Archive pour le 4 mai, 2007

AVE MARIA

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Ave, Maria
Ave, Maria, grátia plena,
Dóminus tecum.
Benedícta tu in muliéribus,
et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta María, Mater Dei,
ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostræ.
Amen.

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Predicatore del Papa: lo Spirito d’Amore del Risorto fa nuove tutte le cose

Dal sito: 

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-05-04 

Predicatore del Papa: lo Spirito d’Amore del Risorto fa nuove tutte le cose 

Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., al Vangelo domenicale 

ROMA, venerdì, 4 maggio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia – alla liturgia di questa domenica, V di Pasqua.

 

* * * 

UN COMANDAMENTO NUOVO  

V Domenica di Pasqua
Atti 14,20b-26; Apocalisse 21,1-5a; Giovanni 13, 31-33a 

C’è una parola che ricorre più volte nelle letture di questa Domenica. Si parla di « un nuovo cielo e una nuova terra », della « nuova Gerusalemme », di Dio che fa « nuove tutte le cose » e infine, nel Vangelo, del « comandamento nuovo »: « Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi »

« Nuovo », « novità » appartengono a quel ristretto numero di parole « magiche », che evocano sempre e solo sensi positivi. Nuovo di zecca, nuovo fiammante, vestito nuovo, vita nuova, giorno nuovo, anno nuovo. Il nuovo fa notizia. Sono sinonimi. « Nuova » e « novella », come aggettivi, significano una cosa nuova e, come sostantivi, una notizia. Il Vangelo si chiama « buona novella » proprio perché contiene la novità per eccellenza.

Perché ci piace tanto il nuovo? Non solo perché ciò che è nuovo, non usato (per esempio, un’automobile), in genere, funziona meglio. Se fosse solo per questo, perché saluteremmo con tanta gioia l’anno nuovo, il nuovo giorno? Il motivo profondo è che la novità, ciò che non è ancora conosciuto e sperimentato, lascia più spazio all’attesa, alla sorpresa, alla speranza, al sogno. E la felicità è proprio figlia di queste cose. Se fossimo sicuri che l’anno nuovo ci riserverà esattamente le stesse cose del vecchio, né più né meno, già non ci piacerebbe più.

Nuovo non si oppone ad « antico », ma a « vecchio ». Anche « antico » e « antichità », « antiquariato » infatti sono parole positive. Qual è la differenza? Vecchio è ciò che con il passare del tempo peggiora e perde valore; antico è ciò che con il passare del tempo migliora e acquista valore. Per questo oggi si cerca di evitare di usare l’espressione « Vecchio Testamento » e si preferisce parlare invece di « Antico Testamento ».

Adesso, con queste premesse, accostiamoci alla parola del Vangelo. Si pone subito una domanda: come mai si definisce « nuovo » un comandamento che era noto già fin dall’Antico Testamento (cfr. Lev 19, 18)? Qui ci torna utile la distinzione tra vecchio ed antico. « Nuovo » non si oppone, in questo caso, ad « antico », ma a « vecchio ». Lo stesso evangelista Giovanni in un altro passo scrive: « Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico…E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo » (1 Gv 2, 7-8). Insomma, un comandamento nuovo, o un comandamento antico? L’una e l’altra cosa. Antico secondo la lettera, perché era stato dato da tempo; nuovo secondo lo Spirito, perché solo con Cristo è data anche la forza di metterlo in pratica. Nuovo non si oppone qui, dicevo, ad antico, ma a vecchio. Quello di amare il prossimo « come se stessi » era diventato un comandamento « vecchio », cioè debole e consunto, a forza di essere trasgredito, perché
la Legge imponeva sì l’obbligo di amare, ma non dava la forza per farlo.

Occorreva, per questo, la grazia. E infatti, per sé, non è quando Gesù lo formula durante la vita, che il comandamento dell’amore diventa un comandamento nuovo, ma quando, morendo sulla croce e dandoci lo Spirito Santo, ci rende, di fatto, capaci di amarci gli uni gli altri, infondendo in noi l’amore che egli stesso ha per ognuno.

