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« LA VITA È DONARE UNA VIA » – VOCAZIONE ALLA VITA RELIGIOSA

http://www.apostoline.it/perscegliere/religiosi/donare_una_via_basti.htm

« LA VITA È DONARE UNA VIA »  – VOCAZIONE ALLA VITA RELIGIOSA

di Gianfranco Basti    “Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. (Gv 14,5-6)

Nell’ultima cena Gesù, istituendo l’Eucarestia, compie il gesto che manifesta il senso, il “perché” profondo di tutta la sua vita. Trasformando la tradizionale preghiera di benedizione sul pane e sul vino della pasqua ebraica nel gesto di consacrazione, del dono di tutta la sua vita al Padre per noi – “Questo è il mio corpo…”, “Questo è il mio sangue…” -Cristo spiega ai suoi apostoli il mistero profondo della sua vita e quindi di tutti coloro che vorranno, come noi, vedere in Cristo il loro modello, appunto la loro via, la loro verità, la loro vita. La vita di Cristo e la vita di coloro che sono di Cristo è una vita chiamata a divenire benedizione, eucaristia – che è poi la traduzione greca del termine “benedizione”, berakah in ebraico -, perché possiede la medesima struttura triadica di ogni preghiera ebraica di benedizione che ha Dio come suo principio e come suo fine. Benedire Dio per l’ebreo significa consacrare, ridonare a Lui i doni che Egli per primo ci ha fatto e che l’uomo ha arricchito del suo personale impegno. Mentre la preghiera del pagano ha l’uomo stesso come principio e fine (io ho bisogno – mi rivolgo a Dio – perché mi esaudisca), la preghiera del pio israelita segue la direzione inversa: Dio nella sua misericordia mi colma di doni – mi scopro ricco dei doni di Dio – a Dio li ridono in rendimento di grazie, in fiducioso abbandono. “Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta. Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,29-32). Scoprire la propria vocazione significa, così, scoprire la dimensione eucaristica della propria vita, significa scoprire che la nostra vita è dono e che possiamo fare della nostra esistenza un rendimento di grazie a Dio, ridonandola a Lui, in modo personalissimo ed irripetibile. Innumerevoli sono le vie che gli uomini possono percorrere per questo “ritorno al Padre”, innumerevoli quante sono le persone umane, vie tutte nuove ed imprevedibili quanto è sempre nuova ed imprevedibile una vita. Per questo è così facile smarrirsi…   “Io sono la via” Ecco allora risuonare come attualissime per ciascuno di noi le parole di Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. La risposta di Gesù è un invito alla sequela: “Io sono la via…”. Cristo, la sua vita e il suo modello sono il sommo criterio per giudicare della giustezza della via che ogni battezzato sta percorrendo. Per questo, ogni battezzato che non ha sbagliato strada, che ha saputo seguire Cristo fino in fondo, fino al dono pieno di sé, può divenire modello nel Modello unico che è Cristo per schiere innumerevoli di altri fratelli, attualizzazione nelle diverse epoche della storia dell’unico Vangelo fatto davvero “vita” solo nella vita del Cristo. Tutto il segreto della scelta religiosa è qui. Ogni santo, ogni maestro dello spirito, fondatore di una certa famiglia religiosa, altro non è che un’espressione particolare dell’unica, multiforme ricchezza del Cristo in una certa situazione politica, culturale, sociale, religiosa, in risposta a certe particolari attese, desideri, bisogni dell’umanità e della Chiesa. Ogni famiglia religiosa si caratterizza così per un certo carisma, contemplativo o attivo, caritativo o di annuncio, d’insegnamento o di testimonianza. I carismi sono tanti, tantissimi: non passa anno senza che non se ne aggiungano di nuovi nella Chiesa. Segno della vitalità e creatività dello Spirito indubbiamente. E, nello stesso tempo, possiamo essere certi che ciascuno di essi non fa che evidenziare un aspetto particolarissimo della vita del Cristo. Lui solo è la sintesi dei carismi: Lui solo è stato in pienezza contemplativo e uomo della carità, maestro inarrivabile di verità altissime ed umile servitore dei poveri, martire e profeta, predicatore ed umile operaio… in una parola, il Santo dei santi. Potremmo dire che Cristo ha vissuto così bene ogni dimensione della sua vita umana e divina, che un aspetto soltanto della sua esistenza terrena è capace di riempire e dare un senso alla vita di migliaia di battezzati che si consacrano alla contemplazione, o al servizio della carità, o all’insegnamento, o all’annuncio, o alla condivisione della sorte degli uomini, mediante la loro consacrazione religiosa. I religiosi sono dei battezzati che hanno sentito nella profondità del loro cuore l’unica chiamata ad una sequela radicale del Cristo, attraverso le promesse solenni (o voti) di vivere: la castità evangelica non come nel matrimonio, ma nel dono totale di se stessi al Signore ed alla Chiesa in una famiglia spirituale; di vivere la povertà evangelica non nel modo del laico cristiano, ma nella rinuncia totale ad ogni retribuzione per il lavoro svolto; di vivere l’obbedienza evangelica , non solo nella leale disponibilità ad ogni autorità legittima, sia di origine umana che divina, ma nella rinuncia senza riserve a disporre della propria vita per il bene comune.

Carismi e comunità All’interno di questa comune vocazione, ed a questa comune grazia a vivere il battesimo come sequela radicale del Cristo, ogni religioso si differenzia dall’altro per la scelta di un particolare carisma. Una scelta, beninteso, che non è una sorta di agenzia di collocamento delle diverse generosità. Al contrario, ogni religioso è tale perché è rimasto affascinato da una dimensione particolare della vita del Cristo, e da come un certo fondatore di famiglia religiosa è riuscito ad incarnare nella sua vita questa dimensione, attualizzandola nell’oggi della Chiesa. Ma per la scoperta e la scelta della vocazione religiosa ciò non basta ancora. Come ho potuto notare in molti, ciò che determina in maniera definitiva il riconoscere la volontà di Dio per una persona è quella indicibile – e pure così evidente per chi la vive – sintonia di desideri, prospettive, progetti, affetti, che fa sì che la scelta religiosa sia letteralmente una scelta per vivere l’unica sequela del Cristo dall’interno di una particolare famiglia. Una famiglia “spirituale”, certo, con tutti quei pregi e quei difetti rispetto alla famiglia naturale fondata sul matrimonio, che costituiscono la sua peculiarità. Eppure di una vera famiglia si tratta, perché comunità di persone fondata su vincoli altrettanto forti quali quelli di sangue: i vincoli dell’unico Spirito della carità di Cristo che unisce a sé “sponsalmente” ciascuno dei membri che formano questa comunità. Così, in essa, di nuovo come nella famiglia naturale, le persone si sono liberamente riunite insieme al solo fine di perseguire la crescita e la felicità di ciascuno dei membri, attraverso un dono e un servizio alla comunità più grande della Chiesa e dell’umanità. Proprio per questa continuità ed insieme questa peculiarità del religioso rispetto al battezzato laico, e della famiglia religiosa rispetto a quella naturale, non è raro trovare affiancate a molte famiglie religiose, forme di vita consacrata – si pensi, per esempio, ai cosiddetti “terz’ordini” – di persone e di intere famiglie che, pur vivendo in pienezza il battesimo nello stato laicale, condividono lo stesso carisma di servizio e di sequela. In questo modo, la vita religiosa raggiunge il suo culmine. Essa infatti si specifica proprio come la vocazione a vivere profeticamente la via di una particolare sequela del Cristo, aprendo la strada ad una moltitudine di fratelli chiamati a condividere in tanti modi la medesima passione per il Vangelo e per il Regno. Per convincersene, si pensi solo a cosa è significato il movimento francescano per la Chiesa dall’inizio di questo secondo millennio o la testimonianza di Madre Teresa di Calcutta per la Chiesa ed il mondo alla fine di questo stesso millennio… I religiosi profeticamente indicano agli altri battezzati una molteplicità di modi per fare della propria vita un’eucarestia di lode e di dono, secondo uno stile e delle modalità particolari, eppure mossi dall’unica carità del Cristo che ci “urge” dentro. “Un acqua viva grida dentro di me: ‘vieni al Padre’ ”: così il martire e vescovo Ignazio descriveva nel II sec. “la voce” di questa carità. Molte sono le vie per questo “ritorno al Padre”. Esse però convergono nell’unica via che è Cristo stesso, perché è la medesima carità ad averle ispirate, affinché solo la Chiesa nella sua interezza divenga sempre più e meglio, icona, immagine viva ed autentica del Cristo nella storia degli uomini e del mondo. (da “Se vuoi”)

