Archive pour septembre, 2015

St. Jerome in His Study (1480), by Domenico Ghirlandaio.

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San Girolamo (o Gerolamo) Sacerdote e dottore della Chiesa – 30 settembre

http://www.santiebeati.it/dettaglio/24650

San Girolamo (o Gerolamo) Sacerdote e dottore della Chiesa

30 settembre

Stridone (confine tra Dalmazia e Pannonia), ca. 347 – Betlemme, 420

Fece studi e enciclopedici ma, portato all’ascetismo, si ritirò nel deserto presso Antiochia, vivendo in penitenza. Divenuto sacerdote a patto di conservare la propria indipendenza come monaco, iniziò un’intensa attività letteraria. A Roma collaborò con papa Damaso, e, alla sua morte, tornò a Gerusalemme dove partecipò a numerose controversie per la fede, fondando poco lontano dalla Chiesa della Natività, il monastero in cui morì. Di carattere focoso, soprattutto nei suoi scritti, non fu un mistico e provocò consensi o polemiche, fustigando vizi e ipocrisie. Scrittore infaticabile, grande erudito e ottimo traduttore, a lui si deve la Volgata in latino della Bibbia, a cui aggiunse dei commenti, ancora oggi importanti come quelli sui libri dei Profeti.

Patronato: Archeologi, Bibliotecari, Studiosi
Etimologia: Girolamo = di nome sacro, dal greco
Emblema: Cappello da cardinale, Leone

Martirologio Romano: Memoria di san Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa: nato in Dalmazia, nell’odierna Croazia, uomo di grande cultura letteraria, compì a Roma tutti gli studi e qui fu battezzato; rapito poi dal fascino di una vita di contemplazione, abbracciò la vita ascetica e, recatosi in Oriente, fu ordinato sacerdote. Tornato a Roma, divenne segretario di papa Damaso e, stabilitosi poi a Betlemme di Giuda, si ritirò a vita monastica. Fu dottore insigne nel tradurre e spiegare le Sacre Scritture e fu partecipe in modo mirabile delle varie necessità della Chiesa. Giunto infine a un’età avanzata, riposò in pace.
San Girolamo è un Padre della Chiesa che ha posto al centro della sua vita la Bibbia: l’ha tradotta nella lingua latina, l’ha commentata nelle sue opere, e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il ben noto carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura.
Girolamo nacque a Stridone verso il 347 da una famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l’attrattiva della vita mondana (cfr Ep. 22,7), ma prevalse in lui il desiderio e l’interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica e, recatosi ad Aquileia, si inserì in un gruppo di ferventi cristiani, da lui definito quasi «un coro di beati» (Chron. Ad ann. 374) riunito attorno al Vescovo Valeriano. Partì poi per l’Oriente e visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo (cfr Ep. 14,10), dedicandosi seriamente agli studi. Perfezionò la sua conoscenza del greco, iniziò lo studio dell’ebraico (cfr Ep. 125,12), trascrisse codici e opere patristiche (cfr Ep. 5,2). La meditazione, la solitudine, il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana. Sentì più pungente il peso dei trascorsi giovanili (cfr Ep. 22,7), e avvertì vivamente il contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana: un contrasto reso celebre dalla drammatica e vivace « visione », della quale egli ci ha lasciato il racconto. In essa gli sembrò di essere flagellato al cospetto di Dio, perché «ciceroniano e non cristiano» (cfr Ep. 22,30).

Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico.

Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa, silenziosa testimone della vita terrena di Cristo, poi in Egitto, terra di elezione di molti monaci (cfr Contra Rufinum 3,22; Ep. 108,6-14). Nel 386 si fermò a Betlemme, dove, per la generosità della nobildonna Paola, furono costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i pellegrini che si recavano in Terra Santa, «pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare» (Ep. 108,14). A Betlemme restò fino alla morte, continuando a svolgere un’intensa attività: commentò la Parola di Dio; difese la fede, opponendosi vigorosamente a varie eresie; esortò i monaci alla perfezione; insegnò la cultura classica e cristiana a giovani allievi; accolse con animo pastorale i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Si spense nella sua cella, vicino alla grotta della Natività, il 30 settembre 419/420.

La preparazione letteraria e la vasta erudizione consentirono a Girolamo la revisione e la traduzione di molti testi biblici: un prezioso lavoro per la Chiesa latina e per la cultura occidentale. Sulla base dei testi originali in greco e in ebraico e grazie al confronto con precedenti versioni, egli attuò la revisione dei quattro Vangeli in lingua latina, poi del Salterio e di gran parte dell’Antico Testamento. Tenendo conto dell’originale ebraico e greco, dei Settanta, la classica versione greca dell’Antico Testamento risalente al tempo precristiano, e delle precedenti versioni latine, Girolamo, affiancato poi da altri collaboratori, poté offrire una traduzione migliore: essa costituisce la cosiddetta « Vulgata », il testo « ufficiale » della Chiesa latina, che è stato riconosciuto come tale dal Concilio di Trento e che, dopo la recente revisione, rimane il testo « ufficiale » della Chiesa di lingua latina. E’ interessante rilevare i criteri a cui il grande biblista si attenne nella sua opera di traduttore. Li rivela egli stesso quando afferma di rispettare perfino l’ordine delle parole delle Sacre Scritture, perché in esse, dice, « anche l’ordine delle parole è un mistero » (Ep. 57,5), cioè una rivelazione. Ribadisce inoltre la necessità di ricorrere ai testi originali: «Qualora sorgesse una discussione tra i Latini sul Nuovo Testamento, per le lezioni discordanti dei manoscritti, ricorriamo all’originale, cioè al testo greco, in cui è stato scritto il Nuovo Patto. Allo stesso modo per l’Antico Testamento, se vi sono divergenze tra i testi greci e latini, ci appelliamo al testo originale, l’ebraico; così tutto quello che scaturisce dalla sorgente, lo possiamo ritrovare nei ruscelli» (Ep. 106,2). Girolamo, inoltre, commentò anche parecchi testi biblici. Per lui i commentari devono offrire molteplici opinioni, «in modo che il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri – da accettare o da respingere –, giudichi quale sia il più attendibile e, come un esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa» (Contra Rufinum 1,16).

Confutò con energia e vivacità gli eretici che contestavano la tradizione e la fede della Chiesa. Dimostrò anche l’importanza e la validità della letteratura cristiana, divenuta una vera cultura ormai degna di essere messa confronto con quella classica: lo fece componendo il De viris illustribus, un’opera in cui Girolamo presenta le biografie di oltre un centinaio di autori cristiani. Scrisse pure biografie di monaci, illustrando accanto ad altri itinerari spirituali anche l’ideale monastico; inoltre tradusse varie opere di autori greci. Infine nell’importante Epistolario, un capolavoro della letteratura latina, Girolamo emerge con le sue caratteristiche di uomo colto, di asceta e di guida delle anime.

Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice San Girolamo: « Ignorare le Scritture è ignorare Cristo ». Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev’essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio che si rivolge anche a noi e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna.

E così concludo con una parola di San Girolamo a San Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l’eternità, la vita eterna. Dice San Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).

