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TUTTI I SANTI -IL SANTO, CUSTODE DELLA NOSTALGIA DEL CIELO

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TUTTI I SANTI -IL SANTO, CUSTODE DELLA NOSTALGIA DEL CIELO

don Luca Garbinetto

Seduto sul monte, con accanto i suoi discepoli, Gesù guarda le folle. Deve essere stato uno sguardo di una tenerezza struggente. Dalle parole che seguono trasuda la commozione del Padre, che irrompe nel cuore del Figlio con una luce dirompente: quella del Paradiso! È lo Spirito che suggerisce. Mai come nelle beatitudini il Cielo e la terra manifestano l’incrocio del loro reciproco cercarsi.
Gesù vede la gente, la sua gente, che è tutta l’umanità, ed ha un sussulto di desiderio e di speranza: ‘oh come vorrei che foste già tutti così!’, sembra voler dire, mentre annuncia il cammino della beatitudine. ‘Oh come vorrei che il fuoco fosse già acceso e consumato!’. Il fuoco della santità, che ci fa simili a Dio, l’unico veramente santo.
È proprio nell’incontro di desideri, o meglio del desiderio intimo, che abita il mistero della santità. Dio desidera incontrare l’uomo, e Gesù siede per poter conversare con lui, come tanto tempo addietro sotto le fronde del Giardino. E l’uomo, nella profondità di se stesso, desidera incontrare Dio, lasciarsi penetrare dal Suo sguardo. È nell’incompiutezza della propria persona che risiede la possibilità della santità, che coincide con l’opportunità data a Dio di dimorare e prendere possesso dello spazio di vuoto che ci fa creature e rende autentica la figliolanza.
I poveri, gli afflitti, ma anche i miti e i misericordiosi, come i puri di cuore, sono uomini e donne che lasciano emergere dai marosi della propria interiorità il grido più profondo e originale: non più o non soltanto il bisogno di una risposta immediata, bensì il desiderio che Qualcuno sia presente per sempre in quella costitutiva necessità. I beati sono esseri desideranti, che hanno saputo disfarsi delle brame superficiali o degli aneliti distratti, e vanno all’essenziale: ‘di Te, mio Dio, ho infinito desiderio’.
Gli operatori di pace, gli affamati e assettati di giustizia, i perseguitati per il Suo nome sono coloro che di questo desiderio hanno fatto il motivo della lotta. Perché non si tratta di una propensione all’altro serena e tranquilla. La vita stessa genera lo scontro e la tensione con il limite che è personale, ma anche storico e relazionale. Il desiderio di vivere in Dio, di lasciarlo vivere in noi per divenire Sua trasparenza, di intessere la relazione vitalizzante con la Sua presenza non è automatico e immune da tentazioni. La santità è la scelta consapevole e fedele di intraprendere la battaglia contro ogni forza che allontana o – peggio ancora – deforma e camuffa il volto autentico dell’Amato. ‘Voglio conoscere Te, mio Dio, per conoscere me in Te’.
E così, in questa dinamica di relazione, che scava dentro orizzonti inaspettati di bellezza, anche nel bel mezzo dei travagli della vita di ogni giorno – ben conosciuta da Dio: in fondo, il primo beato è Gesù di Nazareth -, la gioia che ne consegue diviene zampillo da non trattenere. Nessuna beatitudine è donata per un autocompiacimento. Non è il vanto della propria perfezione quello che un umile può portare al mondo, bensì la testimonianza di una pienezza che trabocca nello stile dei rapporti, nel modo di porsi, nei toni di voce, negli sguardi presi in prestito dal Signore. La beatitudine, la santità è contagiosa di suo. Chi ne è contagiato, o per lo meno scosso, se ne rende conto. All’interessato, invece, al beato e santo rimane il travaglio di continuare la lotta, e di sentirsi sempre un po’ più mancante: non di perfezionismo, ma della Sua presenza, che già e ora vorrebbe totale e perenne. Del santo, dunque, immancabilmente missionario dell’Amore, colpisce soprattutto la incontenibile nostalgia del Paradiso. Nostalgia che profuma di Cielo, qui e ora, quanto di più semplice e ordinario egli è chiamato a vivere.