MARIA MADDALENA, COLEI CHE HA COMPRESO L’AMORE

http://www.gliscritti.it/approf/2008/papers/lonardo250308.htm

MARIA MADDALENA, COLEI CHE HA COMPRESO L’AMORE

di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito l’articolo che don Andrea Lonardo ha scritto il 18/3/2008 per la rubrica In cammino verso Gesù (la rubrica pubblica ogni due settimane un breve articolo di approfondimento sul Gesù storico e la rilevanza del suo vangelo) del sito Romasette di Avvenire

Il Centro culturale Gli scritti (19/3/2008)

“Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento” (Gv 12,3). Maria, a Betania, non utilizza il prezioso olio profumato di vero nardo assai prezioso per se stessa, come avrebbe fatto ogni altra donna. In ogni cultura il profumarsi è strumento per piacersi e per piacere, per attirare l’attenzione sulla propria persona, per sedurre (nel senso etimologico della parola “se-ducere” cioè “condurre a sé”), per catturare l’olfatto. Maria vuole che sia il Signore a risplendere nella sua bellezza e vuole che il suo profumo avvolga tutti coloro che sono nella casa. Non solo mai il Cristo è stato innamorato della Maddalena, ma neanche lei mai lo è stata di lui! Questa illazione, che non trova alcun fondamento nei testi evangelici e nemmeno negli apocrifi, è piuttosto segno di una delle povertà del nostro tempo che non conoscendo altra forma di amore che quella dell’innamoramento –ed evidentemente neanche questa troppo bene!- non può che proiettare questo cliché su Gesù. La banalità di un recente romanzetto che viene incontro all’esigenza contemporanea di gossip rinchiude, ad esempio, tutta la vicenda all’interno di una storia di sesso e potere, mettendo in scena un Cristo che non muore in croce per amore, ma che anzi è preoccupato di dar vita ad una stirpe regale, fondatore di una monarchia che lotterà contro altre stirpi di potenti. La pretesa di coinvolgere in questa mistificazione Leonardo da Vinci ed una delle sue più grandi opere –il Cenacolo è, in realtà, un’altissima meditazione sul tradimento di Giuda e sul mistero dell’amore del Cristo che coscientemente si offre alla morte per la salvezza- la dice lunga sul livello culturale di questa operazione di cassetta. L’unzione di Betania rende evidente, invece, che Maria non vuole il Cristo per sé, ma vuole che risplenda per tutti. Ella, nel perdono ricevuto, aveva compreso che in quell’uomo era Dio stesso che l’aveva visitata ed aveva intuito che per il perdono di tutti egli era venuto. Maria ha così accolto l’amore, divenendo una discepola, una credente, una cristiana. Il suo gesto diviene presagio di quell’offerta che si sta per compiere sul Golgota, perché il mondo riceva la misericordia di Dio: “Essa ha fatto ciò che era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura” (Mc 14,8). La grande questione è qui evidentemente la morte in croce: su quel legno avverrà la realizzazione dell’amore “fino alla fine” che cambierà la storia del mondo. Maria intuisce che lì sarà glorificato il Figlio di Dio ed il suo amore e si pone a servizio di questo dono di sé per tutti che Gesù sta per portare a compimento. Lei comprende, mentre Giuda si rifiuta di vedere, che i poveri avranno bisogno della Pasqua ben più che dei denari che si sarebbero potuti ottenere con la vendita di quell’unguento. L’evangelista Marco ci riporta un’espressione straordinaria del Cristo che spinge lo sguardo ancora più in là: “In verità, vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14,9). La morte in croce e la resurrezione sono vangelo e diverranno annunzio che sarà portato a tutte le nazioni, perché chiunque trovi in esso la speranza. Il profumo del Cristo non inebrierà solo quella piccola casa di Betania, ma la sua fragranza e la sua bellezza riempiranno il mondo intero. Ed espressione della verità, della realtà di questo annuncio di gioia, sarà anche il racconto di questa donna che ha creduto ed ha ricevuto la vita nuova -una nuova vita che sembrava a lei impossibile come la resurrezione di Lazzaro- nell’incontro con il Signore Gesù. La tradizione medioevale vuole che la Maddalena sia stata la prima evangelizzatrice della Francia, insieme a Marta ed a Lazzaro, e che quest’ultimo sia stato il primo vescovo di Marsiglia, già allora porto fiorente sul Mediterraneo. Lazzaro, colui al quale il Signore aveva ridato la vita, morirà martire, decapitato per rendere l’estrema testimonianza della fede nella resurrezione del suo Signore (la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine sintetizza tutta la tradizione medioevale a proposito). La Maddalena avrebbe così speso i suoi anni nella penitenza, vivendo come eremita, come consacrata, in una grotta ancora oggi meta di pellegrinaggi nota come la Sainte Baume, portata in cielo ogni giorno dagli angeli a pregare i salmi con i santi e con il suo Signore. San Francesco ebbe una particolare venerazione per la Maddalena, che era ormai divenuta la patrona degli eremiti; per questo motivo si trovano spesso, negli eremi francescani, delle cappelle a lei dedicate. Per questo stesso motivo Giotto fu incaricato di affrescare una intera cappella, nella basilica inferiore di Assisi, con le storie della Maddalena ed è un peccato che molti dei pellegrini e dei visitatori della città umbra nemmeno sappiano che il pittore non si è limitato a dipingere le storie del poverello, ma ha, al contempo, rappresentato per noi le storie della donna che ha compreso l’amore, contemplando la Pasqua del suo Signore. N.B. Per chi desiderasse approfondire il significato iconografico del Cenacolo di Leonardo in Santa Maria delle Grazie a Milano è possibile consultare on-line l’articolo di Andrea Lonardo, Dal Codice da Vinci di Dan Brown ad una più rispettosa lettura iconografica del Cenacolo di Leonardo. Per la difficile questione esegetica delle diverse Marie presenti nei vangeli, vedi una scheda di Gianfranco Ravasi, disponibile on-line con il titolo Maddalena, gli equivoci da sfatare Per altri articoli e studi di d.Andrea Lonardo presenti su questo sito, vedi la pagina Sacra Scrittura (Antico e Nuovo Testamento) nella sezione Percorsi tematici

 

Publié dans:biblica, BIBLICA APPROFONDIMENTI |on 25 février, 2016 |Pas de commentaires »

BIBBIA, TUTTE LE VOLTE CHE LA MISERICORDIA…

http://www.paroladivita.org/Chiesa/Bibbia-tutte-levolte-che-la-Misericordia

BIBBIA, TUTTE LE VOLTE CHE LA MISERICORDIA…

UNA RILETTURA RAGIONATA, A CAVALLO FRA ANTICO E NUOVO TESTAMENTO.

