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«DOVE CE STA GESÙ SE SONA E CANTA» (2008)

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«DOVE CE STA GESÙ SE SONA E CANTA» (2008)

Incontro con Ambrogio Sparagna, una vita professionale dedicata al recupero e alla rivitalizzazione della tradizione musicale popolare italiana: da alcuni anni ha riscoperto il canto popolare sacro. Il successo del suo progetto “La Chiara Stella”

Intervista con Ambrogio Sparagna di Tommaso Ricci

«Chi canta prega due volte» (sant’Agostino); «chi prega certamente si salva» (sant’Alfonso Maria de’ Liguori”). Applicando il sillogismo aristotelico alle cose dello Spirito, si dovrebbe concludere che «chi canta si salva doppiamente». Non possiamo sapere se in Cielo conti la logica però un granello di verità in questo spericolato ragionare c’è: l’esperienza del cantare e fare musica insieme è un atto di comunione tra gli uomini, un riscatto – certo effimero quanto la durata di una nota, e spesso inconsapevole – dalla solitudine della condizione umana. Quando poi il canto si fa lode all’«Altissimo, onnipotente, bon Signore», la salvezza dall’humana tristitia, benché provvisoria, diventa più percepibile anche a livello di coscienza, già qui sulla terra.
«Oggi un bambino c’è nato / da Maria Vergine e madre / Figlio al Padre divino / che in terra volle incarnarsi / fu dal Padre a noi mandato / per divino decreto eterno/ per salvarci dall’inferno / ed aprirci il cielo serrato». Mentre Gianni Aversano canta sul palco questi versi di una ballata popolare toscana sull’Epifania alle prove del concerto “La Chiara Stella” (Auditorium Parco della Musica di Roma, 3, 4, 5 e 6 gennaio 2009) si viene fulminati dal pensiero che è da quella notte di Natale che il canto umano non è più soltanto d’attesa ma è anche di gioia e di lode; il Cielo ormai è disserrato, non dobbiamo più solo implorare che «nubes pluant Iustum», possiamo esultare alla «capanna santa, / dove ce sta Gesù se sona e canta» (dal canto popolare maceratese Natu natu Nazarè). Il concerto in preparazione è un’idea del musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna, 51 anni, di Maranola, nel basso Lazio. La sua vita professionale l’ha dedicata al recupero e alla rivitalizzazione della tradizione musicale popolare italiana (non solo sacra peraltro, lui è anche l’artefice della “rinascita della taranta”, la musica da ballo profana tipica delle terre del Salento.