Autore: Papa Benedetto XVI (Udienza generale 14 Novembre 2007)

 

Con quest’uomo intrattabile hanno un debito enorme la cultura e i cristiani di tutti i tempi. Ha litigato con sprovveduti, dotti, santi e peccatori; fu ammirato e detestato. Ma rimane un benefattore delle intelligenze e la Chiesa lo venera come uno dei suoi padri più grandi. Nato da famiglia ricca, riceve il battesimo a Roma, dove va a studiare. Studierà per tutta la vita, viaggiando dall’Europa all’Oriente con la sua biblioteca di classici antichi, sui quali si è formato. Nel 375, dopo una malattia, Gerolamo passa alla Bibbia, con passione crescente. Studia il greco ad Antiochia; poi, nella solitudine della Calcide (confini della Siria), si dedica all’ebraico. Riceve il sacerdozio ad Antiochia nel 379 e nel 382 è a Roma. Qui, papa Damaso I lo incarica di rivedere il testo di una diffusa versione latina della Scrittura, detta Itala, realizzata non sull’originale ebraico, bensì sulla versione greca detta dei Settanta. A Roma fa anche da guida spirituale a un gruppo di donne della nobiltà. E intanto scaglia attacchi durissimi a ecclesiastici indegni (un avido prelato riceve da lui il nome “Grasso Cappone”).
Alla morte di Damaso I (384), va in Palestina con la famiglia della nobile Paola. Vive in un monastero a Betlemme, scrivendo testi storici, dottrinali, educativi e corrispondendo con gli amici di Roma con immutata veemenza. Perché così è fatto. E poi perché, francamente, troppi ipocriti e furbi inquinano ora la Chiesa, dopo che l’imperatore Teodosio (ca. 346-395) ha fatto del cristianesimo la religione di Stato, penalizzando gli altri culti.
Intanto prosegue il lavoro sulla Bibbia secondo l’incarico di Damaso I. Ma, strada facendo, lo trasforma in un’impresa mai tentata. Sente che per avvicinare l’uomo alla Parola di Dio bisogna andare alla fonte. E così, per la prima volta, traduce direttamente in latino dall’originale ebraico i testi protocanonici dell’Antico Testamento. Lavora sulla pagina e anche sul terreno, come dirà: « Mi sono studiato di percorrere questa provincia (la Giudea) in compagnia di dotti ebrei ». Rivede poi il testo dei Vangeli sui manoscritti greci più antichi e altri libri del Nuovo Testamento. Gli ci vorrebbe più tempo per rifinire e perfezionare l’enorme lavoro. Ma, così come egli lo consegna ai cristiani, esso sarà accolto e usato da tutta la Chiesa: nella Bibbia di tutti, Vulgata, di cui le sue versioni e revisioni sono parte preponderante, la fede è presentata come nessuno aveva fatto prima dell’impetuoso Gerolamo.
E impetuoso rimane, continuando nelle polemiche dottrinali con l’irruenza di sempre, perfino con sant’Agostino, che invece gli risponde con grande amabilità. I suoi difetti restano, e la grandezza della sua opera pure. Gli ultimi suoi anni sono rattristati dalla morte di molti amici, e dal sacco di Roma compiuto da Alarico nel 410: un evento che angoscia la sua vecchiaia.

Autore: Domenico Agasso 

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LA BIBBIA NELLA VITA DEL CRISTIANO

http://digilander.libero.it/rinnovamento/documenti/cate_009.htm

LA BIBBIA NELLA VITA DEL CRISTIANO

« Per conoscere la vera identità di Cristo, occorre che i cristiani, tornino con rinnovato interesse alla Bibbia » (Tertio millennio adveniente, 40).
Alla Bibbia non ci si può accostare con un qualsiasi tipo di lettura, magari quello adatto per un romanzo o per un trattato scientifico. E questo per diverse ragioni. La Bibbia non è stata scritta da un solo autore, ma è nata dalla vita millenaria di un popolo; e non è un solo libro, ma la biblioteca religiosa di quel popolo. In essa c’è dunque una molteplicità di voci e di esperienze, ed è inevitabile che a prima vista se ne ricavi una impressione di frammentarietà e persino di caos, di incoerenza e di contraddizioni, e che tutto ciò scoraggi dal proseguirne la lettura.
Se la Bibbia testimonia e attua l’incontro del Padre con i suoi figli (cf. Dei Verbum, 21), allora è necessario che conosciamo e percorriamo la stessa via su cui Dio ci viene incontro. La Chiesa, che ha il senso di Dio e dunque delle Scritture divine, propone un percorso: indica i passi giusti da fare; ricorda che esso è fatto di conoscenza, preghiera ed esperienza; suggerisce vie, forme, luoghi e modi privilegiati in cui questo incontro può avvenire.
Scopo dell’incontro con la Bibbia è rafforzare la fede, nutrire la preghiera. Dare luce alla vita dei credenti. Il conseguimento di questi obiettivi non è però automatico né istintivo: dipende dalla corretta comprensione del testo.
Il Padre incontra i suoi figli non per dare notizie sul passato, ma per annunciare qualcosa che li riguarda, che tratta di loro. È una logica intrinseca alla fede, per cui lo Spirito del Signore rende la sua parola contemporanea ad ogni uomo capace di interpellarlo.
In concreto questo processo interpretativo richiede dal lettore che si accosta alla Bibbia tre convinzioni:
non basta riconoscere la verità di un testo: occorre saperne verificare il significato e il valore per la vita; in altre parole, attualizzare è indispensabile;
ciò esige un accostamento tanto interessato, attento e appassionato, quanto aperto e leale nell’ascolto, senza pregiudizi ideologici;
per un credente il processo ermeneutico ha il suo compimento non nel puro sapere su Dio o sui valori, ma nel riconoscere che ciò che il testo comunica è una parola per lui oggi, da accogliere nella fede, comprendendola nel grande progetto di Dio grazie alla mediazione della Chiesa.
Per la fede l’incontro con la Bibbia non conduce solo a vedere dei frammenti su Dio, ma a vedere Dio in tutti i frammenti. Questa lettura della Bibbia viene chiamata lettura « spirituale » o cristiana », perché avviene nella luce dello Spirito del Signore morto e risorto, cioè nel nuovo contesto della storia della salvezza rivelato dalla Pasqua di Gesù.
L’esperienza ci dice che varie sono le vie con cui noi possiamo accostarci al testo sacro. Vi è la via personale e quella di gruppo, di un’intera comunità. Si possono distinguere diverse forme di accostamento: quelle all’interno di un’azione ecclesiale, come la liturgia e la catechesi, e quelle dirette, come la « lectio divina » e il gruppo biblico.
Quella liturgica è la lettura che la Chiesa nella storia millenaria non ha mai cessato un solo giorno di fare, con una frequenza almeno settimanale. È questa lettura che con più urgenza è necessario imparare a svolgere correttamente e fruttuosamente. La prima cosa da dire al riguardo è che, quando si legge la Bibbia nella liturgia non si studia, ma si prega, si nutrono la propria fede e la propria vita di discepoli del Signore. È celebrazione della parola di Dio. Lo studio dei testi biblici proclamati nella liturgia va dunque fatto prima, come preparazione, o dopo come approfondimento, perché la preghiera e la celebrazione liturgica siano più consapevoli e più ricche.
Complementare alla preghiera liturgica è la preghiera personale e, allo stesso modo, la lettura personale della Bibbia è complementare a quella liturgica, perché la prepara o perché la prolunga. Senza preghiera e senza lettura biblica personale la liturgia rischia di ridursi a rito formalistico, perché ci si presenta ad essa senza la conveniente ricchezza interiore.
L’antico metodo della lectio divina torna ad essere praticato da singoli, gruppi e famiglie religiose. La lectio divina è sorta nella vita monastica medioevale e guida alla lettura biblica personale in quattro successivi momenti: la lettura (lectio), la meditazione (meditatio), la preghiera (oratio), e la contemplazione (contemplazio).
Il testo deve essere letto e riletto in vista della sua comprensione e della familiarizzazione con il suo contenuto e i suoi protagonisti.

