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I SALMI NELLA LITURGIA DELLE ORE

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I SALMI NELLA LITURGIA DELLE ORE

22 marzo 2019
Il canto dei salmi faceva parte della liturgia ebraica del tempio e della sinagoga, e per osmosi naturale e` entrato a far parte anche della liturgica cristiana. La liturgia cristiana si pone infatti in continuita` con la liturgica ebraica, anche se in sostanziale novita`.

di fr Raffaele Quilotti OP, docente di Liturgia

Il canto dei salmi faceva parte della liturgia ebraica del tempio e della sinagoga, e per osmosi naturale e` entrato a far parte anche della liturgica cristiana. La liturgia cristiana si pone infatti in continuita` con la liturgica ebraica, anche se in sostanziale novita`. In continuita` perche´ molti elementi della liturgia ebraica sono stati assunti nella celebrazione cristiana; in novita` perche´ il centro della liturgia cristiana e` il mistero del Cristo: noi celebriamo la sua persona, la sua opera, la sua pasqua, usufruendo per la celebrazioni anche di gesti e testi, acclamazioni, termini ebraici e aramaici (amen, alleluia, sabaoth, hosanna…) gia` della liturgia del tempio, di quella sinagogale e personale.
Il “Salterio”
I salmi giunti fino a noi sono 150, raccolti in un libro biblico chiamato salterio. Salterio e` il nome di uno strumento musicale: i salmi si cantavano accompagnati da strumenti musicali che ne davano il ritmo e l’intonazione. Questo ci dice gia` che i salmi sono dei canti poetici e che vanno cantati, un po’ come tutti i poemi antichi. Cantati in modo diretto, cioe` tutto di seguito, o a cori alterni, o cantati da un solista, o in modo responsoriale tra salmista e ritornello dell’assemblea (cf. Principi e Norme per la Liturgia delle Ore [=PNLO], nn. 121-123).
“E` risaputo che i salmi (cf. i nn. 103-120, che inviterei a rileggere) sono strettamente connessi con la musica; lo dimostra la tradizione sia giudaica che cristiana. In verita` alla piena comprensione di molti salmi contribuisce non poco il fatto che essi vengano cantati o almeno siano sempre considerati in questa luce poetica e musicale. Pertanto, se e` possibile, e` da preferirsi questa forma, almeno nei giorni e nelle Ore principali, e secondo il carattere proprio dei salmi. I diversi modi di eseguire la salmodia sono descritti ai nn. 121-123 (di PNLO). La loro varieta` non deve essere dettata tanto da circostanze esterne, quanto piuttosto, dal diverso genere di quei salmi che ricorrono nella medesima celebrazione. Secondo questo criterio i salmi sapienziali e storici si prestano forse meglio a essere ascoltati, mentre, al contrario, quelli di lode e di rendimento di grazie comportano per se´ il canto in comune. Quel che conta piu` di tutto e` che la celebrazione non si leghi a schemi rigidi e artificiosi, non obbedisca solo a norme puramente formali, ma risponda allo spirito autentico dell’azione che si compie. Il primo scopo da raggiungere e` infatti quello di formare gli animi all’amore per la preghiera genuina della Chiesa e di rendere gioiosa la celebrazione della lode di Dio (cf. Sal 146)” (PNLO, nn. 278- 279).
Composizione del salterio
Nella composizione del salterio i salmi non si susseguono in modo casuale ma sono raccolti seguendo un ordine: si inizia con la scelta di vita (salmo 1: Beato l’uomo che non segue) e si conclude con la glorificazione di Dio con canti e tutti gli strumenti musicali (salmo 150: Lodate il Signore nel suo santuario). Il salterio si suddivide in cinque libretti che terminano ognuno con due Amen: “Amen, Amen”(1-41; 42-72; 73-89; 90-1l6; 107-150). Il salterio e` come un libro che va letto da cima a fondo progressivamente, e cosi` veniva pregato, con una lettura continua. Questa impostazione di fondo e` stata conservata grosso modo anche nell’ultima riforma della Liturgia delle Ore.
Distribuzione generale dei salmi nella LO
Tuttavia nella distribuzione dei salmi si e` tenuto conto (del resto come gia` in passato) anche delle Ore del giorno, dei giorni della settimana, nonche´ di particolari feste e periodi dell’anno liturgico. Per questo, ad esempio, a Compieta ci sono dei salmi adatti alla sera prima di andare a dormire; alle lodi mattutine e ai vespri, nonche´ per i salmi invitatori, le scelte sono diverse. Gli stessi criteri si applicano anche agli inni delle varie Ore e dei giorni. Possiamo dunque distinguere: i salmi invitatori, il salmi di Lodi, i salmi di Vespro, i salmi di Compieta, i salmi per l’Ufficio di lettura o mattutino, i salmi della domenica (pasquali), i salmi del venerdi` (penitenziali), i salmi del sabato (storici e sapienziali). Ne riparliamo.
Da dove partire
La nuova forma della liturgia delle Ore (LO) conseguente alla riforma liturgica del concilio Vaticano II, ha come punto di partenza iniziale la Sacrosanctum Concilium, che tratta della Liturgia delle Ore al cap. IV. L’Ufficio divino, nn. 83-101. Il capitolo inizia dal valore teologico della LO, opera di Cristo e della Chiesa (nn. 83-85), e prosegue sulla sua dimensione pastorale (nn. 86-87). Da qui l’esigenza di una riforma per adeguare questa celebrazione alle mutate condizioni odierne (nn. 88-89). Il n. 89 chiedeva un numero minore di salmi per il Mattutino (Ufficio di Lettura), la soppressione dell’Ora di Prima e per la Compieta la scelta di salmi piu` appropriati per la fine della giornata. Il n. 91 parla della distribuzione dei salmi, tenendo presente che deve essere una celebrazione accessibile a tutti i fedeli (anche laici), con celebrazioni piu` brevi (numero dei salmi); da qui l’apertura anche all’uso delle lingue vive (n. 101). Su questi criteri di fondo e` stata pensata una nuova struttura della LO, che si snodi in uno spazio di tempo piu` lungo di una settimana (n. 91). La commissione incaricata si e` messa subito all’opera ma prima di arrivare ad una struttura definitiva condivisa ci sono voluti sei anni. Alla fine il ritmo della Liturgia delle Ore si snoda su quattro settimane, con tre salmi (o tre parti di salmi) per ogni Ora del giorno, eccetto Compieta che ha un salmo solo (eccetto la prima Compieta della domenica e la compieta del mercoledi` che ne hanno due, perche´ brevi). I salmi piu` lunghi furono divisi in due o tre parti, mentre il lungo salmo 118 conservo` le sue 22 parti, quante le lettere dell’alfabeto ebraico. Per le Ore minori (facoltative: Terza, Sesta e Nona) si ricorse ai brevi salmi “graduali”, cioe` i salmi che gli ebrei pregavano salendo in pellegrinaggio a Gerusalemme (119-127).
Due tipi di salmi difficili
Due tipi di salmi da tempo facevano difficolta`: i salmi imprecatori e i salmi storici, che sembravano poco adatti ad una preghiera, soprattutto evangelica (soprattutto i primi).
I salmi imprecatori (57, 82, 108, ma numerosi versetti anche in altri salmi) erano salmi o espressioni psicologicamente difficili da comprendere in ambito evangelico, in bocca a Cristo, in quanto sono preghiere che invocano la vendetta di Dio e la maledizione sugli avversari, mentre Gesu` chiedeva di perdonare anche i nemici e pregare per i persecutori. Il bellissimo e nostalgico salmo 136: Sui fiumi di Babilonia la` sedevamo piangendo al ricordo di Sion, si conclude con una crudelissima invettiva contro la citta` nemica: beato chi afferrera` i tuoi piccoli e li sfracellera` contro la pietra. Come pregare questi versetti da parte di persone non preparate a leggere e capire il genere letterario dei salmi? Eppure anche questi salmi sono Parola di Dio e Gesu` li ha pregati. In ogni caso si e` deciso di tralasciare questi salmi o questi versetti (i monaci invece, giustamente, li hanno mantenuti).
I salmi storici (77, 104, 105) sono quei salmi che ripercorrono la storia del popolo ebreo. Che senso possono avere nella preghiera dei cristiani? Hanno senso nel fatto che essi ripercorrono le opere salvifiche di Dio, che avranno il loro coronamento nella morte e resurrezione di Gesu`, nella pasqua di Gesu`. Per questo motivo questi salmi storici sono stati riservati al sabato (di Avvento e Natale, Quaresima e Pasqua), come introduzione alla domenica (PNLO, n. 130).
Cantici biblici e evangelici
ai 150 salmi, nel tempo erano subentrati nella preghiera cristiana della LO anche altri Cantici presenti in altri libri biblici dell’AT, e negli stessi vangeli (Benedictus, Magnificat, Nunc. dimittis). Il numero del Cantici biblici fu completato in modo che ogni giorno delle quattro settimane avesse un suo cantico dell’AT alle Lodi; si aggiunsero poi 9 cantici presi dai libri del NT da recitarsi settimanalmente nei Vespri (questi ultimi cantici sono una novita`) e si e` conservata la recita quotidiana dei tre cantici evangelici per Lodi, Vespri e Compieta.
Assegnazione dei salmi nelle varie celebrazioni del giorno
(PNLO, nn. 126-135 sui salmi; 136-139 sui Cantici)
Cio` premesso ci chiediamo con quali criteri sono stati scelti giorno per giorno i salmi e i cantici. Forse questo ci aiutera` a pregare meglio le varie Ore del giorno. Teniamo presente che il canto dei salmi c’e` anche nella Liturgia delle Parola della liturgia eucaristica, come salmi responsoriali o canti (antifone) di ingresso.
1. Salmi invitatori (PNLO, nn. 34-36).
Essi hanno il compito di introdurre alla preghiera del giorno, sono un invito a cantare le lodi di Dio, ad ascoltare la sua voce, aspettando il riposo del Signore. Si cantano o si recitano al mattino, come prima preghiera, in forma responsoriale.
Il tradizionale salmo invitatorio, introduttivo alla preghiera, e` il salmo 94, Venite applaudiamo al Signore, un invito solenne a lodare ringraziare, adorare, ascoltare; l’ascolto esige una risposta.
A questo salmo ne sono stati aggiunti altri tre. Il salmo 99, Acclamate al Signore voi tutti della terra; e` simile al salmo 94; tutto pervaso di gioia per l’incontro col Signore, nostro creatore e nostro pastore. Il salmo 66, Dio abbia pieta` di noi e ci benedica; tre brevi strofe con un ritornello di alleluia; esprime l’anelito che il regno di Dio si estenda a tutti i popoli. Infine il salmo 23, Del Signore e` la terra e quanto contiene; un salmo che esprime le condizioni ideali per entrare davanti al Signore; una esortazione ad allargare le porte perche´ entri il Signore a regnare nel nostro cuore.
2. Salmi a Lodi mattutine, Vespri e Compieta (PNLO, nn. 37-54.84ss. 136-139).
a) Le Lodi mattutine. Sono stati scelti tre salmi, in crescendo come importanza. Il primo salmo e` inerente all’ora del mattino, un salmo legato alla luce. Il secondo e` un cantico dell’AT. Complessivamente i Cantici del VT sono 26, alcuni presi dalla tradizione, altri dall’Ufficio monastico. I cantici delle lodi delle domeniche sono ripetuti. Il terzo salmo infine e` il vero canto di lode; e` il piu` importante e solenne dei tre, e lo deve essere anche nel tono.
b) Vespri. Per questa preghiera si sono scelti dei salmi piu` semplici, a partire dal salmo 109 (l’ultima parte del salterio, che sono salmi di lode). Come terzo canto e` stato scelto un cantico del NT, il piu` importante dei tre. Complessivamente sono 9 i cantici del NT, presi in prevalenza dal libro dell’Apocalisse. Ai Vespri delle domeniche nel tempo di quaresima, il cantico alleluiatico di Apocalisse 19 (Alleluia. Salvezza gloria e potenza) e` stato sostituito da 1Pt 2, 21-24 (Cristo pati` per voi). Inoltre per l’Epifania e la Trasfigurazione si e` ricorso a 1Tm 3,16 (Cristo si manifesto` nella carne).
c) Compieta. Per questa Ora prima del sonno (non della sera) sono stati scelti dei salmi di fiducia in Dio, con la possibilita` di pregare tutti i giorni i salmi della domenica, in particolare il salmo 90: Tu che abiti al riparo dell’Altissimo, un salmo di abbandono in Dio.
La preghiera dei salmi viene aiutata dal titolo proprio del salmo e dalle antifone, che ne mettono a fuoco alcuni aspetti. Si voleva riprendere anche l’uso antico della orazioni salmiche, che sono un interpretare il salmo in senso cristologico, ma l’intento non ha trovato molto seguito (nn. 110-120).
Salmi nelle celebrazioni settimanali e nelle solennita` e feste
a) Salmi secondo i giorni della settimana. Per tradizione si e` tenuto conto anche dei giorni della settimana, in particolare della domenica, la cui celebrazione inizia con i primi vespri, la quale ha una dimensione spiccatamente pasquale. Sarebbe lungo enumerare tutti i salmi della domenica, settimana per settimana. Alleniamoci a scoprire in questi salmi la dimensione pasquale. Anche il mattutino del sabato risente talvolta della attrazione della domenica. Uguale attenzione si e` dato al venerdi`, con una dimensione penitenziale. Alle Lodi del venerdi` c’e` sempre il salmo 50 (Pieta` di me o Dio) e nell’Ora media della 3a settimana il salmo 21 (Dio mio, Dio mio, perche´ mi hai dimenticato).
b) Salmi nelle solennita` e feste. Pensiamo in particolare alle solennita` di Natale, Epifania, Pasqua (Triduo pasquale), Ascensione e Pentecoste, sulle quali c’era gia` stata molta attenzione anche in passato. Uguale lavorio per i Comuni: Dedicazione, Beata Vergine Maria, apostoli, martiri, confessori e dottori, vergini, santi e sante, e per l’Ufficio dei defunti. Una qualche differenziazione c’e` anche tra le solennita` e le feste: piu` curate, nella forma d’insieme, le prime. La scelta di un salmo e` suggerita da qualche suo versetto particolare, spesso nella tradizione latina o nella traduzione italiana. Cambiando la traduzione (gli agganci) talvolta si e` cambiato anche il salmo.
In ambito domenicano pensiamo alle solennita` e alla feste del nostro calendario: san Domenico, san Tommaso, santa Caterina da Siena, sant’Alberto Magno (non so se sara` possibile mantenere questo grado anche nel nuovo Ordinamento del Calendario domenicano, in attesa di approvazione da parte della Congregazione per il culto).
Vorrei inserire qui una riflessione riguardo la celebrazione dei confessori e dottori, finora uniti insieme in un medesimo formulario. Essere confessori (pastori: vescovi, sacerdoti e diaconi) e essere dottori, sono due cose diverse, perche´ possono essere dottori anche dei cristiani non insigniti del sacramento dell’Ordine (esempio delle donne). Questo portera`, penso, in futuro, a qualche ulteriore distinzione. In ogni caso, anche riguardo gli insigniti del sacramento dell’Ordine, mi sembra piu` importante essere vescovi e sacerdoti che dottori. Perche´ esser dottori evidenzia un ministero particolare, quello profetico, rispetto ai ministero pastorale che include tre funzioni: sacerdotale, profetico e regale. Naturalmente queste considerazioni, in concreto, dipendono dal carattere particolare dei singoli confessori, se sono stati piu` grandi nel ministero pastorale o in quello magisteriale. Nell’Ordine domenicano si e` dato naturalmente piu` importanza al fatto di essere dottori che essere vescovi, ma teologicamente non e` cosi` (mi sembra). Ulteriori riflessioni sui salmi porteranno forse a preferire alcuni di essi piuttosto che altri. La Liturgia non e` mai un tutto fisso.