Publié dans:TUTTI I SANTI - 1 NOVEMBRE |on 30 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

1 NOVEMBRE 2016 | TUTTI I SANTI – T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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1 NOVEMBRE 2016 | TUTTI I SANTI – T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare
Oggi festeggiamo tutti i santi. In un unico ricordo quelli del calendario liturgico, ma anche i tanti cristiani anonimi che sono vissuti nell’imitazione di Gesù, vivendo le beatitudini. È la Pasqua autunnale, la « Pasqua dei santi », la solennità dei discepoli di Gesù, di coloro che hanno accolto il suo invito e lo hanno seguito nella via della croce.

La parola di Dio
Apocalisse 7,2-4.9-14. Il testo dell’Apocalisse è stato scritto in epoca apostolica, quando nella prima comunità ecclesiale tutti i cristiani venivano chiamati « santi ». Viene aperto il sigillo del Dio vivente e appare la grandiosa schiera dei salvati, di coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello.
1 Giovanni 3,1-3. Oggi è la festa di Dio, del Dio che salva e ci ha resi figli donandoci la vita divina, pegno di quella salvezza che ci sarà pienamente rivelata solo nell’aldilà, quando sarà finalmente svelato il mistero della vita divina che abita in noi e del nostro coinvolgimento nel mondo di Dio.
Matteo 5,1-12a. Le beatitudini di Gesù nella redazione di Matteo. Esse sono la « magna carta » per ogni cristiano. Si tratta di otto beatitudini: nelle prime tre Gesù proclama beate le categorie più umili e svantaggiate; nelle altre cinque afferma che sarà beato e vivrà nella gioia chiunque vive attivamente situazioni di particolare impegno e rettitudine.

Riflettere
Due sono le immagini proposte dalla prima lettura: anzitutto la schiera dei « servi del nostro Dio » – i predestinati – i 144.000 salvati, « segnati dal sigillo », dalla « tau ». Una quantità sterminata, espressa dal numero simbolico di 144.000 (il quadrato di 12, numero della totalità, moltiplicato per 1000).
Essi non vivono ancora nel mondo di Dio: sono i battezzati, la « comunità dei santi », che però il Signore annovera già nella schiera degli eletti.
Essi sono « figli di Dio », come dice Giovanni nella sua lettera (seconda lettura). Sono i cristiani della prima ora, destinati a contemplare « Dio così com’è », a « essere simili a lui ». Essi attendono questo giorno nella speranza, purificandosi attraverso le dure prove a cui l’intera comunità cristiana è stata sottoposta in quei tempi apostolici.
Ed ecco, in una seconda visione, apparire una « moltitudine immensa », che nessuno potrebbe contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Indossano la veste bianca e rami di palma. Stanno in piedi davanti all’Agnello e gridano a gran voce: « La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello ».
Uno degli anziani si rivolge a Giovanni e gli dice: « Questi, che sono vestiti di bianco, sono i martiri di Dio. Sono passati attraverso la grande tribolazione e sono stati fedeli. Le loro vesti sono state lavate e rese candide versando il loro sangue come ha fatto Gesù, l’Agnello di Dio » .
Essi sono i santi che hanno già portato a termine la loro esistenza sulla terra e vivono nella gioia di Dio. « Amici di Cristo, servirono il Signore nella fame e nella sete; nel freddo… nel faticoso lavoro; nelle veglie e nei digiuni; nelle preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle ingiurie e nelle persecuzioni » (Imitazione di Cristo). Essi furono incompresi e considerati dei perdenti agli occhi dal mondo, ma ora vivono nella gloria di Dio e in una felicità senza tempo.
Immagini simboliche e consolatorie per i cristiani di una chiesa perseguitata, che sopportavano la fatica della predicazione e andavano incontro a difficoltà di ogni tipo, compresa la tentazione di abbandonare la fede per scansare il martirio.
Queste le suggestioni e i messaggi delle prime due letture, che leggono in profondità la storia e dichiarano la dignità e la vittoria finale di chi segue Dio in ogni tempo, come hanno fatto i santi.
Il vangelo ci presenta le beatitudini secondo Matteo. Gesù le proclama all’inizio della vita pubblica. Esse sono « la più completa ed esigente definizione della santità » (Gianfranco Ravasi). Di fatto i santi le hanno vissute con maggior determinazione, facendo propria la scelta di campo di Gesù-messia, di Gesù-uomo che nell’intera sua esperienza manifesta la propria preferenza per i miti, i poveri, per chi soffre, e dichiara che a essi è destinata la salvezza.
Beatitudini che proclamano la felicità e la riuscita delle categorie più svantaggiate e meno riconosciute in ogni tempo. Anche nel nostro, mentre la nostra società dice « beati » e premia piuttosto le anti-beatidudini dei furbi, dei consumisti, dei prepotenti.
Beatitudini che ci fanno conoscere il cuore di Dio, ben lontano dal profilo che emerge in tante descrizioni del’antico testamento: una divinità forte e vendicativa, schierata accanto a chi combatte e a difesa di un popolo sugli altri. Il volto del vero Dio si rivela invece nelle scelte di Gesù, che ha vissuto fino in fondo le beatitudini, dandoci in questo modo il modello del vero uomo nuovo, del cristiano « figlio di Dio ». Povertà, mitezza, purezza di spirito, giustizia, misericordia, pace sono state le scelte dell’uomo Gesù, del volto incarnato del Padre.
I santi, i « puri di cuore », hanno seguito Gesù, hanno fatto delle beatitudini uno stile di vita, le hanno vissute con generosità, rinunciando a vivere « come tutti », facendo della propria vita qualcosa di speciale per Dio. Proprio per questo hanno affrontato senza esitare difficoltà e persecuzione, senza spaventarsi e senza arrendersi, sapendo che Dio era dalla loro parte.