LECTIO: Eb 4, 12 – 13
« Infatti la Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto. »
Con Paolo e Giovanni, l’Autore della Lettera agli Ebrei (su suggerimento di Lutero si ritiene si tratti di Apollo, il giudeo di Alessandria che fu convertito a Corinto: At 18,24-28; 1 Cor 1,12; 3,4-6 ecc.), è uno dei tre grandi teologi del N.T. Nella lettera agli Ebrei (una data anteriore al 70 viene ritenuta probabile dagli studiosi), si è di fronte ad una teologia nel suo farsi, si vede l’autore costruire la propria argomentazione sul significato della morte di Cristo. Due le linee forza di questo scritto: 1) il sacerdozio di Cristo; 2) la risposta pratica e serrata a chi sta per lasciare la fede cristiana. L’effetto del grande capitolo sulla fede (c.11), che culmina nell’esortazione di 12,1-2, è irresistibile. Ad individuare l’architettura letteraria di questo « discorso di esortazione », Albert Vanhoye ne ha tracciato una mappa minuziosa, simile ad una cattedrale gotica, in cui a ogni guglia corrisponde un’altra dal lato opposto, le cui navate sono sorrette da filari di colonne parallele, in cui la centralità dell’abside (Cristo) crea infinite simmetrie verticali ed orizzontali (Parola, Sacerdozio, Vita cristiana ecc. ).
La via della perfezione: nei primi 2 capitoli della lettera l’autore ha esposto i principi fondamentali del suo comprendere la persona e l’opera di Cristo. Ciò costituisce il fondamento della sua esposizione dell’efficacia perdurante della morte espiatrice di Gesù, che per i suoi lettori rappresenta il punto cruciale da capire. Ma prima di arrivare qui, nei cap. 3 e 4 egli spiega lo scopo della vita cristiana, che consiste nella partecipazione al compimento del disegno salvifico divino. Questi 2 capitoli allora da un lato offrono il contesto più ampio di che cosa significhi essere discepoli di Cristo, entro cui è sorto il problema dei destinatari dello scritto, dall’altro consentono di rendere più forte il rimprovero ai lettori, rimprovero che emerge fortissimo in 4,11-13 e sottintende che i lettori siano « soggetti a cadere nello stesso tipo di disubbidienza » degli israeliti nel deserto. Ma ciò rende solo più attinente l’argomento cristologico secondo il quale « Cristo è in grado di venire in aiuto a quelli che vengono tentati » (2,18). La Lettera è alle prese con un delicato problema pastorale: i lettori (molti esegeti ritengono si tratti di giudeo-cristiani o addirittura di sacerdoti ebrei convertiti al cristianesimo: At 6,7), non sono dei disubbidienti pervicaci e insolenti, ma hanno la coscienza turbata, sono pronti a chiedere aiuto altrove (comunità giudaica) per capire e vivere la loro fede. I capitoli 3° e 4° dunque mettono in primo piano l’efficacia della fede e della fedeltà, che si basa sulla Parola di Dio, definita viva, trasmessa prima dai Profeti e in ultimo dal Figlio di Dio. Essa è necessaria per entrare nel « riposo sabbatico del popolo di Dio » (4,9). È questa Parola che giudica i sentimenti del cuore umano nella sua ricerca del « riposo » divino. Il ricorso al Sal 95 nei cap. 3-4 mostra il popolo peregrinante nel deserto come il termine medio tra i giudei e i cristiani del tempo dell’autore. Ritornare alla pratica giudaica equivale a vivere come se la nuova alleanza non fosse ancora portata all’esistenza.
Ebrei non incomincia come una lettera, ma come una predica, appartiene dunque al genere del discorso, non a quello della lettera. In questa esortazione contro la mancanza di fede (3,7-4,14) si colloca il nostro passo sulla forza della Parola. Essa deve essere ascoltata, perché è conoscenza di Cristo stesso, il « fedele », colui che è « degno di fede » (2,17; 3,2). Tutti debbono dunque ascoltarla (lunga esortazione: 3,7-4,14).
Siamo, dice Gianfranco Ravasi a proposito di Ebrei, in presenza di un albero che è compatto nella sua radice-tronco-chioma, ma rivela infinite ramificazioni. Ci accontenteremo di selezionarne una soltanto: la radice della Parola divina, che il « nostro predicatore » continuamente fa emergere nei suoi tessuti di citazioni bibliche e che trova la sua formula proprio in queste espressioni di 4,12. Essa è la radice che permette di capire il tronco del discorso del nostro autore, Cristo, grandioso nel suo incedere sacerdotale, iniziatore e perfezionatore della fede. La Parola è il ponte tra l’umanità e Cristo. Questa parola vivente, efficace, è distinta dal Verbo di Dio di cui Ebrei afferma che giudica i pensieri e le intenzioni.

MEDITATIO:
La Parola di Dio
Dio si è rivelato attraverso la parola predicata o proclamata da uomini scelti da lui, e attraverso la parola scritta perché possa risuonare in ogni tempo come fosse la prima volta. Il cristiano alla mensa della vita si nutre della parola e del corpo di Cristo per entrare nella Bibbia, abitarvi, meditarla, pregarla.
Il credente quando legge la sacra Scrittura deve saper andare al di là delle parole che legge per concentrare l’attenzione su Dio Padre che gli sta parlando per mezzo del suo Figlio e nello Spirito Santo. Questo atteggiamento di fede fa della lettura cristiana della Bibbia un autentico dialogo spirituale.
Quando leggiamo o ascoltiamo la lettura dei libri sacri dobbiamo renderci conto che stiamo davvero ascoltando la Parola del Dio vivente. Se non prestiamo attenzione a questo aspetto del nostro contatto della Bibbia rischiamo di perderci o in uno studio o in una riflessione erudita sull’interpretazione dei testi biblici, collezionando molte conoscenze senza tuttavia alimentare la nostra fede.
La nostra lettura deve essere assidua e frequente perché « l’ignoranza delle Scritture è ignoranza del Cristo.

È viva ed efficace
La Parola è sempre provocazione, è spada, è pioggia fecondatrice, è rivelazione.
La misura della nostra autentica comprensione ed accettazione della Parola è visibile soprattutto nella forza di provocazione che genera spingendoci a scoprire ciò che manca, nella nostra vita, per essere veri cristiani.
Noi preferiremmo una Parola spenta, decorativa, oggetto semplicemente di studio e di possesso: una Parola che rimanga depositata in superficie. Invece è una Parola « viva, efficace ». È lei che ci studia! Noi siamo portati a esaminarla. Invece è lei che ci scruta.
Quando meditiamo la Parola a volte sembra che vogliamo cullarla per addormentarla, controllarla, tenerla a bada, renderla praticamente inoffensiva; ma non è lecito neutralizzare quella Parola che è « più tagliente di ogni spada a doppio taglio ».
Dobbiamo, invece che addormentarla, chiederle di svegliarci; permetterle di penetrare nelle profondità del nostro essere, « fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giuntura e delle midolla », consentirle di giudicare il nostro interno, esplorare i nostri limiti e le nostre miserie, mettere a nudo le nostre ipocrisie e contraddizioni, farci prendere coscienza delle nostre responsabilità.
La Parola non ci abbellisce, ma ci spoglia impietosamente; non possiamo servirci della Parola per camuffarci, essa, al contrario, ha il compito di metterci allo scoperto, di esporci.

ORATIO:
C. Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino.
T. La tua Parola – hai detto – è lampada ai miei passi e luce al mio sentiero.
C. Il seme seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi da frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta.
T. La tua Parola – hai detto – è seme che fruttifica quando il cuore è un terreno libero e buono.
C. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca.
T. La tua Parola – hai detto – è come pioggia o neve che irrora e fa germogliare e non ritorna al Padre senza compiere quello per cui fu mandata.
C. Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio.
T. La tua Parola – hai detto – è spada affilata che penetra nel profondo e lacera per guarire.