Il comandamento di Gesù è un comandamento nuovo in senso attivo e dinamico: perché « rinnova », fa nuovi, trasforma tutto. « E questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo » (S. Agostino). Se l’amore parlasse, potrebbe fare sue le parole che Dio pronuncia nella seconda lettura di oggi: « Ecco, io faccio nuove tutte le cose ». 

Superare le tensioni tra culture e religioni

dal sito della Radio Vaticana: 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=131796

Superare le tensioni tra culture e religioni e sostenere l’avvio di un serio negoziato per il Medio Oriente: Benedetto XVI ne ha parlato con l’ex presidente iraniano, Khatami, ricevuto in udienza. Intervista con mons. Piero Coda

 

Un segnale forte per il dialogo interreligioso e la convivenza civile in Iran: con queste premesse era stata annunciata dal nunzio apostolico in Iran, l’arcivescovo Angelo Mottola, la visita compiuta oggi al Papa, in Vaticano, dell’ex presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Seyyed Mohammad Khatami, giunto ieri sera a Roma. Durante il colloquio è stato auspicato di poter superare le tensioni che segnano i nostri tempi ed espresso sostegno ad iniziative forti per avviare un negoziato serio sul Medio Oriente, come la conferenza sull’Iraq chiusa oggi a Sharm-el-Sheikh. Il servizio di Roberta Gisotti:

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Benedetto XVI è stato a colloquio stamani per circa mezz’ora con l’ex capo di Stato iraniano, che si è poi soffermato un’altra mezz’ora con il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, accompagnato dall’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. “Conversazioni » – informa una nota della della Sala stampa vaticana – che “hanno permesso di soffermarsi sull’importanza di un sereno dialogo tra le culture, inteso a superare le gravi tensioni che segnano il nostro tempo e a promuovere una fruttuosa collaborazione a servizio della pace e dello sviluppo di tutti i popoli. Si è accennato pure – prosegue la nota – alle condizioni ed ai problemi delle comunità cristiane in Medio Oriente ed in Iran”. E, riguardo “alla situazione del Medio Oriente, è stata ribadita la necessità di iniziative forti della comunità internazionale” – come
la Conferenza sull’Iraq a Sharm-el-Sheikh – “in ordine all’avvio di un negoziato serio, che tenga conto dei diritti e degli interessi di tutti, nel rispetto della legalità internazionale e nella consapevolezza – conclude la nota – che occorre ricostruire la fiducia reciproca”. Al termine del colloquio tra Benedetto XVI e Khatami, lo scambio dei doni: l’ex presidente iraniano ha offerto una pubblicazione di pitture del suo Paese con immagini simboliche sul tema della pace, e il Papa ha ricambiato con un’artistica penna dedicata ai 500 anni dei Musei Vaticani. Una visita dunque attesa, quella di Khatami a Benedetto XVI – in agenda già dal novembre scorso, poi annullata “per motivi di ordine internazionale”, dopo le reazioni del mondo musulmano al discorso del Papa nell’Università di Ratisbona.

Da ricordare il precedente incontro, nel marzo ’99, tra Khatami – che ha guidato il suo Paese dal ‘97 al 2005 – e Giovanni Paolo II, il primo nella storia di un presidente iraniano con il Papa in Vaticano, improntato – si commentò allora – in uno spirito di dialogo tra musulmani e cristiani. E bene aprono alla speranza le parole di Khatami al suo arrivo ieri sera a Roma. “In un mondo in cui la cosa più importante è la violenza già parlare di pace sarebbe tantissimo”, ha detto l’ex presidente iraniano salutando i partecipanti al Convegno alla Pontificia Università Gregoriana sul tema “Dialogo interculturale: una sfida per la pace”. E stamani, ancora nella stessa sede ha auspicato “sforzi comuni in futuro” con il Papa per curare “le sofferenze di questo mondo”, ma forse – ha aggiunto – un solo incontro non può bastare, perchè “le ferite sono purtroppo molto ampie”. Fitta d’impegni l’agenda di Khatami in Italia, dove resterà fino al 10 maggio per incontrare il presidente del Consiglio Prodi, oltre al ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, al presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, al presidente dell’Unione interparlamentare, Pierferdinando Casini, e diverse altre autorità politiche e religiose a Napoli, Palermo, Milano, Forlì e Bari.