La parola misericordia compare circa 145 volte nella nuova traduzione della Bibbia Cei, anche se nelle lingue originali della Scrittura (l’ebraico e il greco) non esiste un’unica parola che corrisponde all’italiano misericordia, e ciò comporta una certa varietà di traduzione.

Bibbia, tutte levolte che la Misericordia… 30/03/2015 di Paolo Mascilongo

Il biblista don Paolo Mascilongo, direttore dell’Ufficio catechistico della diocesi di Piacenza-Bobbio, docente di Sacra Scrittura al Collegio Alberoni di Piacenza e autore di diverse pubblicazioni di taglio biblico, interviene sul tema della “misericordia” al centro del Giubileo annunciato dal Papa. La parola misericordia compare circa 145 volte nella nuova traduzione della Bibbia Cei, anche se nelle lingue originali della Scrittura (l’ebraico e il greco) non esiste un’unica parola che corrisponde all’italiano misericordia, e ciò comporta una certa varietà di traduzione. Nell’ebraico biblico sono due i termini più utilizzati. Il primo è rehamîm, letteralmente “viscere”: è il sentimento profondo che lega due persone per ragioni di sangue e di cuore (genitori e figli, o fratelli); esprime perciò un amore quasi istintivo e, appunto, “viscerale”. L’altro termine è hesed, che designa “bontà”, “pietà”, “compassione” e indica sempre anche la fedeltà di Dio. Nel testo greco, il termine più usato (sia nell’antica traduzione greca del testo ebraico, sia nel Nuovo Testamento) è il verbo eléo, che nell’Antico Testamento traduce di solito hesed, e significa “avere o agire con misericordia”; di norma è riferito a Dio. Altra parola greca è oiktirmòs (“commiserazione”), che si può collegare all’ebraico rehamîm, così come una terza parola, splanchna, che si ritrova anche nel Nuovo Testamento. Sono quindi molti i termini che si possono tradurre con misericordia; d’altronde, sono anche molti i sinonimi di misericordia presenti nella traduzione italiana: amore, fedeltà, compassione, grazia… Non potendo, in poche battute, fare una panoramica adeguata, mi limiterò solamente a mostrare dove compare il termine misericordia nella traduzione Cei del 2008. L’Antico Testamento. Nell’Antico Testamento, misericordia s’incontra talvolta in riferimento al comportamento dell’uomo (Gen 43,10; Sir 16,14), ma in senso proprio si riferisce a Dio. Già nel Pentateuco, la parte più importante dell’Antico Testamento, designa l’atteggiamento di Dio davanti al peccato e al tradimento dell’uomo; così il Signore si rivolge a Mosè: “A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia” (Es 33,19). Ma è soprattutto in altre parti della Scrittura d’Israele che s’incontra la parola misericordia: così, in 2Sam 24,14, è Davide a proclamare che “la misericordia del Signore è grande”; da rileggere anche la grande preghiera contenuta nel libro di Neemia (cap. 9) oppure le tante citazioni del Secondo libro dei Maccabei (“egli non ci toglie mai la sua misericordia…”, 2Mac 6,16) e del Siracide. Anche i profeti cantano la misericordia di Dio; basti per tutti Is 54,10: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto… dice il Signore che ti usa misericordia” (qui è ben espressa la fedeltà di Dio). Ma sono forse i Salmi a contenere le più belle pagine dell’Antico Testamento sull’amore incondizionato di Dio, anche davanti al peccato: nelle parole di chi si rivolge a Dio nell’angoscia, leggiamo tutta la fiducia dell’uomo nei confronti di un Dio “pieno di misericordia con chi l’invoca” (Sal 85(86),5). Il Nuovo Testamento. Nel Nuovo Testamento, la parola misericordia compare negli scritti di Paolo, in particolare nella Lettera ai Romani, sempre in riferimento all’agire di Dio verso gli uomini. L’apostolo l’utilizza poi anche in Ef 2,4, in uno splendido passaggio dove (insieme ad amore e grazia) indica l’agire salvifico di Dio in Gesù: “Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati”. Non mancano anche gli inviti ad agire con misericordia, ad esempio nelle Lettere di Giacomo e di Giuda. Nei Vangeli, la parola misericordia compare cinque volte tra Mt e Mc (tra cui la quinta beatitudine, “beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”, Mt 5,7), e cinque volte nel solo Vangelo di Luca (tutte nel primo capitolo, dove Maria e Zaccaria esaltano la misericordia del Dio d’Israele). Proprio Luca è detto il “Vangelo della misericordia”, come ha recentemente ricordato il Papa annunciando il prossimo Anno Santo. A partire dalla richiesta di Lc 6,36 (“Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”), passando per lo sguardo compassionevole di Gesù verso la vedova di Nain (Lc 7,11-17) o la peccatrice (Lc 7,36-50), fino alle celebri tre parabole sulla misericordia del capitolo quindicesimo, tutto il terzo Vangelo fa della misericordia il tratto caratteristico di Dio, in particolare come atteggiamento verso il peccatore. Com’è chiaro, in Luca non è più questione di parole utilizzate: anche là dove misericordia non compare, è l’agire di Gesù che parla di misericordia, e lo fa fino alla fine, sulla croce… come non ricordare qui, in conclusione, il ladrone condannato a morte che si vede aprire, in modo inatteso e commovente, le porte del paradiso (Lc 23,43), come supremo gesto dell’amore misericordioso del Signore?

 

Publié dans:biblica |on 16 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

GIOITE NEL SIGNORE SEMPRE!

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GIOITE NEL SIGNORE SEMPRE!

