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Buon anno a tutti!

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA XLIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE – 2016

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA XLIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2016

Vinci l’indifferenza e conquista la pace
1. Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona! All’inizio del nuovo anno, vorrei accompagnare con questo mio profondo convincimento gli auguri di abbondanti benedizioni e di pace, nel segno della speranza, per il futuro di ogni uomo e ogni donna, di ogni famiglia, popolo e nazione del mondo, come pure dei Capi di Stato e di Governo e dei Responsabili delle religioni. Non perdiamo, infatti, la speranza che il 2016 ci veda tutti fermamente e fiduciosamente impegnati, a diversi livelli, a realizzare la giustizia e operare per la pace. Sì, quest’ultima è dono di Dio e opera degli uomini. La pace è dono di Dio, ma affidato a tutti gli uomini e a tutte le donne, che sono chiamati a realizzarlo.

Custodire le ragioni della speranza
2. Le guerre e le azioni terroristiche, con le loro tragiche conseguenze, i sequestri di persona, le persecuzioni per motivi etnici o religiosi, le prevaricazioni, hanno segnato dall’inizio alla fine lo scorso anno moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”. Ma alcuni avvenimenti degli anni passati e dell’anno appena trascorso mi invitano, nella prospettiva del nuovo anno, a rinnovare l’esortazione a non perdere la speranza nella capacità dell’uomo, con la grazia di Dio, di superare il male e a non abbandonarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Gli avvenimenti a cui mi riferisco rappresentano la capacità dell’umanità di operare nella solidarietà, al di là degli interessi individualistici, dell’apatia e dell’indifferenza rispetto alle situazioni critiche.Tra questi vorrei ricordare lo sforzo fatto per favorire l’incontro dei leader mondiali, nell’ambito della COP 21, al fine di cercare nuove vie per affrontare i cambiamenti climatici e salvaguardare il benessere della Terra, la nostra casa comune. E questo rinvia a due precedenti eventi di livello globale: il Summit di Addis Abeba per raccogliere fondi per lo sviluppo sostenibile del mondo; e l’adozione, da parte delle Nazioni Unite,dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, finalizzata ad assicurare un’esistenza più dignitosa a tutti, soprattutto alle popolazioni povere del pianeta, entro quell’anno.
Il 2015 è stato un anno speciale per la Chiesa, anche perché ha segnato il 50° anniversario della pubblicazione di due documenti del Concilio Vaticano II che esprimono in maniera molto eloquente il senso di solidarietà della Chiesa con il mondo. Papa Giovanni XXIII, all’inizio del Concilio, volle spalancare le finestre della Chiesa affinché tra essa e il mondo fosse più aperta la comunicazione. I due documenti, Nostra aetate e Gaudium et spes, sono espressioni emblematiche della nuova relazione di dialogo, solidarietà e accompagnamento che la Chiesa intendeva introdurre all’interno dell’umanità. Nella Dichiarazione Nostra aetate la Chiesa è stata chiamata ad aprirsi al dialogo con le espressioni religiose non cristiane. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, dal momento che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» [1], la Chiesa desiderava instaurare un dialogo con la famiglia umana circa i problemi del mondo, come segno di solidarietà e di rispettoso affetto [2].
In questa medesima prospettiva, con il Giubileo della Misericordia voglio invitare la Chiesa a pregare e lavorare perché ogni cristiano possa maturare un cuore umile e compassionevole, capace di annunciare e testimoniare la misericordia, di «perdonare e di donare», di aprirsi «a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica», senza cadere «nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge» [3].
Ci sono molteplici ragioni per credere nella capacità dell’umanità di agire insieme in solidarietà, nel riconoscimento della propria interconnessione e interdipendenza, avendo a cuore i membri più fragili e la salvaguardia del bene comune. Questo atteggiamento di corresponsabilità solidale è alla radice della vocazione fondamentale alla fratellanza e alla vita comune. La dignità e le relazioni interpersonali ci costituiscono in quanto esseri umani, voluti da Dio a sua immagine e somiglianza. Come creature dotate di inalienabile dignità noi esistiamo in relazione con i nostri fratelli e sorelle, nei confronti dei quali abbiamo una responsabilità e con i quali agiamo in solidarietà. Al di fuori di questa relazione, ci si troverebbe ad essere meno umani. E’ proprio per questo che l’indifferenza costituisce una minaccia per la famiglia umana. Mentre ci incamminiamo verso un nuovo anno, vorrei invitare tutti a riconoscere questo fatto, per vincere l’indifferenza e conquistare la pace.

Alcune forme di indifferenza
3. Certo è che l’atteggiamento dell’indifferente, di chi chiude il cuore per non prendere in considerazione gli altri, di chi chiude gli occhi per non vedere ciò che lo circonda o si scansa per non essere toccato dai problemi altrui, caratterizza una tipologia umana piuttosto diffusa e presente in ogni epoca della storia. Tuttavia, ai nostri giorni esso ha superato decisamente l’ambito individuale per assumere una dimensione globale e produrre il fenomeno della “globalizzazione dell’indifferenza”.
La prima forma di indifferenza nella società umana è quella verso Dio, dalla quale scaturisce anche l’indifferenza verso il prossimo e verso il creato. È questo uno dei gravi effetti di un umanesimo falso e del materialismo pratico, combinati con un pensiero relativistico e nichilistico. L’uomo pensa di essere l’autore di sé stesso, della propria vita e della società; egli si sente autosufficiente e mira non solo a sostituirsi a Dio, ma a farne completamente a meno; di conseguenza, pensa di non dovere niente a nessuno, eccetto che a sé stesso, e pretende di avere solo diritti [4]. Contro questa autocomprensione erronea della persona, Benedetto XVI ricordava che né l’uomo né il suo sviluppo sono capaci di darsi da sé il proprio significato ultimo [5]; e prima di lui Paolo VI aveva affermato che «non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento di una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana» [6].
L’indifferenza nei confronti del prossimo assume diversi volti. C’è chi è ben informato, ascolta la radio, legge i giornali o assiste a programmi televisivi, ma lo fa in maniera tiepida, quasi in una condizione di assuefazione: queste persone conoscono vagamente i drammi che affliggono l’umanità ma non si sentono coinvolte, non vivono la compassione. Questo è l’atteggiamento di chi sa, ma tiene lo sguardo, il pensiero e l’azione rivolti a sé stesso. Purtroppo dobbiamo constatare che l’aumento delle informazioni, proprio del nostro tempo, non significa di per sé aumento di attenzione ai problemi, se non è accompagnato da un’apertura delle coscienze in senso solidale [7]. Anzi, esso può comportare una certa saturazione che anestetizza e, in qualche misura, relativizza la gravità dei problemi. «Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una “educazione” che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi – nei governi, nell’imprenditoria e nelle istituzioni – qualunque sia l’ideologia politica dei governanti» [8].
In altri casi, l’indifferenza si manifesta come mancanza di attenzione verso la realtà circostante, specialmente quella più lontana. Alcune persone preferiscono non cercare, non informarsi e vivono il loro benessere e la loro comodità sorde al grido di dolore dell’umanità sofferente. Quasi senza accorgercene, siamo diventati incapaci di provare compassione per gli altri, per i loro drammi, non ci interessa curarci di loro, come se ciò che accade ad essi fosse una responsabilità estranea a noi, che non ci compete [9]. «Quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… Allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene» [10].
Vivendo in una casa comune, non possiamo non interrogarci sul suo stato di salute, come ho cercato di fare nella Laudato si’. L’inquinamento delle acque e dell’aria, lo sfruttamento indiscriminato delle foreste, la distruzione dell’ambiente, sono sovente frutto dell’indifferenza dell’uomo verso gli altri, perché tutto è in relazione. Come anche il comportamento dell’uomo con gli animali influisce sulle sue relazioni con gli altri [11], per non parlare di chi si permette di fare altrove quello che non osa fare in casa propria[12].
In questi ed in altri casi, l’indifferenza provoca soprattutto chiusura e disimpegno, e così finisce per contribuire all’assenza di pace con Dio, con il prossimo e con il creato.