Attualizzare
Un gruppo di giornalisti intervista Madre Teresa. Uno di loro, per metterla in difficoltà, le chiede: « Dicono che lei è santa. È vero? ». Domanda indiscreta, forse provocatoria. Potremmo immaginare la sua risposta: « Ma no! », confusione, rossore. « Sono come tutti gli altri… ». Niente affatto. Risponde: « Tutti i cristiani sono chiamati a diventare santi ». E puntando il dito sui giornalisti: « Anche voi! ».
Oggi la chiesa ci ricorda la chiamata universale alla santità. Una santità che è alla portata di tutti e che viene affidata alla nostra libertà.
Due sono le obiezioni che fanno molti cristiani di oggi quando parli di santità: come esprimere la santità nel nostro contesto difficile, che non ci piace e ci impedisce di costruirci secondo Dio? Inoltre, i santi erano fatti di una stoffa speciale, avevano le qualità giuste per diventarlo, mentre noi non le abbiamo. Per non dire che ormai siamo incamminati da tempo su una strada di normalità, e non ci sarebbe facile chiedere a noi stessi qualcosa di diverso.
Eppure da sempre il cristiano contrappone a un mondo che non gli piace, la propria persona nello sforzo di costruirsi positivamente, senza proporsi necessariamente di cambiare il mondo intero, ma cominciando a vivere in pienezza e con gioia la propria personale esperienza di vita. Cioè cominciando da se stesso, partendo da ciò che di più positivo vede in sé e attorno a sé. Lasciando a Dio il compito di cambiare il contesto negativo in cui gli pare di vivere.
Quanto alla ricchezza delle qualità personali, spesso i santi non ne hanno avute più di noi. Di san Carlo Borromeo i biografi del suo tempo con un po’ di crudezza hanno detto che era « di intelligenza normale, di scarsa memoria, gracile di salute, balbuziente, di aspetto fisico piuttosto sgradevole… ». Madre Teresa era una donna di bassa statura e con un volto pieno di rughe. Ma sia san Carlo che Madre Teresa hanno messo se stessi nelle mani di Dio, e lui ha potuto giocare con loro, come ha fatto con tanti altri santi. E apparvero ai contemporanei delle persone bellissime. Quando andò a ricevere il premio Nobel per la pace con il suo leggerissimo sari bianco-celeste, Madre Teresa conquistò tutti e le elegantissime donne presenti si tolsero il mantello di pelliccia per metterglielo sulle spalle.
Quanto alle abitudini ormai consolidate, e alla difficoltà di cominciare o di ricominciare a una certa età, dobbiamo aggiungere che è sempre possibile proporsi qualcosa di bello per Dio a ogni età. Guardando ai santi e prendendoli come modelli, ma nell’impegno di essere se stessi, perché nessuna donna è chiamata a diventare come san Teresa e nessun uomo è chiamato a diventare come san Francesco, ma ognuno deve semplicemente diventare se stesso di fronte a Dio e rispondere ai progetti che Dio ha su di lui dall’eternità. Un impegno che va condotto in ogni momento della vita.
Anche per questo oggi è la festa della santità feriale, quella comune, anonima. Quella che non finirà probabilmente sugli altari. Una « festa dei santi » che è anche un gesto di riparazione verso chi ha vissuto le beatitudini nella sua anonima esperienza quotidiana: le maddalene che versano il profumo su Gesù nei poveri, i buoni samaritani che si occupano di chi è in difficoltà, le vecchine che danno umilmente il loro obolo e sostengono le opere di bene.
Dio ci ha creati dal nulla, con un atto di assoluta gratuità. Ci ha creati per la felicità, e per una felicità eterna, che non avrà fine. Sono queste le meravigliose realtà che hanno reso forti i santi.
Che cos’è infine la santità? Chi sono i santi? Santità è un modo serio di seguire il Signore, diventando nelle sue mani persone affidabili, degni di fiducia. È cercare di avere i pensieri di Dio, di valutare le cose con il suo metro di giudizio.
I santi, anche inconsapevolmente, si comportano e si esprimono in modo sorprendente, con l’originalità che viene da Dio. Vivono la comunione, seminano fraternità, non amano sopraffare, non diventano aggressivi. Sono miti e pacifici. Vivono nella gioia e seminano gioia. Il paradiso lo godrà chi lo ha già gustato un poco su questa terra.