LaParrocchia.it 

III Domenica di Avvento (Anno C) – Gaudete (13/12/2009) Vangelo: Lc 3,10-18 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

L’Antifona d’ingresso di questa domenica recita in latino: « Gaudete in Domino semper ». Da questa prima parola, « Gaudete », prende nome – per antica tradizione – questa terza domenica d’Avvento. Oggi celebriamo, perciò, la domenica Gaudete, la domenica della gioia! Anticamente questa domenica doveva dare ai fedeli un po’ di respiro dalle rinunce e penitenze, che venivano praticate in Avvento così come in Quaresima. Oggi, però, l’Avvento è stato riscoperto come tempo di attesa e non più come tempo penitenziale: non si tratta più perciò di dare sollievo ai fedeli gravati da chissà quali penitenze, ma di dare all’attesa il colore della gioia anziché quello della mestizia. L’invito alla gioia ritorna incalzante nella Seconda Lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi. Paolo, prigioniero ed in catene, scrive agli abitanti di Filippi invitandoli ad avere gli stessi sentimenti di Gesù Cristo ed esortandoli, ripetutamente, a rallegrarsi ed a « gioire nel Signore »! È straordinario pensare come un uomo in catene, in catene per Cristo, possa invitare altri a rallegrarsi in questi termini! Mentre rileggevo queste pagine, mi risuonavano nel cuore le parole della nota « predica della perfetta letizia » di San Francesco d’Assisi. Perfetta letizia, perfetta felicità, gioia vera si ha quando nonostante le prove più terribili non cediamo alla disperazione e alla depressione più profonda, ma restiamo ancorati a Cristo, perché nessuno mai potrà separarci da Lui e dal Suo Amore! Cristo è la fonte della vera gioia, che nessuno potrà mai toglierci! Infatti, se ritorniamo al testo della Lettera ai Filippesi, al testo originale, il testo greco, vediamo che la parola (rallegratevi) ha la stessa radice di (grazia). La gioia, dunque, è strettamente legata alla grazia e la grazia è l’effetto della vicinanza del Signore. La vicinanza del Signore, dunque, è il vero motivo della nostra gioia! Se già il popolo di Israele poteva vantare davanti a tutti gli altri popoli « la prossimità di Dio », ancor più noi, popolo della Nuova Alleanza, dobbiamo esultare di gioia indicibile perché proprio quel Dio, che allo sforzo della ricerca umana si rivela « fascinoso e tremendo », si è abbassato, per sua libera scelta, fino ad assumere la nostra natura, la carne di peccato, e ci ha resi partecipi della sua intimità, della vita trinitaria. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio! Lo stesso motivo di gioia è racchiuso anche nel racconto dell’Annunciazione che abbiamo ascoltato pochi giorni fa’, nella solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. L’Angelo si rivolge a Maria con il saluto: « Gioisci, rallegrati, ricolmata di grazia, il Signore è con te »… il motivo dell’invito alla gioia, dunque, è la prossimità di Dio, e l’effetto di questa vicinanza è la sovrabbondanza della grazia. La gioia è, perciò, essenziale all’annuncio cristiano, è l’anima stessa di questo annuncio. Il Vangelo non è forse « buona notizia », notizia di gioia? Domandiamoci perciò se viviamo il nostro essere cristiani, il nostro essere « il popolo del Dio vicino », con questa gioia, la gioia che traboccando dalla pienezza del nostro cuore straripa e coinvolge il mondo intero. Essere « sale della terra » significa dare a questa terra, dare a questo mondo, la gioia vera, quella che proviene da Gesù nostro Signore. Lui solo può appagare i desideri più nascosti del nostro cuore. Lui solo può trasformare la tristezza dipinta sui volti degli uomini in vera gioia, gioia che nessuno potrà mai strappare. La gioia vera, poi, è più eloquente di qualsiasi altra parola, dice molto, molto più di qualsiasi discorso, di qualsiasi predica. La gioia che dalla pienezza del nostro cuore straripa sui nostri volti e permea le nostre relazioni, rendendole fraterne, sarà la testimonianza più credibile del mistero dell’Incarnazione che celebreremo nei giorni del Natale. « Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae »… Chiediamo al Signore che i nostri giorni, le nostre ore, siano liete perché sovrabbondanti del Suo Amore Trinitario che ci è stato rivelato nel mistero del Verbo fatto carne. Amen. Maranathà! Commento a cura di don Michele Munno

Publié dans:biblica, liturgia, NATALE 2015 |on 11 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

 

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01051997_p-78_it.html

IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

Luciano Pacomio

Il profeta

Dopo l’amara esperienza dell’Esilio babilonese, in cui il popolo di Dio aveva avuto l’esperienza dell’essere privato della propria terra, del tempio, della sua stessa consistenza di popolo, si apre un orizzonte di speranza, di liberazione. La profezia interpreta il vissuto. E profezia è il prezioso servizio che un uomo fa ai propri fratelli, al proprio popolo, interpretando, con la potenza di Dio e con la sapienza dono di Dio, le vicende e gli accadimenti storici in cui si è coinvolti. «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece che un cuore mesto» (Isaia 61,1-3a). Il profeta si fa araldo di un « anno di misericordia » e non per una sua personale iniziativa, ma per una « unzione » operata dallo Spirito del Signore: è un dono divino. E questo anno si esprime in due direzioni vitali, altamente positive: la liberazione e la consolazione. La liberazione è dai mali fisici, dalle lacerazioni interiori, dalla condizione di schiavitù; la consolazione è una trasformazione del proprio sentire, del proprio modo di essere: dal lutto si passa alla gioia. Città, campagna, esperienze di lavoro pastorizio e agreste sono coinvolti in una novità di vita più umana e costruttiva. Il tempo è segnato dal dono del Signore.

Il Giubileo Il vocabolo « giubileo » deriva dal termine ebraico jobel che significa corno d’ariete; giacché proprio tale corno era adoperato come tromba, il cui suono indicava a tutti l’inizio dell’anno giubilare. Il libro del Levitico, nel codice di santità, è la fonte che ci avverte sulla portata dell’anno giubilare, anno per eccellenza di liberazione, che è al termine di sette settimane di anni: il cinquantesimo anno. «Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarate santo il cinquantesimo anno e proclamate la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia»(Levitico 25, 8-10). Ci sono nello stesso Levitico testi e modelli paralleli molto preziosi per comprendere quale carica di idealità e di progettazione aveva l’anno giubilare. Intanto è bene tener presente come nel vicino oriente, nelle culture antiche, il ciclo lunare fosse scelto come criterio per segnare il tempo: la settimana (sette giorni) assume, ancor prima della legislazione giudaica, un carattere spiccatamente religioso. Il Signore segna i tempi di lavoro e di riposo. Già il primo capitolo del primo libro della Scrittura, Genesi, interpreta l’agire creativo di Dio con la struttura dei sette giorni, pur nella lucida consapevolezza della trascendenza di Dio che « dice », e il suo dire è creativo, è « benedizione ». Anche le feste del calendario ebraico sono segnate dai sette giorni; tale è la durata sia della festa degli azzimi, sia quella dei tabernacoli. In particolare Pentecoste (cinquantesimo giorno) o festa delle settimane è celebrata sette settimane dopo il sabato della Pasqua. Fonte di queste leggi e notizie sono il capitolo 23 del libro del Levitico e, più antico, il capitolo 34 dell’Esodo e il capitolo 16 del quinto libro della Bibbia, il Deuteronomio.

