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IL SEGNO DI CANA: LA VITA È ABBONDANZA – II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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IL SEGNO DI CANA: LA VITA È ABBONDANZA

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 17 GENNAIO 2010

JANUARY 15, 2010BY REDAZIONEPAROLA E VITA

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 15 gennaio 2010 (ZENIT.org).-“Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù le rispose: ‘Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora’. Sua madre disse ai servitori: ‘Qualunque cosa vi dica, fatela’ (…). Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora’. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto scese a Cafarnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni” (Gv 2,1-12). “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finchè non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale e nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,1-5). La presenza di Gesù alle nozze di Cana è collocata dall’evangelista Giovanni al settimo giorno dalla comparsa (Gv 1,19-28) sulla scena del Battista, “l’amico dello sposo”(Gv 3,29). E’ così stabilita una settimana particolare che rimanda al primo capitolo del libro della Genesi: il racconto della creazione del mondo che Dio fece in sei giorni, dopo dei quali, creata infine la prima coppia umana, “nel settimo giorno cessò da ogni suo lavoro” (Gen 2,2). Il significato della partecipazione del Signore alla festa di nozze è spiegato assai bene in una catechesi di Giovanni Paolo II:“Il contesto di un banchetto di nozze, scelto da Gesù per il suo primo miracolo, rimanda al simbolismo matrimoniale, frequente nell’Antico Testamento per indicare l’Alleanza tra Dio e il suo popolo e nel Nuovo Testamento per significare l’unione di Cristo con la Chiesa. La presenza di Gesù a Cana manifesta inoltre il progetto salvifico di Dio riguardo al matrimonio. In tale prospettiva, la carenza di vino può essere interpretata come allusiva rispetto alla mancanza d’amore, che purtroppo non raramente minaccia l’unione sponsale. Maria chiede a Gesù di intervenire in favore di tutti gli sposi, che solo un amore fondato in Dio può liberare dai pericoli dell’infedeltà, dell’incomprensione e delle divisioni. La grazia del Sacramento offre agli sposi questa forza superiore d’amore, che può corroborare l’impegno della fedeltà anche nelle circostanze difficili” (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 5/03/1997). In effetti l’esaudimento di Gesù alla richiesta di sua madre è superiore ad ogni necessità, ma è proprio in questo eccesso che va riconosciuto il primo e fondamentale “segno” della sua “gloria”. Ascoltiamone l’interpretazione dalla sapienza di Benedetto XVI: “Il Signore offrì agli ospiti delle nozze di Cana circa seicento litri di gustoso vino. Anche considerando che le nozze orientali duravano un’intera settimana e che tutto il clan familiare degli sposi partecipava alla festa, resta tuttavia il fatto che si tratta di un’abbondanza incomprensibile. L’abbondanza, la profusione è il segno di Dio nella sua creazione; Egli sciala, crea l’intero universo per dare un posto all’uomo. Egli da la vita con un’abbondanza incomprensibile. A Cana il grande dono lascia presagire la natura inesauribile dell’amore di Dio, parla di un amore che proviene dall’eternità, che è incommensurabile e quindi salvifico. Il miracolo del vino ci aiuta così a capire cosa significa ricevere nella fede, attraverso Cristo, lo Spirito Santo, cioè, una nuova grandezza, una nuova elezione e una nuova abbondanza di vita” (da “Il segno di Cana”, in Communio 205). E’ il caso qui di collegare il Vangelo di Cana con la famosa affermazione di Ireneo: “L’uomo vivente è gloria di Dio”, per riconoscere nella persona di Gesù la verità e il fondamento della dignità infinita di ogni uomo, dato che il Padre “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Non dimentichiamo che sia l’affermazione di Ireneo (che anzitutto va riferita all’uomo Gesù, che a Cana manifesta la gloria di essere Dio), sia la rivelazione di Paolo (che ne è spiegazione dal nostro versante), sono vere a partire dal momento della creazione dell’uomo vivente, cioè il concepimento nel grembo materno. Ecco allora che la carenza di vino, chiaramente allusiva alla mancanza d’amore nel matrimonio, ne evoca immediatamente le conseguenze a carico della famiglia. Senza dimenticare la tragedia infinita del rifiuto omicida della vita non nata, attuato mediante l’aborto chimico e chirurgico, né quella dell’uccisione di un numero incalcolabile di figli con la fecondazione artificiale, ascoltiamo questi dati sociologici: “In Europa, mentre i matrimoni calano sensibilmente ogni anno, i divorzi crescono: ormai sono più di un milione all’anno e raggiungono la metà dei matrimoni celebrati annualmente. Negli ultimi dieci anni sono stati 10,3 milioni e hanno coinvolto oltre 17 milioni di bambini. I figli dei divorziati nella percentuale dell’85% sono affidati alla madre e molti di essi, intorno al 25%, perdono dopo circa due anni il contatto con il padre. Gli studi psicologici mettono in evidenza che l’assenza del padre durante l’infanzia e l’adolescenza dei figli li espone a vari rischi: narcisismo, per cui manca il senso del limite e si vuole tutto e subito; depressione, ansia e scarsa autostima; passività e mancanza di progettualità, dipendenza dal parere degli altri, da TV e internet, dai consumi, dall’alcool e dalla droga; senso di impotenza, rabbia, aggressività, violenza” (Card. E. Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia: relazione tenuta a Bruxelles, il 9/12/2009, in occasione dell’incontro dei Presidenti delle Associazioni Familiari Cattoliche Europee). Nonostante questo quadro oscuro, il Vangelo di Cana, con la presenza vigile di Maria, ci muove a fare totalmente nostra la speranza di Giovanni Paolo II, consapevoli che anche oggi Maria ha bisogno di “servitori” del “vino buono”, rappresentati anzitutto dalle stesse famiglie cristiane, chiamate concretamente a farsi “prossimo” di ogni famiglia in difficoltà (cfr Lc 10,25-37). Ognuna di tali famiglie missionarie è chiamata ad essere soggetto di evangelizzazione, come richiesto esplicitamente dal cardinale Antonelli a Bruxelles: “In senso proprio e credibile, evangelizza non la famiglia semplicemente rispettabile, non la famiglia praticante e tuttavia allineata con i modi di pensare e agire secolarizzati; ma la famiglia che vive una spiritualità cristocentrica, biblica, eucaristica, trinitaria, ecclesiale, laicale, cioè incarnata nelle realtà terrene, nelle molteplici relazioni e attività di ogni giorno; la famiglia che vive l’amore come dono e comunione, quale partecipazione all’alleanza nuziale di Cristo con la Chiesa, quale riflesso della comunione trinitaria delle persone divine e anticipo della festa nuziale nell’eternità”. Icona e fonte perfetta di una simile spiritualità è il Vangelo della nozze di Cana. Anche dal profeta Isaia, oggi, giunge tale messaggio di speranza: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata” (Is 62,4). I nomi propri “Abbandonata” e “Devastata” si riferiscono a Gerusalemme, città personificata, sposa infedele che si è meritata l’esperienza riparatrice e purificatrice dell’esilio a Babilonia; mentre “Sposata” è segno del radicale cambiamento portato dall’intervento di Dio, Sposo fedele. Possiamo riconoscere nella Città santa violata la figura della famiglia di oggi, semidistrutta dalla perdita della fede, dall’edonismo e dal laicismo. Ma noi crediamo che in forza stessa dell’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, alla mensa di ogni famiglia è presente, anche se non riconosciuto, il Signore Gesù suo Salvatore. ———-

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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LUCA 21,25-28.34-36