Sii una stella

Se non puoi essere il sole, sii una stella.
Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
sulla sponda di un ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra,
sii un sentiero.
Se non puoi essere un sole,
sii una stella.
Ma sii sempre meglio di ciò che sei ora.
Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato a essere:
poi mettiti con passione a realizzarlo nella vita.
E Dio ti sorriderà.
Veri portatori di luce all’interno della storia

« Guardiamo ai Santi, a coloro che hanno esercitato in modo esemplare la carità. Il pensiero va, in particolare, a Martino di Tours († 397), prima soldato poi monaco e vescovo: quasi come un’icona, egli mostra il valore insostituibile della testimonianza individuale della carità. Alle porte di Amiens, Martino fa a metà del suo mantello con un povero: Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di quel mantello, a confermare la validità perenne della parola evangelica: « Ero nudo e mi avete vestito… Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,36.40). Ma nella storia della chiesa, quante altre testimonianze di carità possono essere citate! In particolare tutto il movimento monastico, fin dai suoi inizi con sant’Antonio abate († 356), esprime un ingente servizio di carità verso il prossimo. Nel confronto « faccia a faccia  » con quel Dio che è Amore, il monaco avverte l’esigenza impellente di trasformare in servizio del prossimo, oltre che di Dio, tutta la propria vita. Si spiegano così le grandi strutture di accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri. Si spiegano pure le ingenti iniziative di promozione umana e di formazione cristiana, destinate innanzitutto ai più poveri, di cui si sono fatti carico dapprima gli Ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi maschili e femminili, lungo tutta la storia della chiesa. Figure di Santi come Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de’ Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta – per fare solo alcuni nomi – rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I Santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore (Deus Caritas est, 40).