La liberazione Si constata con gioia e con compiacimento come la fede in Dio porta anche la cultura di Israele a vivere un primato nel tempo, nel lavoro, nei rapporti. Alcune realtà che coinvolgono le persone, gli strumenti e i mezzi per vivere, non possono soggiacere all’egoismo sfrenato e all’arrivismo insaziabile di alcuni. Il credente non può tollerare le forme e la durata anche a vita della schiavitù, così come era praticata presso altri popoli. Così non è tollerabile che, per indebitamento e per povertà, una famiglia o un padre sia privato per sempre della sua terra, giacché la terra è di Dio ed è dono fruttificante per l’uomo. Di qui le puntuali « leggi divine » del libro del Levitico che utopisticamente intervengono a promuovere giustizia e speranza. L’utopia sta proprio nella distanza di un anno giubilare dall’altro e nella difficile praticabilità, ma l’orientamento è chiaro: interpella, sfida, sollecita ad accogliere il dono e a promuovere una cultura di liberazione. «Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In questo anno del Giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello» (Levitico 25,12-14).

E a proposito delle persone. «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, un inquilino. Ti servirà fino all’anno del Giubileo; allora se ne andrà da te con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese di Egitto; non devono essere venduti come si vendono gli schiavi. Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio» (Levitico 25, 39-43).

La consolazione C’è una fondamentale espressione e proposta di esperienze nell’anno giubilare: il riposo. Un riposo carico di dono e di rapporto con Dio: tutto è dono suo e tutto possiamo riferirlo a Lui. La cultura del « sabato » cambia la qualità della vita; riconduce alle proprie radici, alla ragione del proprio esistere; e può aprire alla felicità possibile nella storia. «Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi»(Levitico 25,11-12). Questa « consolazione » risuonerà in modo imprevedibile e pieno nel rapporto con Gesù di Nazareth, il Signore, grazie al quale è possibile vivere il « riposo » e il « ristoro »; avere, contro ogni desolazione, l’esperienza della « consolazione ». «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero» (Matteo 21,28-30). La Lettera agli Ebrei, partendo dall’espressione del salmo 95 versetto 11 « giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo » e si riferiva ai quarant’anni di peregrinare dall’antico popolo di Israele nell’esodo, fa meditare in modo stupendo sul riposo cristiano. «Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la Buona Novella non entrarono a causa della loro disubbidienza, egli fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo per mezzo di Davide (Salmo 95,8) dopo tanto tempo come è stato già riferito:

Oggi, se udite la sua voce non indurite i vostri cuori! Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato in seguito di un altro giorno. E’ dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza» (Ebrei 4, 6-11). Uno sguardo sul futuro La letteratura biblica anticotestamentaria tardiva, in una visione sul futuro escatologico, con il tipico linguaggio apocalittico annunzia la liberazione finale e definitiva del popolo di Dio. E’ la profezia di Daniele (9,24) delle settanta settimane, cioè di un calcolo convenzionale di dieci periodi giubilari.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi».

Si tratta in ogni generazione di ravvivare l’attesa e la ricerca del Signore, del dono che fa di sé, di una novità di vita dove liberazione, consolazione, riposo che è da sempre e per sempre il disegno di misericordia e di bontà che Dio ha su ogni persona e su ogni popolo.

SALMO 16 (15) FIDUCIA, OLTRE LA MORTE.

http://www.padresalvatore.altervista.org/Salmo16.htm

SALMO 16 (15) FIDUCIA, OLTRE LA MORTE.

(Padre Salvatore)

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,
senza di te non ho alcun bene».
Per i santi, che sono sulla terra,
uomini nobili, è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli:
io non spanderò le loro libagioni di sangue
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,
è magnifica la mia eredità.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

VERSIONE DI D.M. TUROLDO

Fa’ che il tuo cuore sia la mia custodia,
ove riponga tranquillo la fiducia, Signore.

Ho detto a Dio: Signore,
tu sei il mio unico bene.

Non più simulacri di santi,
potenze profane adorate sulla terra:
sequela di idolo, di un dio straniero,
molta pena con sé comporta.

Non più verserò le lor libagioni di sangue,
né il lor nome infetti più la mia bocca.

E’ lui, il Signore, la mia porzione,
mio calice, mio destino.

Delizioso è quanto mi hai dato in sorte,
veramente splendida è la mia eredità.

Benedico il Signore che la mente m’ispira
e i reni miei illumina pure la notte.

Sono fissi al Signore gli occhi miei per sempre,
con lui a fianco, incertezza non scuote.
Gioiscono cuore e sensi per questo e tripudiano:
tutto il mio essere riposa sicuro.

Non è da te abbandonare una vita agli Inferi,
lasciare che la fossa inghiotti un fedele.
Tu la via alla vita m’insegnerai:
oh, la gioia al vedere il tuo volto,
solo gioia lo starti vicino!

Il Sal 16 (15) è un salmo di fiducia.
La speranza che esso esprime, la potremmo chiamare “neotestamentaria”, perché sa sfidare il limite invalicabile dello Sheol e della stessa morte.
La tradizione cristiana ha considerato il Sal 16 messianico. L’Apostolo Pietro, dopo la Pentecoste, utilizzò i vv. 8-11 nella sua apologia del Cristo risorto (At 2,25-28.31); e Paolo, argomentò in modo analogo, citando lo stesso salmo, nel suo discorso nella sinagoga d’Antiochia di Pisidia (At 13,35).
In questa prospettiva il salterio monastico utilizza questo salmo per i primi vespri della Domenica, anticipando, con ciò, il mistero della risurrezione che si celebra nella Pasqua settimanale.
Il Salterio romano usa il salmo 15 (16) per la compieta del giovedì, ponendo l’accento sul tema della fiducia, presente nel salmo e nell’ora liturgica celebrata.
Il lezionario dei Santi lo applica a san Francesco e ad altri Santi Religiosi che hanno scelto Dio come “unico bene”.
Il testo liturgico attuale deriva dalla versione greca dei LXX, secondo l’uso degli Atti degli Apostoli. Anche così, possiamo dare a questo salmo il titolo “Il canto della mistica” (G. F. RAVASI), perché narra un’esperienza assolutizzante di Dio, quale, appunto fu quella di Francesco d’Assisi.
Stando al testo ebraico, cui si rifà la versione di TUROLDO, l’esperienza religiosa descritta dal salmo, è più tormentata e sofferta, perché è la narrazione della crisi di fede di un levita che è ritornato al suo Dio, dopo un periodo d’apostasia e di sincretismo. “I santi”, cui si sono versate “libagioni di sangue”, sono i Baal il cui culto prevedeva anche il sacrificio cruento dei primogeniti.
Più che un salmo francescano, risulta essere, allora, una confessione agostiniana. Il Salmista potrebbe dire con il Vescovo d’Ippona: “Tardi t’amai Bellezza sempre antica e sempre nuova. Tardi t’amai!”.

“Adonai, tu sei il mio TOV”
Dio tu sei il mio bene, la bontà che mi avvolge, la bellezza che mi affascina (v. 2). Dio è ora percepito come “il bene”, “la Bontà”, nel senso precisato da Gesù nella risposta al “giovane ricco” in Mc 10,18 e Mt 1917. Chi ha incontrato il Signore, scopre che tutti gli altri valori possono e debbono essere “venduti” per Lui (Mc 10,21).
“Adonai, tu sei il mio TOV!” Tradotto in latino: “O Bonitas!”. È l’esclamazione con cui il fondatore della Certosa, san Bruno, esprimeva la sua esperienza di Dio. È l’esperienza che lo Spirito Santo cerca di suggerire ad ognuno di noi.