Maestro, che cosa è “La Chiara Stella”?
Ambrogio Sparagna: “La Chiara Stella” – il nome viene da una bella tradizione canora natalizia dell’arco alpino – è un progetto musicale giunto alla seconda edizione. È un concerto, nella prestigiosa sede dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, in cui vengono suonati e cantati molti brani tradizionali, trovati nel corso delle mie ricerche e che ho rielaborato musicalmente secondo una sensibilità contemporanea ma nella fedeltà alla loro natura popolare. Si tratta di una ricchezza nazionale inaudita, che si trova perlopiù in stato di sonno se non in via di estinzione.
L’anno scorso i canti del centro-sud, con un accento sulla Sicilia, erano predominanti. Quest’anno il concerto è dedicato al nord. Perché?
Sparagna: Il meridione c’è anche nel concerto di quest’anno perché la tradizione del canto popolare sacro non può prescindere da quel gigante che è sant’Alfonso de’ Liguori, un promettente giovane avvocato napoletano del Settecento, fattosi sacerdote, diventato vescovo e poi dottore della Chiesa. La sua Tu scendi dalle stelle, in originale Quanno nascette ninno, è la prima vera canzone popolare italiana, il suo successo valicò i confini del Regno delle Due Sicilie e raggiunse l’intera nazione. Quest’anno ho voluto inserire anche molti canti del nord, perché c’è l’erronea convinzione che al nord la tradizione del canto popolare sacro sia estinta. È falso. Hanno dei canti bellissimi, dalla filastrocca milanese Santa Clara («O santa Clara, / imprestemm la vostra scala / per andà in Paradis / a trovà san Dionis…») al canto di questua bresciano Stella di Vico Capovalle, dal friulano Stami atent alla ninna nanna lombarda Verbum caro fastumes.
Maestro, però in latino è «factum est»…
Sparagna: Qui è il punto! C’era nel popolo una confidenza talmente forte e diffusa con l’avvenimento del Natale che vinceva sulla correttezza formale del latino. Pur di cantare la gioia per la nascita di Gesù bambino, pur di comunicarla ai più piccini – si tratta di una ninna nanna – si storpiava il latino, che d’altronde ascoltavano sì tutti in chiesa ma conoscevano in pochi. C’è qualcosa di commovente in questo umile attaccamento popolare al fatto di Betlemme. In un’altra canzoncina di sant’Alfonso si dice dei pastori, cioè degli strati più bassi del popolo: «Pigliata confidenza se mettettero a sonare, e a cantà co’ l’angeli e co’ Maria». Cioè Natale è comunione, gli spiriti più semplici possono cantare insieme con quelli più sublimi.
Nel programma del concerto di gennaio c’è anche uno struggente dialogo tra una zingara siciliana e la Madonna in fuga verso l’Egitto…
Sparagna: Lo compose, secoli fa, un frate palermitano. Ci ricorda quello che in fondo si sa ma continuamente, soprattutto oggi, si dimentica. Che Natale è festa in particolare per gli ultimi, i meno considerati dal mondo “per bene” e che, d’altro canto, Gesù la maggior solidarietà la riceve proprio da costoro, che possiedono ben poco oltre alla loro povertà. «Sugnu na carusa zingaredda, / e macari ca sugnu puuredda / ccu cori ti offru casa mia, / puru cca non è cosa ppi tia», canta la donna a Maria. C’è poco da commentare e molto da meditare di fronte a queste parole.
Lei suona con l’Orchestra popolare italiana, da lei fondata e diretta. Solo strumenti della tradizione, ghironde e zampogne, tamburelli e organetti, ciaramelle e chitarre battenti…
Sparagna: In questa scelta c’è la mia ammirazione e la mia fedeltà d’artista alla tradizione, oltre a una ormai ultratrentennale consuetudine personale. Io i pastori che vengono a cantare la novena di Natale a Maranola me li ricordo bene. Peraltro in alcune zone d’Italia, più numerose di quelle che noi immaginiamo, queste sonorità sono ancora vive e sono sinonimo di Natale e Pasqua, cioè delle feste religiose.
Come è nato questo suo interesse?
