IN SEI GIORNI?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Come-e-possibile-che-Dio-abbia-creato-l-universo-in-sei-giorni

COME È POSSIBILE CHE DIO ABBIA CREATO L’UNIVERSO IN SEI GIORNI?

Ancora una lettera sul racconto biblico della creazione. Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura.

Percorsi: BIBBIA – SCIENZA E TECNICA – SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA Parole chiave: creazione (5) 25/06/2014   Seguo sempre con interesse i dibattiti che riguardano la Scienza e la Fede, entrambe a servizio della Verità, che è Dio. Volevo partire con una domanda, perché sapersi porre le giuste domande è la strada che porta a trovare la verità; per cui chiedo: può Dio aver creato tutto l’universo in soli 6 giorni di 24 ore, ed essersi riposato il settimo? Emanuele Giannetti

Quando leggiamo i primi capitoli della Genesi che cosa ci aspettiamo? La fede e la scienza si interessano degli stessi temi, ma secondo prospettive diverse: la scienza si interessa del «come» dati fenomeni accadono e siano accaduti, la fede al senso e al «perché» . Forse pensiamo che ci sia opposizione fra le due? Pensiamo che la ricerca scientifica sia di ostacolo alla vita di fede o viceversa che la fede limiti la scienza? Siamo d’accordo con l’affermazione di Wittgenstein: «Noi sentiamo che, anche dopo che tutte le proposizioni o domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati». L’evoluzionismo darwiniano e la teoria del big bang hanno costituito nel passato una sfida per la dottrina della Chiesa. Oggi tali ipotesi scientifiche sono comunemente accettate e nessuno legge più letteralmente il testo di Genesi 1, ma si coglie in esso una storia di salvezza. Il creato è cosa di Dio, primo tempio in cui si manifesta l’azione divina. La vita in mezzo al creato deve essere una liturgia continua, un rendimento di grazie attraverso il tempo. La creazione è un atto di potenza e bellezza e armonia. Il protagonista dell’Idiota di Dostoevskij, principe Myskin non risponde esplicitamente, ma il suo atteggiamento  compassionevole, di commozione per le miserie altrui, fa trarre come conseguenza, che la bellezza che salverà il mondo sia l’amore che condivide il dolore. Il termine ebraico tob usato da Genesi 1, indica tanto «bello» quanto «buono». Perché gli ebrei hanno nel primo racconto della creazione parlano di sette giorni? A Babilonia gli ebrei erano venuti a contatto con le tradizioni religiose di quel popolo, al centro del quale c’era la figura principale del Dio di quella città, Marduk. In onore di questo Dio, per la festa del nuovo anno, era composto un poema, che cantando le lodi di Marduk, raccontava le origini del mondo. Questo poema è noto come Enuma elish, E racconta che alle origini del mondo vi fu la lotta di due divinità primordiali, una maschile e l’altra femminile, che fu la madre degli altri dei. Al termine di questa lotta, Marduk sconfigge sua madre e la spezza in due, costruendo con le due metà della dea il firmamento e la terra. Dopo questa battaglia gli dei decidono di creare l’uomo, che viene fatto modellando del fango impastato con il sangue di un Dio ribelle. L’uomo è mescolanza di umano e divino, è creato per essere schiavo degli dei. I sacerdoti ebrei sentono il dovere di rispondere a questa visione del mondo, e creano così il racconto di Genesi 1,1-2,4a , nel quale il Dio di Israele crea da solo, e non deve combattere contro alcuno per creare il mondo. L ’uomo viene creato come essere libero, e non come schiavo degli dei. Dio non crea per necessità, ma per amore; è un testo di grande speranza. Il testo usa lo stesso linguaggio dei babilonesi, linguaggio del mito che l’autore biblico critica. La presenza del numero sette è ricorrente: sette giorni, il primo versetto composto da sette parole, il versetto 2 da 14 (7×2), il termine «Dio» si trova 35 volte (7×5), l’espressione «cielo e terra» 21 volte (7×3). Per sette volte il verbo «creare». Dunque lo schema settenario, sette giorni, è usato dai sacerdoti per esprimere la completezza della creazione che ha il vertice nella creazione dell’uomo il sesto giorno («era cosa molto buona») e il settimo giorno il riposo di Dio al quale l’uomo partecipa ricordando che il primato di ogni opera e attività è di Dio.

Francesco Carensi

Assumption of the Blessed Virgin Mary

Assumption of the Blessed Virgin Mary dans immagini sacre Assumption%20Fra%20Angelico

http://communio.stblogs.org/blessed-virgin-mary/2010/08/

Publié dans:immagini sacre |on 27 octobre, 2015 |Pas de commentaires »
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