La pace minacciata dall’indifferenza globalizzata
4. L’indifferenza verso Dio supera la sfera intima e spirituale della singola persona ed investe la sfera pubblica e sociale. Come affermava Benedetto XVI, «esiste un’intima connessione tra la glorificazione di Dio e la pace degli uomini sulla terra» [13]. Infatti, «senza un’apertura trascendente, l’uomo cade facile preda del relativismo e gli riesce poi difficile agire secondo giustizia e impegnarsi per la pace» [14]. L’oblio e la negazione di Dio, che inducono l’uomo a non riconoscere più alcuna norma al di sopra di sé e a prendere come norma soltanto sé stesso, hanno prodotto crudeltà e violenza senza misura [15].
A livello individuale e comunitario l’indifferenza verso il prossimo, figlia di quella verso Dio, assume l’aspetto dell’inerzia e del disimpegno, che alimentano il perdurare di situazioni di ingiustizia e grave squilibrio sociale, le quali, a loro volta, possono condurre a conflitti o, in ogni caso, generare un clima di insoddisfazione che rischia di sfociare, presto o tardi, in violenze e insicurezza.
In questo senso l’indifferenza, e il disimpegno che ne consegue, costituiscono una grave mancanza al dovere che ogni persona ha di contribuire, nella misura delle sue capacità e del ruolo che riveste nella società, al bene comune, in particolare alla pace, che è uno dei beni più preziosi dell’umanità [16].
Quando poi investe il livello istituzionale, l’indifferenza nei confronti dell’altro, della sua dignità, dei suoi diritti fondamentali e della sua libertà, unita a una cultura improntata al profitto e all’edonismo, favorisce e talvolta giustifica azioni e politiche che finiscono per costituire minacce alla pace. Tale atteggiamento di indifferenza può anche giungere a giustificare alcune politiche economiche deplorevoli, foriere di ingiustizie, divisioni e violenze, in vista del conseguimento del proprio benessere o di quello della nazione. Non di rado, infatti, i progetti economici e politici degli uomini hanno come fine la conquista o il mantenimento del potere e delle ricchezze, anche a costo di calpestare i diritti e le esigenze fondamentali degli altri. Quando le popolazioni vedono negati i propri diritti elementari, quali il cibo, l’acqua, l’assistenza sanitaria o il lavoro, esse sono tentate di procurarseli con la forza [17].
Inoltre, l’indifferenza nei confronti dell’ambiente naturale, favorendo la deforestazione, l’inquinamento e le catastrofi naturali che sradicano intere comunità dal loro ambiente di vita, costringendole alla precarietà e all’insicurezza, crea nuove povertà, nuove situazioni di ingiustizia dalle conseguenze spesso nefaste in termini di sicurezza e di pace sociale. Quante guerre sono state condotte e quante ancora saranno combattute a causa della mancanza di risorse o per rispondere all’insaziabile richiesta di risorse naturali [18]?

Dall’indifferenza alla misericordia: la conversione del cuore
5. Quando, un anno fa, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace “Non più schiavi, ma fratelli”, evocavo la prima icona biblica della fraternità umana, quella di Caino e Abele (cfr Gen 4,1-16), era per attirare l’attenzione su come è stata tradita questa prima fraternità. Caino e Abele sono fratelli. Provengono entrambi dallo stesso grembo, sono uguali in dignità e creati ad immagine e somiglianza di Dio; ma la loro fraternità creaturale si rompe. «Non soltanto Caino non sopporta suo fratello Abele, ma lo uccide per invidia» [19]. Il fratricidio allora diventa la forma del tradimento, e il rifiuto da parte di Caino della fraternità di Abele è la prima rottura nelle relazioni familiari di fraternità, solidarietà e rispetto reciproco.
Dio interviene, allora, per chiamare l’uomo alla responsabilità nei confronti del suo simile, proprio come fece quando Adamo ed Eva, i primi genitori, ruppero la comunione con il Creatore. «Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?”. Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!”» (Gen 4,9-10).
Caino dice di non sapere che cosa sia accaduto a suo fratello, dice di non essere il suo guardiano. Non si sente responsabile della sua vita, della sua sorte. Non si sente coinvolto. È indifferente verso suo fratello, nonostante essi siano legati dall’origine comune. Che tristezza! Che dramma fraterno, familiare, umano! Questa è la prima manifestazione dell’indifferenza tra fratelli. Dio, invece, non è indifferente: il sangue di Abele ha grande valore ai suoi occhi e chiede a Caino di renderne conto. Dio, dunque, si rivela, fin dagli inizi dell’umanità come Colui che si interessa alla sorte dell’uomo. Quando più tardi i figli di Israele si trovano nella schiavitù in Egitto, Dio interviene nuovamente. Dice a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco, infatti, le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele» (Es 3,7-8). È importante notare i verbi che descrivono l’intervento di Dio: Egli osserva, ode, conosce, scende, libera. Dio non è indifferente. È attento e opera.
Allo stesso modo, nel suo Figlio Gesù, Dio è sceso fra gli uomini, si è incarnato e si è mostrato solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si identificava con l’umanità: «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Egli non si accontentava di insegnare alle folle, ma si preoccupava di loro, specialmente quando le vedeva affamate (cfr Mc 6,34-44) o disoccupate (cfr Mt 20,3). Il suo sguardo non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, piccoli e grandi; abbracciava l’intero creato. Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cfr Gv 11,33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte.
Gesù ci insegna ad essere misericordiosi come il Padre (cfr Lc 6,36). Nella parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,29-37) denuncia l’omissione di aiuto dinanzi all’urgente necessità dei propri simili: «lo vide e passò oltre» (cfr Lc 10,31.32). Nello stesso tempo, mediante questo esempio, Egli invita i suoi uditori, e in particolare i suoi discepoli, ad imparare a fermarsi davanti alle sofferenze di questo mondo per alleviarle, alle ferite degli altri per curarle, con i mezzi di cui si dispone, a partire dal proprio tempo, malgrado le tante occupazioni. L’indifferenza, infatti, cerca spesso pretesti: nell’osservanza dei precetti rituali, nella quantità di cose che bisogna fare, negli antagonismi che ci tengono lontani gli uni dagli altri, nei pregiudizi di ogni genere che ci impediscono di farci prossimo.
La misericordia è il cuore di Dio. Perciò dev’essere anche il cuore di tutti coloro che si riconoscono membri dell’unica grande famiglia dei suoi figli; un cuore che batte forte dovunque la dignità umana – riflesso del volto di Dio nelle sue creature – sia in gioco. Gesù ci avverte: l’amore per gli altri – gli stranieri, i malati, i prigionieri, i senza fissa dimora, perfino i nemici – è l’unità di misura di Dio per giudicare le nostre azioni. Da ciò dipende il nostro destino eterno. Non c’è da stupirsi che l’apostolo Paolo inviti i cristiani di Roma a gioire con coloro che gioiscono e a piangere con coloro che piangono (cfr Rm 12,15), o che raccomandi a quelli di Corinto di organizzare collette in segno di solidarietà con i membri sofferenti della Chiesa (cfr 1 Cor 16,2-3). E san Giovanni scrive: «Se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?» (1 Gv 3,17; cfr Gc 2,15-16).
Ecco perché «è determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre. La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia» [20].
Così, anche noi siamo chiamati a fare dell’amore, della compassione, della misericordia e della solidarietà un vero programma di vita, uno stile di comportamento nelle nostre relazioni gli uni con gli altri [21]. Ciò richiede la conversione del cuore: che cioè la grazia di Dio trasformi il nostro cuore di pietra in un cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di aprirsi agli altri con autentica solidarietà. Questa, infatti, è molto più che un «sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane» [22]. La solidarietà «è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» [23], perché la compassione scaturisce dalla fraternità.
Così compresa, la solidarietà costituisce l’atteggiamento morale e sociale che meglio risponde alla presa di coscienza delle piaghe del nostro tempo e dell’innegabile inter-dipendenza che sempre più esiste, specialmente in un mondo globalizzato, tra la vita del singolo e della sua comunità in un determinato luogo e quella di altri uomini e donne nel resto del mondo [24].