Sparagna: Beh, intanto i miei genitori erano musicisti tradizionali. Poi nella mia terra queste abitudini musicali erano molto presenti. Inoltre ho vissuto, da giovane, l’atmosfera effervescente, anche se un po’ intrisa di ideologia, degli anni Sessanta e Settanta: volevamo contestare sia l’industria musicale, sensibile perlopiù a standard stranieri, sia gli elitarismi da accademia. Insomma, si voleva la musica per il popolo. Io però, tra la perplessità di molti miei compagni, mi accorsi che il popolo la sua musica ce l’aveva già, e non c’erano solo i canti di lotta e di lavoro: molti canti popolari erano legati alla fede religiosa. Dovetti subire anche dei “processi politici” – che allora andavano di moda, ahimè – per questa mia constatazione. Però seppi difendermi, esporre le mie ragioni e da allora il lavoro di riscoperta e rielaborazione di questa musica, aiutato anche dai miei studi universitari in etnomusicologia col professor Diego Carpitella, non si è più fermato.
Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato?
Sparagna: Di certo l’industria discografica non è mai stata molto aperta alla lezione popolare. Oggi quell’industria è in crisi ma ha lungamente forgiato l’orecchio, il gusto contemporaneo, privandolo di questa dimensione. Poi c’è una diffusa mentalità secondo cui si tratta di cose del passato destinate irrimediabilmente all’oblio. Inoltre, parliamoci chiaro, i giudizi di Pier Paolo Pasolini sul dissolvimento – in qualche modo “provocato”, “voluto” dai poteri o dal Potere che domina nella nostra società –, sulla disarticolazione di un’esperienza di popolo erano profetici. Si è avverato tutto. E questo tipo di musica nasce dal popolo e viene fruito da un popolo, non è adatto al consumo individuale. Infine devo confessare che per la parte “sacra”, “religiosa”, della musica popolare, mi sarei aspettato un maggiore interesse da parte degli uomini di Chiesa. Invece spesso incontro diffidenza.
Orchestra popolare italiana durante
il concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Orchestra popolare italiana durante il concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Perché secondo lei?
Sparagna: Me lo chiedo anch’io. Intanto c’è una “mondanizzazione” che contagia anche il ceto ecclesiastico. E così quando si organizza una manifestazione musicale o un concerto si invitano i divi pop-rock in auge in quel momento… Per carità, molti di loro sono stimati colleghi nonché miei amici, però di fatto si fa avvizzire una ricchezza che è frutto dell’esperienza della comunità cristiana che ci ha preceduto nei secoli. Guardi che nello scrigno della tradizione non c’è solo il gregoriano, che giustamente papa Benedetto XVI vuole tutelare. Le zampogne dei pastori sono un organo portatile che ha dato solennità a tante celebrazioni religiose. E poi, mi viene da dire, a Betlemme c’era sì il sublime canto degli angeli ma anche quello umile e gioioso dei poveri pastori. Anche il loro punto di vista andrebbe preso in considerazione. Io, di fronte al Dio bambino mi identifico più nel povero, ignorante pastore. E i canti che dirigo, suono e canto in concerto è come se portassero la firma di quei semplici testimoni del fatto del Natale. Questo “disinteresse” di parte cattolica, dalla gerarchia alla stampa, mi stupisce perché i testi che io rimetto in circolazione – magna pars sono le canzoncine spirituali di sant’Alfonso, ma ogni regione e zona d’Italia ha i propri – contengono una vividezza straordinaria nel descrivere i misteri della fede. Insomma sant’Alfonso ha evangelizzato con questi brani: se non altro per questa ragione, come si fa a ignorarli? Magari poi si vanno a cercare i gospel mentre in casa abbiamo questi tesori inestimabili. Se mi è concesso, anche quanto a rigore teologico, non c’è paragone con i gospel. È come il buon vino paragonato alla Coca Cola, con tutto il rispetto.
Però, sia chiaro, io sono ottimista. Chi viene ai nostri concerti, chi ascolta i nostri dischi, il minimo che si può dire è che resti incuriosito. E io su questa curiosità, su questa ricerca di qualcosa di diverso, tipica dell’età giovanile, voglio continuare a far leva.