Conclusione
Concludo citando un testo della bella Introduzione alla Liturgia delle Ore, che mi sembra significativo, proprio sui salmi.
“Nella Liturgia delle Ore la Chiesa prega in gran parte con quei bellissimi canti, che i sacri autori, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno composto nell’Antico Testamento. Per la loro stessa origine, infatti, essi hanno una capacita` tale da elevare la mente degli uomini a Dio, da suscitare in essi pii e santi affetti, da aiutarli mirabilmente a render grazie a Dio nelle circostanze prospere, da recare consolazione e fermezza d’animo nelle avversita`.
I salmi, tuttavia, non offrono che un’immagine imperfetta di quella pienezza dei tempi che apparve in Cristo Signore e dalla quale trae il suo vigore la preghiera della Chiesa. Pertanto puo` talvolta accadere che, pur concordando tutti i cristiani nella somma stima dei salmi, trovino tuttavia qualche difficolta`, nello stesso tempo in cui cercano di far propri nella preghiera quei canti venerandi.
Ma lo Spirito Santo, sotto la cui ispirazione i salmisti hanno cantato, assiste sempre con la sua grazia coloro che eseguono tali inni con fede e buona volonta`. E` tuttavia necessario che ciascuno, secondo le sue possibilita`, si procuri «una maggiore formazione biblica, specialmente riguardo ai salmi». Inoltre si deve arrivare ad assimilare bene il modo e il metodo migliore per pregarli come si conviene” (PNLO, cap. III, nn. 100-102).
Riferimenti-base per approfondire il discorso
- La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (=SC), nn. 83-101 (dic. 1964)
- La Costituzione apostolica di Paolo VI Laudis Canticum, per la promulgazione del rinnovato Ufficio divino (nov. 1970).
- Principi e norme per la Liturgia delle Ore (=PNLO, Introduzione alla LO) (aprile 1971). Qui vedere in particolare il cap. II. La santificazione del giorno ossia le varie Ore liturgiche (nn. 34 ss), e il cap. III. I diversi elementi della Liturgia delle Ore: I. I salmi (nn. 100-109); III. Il modo di Salmodiare (121-15); IV Criteri di distribuzione dei salmi nell’Ufficio (nn. 126-135); V I cantici dell’Antico e Nuovo Testamento (nn. 136-139); cap. V. Riti da osservare…: II. Il canto nell’Ufficio (nn. 267-284, in particolare, nn. 278-279).
- Lo studio di IOSEPH PASCHER, Il Nuovo ordinamento della salmodia nella Liturgia romana delle Ore, in: AA.VV., Liturgia delle Ore, Quaderni di Rivista Liturgica, n. 14, Elledici, Torino-Leumann, 1972, pp. 161- 184, uscito a commento subito dopo la riforma. Il presente articolo deve molto a questo studio.

(il testo e` apparso nel fascicolo 1, 2019 di Dominicus)

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 17 juin, 2019 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – UDIENZA GENERALE – IL « GRANDE HALLEL » SALMO 136 (135)

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111019.html

BENEDETTO XVI – UDIENZA GENERALE – IL « GRANDE HALLEL » SALMO 136 (135)