Don Umberto DE VANNA sdb

SANTI PERCHÉ TUTTI FIGLI DI DIO (per il 1 novembre)

http://www.sandonatomurano.it/?p=6703

SANTI PERCHÉ TUTTI FIGLI DI DIO

di Fernando Ferro, 1 novembre 2015 Letture: Ap 7,2-4.9-14; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Celebriamo la solennità di tutti i santi. Il termine biblico ‘santo’ deriva da una radice che significa mettere a parte, separare. Dio in quanto santo è distinto e diverso da tutto ciò che è mondano. Egli è il ‘totalmente altro’. “Tu solo sei il Santo” cantiamo nel Gloria quando celebriamo l’Eucaristia. L’incontro con la santità di Dio ha perciò, per l’uomo dell’Antico Testamento, qualcosa di spaventoso. Possiamo incontrare Dio, come Mosè al roveto ardente, solo con il volto coperto (Es 3,6). Nessun uomo può vedere Dio senza morire (Es 19,29). Quando Dio appare ad Isaia nel tempio, gli appare in tutto il fulgore della sua divinità, al punto che il profeta viene colto dallo spavento e dal terrore: questa visione lo scuote fin nelle profondità della sua esistenza (Is 6,1-5). In Osea l’esperienza della santità di Dio è l’esperienza della sua compassione e del suo amore, che sconvolge e capovolge letteralmente tutte le categorie umane e mondane (Os 11,8 ss. ). Attraverso la sua santità, espressa in una misericordia e in un amore che si comunica, Dio è vicino all’uomo e lo fa partecipare alla propria vita e alla propria santità. Lo ha fatto «molte volte e in diversi modi». Da ultimo lo ha fatto per mezzo del Figlio. «Dio ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissutasantamente» (2Pt 1,4). «Dio vuole farci partecipi della sua santità» (Eb 12,10). Mediante il battesimo i cristiani, fondati sulla pietra angolare che è Gesù, formano, come pietre vive, una casa spirituale: «Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9). In questo senso i discepoli di Gesù si denominano come «i santi». Essi sono santi perché santificati per mezzo dello Spirito santo di Dio, e perché lo Spirito abita in loro. «S.uno mi ama – dice Gesù – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23). La prima lettera di Giovanni parla della comunione che noi abbiamo con il Padre e con il Figlio suo Gesù (1Gv 1,3). Bellissimo il testo della seconda lettura di questa domenica: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Mi commuove questo realismo: non siamo figli per modo di dire, in senso moralistico. Per un dono del suo amore lo siamo oggettivamente, partecipando della natura divina. La liturgia terrena della chiesa rinvia già adesso alla liturgia celeste dell’Agnello e la rende presente anticipatamente. Perciò anche la liturgia della chiesa e quanto in essa accade può essere santo. Ma quanti saranno i santi? Ci risponde il libro dell’Apocalisse: «Udii il numero di coloro che furono segnaticon il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli di Israele. Dopo questecose vidi: ecco una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo elingua». Tutti costoro stanno in piedi, davanti al trono di Dio e davanti all’Agnello, e sono avvolti in vesti candide. Sta in piedi chi è libero, vittorioso; sta in piedi chi è rivestito della dignità dei figli. E la veste candida è il segno della partecipazione alla vita divina. Come è potuto accadere? Come sarà possibile anche per noi? Quelli che stanno davanti al trono di Dio «tenendo rami dipalma nelle loro mani» sono quelli che «hanno lavato le loro vesti, rendendole candidenel sangue dell’Agnello». E’ l’accoglienza del dono della vita del Signore, il Crocifisso per amore, che rende bella e santa la nostra vita. La fede in lui illumina di luce vera non solo le nostre vesti, ma tutta intera l’esistenza. E’ il Risorto che trasfigura il nostro corpo di miseria e lo rende conforme al suo corpo glorioso (cfr. Fil 3,21). Ma c’è dell’altro. I santi «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione». Ai discepoli di Gesù viene chiesta una resistenza attiva nei confronti delle ‘pressioni’ che vengono dal mondo. Vincerà chi avrà perseverato fino alla fine, con umile e fiduciosa determinazione. Così la santità è un dono, ma anche un compito. Già nell’Antico Testamento troviamo di continuo l’espressione «siate santi, perché io, vostro Dio, sono santo» (Lv 11,44). E Luca scrive: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). La santità include, dopo il comandamento dell’amore di Dio, anche il comandamento dell’amore del prossimo, e quindi anche la giustizia. Alla santità siamo tutti chiamati, anche se questa affermazione biblica fondamentale è purtroppo spesso caduta in dimenticanza. La santità è stata per molto tempo tenuta sotto sequestro e ritenuta un bene particolare dello stato clericale, dei monaci e dei religiosi. La vocazione alla santità fu spesso concepita non come vocazione dei cristiani ‘normali’, viventi nella quotidianità del mondo, ma come vocazione riservata solo a pochi eletti. I santi furono e sono perciò non di rado considerati come dei cristiani straordinari. Ma le beatitudini del discorso della montagna valgono per tutti e i consigli evangelici sono rivolti a tutti coloro che seguono Cristo. La santità è il senso della chiesa e il motivo della sua esistenza. Giorgio Scatto