Publié dans:meditazioni per l'Avvento |on 18 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE SULL’AVVENTO: VIENE IL NOSTRO DIO

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MEDITAZIONE SULL’AVVENTO: VIENE IL NOSTRO DIO

Nel cuore della nostra fede c’è un’attesa. Questa non è data da un’assenza, ma da una venuta. Gesù Risorto non è mai assente dalla sua Chiesa. È vero che i segni della sua presenza non sono sempre immediatamente riconoscibili, poiché dopo la sua Pasqua, come dice Sant’Ambrogio: «non con gli occhi della carne, ma con quelli dello Spirito si vede Gesù».
Tuttavia Gesù è sempre presente, però la Sua è la presenza di un Veniente, che rimane altro rispetto ai nostri tentativi di catturarlo e di ricondurlo dentro i confini delle nostre attese e dei nostri bisogni. Il suo venire ci converte sempre a un andare verso di Lui, in un esodo da noi stessi che ci consegna alla novità e allo stupore.
Uno stupore a cui è chiamata tutta l’umanità, perché l’invito di Dio è rivolto a tutti i popoli. Infatti, proprio all’inizio dell’Avvento la liturgia ci ricorda il nostro dovere di annunciare a tutti i popoli la venuta del Signore: «Date l’annunzio ai popoli: Ecco, Dio, il nostro Salvatore, viene» (Vespri, Antifona 1ª).