Publié dans:LA BIBBIA PER I CRISTIANI |on 30 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Dalle « Omelie » di san Basilio Magno : Chi si gloria si glori nel Signore

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.htm 

Dalle « Omelie » di san Basilio Magno, vescovo
(Om. 20 sull’umiltà, c. 3; PG 31,530-531)
Chi si gloria si glori nel Signore

Il sapiente non si glori della sua sapienza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze (cfr. Ger 9,22-23). Ma allora qual è la vera gloria, e in che cosa è grande l’uomo? Dice la Scrittura: In questo si glori colui che si gloria: se conosce e capisce che io sono il Signore.
La grandezza dell’uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel conoscere ciò che è veramente grande, nell’attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore della gloria. Dice infatti l’Apostolo: « Colui che si gloria, si glori nel Signore » e lo dice nel seguente contesto: « Cristo è stato costituito da Dio per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, affinché come sta scritto: Chi si gloria si glori nel Signore » (1Cor 1,31). Il perfetto e pieno gloriarsi in Dio, si verifica quando uno non si esalta per la sua giustizia, ma sa di essere destituito della vera giustizia e comprende di essere stato giustificato nella sola fede in Cristo. E proprio in questo si gloria Paolo, il quale disprezza la propria giustizia, e cerca quella che viene da Dio per mezzo di Gesù Cristo cioè la giustizia nella fede. Conosce lui e la potenza della sua risurrezione, partecipa alle sue sofferenze, è reso conforme alla morte di lui per arrivare in quanto possibile alla risurrezione dai morti.
Cade ogni alterigia e ogni superbia. Niente ti è rimasto su cui poterti gloriare, o uomo, poiché la tua gloria e la tua speranza sono situate in lui, perché sia mortificato tutto quello che è tuo e tu possa ricercare la vita futura in Cristo. Abbiamo già le primizie di quella vita, ci troviamo già in essa e viviamo ormai del tutto nella grazia e nel dono di Dio. Dio è lui « che suscita in noi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni » (Fil 2,13).
È ancora Dio che, per mezzo del suo Spirito, rivela la sua sapienza destinata alla nostra gloria.
Dio ci dà la forza e il vigore nelle fatiche. « Ho faticato più di tutti loro » dice Paolo: « non io però, ma la grazia di Dio che è con me » (1Cor 15,10).
Dio scampa dai pericoli al di là di ogni speranza umana. « Noi », dice, « abbiamo ricevuto su di noi la sentenza di morte, per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte egli ci ha liberati e ci libererà per la speranza che abbiamo riposto in lui che ci libererà ancora » (2Cor 1,10).

Lamb of God, Ravenna (6th Century) – from the dome of a church

Lamb of God, Ravenna (6th Century) - from the dome of a church dans immagini sacre

https://iconreader.wordpress.com/2011/10/17/the-lamb-of-god-in-orthodoxy-a-history-in-icons/

Publié dans:immagini sacre |on 29 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO, MESSAGGIO – I BAMBINI E I MEZZI DI COMUNICAZIONE: UNA SFIDA PER L’EDUCAZIONE (2007)

http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1748

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA 41a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI , 24.01.2007

I BAMBINI E I MEZZI DI COMUNICAZIONE: UNA SFIDA PER L’EDUCAZIONE

Cari Fratelli e Sorelle,

1. Il tema della 41ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, « I bambini e i mezzi di comunicazione: una sfida per l’educazione », ci invita a riflettere su due aspetti che sono di particolare rilevanza. Uno è la formazione dei bambini. L’altro, forse meno ovvio ma non meno importante, è la formazione dei media.

Le complesse sfide che l’educazione contemporanea deve affrontare sono spesso collegate alla diffusa influenza dei media nel nostro mondo. Come aspetto del fenomeno della globalizzazione e facilitati dal rapido sviluppo della tecnologia, i media delineano fortemente l’ambiente culturale (cf. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Il rapido sviluppo, 3). In verità, vi è chi afferma che l’influenza formativa dei media è in competizione con quella della scuola, della Chiesa e, forse, addirittura con quella della famiglia. « Per molte persone, la realtà corrisponde a ciò che i media definiscono come tale » (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Aetatis novae, 4).

2. Il rapporto tra bambini, media ed educazione può essere considerato da due prospettive: la formazione dei bambini da parte dei media e la formazione dei bambini per rispondere in modo appropriato ai media. Emerge una specie di reciprocità che punta alle responsabilità dei media come industria e al bisogno di una partecipazione attiva e critica da parte dei lettori, degli spettatori e degli ascoltatori. Dentro questo contesto, l’adeguata formazione ad un uso corretto dei media è essenziale per lo sviluppo culturale, morale e spirituale dei bambini.

In che modo questo bene comune deve essere protetto e promosso? Educare i bambini ad essere selettivi nell’uso dei media è responsabilità dei genitori, della Chiesa e della scuola. Il ruolo dei genitori è di primaria importanza. Essi hanno il diritto e il dovere di garantire un uso prudente dei media, formando la coscienza dei loro bambini affinché siano in grado di esprimere giudizi validi e obiettivi che li guideranno nello scegliere o rifiutare i programmi proposti (cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 76). Nel fare questo, i genitori dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti dalla scuola e dalla parrocchia, nella certezza che questo difficile, sebbene gratificante, aspetto dell’essere genitori è sostenuto dall’intera comunità.

L’educazione ai media dovrebbe essere positiva. Ponendo i bambini di fronte a quello che è esteticamente e moralmente eccellente, essi vengono aiutati a sviluppare la propria opinione, la prudenza e la capacità di discernimento. È qui importante riconoscere il valore fondamentale dell’esempio dei genitori e i vantaggi nell’introdurre i giovani ai classici della letteratura infantile, alle belle arti e alla musica nobile. Mentre la letteratura popolare avrà sempre il proprio posto nella cultura, la tentazione di far sensazione non dovrebbe essere passivamente accettata nei luoghi di insegnamento. La bellezza, quasi specchio del divino, ispira e vivifica i cuori e le menti giovanili, mentre la bruttezza e la volgarità hanno un impatto deprimente sugli atteggiamenti ed i comportamenti.

Come l’educazione in generale, quella ai media richiede formazione nell’esercizio della libertà. Si tratta di una responsabilità impegnativa. Troppo spesso la libertà è presentata come un’instancabile ricerca del piacere o di nuove esperienze. Questa è una condanna, non una liberazione! La vera libertà non condannerebbe mai un individuo – soprattutto un bambino – all’insaziabile ricerca della novità. Alla luce della verità, l’autentica libertà viene sperimentata come una risposta definitiva al « sì » di Dio all’umanità, chiamandoci a scegliere, non indiscriminatamente ma deliberatamente, tutto quello che è buono, vero e bello. I genitori sono i guardiani di questa libertà e, dando gradualmente una maggiore libertà ai loro bambini, li introducono alla profonda gioia della vita (cf. Discorso al V Incontro Mondiale delle Famiglie, Valencia, 8 Luglio 2006).

3. Questo desiderio profondamente sentito di genitori ed insegnanti di educare i bambini nella via della bellezza, della verità e della bontà può essere sostenuto dall’industria dei media solo nella misura in cui promuove la dignità fondamentale dell’essere umano, il vero valore del matrimonio e della vita familiare, le conquiste positive ed i traguardi dell’umanità. Da qui, la necessità che i media siano impegnati nell’effettiva formazione e nel rispetto dell’etica viene visto con particolare interesse ed urgenza non solo dai genitori, ma anche da coloro che hanno un senso di responsabilità civica.