Promuovere una cultura di solidarietà e misericordia per vincere l’indifferenza
6. La solidarietà come virtù morale e atteggiamento sociale, frutto della conversione personale, esige un impegno da parte di una molteplicità di soggetti, che hanno responsabilità di carattere educativo e formativo.
Il mio primo pensiero va alle famiglie, chiamate ad una missione educativa primaria ed imprescindibile. Esse costituiscono il primo luogo in cui si vivono e si trasmettono i valori dell’amore e della fraternità, della convivenza e della condivisione, dell’attenzione e della cura dell’altro. Esse sono anche l’ambito privilegiato per la trasmissione della fede, cominciando da quei primi semplici gesti di devozione che le madri insegnano ai figli [25].
Per quanto riguarda gli educatori e i formatori che, nella scuola o nei diversi centri di aggregazione infantile e giovanile, hanno l’impegnativo compito di educare i bambini e i giovani, sono chiamati ad essere consapevoli che la loro responsabilità riguarda le dimensioni morale, spirituale e sociale della persona. I valori della libertà, del rispetto reciproco e della solidarietà possono essere trasmessi fin dalla più tenera età. Rivolgendosi ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi, Benedetto XVI affermava: «Ogni ambiente educativo possa essere luogo di apertura al trascendente e agli altri; luogo di dialogo, di coesione e di ascolto, in cui il giovane si senta valorizzato nelle proprie potenzialità e ricchezze interiori, e impari ad apprezzare i fratelli. Possa insegnare a gustare la gioia che scaturisce dal vivere giorno per giorno la carità e la compassione verso il prossimo e dal partecipare attivamente alla costruzione di una società più umana e fraterna» [26].
Anche gli operatori culturali e dei mezzi di comunicazione sociale hanno responsabilità nel campo dell’educazione e della formazione, specialmente nelle società contemporanee, in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso. E’ loro compito innanzitutto porsi al servizio della verità e non di interessi particolari. I mezzi di comunicazione, infatti, «non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari e quindi possono dare un apporto notevole all’educazione dei giovani. È importante tenere presente che il legame tra educazione e comunicazione è strettissimo: l’educazione avviene, infatti, per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona» [27]. Gli operatori culturali e dei media dovrebbero anche vigilare affinché il modo in cui si ottengono e si diffondono le informazioni sia sempre giuridicamente e moralmente lecito.

La pace: frutto di una cultura di solidarietà, misericordia e compassione
7. Consapevoli della minaccia di una globalizzazione dell’indifferenza, non possiamo non riconoscere che, nello scenario sopra descritto, si inseriscono anche numerose iniziative ed azioni positive che testimoniano la compassione, la misericordia e la solidarietà di cui l’uomo è capace. Vorrei ricordare alcuni esempi di impegno lodevole, che dimostrano come ciascuno possa vincere l’indifferenza quando sceglie di non distogliere lo sguardo dal suo prossimo, e che costituiscono buone pratiche nel cammino verso una società più umana.
Ci sono tante organizzazioni non governative e gruppi caritativi, all’interno della Chiesa e fuori di essa, i cui membri, in occasione di epidemie, calamità o conflitti armati, affrontano fatiche e pericoli per curare i feriti e gli ammalati e per seppellire i defunti. Accanto ad essi, vorrei menzionare le persone e le associazioni che portano soccorso ai migranti che attraversano deserti e solcano mari alla ricerca di migliori condizioni di vita. Queste azioni sono opere di misericordia corporale e spirituale, sulle quali saremo giudicati al termine della nostra vita.
Il mio pensiero va anche ai giornalisti e fotografi che informano l’opinione pubblica sulle situazioni difficili che interpellano le coscienze, e a coloro che si impegnano per la difesa dei diritti umani, in particolare quelli delle minoranze etniche e religiose, dei popoli indigeni, delle donne e dei bambini, e di tutti coloro che vivono in condizioni di maggiore vulnerabilità. Tra loro ci sono anche tanti sacerdoti e missionari che, come buoni pastori, restano accanto ai loro fedeli e li sostengono nonostante i pericoli e i disagi, in particolare durante i conflitti armati.
Quante famiglie, poi, in mezzo a tante difficoltà lavorative e sociali, si impegnano concretamente per educare i loro figli “controcorrente”, a prezzo di tanti sacrifici, ai valori della solidarietà, della compassione e della fraternità! Quante famiglie aprono i loro cuori e le loro case a chi è nel bisogno, come ai rifugiati e ai migranti! Voglio ringraziare in modo particolare tutte le persone, le famiglie, le parrocchie, le comunità religiose, i monasteri e i santuari, che hanno risposto prontamente al mio appello ad accogliere una famiglia di rifugiati [28].
Infine, vorrei menzionare i giovani che si uniscono per realizzare progetti di solidarietà, e tutti coloro che aprono le loro mani per aiutare il prossimo bisognoso nelle proprie città, nel proprio Paese o in altre regioni del mondo. Voglio ringraziare e incoraggiare tutti coloro che si impegnano in azioni di questo genere, anche se non vengono pubblicizzate: la loro fame e sete di giustizia sarà saziata, la loro misericordia farà loro trovare misericordia e, in quanto operatori di pace, saranno chiamati figli di Dio (cfr Mt 5,6-9).

La pace nel segno del Giubileo della Misericordia
8. Nello spirito del Giubileo della Misericordia, ciascuno è chiamato a riconoscere come l’indifferenza si manifesta nella propria vita e ad adottare un impegno concreto per contribuire a migliorare la realtà in cui vive, a partire dalla propria famiglia, dal vicinato o dall’ambiente di lavoro.
Anche gli Stati sono chiamati a gesti concreti, ad atti di coraggio nei confronti delle persone più fragili delle loro società, come i prigionieri, i migranti, i disoccupati e i malati.
Per quanto concerne i detenuti, in molti casi appare urgente adottare misure concrete per migliorare le loro condizioni di vita nelle carceri, accordando un’attenzione speciale a coloro che sono privati della libertà in attesa di giudizio [29], avendo a mente la finalità rieducativa della sanzione penale e valutando la possibilità di inserire nelle legislazioni nazionali pene alternative alla detenzione carceraria. In questo contesto, desidero rinnovare l’appello alle autorità statali per l’abolizione della pena di morte, là dove essa è ancora in vigore, e a considerare la possibilità di un’amnistia.
Per quanto riguarda i migranti, vorrei rivolgere un invito a ripensare le legislazioni sulle migrazioni, affinché siano animate dalla volontà di accoglienza, nel rispetto dei reciproci doveri e responsabilità, e possano facilitare l’integrazione dei migranti. In questa prospettiva, un’attenzione speciale dovrebbe essere prestata alle condizioni di soggiorno dei migranti, ricordando che la clandestinità rischia di trascinarli verso la criminalità.
Desidero, inoltre, in quest’Anno giubilare, formulare un pressante appello ai responsabili degli Stati a compiere gesti concreti in favore dei nostri fratelli e sorelle che soffrono per la mancanza di lavoro, terra e tetto. Penso alla creazione di posti di lavoro dignitoso per contrastare la piaga sociale della disoccupazione, che investe un gran numero di famiglie e di giovani ed ha conseguenze gravissime sulla tenuta dell’intera società. La mancanza di lavoro intacca pesantemente il senso di dignità e di speranza, e può essere compensata solo parzialmente dai sussidi, pur necessari, destinati ai disoccupati e alle loro famiglie. Un’attenzione speciale dovrebbe essere dedicata alle donne – purtroppo ancora discriminate in campo lavorativo – e ad alcune categorie di lavoratori, le cui condizioni sono precarie o pericolose e le cui retribuzioni non sono adeguate all’importanza della loro missione sociale.
Infine, vorrei invitare a compiere azioni efficaci per migliorare le condizioni di vita dei malati, garantendo a tutti l’accesso alle cure mediche e ai farmaci indispensabili per la vita, compresa la possibilità di cure domiciliari.
Volgendo lo sguardo al di là dei propri confini, i responsabili degli Stati sono anche chiamati a rinnovare le loro relazioni con gli altri popoli, permettendo a tutti una effettiva partecipazione e inclusione alla vita della comunità internazionale, affinché si realizzi la fraternità anche all’interno della famiglia delle nazioni.
In questa prospettiva, desidero rivolgere un triplice appello ad astenersi dal trascinare gli altri popoli in conflitti o guerre che ne distruggono non solo le ricchezze materiali, culturali e sociali, ma anche – e per lungo tempo – l’integrità morale e spirituale; alla cancellazione o alla gestione sostenibile del debito internazionale degli Stati più poveri; all’adozione di politiche di cooperazione che, anziché piegarsi alla dittatura di alcune ideologie, siano rispettose dei valori delle popolazioni locali e che, in ogni caso, non siano lesive del diritto fondamentale ed inalienabile dei nascituri alla vita.
Affido queste riflessioni, insieme con i migliori auspici per il nuovo anno, all’intercessione di Maria Santissima, Madre premurosa per i bisogni dell’umanità, affinché ci ottenga dal suo Figlio Gesù, Principe della Pace, l’esaudimento delle nostre suppliche e la benedizione del nostro impegno quotidiano per un mondo fraterno e solidale.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2015
Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia

FRANCISCUS

CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI (2006)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20061231_te-deum.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 31 dicembre 2006

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!