Piazza San Pietro

Mercoledì, 19 ottobre 2011

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei meditare con voi un Salmo che riassume tutta la storia della salvezza di cui l’Antico Testamento ci dà testimonianza. Si tratta di un grande inno di lode che celebra il Signore nelle molteplici, ripetute manifestazioni della sua bontà lungo la storia degli uomini; è il Salmo 136 – o 135 secondo la tradizione greco-latina.
Solenne preghiera di rendimento di grazie, conosciuto come il “Grande Hallel”, questo Salmo è tradizionalmente cantato alla fine della cena pasquale ebraica ed è stato probabilmente pregato anche da Gesù nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli; ad esso sembra infatti alludere l’annotazione degli Evangelisti: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (cfr Mt 26,30; Mc 14,26). L’orizzonte della lode illumina così la difficile strada del Golgota. Tutto il Salmo 136 si snoda in forma litanica, scandito dalla ripetizione antifonale «perché il suo amore è per sempre». Lungo il componimento, vengono enumerati i molti prodigi di Dio nella storia degli uomini e i suoi continui interventi in favore del suo popolo; e ad ogni proclamazione dell’azione salvifica del Signore risponde l’antifona con la motivazione fondamentale della lode: l’amore eterno di Dio, un amore che, secondo il termine ebraico utilizzato, implica fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza. È questo il motivo unificante di tutto il Salmo, ripetuto in forma sempre uguale, mentre cambiano le sue manifestazioni puntuali e paradigmatiche: la creazione, la liberazione dell’esodo, il dono della terra, l’aiuto provvidente e costante del Signore nei confronti del suo popolo e di ogni creatura.
Dopo un triplice invito al rendimento di grazie al Dio sovrano (vv. 1-3), si celebra il Signore come Colui che compie «grandi meraviglie» (v. 4), la prima delle quali è la creazione: il cielo, la terra, gli astri (vv. 5-9). Il mondo creato non è un semplice scenario su cui si inserisce l’agire salvifico di Dio, ma è l’inizio stesso di quell’agire meraviglioso. Con la creazione, il Signore si manifesta in tutta la sua bontà e bellezza, si compromette con la vita, rivelando una volontà di bene da cui scaturisce ogni altro agire di salvezza. E nel nostro Salmo, riecheggiando il primo capitolo della Genesi, il mondo creato è sintetizzato nei suoi elementi principali, insistendo in particolare sugli astri, il sole, la luna, le stelle, creature magnifiche che governano il giorno e la notte. Non si parla qui della creazione dell’essere umano, ma egli è sempre presente; il sole e la luna sono per lui – per l’uomo – per scandire il tempo dell’uomo, mettendolo in relazione con il Creatore soprattutto attraverso l’indicazione dei tempi liturgici.
Ed è proprio la festa di Pasqua che viene evocata subito dopo, quando, passando al manifestarsi di Dio nella storia, si inizia con il grande evento della liberazione dalla schiavitù egiziana, dell’esodo, tracciato nei suoi elementi più significativi: la liberazione dall’Egitto con la piaga dei primogeniti egiziani, l’uscita dall’Egitto, il passaggio del Mar Rosso, il cammino nel deserto fino all’entrata nella terra promessa (vv. 10-20). Siamo nel momento originario della storia di Israele. Dio è intervenuto potentemente per portare il suo popolo alla libertà; attraverso Mosè, suo inviato, si è imposto al faraone rivelandosi in tutta la sua grandezza ed, infine, ha piegato la resistenza degli Egiziani con il terribile flagello della morte dei primogeniti. Così Israele può lasciare il Paese della schiavitù, con l’oro dei suoi oppressori (cfr Es 12,35-36), «a mano alzata» (Es 14,8), nel segno esultante della vittoria. Anche al Mar Rosso il Signore agisce con misericordiosa potenza. Davanti ad un Israele spaventato alla vista degli Egiziani che lo inseguono, tanto da rimpiangere di aver lasciato l’Egitto (cfr Es 14,10-12), Dio, come dice il nostro Salmo, «divise il Mar Rosso in due parti […] in mezzo fece passare Israele […] vi travolse il faraone e il suo esercito» (vv. 13-15). L’immagine del Mar Rosso “diviso” in due, sembra evocare l’idea del mare come un grande mostro che viene tagliato in due pezzi e così reso inoffensivo. La potenza del Signore vince la pericolosità delle forze della natura e di quelle militari messe in campo dagli uomini: il mare, che sembrava sbarrare la strada al popolo di Dio, lascia passare Israele all’asciutto e poi si richiude sugli Egiziani travolgendoli. «La mano potente e il braccio teso» del Signore (cfr Deut 5,15; 7,19; 26,8) si mostrano così in tutta la loro forza salvifica: l’ingiusto oppressore è stato vinto, inghiottito dalle acque, mentre il popolo di Dio “passa in mezzo” per continuare il suo cammino verso la libertà.
A questo cammino fa ora riferimento il nostro Salmo ricordando con una frase brevissima il lungo peregrinare di Israele verso la terra promessa: «Guidò il suo popolo nel deserto, perché il suo amore è per sempre» (v. 16). Queste poche parole racchiudono un’esperienza di quarant’anni, un tempo decisivo per Israele che lasciandosi guidare dal Signore impara a vivere di fede, nell’obbedienza e nella docilità alla legge di Dio. Sono anni difficili, segnati dalla durezza della vita nel deserto, ma anche anni felici, di confidenza nel Signore, di fiducia filiale; è il tempo della “giovinezza”, come lo definisce il profeta Geremia parlando a Israele, a nome del Signore, con espressioni piene di tenerezza e di nostalgia: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata» (Ger 2,2). Il Signore, come il pastore del Salmo 23 che abbiamo contemplato in una catechesi, per quarant’anni ha guidato il suo popolo, lo ha educato e amato, conducendolo fino alla terra promessa, vincendo anche le resistenze e l’ostilità di popoli nemici che volevano ostacolarne il cammino di salvezza (cfr vv. 17-20).
Nello snodarsi delle «grandi meraviglie» che il nostro Salmo enumera, si giunge così al momento del dono conclusivo, nel compiersi della promessa divina fatta ai Padri: «Diede in eredità la loro terra, perché il suo amore è per sempre; in eredità a Israele suo servo, perché il suo amore è per sempre» (vv. 21-22). Nella celebrazione dell’amore eterno del Signore, si fa ora memoria del dono della terra, un dono che il popolo deve ricevere senza mai impossessarsene, vivendo continuamente in un atteggiamento di accoglienza riconoscente e grata. Israele riceve il territorio in cui abitare come “eredità”, un termine che designa in modo generico il possesso di un bene ricevuto da un altro, un diritto di proprietà che, in modo specifico, fa riferimento al patrimonio paterno. Una delle prerogative di Dio è di “donare”; e ora, alla fine del cammino dell’esodo, Israele, destinatario del dono, come un figlio, entra nel Paese della promessa realizzata. È finito il tempo del vagabondaggio, sotto le tende, in una vita segnata dalla precarietà. Ora è iniziato il tempo felice della stabilità, della gioia di costruire le case, di piantare le vigne, di vivere nella sicurezza (cfr Dt 8,7-13). Ma è anche il tempo della tentazione idolatrica, della contaminazione con i pagani, dell’autosufficienza che fa dimenticare l’Origine del dono. Perciò il Salmista menziona l’umiliazione e i nemici, una realtà di morte in cui il Signore, ancora una volta, si rivela come Salvatore: «Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi, perché il suo amore è per sempre; ci ha liberati dai nostri avversari, perché il suo amore è per sempre» (vv. 23-24).
A questo punto nasce la domanda: come possiamo fare di questo Salmo una preghiera nostra, come possiamo appropriarci, per la nostra preghiera, di questo Salmo? Importante è la cornice del Salmo, all’inizio e alla fine: è la creazione. Ritorneremo su questo punto: la creazione come il grande dono di Dio del quale viviamo, nel quale Lui si rivela nella sua bontà e grandezza. Quindi, tener presente la creazione come dono di Dio è un punto comune per noi tutti. Poi segue la storia della salvezza. Naturalmente noi possiamo dire: questa liberazione dall’Egitto, il tempo del deserto, l’entrata nella Terra Santa e poi gli altri problemi, sono molto lontani da noi, non sono la nostra storia. Ma dobbiamo stare attenti alla struttura fondamentale di questa preghiera. La struttura fondamentale è che Israele si ricorda della bontà del Signore. In questa storia ci sono tante valli oscure, ci sono tanti passaggi di difficoltà e di morte, ma Israele si ricorda che Dio era buono e può sopravvivere in questa valle oscura, in questa valle della morte, perché si ricorda. Ha la memoria della bontà del Signore, della sua potenza; la sua misericordia vale in eterno. E questo è importante anche per noi: avere una memoria della bontà del Signore. La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida. Anche noi abbiamo una memoria del bene, dell’amore misericordioso, eterno di Dio. La storia di Israele è già una memoria anche per noi, come Dio si è mostrato, si è creato un suo popolo. Poi Dio si è fatto uomo, uno di noi: è vissuto con noi, ha sofferto con noi, è morto per noi. Rimane con noi nel Sacramento e nella Parola. E’ una storia, una memoria della bontà di Dio che ci assicura la sua bontà: il suo amore è eterno. E poi anche in questi duemila anni della storia della Chiesa c’è sempre, di nuovo, la bontà del Signore. Dopo il periodo oscuro della persecuzione nazista e comunista, Dio ci ha liberati, ha mostrato che è buono, che ha forza, che la sua misericordia vale per sempre. E, come nella storia comune, collettiva, è presente questa memoria della bontà di Dio, ci aiuta, ci diventa stella della speranza, così anche ognuno ha la sua storia personale di salvezza, e dobbiamo realmente far tesoro di questa storia, avere sempre presente la memoria delle grandi cose che ha fatto anche nella mia vita, per avere fiducia: la sua misericordia è eterna. E se oggi sono nella notte oscura, domani Egli mi libera perché la sua misericordia è eterna.
Ritorniamo al Salmo, perché, alla fine, ritorna alla creazione. Il Signore – così dice – «dà il cibo a ogni vivente, perché il suo amore è per sempre» (v. 25). La preghiera del Salmo si conclude con un invito alla lode: «Rendete grazie al Dio del cielo, perché il suo amore è per sempre». Il Signore è Padre buono e provvidente, che dà l’eredità ai propri figli ed elargisce a tutti il cibo per vivere. Il Dio che ha creato i cieli e la terra e le grandi luci celesti, che entra nella storia degli uomini per portare alla salvezza tutti i suoi figli è il Dio che colma l’universo con la sua presenza di bene prendendosi cura della vita e donando pane. L’invisibile potenza del Creatore e Signore cantata nel Salmo si rivela nella piccola visibilità del pane che ci dà, con il quale ci fa vivere. E così questo pane quotidiano simboleggia e sintetizza l’amore di Dio come Padre, e ci apre al compimento neotestamentario, a quel “pane di vita”, l’Eucaristia, che ci accompagna nella nostra esistenza di credenti, anticipando la gioia definitiva del banchetto messianico nel Cielo.
Fratelli e sorelle, la lode benedicente del Salmo 136 ci ha fatto ripercorrere le tappe più importanti della storia della salvezza, fino a giungere al mistero pasquale, in cui l’azione salvifica di Dio arriva al suo culmine. Con gioia riconoscente celebriamo dunque il Creatore, Salvatore e Padre fedele, che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio si fa uomo per dare la vita, per la salvezza di ciascuno di noi, e si dona come pane nel mistero eucaristico per farci entrare nella sua alleanza che ci rende figli. A tanto giunge la bontà misericordiosa di Dio e la sublimità del suo “amore per sempre”.
Voglio perciò concludere questa catechesi facendo mie le parole che San Giovanni scrive nella sua Prima Lettera e che dovremmo sempre tenere presenti nella nostra preghiera: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente» (1Gv 3,1). Grazie.

 

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 6 juin, 2019 |Pas de commentaires »

LECTIO DIVINA SU AT 2, 1 – 12 LA PENTECOSTE. (IL Papa oggi mercoledì…

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LECTIO DIVINA SU AT 2, 1 – 12 LA PENTECOSTE. (IL Papa oggi mercoledì…

ha parlato del suo viaggio in Romania, io posto questa letio, presumo che la prossima settimana continui con li Atti)

At 2, 1 – 12: la Pentecoste.

1 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». 12Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». 13Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

Nei vv. 1 – 4 è narrata la discesa dello Spirito. Invece dal v. 5 lo scenario cambia improvvisamente per aprirsi ad una immagine mondiale con Gerusalemme sullo sfondo. Entrano infatti in scena giudei di ogni nazione del mondo. Scompare il contesto spaziale della casa in cui erano radunati gli apostoli ed emerge un nuovo contesto simbolico che ha per sfondo Gerusalemme e in primo piano la folla immensa dei giudei.
Le due parti sono tra loro collegate grazie al riferimento del “parlare in lingue” (2, 4. 6), la folla infatti li ascolta parlare ciascuno nella sua lingua. Non si tratta di glossolalia, come la derisione di alcuni spingerebbe a pensare ( “si sono ubriacati di mosto”) ma precisamente di un parlare in modo comprensibile ad uomini di lingue diverse. Infatti Luca modifica la locuzione paolina “parlare in lingue”, indicante l’espressione inarticolata di suoni conosciuta come glossolalia, tramite un aggettivo: “altre”. Essi non stanno, secondo Luca, semplicemente parlando in lingue, ma in “altre lingue”, ossia stavano parlando “delle grandi opere di Dio” in lingue comprensibili a ciascun uditore.
Le immagini del fragore e del vento, descritti da Luca come una “voce” (v. 6), l’immagine del fuoco possono avere come sfondo la teofania (manifestazione di Dio) sul monte Sinai (Es 19, 16 – 19). [1]
ll fatto che i presenti siano riuniti tutti insieme nello stesso luogo rafforza l’idea di unità e comunione della prima Chiesa, non solo esteriore, ma anche intima e spirituale. Essi infatti sono seduti, in un posizione abituale alla preghiera sinagogale. Potrebbero essere solo i dodici apostoli (cfr. 2, 14) ma più probabilmente qui si allude ai 120 che già erano riuniti nello stesso luogo, per la scelta del sostituto di Giuda (cfr. 1, 15). Come nel battesimo di Gesù, anche qui l’evento scaturisce dal cielo come un rumore di vento impetuoso, che riempie tutta la casa. Se il vento può essere un immagine collegabile allo Spirito (cfr. Gv 20, 22) in realtà l’accento di questa descrizione cade sulla totalità, ossia sul fatto che la presenza di Dio riempie tutto di se stessa, secondo una modalità cara all’Antico Testamento (cfr. Is 6, 3). Le lingue di fuoco si dividono e cadono ciascuna su ogni presente. L’immagine mostra chiaramente un unico fuoco e vuole significare la capacità dello Spirito di essere presente, nella sua unità e totalità in ciascun individuo singolarmente. A sua volta la metafora della fiamma come lingua di fuoco, anticipa il dono della parola, il potere di parlare in “altre” lingue. Questa pienezza dello Spirito Santo si riversa su ognuno e lo riempie di una potenza comunicativa, in grado di trasferire la testimonianza degli apostoli in “altre lingue”. Il contenuto di questa comunicazione sono le grandi opere di Dio, ossia il Vangelo che viene annunziato a tutti i popoli. Quando la scena cambia di colpo, con l’immagine dei giudei di tutti i popoli (v. 5), essa era già stata preparata dal riferimento alle lingue parlate dagli apostoli.
Chi sono questi personaggi che godono dell’annuncio evangelico? Si tratta di giudei, residenti a Gerusalemme e provenienti da tutte le nazioni del mondo. Tale presenza di giudei della diaspora a Gerusalemme è storicamente attestata ma ha anche un significato profondamente simbolico per Luca. La salvezza viene dai giudei, e nella prima parte del libro degli atti il Vangelo è annunciato solo ad essi. Essi sono residenti a Gerusalemme, come luogo del mistero Pasquale di Cristo, da cui il Vangelo si irradia fino ai confini del mondo. Essi provengono da tutti i popoli del mondo, per indicare l’universalità dell’annuncio che parte da Gerusalemme. Ciò che qui sta accadendo, contiene in nuce tutto il libro degli Atti.
Le domande retoriche di questa folla (vv. 7 – 8), intendono sottolineare il carattere miracoloso di questo accadimento, per il lettore. Se dei poveri galilei, gente dalla provenienza non così illustre, acquistano il potere di parlare in tante lingue diverse e portare un annuncio di questo tipo fino ai confini del mondo, ciò non può che provenire da Dio. L’elenco delle nazioni (vv. 9 – 11) intende moltiplicare la meraviglia del lettore attraverso lo stupore degli astanti, per una così grande varietà di popolazioni raggiunte. Si tratta probabilmente di una lista di regioni della diaspora giudaica, a cui Luca aggiunge la specifica “giudei e proseliti” (v. 11), che indica la presenza sia dei circoncisi già appartenenti al giudaismo, sia di quei pagani che si erano avvicinati al giudaismo e avevano iniziato a frequentare il culto sinagogale. Il carattere missionario del giudaismo ellenistico di epoca romana diviene ora proprio della comunità cristiana, che utilizzando come punto di partenza le comunità giudaiche sparse lungo il mediterraneo e il medio oriente, arriverà ben presto a raggiungere tutti i confini del mondo conosciuto.
In una visione unitaria e sintetica viene riassunto tutto il progetto salvifico ed insieme ecclesiologico degli Atti degli Apostoli, ossia generare, attraverso l’annuncio apostolico, un’ unica Chiesa universale in ciascuna delle Chiese che nasceranno nei diversi luoghi e culture del mondo. Come le fiamme di un unico fuoco si dividono su ciascun apostolo, senza diminuire la loro potenza e pienezza, così il messaggio di un unico vangelo si rende presente in ogni uditore, rendendo possibile la nascita dell’unica Chiesa, nelle tante Chiese fondate dalla predicazione degli Apostoli.
Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.
3. Chiedo al Signore di godere intensamente dei santi effetti della resurrezione, che si manifestano nel dono dello Spirito che Gesù fa anche a me nella Chiesa.
4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. I discepoli sono insieme nello stesso luogo, perché lo Spirito non agisce su superuomini solitari ma su uomini radunati insieme nella Chiesa.
5. Ascolto ciò che dicono i personaggi. Lo stupore degli uditori della Parola è anche il mio. Come può la parola del Vangelo essere moltiplicata in modo tale e rimanere sempre se stessa? Considero le grandi diversità di cultura, storia, sensibilità che vi sono nella Chiesa tra le tante Chiese locali e i diversi movimenti e li immagino come la manifestazione dell’unica fiamma dello Spirito che si divide in tante “lingue”, pur rimanendo se stessa.
6. Come gli apostoli, anch’io ricevo il dono dello Spirito per poter parlare le “lingue” dei bambini, degli anziani, degli adulti e in genere degli uomini e delle donne di oggi. La comunicazione del Vangelo avviene infatti per un contatto “cuore a cuore” che solo lo Spirito può provocare. Supplico il Signore di utilizzarmi, se e come vuole, per essere testimone ed evangelizzatore del Suo Vangelo. Prego anche per la Chiesa di Rimini, che possa vivere una sempre maggiore forza spirituale per comunicare il Vangelo agli uomini di oggi.
7. Concludo con un Padre Nostro.