Non più… non più… non più… (v. 3-4).
Il sì radicale detto a Dio suppone la rinuncia a tutto ciò che non è Dio. Richiede uno stacco definitivo dal passato idolatrico e sincretista (cf. 1Re 14,22-24) che hanno portato (forse) il sacerdote che prega nel salmo, fino alle “libagioni di sangue”, cioè al sacrificio cruento dei primogeniti (cf. Sal 106,35-38). La crisi, superata con una vera conversione, è stata molto più terribile di quella descritta da un altro Levita, nel Sal 73,28.
Adesso, però, anche la sola invocazione dei nomi dei Baal (che è una forma d’adesione all’idolo), sarà evitata. Ora la sua bocca canterà soltanto le lodi del Dio d’Israele.

“Il Signore è mia parte d’eredità” (v. 5).
È questo il corrispettivo dell’appartenenza reciproca (l’Alleanza) rinnovata tra il Signore e l’orante.

“Il Signore… i reni miei illumina pure la notte” (v. 7).
Dio è un patner serio. Da adesso in poi guida il suo fedele e fa in modo che la sua coscienza ( i “reni” come sede dell’emotività) suggerisca azioni conformi alla Legge divina. La stessa trasmissione della vita (altro significato dei reni) è guidata e protetta dall’intervento personale di Dio.

“Il Signore, sta alla mia destra” (v. 8).
A differenza dei Baal di cui toccavi solo un simulacro, l’invisibile Jhwh è un Dio di cui percepisci la presenza e la cui vicinanza non t’atterrisce, anzi ti dà pace e serenità.

“Non abbandonerai la mia vita nello Sheol” (v. 9).
L’uomo è fatto di fango ed è votato alla morte (cf. Gen 3,19); tuttavia se nei confronti di Dio è un fedele (chasid), il Signore lo strapperà dalle fauci dello Sheol. Così la morte non potrà dichiarare di aver vinto definitivamente sul credente. La fossa (Ebraico: shachat), non sarà automaticamente “corruzione” (Greco: diaphtorà, come traduce la LXX, ripresa dai testi citati dagli Atti degli Apostoli).

Oh, la gioia al vedere il tuo volto! (v. 11b).
Vedere il volto di Dio è un modo per dire di essere nel Tempio, dove c’è gioia e delizia, sempre.

“Senza fine alla tua destra” (v. 11c).
È Cristo che canta. Lui che s’è assiso, per sempre, alla destra del Padre, in nostro favore (cf. Rm 8,34; Eb 10,12; 1Pt 3,22).

Preghiera
Dio, fonte d’ogni intelligenza e luce che illumini i cuori,
se tu ci accompagni nel nostro cammino,
a nessun’incertezza soccomberemo:
e quando saremo al termine del lungo viaggio,
riposeremo senza fine in te,
che sei la sola ragione della nostra gioia. Amen.

(David Maria Turoldo)

 

COME È POSSIBILE CHE DIO ABBIA CREATO L’UNIVERSO IN SEI GIORNI?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Come-e-possibile-che-Dio-abbia-creato-l-universo-in-sei-giorni

COME È POSSIBILE CHE DIO ABBIA CREATO L’UNIVERSO IN SEI GIORNI?

Ancora una lettera sul racconto biblico della creazione. Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura.

Percorsi: BIBBIA – SCIENZA E TECNICA – SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA Parole chiave: creazione (5) 25/06/2014   Seguo sempre con interesse i dibattiti che riguardano la Scienza e la Fede, entrambe a servizio della Verità, che è Dio. Volevo partire con una domanda, perché sapersi porre le giuste domande è la strada che porta a trovare la verità; per cui chiedo: può Dio aver creato tutto l’universo in soli 6 giorni di 24 ore, ed essersi riposato il settimo? Emanuele Giannetti

Quando leggiamo i primi capitoli della Genesi che cosa ci aspettiamo? La fede e la scienza si interessano degli stessi temi, ma secondo prospettive diverse: la scienza si interessa del «come» dati fenomeni accadono e siano accaduti, la fede al senso e al «perché» . Forse pensiamo che ci sia opposizione fra le due? Pensiamo che la ricerca scientifica sia di ostacolo alla vita di fede o viceversa che la fede limiti la scienza? Siamo d’accordo con l’affermazione di Wittgenstein: «Noi sentiamo che, anche dopo che tutte le proposizioni o domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati». L’evoluzionismo darwiniano e la teoria del big bang hanno costituito nel passato una sfida per la dottrina della Chiesa. Oggi tali ipotesi scientifiche sono comunemente accettate e nessuno legge più letteralmente il testo di Genesi 1, ma si coglie in esso una storia di salvezza. Il creato è cosa di Dio, primo tempio in cui si manifesta l’azione divina. La vita in mezzo al creato deve essere una liturgia continua, un rendimento di grazie attraverso il tempo. La creazione è un atto di potenza e bellezza e armonia. Il protagonista dell’Idiota di Dostoevskij, principe Myskin non risponde esplicitamente, ma il suo atteggiamento  compassionevole, di commozione per le miserie altrui, fa trarre come conseguenza, che la bellezza che salverà il mondo sia l’amore che condivide il dolore. Il termine ebraico tob usato da Genesi 1, indica tanto «bello» quanto «buono». Perché gli ebrei hanno nel primo racconto della creazione parlano di sette giorni? A Babilonia gli ebrei erano venuti a contatto con le tradizioni religiose di quel popolo, al centro del quale c’era la figura principale del Dio di quella città, Marduk. In onore di questo Dio, per la festa del nuovo anno, era composto un poema, che cantando le lodi di Marduk, raccontava le origini del mondo. Questo poema è noto come Enuma elish, E racconta che alle origini del mondo vi fu la lotta di due divinità primordiali, una maschile e l’altra femminile, che fu la madre degli altri dei. Al termine di questa lotta, Marduk sconfigge sua madre e la spezza in due, costruendo con le due metà della dea il firmamento e la terra. Dopo questa battaglia gli dei decidono di creare l’uomo, che viene fatto modellando del fango impastato con il sangue di un Dio ribelle. L’uomo è mescolanza di umano e divino, è creato per essere schiavo degli dei. I sacerdoti ebrei sentono il dovere di rispondere a questa visione del mondo, e creano così il racconto di Genesi 1,1-2,4a , nel quale il Dio di Israele crea da solo, e non deve combattere contro alcuno per creare il mondo. L ’uomo viene creato come essere libero, e non come schiavo degli dei. Dio non crea per necessità, ma per amore; è un testo di grande speranza. Il testo usa lo stesso linguaggio dei babilonesi, linguaggio del mito che l’autore biblico critica. La presenza del numero sette è ricorrente: sette giorni, il primo versetto composto da sette parole, il versetto 2 da 14 (7×2), il termine «Dio» si trova 35 volte (7×5), l’espressione «cielo e terra» 21 volte (7×3). Per sette volte il verbo «creare». Dunque lo schema settenario, sette giorni, è usato dai sacerdoti per esprimere la completezza della creazione che ha il vertice nella creazione dell’uomo il sesto giorno («era cosa molto buona») e il settimo giorno il riposo di Dio al quale l’uomo partecipa ricordando che il primato di ogni opera e attività è di Dio.