BENEDETTO XVI – SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI (2006)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20061101_all-saints.html

CAPPELLA PAPALE PER LA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI (2006)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Mercoledì, 1° novembre 2006

Il Santo Padre ha introdotto la Celebrazione e l’atto penitenziale con le seguenti parole:

Fratelli e sorelle amatissimi, noi oggi contempliamo il mistero della comunione dei santi del cielo e della terra. Noi non siamo soli, ma siamo avvolti da una grande nuvola di testimoni: con loro formiamo il Corpo di Cristo, con loro siamo figli di Dio, con loro siamo fatti santi dello Spirito Santo. Gioia in cielo, esulti la terra! La gloriosa schiera dei santi intercede per noi presso il Signore, ci accompagna nel nostro cammino verso il Regno, ci sprona a tenere fisso lo sguardo su Gesù il Signore, che verrà nella gloria in mezzo ai suoi santi. Disponiamoci a celebrare il grande mistero della fede e dell’amore, confessandoci bisognosi della misericordia di Dio.

Cari fratelli e sorelle, la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l’esortazione « Rallegriamoci tutti nel Signore ». La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio. Quest’oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di « madre dei santi, immagine della città superna » (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l’autore del libro dell’Apocalisse li descrive come « una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Ap 7, 9). Questo popolo comprende i santi dell’Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell’inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l’impulso dell’eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo. Ma « a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? ». Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. È domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: « I nostri santi – egli dice – non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri » (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell’odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. E questa è la vocazione di noi tutti, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, ed oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione. Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà. « Se uno mi vuol servire – Egli ci ammonisce – mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà » (Gv 12, 26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25). L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, « sono passati attraverso la grande tribolazione – si legge nell’Apocalisse – e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello » (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso. L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui. La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3). Nella seconda Lettura, l’apostolo Giovanni osserva: « Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! » (1 Gv 3, 1). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all’amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il « perdere se stessi », e proprio così ci rende felici. Così siamo arrivati al Vangelo di questa festa, all’annuncio delle Beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5, 3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela – ognuno nelle sue circostanze – anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l’impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell’ago (cfr Mc 10, 25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5, 48). Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.

OMELIA (01-11-2014) – UNA MOLTITUDINE DI SANTI CHE CI INSEGNANO LA VITA DELLA SANTITÀ

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/32899.html

OMELIA (01-11-2014)