[1] Ad esempio secondo Filone di Alessandria questa voce e questo fuoco del Sinai sono in realtà un’unica manifestazione di un “rumore” che agita l’aria e la trasforma in un “fuoco a forma di fiamme”. Una conferma ulteriore viene dal fatto che la tradizione rabbinica ha messo in relazione anche la festa di Pentecoste con il dono della Legge (cfr. Giub 1, 1). Dunque la Pentecoste è il tempo in cui viene sancita la nuova alleanza, con la voce di Dio e il fuoco, che sono simboli del dono dello Spirito, che compie la legge (Ez 36, 26). Non a caso infine coloro che godranno di questo fenomeno spirituale narrato da Luca sono giudei pii, ossia osservanti della legge, provenienti da ogni nazione.

BENEDETTO XVI -UDIENZA SALMO 123 – (2005)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050622.html

BENEDETTO XVI -UDIENZA SALMO 123 – (2005)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 giugno 2005

Salmo 123
Il nostro aiuto è nel nome del Signore
Vespri – Lunedì 3a settimana

1. Ecco davanti a noi il Salmo 123, un canto di ringraziamento intonato da tutta la comunità orante che eleva a Dio la lode per il dono della liberazione. Il Salmista proclama in apertura questo invito: «Lo dica Israele!» (v. 1), stimolando così tutto il popolo a innalzare un grazie vivo e sincero al Dio salvatore. Se il Signore non si fosse schierato dalla parte delle vittime, esse con le loro forze limitate sarebbero state impotenti a liberarsi e gli avversari, simili a mostri, le avrebbero dilaniate e stritolate.
Anche se si è pensato a qualche evento storico particolare, come la fine dell’esilio babilonese, è più probabile che il Salmo voglia essere un inno inteso a ringraziare il Signore per gli scampati pericoli e ad implorare da Lui la liberazione da ogni male.
2. Dopo l’accenno iniziale a certi «uomini» che assalivano i fedeli ed erano capaci di «inghiottirli vivi» (cfr vv. 2-3), due sono i momenti del canto. Nella prima parte dominano le acque dilaganti, simbolo per la Bibbia del caos devastatore, del male e della morte: «Le acque ci avrebbero travolti; un torrente ci avrebbe sommersi, ci avrebbero travolti acque impetuose» (vv. 4-5) L’orante prova ora la sensazione di trovarsi su una spiaggia, miracolosamente salvato dalla furia impetuosa del mare.
La vita dell’uomo è circondata dall’agguato dei malvagi che non solo attentano alla sua esistenza ma vogliono distruggere anche tutti i valori umani. Il Signore si erge, però, a tutela del giusto e lo salva, come si canta nel Salmo 17: «Stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi liberò da nemici potenti, da coloro che mi odiavano… Il Signore fu mio sostegno; mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene» (vv. 17-20).
3. Nella seconda parte del nostro canto di ringraziamento si passa dall’immagine marina a una scena di caccia, tipica di molti Salmi di supplica (cfr Sal 123,6-8). Ecco, infatti, l’evocazione di una belva che stringe tra le sue fauci una preda, o di una rete di cacciatori che cattura un uccello. Ma la benedizione espressa dal Salmo ci fa comprendere che il destino dei fedeli, che era un destino di morte, è stato radicalmente mutato da un intervento salvifico: «Sia benedetto il Signore, che non ci ha lasciato in preda ai loro denti. Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati» (vv. 6-7).
La preghiera diviene qui un respiro di sollievo che sale dal profondo dell’anima: anche quando cadono tutte le speranze umane, può apparire la potenza liberatrice divina. Il Salmo si può, quindi, concludere con una professione di fede, entrata da secoli nella liturgia cristiana come premessa ideale di ogni nostra preghiera: «Adiutorium nostrum in nomine Domini, qui fecit caelum et terram – Il nostro aiuto è nel nome del Signore; Egli ha fatto il cielo e la terra» (v. 8). In particolare l’Onnipotente si schiera dalla parte delle vittime e dei perseguitati «che gridano giorno e notte verso di lui» e «farà loro giustizia prontamente» (cfr Lc 18,7-8).
4. Sant’Agostino dà di questo Salmo un commento articolato. In un primo tempo, egli osserva che questo Salmo è adeguatamente cantato dalle «membra di Cristo che hanno conseguito la felicità». Quindi, in particolare, «lo hanno cantato i santi martiri, i quali, usciti da questo mondo, sono con Cristo nella gioia, pronti a riprendere incorrotti quegli stessi corpi che prima erano corruttibili. In vita subirono tormenti nel corpo, ma nell’eternità questi tormenti si cambieranno in ornamenti di giustizia».
Però, in un secondo tempo, il Vescovo di Ippona ci dice che anche noi possiamo cantare questo Salmo nella speranza. Egli dichiara: «Siamo anche noi animati da sicura speranza e canteremo nell’esultanza. Non sono infatti estranei a noi i cantori di questo Salmo… Pertanto, cantiamo tutti in unità di cuore: tanto i santi che posseggono già la corona quanto noi che con l’affetto ci uniamo nella speranza alla loro corona. Insieme desideriamo quella vita che quaggiù non abbiamo ma che non potremo mai avere se prima non l’abbiamo desiderata».
Sant’Agostino ritorna allora alla prima prospettiva e spiega: «Ripensano i santi alle sofferenze che hanno incontrate, e dal luogo di beatitudine e di tranquillità dove ora si trovano guardano al cammino percorso per arrivarvi; e, siccome sarebbe stato difficile conseguire la liberazione se non fosse intervenuta a soccorrerli la mano del Liberatore, pieni di gioia esclamano: ‘Se il Signore non fosse stato con noi’. Così inizia il loro canto. Non hanno detto nemmeno da che cosa siano scampati, tanto grande è la loro esultanza» (Esposizione sul Salmo 123, 3: Nuova Biblioteca Agostiniana, XXVIII, Roma 1977, p. 65).

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 22 avril, 2019 |Pas de commentaires »

IN ALTO LO SGUARDO! A TE CHE ABITI NEI CIELI. SALMO 123

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IN ALTO LO SGUARDO! A TE CHE ABITI NEI CIELI. SALMO 123

BY ROBERTO TADIELLO

27 FEBBRAIO 2016

Il quarto salmo della raccolta «I canti delle ascensioni» è caratterizzato dalla fiducia e contiene un motivo di supplica. L’orante pellegrino, che si trova in una situazione di costante umiliazione, si rivolge direttamente a Dio, elevando fiducioso i suoi occhi a Lui, come suo padrone e Signore. A nome della comunità lo supplica insistentemente (v. 3) perché si nuova a pietà del suo popolo, oggetto di scherno e di disprezzo da parte di nemici vanitosi e superbi (v. 4).

Dopo il titoletto («Canto delle ascensioni. Di Davide»), il salmo si suddivide in un’introduzione (v. 1b), cui segue la descrizione dell’atteggiamento di fiducia con l’immagine dei servi e della serva (v. 2) e una supplica finale con motivazione (vv. 3-4).

1 Canto delle salite. Di Davide.
A te alzo i miei occhi,
a te che siedi nei cieli.
2 Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni,
come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.
3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
siamo già troppo sazi di disprezzo,
4 troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.