Francesco Carensi

UN PADRE FEDELE – GEREMIA CAP 30-33

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16441.html

UN PADRE FEDELE – GEREMIA CAP 30-33

don Marco Pratesi

Nel libro di Geremia i cc. 30-33 costituiscono un « libretto della consolazione », nel quale oracoli pronunziati in situazioni diverse sono raccolti e letti in prospettiva unitaria come annunzio di una restaurazione di tutto Israele (regni del nord e del sud), che non è semplice ritorno al passato ma creazione di qualcosa di nuovo. Il presente breve testo invita alla gioia, perché il Signore sta comunque portando avanti il proprio disegno di salvezza. Per noi non ha molta importanza se il profeta, all’inizio del suo ministero (al tempo del re Giosia e della sua riforma religiosa), si stia rivolgendo al regno del nord (Efraim, Israele), come sembra più probabile, oppure abbia presente Giuda, come di solito avviene. L’essenziale è che egli vede avanzare la salvezza di Dio, nella forma di un ritorno in massa degli Israeliti dispersi. Nonostante le intricate e dolorose vicende storiche, nelle quali Israele sembra oramai sul punto di dissolversi, Dio intende rimanere fedele al suo popolo, mantenendogli il suo speciale status di primogenito fra le nazioni. E’ noto che il primogenito godeva di una posizione del tutto speciale tra i figli (cf. Gn 27; Es 4,22-23; 13,11-16). Israele è ancora « la prima tra le nazioni », il capo tra i popoli (v. 7). Nonostante le apparenze contrarie, la dispersione e la decimazione, tutto ciò rimane. Certo, l’attuazione del proposito di Dio passa attraverso una purificazione dolorosa: ciò che torna in patria è pur sempre un resto (ibidem). Una simile esperienza, un simile passaggio nel crogiolo (cf. 9,7), significa la caduta di ogni presunzione di sé e l’ingresso in una nuova dimensione di fede. Ma proprio per questo il legame tra Dio e il suo popolo non solo non è abolito, ma risulta addirittura approfondito: è il tema della nuova alleanza (cf. 31,31-34). Israele non dirà più a un pezzo di legno « Tu sei mio padre », e alla alla pietra: « Tu ci hai dato la vita » (2,27); all’invocazione « Padre mio, tu sei l’amico della mia giovinezza » non si accompagnerà più l’ostinazione nella pratica infedeltà idolatrica (3,4; cf. 3,19). Finalmente Dio potrà dire in verità: « io sono un padre per Israele » (v. 9). A questa più consapevole e umile fiducia Dio risponde donando un ritorno piano, tranquillo, senza ostacoli, agevole anche per i più impediti: lo zoppo, il cieco, l’incinta, la partoriente. Il piano di Dio non si arresta, mai; procede e si approfondisce nonostante, anzi proprio attraverso, gli ostacoli. Siamo chiamati a vivere sempre più e meglio l’esperienza della paternità di Dio, che ci libera dalle dipendenze idolatriche e ci fa scoprire la nostra identità vera nell’essere suoi figli amati. Tutto ciò si realizza attraverso la spoliazione da ogni preteso diritto alla cura paterna di Dio: più profondamente accogliamo questa « umiliazione », più l’intervento di Dio si fa forte, spianando davanti a noi ogni ostacolo. Sarà l’esperienza di Gesù di Nazaret, colui che, definitivamente, è il capo di quel corpo che è la nuova umanità, e il primogenito dei risorti (cf. Col 1,18).

 

UN « ASSEDIO » AL TESTO BIBLICO, CHE DEVE CONTINUARE di GIANFRANCO RAVASI

http://www.stpauls.it/vita00/0899vp/0899vp28.htm

IL « GRANDE CODICE » DELLA NOSTRA CULTURA E DELLA NOSTRA FEDE

UN « ASSEDIO » AL TESTO BIBLICO, CHE DEVE CONTINUARE

di GIANFRANCO RAVASI

Vita Pastorale n. 8-9 agosto/settembre 1999 – Home Page «I cattolici hanno un grande rispetto per la Bibbia e questo rispetto lo dimostrano standone il più lontano possibile. Partendo per un lungo e forse decennale viaggio all’interno di tutta la Bibbia, spiegandone tutte le pagine, anche le più oscure e dimenticate, Famiglia Cristiana vuole smentire la dichiarazione che lo scrittore francese Paul Claudel aveva fatto nel 1946. Certo, il concilio Vaticano II ha avvicinato di molto la Sacra Scrittura ai fedeli nella liturgia e nella catechesi; le edizioni della Bibbia, i commenti, le introduzioni si sono moltiplicati. Eppure pochi sono riusciti a leggere integralmente e a meditare tutte quelle pagine, e forse la Bibbia che hanno in casa è rimasta su uno scaffale. Noi ora vorremmo tentare questa sfida: offrire anno per anno e in sezioni successive, tutta la Bibbia da leggere tutta».
Così si apriva il primo fascicolo della Bibbia per la famiglia: era l’ottobre 1993 e iniziava quell’avventura che sarebbe durata meno di quanto allora si prevedesse. Infatti quel «viaggio» ipotizzato come « decennale » si è concluso nell’arco cronologico, ben più biblico, di sette anni ed è ora possibile contemplarlo dall’alto nella sua trama ormai conclusa e cristallizzata in dieci tomi, in migliaia di pagine e di immagini, in milioni di parole. Ma lo scopo di quell’impresa non si esauriva nell’elaborazione di un’ulteriore edizione commentata alle S. Scritture, per altro originale e ricchissima nella sua impostazione. Si era, infatti, deciso di non variare la carta dei fascicoli ma di lasciare quella della rivista così da impedire che i fogli, una volta rilegati, migrassero su uno scaffale per impolverarsi nel fluire dei mesi e degli anni.
La meta di quell’impresa, che condussi in compagnia di un plotone di generosi e intelligenti collaboratori, era proprio quella di costringere a leggere, a « scavare » il testo sacro: il moto era appunto « Tutta la Bibbia per tutti ». È per questo che ora, giunti all’approdo, vorremmo rilanciare quell’appello. Rilegati in volume, quei fascicoli devono ritornare ad essere uno strumento di conoscenza del «grande Codice» della nostra cultura occidentale ma anche e soprattutto della nostra fede. La Bibbia è analoga al Cristo, è Verbo incarnato, cioè parola divina che si è fatta parole umane, presenza eterna che agisce nella storia, l’infinito che si adatta alla prigione dello spazio geografico.
Questa struttura radicale della Bibbia richiede, perciò, una paziente operazione di avvicinamento. Per scoprire la Rivelazione divina, è indispensabile conoscere il rivestimento umano che è necessariamente datato, legato a una vicenda storica, a una lingua, a coordinate socio-culturali a noi estranee e remote. È per questo che nella Bibbia per la famiglia la « narrazione » che cerca di ritrascrivere per noi oggi il testo antico, le migliaia di note, le stesse immagini, le « oasi » teologiche allegate a ogni porzione di testo biblico offerto hanno lo scopo di far brillare il seme fecondo, il fuoco e la luce, il miele e l’assenzio della Parola.
I pastori hanno, così, tra le mani lo strumento per avere una puntuale ed essenziale esegesi dei brani biblici delle liturgie domenicali. I catechisti potranno ricorrere a questo oceano di informazioni e di approfondimenti per illustrare il senso profondo della Scrittura. I genitori potranno, attraverso le suggestive pagine dedicate ai bambini, impedire che il racconto sacro rimanga solo affidato a stereotipi e persino a miti, ma diventi anche per i loro figli un primo ingresso in un giardino di simboli e di verità. La lettura di gruppo potrebbe essere sostenuta proprio dalla versione così limpida, dalla parafrasi che l’accompagna, dalle note che fanno emergere e sciolgono i nodi testuali più complessi o più significativi o più problematici.
I giovani e tutti coloro che hanno una scolarità alta potranno nelle « oasi » trovare risposte articolate a interrogazioni, a richieste e a ricerche, risposte che spesso sono offerte solo in volumi di difficile accesso, oscuri nel linguaggio e di orizzonte troppo vasto. Ma anche la persona semplice troverà cibo per l’anima e per la mente attraverso la lettura sia dei libri biblici apparentemente aridi e ardui sia degli altri scritti sacri ricchi e profondi, e sarà condotta per mano da un linguaggio limpido e pacato. La stessa lectio divina troverà la sostanza genuina per far sbocciare la contemplazione e l’impegno esistenziale, senza correre il rischio di deviare verso spiritualismi generici e inconsistenti o di piegare la Parola alle proprie concezioni, impedendole di guidarci, purificarci e liberarci.
E persino chi è lontano dalla fede, oltre a ritrovare le proprie radici umane e culturali attraverso la voce degli scrittori che chiudono con la loro testimonianza ogni porzione di testo biblico spiegato, scoprirà l’attualità permanente e universale di quel messaggio. Partendo per quell’avventura, si scriveva allora che si voleva condurre «un vero e proprio assedio amoroso al testo biblico perché vengano scoperte tutte le sue bellezze, i suoi segreti, la sua luminosa verità, sorgente di vita». Giunti al termine della pubblicazione della Bibbia per la famiglia la speranza è che quell’ »assedio » inizi e si sviluppi in tutti coloro che cominciano ora a leggere la Bibbia o la vogliono rileggere o desiderano sceglierne una parte o, semplicemente, cogliere un fiore da quei 73 libri ispirati nei quali si distende la lunga lettera che Dio ha scritto all’umanità. Come affermava il grande Pascal, «la Bibbia ha passi adatti a consolare ogni situazione umana ma ha anche passi adatti a inquietare ogni situazione umana».