Mentre si afferma che molti operatori dei media vogliono fare quello che è giusto (cf. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle comunicazioni sociali, 4), occorre riconoscere che quanti lavorano in questo settore si confrontano con « pressioni psicologiche e dilemmi etici speciali » (Aetatis novae, 19) che a volte vedono la competitività commerciale costringere i comunicatori ad abbassare gli standard. Ogni tendenza a produrre programmi – compresi film d’animazione e video games – che in nome del divertimento esaltano la violenza, riflettono comportamenti anti-sociali o volgarizzano la sessualità umana, è perversione, ancor di più quando questi programmi sono rivolti a bambini e adolescenti. Come spiegare questo « divertimento » agli innumerevoli giovani innocenti che sono nella realtà vittime della violenza, dello sfruttamento e dell’abuso? A tale proposito, tutti dovrebbero riflettere sul contrasto tra Cristo che « prendendoli fra le braccia (i bambini) e imponendo loro le mani li benediceva » (Mc 10,16) e quello che chi scandalizza uno di questi piccoli per lui « è meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino » (Lc 17,2). Faccio nuovamente appello ai responsabili dell’industria dei media, affinché formino ed incoraggino i produttori a salvaguardare il bene comune, a sostenere la verità, a proteggere la dignità umana individuale e a promuovere il rispetto per le necessità della famiglia.

4. La Chiesa stessa, alla luce del messaggio della salvezza che le è stato affidato, è anche maestra di umanità e vede con favore l’opportunità di offrire assistenza ai genitori, agli educatori, ai comunicatori ed ai giovani. Le parrocchie ed i programmi delle scuole oggi dovrebbero essere all’avanguardia per quanto riguarda l’educazione ai media. Soprattutto, la Chiesa vuole condividere una visione in cui la dignità umana sia il centro di ogni valida comunicazione. « Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno » (Deus caritas est, 18).

Dal Vaticano, 24 gennaio 2007, Festa di San Francesco di Sales.

BENEDICTUS PP. XVI

Publié dans:BAMBINI, PAPA BENEDETTO - MESSAGGI |on 29 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

LETTERA ENCICLICA DIVES IN MISERICORDIA – GIOVANNI PAOLO II – CAPITOLO I CHI VEDE ME, VEDE IL PADRE (cfr Gv 14,9)

http://www.maranatha.it/Testi/GiovPaoloII/Testi6Page.htm

LETTERA ENCICLICA DIVES IN MISERICORDIA DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II
SULLA MISERICORDIA DIVINA – (METTO SOLO IL PRIMO CAPITOLO)

Venerati Fratelli, carissimi Figli e Figlie,

salute e Apostolica Benedizione!

CAPITOLO I
CHI VEDE ME, VEDE IL PADRE
(cfr Gv 14,9)

1. Rivelazione della misericordia
«Dio ricco di misericordia» (Ef2,4) è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l’ha manifestato e fatto conoscere. (Gv1,18) (Eb1,1) Memorabile al riguardo è il momento in cui Filippo, uno dei dodici apostoli, rivolgendosi a Cristo, disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; e Gesù così gli rispose: «Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto…? Chi ha visto me, ha visto il Padre». (Gv14,8) Queste parole furono pronunciate durante il discorso di addio, al termine della cena pasquale, a cui seguirono gli eventi di quei santi giorni durante i quali doveva una volta per sempre trovar conferma il fatto che «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo». (Ef2,4)
Seguendo la dottrina del Concilio Vaticano II e aderendo alle particolari necessità dei tempi in cui viviamo, ho dedicato l’enciclica Redemptor hominis alla verità intorno all’uomo, che nella sua pienezza e profondità ci viene rivelata in Cristo. Un’esigenza di non minore importanza, in questi tempi critici e non facili, mi spinge a scoprire nello stesso Cristo ancora una volta il volto del Padre, che è «misericordioso e Dio di ogni consolazione». Si legge infatti nella costituzione Gaudium et spes: «Cristo, che è il nuovo Adamo… svela… pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione»: egli lo fa «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore». Le parole citate attestano chiaramente che la manifestazione dell’uomo, nella piena dignità della sua natura, non può aver luogo senza il riferimento–non soltanto concettuale, ma integralmente esistenziale a Dio. L’uomo e la sua vocazione suprema si svelano in Cristo mediante la rivelazione del mistero del Padre e del suo amore.
È per questo che conviene ora volgerci a quel mistero: lo suggeriscono molteplici esperienze della Chiesa e dell’uomo contemporaneo; lo esigono anche le invocazioni di tanti cuori umani, le loro sofferenze e speranze, le loro angosce ed attese. Se è vero che ogni uomo, in un certo senso, è la via della Chiesa, come ho affermato nell’enciclica Redemptor hominis, al tempo stesso il Vangelo e tutta la tradizione ci indicano costantemente che dobbiamo percorrere questa via con ogni uomo cosi come Cristo l’ha tracciata, rivelando in se stesso il Padre e il suo amore. In Gesù Cristo ogni cammino verso l’uomo, quale è stato una volta per sempre assegnato alla Chiesa nel mutevole contesto dei tempi, è simultaneamente un andare incontro al Padre e al suo amore. Il Concilio Vaticano II ha confermato questa verità a misura dei nostri tempi.
Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull’uomo, quanto più è, per cosi dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l’antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio. Se dunque nella fase attuale della storia della Chiesa, ci proponiamo come compito preminente di attuare la dottrina del grande Concilio, dobbiamo appunto richiamarci a questo principio con fede, con mente aperta e col cuore. Già nella citata mia enciclica ho cercato di rilevare che l’approfondimento e il multiforme arricchimento della coscienza della Chiesa, frutto del medesimo Concilio, deve aprire più ampiamente il nostro intelletto ed il nostro cuore a Cristo stesso. Oggi desidero dire che l’apertura verso Cristo, che come Redentore del mondo rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso, non può compiersi altrimenti che attraverso un sempre più maturo riferimento al Padre ed al suo amore.

