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GIOVANNI PAOLO II (2003) SALMO 91: LODE AL SIGNORE CREATORE

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GIOVANNI PAOLO II (2003) SALMO 91: LODE AL SIGNORE CREATORE

Questo salmo, che preghiamo alle Lodi del sabato della quarta settimana, è il cantico di un uomo fedele al Dio santo. Si tratta del Salmo 91 che, come suggerisce l’antico titolo della composizione, era usato dalla tradizione giudaica «per il giorno del sabato» (v. 1). L’inno si apre con un ampio appello a celebrare e a lodare il Signore nel canto e nella musica (cf vv. 2-4).
È un filone di preghiera che sembra non interrompersi mai, perché l’amore divino dev’essere esaltato al mattino, quando inizia la giornata, ma dev’essere ancora proclamato durante il giorno e lungo lo scorrere delle ore notturne (cf v. 3).
Proprio il riferimento agli strumenti musicali, che il Salmista fa nell’invito introduttivo, ha spinto Sant’Agostino a questa meditazione all’interno della sua Esposizione sul Salmo 91: «Che significa, fratelli, inneggiare col salterio? Il salterio è uno strumento musicale munito di corde. Il nostro salterio è il nostro operare. Chiunque con le mani compie opere buone inneggia a Dio col salterio. Chiunque confessa con la bocca, canta a Dio. Canta con la bocca! Salmeggia con le opere!… Ma allora chi sono coloro che cantano? Coloro che compiono il bene in letizia. Il canto infatti è segno d’allegrezza. Che cosa dice l’apostolo? “Dio ama chi dona con letizia” (2 Cor 9,7). Qualunque cosa tu faccia, fallo con letizia. Allora fai il bene e lo fai bene. Se invece operi con tristezza, sia pure che per tuo mezzo si faccia del bene, non sei tu a farlo: reggi il salterio, non canti» (Esposizioni sui Salmi, III, Roma 1976, pp. 192-195).
La condotta dell’uomo fedele
Attraverso le parole di Sant’Agostino possiamo entrare nel cuore della nostra riflessione, e affrontare il tema fondamentale del Salmo: quello del bene e del male. L’uno e l’altro sono vagliati dal Dio giusto e santo, «l’eccelso per sempre» (v. 9), Colui che è eterno e infinito, a cui nulla sfugge dell’agire dell’uomo.
Si confrontano, così, in modo reiterato, due comportamenti antitetici. La condotta del fedele è dedita a celebrare le opere divine, a penetrare nella profondità dei pensieri del Signore e per questa via la sua vita si irradia di luce e di gioia (cf vv. 5-6). Al contrario, l’uomo perverso è tratteggiato nella sua ottusità, incapace com’è di comprendere il senso nascosto delle vicende umane. La momentanea fortuna lo rende spavaldo, ma in realtà egli è intimamente fragile e votato, dopo l’effimero successo, al tracollo ed alla rovina (cf vv. 7-8). Il Salmista, seguendo un modello interpretativo caro all’Antico Testamento, quello della retribuzione, è convinto che Dio ricompenserà i giusti già in questa vita, dando loro una vecchiaia felice (cf v. 15) e castigherà presto i malvagi.

Dio è la difesa del giusto
In realtà, come affermerà Giobbe e insegnerà Gesù, la storia non è così linearmente interpretabile. La visione del Salmista diventa perciò una supplica al Dio giusto ed «eccelso» (cf v. 9), perché entri nella serie degli eventi umani per giudicarli, facendo risplendere il bene.
Il contrasto tra il giusto e il malvagio è ulteriormente ripreso dall’orante. Da un lato, ecco i «nemici» del Signore, i «malfattori», ancora una volta votati alla dispersione e alla disfatta (cf v. 10). D’altro lato, appaiono in tutto il loro splendore i fedeli, incarnati dal Salmista che descrive se stesso con immagini pittoresche, desunte dalla simbologia orientale. Il giusto ha la forza irresistibile di un bufalo ed è pronto a sfidare ogni avversità; la sua fronte gloriosa è consacrata con l’olio della protezione divina, che diventa quasi come uno scudo, che tutela l’eletto rendendolo sicuro (cf v. 11). Dall’alto della sua potenza e sicurezza, l’orante vede gli iniqui precipitare nel baratro della loro rovina (cf v. 12).
Il Salmo 91 sprizza, quindi felicità, fiducia, ottimismo: doni che dobbiamo chiedere a Dio proprio in questo nostro tempo, nel quale s’insinua facilmente la tentazione della sfiducia e persino della disperazione.

Il futuro nella fedeltà di Dio
Il nostro inno, sulla scia della profonda serenità che lo pervade, getta in finale uno sguardo ai giorni della vecchiaia dei giusti e li prevede ugualmente sereni. Anche quando incomberanno questi giorni, lo spirito dell’orante sarà ancora vivace, lieto e operoso (cf v. 15). Egli si sente simile alle palme e ai cedri, che sono piantati nei cortili del tempio di Sion (cf vv. 13-14).
Le radici del giusto affondano in Dio stesso da cui riceve la linfa della grazia divina. La vita del Signore lo alimenta e lo trasforma rendendolo florido e rigoglioso, cioè in grado di donare agli altri e di testimoniare la propria fede. Le ultime parole del Salmista, in questa descrizione di un’esistenza giusta e operosa e di una vecchiaia intensa e attiva, sono infatti legate all’annunzio della perenne fedeltà del Signore (cf v. 16). Potremmo, perciò, a questo punto concludere con la proclamazione del canto che sale al Dio glorioso nell’ultimo Libro della Bibbia, l’Apocalisse: un libro di terribile lotta tra il bene e il male ma anche di speranza nella vittoria finale di Cristo: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti!… Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati. Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, poiché così hai giudicato. Sì, Signore, Dio onnipotente; veri e giusti sono i tuoi giudizi!» (15,3-4; 16,5.7).

Giovanni Paolo II
L’Osservatore Romano, 3-09-2003

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II |on 26 février, 2019 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II -Il volto di Dio Padre, anelito dell’uomo

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GIOVANNI PAOLO II -Il volto di Dio Padre, anelito dell’uomo