Siamo raccolti nella Basilica Vaticana per rendere grazie al Signore al termine dell’anno, e cantare insieme il Te Deum. Ringrazio di cuore voi tutti che avete voluto unirvi a me in una circostanza così significativa. Saluto in primo luogo i Signori Cardinali, i venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, i religiosi e le religiose, le persone consacrate ed i tanti fedeli laici che rappresentano l’intera comunità ecclesiale di Roma. In modo speciale saluto il Sindaco di Roma e le altre Autorità presenti. In questa sera del 31 dicembre si incrociano due diverse prospettive: una è legata alla fine dell’anno civile, l’altra alla solennità liturgica di Maria Santissima Madre di Dio, che conclude l’ottava del Santo Natale. Il primo evento è comune a tutti, il secondo è proprio dei credenti. Il loro incrociarsi conferisce a questa celebrazione vespertina un carattere singolare, in un particolare clima spirituale che invita alla riflessione.
Il primo tema, molto suggestivo, è quello collegato con la dimensione del tempo. Nelle ultime ore di ogni anno solare assistiamo al ripetersi di taluni « riti » mondani che, nell’attuale contesto, sono prevalentemente improntati al divertimento, vissuto spesso come evasione dalla realtà, quasi ad esorcizzarne gli aspetti negativi e a propiziare improbabili fortune. Quanto diverso deve essere l’atteggiamento della Comunità cristiana! La Chiesa è chiamata a vivere queste ore facendo propri i sentimenti della Vergine Maria. Insieme a Lei è invitata a tenere lo sguardo fisso sul Bambino Gesù, nuovo Sole apparso all’orizzonte dell’umanità e, confortata dalla sua luce, a premurarsi di presentargli « le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono » (Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 1).
Si confrontano dunque due diverse valutazioni della dimensione « tempo », una quantitativa e l’altra qualitativa. Da una parte, il ciclo solare con i suoi ritmi; dall’altra, quella che san Paolo chiama la « pienezza del tempo » (Gal 4,4), cioè il momento culminante della storia dell’universo e del genere umano, quando il Figlio di Dio nacque nel mondo. Il tempo delle promesse si è compiuto e, quando la gravidanza di Maria è giunta al suo termine, « la terra – come dice un Salmo – ha dato il suo frutto » (Sal 66,7). La venuta del Messia, preannunziata dai Profeti, è l’avvenimento qualitativamente più importante di tutta la storia, alla quale conferisce il suo senso ultimo e pieno. Non sono le coordinate storico-politiche a condizionare le scelte di Dio, ma, al contrario, è l’avvenimento dell’Incarnazione a « riempire » di valore e di significato la storia. Questo, noi che veniamo dopo duemila anni da quell’evento, possiamo affermarlo, per così dire, anche a posteriori, dopo aver conosciuto tutta la vicenda di Gesù, fino alla sua morte e risurrezione. Noi siamo testimoni, contemporaneamente, della sua gloria e della sua umiltà, del valore immenso della sua venuta e dell’infinito rispetto di Dio per noi uomini e per la nostra storia. Egli non ha riempito il tempo riversandosi in esso dall’alto, ma « dall’interno », facendosi piccolo seme per condurre l’umanità fino alla sua piena maturazione. Questo stile di Dio ha fatto sì che ci sia voluto un lungo tempo di preparazione per giungere da Abramo a Gesù Cristo, e che dopo la venuta del Messia la storia non sia finita, ma abbia continuato il suo corso, apparentemente uguale, in realtà ormai visitata da Dio e orientata verso la seconda e definitiva venuta del Signore, alla fine dei tempi. Di tutto ciò è simbolo reale, potremmo dire è sacramento la Maternità di Maria, che è al tempo stesso un evento umano e divino.
Nel brano della Lettera ai Galati, che poco fa abbiamo ascoltato, san Paolo afferma: « Dio mandò il suo Figlio, nato da donna » (Gal 4,4). Origene commenta: « Osserva bene come non ha detto: nato tramite una donna, bensì: nato da una donna » (Commento alla Lettera ai Galati, PG 14, 1298). Questa acuta osservazione del grande esegeta e scrittore ecclesiastico è importante: infatti, se il Figlio di Dio fosse nato solamente « tramite » una donna, non avrebbe realmente assunto la nostra umanità, cosa che invece ha fatto prendendo carne « da » Maria. La maternità di Maria, dunque, è vera e pienamente umana. Nell’espressione « Dio mandò il suo Figlio nato da donna » si trova condensata la verità fondamentale su Gesù come Persona divina che ha pienamente assunto la nostra natura umana. Egli è il Figlio di Dio, è generato da Lui, e al tempo stesso è figlio di una donna, Maria. Viene da lei. E’ da Dio e da Maria. Per questo la Madre di Gesù si può e si deve chiamare Madre di Dio. Questo titolo, che in greco suona Theotókos, compare per la prima volta, probabilmente proprio nell’area di Alessandria d’Egitto, dove nella prima metà del terzo secolo visse, appunto, Origene. Esso però fu definito dogmaticamente solo due secoli dopo, nel 431, dal Concilio di Efeso, città nella quale ho avuto la gioia di recarmi in pellegrinaggio un mese fa, durante il viaggio apostolico in Turchia. Proprio ripensando a questa indimenticabile visita, come non esprimere tutta la mia filiale gratitudine alla Santa Madre di Dio per la speciale protezione che in quei giorni di grazia mi ha accordato?
Theotókos, Madre di Dio: ogni volta che recitiamo l’Ave Maria, ci rivolgiamo alla Vergine con questo titolo, supplicandola di pregare « per noi peccatori ». Al termine di un anno, sentiamo il bisogno di invocare in modo tutto speciale la materna intercessione di Maria Santissima per la città di Roma, per l’Italia, per l’Europa e per il mondo intero. A Lei, che è la Madre della Misericordia incarnata, affidiamo soprattutto le situazioni nelle quali solo la grazia del Signore può recare pace, conforto, giustizia. « Nulla è impossibile a Dio » (Lc 1,37), si sentì dire la Vergine dall’Angelo che le annunciava la sua divina maternità. Maria credette, e per questo è beata (cfr Lc 1,45). Ciò che è impossibile all’uomo, diventa possibile per chi crede (cfr Mc 9,23). Perciò, mentre si chiude il 2006 e si intravede già l’alba del 2007, domandiamo alla Madre di Dio che ci ottenga il dono di una fede matura: una fede che vorremmo assomigliasse per quanto possibile alla sua, una fede limpida, genuina, umile e al tempo stesso coraggiosa, intrisa di speranza e di entusiasmo per il Regno di Dio, una fede scevra di ogni fatalismo e tutta protesa a cooperare in piena e gioiosa obbedienza alla divina volontà, nell’assoluta certezza che Dio non vuole altro che amore e vita, sempre e per tutti.
Ottienici, o Maria, una fede autentica e pura. Che tu sia sempre ringraziata e benedetta, santa Madre di Dio! Amen!

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papa francesco omelia Primi Vespri e Te Deum di ringraziamento per l’anno trascorso (2013)

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Monte Athos, Cappella di San Cirillo e Metodio

Monte Athos, Cappella di San Cirillo e Metodio dans immagini sacre 359555-30
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29 DICEMBRE – UFFICIO DELLE LETTURE – DAI «DISCORSI» DI SAN BERNARDO, ABATE

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29 DICEMBRE QUINTO GIORNO DELL’OTTAVA DI NATALE

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

DAI «DISCORSI» DI SAN BERNARDO, ABATE

(Disc. 1 per l’Epifania, 1-2; PL 133, 141-143)

Nella pienezza dei tempi è venuta anche la pienezza della divinità «Si sono manifestate la bontà e l’umanità di Dio Salvatore nostro» (Tt 2, 11). Ringraziamo Dio che ci fa godere di una consolazione così grande in questo nostro pellegrinaggio di esuli, in questa nostra miseria. Prima che apparisse l’umanità, la bontà era nascosta: eppure c’era anche prima, perché la misericordia di Dio è dall’eternità. Ma come si poteva sapere che è così grande? Era promessa, ma non si faceva sentire, e quindi da molti non era creduta. Molte volte e in diversi modi il Signore parlava nei profeti (Eb 1, 1).  «Io — diceva — nutro pensieri di pace, non di afflizione» (cfr. Ger 29, 11). Ma che cosa rispondeva l’uomo, sentendo l’afflizione e non conoscendo la pace? Fino a quando dite: «Pace, pace, e pace non c’è?». Per questo gli «annunziatori di pace piangevano amaramente» (Is 33, 7) dicendo: «Signore, chi ha creduto al nostro annunzio?» (Is 53, 1). Ma ora almeno gli uomini credono dopo che hanno visto, perché «la testimonianza di Dio è diventata pienamente credibile» (cfr. Sal 92, 5). Per non restare nascosto neppure all’occhio torbido, «Egli ha posto nel sole il suo tabernacolo» (cfr. Sal 18, 6). Ecco la pace: non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente. Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se «ci è stato dato un Piccolo» (Is 9, 6) in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. Venne Dio nella carne per rivelarsi anche agli uomini che sono di carne, e perché fosse riconosciuta la sua bontà manifestandosi nell’umanità. Manifestandosi Dio nell’uomo, non può più esserne nascosta la bontà. Quale prova migliore della sua bontà poteva dare se non assumendo la mia carne? Proprio la mia, non la carne che Adamo ebbe prima della colpa. Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria. «Signore, che è quest’uomo perché ti curi di lui e a lui rivolga la tua attenzione?» (cfr. Sal 8, 5; Eb 2, 6).  Da questo sappia l’uomo quanto Dio si curi di lui, e conosca che cosa pensi e senta nei suoi riguardi. Non domandare, uomo, che cosa soffri tu, ma che cosa ha sofferto lui. Da quello a cui egli giunse per te, riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. Come si è fatto piccolo incarnandosi, così si è mostrato grande nella bontà; e mi è tanto più caro quanto più per me si è abbassato. «Si sono manifestate — dice l’Apostolo — la bontà e l’umanità di Dio nostro Salvatore» (Tt  3, 4). Grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l’umanità.