2. Incarnazione della misericordia
Dio, che «abita una luce inaccessibile», parla nello stesso tempo all’uomo col linguaggio di tutto il cosmo: «Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità». Questa indiretta e imperfetta conoscenza, opera dell’intelletto che cerca Dio per mezzo delle creature attraverso il mondo visibile, non è ancora «visione del Padre». «Dio nessuno l’ha mai visto», scrive san Giovanni per dar maggior rilievo alla verità secondo cui «proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato». Questa «rivelazione» manifesta Dio nell’insondabile mistero del suo essere –uno e trino– circondato di «luce inaccessibile». Mediante questa «rivelazione» di Cristo, tuttavia, conosciamo Dio innanzitutto nel suo rapporto di amore verso l’uomo: nella sua «filantropia». È proprio qui che «le sue perfezioni invisibili» diventano in modo particolare «visibili», incomparabilmente più visibili che attraverso tutte le altre «opere da lui compiute»: esse diventano visibili in Cristo e per mezzo di Cristo, per il tramite delle sue azioni e parole e, infine, mediante la sua morte in croce e la sua risurrezione.
In tal modo, in Cristo e mediante Cristo, diventa anche particolarmente visibile Dio nella sua misericordia, cioè si mette in risalto quell’attributo della divinità che già l’Antico Testamento, valendosi di diversi concetti e termini, ha definito «misericordia». Cristo conferisce a tutta la tradizione veterotestamentaria della misericordia divina un significato definitivo. Non soltanto parla di essa e la spiega con l’uso di similitudini e di parabole, ma soprattutto egli stesso la incarna e la personifca. Egli stesso è, in un certo senso, la misericordia. Per chi la vede in lui –e in lui la trova– Dio diventa particolarmente «visibile» quale Padre «ricco di misericordia».
La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone ed ha soggiogato e dominato la terra. Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superfìcialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia. A questo proposito possiamo, tuttavia, rifarci con profitto all’immagine «della condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo» qual è delineata all’inizio della Costituzione Gaudium et spes. Vi leggiamo, tra l’altro, le seguenti frasi: «Stando cosi le cose, il mondo si presenta oggi potente e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio. Inoltre, l’uomo si rende conto che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli».
La situazione del mondo contemporaneo manifesta non soltanto trasformazioni tali da far sperare in un futuro migliore dell’uomo sulla terra, ma rivela pure molteplici minacce che oltrepassano di molto quelle finora conosciute. Senza cessare di denunciare tali minacce in diverse circostanze (come negli interventi all’ONU, all’UNESCO, alla FAO ed altrove), la Chiesa deve esaminarle, al tempo stesso, alla luce della verità ricevuta da Dio.
Rivelata in Cristo, la verità intorno a Dio «Padre delle misericordie» ci consente di «vederlo» particolarmente vicino all’uomo, soprattutto quando questi soffre, quando viene minacciato nel nucleo stesso della sua esistenza e della sua dignità. Ed è per questo che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio. Essi sono spinti certamente a farlo da Cristo stesso, il quale mediante il suo Spirito opera nell’intimo dei cuori umani. Rivelato da lui, infatti, il mistero di Dio «Padre delle misericordie» diventa, nel contesto delle odierne minacce contro l’uomo, quasi un singolare appello che s’indirizza alla Chiesa.
Nella presente enciclica desidero accogliere questo appello; desidero attingere all’eterno ed insieme, per la sua semplicità e profondità, incomparabile linguaggio della rivelazione e della fede, per esprimere proprio con esso ancora una volta dinanzi a Dio ed agli uomini le grandi preoccupazioni del nostro tempo.
Infatti, la rivelazione e la fede ci insegnano non tanto a meditare in astratto il mistero di Dio come «Padre delle misericordie», ma a ricorrere a questa stessa misericordia nel nome di Cristo e in unione con lui. Cristo non ha forse detto che il nostro Padre, il quale «vede nel segreto», attende, si direbbe, continuamente che noi, richiamandoci a lui in ogni necessità, scrutiamo sempre il suo mistero: il mistero del Padre e del suo amore? Desidero quindi che queste considerazioni rendano più vicino a tutti tale mistero e diventino, nello stesso tempo, un vibrante appello della Chiesa per la misericordia di cui l’uomo e il mondo contemporaneo hanno tanto bisogno. E ne hanno bisogno anche se sovente non lo sanno.

Gli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele – domani è il mio onomastico

Gli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele - domani è il mio onomastico dans immagini sacre arcangeli

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ARCANGELO GABRIELE

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ARCANGELO GABRIELE

L’Arcangelo Gabriele viene anche chiamato « Eroe di Dio », ed è a capo degli ambasciatori per l’umanità, nonché l’Angelo della Rivelazione. Maestoso, abbigliato di ricche vesti, dell’iconografia cristiana è spesso ritratto in
ginocchio di fronte alla Madonna con le braccia incrociate sul petto o con in mano una pergamena, uno scettro o un giglio. Gabriele è anche il messaggero di buone nuove. Nella tradizione giudaica era l’Angelo del Giudizio, ma sotto il cristianesimo divenne l’Angelo della Misericordia. Questo dolcissimo Arcangelo Gabriele ha sempre avuto nell’ambito delle Sacre Scritture, compreso il Corano, il compito di annunciatore, messaggero, di divulgatore nei confronti dell’umanità bisognosa della Parola di Dio. Il suo compito è quello di portare messaggi di Dio agli uomini e annunciare il verificarsi di grandi eventi soprattutto legati alla nascita di persone non comuni. La più famosa apparizione dell’Arcangelo Gabriele è quella alla Vergine Maria per comunicarle la nascita di Gesù. Il suo nome significa « Dio è forte », ed è l’arcangelo della speranza e della rivelazione, la voce di Dio che porta buone notizie. Come apparve alla
Madonna per ricordarle la sua missione e come ispirò Giovanna d’Arco, così, quando saremo pronti, Gabriele ci annuncerà gli obiettivi principali del nostro destino spirituale. L’Arcangelo Gabriele ha sempre avuto nell’ambito delle Sacre Scritture, compreso il Corano, il compito di annunciatore, messaggero, divulgatore della Parola di Dio nei confronti dell’umanità; egli si manifesta in prevalenza per annunciare l’incarnazione e la nascita di fanciulli molto
speciali… Il suo ruolo è particolarmente legato alla sfera della maternità. Le nascite annunciate da Gabriele non sono mai comuni, avverranno sempre in un ambito di prodigio, e i bambini che nasceranno avranno dinanzi a sé un grande compito da svolgere. Gabriel appare ad Abramo per annunciargli che sua moglie Sara, ormai avanti negli anni e ritenuta sterile, gli darà il figlio che ha atteso invano per tutta la sua giovinezza e che, da questo figlio, nascerà un popolo eletto. Gabriele torna sulla Terra secoli dopo, per annunciare ad una giovane vergine la nascita di un figlio che
avrà nome Gesù, una nascita destinata a cambiare la storia dell’umanità, attesa e profetizzata da tutte le Sacre Scritture dei secoli precedenti. Nello stesso periodo, Gabriele appare a Zaccaria, sacerdote del Tempio e marito
di Elisabetta, cugina di Maria. Anche Elisabetta è avanti negli anni e sterile ed anche Zaccaria, pur avendo visto coi suoi occhi l’Angelo, stenta a credere a questa paternità annunciata. Oltre al ruolo di annunciatore, Gabriele pare
avere anche un compito importante nella protezione dei fanciulli « speciali » che ha accompagnato dal cielo al ventre delle madri. Ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare il piccolo Isacco. Fa sgorgare l’acqua per dissetare il piccolo Ismaele. Da tutto questo, Gabriele può essere ben definito come il custode della creatività espressa in tutti i campi dello scibile: è colui che apre la mente dell’uomo alla comprensione del genio e della bellezza, colui che fa appunto « concepire » le idee, poiché a lui attiene tutto quanto concerne il concepimento, sia sui piani fisici che su quelli puramente astratti. Gabriel, dunque, agendo attraverso le Legioni dei suoi Angeli, estende il suo dominio su tutto quanto concerne la creazione fisica e spirituale di un nuovo Essere, accompagnandolo lungo il viaggio verso
l’incarnazione. L’Arcangelo Gabriele e i suoi otto Angeli sono consacrati ad attività di fecondazione e cristallizzazione (ovvero, pietrificazione). Gabriele infatti concentra la totalità degli impulsi provenienti da tutti gli altri Arcangeli
per convertirli in immagini all’interno degli umani. Tali pulsioni vengono integrate all’organismo umano grazie a particolari centri ricettivi che, nella terminologia induista, prendono il nome di chakra (« ruota »). La porzione
delle energie che viene da noi incorporata si tramuta in atti, in azioni. Né si tratta di azioni indefinite: al contrario, esse corrispondono, alla lettera, alla potenzialità specifica dell’energia ricevuta. In pratica, nel momento in cui
le sue energie penetrano in noi, l’Arcangelo Gabriele esplica sulle nostre persone un potere coercitivo. Non si tratta tuttavia di una fatalità che ci costringe ad agire contro la nostra volontà: infatti tali immagini altro non sono che lo stadio conclusivo di un lungo processo di elaborazione dei nostri sentimenti, dei nostri sensi, delle nostre idee. Inoltre, quando le energie penetrano nel nostro organismo, prossime alla realizzazione a livello fisico, la persona può avere coscienza di tale immagine ricevuta e comprendere all’istante la lezione che l’esperienza da vivere le insegnerebbe. Dunque, gli Angeli hanno facoltà di far salire verso l’Arcangelo la lezione già appresa, senza bisogno che questa sia vissuta. A sua volta l’Arcangelo la trasmette all’Ego, senza che la persona sia tenuta a viverla. L’Arcangelo Gabriele realizza in tal modo l’altra sua funzione: quella di restituire al Cosmo le energie che gli competono e che non sono
state utilizzate. Questa seconda funzione dell’Arcangelo Gabriele è assai più ampia: se infatti da un lato « bombarda » gli Umani con la vitalità energetica inviata dagli altri Arcangeli, per altro verso si occupa anche di lanciare dei « missili » (verso gli altri Arcangeli e verso l’Ego) carichi dei frutti delle nostre esperienze. Esiste tuttavia una legge cosmica in forza della quale ogni cosa deve fare ritorno alla matrice da cui è sortita. Nel nostro Mondo, i Pensieri e i Sentimenti che esprimiamo finiscono sempre con il tornare a noi. Allorché questi Desideri-Pensieri si integrano ad altre
persone che, grazie ad essi, agiscono vivendo esperienze che utilizzano i nostri prestiti, prima o poi le esperienze in questione ci verranno rese con un carico di Bene o di Male. Ciò che ci capita qui, nel nostro Mondo, si verifica similmente a livello interplanetario: una volta utilizzate nell’ambito della nostra attività quotidiana, le energie debbono
ineluttabilmente tornare alla matrice che le ha emesse. Tuttavia, ciò che sale verso gli altri Arcangeli costituisce solo ed esclusivamente la parte positiva ottenuta con il materiale energetico che essi ci hanno inviato. In senso fisico, la Luna è il riferimento visibile dell’energia emanata da Gabriele. Essa in ventotto giorni (malgrado il ciclo apparente di 29 giorni e mezzo) compie il periplo completo dello Zodiaco, per darci la possibilità di conoscere il contenuto del Messaggio Lunare dell’Arcangelo Gabriele e del Coro dei suoi Angeli. La Luna rappresenta infatti l’Inconscio (meglio,
Subconscio) della persona: la sua sfera energetica è il ricettacolo che alberga la nostra storia e il nostro vissuto personale e, tramite Gabriele, tali vissuti vengono proiettati nell’Universo per ogni fine suscettibile di tornare proficuo.