Vita Pastorale n. 8-9 agosto/settembre 1999

Publié dans:biblica, CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 6 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

LA SIMBOLOGIA DELL’ACQUA NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO

http://www.parrocchiacolombella.it/articoli-rassegna-stampa/1306-la-simbologia-dellacqua-nellantico-e-nel-nuovo-testamento

LA SIMBOLOGIA DELL’ACQUA NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO

Naviganti assetati

Un convegno a Genova analizza il rapporto dell’elemento primordiale con il sacro e con l’arte

(‘Osservatore Romano 9 settembre 2011)

Nell’ambito del Festival dell’acqua in corso a Genova, il 9 settembre a Palazzo Ducale, l’Associazione Sant’Anselmo Imago Veritatis organizza l’incontro « Acqua e figure del Sacro » che prevede una conferenza con immagini tenuta da Timothy Verdon (« La sete del vero nell’arte ») e una di Quirino Principe (« Musica e voce di Dio »), con esecuzioni al pianoforte di Marino Nahon. Pubblichiamo l’introduzione dell’ideatrice.

di SANDRA ISETTA

Nella Bibbia, libro comune alle tre religioni monoteistiche, nella scena della creazione troviamo l’acqua « cosmica » che determina l’origine della vita: Dio disse: « Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque » (Genesi, 1, 6).
E nel Salmo 29 è scritto « Il Signore è seduto sull’oceano del cielo », ossia il trono di Dio « galleggia » sulle acque, metafora della Sua potenza. Dio può prosciugare o scatenare le acque a suo piacimento, come nel diluvio (« Le acque furono travolgenti sulla terra centocinquanta giorni »), o dividerle distruggendo il faraone (« le acque erano per loro un muro a destra e uno a sinistra »).
È la medesima autorità che nel Vangelo esercita Cristo, che cammina sulle acque e che placa il lago di Tiberiade. Il naufragio e la tempesta sono governati da Dio, che mette in salvo l’arca di Noè, preserva Giona nel mostro marino, conduce all’isola di Malta la barca dell’apostolo Paolo e dei suoi compagni. La barca. Simbolo della Sinagoga e della Chiesa.
altNel testo sacro, l’acqua è al tempo stesso elemento indispensabile di vita materiale e simbolo di vita eterna, come recitano i Proverbi: « acqua fresca per una gola assetata ». Invocazione ben comprensibile per la condizione climatica della Palestina, terra di pastori e avara di piogge.
Nell’Esodo, un piccolo brano del capitolo 19 fa da introduzione al lungo cammino di quaranta giorni che condurrà Israele al Monte Sinai. Subito dopo il passaggio del mare Rosso, avvenuta la liberazione dalla schiavitù, la prima difficoltà che il popolo incontra è la sete: gli manca l’acqua, e quando questa appare è salmastra: « ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo erano state chiamate Mara. Allora il popolo mormorò contro Mosè: « Che berremo? ». Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce ».
Ma a noi interessa l’attualità del commento del redattore: « In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova ».
La « prova » di Dio è una legge a doppio senso, esige rettitudine e rispetto in cambio di benevolenza e protezione. Gli Israeliti infatti « arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l’acqua ». D’altra parte il profeta Osea annuncia il messia come colui che « Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra ».
Negli episodi biblici sono velate le valenze figurative dell’idrologia della terra di Israele: i serbatoi di acqua dolce del mare di Galilea o Tiberiade; il fiume Giordano e il Mar Morto; le sorgenti, i pozzi, le cisterne che fanno da sfondo a episodi molto noti, come le scene di Giacobbe e dell’epifania di Gesù alla Samaritana. I pozzi erano scarsi ed erano il luogo in cui la gente si radunava e si conosceva, per questo motivo alcuni incontri tra uomini e donne avvengono al pozzo, come tra Giacobbe e Rachele. L’arrivo da un Paese lontano al pozzo rappresenta lo straniero che nel ricevere acqua e ospitalità stabilisce un nuovo legame familiare.
L’acqua è elemento di purificazione e di culto sia nel codice ebraico sia in quello cristiano. Nel Battesimo l’immersione in acqua aggiunge al significato di purificazione quello di passaggio dalla morte alla vita. E la sete è un segno della nostra umanità, verso la quale Gesù dimostra piena solidarietà, quando grida « Ho sete » e dopo avere bevuto, muore. L’estrema invocazione umana di Gesù può essere collegata alle parole di Benedetto XVI: « Il diritto all’acqua – scrive il Papa nel Messaggio al direttore generale della Fao in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, 22 marzo 2010 – si basa sulla dignità umana (…) Senza acqua la vita è minacciata. Dunque, il diritto all’acqua è un diritto universale e inalienabile »

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