CRISTO: LA NOVITA’ DA ACCOGLIERE

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CRISTO: LA NOVITA’ DA ACCOGLIERE

Dio si serve della storia degli uomini per scrivere la propria storia di salvezza. Luca ricorda infatti come Cesare Augusto avesse ordinato un censimento per conoscere e controllare tutte le genti che gli erano sottomesse (Lc 2,1). Ebbene, nelle mani di Dio quel decreto diventa strumento favorevole per spingere la storia al punto più alto. Per Lui, ormai il tempo era giunto al culmine (Gal 4,4), era cioè pronto per ricevere suo Figlio. Grazie all’ordine imperiale, Giuseppe di Nazaret sarebbe infatti ritornato a Betlemme, la città del re Davide, dove, secondo la profezia (Mi 5,1), sarebbe dovuto nascere il Messia. È a Betlemme che per Maria si compirono i giorni del parto (Lc 2,6). Betlemme, toponimo il cui significato è «casa del pane», è la cittadina da dove è venuto nel mondo Gesù, il Pane di vita. Nascendo, egli si mette tutto nelle nostre mani, si rende disponibile a noi che abbiamo bisogno di Lui, Pane santo di vita eterna, per poter camminare nella nostra quotidiana esistenza.

Gesti profetici e risposte semplici Luca narra di come il bambino Gesù sia stato accolto da Maria, che lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia. Ci sono forse dei gesti più naturali e capaci di esprimere affetto? Eppure essi sono anche altamente profetici di altre azioni straordinariamente simili, che sarebbero state compiute per Gesù: Giuseppe di Arimatea avrebbe ugualmente deposto il corpo di Gesù nella tomba dopo averlo avvolto in fasce (Lc 23,53). Secondo il bellissimo progetto iconografico dell’icona bizantina del Natale, anche la mangiatoia, “scritta” nella forma di un sarcofago, rimanda alla tomba dove il Signore fu deposto avvolto nelle fasce del lenzuolo funebre. Ci si chiederà perché mai si siano lanciate ombre oscure su di un evento tanto luminoso come quello del Natale? È l’E­vangelista a tessere questi rapporti tra i due momenti cardine della salvezza, per insegnarci subito che Dio venuto come uomo, avrebbe dovuto offrire la sua stessa vita, come Pane spezzato, per ridarci salvezza. Gesù nasce. Dio compie il suo passo decisivo verso noi. Ora spetterà a ciascuno accogliere il Salvatore. La risposta dei pastori all’annuncio degli angeli diviene infatti esemplare delle nostre risposte (Lc 2,8). Per ben capire, abbiamo innanzitutto bisogno di sapere come fossero considerati i pastori nell’antichità giudaica. Il trascorrere il proprio tempo tra gli animali, li rendeva una categoria di basso rango: a causa del loro lavoro, difficilmente avrebbero potuto infatti seguire fedelmente tutti i precetti della Legge. Eppure è a loro, gli ultimi, i poveri, che in modo privilegiato è annunciata la nascita di Gesù. Il testo è bello ed incoraggiante, ma si fa ad un tempo provocante: soltanto le persone umili di cuore, le persone semplici e povere sanno rispondere e accogliere. Quei pastori diventeranno paradossalmente il gregge che il Buon Pastore guiderà e sfamerà donandosi come Pane di Vita! Gesti semplici e cose straordinarie Il mistero si compie: nell’oscurità di una notte rischiarata da una luce improvvisa ed allietata da angelici canti mai prima uditi (Lc 2,9), Dio si manifesta apertamente al mondo. Gesù la luce del mondo è finalmente venuta ad illuminarci (Gv 1,9) perché noi non siamo più costretti a camminare nelle tenebre. È il gioioso “oggi” di Dio (Lc 2,11) quello in cui Egli porta a termine la salvezza e continua a compierla: la presenza di Gesù è per tutta la storia, tutta la comprende e coinvolge, in ogni tempo, in ogni latitudine. Il Padre ci dona il Figlio, perché la nostra vita sia posta continuamente sotto la sua benedizione. Dobbiamo sinceramente imparare a ringraziare per un dono del cui valore non saremo mai abbastanza coscienti. Davanti alla grandezza della rivelazione, un segno è dato ai pastori (Lc 2,12): il Salvatore dovrà essere cercato nella povertà di una mangiatoia e nelle fasce, del tutto uguali a quelle in cui ogni altro bambino è avvolto. Non è mai facile riconoscere i segni di Dio! Egli sceglie sempre la debolezza per parlarci di cose straordinarie, per darci annunci tanto attesi ed inauditi. La nascita di Gesù nella povertà e nella precarietà è sfida aperta a cercarlo nelle cose semplici ed è ad un tempo richiamo contro la nostra ricerca di comodità, di certezze. Solo chi è disposto a cercare Gesù nella via stretta del Vangelo, nella debolezza e nella sobrietà della vita, lo troverà! Ed ecco finalmente la risposta! Quei pastori colgono che nell’annuncio dato ci deve essere la promessa di un dono prezioso. Si fidano: vanno in fretta per vedere (Lc 2,15). È così che si accoglie il Signore: liberi da troppi indugi e reticenze. Cristo Signore ha bisogno di queste risposte ad imitazione dei pastori, di Maria, di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, i primi apostoli chiamati a seguire Gesù.

Gesti straordinari con un semplice “sì” La ricerca è premiata: il dono prezioso è trovato, contemplato, accolto (v. 16). La ricerca è premiata: il dono prezioso è annunciato (v. 17). La gioia dei pastori è intrattenibile (v. 20): il Bambino che hanno incontrato e l’annuncio che essi hanno dato di Lui li riempie di gioia e di un’indicibile voglia di lodare Dio. È lo stesso atteggiamento che constatiamo anche nella nostra esperienza di fede e in quella di altri testimoni: chi incontra Dio non può tacerlo. Il Signore ti spinge a testimoniarlo e a rallegrarti di Lui. Quanto sono preziose le espressioni con cui Luca, concludendo questa sua narrazione, scrive che Maria serbava ogni cosa meditandola nel suo cuore (Lc 2,19). Si tratta di una conclusione che invoca la nostra risposta di fede: davanti al Bambino di Betlemme il vero atteggiamento del credente è silenzio che permette la custodia e la meditazione. Perché gli eventi non ci sfuggano senza segnarci il cuore. Maria in questo ci precede, insegnandoci a vivere costantemente attenti alla presenza del Signore e della sua parola; capaci di riconoscere la voce di Dio nei segni dei tempi. Il fare di Maria ci insegna che per poter sinceramente accogliere il Signore, abbiamo bisogno di… disciplina spirituale. In questo brano, ne è suggerita una segnata da quattro momenti, di cui il primo è la capacità di silenzio orante, condizione fondamentale per la nascita in noi di Gesù-Parola. La nostra vita è continuamente sottoposta ad ogni tipo di pressioni: sembra quasi che abbiamo paura della presenza di uno spazio vuoto. Così facendo, non ci rendiamo neppure conto di perdere ciò che più conta, di perdere il vero contatto con la vita di Dio. Il secondo momento è l’ascolto della Parola che ci mette nella migliore situazione per andare incontro al Signore venuto ad incontrarci. Il terzo consiste nell’affinare la capacità di riconoscere il Signore nei segni del quotidiano ordinario. Infine, è la gioia di poterlo annunciare a tutti mediante un’esistenza semplice e retta. Abbiamo bisogno di curare il cuore: accogliere Gesù richiede vera disciplina spirituale. Questo non significa rendersi le cose più difficili, ma garantirsi la presenza di uno spazio interiore dove il Signore potrà toccarci con un amore che rinnoverà.