Publié dans:Arcangeli, FESTA |on 28 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

29 SETTEMBRE – SANTI ARCANGELI: MICHELE, GABRIELE e RAFFAELE

http://www.preghiereperlafamiglia.it/arcangeli-michele-gabriele-raffaele.htm

29 SETTEMBRE – SANTI ARCANGELI: MICHELE, GABRIELE e RAFFAELE

Il nuovo calendario liturgico raggruppa in un unico giorno la festa dei tre arcangeli. Nel Nuovo Testamento il termine “arcangelo” è attribuito solo a Michele, a Gabriele e a Raffaele.
Il culto di Michele si diffuse dapprima solo in Oriente: in Europa iniziò alla fine del V secolo, dopo l’apparizione dell’arcangelo sul monte Gargano. Michele è citato nella Bibbia nel libro di Daniele come primo dei principi e custodi del popolo d’Israele; è definito arcangelo nella lettera di Giuda e nel libro dell’Apocalisse. Michele è colui che conduce gli altri angeli alla battaglia contro il drago, cioè il demonio, e lo sconfigge.
Il suo nome, di origine ebraica, significa: “Chi è come Dio?”.
La diffusione del culto dell’arcangelo Gabriele, il cui nome significa “Dio è forte”, è più tarda: si attesta attorno all’anno Mille. Gabriele è l’angelo inviato da Dio, e nell’Antico Testamento è mandato al profeta Daniele per aiutarlo a interpretare il senso di una visione e per predirgli la venuta del Messia. Nel Nuovo Testamento è presente all’annuncio della nascita del Battista a Zaccaria, e nell’Annuncio a Maria, messaggero della Incarnazione del Figlio di Dio.
Raffaele è uno dei sette angeli che, si dice nel libro di Tobia, stanno sempre al cospetto del Signore. È l’inviato di Dio che accompagna il giovane Tobi a riscuotere un credito nella Media e lo riporta sano e salvo in Assiria, assieme a Sara, la sposa, che ha guarito dal suo male, come guarirà il padre Tobia dalla sua cecità. Il suo nome significa infatti “medicina di Dio”, ed è venerato come guaritore.

PREGHIERE A SAN MICHELE ARCANGELO
Glorioso Arcangelo San Michele che in premio del tuo zelo e coraggio mostrato pet la gloria e l’onore di Dio contro il ribelle Lucifero ed i suoi seguaci non solo fosti confermato nella grazia insieme con i tuoi aderenti, ma fosti anche costituito
Principe della celeste Corte, protettore e difensore della Chiesa, avvocato dei buoni cristiani e consolatore degli agonizzanti permetti che, a te rivolto, ti preghi di farti mio mediatore presso Dio, ed ottenermi da Lui le grazie che mi sono necessarie.
Pater, Ave, Gloria.

Glorioso Arcangelo San Michele, sii in vita ed in morte nostro protettore fedele.
O Principe gloriosissimo delle milizie celesti, San Michele Arcangelo, difendici nei combattimenti e nelle lotte terribili che dobbiamo sostenere in questo mondo, contro il nemico infernale.
Vieni in aiuto agli uomini, combatti ora coll’esercito degli angeli Santi le battaglie del signore, come già pugnasti contro il capo degli orgogliosi, Lucifero, e gli angeli decaduti che lo seguirono.
Tu Principe invincibile, soccorri il popolo di Dio e procurali la vittoria.
Tu che la Santa Chiesa venera come custode e patrono e si gloria di avere a suo difensore contro le malvagie dell’inferno.
Tu a cui l’Eterno ha confidato le anime per condurle nella celeste beatitudine, prega per noi il Dio della pace, affinchè il demonio sia umiliato e vinto e più non possa tenere gli uomini sotto la schiavitù, nè nuocere alla santa Chiesa.
Offri al trono dell’Altissimo le nostre preghiere affinchè le sue misericordie scendano tosto su di noi e l’infernale nemico più non possa sedurre e perdere il popolo cristiano. Così sia.

San Michele Arcangelo,
patrono carissimo, dolce amico del mio spirito, contemplo la gloria che Ti colloca lì,dinanzi alla SS. Trinità, vivino alla Madre di Dio.
Umilmente Ti prego: ascolta la mia preghiera ed accogli la mia offerta.
Glorioso San Michele, qui prostato, mi dono mi offro per sempre a Te e mi rifugio sotto le Tue ali splendenti.

A Te affido il mio passato per ricevere il perdono di Dio.
A Te affido il mio presente perchè accolga la mia offerta e ritrovi la pace.
A Te affido il mio futuro che accetto dalle mani di Dio, confortato dalla Tua presenza.
Michele Santo, Ti supplico: con la Tua luce illumina il cammino della mia vita.
Con la Tua potenza, proteggimi dal male del corpo e dell’anima.
Con la Tua spada, difendimi dalla suggestione diabolica.

Con la Tua presenza, assistimi nel momento della morte
e conducimi in Paradiso, al posto che mi hai riservato.
Alloro canteremo insieme:

Gloria al Padre che ci ha creati, al Figlio che ci ha salvati
e allo Spirito Santo che ci ha santificati. Amen.

San Michele Arcangelo
a Te, che sei il Principe di tutti gli Angeli,
affido la mia famiglia.
Vieni davanti a noi con la tua spada
e scaccia ogni sorta di male.
Insegnaci la via che porta a nostro Signore.
Te lo chiedo umilmente per intercessione di Maria Santissima,
Tua Regina e nostra Madre.
Amen

INVOCAZIONE A SAN MICHELE ARCANGELO

Nel momento della prova, sotto le Tue ali mi rifugio,
glorioso San Michele ed invoco il Tuo soccorso.
Con la Tua potente intercessione presenta a Dio la mia supplica
ed ottienimi le grazie necessarie per la salvezza della mia anima.
Difendimi da ogni male e guidami sulla via dell’amore e della pace.
San Michele illuminami.
San Michele proteggimi.
San Michele difendimi.
Amen.