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 13 gennaio 1999

1. «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Conf. 1, 1). Questa celebre affermazione, che apre le Confessioni di sant’Agostino, esprime efficacemente il bisogno insopprimibile che spinge l’uomo a cercare il volto di Dio. È un’esperienza attestata dalle diverse tradizioni religiose. “Dai tempi antichi fino ad oggi – ha detto il Concilio – presso i vari popoli si nota quasi una percezione di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, e anzi talvolta si avverte un riconoscimento della divinità suprema o anche del Padre” (Nostra aetate, 2).
In realtà, tante preghiere della letteratura religiosa universale esprimono la convinzione che l’Essere supremo possa essere percepito e invocato come un padre, al quale si arriva attraverso l’esperienza delle premure affettuose ricevute dal padre terreno. Proprio questa relazione ha suscitato in alcune correnti dell’ateismo contemporaneo il sospetto che l’idea stessa di Dio sia la proiezione dell’immagine paterna. Il sospetto, in realtà, è infondato.
È vero tuttavia che, partendo dalla sua esperienza, l’uomo è tentato talvolta di immaginare la divinità con tratti antropomorfici che rispecchiano troppo il mondo umano. La ricerca di Dio procede così “a tentoni”, come Paolo disse nel discorso agli Ateniesi (cfr At 17, 27). Occorre dunque tener presente questo chiaroscuro dell’esperienza religiosa, nella consapevolezza che solo la rivelazione piena, in cui Dio stesso si manifesta, può dissipare le ombre e gli equivoci e far risplendere la luce.
2. Sull’esempio di Paolo, che proprio nel discorso agli Ateniesi cita un verso del poeta Arato sull’origine divina dell’uomo (cfr At 17, 28), la Chiesa guarda con rispetto ai tentativi che le varie religioni compiono per cogliere il volto di Dio, distinguendo nelle loro credenze ciò che è accettabile da quanto è incompatibile con la rivelazione cristiana.
In questa linea si deve considerare un’intuizione religiosa positiva la percezione di Dio come Padre universale del mondo e degli uomini. Non può essere invece accolta l’idea di una divinità dominata dall’arbitrio e dal capriccio. Presso gli antichi greci, ad esempio, il Bene, quale essere sommo e divino, era chiamato anche padre, ma il dio Zeus manifestava la sua paternità tanto nella benevolenza quanto nell’ira e nella malvagità. Nell’Odissea si legge: “Padre Zeus, nessuno è più funesto di te tra gli dei: degli uomini non hai pietà, dopo averli generati e affidati alla sventura e a gravosi dolori” (XX, 201-203).
Tuttavia l’esigenza di un Dio superiore all’arbitrio capriccioso è presente anche tra i greci antichi, come testimonia, ad esempio, l’ »Inno a Zeus » del poeta Cleante. L’idea di un padre divino, pronto al dono generoso della vita e provvido nel fornire i beni necessari all’esistenza, ma anche severo e punitore, e non sempre per una ragione evidente, si collega nelle società antiche all’istituzione del patriarcato e ne trasferisce la concezione più abituale sul piano religioso.
3. In Israele il riconoscimento della paternità di Dio è progressivo e continuamente insidiato dalla tentazione idolatrica che i profeti denunciano con forza: “Dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a una pietra: Tu mi hai generato” (Ger 2, 27). In realtà per l’esperienza religiosa biblica la percezione di Dio come Padre è legata, più che alla sua azione creatrice, al suo intervento storico-salvifico, attraverso il quale stabilisce con Israele uno speciale rapporto di alleanza. Spesso Dio lamenta che il suo amore paterno non ha trovato adeguata corrispondenza: “Il Signore dice: Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me” (Is 1, 2).
La paternità di Dio appare a Israele più salda di quella umana: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27, 10). Il salmista che ha fatto questa dolorosa esperienza di abbandono, e ha trovato in Dio un padre più sollecito di quello terreno, ci indica la via da lui percorsa per giungere a questa meta: “Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27, 8). Ricercare il volto di Dio è un cammino necessario, che si deve percorrere con sincerità di cuore e impegno costante. Solo il cuore del giusto può gioire nel cercare il volto del Signore (cfr Sal 105, 3s.) e su di lui può quindi risplendere il volto paterno di Dio (cfr Sal 119, 135; cfr. anche 31, 17; 67, 2; 80, 4.8.20). Osservando la legge divina si gode anche pienamente della protezione del Dio dell’alleanza. La benedizione di cui Dio gratifica il suo popolo, tramite la mediazione sacerdotale di Aronne, insiste proprio su questo svelarsi luminoso del volto di Dio: “Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 25s.).
4. Da quando Gesù è venuto nel mondo, la ricerca del volto di Dio Padre ha assunto una dimensione ancora più significativa. Nel suo insegnamento Gesù, fondandosi sulla propria esperienza di Figlio, ha confermato la concezione di Dio come padre, già delineata nell’Antico Testamento; anzi l’ha evidenziata costantemente, vissuta in modo intimo e ineffabile, e proposta come programma di vita per chi vuole ottenere la salvezza.
Soprattutto Gesù si pone in modo assolutamente unico in relazione con la paternità divina, manifestandosi come “figlio” e offrendosi come l’unica strada per giungere al Padre. A Filippo che gli chiede “mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8), egli risponde che conoscere lui significa conoscere il Padre, perché il Padre opera attraverso lui (cfr Gv 14, 8-11). Per chi vuole dunque incontrare il Padre è necessario credere nel Figlio: mediante Lui Dio non si limita ad assicurarci una provvida assistenza paterna, ma comunica la sua stessa vita rendendoci “figli nel Figlio”. È quanto sottolinea con commossa gratitudine l’apostolo Giovanni: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente” (1 Gv 3, 1).

 

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SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANNI PAOLO II

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SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANNI PAOLO II

Il Salmo 26 viene distribuito dalla Liturgia in due diversi brani. La prima parte di questo dittico poetico e spirituale (cf vv. 1-6) viene pregata ai Vespri del mercoledì della 1a settimana e ha come sfondo il tempio di Sion, sede del culto di Israele. Infatti il Salmista parla esplicitamente di «casa del Signore», di «santuario» (v. 4), di «rifugio, dimora, casa» (cf vv. 5-6). Anzi, nell’originale ebraico questi termini indicano più precisamente il «tabernacolo» e la «tenda», ossia il cuore stesso del tempio, dove il Signore si svela con la sua presenza e la sua parola. Si evoca anche la «rupe» di Sion (cf v. 5), luogo di sicurezza e di rifugio, e si allude alla celebrazione dei sacrifici di ringraziamento (cf v. 6).
Se, dunque, la liturgia è l’atmosfera spirituale in cui è immerso il Salmo, il filo conduttore della preghiera è la fiducia in Dio, sia nel giorno della gioia, sia nel tempo della paura.

Una lotta simbolica
La prima parte del Salmo, che ora meditiamo, è segnata da una grande serenità, fondata sulla fiducia in Dio nel giorno tenebroso dell’assalto dei malvagi. Le immagini usate per descrivere questi avversari, che sono il segno del male che inquina la storia, sono di due tipi. Da un lato, sembra che ci sia un’immagine di caccia feroce: i malvagi sono come belve che avanzano per ghermire la loro preda e straziarne la carne, ma inciampano e cadono (cf v. 2). Dall’altro lato, c’è il simbolo militare di un assalto compiuto da un’intera armata: è una battaglia che divampa impetuosa seminando terrore e morte (cf v. 3).
La vita del credente è spesso sottoposta a tensioni e contestazioni, talora anche a un rifiuto e persino alla persecuzione. Il comportamento dell’uomo giusto infastidisce, perché risuona come un monito nei confronti dei prepotenti e dei perversi. Lo riconoscono senza mezzi termini gli empi descritti dal Libro della Sapienza: il giusto «è diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15).

Il Dio della vita
Il fedele è consapevole che la coerenza crea isolamento e provoca persino disprezzo e ostilità in una società che sceglie spesso come vessillo il vantaggio personale, il successo esteriore, la ricchezza, il godimento sfrenato. Tuttavia egli non è solo e il suo cuore conserva una sorprendente pace interiore, perché – come dice la splendida «antifona» d’apertura del Salmo – «il Signore è luce e salvezza, è difesa della vita» del giusto (Sal 26,1). Egli ripete continuamente: «Di chi avrò paura?… Di chi avrò timore?… Il mio cuore non teme… Anche allora ho fiducia» (vv. 1.3).
Sembra quasi di ascoltare la voce di San Paolo che proclama: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ma la quiete interiore, la fortezza d’animo e la pace sono un dono che si ottiene rifugiandosi nel tempio, ossia ricorrendo alla preghiera personale e comunitaria.