Occhi al cielo
I vv. 1b-2 sono costruite sull’immagine degli occhi e della mano. Le parole «a te levo i miei occhi» con cui la preghiera si apre descrivono l’atteggiamento dell’orante biblico, come ad esempio nel Sal 121,1 («Alzo gli occhi verso i monti») oppure in Dan 13, 35 dove si dice che Susanna ingiustamente condannata, «piangendo alzò gli occhi al cielo, con il cuore pieno di fiducia nel Signore». Il gesto di alzare gli occhi è immagine della preghiera che sale a Dio. Il Salmo inizia, quindi, con un vortice ascensionale dello sguardo che è allegoria di una misteriosa elevazione spirituale, dal momento che i cieli sono considerati la sede della divinità. Qui il Signore non è nominato espressamente, ma in segno confidenziale l’orante gli si rivolge col pronome personale: «a Te». Dio per chi prega non è mai un estraneo! Il Signore viene tuttavia ben identificato dalle parole seguenti: Egli è colui che «abita nei cieli», sede del suo trono. Letteralmente Dio è invocato: «o mio abitante nei cieli». La confidenza della preghiera rasenta quasi il possesso da parte dell’orante di Dio e dice tutta l’intimità di relazione.
L’immagine degli occhi alzati per noi frequentatori dei vangeli ci riporta alla memoria i gesti simili compiuti da Gesù. Egli varie volte ha levato gli occhi al cielo per pregare; in particolare nella prima moltiplicazione dei pani e dei pesci raccontataci da Matteo: «Prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione…» (Mt 14, 19 e passi paralleli). Gesù anche in altre occasioni ha elevato gli occhi al cielo come ad esempio nella guarigione di un sordomuto (Mc 7,3), prima della risurrezione di Lazzaro (Gv 17,1) a cui fa poi seguire la seguente preghiera: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Il gesto di elevare gli occhi manifesta in Gesù la sua profonda relazione e comunione con il Padre che lo ha mandato. Ancora una volta la preghiera scaturisce e si nutre dell’intimità dell’orante con Dio.
La mano protesa
Nel v. 2 il salmista specifica il significato del gesto dell’elevare gli occhi: è un atteggiamento di fiducia e di supplica perseverante. Lo fa ricorrendo ad un’altra metafora, questa volta con protagonisti i servi e i padroni, probabilmente desueta nel nostro immaginario, ma carica di significato nell’immaginario biblico. L’atteggiamento di implorazione e di fiducia, espresso dagli occhi, è paragonato a quello dei servi verso il loro padrone o di una schiava verso la sua padrona. Essi stanno attendendo un beneficio dalla mano del padrone o della padrona. Fuori dall’immagine, la mano è quella di Dio, che nella mentalità biblica, crea, protegge, benedice ed edifica. Ciò che viene ribadito è l’atteggiamento di fiducia che l’orante deve assumere, ma anche quello dell’insistenza, proprio perché, come il servo insiste verso il suo padrone per avere il necessario per vivere, così l’orante nei confronti di Dio. Lo stesso Gesù, ce lo ricorda l’evangelista Luca, invitava i suoi discepoli a pregare con perseveranza, anche rischiando di diventare importuni (Lc 11,5-10) e pregare continuamente senza stancarsi mai: «[Gesù] disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi…» (18,1.5).
Il secondo versetto si chiude con l’espressione: «finché abbia pietà di noi». Il salmista fa capire finalmente il motivo suo e quello della comunità di tanta insistenza nell’atteggiamento di supplica: essi si aspettano che Dio si muova a compassione per loro.
La richiesta diventa esplicita nei vv. 3-4 dove, con un imperativo, l’orante, non più solo ma con la comunità dei credenti, chiede «pietà di noi», di «avere pietà». La richiesta è insistente, dato che il verbo «avere pietà» è ripetuto per ben tre volte. Tale richiesta, che solo nel salterio ricorre più di venti volte, sarà ripresa nel Nuovo Testamento dai vari personaggi evangelici: i due ciechi (Mt 9,27), la donna cananea (Mt 15,22), l’epilettico (Mt 17,14), i due ciechi di Gerico (Mt 20,30), i dieci lebbrosi (Lc 17,13), il pubblicano nel tempio (Lc 18,13). La sua formulazione classica si trova nel racconto della guarigione del cieco di Gerico, quando «costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”» (Mc 10,47-48). L’invocazione diventerà poi la preghiera del cuore del pellegrino russo ed entrerà nella liturgia con l’espressione «Kyrie eleison».
Una vita controcorrente
La ripetizione nel salmo esprime l’intensità della preghiera. La motivazione è l’abbondanza di scherni da parte dei nemici, fino a raggiungere il colmo. Colpisce la descrizione della sazietà (vv. 3-4) a cui il giusto è ora sottoposto «ingozzato da troppi insulti, con la gola sazia di sputi e di scherni» (Turoldo). L’orante subisce gli scherni dei gaudenti e il disprezzo dei superbi (v. 4). I primi sono gli spensierati che si sentono tranquilli e che assumono un atteggiamento indifferente nei riguardi di Dio, arrivando a sfidarlo con arroganza (cf. Is 5,19). I superbi sono gli orgogliosi e i presuntuosi che umiliano i poveri e i giusti, oggetto di predilezione particolare da parte di Dio. Ne consegue che Egli non può restare indifferente (cf. Sal 42,10-11; 43,2). Il Nuovo Testamento applicherà il versetto a Gesù. Egli, servo per amore, e fedele alla volontà di Dio Padre, proprio per compiere questa volontà accetta liberamente di sottoporsi a scherni e disprezzo nella sua vita pubblica (Lc 10,16; 16,14; Gv 8,59), ma soprattutto nella passione (cf. Mt 27,29.39.41). Gli stessi cristiani furono e sono scherniti come testimonia la lettera agli Ebrei (11,36), la seconda di Pietro (3,3) e la lunga storia della chiesa di cui fa parte la nostra stessa attualità.
Il salmo non nasconde che alle volte la mano di Dio, a causa dei nemici, può diventare pesante, ma anche in questa pesantezza è un mano di padre che corregge i suoi figli. San Pio da Pietralcina così ne parla in una sua lettera: «Vi esorto poi nella dolce carità di Cristo a tranquillizzare il vostro spirito per riguardo a ciò che dovrà avvenirmi […]. Ad ogni modo vivete in pace con voi stesso, sapendo che il vostro avvenire è disposto da Dio con ammirabile bontà pel vostro bene: a voi non rimane che rassegnarvi a ciò che Dio vorrà disporre di voi e benedire quella mano che alle volte sembra respingervi, ma che in realtà è la mano di questo sí tenerissimo Padre che non respinge mai, sibbene, chiama, abbraccia, carezza e se tal volta percuote, ricordiamoci che è sempre la mano di un padre» (Epistolario IV, pp 187-198).

 

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 26 mars, 2019 |Pas de commentaires »

CAMMINANDO CON IL « CUSTODE DI ISRAELE » SALMO 121

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/stancari_salmi2.htm

CAMMINANDO CON IL « CUSTODE DI ISRAELE » SALMO 121

Pino Stancari

Il nostro amico è partito. Si è messo sulla strada attuando la sua decisione.
Il Salmo 121 ci aiuta ad accompagnare colui che ormai è diventato pellegrino nel corso del suo distacco dall’ambiente nel quale stava tanto male, quell’ambiente al quale pure appartiene e dal quale distaccarsi non è stato facile.
Ora affronta strade nuove. Ha nostalgie e ripensamenti, non mancano incertezze. Dinanzi a lui ci sono anche orizzonti nuovi: («Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?». Così inizia il Salmo.

SALMO 121

1 Canto delle ascensioni.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?

2 Il mio aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cielo e terra.

3 Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.

4 Non si addormenterà,
non prenderà sonno,
il custode d’Israele.

5 Il Signore è il tuo custode,
il Signore è come ombra che ti copre,
e sta alla tua destra.

6 Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

7 Il Signore ti proteggerà da ogni male,
egli proteggerà la tua vita.

8 Il Signore veglierà su di te,
quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Il capo alzato, il timore, la commozione

Ha camminato a testa bassa, ora alza gli occhi.
Ha guardato i sassi della strada, ha cercato di interpretare l’avanzare delle ore nel corso della giornata in base all’inclinazione dell’ombra. A testa bassa: è un tempo di ripensamento interiore, per lui. Comunque la sua avanzata procede ed egli è risoluto.
Questo suo atteggiamento di ferma intraprendenza è confermato dal gesto di alzare il capo. Un gesto da sottolineare.
Un altro pellegrino, il pellegrino per antonomasia – Gesù – alzerà gli occhi per guardare innanzi a sé mentre sale a Gerusalemme. Nel Vangelo più volte viene notato questo gesto proprio nei riguardi di Gesù. Si dice spesso: «Alzati gli occhi» o «Alzato lo sguardo al cielo».
Così il pellegrino alza il capo: dinanzi a lui l’orizzonte è chiuso: una catena di montagne. La visione per certi versi l’intimorisce. Sono montagne che devono essere affrontate, scalate e superate. Ci sono queste che si vedono e poi altre ancora: quante bisognerà affrontarne per raggiungere la montagna su cui è edificata Gerusalemme?
Insieme con il timore – si noti – c’è un senso di commozione. Da quando si è messo in viaggio tutte le montagne che si notano all’orizzonte e che egli ha buoni motivi per considerare una fatica in più sulla sua strada, tutte acquistano per lui il valore esemplare, didattico, di una conferma a riguardo della meta verso la quale è incamminato: se questa montagna in vista non è ancora quella di Gerusalemme è comunque una montagna; essa è momentaneamente occasione di fatica in più, ma assicura che non sono fuori strada. Comunque io sono indirizzato verso una montagna.
Timore ed entusiasmo si confondono.
Il pellegrino non può più volgersi indietro, non può contare su appoggi rassicuranti e situazioni nuove lo attendono: mai percorso questo territorio, mai affrontata questa regione, mai visitate queste montagne… Ecco il timore. Ed ecco, insieme, l’entusiasmo: «È proprio vero, questa montagna di oggi mi parla già della montagna verso cui sono orientati i miei passi; imparo a scrutare l’orizzonte e preparo il mio sguardo alla visione che – immancabilmente – si manifesterà ai miei occhi.
Solo, eppure stretto in un abbraccio
Il pellegrino è sempre più solo, lontano dall’ambiente solito. Quanto tempo durerà il suo viaggio?
Il Salmo ci aiuta a partecipare a quel ripensamento che occupa il cuore del pellegrino, alla sua commozione, intensissima nonostante sia priva di riscontri sensibili; una commozione che sostiene il suo entusiasmo di viandante: «Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra».
Mai come oggi quest’uomo si è reso conto di essere accompagnato. Eppure oggi è solo.
Si lamentava di essere straniero: da quando si è messo in viaggio è più straniero che mai. Ha abbandonato quella terra in cui era straniero e che pure era la sua terra. Chi incontra per la strada è sconosciuto, pericoloso; deve guardarsi da tutti e scrutare gli orizzonti e gli imprevedibili incroci. Eppure proprio adesso il pellegrino scopre di essere accompagnato. Una presenza invisibile, indefinibile e indecifrabile.
Parla di «cielo e terra». Avanza sulla superficie del mondo e avverte di essere stretto in un abbraccio: sotto il cielo e sulla terra. Il cielo è chinato su di lui e la terra lo sostiene.
Quelle montagne di cui si parlava prima, che danno insieme timore e speranza, acquistano un significato simbolico particolarmente persuasivo: sono elemento di congiunzione tra cielo e terra. Dovranno essere scalate e superate con fatica, ma confermano l’attualità dell’abbraccio che il Signore onnipotente concede mediante la docilità di tutte le creature, che si dispongono in modo da rendergli praticabile il viaggio.
L’universo intero, creatura di Dio, gli fa compagnia e il Creatore stesso gli concede questa misteriosa solidarietà con tutte le creature che stanno tra cielo e terra: un sasso nel quale urti col piede, la pioggia che ti sorprende allo scoperto, coloro che incontri lungo il percorso, ogni creatura, in prima istanza forse temuta come una possibile minaccia e poi riconosciuta come dono insostituibile, ed apprezzata. Sono tutti doni preparati provvidenzialmente allo scopo di rendere possibile un viaggio carico di entusiasmo.
Mai così solo e mai così in comunione. Tanto è vasto l’orizzonte, così è grande la presenza del Signore, mediata da una corona consolante di elementi che accompagnano il pellegrino nel viaggio, lo benedicono e custodiscono.
Dal monologo al dialogo
Il Salmo si divide nettamente in due sezioni. La prima è quella che abbiamo letto (vv. 1-2), la seconda si ha nei versetti seguenti.
C’è un evidentissimo salto grammaticale tra le due sezioni. Nella prima il pellegrino parla in prima persona singolare; nella seconda interviene un’altra voce, in terza persona: «Non lascerà vacillare il tuo Piede…».
C’è un salto. Nella prima sezione il pellegrino riflette tra sé e sé, si incoraggia. Nella seconda una voce si rivolge a lui, una voce esterna che commenta il significato della presenza di Dio e la fedeltà dell’ opera svolta dal Signore per chi è in viaggio. Un commentatore interviene, un osservatore esterno che dialoga con lui.
Il passaggio dal monologo al dialogo è importante. Una esperienza di meditazione solitaria si apre al dialogo con un’altra voce: un altro viandante si avvicina, qualcuno cammina con lui. Una voce che viene da lontano. Potrebbe essere una sapienza antica, ricordi che emergono dal fondo della coscienza.
Man mano che prosegue il nostro personaggio riesce ad oggettivarsi. In un primo momento è molto preso dal bisogno di dirsi le sue cose, e questo è comprensibile, ma quanto più procede tanto più si accorge che qualcun’altro gli sta parlando.
Assume allora un atteggiamento di ascolto ed emerge allora, con evidenza incontestabile, la presenza di Dio. L’attenzione si concentra, con precisione ed onestà, dove la presenza di Dio si manifesta.
Preoccupato di sé e dei suoi progressi il pellegrino scopre che la presenza del Signore si impone. Monologava ed ora ascolta.
Non sappiamo chi sta ascoltando, ma importa poco. Si aprono spazi nuovi, insondati, nel segreto del cuore. Dio domina e tutto ruota intorno a lui. Ogni vicenda si trasforma in vera e propria contemplazione di colui che in segreto è presente, colui che sconosciuto – è il Signore.
Ricordiamo come il nostro personaggio prima di partire fosse ansiosamente aggrappato al nome indicibile di Dio. Ora avviene che da quando si è messo in viaggio – anche se ancora non ha raggiunto la meta – già incontra il Signore vivente: per il semplice fatto che è in cammino. Già aderisce alla presenza viva di colui che è Signore. La meta forse è lontana, ma il Signore è presente adesso e qui.
Il Signore è il tuo custode
La seconda sezione del Salmo è caratterizzata dalla ripetizione per sei volte di espressioni derivanti dal verbo shamar, custodire. È un tipico verbo del vocabolario pastorale: Shomèr è il custode.
Nella nostra traduzione questo insistente ritorno non appare: per tre volte appare l’espressione «custode», nei vv. 7-8 si parla di protezione e veglia. In ebraico è sempre la stessa radice. Per sei volte si insiste sullo stesso concetto: «Il Signore è il tuo custode… ».
Se si guarda all’ultimo versetto del Salmo 119 si ascoltano queste parole: «Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo… » (Sal 119, 176). Per tutto questo lungo Salmo noi abbiamo ascoltato i belati di una pecora smarrita!
Il pastore è già in cammino, alla ricerca. Ora egli è qui.
Gli stessi ostacoli, pesi e drammi sono strumento di cui il Signore si serve per dimostrare che, con pazienza e fedeltà, accompagna il fedele. Egli è così il Signore della tua vita, della tua storia e della storia del popolo e dell’umanità.
Questa sezione del Salmo si divide in tre strofe brevissime con un crescendo nel riconoscimento della presenza pastorale del Signore.
La prima sono i vv. 3-4: «Non lascerà vacillare il tuo piede… ».
Ecco: i singoli momenti di incertezza vedono un suo intervento occasionale, puntuale e momentaneo, fino a quell’essere permanentemente chinato sul pellegrino per cui veglia mentre egli dorme.
Si incontra il Signore nei diversi momenti del viaggio. Questi momenti si infittiscono fino a dare la sensazione di una presenza continuata: la veglia del Signore su di te. n rapporto con il Signore è qui ancora estrinseco. Interviene in singoli momenti e stabilisce un rapporto di vigilanza incessante dal di fuori.
Seconda strofa (vv. 5-6): «… il Signore è come ombra che ti copre…».
Il rapporto si fa più discreto e impalpabile, eppure è più intenso, profondo e interiore. Siamo accarezzati da Lui. Non è solo colui che stende intorno una cintura di protezione. È colui che ti vela, aderisce a te, ricalca la tua fisionomia, penetra in te, ti attraversa e sonda, giunge alla tua profondità interiore. Così è ombra. Un’ombra che protegge. Non perché tiene lontani i raggi del sole e della luna, ma perché penetra e abita in te. Anche una goccia di sudore sotto il sole parla di Lui e un fremito nella notte fa altrettanto.
Ricordiamo Maria, Madre del Signore. Ricordiamo qui l’ombra che la copre.
Dio trova piccole crepe nascoste per entrare in te, anche interstizi che tu nascondi. È una presenza insieme forte e delicata, fedele e paziente. Così è il tuo custode.
Terza strofa (vv. 7-8): «Il Signore ti proteggerà da ogni male…».
Un crescendo, ancora. Qui si dà risalto all’impegno con cui si esprime la libertà di un uomo in cammino. Egli «esce ed entra», espressione che l’evangelista Giovanni usa per parlare della vita delle pecore guidate dal Signore (Gv 10,1-5). È un impegno che suppone armonia e chiarezza interiore, l’intraprendenza di una scelta. Colui che custodisce non è solo colui che interviene da fuori o ti riempie di sé: è colui che suscita in te l’energia di una imprevedibile libertà, motivo di stupore per te stesso. Avanzi e riposi, esci ed entri e sei mosso sempre da una libertà che scaturisce nell’intimo del tuo cuore e dispiega energie nuove. In ogni momento della vita è così.
In ogni momento, per tutti
Questi ultimi versetti sono segnati da espressioni complementari: «il sole… la luna», «la notte… il giorno», !’ingresso… l’uscita, «da ora… per sempre». La presenza di questi binomi conferisce al Salmo un ritmo ondulatorio, oscillatorio: è il dondolio della vita. n viaggio ha un custode nelle salite e nelle discese. I singoli momenti sono sempre occasione preziosa per riconoscere la presenza di lui. Egli è il Dio della vita.
Il ritmo così conferito da un sapiente poeta a questi versi richiama il movimento naturale quando si culla un bambino. Dio culla il suo fedele. Con sapienza e discrezione, con la disinvoltura di chi lo sa fare: gesto naturale e pur così capace di esprimere il segreto della vita.
Sono solo otto versetti, ma densissimi.
La nostra storia coinvolge uno scenario più ampio e drammatico. L’orizzonte si amplia: per la prima volta, nel v. 4, si parla di «Israele». Si dice al pellegrino che il suo custode è «il custode di Israele». Colui che è custode del singolo è custode di un popolo.
Il pellegrino riscopre la sua appartenenza al popolo, alla sua storia. E anche l’universo intero è sacramento della pastorale provvidenza del Signore: tutte le creature ed ogni tempo sono coinvolti nell’amore di Dio. Così riscopre di appartenere a Lui, creatore dell’universo e del popolo. Il viandante può già adorare e benedire: il Signore verso il quale gridava nell’angoscia è chinato su di lui. Ora impara a riconoscerlo ed amarlo: impara davvero a camminare.