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BRANO BIBLICO SCELTO

LUCA 21,25-28.34-36                        

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. 34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro cline abitano sulla faccia di tutta la terra. 36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo.   COMMENTO Luca 21,25-28.34-36 La venuta del Figlio dell’uomo //Mt 24,29-51 // Mc 13,24-37) Al termine della sezione riguardante il ministero di Gesù a Gerusalemme Luca riporta, al seguito di Marco, il discorso escatologico di Gesù (Lc 21,5-38). Nella composizione lucana si descrivono, dopo l’introduzione (vv. 5-7), i segni premonitori (vv. 8-11), le persecuzioni future (vv. 12-19), la distruzione di Gerusalemme (vv. 20-24), la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28); a conclusione viene riportata la similitudine del fico (vv. 29-33) e un invito alla vigilanza (vv. 34-36). La liturgia popone i due brani riguardanti rispettivamente la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28) e la vigilanza (vv. 34-36). La venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28) Luca riporta la predizione di una serie impressionante di segni che precedono la venuta del Figlio dell’uomo: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte» (vv. 25-26). Questi segni sono anzitutto di carattere cosmico e sono in parte paralleli a quelli che precedono la caduta di Gerusalemme (cfr. vv. 10-11). Gesù dice che avranno luogo nel sole, nella luna e nelle stelle, senza specificare, come fa in Marco, in che cosa consisteranno. Con essi vanno di pari passo fenomeni terrestri, che consistono in un terribile sconvolgimento del mare e dei flutti (cfr. le immagini del Sal 65,8) che genererà angoscia e ansia in tutte le nazioni (v. 25b). Gli sconvolgimenti del cielo faranno presagire lo scatenarsi di qualcosa di terribile, provocando in tutti gli uomini un terrore tale da farli «morire» (apopsychô, venir meno, spirare). Rispetto a Marco (cfr. Mc 13,24-27) Luca in questo testo separa più nettamente i segni che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo dai precedenti sconvolgimenti, che identifica espressamente con gli eventi che hanno accompagnato la caduta di Gerusalemme, considerata come una punizione di Dio per il rifiuto del Messia (cfr. Lc 21,20-24). Inoltre pone l’evento finale della storia dopo il tempo dei gentili che fa seguito a quello di Israele (cfr. Lc 21,24), facendo così comprendere che la caduta di Gerusalemme segna l’inizio di un tempo nuovo in cui il vangelo, rifiutato dai giudei, sarà annunziato a tutte le nazioni. I segni premonitori lasciano subito il posto all’evento escatologico: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande» (v. 27). Questo evento viene descritto in riferimento a Dn 7,13, quasi con le stesse parole di Marco. Nella frase successiva però Luca si distacca dalla sua fonte in quanto, invece di accennare al raduno escatologico degli eletti (Mc 13,27), riporta un’esortazione ai suoi lettori: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (v. 28). Le cose che cominceranno ad accadere sono i segni cosmici che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo; vedendole i discepoli dovranno cambiare completamente il loro atteggiamento: dopo essere stati oppressi dal peso terribile delle persecuzioni che avevano fatto loro piegare le spalle e chinare la testa (si veda questa immagine in Lc 24,5), essi dovranno ora mettersi dritti e alzare la testa perché si avvicina la loro redenzione. Per i seguaci di Cristo gli sconvolgimenti che precederanno la venuta del personaggio celeste non dovranno essere causa di terrore, ma di speranza, perché preludono a un evento che segnerà il loro trionfo. La «liberazione» (apolytrôsis, redenzione) che essi allora otterranno consisterà nel pieno adempimento delle promesse fatte da Dio al suo popolo (cfr. Es 6,6; Is 63,4).

L’appello alla vigilanza (vv. 34-36) Dopo aver preannunziato la venuta finale del Figlio dell’uomo, presentandola come un evento di liberazione, Luca riporta l’appello alla vigilanza. Egli lo fa precedere dalla parabola marciana del fico (Lc 21,29-33; cfr. Mc 13,28-31), che consiste in un appello a saper riconoscere i segni dei tempi. Egli riporta anche i due detti che Marco inserisce dopo la parabola: il primo è un detto arcaico che, contrariamente alla prospettiva lucana, sembra situare gli eventi finali nell’arco di tempo della presente generazione (v. 32; cfr. Mc 13,30); nel secondo si dice che, mentre cielo e terra passeranno, le parole di Gesù, che annunziano la fine e i segni che la precedono, non passeranno (v. 31; cfr. Mc 13,31): secondo Mt 5,18 e Lc 16,17 sarà invece la legge, portata a compimento da Gesù, che non passerà. Infine Luca, alla luce di una cristologia più evoluta, omette il detto marciano in cui si dice che neppure il Figlio conosce il tempo in cui si attueranno gli eventi finali (Mc 13,32). Nell’esortazione alla vigilanza, riportata subito dopo, Luca si allontana dal testo marciano, che egli stesso aveva già utilizzato precedentemente (cfr. Lc 12,35-46). Egli riporta così le parole di Gesù: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra». (vv. 34-35). La convinzione secondo cui la fine del mondo non è vicina porta Luca ad accentuare la necessità che, nel prolungarsi dell’attesa, i discepoli di Gesù non si lascino sopraffare da dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita: sono queste le espressioni stereotipate per indicare la corruzione dei costumi (cfr. Lc 12,45); egli insiste che, se i cristiani non saranno vigilanti, anche per loro il giorno della fine sopravverrà improvvisamente come su tutti gli abitanti della terra. Diversamente da Marco, che termina il discorso con l’invito alla vigilanza, e da Matteo, che richiama l’idea del giudizio (cfr. Mt 25,31-46) Luca conclude il discorso con un invito alla preghiera «Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (v. 36). I discepoli non solo devono essere svegli, ma devono anche pregare «in ogni tempo» (en panti kairôi): solo così sarà loro possibile sottrarsi alla catastrofe che sta per accadere nell’imminenza della venuta del Figlio dell’uomo, cioè passeranno indenni attraverso le tribolazioni degli ultimi tempi, e compariranno prontamente dinnanzi a lui. La preghiera, spesso inculcata da Luca, è presentata qui come l’antidoto per evitare il rilassamento dei costumi connesso con il ritardo della parusia: proprio il prolungarsi dell’attesa fa capire ai cristiani che la preghiera deve essere incessante (cfr. 1Ts 5,17).