Sorgente della pace
L’orante, infatti, si affida alle braccia di Dio e il suo sogno è espresso anche da un altro Salmo (cf 22,6): «Abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita». Là egli potrà «gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4), contemplare e ammirare il mistero divino, partecipare alla liturgia sacrificale ed elevare le sue lodi al Dio liberatore (cf v. 6). Il Signore crea attorno al suo fedele un orizzonte di pace, che lascia al di fuori lo strepito del male. La comunione con Dio è sorgente di serenità, di gioia, di tranquillità; è come entrare in un’oasi di luce e di amore.
Il nostro rifugio
Ascoltiamo ora, a sigillo della nostra riflessione, le parole del monaco Isaia, di origini sire, vissuto nel deserto egiziano e morto a Gaza verso il 491. Nel suo Asceticon egli applica il nostro Salmo alla preghiera nella tentazione: «Se vediamo i nemici circondarci con la loro furbizia, cioè con l’accidia, sia che indeboliscano la nostra anima nel piacere, sia perché non conteniamo la nostra collera contro il prossimo quando agisce contro il suo dovere, oppure se aggravano i nostri occhi per portarli alla concupiscenza, o se vogliono condurci a gustare i piaceri della gola, se rendono per noi come un veleno la parola del prossimo, se ci fanno svalutare la parola altrui, se ci inducono a far differenze tra i fratelli dicendo: “Questi è buono, quest’altro è cattivo”: se dunque tutte queste cose ci circondano, non perdiamoci di coraggio, ma gridiamo piuttosto come Davide con cuore fermo dicendo: “Signore, protettore della mia vita!” (Sal 26,1)» (Recueil ascétique, Bellefontaine 1976, p. 211).

Giovanni Paolo II / L’Osservatore Romano, 22-03-2004

GIOVANNI PAOLO II – LA “PATERNITÀ” DI DIO NELL’ANTICO TESTAMENTO

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GIOVANNI PAOLO II – LA “PATERNITÀ” DI DIO NELL’ANTICO TESTAMENTO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 20 gennaio 1999

1. Il popolo di Israele – come abbiamo già accennato nella scorsa catechesi – ha sperimentato Dio come padre. Al pari di tutti gli altri popoli, ha intuito in lui i sentimenti paterni attinti all’esperienza abituale di un padre terreno. Soprattutto ha colto in Dio un atteggiamento particolarmente paterno, partendo dalla conoscenza diretta della sua speciale azione salvifica (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 238).
Dal primo punto di vista, quello dell’esperienza umana universale, Israele ha riconosciuto la paternità divina a partire dallo stupore dinanzi alla creazione e al rinnovarsi della vita. Il miracolo di un bimbo che si forma nel grembo materno non è spiegabile senza l’intervento di Dio, come ricorda il salmista: « Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre . . .  » (Sal 139 [138], 13). Israele ha potuto vedere in Dio un padre anche in analogia con alcuni personaggi che detenevano una funzione pubblica, specialmente religiosa, ed erano ritenuti padri: così i sacerdoti (cfr Gdc 17, 10; 18, 19; Gn 45, 8) o i profeti (cfr 2 Re 2, 12). Ben si comprende inoltre come il rispetto che la società israelitica richiedeva per il padre e i genitori inducesse a vedere in Dio un padre esigente. In effetti la legislazione mosaica è molto severa nei confronti dei figli che non rispettano i genitori, fino a prevedere la pena di morte per chi percuote o anche solo maledice il padre o la madre (Es 21, 15.17).
2. Ma al di là di questa rappresentazione suggerita dall’esperienza umana, in Israele matura un’immagine più specifica della divina paternità a partire dagli interventi salvifici di Dio. Salvandolo dalla schiavitù egiziana, Dio chiama Israele ad entrare in un rapporto di alleanza con lui e perfino a ritenersi il suo primogenito. Dio dimostra così di essergli padre in maniera singolare, come emerge dalle parole che rivolge a Mosè: “Allora tu dirai al faraone: dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito” (Es 4, 22). Nell’ora della disperazione, questo popolo-figlio potrà permettersi d’invocare con il medesimo titolo di privilegio il Padre celeste, perché rinnovi ancora il prodigio dell’esodo: “Abbi pietà, Signore, del popolo chiamato con il tuo nome, di Israele che hai trattato come un primogenito” (Sir 36, 11). In forza di questa situazione, Israele è tenuto ad osservare una legge che lo contraddistingue dagli altri popoli, ai quali deve testimoniare la paternità divina di cui gode in modo speciale. Lo sottolinea il Deuteronomio nel contesto degli impegni derivanti dall’alleanza: “Voi siete figli per il Signore Dio vostro . . . Tu sei infatti un popolo consacrato al Signore tuo Dio e il Signore ti ha scelto, perché tu fossi il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra” (Dt 14, ls.).
Non osservando la legge di Dio, Israele opera in contrasto con la sua condizione filiale, procurandosi i rimproveri del Padre celeste: “La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!” (Dt 32, 18). Questa condizione filiale coinvolge tutti i membri del popolo d’Israele, ma viene applicata in modo singolare al discendente e successore di Davide secondo il celebre oracolo di Natan in cui Dio dice: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2 Sam 7,14; 1 Cron 17,13). Appoggiata su questo oracolo, la tradizione messianica afferma una filiazione divina del Messia. Al re messianico Dio dichiara: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato” (Sal 2, 7; cfr 110 [109], 3).
3. La paternità divina nei confronti d’Israele è caratterizzata da un amore intenso, costante e compassionevole. Nonostante le infedeltà del popolo, e le conseguenti minacce di castigo, Dio si rivela incapace di rinunciare al suo amore. E lo esprime in termini di profonda tenerezza, anche quando è costretto a lamentare l’incorrispondenza dei suoi figli: “Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore: ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare . . . Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? . . . Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11, 3s.8; cfr Ger 31, 20).
Persino il rimprovero diviene espressione di un amore di predilezione, come spiega il libro dei Proverbi: « Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto » (Pr 3, 11-12).
4. Una paternità così divina e nello stesso tempo così « umana » nei modi con cui si esprime, riassume in sé anche le caratteristiche che solitamente si attribuiscono all’amore materno. Anche se rare, le immagini dell’Antico Testamento in cui Dio si paragona ad una madre sono estremamente significative. Si legge ad esempio nel libro di Isaia: « Sion ha detto: ‘Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai » (Is 49, 14-15). E ancora: « Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò » (Is 66, 13).
L’atteggiamento divino verso Israele si manifesta così anche con tratti materni, che ne esprimono la tenerezza e la condiscendenza (cfr CCC, 239). Questo amore, che Dio effonde con tanta ricchezza sul suo popolo, fa esultare il vecchio Tobi e gli fa proclamare: “Lodatelo, figli d’Israele, davanti alle genti: Egli vi ha disperso in mezzo ad esse per proclamare la sua grandezza. Esaltatelo davanti ad ogni vivente; è Lui il Signore, il nostro Dio, lui il nostro Padre, il Dio per tutti i secoli” (Tb 13, 3-4).