PADRE ANTONIO RUNGI

UNA MOLTITUDINE DI SANTI CHE CI INSEGNANO LA VITA DELLA SANTITÀ

Gli ultimi santi di questi mesi, quelli elevati agli onori degli altari e quindi da poter venerare, ci dicono quanto sia possibile a tutti raggiungere quella che è la meta e il traguardo più importante della nostra vita: il santo paradiso. Papi, Vescovi, sacerdoti, religiosi laici, di tutte le età, condizioni sociali, nazionalità fanno parte della schiera ufficiale dei santi riconosciuti. Nonostante il numero elevato, se fossero soltanto e semplicemente loro i santi, allora il paradiso sarebbe davvero molto vuoto ed anche triste. Invece i santi sono tutti quelli che anche la parola di Dio di questa solennità annuale con data fissa ci fa considerare ed anche pregare.
Nella visione della Gerusalemme celeste, San Giovanni Evangelista ci descrive quella consolante realtà del cielo, dove tutti quanti aspiriamo ad arrivare, non senza fatica e dolore. I santi sono i salvati, coloro che hanno risposto con amore all’Amore, fino a dare la vita per il Signore. Quel Signore, Gesù Cristo, morto sulla croce, che ha dato la sua vita per noi, proprio per riportarci all’amicizia eterna con Dio. E allora chi sono i santi? «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». La santità è purificazione ed oblazione, è capacità di accettare la volontà di Dio e fare della sua volontà il proprio cibo spirituale. Santi, allora, non è soltanto Giovanni Paolo II, Giovanni XXIII e tutti i santi riconosciuti dalla Chiesa, ma sono tutti coloro che si sono salvati, perché si sono purificati dalle loro macchie, dal peccato, da tutto che allontana il cuore dell’uomo da Dio. Santi sono e saranno su questa terra, quanti sono poveri in spirito, secondo quanto afferma Gesù nel celebre discorso della montagna che passa come le Beatitudini. Santi sono coloro che sono nella sofferenza di ogni genere e che accettano tutto per amore di Dio, salendo con Cristo il calvario del dolore, ma soprattutto dell’amore che si fa dono. Santi sono i miti che come il mite Agnello, Gesù Cristo, vanno alla morte senza proferire parole, si donano nel silenzio e nel sacrificio di ogni giorno. Santi sono quelli che lottano per la giustizia e la pace e che questi motivi vengono massacri ed uccisi. Santi sono coloro che sanno perdonare, anche di fronte alle offese, calunnie, infamie e maldicenze ricevute. Santi sono coloro che nutrono nel cuore alti valori morali, spirituali e sentimentali e che non vedono ombra di malizia e peccato in nessuna parte. Santi sono i pacifisti e pacificatori che credono e lottano per un modo in cui l’uomo sia all’uomo non un lupo, ma un agnello mansueto. Santi sono anche tutti coloro che da sempre ed oggi rischiano la loro vita per difendere i diritti dei poveri e degli ultimi. La sostanza del vangelo sta, infatti, in questa opzione preferenziale per i poveri e nessuno deve umiliarli o maltrattarli. Santi sono coloro che portano avanti nel mondo il pluralismo della fede, rivendicando giustamente il rispetto della fede cristiana. Quanti martiri anche oggi per questo motivo in varie parti del mondo.
La consapevolezza di essere in un posto speciale dell’immenso cuore di Dio Padre, noi possiamo di dire con l’Apostolo Giovanni di avere una identità che nessuno potrà mai toglierci e una verità assoluta che non può essere messa in discussione: « Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è ». Figli di Dio e la che dopo la morte saremo simili a Lui, perché lo vedremo faccia a faccia. Il Paradiso dei santi a cui aspiriamo è guardare e contemplare in eterno il volto d’amore di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo, il volto della Santissima Trinità, il volto più bello e perfetto che ha incarnato sulla terra il volto di Dio, Maria Santissima, che ci attende in paradiso. Pensare al paradiso non è, come qualcuno afferma, drogarsi nella vita, illudersi senza avere certezze di alcuni tipo. Pensare al paradiso è pensare all’essenza dell’uomo, che è stato fatto per la felicità con una identità poco meno inferiore degli angeli. E’ avere una speranza che non delude, ma rende puri, come ricorda l’evangelista Giovanni nel testo della sua prima lettera: Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.
Preghiamo tutti i nostri santi, i nostri protettori e in questo giorno di festa in cielo, sia anche festa in terra, nei nostri cuore, nelle nostre famiglie, nelle nostre nazioni, tra tutte le persone che amano Dio e l’uomo nella sincerità del loro cuore, per cui sono in festa, in quanto nell’amore c’è la gioia e la santità vera. 

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