Marco ROSSETTI SDB

 

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Santi innocenti martiri

Santi innocenti martiri dans immagini sacre Bertin

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LA SANTITÀ DEI BAMBINI

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LA SANTITÀ DEI BAMBINI

Parrocchia San Tommaso – Bergamo, 22 ottobre 2009

don Ezio Bolis  

Introduzione 1) Anche i bambini possono essere santi? Sembra una domanda con una risposta scontata, ma quello tra infanzia e santità è un binomio che ha suscitato molti dibattiti nella Chiesa del passato. Le cause di molti servi di Dio sono rimaste ferme per molto tempo proprio a causa della giovane età. Quello dei bambini santi è un argomento trascurato: dopo Domenico Savio, canonizzato a 15 anni, c’è stato un lungo silenzio a riguardo, prima della recente beatificazione di Francesco e Giacinta, i pastorelli di Fatima che al momento della morte avevano quasi 11 e 10 anni. 2) Una figura interessante dal punto di vista spirituale, italiana, è quella della serva di Dio Antonietta Meo (detta Nennolina), morta a Roma il 3 luglio del 1937 a soli 6 anni e mezzo. Le letterine che la bimba indirizzava alle singole persone della Santissima Trinità, piene di strafalcioni, testimoniano la sua profonda esperienza di Dio, sono in qualche modo dei «testi mistici». Scritte da lei stessa o dettate alla mamma e alla sorella, le pagine venivano messe sotto la statua del Sacro Cuore, dove “Gesù passava a leggerle”: così diceva la madre alla piccola Antonietta». La sorella maggiore, Margherita, ricorda come la sorella accettasse la malattia: dall’amputazione della gamba a quella di una costola, raggiunta dalle metastasi. Dormendo, si coricava sul fianco della ferita per “stare con Gesù”, affermando che con la sofferenza avrebbe redento il mondo». Questa capacità di accettare il dolore e offrirlo per la fine della guerra in Africa, come il privarsi delle caramelle per i bambini poveri, fanno di Antonietta un esempio alla portata di tutti. Ella ha saputo leggere ogni momento della sua brevissima esistenza nella forma di un dialogo costante con il Signore. In una delle sue numerose Letterine scrive: «Caro Gesù Eucaristia, ti voglio molto bene! Ma molto!… Gesù, io vorrei queste tre grazie: la prima, fammi santa e questa è la cosa più importante; la seconda, dammi delle anime; la terza, fammi camminare bene, veramente questa non è molto importante…». Figure come questa testimoniano che la santità è possibile a ogni età. Forse altri piccoli testimoni sono nascosti oggi nelle corsie d’ospedale o nelle case. Anche nei più piccoli la santità viene riconosciuta nella loro capacità di vivere in modo straordinario ogni attimo della propria vita ordinaria, soprattutto l’esperienza del dolore. 3) Ma che cosa possono capire della fede i bambini? Possono aderirvi consapevolmente e pienamente? Le testimonianze di bambini come Antonietta, i fratellini di Fatima, Francisco e Giacinta, i ragazzi martiri come Tarcisio, Agnese, Maria Goretti e tanti altri sono molto più eloquenti di molte teorie. 4) Del resto, la Chiesa fin dal V secolo celebra la festa dei santi martiri Innocenti, i bambini fatti uccidere da Erode, come racconta il Vangelo di Matteo. Il loro martirio è considerato dalla liturgia anzitutto come una grazia, un dono gratuito del Signore, prima che un omaggio dell’uomo a Dio. 5) Circa un secolo fa San Pio X abbassò l’età per ricevere la Prima Comunione e concesse, in alcuni casi, il Sacramento anche al di sotto dei sette anni. Egli non a caso affermò profeticamente: «Avremo dei santi bambini!». 6) Agli adulti i santi bambini insegnano a ritornare piccoli: non si tratta di regressione psicologica, ma di recuperare quella infanzia spirituale piena di speranza e di gioia nel dare la propria vita.

1. Qualche spunto dalla Sacra Scrittura La Bibbia ci consegna la storia di alcuni ragazzi che hanno avuto un ruolo importante nella storia della salvezza: Mosè, Samuele, Davide e Daniele. Malgrado i racconti delle loro vicende siano diverse, hanno un elemento in comune: la struttura della «inversione». Tutte queste carriere all’inizio sono segnate dalla debolezza e soltanto per un intervento diretto di Dio, esse cambiano di segno. Comunque tale iniziativa divina non implica affatto la passività umana. 1) Mosè. La storia di Mosè salvato dalle acque (Es 2,1-10) è l’unico elemento che la Bibbia ci dà sulla sua giovinezza. Mosè è un bambino «bello», in tutti i sensi. Quando non può più restare nascosto, la madre lo pone in una cesta, analoga all’arca di Noè, spalmata di bitume, e lo affida alle acque del Nilo. Grazie alla mediazione della sorella, che si presenta alla figlia del faraone per procurare una nutrice a piccolo, egli non soltanto viene salvato dalla morte, ma è elevato a una situazione di privilegio. Trasgredendo l’ordine del padre, la figlia del faraone fa allattare Mosè, lo adotta e in seguito lo introduce a palazzo, imponendogli il nome. Dal libro degli Atti apprendiamo che Mosè fu istruito in tutti gli aspetti della sapienza egiziana (At 7,20-22). Come si vede, la realizzazione dei disegni di Dio ha inizio in modo fragile, si basa su un bimbo debole, minacciato di morte da un monarca onnipotente, sballottato sull’acqua di un fiume immenso, adagiato in una cesta di paglia. E però il disegno salvifico si realizza, nonostante queste premesse lo facciano sembrare impossibile. Il futuro «salvatore» di Israele, colui che guiderà il popolo verso la libertà, è anzitutto un «salvato». Questo racconto offrirà spunti importanti all’evangelista Matteo, per narrare la strage dei bambini Innocenti. Erode prende il posto del faraone; come il re d’Egitto è stato beffato dalle donne, Erode lo è da parte dei Magi. Come Mosè, anche Gesù sfugge alla morte. La storia di Mosè indica che la debolezza di un bimbo non costituisce un ostacolo all’azione di Dio, che anzi se ne serve per compiere il suo piano salvifico. 2) Samuele. Il personaggio di Samuele è molto complesso. Il libro che posta il suo nome ce lo presenta piccolo servo del santuario e, più tardi, sacerdote che sacrifica in diversi luoghi. Egli però è anche designato come giudice e custode del diritto divino, tanto da costituire e deporre i re in nome del Signore. Infine è anche un veggente, consultato per i suoi oracoli sicuri, un profeta conosciuto da Dan a Bersabea. Questa pluralità segna anche gli inizi della sua vita e la sua infanzia. Nel quadro dei primi tre capitoli di 1Sam, si narra la nascita di Samuele e la prima comunicazione che egli riceve da Dio, nel tempio, di notte, mentre assiste il sacerdote Eli. Il racconto della sua nascita contiene tre elementi: la sterilità di Anna, sua madre; il soccorso da parte di Dio, in seguito alla preghiera e al voto di Anna; la nascita e la gratitudine per la grazia della nascita di Samuele. Emerge l’azione di Dio che nel compimento dei suoi disegni supera tutti gli ostacoli naturali. Il racconto della chiamata di Samuele è modellato sul genere delle vocazioni profetiche. Samuele per tre volte sente la voce di Dio e non la riconosce: deve imparare a distinguerla da quella degli uomini. Egli si pone in atteggiamento di ascolto, cioè di obbedienza. Il racconto rimane sullo sfondo di Luca, quando narra la sterilità di Elisabetta; l’annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni Battista avviene anche qui nel tempio. Il tempio è la cornice dentro la quale anche Gesù è presentato per due volte, per il rito dell’offerta e per il pellegrinaggio. Come Samuele, anche Gesù «cresceva gradito a Dio e agli uomini». La vicenda di Samuele dimostra che non è mai troppo presto per ascoltare e imparare a riconoscere la voce del Signore e per rispondere alla sua chiamata. 3) Davide. I racconti che narrano gli inizi di Davide trascurano la nascita e cominciano dall’età della adolescenza. Fin dall’inizio è Dio che conduce il gioco e che ordina a Samuele di ungere come re Davide, preferendolo a tutti i suoi fratelli più grandi e più forti. Egli non ha la loro statura né la loro abilità, ma il Signore «guarda il cuore». Egli viene unto, con un rito che assicura la protezione del Signore. Tra gli altri episodi, certamente importante è la vittoria di Davide contro Golia, riportata senza l’aiuto della pesante corazza, ma con la sola astuzia della fionda, un gioco da ragazzi, cioè con l’aiuto di Dio. Certo, se è il Signore a condurre il corso della storia, si serve però di un uomo che non è strumento passivo, ma vero credente. Dio si serve della debolezza umana, che però non è pura passività. 4) Daniele. La storia richiama le vicende di Davide, ma il contesto è assai più solenne: qui siamo alla corte del potente Nabucodonosor, che ha sconfitto il Regno di Giuda, ha distrutto il tempio e ha deportato i suoi abitanti a Babilonia. Egli si sceglie tra i prigionieri alcuni ragazzi di nobile stirpe per servirsene a corte. Daniele è tra questi. Essi devono superare varie prove, tra le quali quella alimentare. Per non contravvenire alle leggi patrie, Daniele e i suoi compagni mangiano soltanto legumi, senza per questo risentire danni nel fisico, anzi. Altre prove mettono in evidenza l’intelligenza e la sapienza di Daniele. La conclusione è questa: lungi dal nuocere chi la pratica, la fedeltà alla Legge assicura l’aiuto divino che innalza ai più alti incarichi. In tutti questi personaggi, l’infanzia non è un periodo a parte, ma inaugura già la futura missione. Ciò che avviene per Mosè, Samuele, Davide e Daniele, è vero anche per Gesù. È un errore separare e isolare la sua infanzia dal seguito della sua esistenza, quasi avesse un senso autonomo. La Scrittura vede nel bambino anzitutto il futuro adulto. Gesù non fa eccezione: benché passi, come tutti, attraverso le varie fasi dello sviluppo fisico e intellettuale, pratica le virtù dell’infanzia restando sottomesso ai suoi genitori. Ma lo si comprende davvero per l’atto di indipendenza a loro riguardo, quando sceglie già di abitare fuori dalla famiglia, sotto l’autorità del Padre che guiderà la sua intera esistenza e la sua opera.