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (2001)

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SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (2001)

Venerdì 29 giugno 2001

1. « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16).

Quante volte abbiamo ripetuto questa professione di fede, pronunciata un giorno da Simone, figlio di Giona, nei pressi di Cesarea di Filippo! Quante volte io stesso ho trovato in queste parole un sostegno interiore per proseguire nella missione che la Provvidenza mi ha affidato!
Tu sei il Cristo! L’intero Anno Santo ci ha portati a fissare lo sguardo su « Gesù Cristo unico salvatore, ieri, oggi e sempre ». Ogni celebrazione giubilare è stata un’incessante professione di fede in Cristo, rinnovata in modo corale a duemila anni dall’Incarnazione. Alla domanda, sempre attuale, di Gesù ai suoi discepoli: « Voi chi dite che io sia? » (Mt 16,15), i cristiani del Duemila hanno risposto ancora una volta unendo le loro voci a quella di Pietro: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ».
2. « Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli » (Mt 16,17).
Dopo due millenni, la « roccia » su cui è fondata la Chiesa resta sempre la stessa: è la fede di Pietro. « Su questa pietra » (Mt 16,18) Cristo ha costruito la sua Chiesa, edificio spirituale che ha resistito all’usura dei secoli. Certamente, su basi semplicemente umane e storiche non avrebbe potuto reggere all’assalto di tanti nemici!
Nel corso dei secoli, lo Spirito Santo ha illuminato uomini e donne, di ogni età, vocazione e condizione sociale, per farne « pietre vive » (1 Pt 2,5) di questa costruzione. Sono i santi, che Dio suscita con inesauribile fantasia, ben più numerosi di quanti ne additi solennemente la Chiesa ad esempio per tutti. Una sola fede; una sola « roccia »; una sola pietra angolare: Cristo, Redentore dell’uomo.
« Beato te, Simone figlio di Giona »! La beatitudine di Simone è la stessa di Maria santissima, alla quale Elisabetta disse: « Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore » (Lc 1,45). E’ la beatitudine riservata anche alla comunità dei credenti di oggi, alla quale Gesù ripete: Beata te, Chiesa del Duemila, che custodisci intatto il Vangelo e continui a proporlo con rinnovato entusiasmo agli uomini dell’inizio di un nuovo millennio!
Nella fede, frutto del misterioso incontro tra la grazia divina e l’umiltà umana che ad essa si affida, sta il segreto di quella pace interiore e di quella gioia del cuore che anticipano in qualche misura la beatitudine del Cielo.

3. « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede » (2 Tm 4,7).
La fede si « conserva » donandola (cfr Enc. Redemptoris missio, 2). E’ questo l’insegnamento dell’apostolo Paolo. Ciò è avvenuto da quando i discepoli, il giorno di Pentecoste, usciti dal Cenacolo e sospinti dallo Spirito Santo, si mossero in ogni direzione. Questa missione evangelizzatrice prosegue nel tempo ed è la maniera normale con cui la Chiesa amministra il tesoro della fede. Di questo suo dinamismo tutti dobbiamo essere attivamente partecipi.
Con tali sentimenti rivolgo il mio più cordiale saluto a voi, cari e venerati Fratelli, che oggi mi fate corona. In modo speciale saluto voi, cari Arcivescovi Metropoliti, nominati nel corso dell’ultimo anno e venuti a Roma per il tradizionale rito dell’imposizione del Pallio. Voi provenite da ventuno Paesi dei cinque continenti. Nei vostri volti contemplo il volto delle vostre Comunità: un’immensa ricchezza di fede e di storia, che nel Popolo di Dio si compone e si armonizza come in una sinfonia.
Saluto anche i novelli Vescovi, ordinati nel corso di quest’anno. Anche voi provenite da varie parti del mondo. Nelle diverse membra del corpo ecclesiale, che voi qui rappresentate, ci sono speranze e gioie, ma non mancano certo le ferite. Penso alla povertà, ai conflitti, talora persino alle persecuzioni. Penso alla tentazione del secolarismo, dell’indifferenza e del materialismo pratico, che mina il vigore della testimonianza evangelica. Tutto ciò non deve affievolire, ma intensificare in noi, venerati Fratelli nell’Episcopato, l’ansia di recare la Buona Novella dell’amore di Dio ad ogni essere umano.
Preghiamo perché la fede di Pietro e di Paolo sostenga la nostra comune testimonianza e ci renda disponibili, se necessario, a giungere sino al martirio.
4. Fu proprio il martirio il suggello della testimonianza resa a Cristo dai due grandi Apostoli che oggi celebriamo. A distanza di qualche anno l’uno dall’altro, versarono il loro sangue qui a Roma, consacrandola una volta per sempre a Cristo. Il martirio di Pietro ha segnato la vocazione di Roma come sede dei suoi successori in quel primato che Cristo gli conferì a servizio della Chiesa: servizio alla fede, servizio all’unità, servizio alla missione (cfr Enc. Ut unum sint, 88).
E’ pressante quest’anelito alla totale fedeltà al Signore; si fa sempre più intenso il desiderio della piena unità di tutti i credenti. Mi rendo conto che, « dopo secoli di aspre polemiche, le altre Chiese e Comunità ecclesiali sempre più scrutano con uno sguardo nuovo tale ministero di unità » (ivi, 89). Ciò vale in modo particolare per le Chiese Ortodosse, come ho potuto notare anche nei giorni passati, nel corso della mia visita in Ucraina. Quanto vorrei che s’affrettassero i tempi della riconciliazione e della reciproca comunione!
In tale spirito, sono lieto di rivolgere il mio cordiale saluto alla Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, guidata da Sua Eminenza Jeremias, Metropolita di Francia ed Esarca di Spagna, che il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I ha inviato per la celebrazione dei santi Pietro e Paolo. La loro presenza aggiunge una particolare nota di gioia alla nostra festa. Intercedano per noi i Santi Apostoli, affinché il nostro impegno congiunto possa sollecitare e preparare la ricomposizione di quell’unità, piena ed armonica, che dovrà caratterizzare la Comunità cristiana nel mondo. Quando questo avverrà, sarà più facile al mondo riconoscere il volto autentico di Cristo.
5. « Ho conservato la fede »! (2 Tm 4,7). Così afferma l’apostolo Paolo facendo il bilancio della sua vita. E sappiamo in quale modo la conservò: donandola, diffondendola, facendola fruttificare il più possibile. Sino alla morte.
Allo stesso modo, la Chiesa è chiamata a conservare il « deposito » della fede, comunicandolo a tutti gli uomini e a tutto l’uomo. Per questo il Signore l’ha inviata nel mondo, dicendo agli Apostoli: « Andate, e fate discepole tutte le nazioni » (Mt 28,19). Questo mandato missionario è più che mai valido ora, all’inizio del terzo millennio. Anzi, di fronte alla vastità del nuovo orizzonte, esso deve ritrovare la freschezza degli inizi (cfr Enc. Redemptoris missio, 1).
Se san Paolo vivesse oggi, come esprimerebbe l’anelito missionario che ha contrassegnato la sua azione a servizio del Vangelo? E san Pietro non mancherebbe certo di incoraggiarlo in questo generoso slancio apostolico, dandogli la sua destra in segno di comunione (cfr Gal 2,9).
Affidiamo, pertanto, all’intercessione di questi due Santi Apostoli il cammino della Chiesa all’inizio del nuovo millennio. Invochiamo Maria, la Regina degli Apostoli, perché ovunque il popolo cristiano cresca nella comunione fraterna e nello slancio missionario.
Possa quanto prima l’intera comunità dei credenti proclamare con un cuor solo e un’anima sola: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! ». Tu sei il nostro Redentore, il nostro unico Redentore! Ieri, oggi e sempre. Amen.