Linee interpretative Nella sua versione del discorso escatologico di Gesù Luca fa emergere la convinzione secondo cui il ritorno del Signore è certo, ma non così imminente come si era originariamente pensato. In questo testo egli comunica la sua interpretazione dell’escatologia cristiana, stabilendo una più netta distinzione tra i detti riguardanti la distruzione della città santa e quelli che si riferiscono alla venuta del Figlio dell’uomo. Tra questi due eventi si situa il tempo delle nazioni, cioè un nuovo periodo storico nel quale la salvezza, già attuata da Cristo, viene messa a disposizione di tutta l’umanità. Nel nuovo periodo della storia umana il vangelo deve penetrare nelle persone e nelle culture, abbattendo tutte le barriere che separano tra di loro non solo giudei e gentili, ma anche le diverse nazioni, razze, strati sociali e religioni. Luca inoltre presenta più espressamente la venuta finale del Figlio dell’uomo non come un momento di giudizio, ma come il tempo in cui si attuerà la salvezza piena e definitiva dei credenti in Cristo. Di fronte agli sconvolgimenti paurosi che precederanno la fine, mentre i non credenti saranno distrutti da angoscia e spavento, i cristiani avranno una piena sicurezza, perché si renderanno conto che la loro liberazione è vicina. Nella prospettiva teologica di Luca l’attesa del tempo finale della storia, pur mantenendo la formulazione che aveva nelle tradizioni della prima comunità cristiana, passa decisamente in secondo piano. Ciò che è importante per lui non è più il ritorno finale di Gesù, ma la sua venuta costante nella vita della chiesa e del mondo. Non per nulla i segni che precedono l’apparizione del Figlio dell’uomo (cfr. vv. 25-26) sono gli stessi che caratterizzano la storia della chiesa nel mondo (vv. 10-11). Tutte le tragedie dell’umanità, non solo quelle che accadranno negli ultimi tempi, devono essere vissute dai credenti non come causa di angoscia, ma come un richiamo alla speranza di un mondo migliore per cui lottare e sacrificarsi. In questo modo l’attesa della fine perde gran parte del suo rilievo e diventa una semplice immagine di cui l’evangelista si serve per delimitare il tempo presente e per mostrare che esso, nonostante tutti gli sconvolgimenti che lo agitano, continua ad essere guidato da Dio verso un fine di salvezza. Infine Luca fa consistere la vigilanza a cui i credenti sono chiamati in un atteggiamento costante di preghiera. Per lui la preghiera è veramente il segno caratteristico della presenza cristiana nel mondo. Certamente la preghiera non si sostituisce all’azione volta a rendere presente il vangelo nel mondo mediante la testimonianza esplicita e l’impegno per opporsi alla corruzione dilagante. Tuttavia essa rappresenta l’atteggiamento fondamentale del credente il quale, ponendosi ogni momento di fronte al suo Signore, trova in lui la luce e la forza per attuare nella storia il suo progetto di salvezza.

DOMENICA 34A TEMPO ORDINARIO – B / CRISTO, RE DELL’UNIVERSO – 25 NOVEMBRE 2012 –

http://www.ildialogo.org/esegesi/esegesitxt_1353340524.htm

DOMENICA 34A TEMPO ORDINARIO – B / CRISTO, RE DELL’UNIVERSO – 25 NOVEMBRE 2012 –

di Paolo Farinella, prete

Con la domenica di oggi che la liturgia dedica a «Cristo Re dell’universo» si conclude ogni anno liturgico dell’intero ciclo, A-B-C. Con domenica prossima, con la 1a di Avvento, inizia l’anno C con cui concludiamo il ciclo liturgico triennale con il risultato che avremo proclamato, ascoltato e letto le parti più importanti di tutta la Bibbia. Siamo alla fine dunque, ma siamo anche all’inizio: un anno si chiude e un altro comincia e forse dovremmo riflettere sul senso del tempo come dimensione dell’anima, come incarnazione dell’eternità. Per i Greci il tempo è una tragedia perché scandisce il ritmo del fato che è come una prigione da cui nessuno può scampare. Per l’uomo biblico, il tempo è «un evento» perché segna e rivela l’irruzione imprevista e imprevedibile di Dio nella storia di Israele che così comincia a misurare il suo tempo con il metro dell’eternità. Per la Bibbia infatti, il tempo non è più uno scorrere inesorabile, ma un andare in alto mentre si va avanti. Sant’Agostino si domanda: «Che cosa dunque è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più»1 perché il tempo è una dimensione dell’anima, un processo dello spirito che deve contemporaneamente coordinare e armonizzare il mondo finito e il mondo eterno che coesistono nel cuore umano. Finitezza ed eternità non convivono l’una accanto all’altra, ma coesistono in una simbiosi di unità. Solo Gesù vive questa dimensione in modo perfetto: si dice infatti che la sua esistenza è «singolare» in quanto in lui e solo in lui l’umano e il divino coincidono. Non così in noi, ma in modo simile condividiamo i due versanti della vita: viviamo la finitezza che accade nel succedersi degli eventi e nel limite dell’esperienza e allo stesso tempo sperimentiamo la stabilità dell’eternità di cui nutriamo un desiderio infinito: «Per te ci hai fatti e il nostro cuore è inquieto finché in te non trovi pace»2. La fine di un ciclo liturgico ci introduce in questa dimensione e ci impone una riflessione, quasi un esame di coscienza, una valutazione di senso. Cosa è stato questo anno per noi, come singoli e come comunità eucaristica? Abbiamo lasciato che il Signore si avvicinasse di più e partecipasse alla nostra vita, alle nostre scelte? Ci siamo lasciati vivere dalla rassegnazione senza speranza oppure abbiamo vissuto consapevoli che la nostra vita è abitata dallo Spirito Santo? Abbiamo fatto un po’ più di amicizia con noi stessi o siamo rimasti come prima, delusi e non soddisfatti di noi stessi? A che punto è la stima che abbiamo per noi, se Dio ci ha concesso un anno ancora per mettere a fuoco l’immagine che noi siamo di lui? Dio ci ama di un amore singolare e personale perché noi lo rendiamo visibile e partecipato. Questo è il senso del tempo. Per i Greci il tempo è una condanna, raffigurata dal simbolo del cerchio [?] che esprime l’eterno ritorno delle cose, sempre uguali e sempre nelle mani del fato che inesorabile decide la sorte di ciascuno. Non serve impegnarsi e scegliere perché il destino ci ha segnati fin dal principio. Il tempo è rassegnazione che bisogna lenire assecondandolo e divertendosi. L’uomo greco non ha prospettive perché gli dèi non sono meno degli esseri umani e anch’essi sono soggetti al fato che provano a cambiare, ma raramente vi riescono. Gli dèi greci sono la proiezione esasperata dell’incapacità umana. Il tempo è una condanna. Per i Romani il tempo è un compito e si raffigura nel segno di un vettore (?) che procede sempre in avanti come le legioni romane alla conquista del mondo. Il tempo è la testimonianza alla potenza romana che avanza e domina. Pur ammettendo che c’è un destino, il pensiero romano vede la storia come conquista della volontà e il tempo come dimensione dell’uomo che «è responsabile del proprio futuro»3. Se per i Greci tutto dipendeva dagli dèi capricciosi, per i Romani tutto dipende dalla propria capacità di imporsi. Il tempo romano è una mèta senza fine che bisogna costruire per raggiungere. Per gli ebrei e i cristiani il tempo è un movimento di qualità, raffigurato da una spirale [?] che rappresenta da una parte un perenne ritorno come ripresa del punto precedente, ma da una prospettiva sempre più alta e sempre più avanti. Il tempo ebraico-cristiano recupera il passato, ma lo proietta sul futuro. E’ la sintesi perfetta del tempo greco e di quello romano e per la rivelazione cristiana è caratterizzato dal «kairòs – [occasione favorevole/propizia]» cioè dall’evento di qualità che segna una svolta e un progresso nel divenire umano. E’ la sacramentalità del «memoriale» (in ebr. «zikkaròn») che non è il ricordo che richiama solo cose passate e finite, ma è «memoria» che rivive in modo nuovo gli eventi passati che richiama e ricorda. Il pastore vede «oggi» la pecora che partorisce un agnellino e ricorda che anche lo scorso anno è avvenuto lo stesso evento. Nel vivere «oggi» questo evento, in modo sperimentale, ma anche nuovo, prende atto che il gregge è aumentato, che la sua vita è cambiata e che la benedizione di Dio è stata grande. «Memoriale – zikkaròn» è essere oggi quello che si è stati ieri, ma con una novità in più, una ricchezza o povertà in più. Il tempo è la coscienza di ciò che avviene, è la conoscenza di ciò che accade. L’ebreo che vive il tempo come dimensione memoriale della vita, entra in una dinamica celebrativa e partecipa al mondo di Dio attraverso la lode, il sacrificio e la comunione di vita e si vede proiettato in un avvenire di speranza e di prosperità. Il tempo è la Shekinàh di Dio che dimora tra noi e la coscienza di appartenere a Dio. Per i cristiani che assumono in pieno il senso ebraico del tempo, c’è un fatto nuovo e imprevisto: il tempo è il «luogo» dell’incarnazione del Lògos eterno che semina il germe della divinità nella fragilità umana (cf Pr 8,22-31; Sir 24,1-22; Gv 1,1-18) e anche il punto di partenza della risurrezione di Gesù. Nell’«ora» del «mistero pasquale» il tempo diventa eterno e l’eternità diventa temporale. Celebrare l’Eucaristia quindi non significa solo compiere un rito, ma spalancare le porte della finitezza all’onnipotenza di Dio e anticipare «qui e ora» quella dimensione del Regno di Dio di cui siamo parte e a cui nel contempo aspiriamo. La solennità di Cristo, re dell’universo, è prendere coscienza che tutto ciò sta accadendo mentre lo celebriamo e lo viviamo per grazia e potenza dello Spirito Santo. Lo facciamo con le parole dell’Apocalisse (Ap 5,12; 1,6): «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore: a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli». Spirito Santo, tu, prepari il mondo all’incontro con Cristo, signore della Storia, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu sveli il mistero del Figlio dell’uomo come Figlio di Dio, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu guidi i popoli e le nazioni a riconoscere in Gesù il loro Messia, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu rendi saldo il mondo degli uomini sulla roccia della fede, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu manifesti lo splendore della santità di Dio negli avvenimenti, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu sei il testimone fedele vivente nei martiri della fede per amore, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu custodisci il tuo popolo come popolo di sacerdoti per il regno, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu convochi i popoli al raduno finale davanti all’Amen di Dio, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu ci introduci nel regno di Colui che è che era e che viene, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu susciti nei credenti l’accoglienza di Cristo, re dei Giudei, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu ti ci doni la consapevolezza che non siamo del mondo, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu sei la verità che ci forma alla testimonianza del Signore, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, tu vuoi i nostri cuori per farne gli strumenti del regno dei cieli, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, rinnova i nostri cuori, raduna i dispersi in un unico popolo, Veni, Sancte Spiritus. Spirito Santo, Padre dei poveri, fiamma d’amore, vieni e resta con noi, Veni, Sancte Spiritus. La fine di un anno liturgico non è mai una tragedia per la fede cristiana perché è anche l’inizio del nuovo ciclo. Nel momento in cui termina qualcosa, nulla finisce e tutto riparte di nuovo con una novità: un anno in più di esperienza di Spirito Santo. Nessuno parte mai da zero, ma tutti siamo l’anello di un processo che va verso il compimento. E’ questo il senso sereno della speranza cristiana che ci invita a fare un esame di coscienza senza angoscia e senza recriminazioni. Prendiamo atto di ciò che questo anno è stato e regaliamolo al Signore, invocando lo Spirito per avere più luce e più forza nel prossimo anno. Vogliamo invocare il Nome santo di Dio su ogni individuo, uomo e donna, bambini e anziani, senza escludere alcuno: (italiano) Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. (ebraico) Beshèm ha’av vehaBèn veRuàch haKodèsh. Esaminare la propria coscienza significa non perdere mai il contatto con se stessi e con la dimensione umana delle nostre relazioni. Stare davanti a Dio significa «sapere» che Dio è davanti a noi non come un contabile fiscale, ma come «colui che salva» (Yeoshuà – Gesù). Ci lasciamo quindi pervadere dalla dolcezza dell’abbandono che l’amore sa sperimentare. Esaminiamo la nostra coscienza. [Breve, ma reale pausa] Signore Gesù Cristo, tu hai detto che il tuo Regno non è di questo mondo, Maràn athà! Kyrie, elèison. Cristo Gesù, Creatore e Redentore del mondo e della Storia, Maràn athà! Christe, elèison. Signore che chiami uomini e donne a collaborare alla tua salvezza, Maràn athà! Pnèuma, elèison. Cristo Gesù che non fai concorrenza ai potenti del mondo, Maràn athà! Christe, elèison. Signore, tu sei il Re che si fa servo per lavare i piedi dei suoi figli e figlie, Maràn athà! Kyrie, elèison. Dio onnipotente, che ci hai voluto dare nel tuo Figlio Gesù il modello di ogni autorità quando si è presentato come colui che serve a tavola, abbi misericordia di noi, perdona i nostri peccati, specialmente quelli di omissione, e rendici degni di varcare la soglia del tuo Regno, Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen. GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI e pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente [breve pausa 1-2-3]

Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del padre: tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. [breve pausa 1-2-3] Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo: [breve pausa 1-2-3] Gesù Cristo con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen. Preghiamo (colletta). O Dio, fonte di ogni paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del suo sacerdozio regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà al Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen. MENSA DELLA PAROLA Prima lettura Dn 7,13-14. La liturgia riporta due versetti del capitolo 7 del libro di Daniele, il più importante scritto dell’apocalittica giudaica4, corrente di pensiero molto diffusa al tempo di Gesù. Non è opera di un solo autore, ma è una raccolta di racconti edificanti con sogni e visioni come profezia di un prossimo futuro. Lo scritto vuole offrire una visione della storia che dia coraggio e speranza ai Giudei al tempo della persecuzione di Antioco IV Epifane (164 a.C.). Questa speranza è una persona misteriosa, il Figlio dell’uomo a cui Dio affida la salvezza dell’umanità redenta che alla luce del mistero pasquale acquista il volto del Figlio di Dio, nato da Maria di Nàzaret: Gesù/Jehoshuà/Dio è salvezza. Dal libro del profeta Daniele Dn 7,13-14 13 Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. 14 Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto. – Parola di Dio. Salmo responsoriale 93/92, 1ab; 1c-2; 5. Il salmo è un trionfale inno a Dio creatore e salvatore d’Israele: la sua presenza si manifesta nella gloria della sua potenza (v. 1), nel creato (vv. 1c-2), ma anche nella Toràh e nel culto del tempio (v. 5). Nulla è estraneo a Dio perché non esiste più la separazione tra sacro e profano: la liturgia del tempio risuona e si confonde con la lode dell’universo. Celebrare l’Eucaristia significa sperimentare il Dio creatore, celebrato come redentore e ascoltato nella Parola che è il Figlio incarnato che diventa vita. Rit. Il Signore regna, si veste di splendore. 1. 1 Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza. Rit. 3. 5 Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti! La santità si addice alla tua casa 2. È stabile il mondo, non potrà vacillare. 2 Stabile è il tuo trono da sempre. Rit. per la durata dei giorni, Signore. Rit. Seconda lettura Ap 1,5-8. L’Apocalisse è una lettera, forse una liturgia che alla fine del sec. I d.C. l’autore dedica alle chiese dell’Asia Minore. Il brano di oggi riporta parte dell’indirizzo di dedica, modificato per mettere in risalto la centralità di Cristo che al v. 5 viene qualificato con tre titoli: testimone fedele perché ha vissuto fino alla morte nella coerenza della testimonianza; primogenito dei morti perché vince la morte (1Cor 15,20; Rm 6,9); principe dei re della terra perché ha ricevuto da Dio ogni potere (cf Is 55,44; Dn 7,13-14). L’espressione del v. 8 «Colui che è, che era e che viene» è la migliore traduzione del Nome stesso di Dio, rivelato a Mosè sul Sinai, e cioè Yhwh visto nel dinamismo della salvezza che si fa storia, quella storia che è il luogo dove Dio parla e incontra l’umanità: «Io-Sono colui che sono stato e sono stato colui che sarò» (cf Es 3,7). La pienezza però del Nome santo di Dio è «Gesù/Jehoshuà/Dio è salvezza» che noi riceviamo, ascoltiamo e condividiamo nella santa Eucaristia, il sacramento del Lògos che si fa carne, cioè storia umana (cf Gv 1,14). Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni apostolo Ap 1,5-8 5 Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6 che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. 7 Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! 8 Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! – Parola di Dio. Vangelo Gv 18,33-37. Il sinedrio giudaico aveva il potere di condannare a morte, ma non quello di eseguire l’esecuzione che Roma aveva avocato a se come segno di potere e dominio. Si capisce perché l’accusa dei Giudei contro Gesù è di usurpazione del titolo di re. Secondo i Giudei, infatti,, Pilato, custode dei diritti dell’imperatore (Lc 23,2) non può non condannarlo a morte per «lesa maestà». Pilato, invece, in Gv interroga Gesù con il quale instaura un dialogo profondo, a differenza dei Sinottici, dove Gesù tace ad imitazione del Servo sofferente (Is 53,7). Tutto il racconto della passione secondo Gv è imperniato sulla regalità di Cristo e sulla sua investitura ad opera dei soldati romani, inconsapevoli rappresentanti del mondo pagano che riconoscono in Gesù il Re universale di un regno di pace e di amore. La regalità di Cristo non è di questo mondo, perché egli offre la sua vita per il suo popolo e per i pagani, a differenza dei potenti della terra che prendono la vita dei loro popoli per soddisfare i propri bisogni e interessi. Il trono di gloria di questo re «atipico» è il trono della croce, lo stesso in cui è assiso nell’Eucaristia che noi riviviamo. Questo è il motivo per cui il Crocifisso non potrà mai essere utilizzato come segno distintivo di «una» civiltà perché esclude tutte le altre. La laicità di Cristo è la premessa della sua missione universale. Canto al Vangelo Cf Mc 11,10 Alleluia. Benedetto colui che viene nel nome del Signore! / Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Alleluia. Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 18,33-37 In quel tempo, 33 Pilato rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». 34 Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35 Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». – Parola del Signore. Spunti di omelia Domenica scorsa, 23a del tempo ordinario – B, abbiamo riflettuto sul tema della fine del mondo e abbiamo meditato sul tempo supplementare che Dio concede in vista della conversione dell’umanità, finalizzata al riconoscimento di Gesù come Signore. Oggi, ultima domenica dell’anno liturgico, la chiesa c’invita a riflettere sulla realtà del Regno di Dio o meglio sulla regalità di Gesù. Considerata l’importanza e l’equivocità di questa festa, oggi rischiamo di fare una riflessione spiritualistica astratta che è il contrario di ciò che deve essere l’omelia e cioè l’inveramento della Parola, almeno come sforzo, nell’oggi della storia che viviamo. Per capire il vangelo di oggi è necessario riflettere sui molteplici contesti in cui questa Parola viene proclamata, altrimenti si perde di vista l’obiettivo e il punto di partenza. E’ un’omelia diversa dalla precedenti e speriamo che nessuno dica che è una lezione di storia o una riflessione politica. Da un altro punto di vista è solo ascolto della Parola. Il tema di «Cristo Re» è un po’ fuori moda perché estraneo all’orizzonte della nostra cultura che vive e si sviluppa in un contesto di democrazia, reale o fittizia che sia: anche i molti re e regine che esistono ancora sono solo poco più che simbolici perché esprimono monarchie parlamentari, con l’unico vantaggio di essere re e regine (e seguito) mantenuti gratis dai rispettivi popoli, felici di pagare più tasse per mantenere uno stuolo di fannulloni. La regalità di Cristo è un argomento da usare con prudenza perché spesso è stato utilizzato ideologicamente per giustificare scelte clericali e/o politiche di natura mondana in