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI |on 21 mars, 2019 |Pas de commentaires »

CANTICI D’AMORE TRA STUPORE E MISTERO – 1: PREMESSA

https://www.culturacattolica.it/cristianesimo/magistero/deus-caritas-est/cantici-d-amore-tra-stupore-e-mistero-1-premessa

(alla Premessa seguono 19 capitoli)

CANTICI D’AMORE TRA STUPORE E MISTERO – 1: PREMESSA

Autore:Riva, Sr. Maria :Mangiarotti, Don Gabriele

Il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l’essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell’uomo con Dio – il sogno originario dell’uomo -, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell’oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi – Dio e l’uomo – restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito », dice san Paolo (1 Cor 6, 17)…

Chagall, una premessa
Nessun commento può esaurire la miriade di significati e di suggestioni offerte dalle opere di Chagall; egli stesso, del resto, si rifiutò di commentare le sue opere proprio per non limitare la portata del loro messaggio:
« Tutte le domande e le risposte, si possono vedere sui quadri stessi. Ognuno può vederle a modo suo, interpretare quello che vede e come vede. Spesso nei quadri sono nascoste più parole, silenzi e dubbi di quanto le parole possano esprimere. » (M. Chagall, Discorso d’inaugurazione delle pitture dell’Opera di New York, 1967).
L’arte per Chagall non va svuotata del suo contenuto spirituale, promessa al decorativo e alle sole ricerche di ordine estetico. E questo contenuto non è unicamente ebraico-cristiano, – si affretta ad aggiungere l’artista- è poetico (cfr. P. Provoyeur, Il Messaggio biblico di M. Chagall, Hapax Editore Milano 1994 pg 26).
Con queste parole egli ci incoraggia ad entrare nel suo mondo immaginoso e vasto, ma ci offre anche un’avvertenza: armarsi di semplicità e di stupore e di apertura al mistero. Scriveva Chagall nel 1973 «Fin dalla mia prima giovinezza, sono stato affascinato dalla Bibbia. Mi è sempre sembrato e ancora mi sembra che sia la più grande fonte di poesia di ogni tempo» Fascino e infanzia, semplicità e stupore sono le costanti della sua arte.
Attenzione però, non dobbiamo leggere questi termini alla luce dell’interpretazione freudiana, un interpretazione che – peraltro – spinse Chagall (attorno al 1924) ad allontanarsi dai surrealisti. Chagall ebbe a dire un giorno al riguardo: «Da parte mia ho dormito molto bene senza Freud. Lo confesso, non ho letto nemmeno uno dei suoi libri, e non lo farò ora. » (Marc Chagall Da qualche impressione sulla pittura francese 1944-1945.).
Neppure dobbiamo relegare Chagall al grado di cantastorie visionario, sia pure grandemente dotato: «Non ci sono fiabe nelle mie pitture né favole, né leggende popolari. Sono contro i termini «fantasia» e «simbolismo». Tutto il nostro mondo interiore è realtà, forse ancora più reale del mondo apparente.»
Anche l’apertura al mistero di Chagall va letta nella giusta luce. L’indipendenza assoluta di questo artista da tutte le correnti a lui vicine o contemporanee (Impressionismo, Realismo, Cubismo, Simbolismo, Surrealismo) ha fatto sì che i critici di storia dell’arte lo collocassero nel numero dei pittori -rari in questo secolo – detti religiosi. Chagall è sfuggito ripetutamente da questa e altre simili collocazioni, non disdegnando però di definirsi « un mistico » e la sua arte « religiosa »:
« E’ a torto che alcuni hanno paura della parola «mistico» che le danno una colorazione troppo decisamente ortodossa. Occorre strappare a questo termine il suo aspetto desueto, ammuffito; bisogna prenderlo nella sua forma pura, intatta, Mistico! quante volte mi hanno gettato in faccia questa parola, come un tempo mi si rimproverava di essere « letterario »! Ma senza mistica, esisterebbe forse al mondo un solo grande quadro, una sola grande poesia, o anche un solo grande movimento sociale? Ogni organismo- individuale o sociale- privato della forza mistica, del sentimento della ragione, non appassisce, non muore? » (M. Chagall « Qualche impressione sulla pittura francese » 1944-45).
« La fede religiosa è necessaria per l’artista? L’Arte, in generale, è un atto religioso. Ma sacra è l’Arte creata al di sopra degli interessi: gloria o altro bene materiale. […] L’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo » (Marc Chagall, conferenza pronunciata a Chicago nel 1958 (cfr. Provoyeur op. cit. pg 27-28).

Qualche cenno biografico
Marc Chagall nasce il 7 luglio 1887 nel ghetto di Vitebsk, in Russia. Un luogo dove si era diffuso e radicato il movimento mistico popolare ebraico del chassidismo, apparso in Polonia e Ucraina all’inizio del XVIII secolo. [1] Questo movimento unisce al rifiuto dell’ascetismo un grande fervore religioso, pieno di meraviglia davanti ai benefici della vita terrena. Dio è in tutto, presente nei minimi aspetti della sua creazione, « non un granello di sabbia, non una piuma d’uccello si muove senza che Dio lo sappia e voglia che sia così » A questo si aggiunge una pratica religiosa entusiasta, in cui il canto e la musica hanno una grande parte » Quale fosse il panorama quotidiano dell’infanzia di Marc lo testimoniano le sue opere: nei suoi primi paesaggi di Vitebsk appare costantemente all’orizzonte la cupola, il lucernario, la croce della chiesa ortodossa, mentre negli interni egli descrive puntualmente l’arredamento della Sinagoga.
Se nelle Sinagoghe Chagall ebbe modo di gustare la bellezza della preghiera: « non ho parole per tradurre le ore della preghiera della sera. A quell’ora, il tempio mi sembrava interamente popolato di santi. Lentamente, gravemente, gli Ebrei dispiegano i loro veli sacri, pieni delle lacrime di tutta la giornata di preghiere » (M. Chagall, La mia vita 1923-1931), dall’iconostasi ha raccolto il linguaggio suggestivo e sacro dell’arte bizantina, i valori della fede cristiana.
Le sue successive esperienze e la sua straordinaria qualità umana lo indirizzarono verso un linguaggio aconfessionale, senza per questo tradire la personale esperienza di fede ebraica.
« Questi quadri d’ispirazione biblica (N.d.R.) nel mio pensiero non rappresentano il sogno di un sol popolo, ma quello dell’umanità » (M. Chagall citato da Provoyeur in op. cit. pg 24).
« Mi sono riferito a quel grande libro universale che è la Bibbia. Fin dall’infanzia, mi ha riempito di visioni sul destino del mondo e mi ha ispirato nel mio lavoro. Nei momenti di dubbio, la sua grandezza e la sua saggezza altamente poetiche mi hanno quietato. Essa è per me come una seconda natura »
Quello che importa per Chagall è esprimere con la propria arte qualcosa di autentico, di proprio. La più profonda interiorità.
« Occorre lavorare la pittura con il pensiero ché qualcosa della vostra anima vi penetri e le dia sostanza. Un quadro deve nascere e fiorire come qualcosa di vivo. Deve cogliere qualcosa di inafferrabile, di evanescente, l’incanto e il senso profondo di ciò che vi riguarda. » (M. Chagall, testi citati da Charles Solier, 1979 in Provoyeur op. cit. pg 44)
Per lui: « L’umanità vuole trovare del nuovo. Vuol ritrovare l’originalità del proprio linguaggio, simile a quello dei primitivi, a quello degli uomini che, per la prima volta, aprirono la bocca per dire la loro sola verità. (M. Chagall, Qualche impressione sulla pittura francese 1944-45).
Con la sua pittura « luminosa » dove forme e colori sorprendono, fluttuano nello spazio e lo abitano, non è la narrazione che conta, prevale l’effetto visivo che diviene una provocazione fatta ad un mondo senza Dio, « un gettare quel guanto a sette dita [2] in faccia al secolo, sperando di colpirlo nel vivo delle sue nostalgie, di provocarlo a tornare ai misteri » (Provoyeur in op. cit. pg 37).
Chagall si trasferisce in Francia a partire dal 1922, Bella – sua moglie – lo raggiungerà più tardi. In Francia, Chagall nascerà una seconda volta arricchendo la sua esperienza umana e spirituale di nuove forme e nuovi linguaggi. Nel 1941 a causa della seconda guerra mondiale, come molti altri artisti ebrei, si trasferisce in America e ritorna in Francia solo nel 1948. Muore a Saint Paul de Vence il 28 marzo del 1985, all’età di 97 anni. Nonostante il rabbino capo della città offrisse alla seconda moglie Valentina (Vavà) un posto nel cimitero ebraico, Chagall troverà riposo in terra cristiana, nel cimitero cattolico di St Paul de Vence. Così anche nella morte, come nella sua arte, Chagall è profezia di novità: « Dio, tu che ti dissimuli nelle nubi, o dietro la casa del calzolaio, fa che si riveli la mia anima, anima dolente di ragazzetto balbettante, rivela il mio cammino. Non vorrei essere come tutti gli altri; voglio vedere un mondo nuovo. » (M. Chagall, testo citato da Charles Solier, 1979).
« Se tu esisti, rendimi azzurro, focoso, lunare, nascondimi nell’altare con la Torah, fa’ qualcosa, Dio, in nome di noi, di me » (M. Chagall, La mia vita 1923- 1931).