 

IL MISTERO DELLA CREAZIONE NELLA VISIONE BIBLICO-CRISTIANA – PAPA GIOVANNI PAOLO II

http://disf.org/giovanni-paolo-ii-mistero-creazione

IL MISTERO DELLA CREAZIONE NELLA VISIONE BIBLICO-CRISTIANA – PAPA GIOVANNI PAOLO II

8 gennaio 1986

1. Il senso dell’origine. 2. Verità scientifica e verità religiosa. 3. Le domande di tutte le religioni. 4. La fede cristiana nella creazione. 5. Sulle orme della Scrittura e della Tradizione della Chiesa. 6. la prima testimonianza dell’amore di Dio.

1. Nella immancabile e necessaria riflessione l’uomo di ogni tempo è portato a fare sulla propria vita, due domande emergono con forza, quasi eco della voce stessa di Dio: “Da dove veniamo? Dove andiamo?”. Se la seconda domanda riguarda il futuro ultimo, il traguardo definitivo, la prima si riferisce all’origine del mondo o dell’uomo, ed è altrettanto fondamentale. Per questo siamo giustamente impressionati dallo straordinario interesse riservato al problema delle origini. Non si tratta soltanto di sapere quando e come materialmente è sorto il cosmo ed è comparso l’uomo, quanto piuttosto di scoprire quale senso abbia tale origine, se vi presieda il caso, il destino cieco oppure un Essere trascendente, intelligente e buono, chiamato Dio. Nel mondo infatti c’è il male e l’uomo che ne fa l’esperienza non può non chiedersi da dove esso venga e per responsabilità di chi, e se esista una speranza di liberazione. “Che cosa è l’uomo, perché te ne ricordi?”, si domanda in sintesi il Salmista, ammirato di fronte all’avvenimento della creazione (Sal 8,5).
2. La domanda sulla creazione affiora sull’animo di tutti, dell’uomo semplice e del dotto. Si può dire che la scienza moderna è nata in stretto collegamento, anche se non sempre in buona armonia, con la verità biblica della creazione. E oggi, chiariti meglio i rapporti reciproci fra verità scientifica e verità religiosa, tantissimi scienziati, pur ponendo legittimamente problemi non piccoli come quelli riguardanti l’evoluzionismo delle forme viventi, dell’uomo in particolare, o quello circa il finalismo immanente al cosmo stesso nel suo divenire, vanno assumendo un atteggiamento maggiormente partecipe e rispettoso nei confronti della fede cristiana sulla creazione. Ecco dunque un campo che si apre per un dialogo benefico fra modi di approccio alla realtà del mondo e dell’uomo riconosciuti lealmente come diversi, eppure convergenti a livello più profondo a favore dell’unico uomo, creato – come dice la Bibbia nella sua prima pagina – quale “immagine di Dio” e quindi come “dominatore” intelligente e saggio del mondo (cf. Gen 1,21-28).
3. Noi cristiani poi riconosciamo con intimo stupore, anche se con doveroso atteggiamento critico, come in tutte le religioni, da quelle più antiche ed ora scomparse, a quelle oggi presenti sul pianeta, si cerchi “una risposta ai reconditi enigmi della condizione umana… la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il male, l’origine e lo scopo del dolore… da dove noi traiamo la nostra origine e verso dove tendiamo”. Seguendo il Concilio Vaticano II, nella sua dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, riaffermiamo che “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni”, giacché “non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (“Nostra aetate”, 2). E d’altra parte è così innegabilmente grande, vivificante e originale la visione biblico-cristiana delle origini del cosmo e della storia dell’uomo in particolare – e ha avuto una così rilevante incidenza nella formazione spirituale, morale e culturale di interi popoli per oltre venti secoli che il parlarne esplicitamente, anche se sinteticamente, è un dovere a cui ogni pastore e ogni catechista non può mancare.
4. La rivelazione cristiana manifesta veramente una straordinaria ricchezza circa il mistero della creazione, segno non piccolo e ben commovente della tenerezza di Dio che proprio sui nodi più angosciosi dell’esistenza umana, e dunque sulla sua origine e sul suo futuro destino, ha voluto farsi presente con una parola continua e coerente, pur nella varietà delle espressioni culturali. Così la Bibbia si apre in assoluto con un primo, e poi con un secondo racconto della creazione, dove l’origine di tutto da Dio, delle cose, della vita, dell’uomo (Gen 1-2), si intreccia con l’altro doloroso capitolo sulla origine, questa volta dall’uomo, non senza tentazione del maligno, del peccato e del male (Gen 3). Ma ecco che Dio non abbandona le sue creature. E quindi una fiammella di speranza si accende verso un futuro di una nuova creazione liberata dal male (è il cosiddetto “Protovangelo”, Gen 3,15, cf. 9,13). Questi tre fili, l’azione creatrice e positiva di Dio, la ribellione dell’uomo e, già dalle origini, la promessa da parte di Dio di un mondo nuovo, formano il tessuto della storia della salvezza, determinando il contenuto globale della fede cristiana nella creazione.
5. Mentre nelle prossime catechesi sulla creazione sarà dato debito posto alla Scrittura, come fonte essenziale, sarà mio compito ricordare la grande tradizione della Chiesa, prima con le espressioni dei Concili e del magistero ordinario, e anche nelle appassionanti e penetranti riflessioni di tanti teologi e pensatori cristiani.
Come in un cammino costituito da tante tappe, la catechesi sulla creazione toccherà anzitutto il fatto mirabile di essa come lo confessiamo all’inizio del Credo o Simbolo apostolico: “Credo in Dio Creatore del cielo e della terra”; rifletteremo sul mistero della chiamata dal nulla di tutta la realtà creata, ammirando insieme l’onnipotenza di Dio e la sorpresa gioiosa di un mondo contingente che esiste in forza di tale onnipotenza. Potremo riconoscere che la creazione è opera amorosa della Trinità santissima ed è rivelazione della sua gloria. Il che non toglie, ma anzi afferma, la legittima autonomia delle cose create, mentre all’uomo, come a centro del cosmo, viene riservata un’attenzione intensa, nella sua realtà di “immagine di Dio”, di essere spirituale e corporale, soggetto di conoscenza e di libertà. Altre tematiche ci aiuteranno più avanti ad esplorare questo formidabile avvenimento creativo, in particolare il governo di Dio su mondo, la sua onniscienza e provvidenza, e come alla luce dell’amore fedele di Dio l’enigma del male e della sofferenza trovi la sua pacificante soluzione.
6. Dopo che Dio espresse a Giobbe la sua divina potenza creatrice (Gb 38-41), questi rispose al Signore e disse: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile a te… Io ti conosco per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Possa la nostra riflessione sulla creazione condurci alla scoperta che, nell’atto di fondazione del mondo e dell’uomo, Dio ha seminato la prima universale testimonianza del suo amore potente, la prima profezia della storia della nostra salvezza.