Come sentinella nella notte
La Chiesa è travolta da questo compito immane: annunciare a tutti che Dio viene, anzi che Lui è il perenne veniente. Questo è il rivelarsi della sua azione dinamica verso di noi, ma anche dice qualcosa di Suo, di intimo a Dio stesso. Dio è colui che è nel suo incessante avvicinarsi. Il sopraggiungere improvviso, come un lampo, non è solo una caratteristica di Dio ma è il suo stesso esserci nella storia dell’uomo. Dio è l’improvviso ma è anche l’inatteso, per questo sorprende come un ladro o come uno sposo. È sposo per chi l’attende come l’amico dello sposo che gioisce alla sua venuta, per chi desidera il suo giorno, per chi brama che i giorni del nostro trascorrere terreno siano tutti suoi, ripieni della gioia nuziale, dei flauti della festa, del fervore del banchetto. Ma è ladro per chi vuole trattenere qualcosa per sé, per chi ha timore di perdere la sua vita, per chi costruisce sulla sabbia del mondo e non sulla roccia di Lui che è la Parola che non muta.

Inizi sempre nuovi
Giustamente il libro dell’Apocalisse si conclude con l’invocazione dello Spirito e della sposa che dicono insieme «Vieni» e ascoltano la promessa del Signore che dice: «Sì, verrò presto!» (Ap 22,17-21). Perché Colui che era e che è rimane sempre colui che viene.
Sempre l’Apocalisse ricorda, in sintonia con altri testi neo testamentari, che il Signore viene come un ladro (cf 3,3; 16,15). Questa metafora inconsueta, oltre ad evocare l’imprevedibile della venuta del Signore, ci invita a lasciarci «rubare» qualcosa da colui che viene. Egli deve strapparci a noi stessi, alla certezza dei nostri possessi, perché la relazione con il Signore diviene autentica soltanto se, come dice San Gregorio di Nissa ci fa passare attraverso «inizi sempre nuovi, che non hanno fine».

Il volto orientale
Benedetto XVI ci ha ricordato che l’Avvento richiama i credenti a prendere coscienza di questa verità e ad agire in conseguenza. Questo «vieni!» risuona come un appello salutare nel ripetersi dei giorni, delle settimane, dei mesi: Svegliati! Ricordati che Dio viene! Non ieri, non domani, ma oggi, adesso! L’unico vero Dio, «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», non è un Dio che se ne sta in cielo, disinteressato a noi e alla nostra storia, ma è il-Dio-che-viene. È un Padre che mai smette di pensare a noi e, nel rispetto estremo della nostra libertà, desidera incontrarci e visitarci; vuole venire, dimorare in mezzo a noi, restare con noi. Il suo «venire» è spinto dalla volontà di liberarci dal male e dalla morte, da tutto ciò che impedisce la nostra vera felicità.
Dio ci offre la sua stessa gioia eterna, poiché Lui è la novità assoluta sottratta alla corruzione del tempo. Così, Dio viene portando con Sé il giorno nuovo, rapito alla dissoluzione del sepolcro della storia, perché Dio è l’eterno inizio, è la perenne alba nel suo giorno senza tramonto. Con grande intuito, un teologo contemporaneo, J. B. Metz ha detto che il nostro Dio ha sempre un «volto albeggiante». Il suo sguardo ha il colore e la profondità dell’aurora. È come un sole che sorge sulla nostra vita. Vir Oriens nomen eius, canta un’antifona del Tempo di Avvento, riprendendo un’espressione del profeta Zaccaria (cf Zc 6,12). Oriente è il nome di Dio. L’Avvento è un tempo privilegiato nel quale tornare a orientare la nostra vita, nel senso originario dell’espressione che esorta a volgerci verso oriente, che è il luogo di Dio. L’uomo che perde la sua relazione con l’oriente si smarrisce. Nelle prime pagine della Genesi viene ricordato il peccato di Babele (11,19), che nasce anche da questo disorientamento radicale, «Emigrarono da oriente», dice il testo e la conclusione è la costruzione di una torre, simbolo di un uomo che progetta la propria città, il proprio futuro, senza attendere e accogliere quella promessa di Dio che sorge sempre in modo nuovo sulla vita. All’uomo di Babele Dio risponde con la chiamata di Abramo, che è colui che si fida della promessa di Dio e, anziché progettare una città, lascia la propria terra per andare verso quella terra non ancora conosciuta che Dio promette di indicargli (Gen 12,1-4). L’uomo è oggi malato di questa pretesa di essere l’unico artefice della propria vita, e, volgendosi verso occidente, guarda soltanto a ciò che le sue mani possono inventare e produrre, fino alla manipolazione genetica della vita.