PREGHIERA A SAN GABRIELE ARCANGELO
O glorioso Arcangelo S. Gabriele, io condivido la gioia che provasti nel recarti quale celeste Messaggero a Maria, ammiro il rispetto con cui ti presentasti a lei, la devozione con cui la salutasti, l’amore con cui, primo fra gli Angeli, adorasti il Verbo Incarnato nel suo seno e ti prego di ottenermi di ripetere con gli stessi tuoi sentimenti il saluto che allora rivolgesti a Maria e di offrire con lo stesso amore gli ossequi che allora presentasti al Verbo fatto Uomo, con la recita del Santo Rosario e dell’Angelus Domini. Amen.

LITANIE A SAN GABRIELE ARCANGELO

Signore pietà, Signore pietà
Cristo pietà, Cristo pietà
Signore Pietà, Signore pietà

Cristo ascoltaci, Cristo ascoltaci
Cristo esaudiscici, Cristo esaudiscici

Padre Celeste, Dio, Abbi pietà di noi
Figlio, Redentore del mondo, Dio, Abbi pietà di noi
Spirito Santo, Dio, Abbi pietà di noi
Trinità Santa, Unico Dio, Abbi pietà di noi

(Alle seguenti invocazioni si risponde: Prega per noi)
Santa Maria, Regina degli angeli
San Gabriele
San Gabriele, colmo della forza di Dio
San Gabriele, adoratore perfetto del Verbo Divino
San Gabriele, dimora di pace e verità
San Gabriele, colonna del tempio di Dio
San Gabriele, ammirevole luce della Chiesa
San Gabriele, messaggero dello Spirito Santo
San Gabriele, gloriosissimo principe della Gerusalemme celeste
San Gabriele, difensore della fede cristiana
San Gabriele, fornace del divino amore
San Gabriele, propagatore della gloria di Gesù Cristo
San Gabriele, celeste guardiano della beata Vergine Maria
San Gabriele, tu che dal Cielo hai contemplato il mistero del Verbo fatto carne
San Gabriele, tu che hai annunciato a Maria l’Incarnazione del Verbo di Dio
San Gabriele, tu che hai rivelato a Daniele il tempo della venuta del Messia
San Gabriele, tu che hai annunciato a Zaccaria la nascita del precursore del Signore
San Gabriele, tu, di cui il Vangelo ha fatto l’elogio:
“L’Angelo Gabriele è stato inviato da Dio alla Vergine Maria”
San Gabriele, avvocato nostro

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, Perdonaci Signore
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, Esaudiscici Signore
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, Abbi pietà di noi, Signore

Prega per noi, San Gabriele il Signore nostro Dio

Preghiamo.
O Dio, che fra tutti gli altri angeli
hai scelto l’arcangelo Gabriele
per annunciare il mistero della tua Incarnazione,
fa’ che, dopo aver onorato in terra il tuo messaggero,
potremo gustare in Cielo gli effetti della sua protezione.
Tu che sei Dio, e che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen

PREGHIERA A SAN RAFFAELE ARCANGELO
O glorioso Arcangelo san Raffaele che, dopo aver custodito gelosamente il figlio di Tobia nel suo fortunoso viaggio, lo rendeste finalmente ai suoi cari genitori salvo e incolume, unito a una sposa degna di lui, siate guida fedele anche a noi: superate le tempeste e gli scogli di questo mare procelloso del mondo, tutti i vostri devoti possano raggiungere felicemente il porto della beata eternità. Amen.

PREGHIERA A SAN RAFFAELE ARCANGELO
Nobilissimo Arcangelo San Raffaele, che dalla Siria alla Media accompagnasti sempre fedele il giovane Tobia, degnati di accompagnare anche me, benchè peccatore, nel pericoloso viaggio che ora sto facendo dal tempo all’eternità.
Gloria
Sapientissimo Arcangelo che, camminando presso il fiume Tigri, preservasti il giovane Tobia dal pericolo della morte, insegnandogli la maniera di impadronirsi di quel pesce che lo minacciava, preserva anche l’anima mia dagli assalti di tutto ciò che è peccato.
Gloria
Pietosissimo Arcangelo che prodigiosamente ridonasti al cieco Tobia la vista, libera ti prego l’anima mia dalla cecità che l’affligge e la disonora, affinchè, conoscendo le cose nel loro vero aspetto, non mi lasci mai ingannare dalle apparenze, ma cammini sempre sicuro nella via dei divini comandamenti.
Gloria
Perfettissimo Arcangelo che stai sempre dinanzi al trono dell’Altissimo, a lodarlo, a benedirlo, a glorificarlo, a servirlo, fà che anch’io non perda mai di vista la divina presenza, affinchè i miei pensieri, le mie parole, le mie opere siano sempre dirette alla Sua gloria ed alla mia santificazione
Gloria

PREGHIERA A SAN RAFFAELE
(Cardinale Angelo Comastri)
O Raffaele, Medicina di Dio,
la Bibbia ti presenta come l’Angelo che soccorre,
l’Angelo che consola, l’Angelo che guarisce.
Vieni accanto a noi nella strada della nostra vita
così come ti facesti vicino a Tobia
in un momento difficile e decisivo della sua esistenza
e gli facesti sentire la tenerezza di Dio
e la potenza del Suo Amore.

O Raffaele, Medicina di Dio,
oggi gli uomini presentano ferite profonde nel cuore:
l’orgoglio ha appannato lo sguardo
impedendo agli uomini di riconoscersi fratelli;
l’egoismo ha aggredito la famiglia;
l’impurità ha tolto all’uomo e alla donna
la gioia dell’amore vero, generoso e fedele.

Soccorrici e aiutaci a ricostruire famiglie
Che siano specchio della Famiglia di Dio!

O Raffaele, Medicina di Dio,
tante persone soffrono nell’anima e nel corpo
e sono lasciate sole nel loro dolore.

Guida sulla strada della sofferenza umana
tanti buoni samaritani!

Prendili per mano affinché siano consolatori
capaci di asciugare lacrime e di confrontare i cuori.

Prega per noi, affinché crediamo
che Gesù è la vera, grande e sicura Medicina di Dio. Amen.

PREGHIERE AI TRE ARCANGELI

Venga dal Cielo nelle nostre case l’Angelo della pace, Michele, venga portatore di serena pace e releghi nell’inferno le guerre, fonte di tante lacrime.
Venga Gabriele, l’Angelo della forza, scacci gli antichi nemici e visiti i templi cari al Cielo, che Egli trionfatore ha fatto elevare sulla Terra.
Ci assista Raffaele, l’Angelo che presiede alla salute; venga a guarire tutti i nostri malati e a dirigere i nostri incerti passi per i sentieri della vita.

Glorioso Arcangelo Michele, principe delle milizie celesti,
difendici contro tutti i nostri nemici visibili e invisibili
e non permettere mai che cadiamo sotto la loro crudele tirannia.
San Gabriele Arcangelo, tu che giustamente sei chiamato la forza di Dio, poiché sei stato scelto per annunciare a Maria il mistero in cui l’Onnipotente doveva manifestare meravigliosamente la forza del suo braccio, facci conoscere i tesori racchiusi nella persona del Figlio di Dio e sii nostro messaggero presso la sua santa Madre!
San Raffaele Arcangelo, guida caritatevole dei viaggiatori, tu che, con la potenza divina, operi miracolose guarigioni, degnati di guidarci nel corso del nostro pellegrinaggio terreno e suggerisci i veri rimedi che possono guarire le nostre anime e i nostri corpi. Amen.

Publié dans:Arcangeli, FESTA |on 28 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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