GIOVANNI PAOLO II – SALMO 41: DESIDERIO DEL SIGNORE E DEL SUO TEMPIO

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2002/documents/hf_jp-ii_aud_20020116.html

GIOVANNI PAOLO II – SALMO 41: DESIDERIO DEL SIGNORE E DEL SUO TEMPIO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì 16 gennaio 2002

Lodi Lunedì 2a Settimana (Lettura: Sal 41, 2-3.11-12)

1. Una cerva assetata, con la gola riarsa, lancia il suo lamento davanti al deserto arido, anelando alle fresche acque di un ruscello. Questa celebre immagine apre il Salmo 41, che è stato poc’anzi cantato. Vi possiamo vedere quasi il simbolo della profonda spiritualità di questa composizione, vero gioiello di fede e di poesia. In realtà, secondo gli studiosi del Salterio, il nostro Salmo è da unire strettamente al successivo, il 42, dal quale fu diviso quando i Salmi furono messi in ordine per formare il libro di preghiera del Popolo di Dio. Infatti entrambi i Salmi – oltre ad essere uniti per tema e per sviluppo – sono scanditi dalla stessa antifona: « Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio » (Sal 41, 6.12; 42, 5). Questo appello, ripetuto due volte nel nostro Salmo, e una terza volta nel Salmo successivo, è un invito rivolto dall’orante a se stesso in vista di respingere la malinconia per mezzo della fiducia in Dio, che certamente si manifesterà di nuovo come Salvatore.
2. Ma ritorniamo all’immagine di partenza del Salmo, che piacerebbe meditare col sottofondo musicale del canto gregoriano o di quel capolavoro polifonico che è il Sicut cervus di Pierluigi da Palestrina. La cerva assetata è, infatti, il simbolo dell’orante che tende con tutto se stesso, corpo e spirito, verso il Signore sentito come lontano e insieme necessario: « La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente »(Sal 41, 3). In ebraico una sola parola, nefesh, indica contemporaneamente l’ »anima » e la « gola ». Quindi possiamo dire che anima e corpo dell’orante sono coinvolti nel desiderio primario, spontaneo, sostanziale di Dio (cfr Sal 62, 2). Non per nulla, c’è una lunga tradizione che descrive la preghiera come « respiro »: essa è originaria, necessaria, fondamentale come l’alito vitale.
Origene, grande autore cristiano del terzo secolo, mostrava che la ricerca di Dio da parte dell’uomo è un’impresa mai terminata, perché nuovi progressi sono sempre possibili e necessari. In una delle sue Omelie sui Numeri egli scrive: « Coloro che percorrono la strada della ricerca della sapienza di Dio non costruiscono case stabili, ma tende mobili, perché vivono di viaggi continui progredendo sempre in avanti, e quanto più progrediscono, tanto più si apre il cammino davanti a loro, prospettando un orizzonte che si perde nell’immensità » (Omelia XVII, In Numeros, GCS VII, 159-160).
3. Cerchiamo ora di intuire la trama di questa supplica, che potremmo immaginare affidata a tre atti, due dei quali sono all’interno del nostro Salmo, mentre l’ultimo si aprirà nel Salmo successivo, il 42, che in seguito considereremo. La prima scena (cfr Sal 41, 2-6) esprime la profonda nostalgia suscitata dal ricordo di un passato reso felice da belle celebrazioni liturgiche ormai inaccessibili: « Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa » (v. 5).
« La casa di Dio » con la sua liturgia è quel tempio di Gerusalemme che il fedele un tempo frequentava, ma è anche la sede dell’intimità con Dio, « sorgente d’acqua viva », come canta Geremia (2, 13). Ora l’unica acqua che affiora alle sue pupille è quella delle lacrime (Sal 41, 4) per la lontananza dalla fonte della vita. La preghiera festosa di allora, elevata al Signore durante il culto nel tempio, è sostituita adesso dal pianto, dal lamento, dall’implorazione.
4. Purtroppo, un presente triste si oppone a quel passato gioioso e sereno. Il Salmista si trova ora lontano da Sion: l’orizzonte che lo circonda è quello della Galilea, la regione settentrionale della Terra Santa, come suggerisce la menzione delle sorgenti del Giordano, della vetta dell’Ermon da cui sgorga questo fiume, e di un’altra montagna a noi ignota, il Mizar (cfr v. 7). Siamo, quindi, più o meno nell’area in cui si trovano le cateratte del Giordano, le cascatelle con le quali si avvia il percorso di questo fiume che attraversa tutta la Terra promessa. Queste acque, però, non sono dissetanti come quelle di Sion. Agli occhi del Salmista sono piuttosto simili alle acque caotiche del diluvio che tutto distruggono. Egli le sente piombare addosso come un torrente impetuoso che annienta la vita: « Tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati » (v. 8). Nella Bibbia, infatti, il caos e il male o lo stesso giudizio divino sono raffigurati come un diluvio che genera distruzione e morte (Gen 6, 5-8; Sal 68, 2-3).
5. Questa irruzione è definita successivamente nella sua valenza simbolica: sono i perversi, gli avversari dell’orante, forse anche i pagani che abitano in questa regione remota dove il fedele è relegato. Essi disprezzano il giusto e deridono la sua fede chiedendogli ironicamente: « Dov’è il tuo Dio? » (v. 11; cfr v. 4). Ed egli lancia a Dio la sua angosciosa domanda: « Perché mi hai dimenticato? » (v. 10). Il « perché? » rivolto al Signore, che sembra assente nel giorno della prova, è tipico delle suppliche bibliche.
Di fronte a queste labbra secche che urlano, di fronte a quest’anima tormentata, a questo volto che sta per essere sommerso da un mare di fango, Dio potrà restare muto? Certamente no! L’orante si anima quindi di nuovo alla speranza (cfr vv. 6.12). Il Terzo atto, racchiuso nel Salmo successivo, il 42, sarà una fiduciosa invocazione rivolta a Dio (Sal 42, 1.2a.3a.4b) e userà espressioni liete e riconoscenti: « Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo ».

 

SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANI PAOLO II 2004

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/10-Salmo_26.html

SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANI PAOLO II 2004

Il Salmo 26 viene distribuito dalla Liturgia in due diversi brani. La prima parte di questo dittico poetico e spirituale (cf vv. 1-6) viene pregata ai Vespri del mercoledì della 1a settimana e ha come sfondo il tempio di Sion, sede del culto di Israele. Infatti il Salmista parla esplicitamente di «casa del Signore», di «santuario» (v. 4), di «rifugio, dimora, casa» (cf vv. 5-6). Anzi, nell’originale ebraico questi termini indicano più precisamente il «tabernacolo» e la «tenda», ossia il cuore stesso del tempio, dove il Signore si svela con la sua presenza e la sua parola. Si evoca anche la «rupe» di Sion (cf v. 5), luogo di sicurezza e di rifugio, e si allude alla celebrazione dei sacrifici di ringraziamento (cf v. 6). Se, dunque, la liturgia è l’atmosfera spirituale in cui è immerso il Salmo, il filo conduttore della preghiera è la fiducia in Dio, sia nel giorno della gioia, sia nel tempo della paura.