Le tre venute di Cristo
I Padri della Chiesa osservano che il «venire» di Dio – continuo e, per così dire, connaturale al suo stesso essere – si concentra nelle due principali venute di Cristo, quella della sua Incarnazione e quella del suo ritorno glorioso alla fine della storia (cf Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 15,1).
Il tempo di Avvento vive di questa polarità. Nei primi giorni l’accento cade sull’attesa dell’ultima venuta del Signore, come dimostrano i testi delle prime celebrazioni dell’Avvento. Avvicinandosi poi il Natale, prevarrà invece la memoria dell’avvenimento di Betlemme, per riconoscere in esso la «pienezza del tempo».
Tra queste due venute «manifeste» se ne può individuare una terza, che San Bernardo chiama «intermedia» e «occulta», la quale avviene nell’anima dei credenti e getta come un «ponte» tra la prima e l’ultima.
In questo Avvento di mezzo (medius Adventus), o «tempo della visitazione», noi celebriamo la memoria dell’Incarnazione e attendendo la venuta nel compimento, facciamo del tempo della nostra attesa anche l’occasione in cui scopriamo con meraviglia che il nostro Dio desidera essere atteso.
Non solo esige la nostra vigilanza, ma fa della nostra attesa l’oggetto del suo desiderio. Ogni uomo gioisce nel sapersi atteso da qualcuno. Questo è vero anche per il Signore Gesù (…) Dio cerca e desidera qualcuno che lo accolga a lo lasci dimorare nella sua vita. La sua venuta suscita la nostra vigilanza, e la nostra attesa manifesta la gioia di Dio nell’incontrarci.
Egli ci invita alla vigilanza, perché chi ama cerca sempre qualcuno che lo attenda.

Lorenzo Villar

INCHIESTA SULLA NASCITA DI GESÙ: LE ULTIME SCOPERTE RIVELANO CHE..

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=1961

INCHIESTA SULLA NASCITA DI GESÙ: LE ULTIME SCOPERTE RIVELANO CHE…

Da un recente studio si apprende la verità sul luogo della nascita di Gesù. Il contesto deve essere non una grotta, ma la grande casa paterna di Giuseppe a Betlemme. «Tali case erano costituite da un’unica grande stanza, dove le persone…».

Le tracce anagrafiche di Gesù ci portano sul Campidoglio di Roma, da dove si gode una veduta mozzafiato dei Fori imperiali. Il fazzoletto di terra tra il Tabularium – che sta alle fondamenta dell’attuale municipio – e l’Aerarium del Tempio di Saturno, duemila anni fa era il centro del mondo. In quel punto erano custoditi i documenti del censimento di Augusto, secondo Tertulliano “teste fedelissimo della natività di Nostro Signore”.
Era lì dunque la registrazione anagrafica della nascita – fatta da due giovani ebrei – di un bambino chiamato Yehòshua’, Gesù, che significava “Dio salvatore”. Incendi e distruzioni hanno perduto quei documenti. Sempre lì dovette trovarsi anche la relazione a Tiberio che Ponzio Pilato scrisse verso il 35 d.C. per giustificare processo ed esecuzione dello stesso Gesù. Da cui venne la proposta di Tiberio al Senato di riconoscere quel Gesù come dio, ossia di legittimare il culto di Cristo che si stava diffondendo. Il Senato rispose di no. La notizia è contenuta in un passo dell’Apologetico (V,2) di Tertulliano ed è stata recentemente dimostrata attendibile da un’autorevole storica, Marta Sordi.