compromesso o in contrapposizione ai regni degli uomini. Con l’avvallo della gerarchia, e spesso con il suo sprone e madrinaggio, nella Chiesa cattolica prendono sempre più piede movimenti e gruppi che vogliono riportare la Chiesa indietro nell’orologio della storia. Per loro il concilio ecumenico Vaticano II è una sciagura e espressamente accusano di eresia Paolo VI (forse il più grande papa del XX secolo), mentre di papa Giovanni dicono più subdolamente che non era in grado di capire la portata del danno che faceva alla Chiesa convocando il concilio. Questi movimenti e gruppi sono alleati con i «teo-con» di turno, cioè con quel tentativo organizzato di pensiero che si ispira ai valori religiosi (teo) in chiave conservatrice in economia, politica e ambito sociale (con). Essi sono espressioni del mondo dei ricchi che non vogliono cambiare né stile di vita né strumenti economici, né tanto meno vogliono sentire parlare di re-distribuzione della ricchezza secondo giustizia. Per questi neo pagani l’unica giustizia è il loro tornaconto e l’accumulo della ricchezza senza limiti. Il concetto che sta alla base della loro visione di vita è il fatalismo funzionale: se uno nasce ricco o povero è un segno di Dio e non bisogna ribellarsi allo stato di vita in cui uno si trova. Compito della Chiesa, in questo contesto, è richiamare i ricchi al loro dovere di «compassione» verso i poveri di cui bisogna farsi carico attraverso apposite istituzioni caritatevoli: i poveri, visto che non è possibile eliminarli, sono necessari per aiutare i ricchi a salvarsi con un po’ di elemosina nelle grandi occasioni o nelle feste in cui si può essere riveriti e visti. Senza poveri, il mondo è più povero perché i ricchi a chi fanno l’elemosina o per chi organizzano beneficenze, detratte le spese? I gruppi religiosi che contestano il concilio Vaticano II hanno come obiettivo di ritornare allo stato ante-concilio: alla società ordinata cristianamente attraverso l’educazione morale che è compito specifico della Chiesa e attraverso l’ordine pubblico che è compito dello Stato, il cui potere è sottomesso a quello della Chiesa che rappresenta una realtà più alta e superiore perché eterna5. Questi gruppi usano immagini, programmi e terminologia militare se non militarista: «Milites – Soldati» oppure «Legio – Legione» oppure «Opus – Opera/Organiz-zazione» che alla loro visione della storia arruolano Cristo o la Madonna per portare la guerra al mondo, avendo dimenticato che è quel mondo che «Dio ha tanto amato da dare il suo figlio unigenito» (Gv 3,16). Altri si fanno scudo di sigle più apparentemente spirituali, ma dietro le quali si nascondono potenti organizzazioni politico-economiche che mentre condannano il mondo «moderno», non disdegnano di fare affari con esso e con «mammona iniquitatis» (Mt 6,24) come l’Opus Dei, Comunione e Liberazione (attraverso la Compagnia delle Opere) , ecc. Tutti fanno riferimento all’ideale di instaurare in terra il «Regno di Cristo», ma ognuno piega il Cristo alla propria ideologia. Non sanno o forse lo sanno bene che il loro modo di usare la religione è strumentale e ideologico: leggono la Scrittura in modo fondamentalista, rifiutano il metodo storico-critico, ma sottomettono la Bibbia alla loro visione di pensiero che contrabbandano come «teologia» perché identificano il loro stesso pensiero con la rivelazione immutabile di Dio. Non leggono né tanto meno interpretano la storia, ma storcono i fatti a seconda delle loro convenienze. Spesso queste organizzazioni sono solo paraventi di psudo-spiritualità per coprire affari sporchi e comportamenti indegni. Quando il potere e il clericalismo entrano in collusione, perde sempre la spiritualità, la trasparenza della missione e l’autenticità della profezia del vangelo che da antagonista dei poteri mondani si trasforma in supporto del potere costituito anche quando fa scelte che opprimo i poveri e gli indifesi. Il profeta Amos ne è testimone. In questi contesti si usa l’ideologia di Cristo-Re, interpretato al modo pagano e si tralascia il Cristo-Pastore che contesta sulla terra ogni potere politico o religioso per affermare la primazia della persona e della coscienza, espressione suprema della Presenza/Shekinàh di Dio. Essi non sanno (o fanno finta di non sapere) che la festa di oggi fu istituita nel 1925 da Pio XI, quando in Europa cominciava a profilarsi il regime nazista e in Italia si rafforzava quello fascista. La festività di Cristo Re volle essere un ridimensionamento della superbia umana che pretendeva di governare il mondo con la sopraffazione e la dittatura. Il nazifascismo sacralizzò il potere anche perché voleva sostituire la religione e il papa fu profeta che anticipò il loro «relativismo» dichiarando con Cristo Re che nessun potere ha qualifiche di divinità. Se il linguaggio della festa odierna è vecchio e anacronistico perché ormai fuori contesto storico, non così il suo contenuto, se siamo capaci di assaporare la Parola di Dio. Istituendo la festa di un Dio «regale», il papa Pio XI volle porre la Chiesa al riparo dai pericoli «millenaristici» temporali che di lì a poco nazismo e fascismo avrebbero messo in pratica. Allo stesso modo il papa reagiva contro il clericalismo che è sempre stato la mala pianta della Chiesa. Come spesso accade, pochi percepirono queste intenzioni del papa, ma ognuno interpretò la festa secondo la propria ideologia e preoccupazione. Il papa fu profeta, ma la festa fu accolta dalla maggioranza dei cattolici e dal clericalismo di sistema come uno strumento ulteriore per difendere il regno di Dio, identificato con il potere che la Chiesa terrena «deve» esercitare sui regni «amici» della terra, contro la modernità che si connotava di laicismo spesso acritico. Sul versante interno alla Chiesa, il papa con questa festa volle tacitare ogni residuo clericalismo, affermando che «Cristo-Re» nulla ha da spartire con i regni di questa terra perché la sua regalità poggia sul mistero della croce e della sofferenza del Figlio dell’Uomo: il «Re-Pastore» offre la vita per le sue pecore (Gv 10,11.15) perché nulla vada perduto tra quanti Dio ha creato e redento (cf Gv 6,39;17,12). Il clericalismo è l’ateismo della fede. Nota. Il papa contro il laicismo afferma la centralità di Cristo «Re dell’universo» contestando la pretesa di quanti vogliono instaurare il paradiso in terra. Bisogna considerare bene il contesto storico: nel 1918 in Russia si era diffuso il leninismo, foriero di inumane tragedie che dureranno 70 anni; nel 1919 nascono i partiti comunisti cinese e italiano e Mussolini organizza il partito fascista come strumento unico dello Stato autoritario; nel 1920 nasce il partito nazista che fin dalla sua prima manifestazione pubblica si prospetta come «totalizzante» contro Dio. Tutta l’Europa sta ponendo le basi per la tragedia che culminerà nella seconda guerra mondiale. Allo stesso modo, il papa istituisce la festa di «Cristo Re» contro un nemico interno alla Chiesa non meno pericoloso di quelli esterni: il clericalismo che, mettendo da parte Cristo, coltivava l’eresia della centralità salvifica della Chiesa come depositaria di ogni potere (spirituale e politico: la teoria delle due spade) che ella dispensa con benignità a chi vuole. E’ evidente che questa concezione pagana del potere clericale era finalizzata all’esaltazione sulla terra del potere ecclesiastico inteso come strumento divino per instaurare non il Regno di Dio, ma il regno dei sacerdoti. All’interno del mondo cattolico, nel contempo, vi era una porzione di Chiesa che spiritualmente sognava un aggiornamento profondo della Chiesa di fronte alle sfide della modernità e, da questo punto di vista «ecumenico» e teologico, giudicò l’istituzione della festa di Cristo-Re un ostacolo alla riconciliazione con il mondo moderno e un impedimento sul cammino dell’ecumenismo. Dopo 40 anni accogliendo in parte le istanze di rinnovamento del popolo di Dio, fu un concilio ecumenico a promulgare la costituzione «Gaudium et Spes», in cui si affermò con forza che la creazione e le realtà terrestri hanno uno statuto di autonomia insito nella natura stessa della realtà. Il concilio riportò la formula e il contenuto dell’espressione «regno di Dio» al suo senso genuinamente biblico, di cui il vangelo di oggi ci da un saggio. La Chiesa «di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio»6. Alla luce della dottrina conciliare, la festa di Cristo-Re è riportata al suo senso genuino e originale: la memoria che come Cristo, anche il suo corpo, la Chiesa «è nel mondo», ma «non è del mondo» (Gv 17,11.13). Il brano del vangelo è tratto dal complesso dei capitoli 18-19 di Gv cioè dal contesto della passione, del processo e di quegli eventi che culmineranno nella morte regale di Cristo. In appendice ne diamo uno schema letterario. Gli Ebrei fin dal monte Sinai con il contratto di alleanza avevano accettato la regalità di Dio su di loro codificata nella Toràh. Questa regalità era esercitata per delega: da Mosè, nel deserto, dai Giudici dopo l’insediamento in Palestina, dai re d’Israele in epoca sedentaria, ma nessuno ha mai messo in discussione la supremazia di Dio su Israele che anzi si considera «proprietà» del Signore (Es 19,5; Gl 4,2). Avviene un fatto nuovo. Alla domanda di Pilato se deve crocifiggere «il vostro re», i Giudei rispondono: «Non abbiamo altro re che Cesare» (Gv 19,15). E’ il momento drammatico: Israele rinnega l’alleanza del Sinai, abdica dalla regalità di Dio e cessa di essere la «proprietà» che Dio ha trapiantato dall’Egitto (Sal 80/79,9). Non ha più Dio come re, ma ha scelto come suo sovrano l’imperatore romano che l’opprime e si fa onorare come divinità. E’ la piena e totale apostasia che si consuma nell’idolatria. Costoro accusano Gesù di usurpare il titolo regale che spetta al loro «dio» che è Cesare e infatti si aspettano che il procuratore Pilato difenda i diritti dell’imperatore (Lc 23,2) e condanni Gesù per lesa maestà. Pilato fa le sue indagini e interroga Gesù, che nei Sinottici resta «muto» diventando l’icona visibile del Servo di Yhwh che restò «muto» davanti ai carnefici (Is 53,7). In Gv Gesù risponde svelando ancora una volta il disegno di Dio e il vero senso della sua «regalità». Gesù capisce che la domanda del procuratore romano viene dai Giudei ed è ad essi che risponde con grande chiarezza distinguendo i due livelli: il mondo del potere e il mondo della grazia: «il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36) che è una costante del suo vangelo (cf Gv 8,23; 17,14). Pilato non capisce né può capire perché non crede e senza fede non può comprendere la differenza tra «cielo e terra». Egli pertanto prende una parte della risposta di Gesù e indaga se la sua affermazione di essere re può insidiare il potere romano e quindi il suo posto: «Dunque tu sei re?» (Gv 18,37). Accortosi che non costituisce un pericolo, cerca di liberalo, ma cozza contro l’apostasia dei Giudei che vogliono Cesare e non Gesù come loro Messia e Re. Gesù, usando gli schemi del suo tempo, si serve del simbolismo del re, ma tiene a precisare che il suo regno non è di questo mondo (cf Gv 18,36): esso si estende a tutti i regni della terra perché è universale, ma non s’identifica con alcuno perché non è nazionale o, ancora peggio, nazionalista. Ogni volta che lo si vuole fare re, Gesù fugge (cf Gv 6,15) perché per lui «essere re» significa essere l’unico mediatore dell’alleanza con il creato e con tutta l’umanità. Egli è re al modo di Davide che conduce le pecore ai pascoli erbosi, le protegge nelle valli tenebrose, le cura con amore (cf Salmo 23/22). Egli è re perché obbediente fino alla morte di croce (cf Fil 2,8) si carica dei peccati dell’umanità e ne fa la sua corona regale simbolo del suo regno di misericordia: egli è re perché perdona7e muore al posto di coloro che sono condannati. L’Eucaristia che celebriamo è lo spazio di questa «regalità» donata che lo Spirito Santo ci fa comprendere e sperimentare che i nuovi segni della regalità di Dio sono il pane che si spezza per nutrire i peccatori e il vino che si versa come ristoro per coloro che erano persi e che sono riportati in vita. Cristo è Re solo perché è Servo. Professione di Fede (rinnovo delle promesse battesimali) La festa della regalità di Cristo ci richiama alla nostra consacrazione battesimale che ci inserisce come membra vive del popolo di Dio, popolo sacerdotale, regale e profetico (1Pt 2,9). Essere un popolo regale significa che non siamo schiavi, ma figli liberati e liberi per un regno di amore. Con questi sentimenti rinnoviamo le promesse del nostro battesimo, avendo la coscienza di essere membra vive della Chiesa nostra Madre. Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra? Credo. Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre? Credo. Credete nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna? Credo. Questa è la nostra fede. Questa è la fede della Chiesa. Questa fede noi ci gloriamo di professare in Cristo Gesù nostro Signore. Amen. Preghiera universale [Intenzioni libere] MENSA EUCARISTICA Presentazione delle offerte e pace. Entriamo nel Santo dei Santi presentando i doni, ma prima, lasciamo la nostra offerta e offriamo la nostra riconciliazione e concediamo il nostro perdono, senza condizioni, senza ragionamenti, senza nulla in cambio: lasciamo che questa notte trasformi il nostro cuore, fidandoci e affidandoci reciprocamente come insegna il vangelo: «23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Solo così possiamo essere degni di presentare le offerte e fare un’offerta di condivisione. Riconciliamoci tra di noi con un gesto o un bacio di Pace perché l’annuncio degli angeli non sia vano. Scambiamoci un vero e autentico gesto di pace nel Nome del Dio della Pace. [La benedizione sul pane e sul vino è tratta dal rituale ebraico] Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo; dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutto della terra, della vite e del lavoro dell’uomo e della donna; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna. Benedetto nei secoli il Signore. Preghiamo perché il nostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente. Il Signore riceva dalle tue mani il sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa. Preghiamo (sulle offerte). Accetta, o Padre, questo sacrificio di riconciliazione e per i meriti del Cristo tuo Figlio concedi a tutti i popoli il dono dell’unità e della pace. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.  