L’infanzia di Gesù 1) «Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. […] Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,39-40.51-52). Queste poche frasi dell’evangelista Luca sono le uniche, preziose indicazioni che abbiamo per intuire qualcosa della vita di Gesù, bambino e ragazzo, nei lunghi anni di Nazaret. Esse riflettono la storia di Samuele («E il bambino cresceva davanti al Signore… Il fanciullo cresceva ed era buono presso il Signore e presso gli uomini», 1Sam 2,21.26). 2) La sapienza di Gesù viene sottolineata per due volte e, insieme alla grazia, contraddistingue la sua crescita. Tale sapienza consiste nella visione della realtà secondo la prospettiva di Dio. Il fatto che Gesù cresca e si fortifichi in sapienza, facendo l’esperienza della grazia, significa che, mediante una crescente percezione dell’amore divino, si va compiendo in lui quel processo di configurazione della persona che lo rende sempre più sapiente. Egli è «riempito» di sapienza tramite l’esperienza della grazia: l’allusione è all’azione dello Spirito Santo. È lui che plasma la personalità vivente del Figlio di Dio divenuto uomo. 3) Dobbiamo pensare a Gesù come un bambino molto sensibile e recettivo nei confronti di un ambiente che, pur con i limiti di ogni contesto umano, gli offre un tesoro di spiritualità e di fede. A iniziare da Maria e Giuseppe, persone e istituzioni svolgono nei suoi confronti una vera azione educativa, come avviene per qualsiasi bambino nei primi anni di vita. Tutto questo però custodisce il segreto di una umanità singolare nella quale i processi umani dello sviluppo non sono annullati ma vanno considerati a partire dal fatto che questo bambino è fin dall’inizio il «Santo di Dio». 4) Riferendoci al brano di Gesù che sale al tempio e vi rimane per tre giorni insegnando, rileviamo tre cose che intervengono a plasmare la fede di ogni persona, fin dai primi anni della sua vita: la comunità con le sue tradizioni, il santuario con la preghiera e la liturgia, le Scritture che consentono l’incontro con la Parola di Dio.

2. Com’è la vita spirituale dei bambini? Dio non è per nulla un estraneo nell’esperienza normale dei bambini, che anzi possiedono uno spiccato senso religioso e un vivo interesse per la conoscenza di lui. Essi pongono spesso domande del tipo: chi è? dov’è? cosa fa? Certo, la conoscenza di Dio in questa età avviene non tanto per via intellettiva, quanto per via affettiva. Gli studi di pedagogia e psicologia infantile affermano che la religiosità di un bambino possiede alcuni tratti caratteristici, con i quali l’educazione religiosa deve fare i conti, senza esasperarli né ignorarli. Ecco una presentazione schematica, abbastanza condivisa da chi ha studiato questi temi. 1) L’antropomorfismo: si vedono in Dio gli attributi umani e si concepisce il suo agire secondo le modalità delle attività umane. La rappresentazione di Dio si rapporta in un certo senso all’autorità e al prestigio degli adulti; il bambino immagina Dio secondo un modello umano strutturato sulla base dell’esperienza dei rapporti interpersonali che vive. Questo, per un verso dà la possibilità di fare leva su figure positive e, attraverso le loro vicende, aiuta il bambino a comprendere la figura di Dio; dall’altra c’è il rischio di rimandare a un’idea scadente e banale di Dio. La catechesi deve usare un linguaggio semplice ed essenziale per evitare che il bambino traduca in termini di realismo quello che nella fede ha un valore simbolico. Va evitato sia un insegnamento astratto. 2) L’animismo. Si manifesta sia in forma protettiva che punitiva, attribuendo a fatti, persone, eventi delle funzioni di protezione o di castigo che essi non hanno. Per esempio, una malattia, un incidente, una calamità naturale sono considerati una punizione di Dio. Al contrario, una vincita o un successo sono visti come una sua benedizione. 3) Il magismo. Si guarda a Dio come a un essere dotato di poteri straordinari, in grado di risolvere ogni problema, soprattutto i nostri. Una specie di grande mago o di genio. Certo, è importante pensare a Dio come a colui che ci è accanto per aiutarci, ma è altrettanto necessario non ridurlo alla funzione di rispondere ai nostri bisogni.

3. Quale ricchezza porta con sé l’infanzia? 1) L’età dell’infanzia è un grande dono anche per la comunità cristiana che, sull’esempio di Gesù, non solo accoglie i bambini, ma è chiamata ad alimentare lo stile della piccolezza evangelica: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non vi entrerà» (Lc 18,15-17). Lo stesso Figlio di Dio, venendo nel mondo, si è fatto bambino ed è cresciuto in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini. 2) L’infanzia spirituale può diventare una caricatura quando è confusa con l’infantilismo, l’immaturità del cuore, l’incapacità di padroneggiare gli istinti: essere bambini non significa fare i bambini! San Paolo lo spiega con parole  chiare: «Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi, siate come i bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto a giudizi» (1Cor 14,20). Ci vogliono molti anni per diventare bambini: l’infanzia secondo lo Spirito non è altro che la piena maturità cristiana. 3) Il Battesimo ci rende figli di Dio e l’esistenza cristiana, dall’inizio alla fine, è una vita battesimale, una realizzazione progressiva di questa condizione filiale. Ogni cristiano è chiamato a stare davanti a Dio come un bambino. L’infanzia è l’età in cui ci si affida fiduciosamente. Come non ricordare la proposta forte e convincente di santa Teresa di Gesù Bambino: «Gesù si compiace di mostrarmi l’unica strada che conduce alla fornace divina: questo cammino è l’abbandono del bambino piccolo che si addormenta senza timore tra le braccia di suo padre… Gesù non domanda grandi gesti, ma solo l’abbandono e la riconoscenza». Come bambini. Con la stessa povertà, umiltà e fiducia. Così l’uomo deve guardare a Dio, che è Padre tenero ed esigente. 4) La via della piccolezza si configura come un itinerario di abbandono e di affidamento, nutrito dalla fede verso la Provvidenza; comporta una continua accoglienza della vita come dono; accetta di imparare senza sosta, di aprirsi agli orizzonti della novità e del cambiamento con la forza dell’incanto e dell’entusiasmo. 5) Occorre molto tempo per diventare bambini. L’infanzia spirituale non è altro che la piena maturità cristiana. Lungi dall’essere un ritardo o una regressione, essa è il culmine della vita battesimale, una sapienza limpida e forte che corona la crescita nella fede. 