Una lotta simbolica La prima parte del Salmo, che ora meditiamo, è segnata da una grande serenità, fondata sulla fiducia in Dio nel giorno tenebroso dell’assalto dei malvagi. Le immagini usate per descrivere questi avversari, che sono il segno del male che inquina la storia, sono di due tipi. Da un lato, sembra che ci sia un’immagine di caccia feroce: i malvagi sono come belve che avanzano per ghermire la loro preda e straziarne la carne, ma inciampano e cadono (cf v. 2). Dall’altro lato, c’è il simbolo militare di un assalto compiuto da un’intera armata: è una battaglia che divampa impetuosa seminando terrore e morte (cf v. 3). La vita del credente è spesso sottoposta a tensioni e contestazioni, talora anche a un rifiuto e persino alla persecuzione. Il comportamento dell’uomo giusto infastidisce, perché risuona come un monito nei confronti dei prepotenti e dei perversi. Lo riconoscono senza mezzi termini gli empi descritti dal Libro della Sapienza: il giusto «è diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15).

Il Dio della vita Il fedele è consapevole che la coerenza crea isolamento e provoca persino disprezzo e ostilità in una società che sceglie spesso come vessillo il vantaggio personale, il successo esteriore, la ricchezza, il godimento sfrenato. Tuttavia egli non è solo e il suo cuore conserva una sorprendente pace interiore, perché – come dice la splendida «antifona» d’apertura del Salmo – «il Signore è luce e salvezza, è difesa della vita» del giusto (Sal 26,1). Egli ripete continuamente: «Di chi avrò paura?… Di chi avrò timore?… Il mio cuore non teme… Anche allora ho fiducia» (vv. 1.3). Sembra quasi di ascoltare la voce di San Paolo che proclama: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ma la quiete interiore, la fortezza d’animo e la pace sono un dono che si ottiene rifugiandosi nel tempio, ossia ricorrendo alla preghiera personale e comunitaria.

Sorgente della pace L’orante, infatti, si affida alle braccia di Dio e il suo sogno è espresso anche da un altro Salmo (cf 22,6): «Abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita». Là egli potrà «gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4), contemplare e ammirare il mistero divino, partecipare alla liturgia sacrificale ed elevare le sue lodi al Dio liberatore (cf v. 6). Il Signore crea attorno al suo fedele un orizzonte di pace, che lascia al di fuori lo strepito del male. La comunione con Dio è sorgente di serenità, di gioia, di tranquillità; è come entrare in un’oasi di luce e di amore. Il nostro rifugio Ascoltiamo ora, a sigillo della nostra riflessione, le parole del monaco Isaia, di origini sire, vissuto nel deserto egiziano e morto a Gaza verso il 491. Nel suo Asceticon egli applica il nostro Salmo alla preghiera nella tentazione: «Se vediamo i nemici circondarci con la loro furbizia, cioè con l’accidia, sia che indeboliscano la nostra anima nel piacere, sia perché non conteniamo la nostra collera contro il prossimo quando agisce contro il suo dovere, oppure se aggravano i nostri occhi per portarli alla concupiscenza, o se vogliono condurci a gustare i piaceri della gola, se rendono per noi come un veleno la parola del prossimo, se ci fanno svalutare la parola altrui, se ci inducono a far differenze tra i fratelli dicendo: “Questi è buono, quest’altro è cattivo”: se dunque tutte queste cose ci circondano, non perdiamoci di coraggio, ma gridiamo piuttosto come Davide con cuore fermo dicendo: “Signore, protettore della mia vita!” (Sal 26,1)» (Recueil ascétique, Bellefontaine 1976, p. 211).

 Giovanni Paolo II / L’Osservatore Romano, 22-03-2004

GIOVANNI PAOLO II – ATTO DI AFFIDAMENTO A MARIA SANTISSIMA

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GIOVANNI PAOLO II – ATTO DI AFFIDAMENTO A MARIA SANTISSIMA

Domenica, 8 Ottobre 2000

GIUBILEO DEI VESCOVI

1. « Donna, ecco il tuo figlio! » (Gv 19, 26) Mentre volge al termine questo Anno Giubilare, in cui Tu, o Madre, ci hai nuovamente offerto Gesù, il frutto benedetto del tuo grembo purissimo, il Verbo fatto carne, il Redentore del mondo, risuona particolarmente dolce per noi questa sua parola che a Te ci rinvia, facendoti nostra Madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Affidando a Te l’apostolo Giovanni, e con lui i figli della Chiesa, anzi gli uomini tutti, Cristo non attenuava, ma piuttosto ribadiva, il suo ruolo esclusivo di Salvatore del mondo. Tu sei splendore che nulla toglie alla luce di Cristo, perché esisti in Lui e per Lui. Tutto in Te è « fiat »: Tu sei l’Immacolata, sei trasparenza e pienezza di grazia. Ecco, dunque, i tuoi figli, raccolti intorno a Te, all’alba del nuovo Millennio. La Chiesa oggi con la voce del Successore di Pietro, a cui s’unisce quella di tanti Pastori qui convenuti da ogni parte del mondo, cerca rifugio sotto la tua protezione materna ed implora con fiducia la tua intercessione di fronte alle sfide che il futuro nasconde.

2. Tanti in questo anno di grazia hanno vissuto, e stanno vivendo, la gioia sovrabbondante della misericordia che il Padre ci ha donato in Cristo. Nelle Chiese particolari sparse nel mondo, e ancor più in questo centro della cristianità, le più svariate categorie di persone hanno accolto questo dono. Qui ha vibrato l’entusiasmo dei giovani, qui si è levata l’implorazione degli ammalati. Qui sono passati sacerdoti e religiosi, artisti e giornalisti, uomini del lavoro e della scienza, bambini e adulti, e tutti, nel tuo Figlio diletto, hanno riconosciuto il Verbo di Dio, fatto carne nel tuo seno. Ottienici, o Madre, con la tua intercessione, che i frutti di quest’Anno non vadano dispersi, e i semi di grazia si sviluppino fino alla piena misura della santità, a cui tutti siamo chiamati.

3. Vogliamo oggi affidarti il futuro che ci attende, chiedendoti d’accompagnarci nel nostro cammino. Siamo uomini e donne di un’epoca straordinaria, tanto esaltante quanto ricca di contraddizioni. L’umanità possiede oggi strumenti d’inaudita potenza: può fare di questo mondo un giardino, o ridurlo a un ammasso di macerie. Ha acquistato straordinarie capacità d’intervento sulle sorgenti stesse della vita: può usarne per il bene, dentro l’alveo della legge morale, o può cedere all’orgoglio miope di una scienza che non accetta confini, fino a calpestare il rispetto dovuto ad ogni essere umano. Oggi come mai nel passato, l’umanità è a un bivio. E, ancora una volta, la salvezza è tutta e solo, o Vergine Santa, nel tuo figlio Gesù.

4. Per questo, Madre, come l’Apostolo Giovanni, noi vogliamo, prenderti nella nostra casa (cf Gv 19, 27), per imparare da Te a conformarci al tuo Figlio. « Donna, ecco i tuoi figli! ». Siamo qui, davanti a Te, per affidare alla tua premura materna noi stessi, la Chiesa, il mondo intero. Implora per noi il Figlio tuo diletto, perché ci doni in abbondanza lo Spirito Santo, lo Spirito di verità che è sorgente di vita. Accoglilo per noi e con noi, come nella prima comunità di Gerusalemme, stretta intorno a Te nel giorno di Pentecoste (cf At 1, 14). Lo Spirito apra i cuori alla giustizia e all’amore, induca le persone e le nazioni alla reciproca comprensione e ad una ferma volontà di pace. Ti affidiamo tutti gli uomini, a cominciare dai più deboli: i bimbi non ancora venuti alla luce e quelli nati in condizioni di povertà e di sofferenza, i giovani alla ricerca di senso, le persone prive di lavoro e quelle provate dalla fame e dalla malattia. Ti affidiamo le famiglie dissestate, gli anziani privi di assistenza e quanti sono soli e senza speranza.