[1] Il movimento si era diffuso a Vitebsk per opera di Manahem Medel allievo di un discepolo del fondatore stesso del Chassidismo, il Baalam Shem Tov
[2] I colori dell’Iride

 

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 1 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

L’AMORE DI DIO – INCHIESTA TRA LE IMMAGINI DELLA TRADIZIONE CRISTIANA ·

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L’AMORE DI DIO – INCHIESTA TRA LE IMMAGINI DELLA TRADIZIONE CRISTIANA ·

02 febbraio 2013

La Bibbia è nata in una cultura di tipo patriarcale. Anche il suo discorso su Dio e il suo rapporto con l’uomo, la teologia, s’iscrivono su questo sfondo socio-culturale. Per questo motivo le immagini bibliche sono essenzialmente maschili. Il Dio dell’Antico Testamento è il re, il Dio degli eserciti, il custode, il maestro, il giudice, il patriarca. Tuttavia la sua designazione quale «padre degli uomini», «padre d’Israele» o «nostro padre» ( Isaia , 64, 7) viene al secondo posto, dopo quella del suo nome: «Io sono colui che sono» ( Esodo , 3, 14). Egli esercita la sua paternità anche verso la stirpe del re-messia d’Israele: «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio» (2 Samuele , 7, 14). Il Dio del Nuovo Testamento è il padre, Cristo è il figlio che insegna la preghiera del Padre Nostro. Questo sostrato fonda un intero registro metaforico la cui nota più importante è essenzialmente androcentrica. Di fatto, nella dottrina classica, il divino non appare sotto forma di donna o di madre. Non è ginecomorfa.
Questa dottrina classica concede tuttavia un posto importante a una tradizione biblica in cui l’azione di Dio è descritta con l’aiuto di immagini specificatamente materne. Nell’Antico Testamento, Dio è come l’aquila che vola sopra i sui nati e veglia su di loro ( Deuteronomio , 32, 11) o li porta sulle sue ali ( Esodo , 19, 4). È come l’orsa che attacca quando le vengono tolti i suoi piccoli ( Osea , 13, 8), come la balia che porta il lattante ( Numeri , 11, 12). Le immagine materne sono forti in Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?» ( Isaia , 49, 15). Nel libro di Giobbe, l’azione creatrice di Dio è descritta come un parto: «Chi mette al mondo le gocce della rugiada? Dal seno di chi è uscito il ghiaccio e la brina del cielo chi l’ha generata?» ( Giobbe , 38, 28-29). Il salmista si riposa in Dio come un bambino dorme in braccio a sua madre ( Salmi , 131, 2). Il Dio dell’Antico Testamento non è un Dio al femminile, cioè una dea, ma un Dio materno, messaggio implicito nei confronti dei culti resi alle divinità pagane femminili. Nel Nuovo Testamento Gesù è paragonato a una madre che riunisce i pulcini sotto le sue ali ( Matteo , 23, 37), e nelle lettere neotestamentarie abbondano le metafore femminili e materne (cfr. 1 Corinzi , 3, 1-2; 1 Tessalonicesi , 2, 7-8; 1 Pietro , 2, 2).
Sembra sia stato Clemente Alessandrino il primo padre della Chiesa a stabilire un parallelismo tra la paternità e la maternità di Dio. Nel Quis dives salvetur Clemente Alessandrino sposta questa paternità e maternità di Dio sul terreno del rapporto tra l’inconoscibilità e l’incarnazione: «L’indicibilità lo fa Padre; la sua compassione per noi lo fa madre».
Così la maggior parte delle metafore femminili illustrate dai padri della Chiesa si ricollegano alla natura umana del Verbo incarnato. È per questo che, quando si riferiscono alle immagini femminili nella Bibbia, gli autori cristiani non indicavano Dio, ma soprattutto Cristo e la Chiesa. Secondo le interpretazioni, l’uso delle metafore femminili vale così classicamente per designare l’uno o l’altro. La figura della madre funziona quindi come figura di Cristo e della Chiesa in tutto un insieme di testi. È in funzione di una tale tipologia che Clemente Alessandrino parla, per esempio, della Chiesa. Citando Isaia («come una madre consola un figlio così io vi consolerò»; 66, 13), ne dà un’interpretazione ecclesiologica: «La madre attira nelle sue braccia i suoi figli piccoli e noi cerchiamo nostra madre, la Chiesa». Inoltre, nei suoi scritti la maternità indica la conoscenza divina e la Saggezza.
Nella stessa prospettiva, un intero ramo della patristica vede nella donna la Chiesa e nel padre Dio. È così che viene tradizionalmente interpretata la parabola di Matteo: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti» (13, 33). Per Ambrogio di Milano o per Pietro Crisologo, per esempio, la donna è l’immagine della Chiesa. Ma questo stesso riferimento scritturale serve anche a identificare la donna con Cristo. Romano il Melode opera tale identificazione: «La donna è, dice la Scrittura, la virtù e la saggezza del Creatore, vale a dire Cristo, saggezza e potenza del Padre». Il parallelismo tra la donna, Cristo e la Saggezza è a sua volta stabilito.
Agostino lascia in eredità alla posterità medievale la figura di Cristo come «Madre-Saggezza». Allo stesso tempo, trasmette l’idea di un’umanità ginecomorfa perché vulnerabile. È anche il primo a considerare Cristo come Padre e insieme come Madre. Riunendo una serie di citazioni scritturali, prese in particolare dal corpo paolino, insiste sul ruolo paterno della generazione e sul ruolo materno del parto dell’Apostolo: voi non avete «molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo» ( 1 Corinzi , 4, 15). E, conclude, Cristo «ha un’autorità paterna, un sentimento materno: e come dice Paolo, Egli è padre ed è madre».
Nell’xi secolo, Anselmo riprende questo brano, a sua volta vivaio di un’intera esplorazione monastica, poi francescana, dell’immagine di Cristo come padre e come madre: «Ma tu Gesù, buon Signore, non sei anche una madre? Non è una madre Colui che, come la chioccia, riunisce i suoi piccoli sotto le sue ali?». Parallelamente, Girolamo aveva utilizzato un’altra rete esegetica di genitorialità, in particolare un versetto di Matteo: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me» (10, 37). Mostra allora che Cristo è allo stesso tempo padre, fratello, sposo, amico, sorella e madre. La continuità medievale di questa rete metaforica è, anche in questo caso, degna di nota.
Alla fine del iv secolo, Gregorio Nazianzeno sottolinea però i limiti dell’uso metaforico: «Da allora dobbiamo ritenere indispensabile applicare alla divinità (…) le parole di quaggiù, in particolare quelle che designano la parentalità. A tale proposito, tu forse immaginerai che Dio è di sesso maschile perché viene chiamato Dio e Padre; e la divinità, di sesso femminile, secondo il genere delle parole; e lo Spirito, né l’uno né l’altro, poiché non genera». Pronunciate a Costantinopoli tra il 379 e il 381 in opposizione agli ariani, queste parole si riferiscono soprattutto alle concezioni gnostiche sul Dio maschile-femminile.
Girolamo, per la latinità contemporanea, ha delineato con un sol tratto la linea ortodossa della dottrina: «Nella divinità, in effetti, non c’è sesso». Dio non è dunque né femminile né maschile. I generi grammaticali non possono circoscrivere l’incommensurabilità divina che si è fatta commensurabilità. Riferendosi alla Trinità, Girolamo ricorda volutamente la diversità dei generi nelle varie lingue per indicare lo Spirito Santo: in ebraico femminile, in latino maschile e in greco neutro! Le fonti gnostiche, a differenza degli scritti cristiani, di fatto continuano a utilizzare un simbolismo sessuale nella rappresentazione di Dio, in un principio fondamentalmente dualista.
Tre forme di rappresentazione di questa dualità prevalgono nei circoli gnostici dell’antichità cristiana. La prima rappresentazione — proveniente dagli ambienti vicini allo gnostico Valentino del ii secolo — presenta l’idea di un Dio fondamentalmente ineffabile ma che, nello stesso tempo, si compone da una parte «della fonte ineffabile, della profondità, del padre primordiale; dall’altra della grazia, del silenzio, delle viscere e della “madre del tutto”». In questa componente, maschile è il “padre”, femminile è il “silenzio”. Come nella sessualità umana, il silenzio riceve il seme dalla fonte ineffabile. Il frutto di questa unione è l’emanazione dell’essere divino disposta in coppie di energie femminili e maschili. La seconda rappresentazione assimila Dio a una forma trina padre-madre-figlio, come, per esempio, nel Libro dei segreti di Giovanni (fine ii secolo). La “persona” femminile riunita al padre e al figlio viene chiamata “madre”, e lo Spirito Santo è allora assimilato a una madre divina. Infine, una terza rappresentazione gnostica è propriamente androgina. Nella Protennoia trimorfica scoperta nel 1945 a Nag Hammadi, un personaggio divino dice: «Io sono allo stesso tempo madre e padre (…). Io sono il Principio e la Fine». Dio qui è una diade.
Il XX secolo è parallelamente testimone della nascita di una teologia del femminile. A caratterizzarla, nella sua pluralità, è una nuova messa in discussione dei fondamenti della tradizione cristiana: «Dio Padre deve condividere il potere con Dio Madre». Nel loro scontro con la teologia classica, le teologie femministe cercano soprattutto di aggiungere una dimensione femminile al Dio uomo ereditato dai Padri e dalla tradizione al fine di rinnovare il modo di chiamarlo, e dunque di pensarlo. Queste teologie intendono così apportare un correttivo alla visione patriarcale di Dio, mostrando che la Bibbia stessa contiene tale correttivo sotto forma di metafore materne e femminili. Le formulazioni teologiche nuove che ne derivano, soprattutto negli ambiti anglosassoni, sono dirompenti. Certo, la riflessione trinitaria presuppone un linguaggio analogico che reca necessariamente l’impronta del suo tempo. Ma l’intera questione consiste nel sapere se si può sostituire la formula trinitaria con altre, pratica comune negli ambiti femministi, per esempio mettendo al posto della formula «Padre, Figlio e Spirito Santo» la formula «La forza di creazione, di potenza di liberazione e di santificazione».
Le esplorazioni più recenti della psicanalisi entrano in consonanza con la dottrina tradizionale. Come sottolinea la psicanalista Marie Balmary, il Dio padre-madre, che occupa ogni luogo come una “madre fallica”, non è lontano da un Dio onnipotente o da un falso Dio. Balmary mostra al contrario come la Bibbia «si opponga a identificare come madre il Dio creatore». E, conclude, il «Dio al maschile e la paternità divina non derivano dal disprezzo per le donne, ma al contrario da un’umiltà divina».