Ma torniamo a quel censimento. Negli studi della “Scuola di Madrid” – sintetizzati nel libro “La vita di Gesù” di Josè Miguel Garcia – trova soluzione anche il problema cronologico del censimento che finora non si sapeva quando collocare e pareva storicamente dubbio.
Perché Giuseppe e Maria devono andare a Betlemme il cui nome, beth-lehem, in ebraico significa “città del pane”? Perché Erode, per conto dei romani, ha imposto un giuramento-censimento. Le autorità di Betlemme pretendono che della famiglia di Davide non manchi nessuno: Giuseppe è un discendente dell’antico casato reale che è tenuto particolarmente d’occhio. Soprattutto in questi anni nei quali – a causa di alcune profezie e di alcuni segni – si è fatta fortissima l’idea che il Messia stia per arrivare. Si sa infatti che il “liberatore” che gli ebrei aspettano è di sangue reale. E dunque quelli della famiglia di Re David sono tutti “sospetti”.
E’ per queste origini che la famiglia di Gesù, pur essendo diventata modesta e umile, custodisce gelosamente le genealogie che non a caso si trovano riportate nei vangeli. Genealogie che raccontano storie terribili, su cui i vangeli non sorvolano affatto. Tanto da stupire quel poeta cattolico che fu Charles Péguy: “bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa… E’ in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, tutto il suo impeto, il suo carico di umanità. Di carnale”. Secondo uno studio recente nelle origini familiari di Gesù troviamo la stessa tribù discendente da Caino, il primo omicida della storia. In Numeri 24, 21 si dice che i Qeniti sono i discendenti di Caino, verranno assorbiti dal popolo ebraico e la loro terra è dove poi sorgerà Betlemme. In un passo successivo (34,19) con Giosuè sono raccolti, per la spartizione della terra conquistata, i capi delle dodici tribù d’Israele. A capo della tribù di Giuda sta Kaleb detto il Qenizita, a cui Giosuè assegna una porzione della terra di Giuda. I Qeniti, spiega Tommaso Federici, sono dunque “una sottotribù di Giuda, la loro terra sta nella ‘parte montagnosa’, con capitale Hebron. Essa comprendeva la Betlemme di Kaleb, attraverso la sua sposa Efrata”. Dunque “i Davididi sono i Qeniti o Cainiti”. Ecco – commenta Federici “sopra quale abisso è disceso l’Immortale Eterno per assumere la carne dei peccatori. Cristo Signore così riassume in sé ogni Caino d’ogni tempo, per salvarlo”. Gesù dunque è “il segno” che Dio aveva posto sopra Caino “per cui questi ha salva la vita”. Nel profeta Isaia leggiamo infatti: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Nello stesso ceppo familiare di Gesù sono riassunti “sia Israele, sia Giuda, sia i pagani ed i peccatori più lontani. Di fatto” spiega Federici “a Betlemme, Booz, antenato di David, sposando Rut la Moabita, dunque pagana e idolatra, l’inserisce a pieno titolo nel popolo di Dio, tanto che diventa antenata di David”.
La predilezione di Dio non è caduta sui migliori, ma su dei peccatori. Fra i figli di Giacobbe viene scelto Giuda, il quartogenito, uno dei fratelli che avevano venduto Giuseppe. Uno la cui moralità crolla platealmente nell’unione con la nuora, Tamar, unione da cui discende legalmente Gesù. Della sua genealogia fanno parte poi dei re idolatri, immorali e qualcuno criminale. Lo stesso Davide, il più grande dei re e il più amato da Dio, commette peccati e delitti spaventosi. Le donne della genealogia di Gesù scriveva il cardinale Van Thuan “colpiscono per le loro storie, sono donne che si trovano tutte in una situazione irregolare e di disordine morale: Tamar è una peccatrice, che con l’inganno ha avuto una unione incestuosa col suocero Giuda; Raab è la prostituta di Gerico che accoglie e nasconde le due spie israelite inviate da Giosuè e viene ammessa nel popolo ebraico; Rut è una straniera; della quarta donna… ‘quella che era stata moglie di Urìa’, si tratta di Betsabea, la compagna di adulterio di David”.
Sembra una storia terribile, eppure è la storia della salvezza. La storia da cui è nato Gesù che ha voluto riservarsi – totalmente puri e santi – solo gli ultimi rampolli di quei clan familiari: Maria e Giuseppe. Che dunque arrivano a Betlemme dove nasce Gesù. A lungo si è ritenuto che il 25 dicembre fosse una data convenzionale, scelta per contrastare le feste pagane del Natale Solis invicti (da identificare forse con Mitra, forse con l’imperatore romano). Ma recentemente una scoperta archeologica fatta tra i papiri di Qumran ha clamorosamente suggerito la possibile esattezza di quella data. Dal “Libro dei Giubilei” uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon ha ricostruito la successione dei 24 turni sacerdotali relativi al servizio nel Tempio di Gerusalemme e ha scoperto che “il turno di Abia” corrispondeva all’ultima settimana di settembre.
Notizia importante perché si lega a una informazione cronologica del Vangelo di Luca (1,5) secondo cui Zaccaria, il padre di Giovanni Battista e marito di Elisabetta, appartenente alla tribù sacerdotale di Abia, vide l’angelo, che annunciava il concepimento di Giovanni, proprio mentre “officiava davanti al Signore nel turno della sua classe”. Quindi a fine settembre.
Il rito bizantino che da secoli fa memoria dell’annuncio a Zaccaria il 23 settembre deriva dunque da un’antica memoria, forse una tradizione orale. La Chiesa tutta poi celebra nove mesi dopo la nascita del Battista e tutta la liturgia cristiana è impostata su questa data giacché Luca (1, 26) spiega che l’annuncio a Maria avviene quando Elisabetta era al sesto mese di gravidanza. In effetti la Chiesa celebra l’Annunciazione il 25 marzo e il Natale del Signore nove mesi dopo, il 25 dicembre (lo attesta già un calendario liturgico del 326 d.C.). Ne discende che se ha fondatezza storica l’annuncio a Zaccaria il 23 settembre, a catena – come ha dimostrato Antonio Ammassari – acquisiscono storicità anche la data dell’Annunciazione e quella del Natale.
Dal recente libro di Garcia si apprende pure la verità sul luogo della nascita di Gesù. Il contesto deve essere non una grotta, ma la grande casa paterna di Giuseppe a Betlemme. “Tali case erano costituite da un’unica grande stanza, dove le persone occupavano una specie di piattaforma rialzata, mentre in un’estremità si trovavano gli animali di cui la famiglia aveva bisogno per lavorare. E per questi animali era ovvio che ci fosse una mangiatoia”.
Probabilmente Giuseppe e la giovane partoriente, per avere un po’ di riservatezza e più caldo, furono alloggiati in questa parte della casa e il bambino fu posto in quella mangiatoia. E’ con una storia così ordinaria, così normale, che Dio – per i cristiani – è venuto nel mondo. E con lui la bellezza, la bontà e la salvezza. Incontrarlo è il senso della vita. Scrive Péguy: “Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.

(Teologo Borèl) Dicembre 2005 – autore: Antonio Socci

Publié dans:meditazioni per l'Avvento |on 28 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

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