5. O Madre, che conosci le sofferenze e le speranze della Chiesa e del mondo, assisti i tuoi figli nelle quotidiane prove che la vita riserva a ciascuno e fa’ che, grazie all’impegno di tutti, le tenebre non prevalgano sulla luce. A Te, aurora della salvezza, consegniamo il nostro cammino nel nuovo Millennio, perché sotto la tua guida tutti gli uomini scoprano Cristo, luce del mondo ed unico Salvatore, che regna col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

 

Publié dans:feste di Maria, Papa Giovanni Paolo II |on 7 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II (catechesi sugli angeli)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1986/documents/hf_jp-ii_aud_19860723.html

GIOVANNI PAOLO II (catechesi sugli angeli)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 23 luglio 1986

1. Proseguiamo oggi la nostra catechesi sugli angeli la cui esistenza, voluta da un atto dell’amore eterno di Dio, professiamo con le parole del simbolo niceno-costantinopolitano: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili”. Nella perfezione della loro natura spirituale gli angeli sono chiamati fin dall’inizio, in virtù della loro intelligenza, a conoscere la verità e ad amare il bene che conoscono nella verità in modo molto più pieno e perfetto di quanto non sia possibile all’uomo. Questo amore è l’atto di una volontà libera, per cui anche per gli angeli la libertà significa possibilità di operare una scelta a favore o contro il Bene che essi conoscono, cioè Dio stesso. Bisogna qui ripetere ciò che già abbiamo ricordato a suo tempo a proposito dell’uomo: creando gli esseri liberi, Dio volle che nel mondo si realizzasse quell’amore vero che è possibile solamente sulla base della libertà. Egli volle dunque che la creatura, costituita a immagine e somiglianza del suo Creatore, potesse nel modo più pieno possibile rendersi simile a lui, Dio, che “è amore” (1 Gv 4, 16). Creando gli spiriti puri come esseri liberi, Dio nella sua Provvidenza non poteva non prevedere anche la possibilità del peccato degli angeli. Ma proprio perché la Provvidenza è eterna sapienza che ama, Dio avrebbe saputo trarre dalla storia di questo peccato, incomparabilmente più radicale in quanto peccato di uno spirito puro, il definitivo bene di tutto il cosmo creato. 2. Di fatto, come dice chiaramente la rivelazione, il mondo degli spiriti puri appare diviso in buoni e cattivi. Ebbene, questa divisione non si è operata per creazione di Dio, ma in base alla libertà propria della natura spirituale di ciascuno di essi. Si è operata mediante la scelta che per gli esseri puramente spirituali possiede un carattere incomparabilmente più radicale di quella dell’uomo ed è irreversibile dato il grado di intuitività e di penetrazione del bene di cui è dotata la loro intelligenza. A questo riguardo si deve dire anche che gli spiriti puri sono stati sottoposti a una prova di carattere morale. Fu una scelta decisiva riguardante prima di tutto Dio stesso, un Dio conosciuto in modo più essenziale e diretto di quanto è possibile all’uomo, un Dio che a questi esseri spirituali aveva fatto dono, prima che all’uomo, di partecipare alla sua natura divina. 3. Nel caso dei puri spiriti la scelta decisiva riguardava prima di tutto Dio stesso, primo e supremo Bene, accettato o respinto in modo più essenziale e diretto di quanto possa avvenire nel raggio d’azione della libera volontà dell’uomo. Gli spiriti puri hanno una conoscenza di Dio incomparabilmente più perfetta dell’uomo, perché con la potenza del loro intelletto, non condizionato né limitato dalla mediazione della conoscenza sensibile, vedono fino in fondo la grandezza dell’Essere infinito, della prima Verità, del sommo Bene. A questa sublime capacità di conoscenza degli spiriti puri Dio offrì il mistero della sua divinità, rendendoli così partecipi, mediante la grazia, della sua infinita gloria. Proprio perché esseri di natura spirituale, vi era nel loro intelletto la capacità, il desiderio di questa elevazione soprannaturale a cui Dio li aveva chiamati, per fare di essi, ben prima dell’uomo, dei “consorti della natura divina” (cf. 2 Pt 1, 4), partecipi della vita intima di Colui che è Padre, Figlio e Spirito Santo, di Colui che nella comunione delle tre divine Persone “è Amore” (1 Gv 4, 16). Dio aveva ammesso tutti gli spiriti puri, prima e più dell’uomo, all’eterna comunione dell’amore. 4. La scelta operata sulla base della verità su Dio, conosciuta in forma superiore in base alla lucidità delle loro intelligenze, ha diviso anche il mondo dei puri spiriti in buoni e cattivi. I buoni hanno scelto Dio come Bene supremo e definitivo, conosciuto alla luce dell’intelletto illuminato dalla rivelazione. Avere scelto Dio significa che si sono rivolti a lui con tutta la forza interiore della loro libertà, forza che è amore. Dio è divenuto il totale e definitivo scopo della loro esistenza spirituale. Gli altri invece hanno voltato le spalle a Dio contro la verità della conoscenza che indicava in lui il bene totale e definitivo. Hanno scelto contro la rivelazione del mistero di Dio, contro la sua grazia che li rendeva partecipi della Trinità e dell’eterna amicizia con Dio nella comunione con lui mediante l’amore. In base alla loro libertà creata hanno operato una scelta radicale e irreversibile al pari di quella degli angeli buoni, ma diametralmente opposta: invece di un’accettazione di Dio piena di amore, gli hanno opposto un rifiuto ispirato da un falso senso di autosufficienza, di avversione e persino di odio che si è tramutato in ribellione. 5. Come comprendere una tale opposizione e ribellione a Dio in esseri dotati di così viva intelligenza e arricchiti di tanta luce? Quale può essere il motivo di tale radicale e irreversibile scelta contro Dio? Di un odio tanto profondo da poter apparire unicamente frutto di follia? I Padri della Chiesa e i teologi non esitano a parlare di “accecamento” prodotto dalla sopravvalutazione della perfezione del proprio essere, spinta fino al punto di velare la supremazia di Dio, che esigeva invece un atto di docile e obbediente sottomissione. Tutto ciò sembra espresso in modo conciso nelle parole: “Non ti servirò!” (Ger 2, 20), che manifestano il radicale e irreversibile rifiuto di prendere parte all’edificazione del regno di Dio nel mondo creato. “Satana” lo spirito ribelle, vuole il proprio regno, non quello di Dio, e si erge a primo “avversario” del Creatore, a oppositore della Provvidenza, ad antagonista della sapienza amorevole di Dio. Dalla ribellione e dal peccato di Satana, come anche da quello dell’uomo, dobbiamo concludere accogliendo la saggia esperienza della Scrittura che afferma: “L’orgoglio è causa di rovina” (Tb 4, 13).

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