Sylvie Barnay

 

Publié dans:BIBBIA, BIBLICA APPROFONDIMENTI |on 6 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANNI PAOLO II

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/10-Salmo_26.html

SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANNI PAOLO II

Il Salmo 26 viene distribuito dalla Liturgia in due diversi brani. La prima parte di questo dittico poetico e spirituale (cf vv. 1-6) viene pregata ai Vespri del mercoledì della 1a settimana e ha come sfondo il tempio di Sion, sede del culto di Israele. Infatti il Salmista parla esplicitamente di «casa del Signore», di «santuario» (v. 4), di «rifugio, dimora, casa» (cf vv. 5-6). Anzi, nell’originale ebraico questi termini indicano più precisamente il «tabernacolo» e la «tenda», ossia il cuore stesso del tempio, dove il Signore si svela con la sua presenza e la sua parola. Si evoca anche la «rupe» di Sion (cf v. 5), luogo di sicurezza e di rifugio, e si allude alla celebrazione dei sacrifici di ringraziamento (cf v. 6).
Se, dunque, la liturgia è l’atmosfera spirituale in cui è immerso il Salmo, il filo conduttore della preghiera è la fiducia in Dio, sia nel giorno della gioia, sia nel tempo della paura.

Una lotta simbolica
La prima parte del Salmo, che ora meditiamo, è segnata da una grande serenità, fondata sulla fiducia in Dio nel giorno tenebroso dell’assalto dei malvagi. Le immagini usate per descrivere questi avversari, che sono il segno del male che inquina la storia, sono di due tipi. Da un lato, sembra che ci sia un’immagine di caccia feroce: i malvagi sono come belve che avanzano per ghermire la loro preda e straziarne la carne, ma inciampano e cadono (cf v. 2). Dall’altro lato, c’è il simbolo militare di un assalto compiuto da un’intera armata: è una battaglia che divampa impetuosa seminando terrore e morte (cf v. 3).
La vita del credente è spesso sottoposta a tensioni e contestazioni, talora anche a un rifiuto e persino alla persecuzione. Il comportamento dell’uomo giusto infastidisce, perché risuona come un monito nei confronti dei prepotenti e dei perversi. Lo riconoscono senza mezzi termini gli empi descritti dal Libro della Sapienza: il giusto «è diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15).

Il Dio della vita
Il fedele è consapevole che la coerenza crea isolamento e provoca persino disprezzo e ostilità in una società che sceglie spesso come vessillo il vantaggio personale, il successo esteriore, la ricchezza, il godimento sfrenato. Tuttavia egli non è solo e il suo cuore conserva una sorprendente pace interiore, perché – come dice la splendida «antifona» d’apertura del Salmo – «il Signore è luce e salvezza, è difesa della vita» del giusto (Sal 26,1). Egli ripete continuamente: «Di chi avrò paura?… Di chi avrò timore?… Il mio cuore non teme… Anche allora ho fiducia» (vv. 1.3).
Sembra quasi di ascoltare la voce di San Paolo che proclama: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ma la quiete interiore, la fortezza d’animo e la pace sono un dono che si ottiene rifugiandosi nel tempio, ossia ricorrendo alla preghiera personale e comunitaria.

Sorgente della pace
L’orante, infatti, si affida alle braccia di Dio e il suo sogno è espresso anche da un altro Salmo (cf 22,6): «Abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita». Là egli potrà «gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4), contemplare e ammirare il mistero divino, partecipare alla liturgia sacrificale ed elevare le sue lodi al Dio liberatore (cf v. 6). Il Signore crea attorno al suo fedele un orizzonte di pace, che lascia al di fuori lo strepito del male. La comunione con Dio è sorgente di serenità, di gioia, di tranquillità; è come entrare in un’oasi di luce e di amore.
Il nostro rifugio
Ascoltiamo ora, a sigillo della nostra riflessione, le parole del monaco Isaia, di origini sire, vissuto nel deserto egiziano e morto a Gaza verso il 491. Nel suo Asceticon egli applica il nostro Salmo alla preghiera nella tentazione: «Se vediamo i nemici circondarci con la loro furbizia, cioè con l’accidia, sia che indeboliscano la nostra anima nel piacere, sia perché non conteniamo la nostra collera contro il prossimo quando agisce contro il suo dovere, oppure se aggravano i nostri occhi per portarli alla concupiscenza, o se vogliono condurci a gustare i piaceri della gola, se rendono per noi come un veleno la parola del prossimo, se ci fanno svalutare la parola altrui, se ci inducono a far differenze tra i fratelli dicendo: “Questi è buono, quest’altro è cattivo”: se dunque tutte queste cose ci circondano, non perdiamoci di coraggio, ma gridiamo piuttosto come Davide con cuore fermo dicendo: “Signore, protettore della mia vita!” (Sal 26,1)» (Recueil ascétique, Bellefontaine 1976, p. 211).

Giovanni Paolo II / L’Osservatore Romano, 22-03-2004

L’ESODO – L’ALLEANZA TRA DIO E IL POPOLO –

http://comunita-abba.it/?p=15571

L’ESODO – L’ALLEANZA TRA DIO E IL POPOLO –

p. Giuseppe Paparone

L’ALLEANZA TRA DIO E IL POPOLO IL DONO DELLA TORAH
Per entrare in modo sempre più proficuo nel cuore della Rivelazione biblica, è opportuno cogliere una duplice sfumatura.
La Bibbia, da una parte, ci offre un’informazione di tipo conoscitivo e anche una formazione catechetica, sistematica.
Dall’altra, ci introduce nella dimensione spirituale, la più importante e necessaria per entrare in una relazione con Dio che dia pienezza a tutta la nostra esistenza, a tutta la nostra sfera esistenziale: corporea, spirituale, emotiva.
La Scrittura, infatti, non contiene una filosofia che resta circoscritta alla sfera dell’intelletto, ma va letta, considerata, assimilata, in funzione della nostra vita. Diventa qualcosa di molto pratico perché la Bibbia ci fa vedere chi è l’uomo, chi siamo noi, chi è Dio: e ci insegna a vivere realizzando nel nostro presente, nella nostra quotidianità, un’armonia piena..
Questa premessa è importante nel momento in cui si affronta il terzo passaggio del nostro cammino nell’Esodo. Il terzo elemento, infatti, è costituito dal concetto di alleanza.
L’alleanza voluta e stabilita da Dio con il suo popolo, il popolo che Lui ha scelto, è molto più di una nozione teologica, una dimensiona spirituale, un’indicazione normativa: essa rappresenta il DNA dell’ebreo che ha camminato con Mosè e che cammina oggi tra noi.
Ma, questo concetto di alleanza ha avuto la sua evoluzione, il suo compimento finale con Gesù, che con il suo sacrificio, la sua morte e risurrezione ha stabilito la Nuova Alleanza tra il Padre e tutti gli uomini.
L’Eucaristia è il segno sublime di questa alleanza, di cui è memoriale, e questa alleanza è oggi nel DNA di ogni cristiano.
Il tema dell’alleanza rappresenta la parte più estesa del Pentateuco e la troviamo disseminata in tutti gli altri quattro libri. Noi ci soffermiamo solo sui capitoli 19-40 dell’Esodo, l’ultima parte del libro.

Contenuto e struttura di Esodo 19-40
La terza parte dell’Esodo è articolata in quattro nuclei narrativi:
19,1-24: resoconto dell’arrivo del popolo al Sinai e stipula dell’alleanza, la proposta di Dio e le condizioni stabilite.
24,12-31,18: Mosè ritorna sul monte e riceve da Dio tutte le altre prescrizioni riguardanti la vita cultuale del popolo.
32,1-34,35: il vitello d’oro: l’episodio drammatico in cui il popolo, in assenza di Mosè, sente immediato il bisogno di costruirsi un altro dio. Aronne cede e realizza un idolo. Mosè, sceso dalla montagna, trova il popolo in festa, distrugge il vitello d’oro, lo riduce in polvere e lo fa bere a tutto il popolo: segue la strage degli ebrei infedeli. Mosè risale sul monte e riceve una copia della legge su due nuove tavole: è il rinnovamento dell’alleanza.
35,1-40,38: Mosè esegue tutte le prescrizioni ricevute sul monte Sinai riguardanti il culto e il luogo dove deve essere esercitato: il santuario, la tenda sacra.
Tutti questi avvenimenti ci possono aiutare a capire e a vivere meglio il nostro culto cristiano oggi, la nostra fede, il perché Gesù è venuto a rinnovare l’alleanza con l’uomo.

CONSIDERAZIONI SPIRITUALI SULL’ALLEANZA
L’Alleanza con Dio che abbiamo appena considerato è il momento fondante la nostra vicenda umana e spirituale e noi possiamo capire cosa significa essere credenti solo alla luce di questa Alleanza.
Facciamo un passo indietro. Dio era apparso a Mosè, gli aveva rivelato il suo nome, cosa negata a Giacobbe sullo Iabbok, e gli comunica la sua intenzione, il suo progetto: fare del popolo eletto un suo amico speciale, un partner privilegiato.
Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte.(Es 3,12)
Dopo le vicissitudini della fuga dall’Egitto, il popolo è finalmente arrivato al monte Sinai. È molto più di una tappa di viaggio: il popolo di Israele arriva all’appuntamento che Dio ha fissato per lui dall’eternità. È uno dei suoi kairoi, dei tempi sacri di Dio.
Sono i momenti che imprimono alla storia una svolta decisiva, una tappa che trasforma l’esistenza dell’umanità intera. I primi versetti del capitolo 19 offrono la chiave di lettura per comprendere fino in fondo il senso dell’alleanza e di tutte le prescrizioni cultuali e morali che sono alla base della religione ebraico-cristiana.
Leggiamo:
Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. Levato l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti”. Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!”. Mosè tornò dal Signore e riferì le parole del popolo. Il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano sempre anche a te”.(Es 19,1-9)
L’introduzione ha un andamento solenne nella sua determinazione spazio-temporale:
Al terzo mese dall’uscita arrivarono in quel luogo fissato da Dio.(Es 19,1)
C’è un tempo e c’è un luogo in cui Dio si manifesta: questo luogo è il deserto, condizione per poterlo incontrare e che porta al silenzio, all’ascolto, alla solitudine, alla quiete del nostro cuore.
In quel luogo, in quel silenzio Dio finalmente può parlare e farsi ascoltare perché, se siamo noi a parlare, Lui non lo può fare.
Bisogna tacere davanti a Dio; la nostra mente è sempre affollata da troppe parole che risuonano sempre in noi, anche se tacciamo con la bocca. È insito in noi il dire sempre a Dio quello che deve fare senza mai ascoltare quello che Lui vuole fare per noi: questo paradosso è anche la nostra tragedia.
Ai piedi del monte il popolo è arrivato perché nel silenzio, nella solitudine è stato chiamato a prendere consapevolezza di chi è Dio in rapporto alla sua esistenza. Ed è lì che il popolo (quindi anche noi), deve prendere una decisione esistenziale chiedendosi chi è veramente Dio per lui e chi è lui per Dio.
voi stessi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatti venire fino a me.(Es 19,4)
Tutto quello che Dio ha fatto fino a quel momento per il popolo è funzionale a quello che avverrà dopo. Tutto quello che il popolo ha ricevuto è stato un dono immeritato, da Abramo in poi. Questo dono immeritato è arrivato fino a noi oggi, nel Battesimo, dono di Grazia del tutto immeritato.
Attenzione: adesso Dio vuole fare al popolo un altro dono straordinario, una cosa inaudita, impensabile e nemmeno desiderata: Dio vuole istituire con Israele una relazione particolare. Vuole che quel popolo diventi suo amico, segno della sua luce e santità, un riferimento visibile, concreto per l’umanità intera:
oi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché è mia tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.(Es 19,5-6)
Ecco il progetto di Dio per il suo popolo: non una “semplice” fuga dall’Egitto per entrare nella terra promessa, ma diventare, bensì, suo collaboratore e amico, sua proprietà e porzione privilegiata.
Ma ogni rapporto di amicizia è un rapporto d’amore che, per realizzarsi pienamente, ha bisogno della nostra accoglienza, della nostra adesione.
Quello che Dio poteva fare da solo lo ha fatto.
Ora il popolo deve scegliere.

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