PREGHIERA EUCARISTICA III8 – Prefazio: Cristo re dell’universo

Il Signore sia con voi E con il tuo spirito. In alto i nostri cuori Sono rivolti al Signore. Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio. E’ cosa buona e giusta. È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Apparve «uno, simile ad un figlio di uomo… tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto» (Dn7,13.14). Tu con olio di esultanza hai consacrato Sacerdote eterno e Re dell’universo il tuo unico Figlio, Gesù Cristo. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Kyrie, elèison, Christe, elèison, Pnèuma, elèison. Egli sacrificando se stesso immacolata vittima di pace sull’altare della Croce, operò il mistero dell’umana redenzione; assoggettate al suo potere tutte le creature, offrì alla tua maestà infinita il regno eterno e universale: regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Osanna nell’alto dei cieli. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria, della tua santità. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei cori celesti, proclamiamo con voce incessante l’inno della tua gloria: Santo, Santo, Santo, il Signore Dio dell’universo. Kyrie, elèison, Christe, elèison, Pnèuma, elèison. Padre veramente santo, a te la lode da ogni creatura. Per mezzo di Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo, e continui a radunare intorno a te un popolo, che da un confine all’altro della terra offra al tuo nome il sacrificio perfetto. Il Signore regna, si riveste di maestà; si riveste il Signore, si cinge di forza (cf Sal 93/92,1). Ora ti preghiamo umilmente:manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri. Cristo, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. (cf Eb 7,24). Nella notte in cui fu tradito, egli prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E MANGIATENE TUTTI: QUESTO È IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI. Egli è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra (cf Ap 1,5). Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E BEVETENE TUTTI: QUESTO È IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI. «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1, 5-6). FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME. «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore» (Mc 12,29)