4. Come favorire la crescita spirituale dei bambini?

Educare alla preghiera

1) La facilità con cui il bambino, ancor prima dei quattro anni, si pone in atteggiamento di preghiera, non è solo dovuta all’apprendimento o all’imitazione, ma è indice di una predisposizione alla fiducia, quasi di un bisogno istintivo di affidarsi a un altro, che è proprio l’anima della preghiera cristiana. 2) Se è vero che la preghiera è esperienza possibile a partire dalla più tenera età, è altrettanto vero che essa va accompagnata. Non si tratta soltanto di insegnare a «dire le preghiere», ma di introdurre il bambino nella relazione con il Signore, offrirgli strumenti per compiere questo atto del tutto personale e intimo, che implica il coinvolgimento della vita. 3) Prima ancora delle formule, occorre creare un «contesto» adatto alla preghiera, un ambiente dove la preghiera non è percepita come qualcosa di raro, ma di familiare. 4) La preghiera del bambino si nutre di gesti semplici, di parole tratte dalla vita quotidiana, di esempi limpidi e costanti. 5) Per scongiurare un accostamento soltanto «mentale» alla preghiera, è bene che essa sia trovi anche espressioni corporee, sia fatta di gesti. 6) La preghiera dei bambini va poi ancorata ai percorsi di «iniziazione cristiana» attraverso una graduale introduzione alla preghiera liturgica, alla partecipazione ai sacramenti e all’Eucaristia in modo particolare. 7) Molto importante è anche l’accostamento alle figure di alcuni santi, pregati come intercessori ma assunti anche come modelli di vita cristiana, amici e compagni di viaggio che hanno cose da dire.

Publié dans:BAMBINI, SANTITÀ |on 28 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

SANTI INNOCENTI MARTIRI – 28 DICEMBRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22150

SANTI INNOCENTI MARTIRI – 28 DICEMBRE

sec. I

Gli innocenti che rendono testimonianza a Cristo non con le Parole, ma con il sangue, ci ricordano che il martirio è dono gratuito del Signore. Le vittime immolate dalla ferocia di Erode appartengono, insieme a santo Stefano e all’evangelista Giovanni, al corteo del re messiniaco e ricordano l’eminente dignità dei bambini nella Chiesa. (Mess. Rom.)

Patronato: Bambini Emblema: Palma

Martirologio Romano: Festa dei santi Innocenti martiri, i bambini che a Betlemme di Giuda furono uccisi dall’empio re Erode, perché insieme ad essi morisse il bambino Gesù che i Magi avevano adorato, onorati come martiri fin dai primi secoli e primizia di tutti coloro che avrebbero versato il loro sangue per Dio e per l’Agnello. Quando Erode si accorse di essere stato ingannato dai Re Magi decise di sterminare i bambini di Betlemme di Giudea, quelli dai due anni in giù e se san Giuseppe non avesse creduto all’Angelo e non fosse fuggito in Egitto, in quella strage ci sarebbe stato anche Gesù. La Chiesa celebra la memoria dei Santi Innocenti tre giorni dopo la nascita del Salvatore: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2, 18). Il vero innocente agli occhi di Dio è la creatura che non conosce malizia, non conosce menzogna, non conosce bruttura e nessuno è più innocente di un bambino che si affida totalmente, perdutamente e con amore a sua madre. Questo affidarsi ciecamente, oggi, è divenuto molto pericoloso, poiché l’Innocenza viene minata fin dal principio e non soltanto con l’eliminazione su vasta scala della persona (l’aborto), ma anche con l’eliminazione dell’integrità morale e con l’inoculazione di idee contro la Fede, contro il diritto naturale (si pensi alla teoria del gender), contro la ragione. Gli insegnanti saranno obbligati a seguire corsi di formazione e aggiornamento per migliorare, tra le altre, anche le competenze relative all’educazione all’affettività, alla sessualità, al «rispetto delle diversità» e delle pari opportunità di genere e al «superamento degli stereotipi di genere», come recita il decreto italiano 104/2013 «La scuola riparte». Tuttavia l’innocenza viene già spezzata fin dagli albori, quando il bimbo è posto davanti alla Tv ed è costretto a vedere telegiornali, pubblicità e spettacoli privi di vergogna e di decenza. L’innocenza viene calpestata fin da quando il minore viene messo davanti ad Internet per «navigare» e scoprire realtà perverse e contro Dio. L’innocenza viene poi massacrata quando i fanciulli vengono adottati da coppie omosessuali o sono in balia di orchi senza coscienza. Quale consolazione dare? «Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più». Nessuna consolazione vogliono coloro che rifiutano che il peccato e lo stravolgimento della legge naturale si abbattano sull’infanzia, ma, come fecero le madri di Betlemme, tentano di fare scudo fra gli Erode contemporanei e i bambini. «Èvvi ancora un soldato che ha tolto per forza un putto, e mentre correndo con quello se lo stringe in sul petto per amazzarlo, se li vede appiccata a’ capegli la madre di quello con grandissima rabbia; e facendoli fare arco della schiena, fa che si conosca in loro tre effetti bellissimi: uno è la morte del putto che si vede crepare, l’altro l’impietà del soldato che per sentirsi tirare sì stranamente mostra l’affetto del vendicarsi di esso putto, il terzo è che la madre, nel veder la morte del figliuolo, con furia e dolore e sdegno cerca che quel traditore non parta senza vendetta: cosa veramente più da filosofo mirabile di giudizio che da pittore», così scrive nell’opera Vite Giorgio Vasari nel suo splendido commento all’affresco (1486-1490) di Domenico Ghirlandaio, presente in Santa Maria Novella a Firenze. Sono ancora le madri le protagoniste della scena che Duccio da Buoninsegna ci offre sulla strage dei Santi Innocenti nella tavola (1308-1311) del Museo dell’Opera del Duomo in Siena: sono ammassate in disparte, affrante dal dolore e stringono fra le loro braccia i corpicini martoriati; esse ricordano vividamente le icone della Madonna con il Bambino Divino. Il contrasto formidabile tra la ferocia del potere politico e la tenerezza per gli affetti delle madri dà forma alla scena raffigurata nell’affresco di Giotto (ca. 1304-1306) della Cappella degli Scrovegni a Padova. In alto, su una tribuna, Erode ordina il massacro che i suoi sicari intabarrati eseguono con freddo cinismo e scrupolo; a fronte di essi, madri dolenti invocano inutilmente pietà, mentre si oppongono fisicamente e coraggiosamente all’eccidio. L’affresco si inserisce, non a caso, in una meditata logicità della narrazione evangelica, che ricopre le pareti della Cappella, esso è posto di fronte alla scena della Crocifissione di Gesù: il Figlio di Dio che si era salvato dal massacro dei piccoli martiri-agnelli, ora muore, innocente e martirizzato, per la salvezza di ogni uomo, anche per gli Erode di tutti i tempi, attuali più che mai. Scriveva nel 1912 Charles Peguy nel suo Le Mystère des Saints Innocents: «Si mandano i figli a scuola, dice Dio. Io penso che sia perché dimentichino il poco che sanno. Si farebbe meglio a mandare a scuola i genitori. Son loro che ne hanno bisogno. Ma naturalmente ci vorrebbe una scuola di Me. E non una scuola di uomini. Si crede che i bambini non sappiano nulla. E che i genitori e le persone grandi sappiano qualcosa. Ora io ve lo dico, è il contrario. (È sempre il contrario). Sono i genitori, sono le persone grandi che non sanno nulla. E sono i bambini che sanno. Tutto. Perché essi hanno l’innocenza prima. Che è tutto. Anche la vita è una scuola, dicono. Vi si impara tutti i giorni. La conosco, questa vita che comincia col battesimo e finisce con l’estrema unzione. È un’usura perpetua, un costante, un crescente avvizzimento. Si scende sempre. Si riempiono d’esperienza, dicono; guadagnano esperienza; imparano a vivere; di giorno in giorno accumulano esperienza. Singolare tesoro, dice Dio. Tesoro di vuoto e di carestia. Tesoro di rughe e di inquietudini. Quello che voi chiamate esperienza, la vostra esperienza, io la chiamo dispersione, la diminuzione, la decrescenza, la perdita della speranza. Ora è l’innocenza che è piena ed è l’esperienza che è vuota. È l’innocenza che vince ed è l’esperienza che perde. È l’innocenza che è giovane ed è l’esperienza che è vecchia. È l’innocenza che sa ed è l’esperienza che non sa. È il bambino che è pieno ed è l’uomo che è vuoto». Oggi si vuole e si pretende che il bambino si svuoti per riempirsi di errori dei grandi, grandi soprattutto nel peccato e nell’infelicità

Autore: Cristina Siccardi

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