Mistero della fede. Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione, attendiamo il tuo ritorno: Maràn, athà – Signore nostro, vieni. Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell’attesa della sua venuta ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo. «Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» (Ap 1,8). Guarda con amore e riconosci nell’offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Benedetto colui che viene nel nome del Signore! / Benedetto il suo Regno che viene!(cf Mc 11,10). Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito, perché possiamo ottenere il regno promesso insieme con i tuoi eletti: con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con i tuoi santi apostoli, i gloriosi martiri, e tutti i santi e le sante, nostri intercessori presso di te. Disse Pilato a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?» (Gv 18.33-34). Per questo sacrificio di riconciliazione dona, Padre, pace e salvezza al mondo intero. Conferma nella fede e nell’amore la tua Chiesa pellegrina sulla terra: il tuo servo e nostro Papa …, il Vescovo …, il collegio episcopale, il clero, le persone che vogliamo ricordare…N.N.… e il popolo che tu hai redento. Vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide (cf Ap 7,9 ). Ascolta la preghiera di questa famiglia, che hai convocato alla tua presenza nel giorno in cui il Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale. Il Signore è il nostro Re-Pastore che ci conduce alla santa montagna del raduno finale. Gloria al Padre a al Figlio e allo Spirito Santo, unico Dio, Santa Trinità. Ricongiungi a te, Padre misericordioso, tutti i tuoi figli ovunque dispersi. «Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, o beata Trinità» (cf Ord. Messa). Accogli nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo; ricordiamo tutti i defunti… N.N. … concedi anche a noi di ritrovarci insieme a godere per sempre della tua gloria, in Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale tu, o Dio, doni al mondo ogni bene. «Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”» (Gv 18,36). Dossologia [è il momento culminante dell’Eucaristia: il vero offertorio] Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. Padre nostro in aramaico: Idealmente riuniti con gli Apostoli sul Monte degli Ulivi, preghiamo, dicendo: Padre nostro che sei nei cieli Avunà di bishmaià sia santificato il tuo nome itkaddàsh shemàch venga il tuo regno tettè malkuttàch sia fatta la tua volontà tit?abed re?utach come in cielo così in terra kedì bishmaià ken bear?a. Dacci oggi il nostro pane quotidiano Lachmàna av làna sekùm iom beiomàh e rimetti a noi i nostri debiti ushevùk làna chobaienà come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori kedì af anachnà shevaknà lechayabaienà e non abbandonarci alla tentazione veal ta?alìna lenisiòn ma liberaci dal male. ellà pezèna min beishià. Amen! Antifona di comunione Gv 18,37 «Io sono re e sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità». Dopo la Comunione Da Giorgio La Pira, Le Città sono vive Quando Cristo mi giudicherà, io so di certo che Egli mi farà questa domanda: Come hai moltiplicato, a favore dei tuoi fratelli, i talenti privati e pubblici che ti ho affidato? Cosa hai fatto per sradicare dalla società la miseria dei tuoi fratelli e, quindi, la disoccupazione che ne è la causa fondamentale? Né potrò addurre, a scusa della mia inazione o della mia inefficace azione, le ragioni “scientifiche” del sistema economico. Abbiamo una missione trasformante da compiere: dobbiamo mutare – quanto è possibile – le strutture di questo mondo per renderle al massimo adeguate alla vocazione di Dio. Siamo dei laici: padri di famiglia, insegnanti, operai, impiegati, industriali, artisti, commercianti, militari, uomini politici, agricoltori e così via; il nostro stato di vita ci fa non solo spettatori, ma necessariamente attori dei più vasti drammi umani. Si resta davvero stupiti quando, per la prima volta, si rivela alla nostra anima l’immenso campo di lavoro che Dio ci mette davanti… Il nostro piano di santificazione è sconvolto: noi credevamo che bastassero le mura silenziose dell’orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera, noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore… L’elemosina non è tutto: è appena l’introduzione al nostro dovere di uomini e di cristiani; le opere anche organizzate della carità non sono ancora tutto; il pieno adempimento del nostro dovere avviene solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata al comandamento principale della carità. Abbiamo veramente compreso che la perfezione individuale non disimpegna da quella collettiva? Che la vocazione cristiana è un carico che comanda di spendersi, senza risparmio, per gli altri? Problemi umani, problemi cristiani; niente esonero per nessuno. Preghiamo. O Dio nostro Padre, che ci hai nutriti con il pane della vita immortale, fa’ che obbediamo con gioia a Cristo, Re dell’universo, per vivere senza fine con lui, nel suo regno glorioso. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen. Benedizione e saluto finale Il Signore, Redentore dell’Universo e Pastore della Chiesa sia con voi. E con il tuo spirito. Il Signore siede Re in eterno: benedice il suo popolo nella pace. Ci benedica l’Alfa e l’Omega, il Principio e il Fine. Sia benedetto il Nome del Signore invocato su di voi. Rivolga il Signore il suo Nome su di noi e ci doni il suo Spirito. Rivolga il Signore il suo Volto su di voi e vi doni la sua Pace. Sia sempre il Signore davanti a noi per guidarci. Sia sempre il Signore dietro di voi per difendervi dal male. Sia Sempre il Signore accanto a noi per confortarci e consolarci. E la benedizione dell’onnipotente tenerezza del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen! La messa finisce come rito, continua nella vita di testimonianza. Andiamo in Pace. Nella forza dello Spirito Santo rendiamo grazie a Dio e viviamo in pace. Supplemento alla Domenica 34a Tempo Ordinario-B – Cristo Re (Riportiamo dello schema completo, solo l’atto III, rimandando per gli altri all’appendice della liturgia del Venerdì Santo dell’anno B e cioè: Atto I: Nel Giardino – Atto II: Da Anna – Atto IV: Sul calvario – Atto V: Al sepolcro). ATTO III: DA PILATO (18,29-19,15) A vv. 18,33.37; 19,3.14-15: TEMA SPECIALE: La regalità di Gesù proclamata/rifiutata inconsapevolmente da:      a) 18, 33.37; 19,14: Pilato: “Tu sei il e dei Giudei?…Dunque tu sei re?… Ecco il vostro re!” b) 19,3: Soldati: “Salve, re dei Giudei!” c) 19,15: Giudei: “Non abbiamo altro re che Cesare” B

19,1-3: GESTO CENTRALE: L’INCORONAZIONE       C

18,36 e 39. 5.11: DICHIARAZIONE IMPORTANTE: a) Prima dell’incoronazione:    1) v. 18,36: Prima dichiarazione di Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo” 2) v. 18,39: Prima dichiarazione di Pilato: “Io non trovo in lui nessuna colpa” b) Dopo l’incoronazione:    1) 19,5: Seconda dichiarazione di Pilato: “Ecco l’uomo!” 2) 19,11: Seconda dichiarazione di Gesù: “Non avresti potere su di me se non dall’alto”    B’

18,29.33.38; 19,4.8.13: COPPIA DI TRE SCENE (Pilato esce, entra ed esce): a) Tre scene prima dell’incoronazione: L’INCORONAZIONE REGALE fatta per burla diventa una profezia ed è il punto centrale del racconto: sta in mezzo alla coppia delle TRE SCENE dove Giudei, Pilato, soldati (cioè il potere) credono di governare il mondo, mentre ruotano attorno a Gesù che immobile è il fulcro degli eventi e della storia.    1) 18,29: “Uscì dunque Pilato verso di loro” 2) 18,33: “Pilato allora rientrò nel pretorio” 3) 18,38: “Detto questo uscì di nuovo vero i Giudei” b) Tre scene dopo l’incoronazione:    1) 19,4: “Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro” 2) 19,8: “[Pilato] entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù” 3) 19,13: “Fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale/Litòstroto”        A’ 19,16-18: 3° INTERMEZZO:Partenza dei personaggi verso un altro luogo _______________________________ © Nota: L’uso di questi commenti è consentito citandone la fonte bibliografica Domenica 34a del Tempo Ordinario – B – Parrocchia di S. Maria Immacolata e San Torpete – Genova Paolo Farinella, prete – 25/11/2012 – San Torpete – Genova NOTE

1 «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio» (Confessioni, XI, 14,17; PL 32). 2 «Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te» (Confessioni,1,1, PL 32). 3 «Escit suas quisque faber fortunas – Ognuno è artefice del proprio destino», frase attribuita ad Appius Claudius Caecus (ca. 340 – ca. 273 a.C.) da Gaio Sallustio Crespo (85 ca –35/36 a.C.) nella sua opera Ad Caesarem de Re Publica I,1); cf anche W. Morel, ed., Sententiarum Fragmenta. Fragmenta Poetarum Latinorum Epicorum et Lyricorum, Teubner, Leipzig 1927, 5-6. 4 Sull’apocalittica e l’escatologia cf la nostra introduzione alla Domenica precedente, 33a del tempo ordinario – B; cf G. Ravasi, Introduzione all’Antico Testamento, Ed. Piemme, Casale Monferrato 1991, 126. 5 «A tenere buona l’anarchia ci pensano i poliziotti, a tenere buone le inquietudini evangeliche ci pesano i burocrati di Dio» (E. Balducci, «Prefazione», in M. Melchiori, Insegnare Dio, Guaraldi Editore, Firenze 1973, XI). 6 Concilio ecumenico Vaticano II, Cost. dogmatica Lumen Gentium – Luce delle Genti n. 5, in Enchiridon Vaticanum, vol. I/289-290, qui 290. 7 Per una visione complessiva del brano all’interno dell’intero racconto della passione (Gv 18-19) rimandiamo alla liturgia del Venerdì Santo, dove diamo la divisione settenaria dei due capitoli giovannei che convergono verso il punto centrale dell’incoronazione di spine di Gesù da parte dei soldati che inconsciamente riconoscono la regalità messianica di Cristo. In appendice riportiamo solo lo schema del terzo atto con lo schema teologico. 8 La Preghiera eucaristica III è stata composta ex novo su richiesta di Paolo VI in attuazione alla riforma liturgica voluta dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Non ha un prefazio proprio, ma mobile e per questo, forse, ha finito per essere scelta, nella pratica, come la preghiera eucaristica della domenica.  

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Publié dans:COMMENTO BIBLICO ALLA MESSA |on 20 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

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