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Si è aperta dunque ieri pomeriggio e si è chiusa stamane a Roma, presso
la Pontificia Università Gregoriana, la conferenza su “Dialogo interculturale, una sfida per la pace”, promossa dalla fondazione “
La Gregoriana” e dall’ambasciata iraniana presso
la Santa Sede, che ha visto la partecipazione dell’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami. Al centro del dibattito, il rapporto fra cattolicesimo e islam, con riferimento alla situazione iraniana. Eugenio Bonanata ha intervistato mons. Piero Coda, docente di Teologia alla Lateranense:

 
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R. – Il valore di questa Conferenza è quello di una tappa – direi – storica nel cammino dell’incontro tra cristianesimo ed islam e in particolare islam sciita, quello che vive in Iran, in quanto la presenza qui a Roma del presidente Khatami, in un dialogo profondo e serrato con il cristianesimo e con la cultura occidentale, è sintomo di una grande apertura e della volontà non solo di mantenere, ma anche di far compiere dei salti qualitativi in avanti nel dialogo, appunto, tra cristianesimo ed islam.

 
D. – In che misura è possibile in Iran parlare di dialogo interreligioso?

 
R. – L’islam ha in se stesso, proprio in base ai suoi testi fondatori e alla sua esperienza bimillenaria, le virtualità necessarie per aprire degli spazi di dialogo con il cristianesimo, con le altre religioni e con la cultura moderna. La prima fondamentale linea di questa fondazione di possibilità del dialogo è il fatto stesso di credere nella rivelazione di Dio e, quindi, in una parola che è rivolta all’uomo e che fa l’uomo capace di ascolto, di apertura e misericordia verso l’altro.

 
D. – Le differenze fra le due religioni sono evidenti, ma come si può evitare lo scontro di civiltà e parlare dunque di pace?

 
R. – Lo scontro di civiltà bisogna vedere quanto nasca dalle viscere di queste tradizioni di fede e quanto invece nasca dalle sovrastrutture che una vita politica ed economica del nostro tempo tendono a porre anche sulle tradizioni religiose e mettendole, quindi, in concorrenza fra di loro.

 
D. – In Occidente, in Europa è l’immigrato a rappresentare il volto dell’islam, questo immigrato che fa paura e con cui, in alcuni casi, è difficile relazionarsi…

 
R. – Occorre diventare capaci di relazionarsi con gli altri. Non si diventa così con il semplice tocco di una bacchetta magica, ma è necessario dialogare, essere aperti, essere misericordiosi, come il Buon Samaritano di cui parla Gesù. E’ certamente un’arte difficile. Occorre oggi educarsi, tutti e non solo le nazioni occidentali – che per tanti motivi aprono le loro porte ad un forte flusso di immigrazione – ma anche altre terre ed altre civiltà della terra si aprono oggi ad un confronto diverso, ad un maggiore movimento. E’, come dire, in modo del tutto speciale, una caratteristica del nostro tempo quella del dialogo.

 
D. – Ecco, quindi, il presente, la modernità, il futuro e quindi i nostri figli…

 
R. – Certamente. Quando Paolo VI nella sua prima enciclica parla del dialogo come la parole del nostro tempo, dicendo che
la Chiesa è oggi chiama a farsi dialogum. Espressione, questa, straordinaria e che ha dettato poi anche la tabella di marcia del Concilio e che ha intuito profeticamente dallo Spirito Santo, quella che è una esigenza del nostro tempo. E’ impensabile che le generazioni future possano convivere in modo costruttivo e nella pace senza una cultura che assuma ed interiorizzi la capacità e la volontà di dialogo come struttura portante del vivere sociale. 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 4 mai, 2007 |Pas de commentaires »

ATTACCO ALLA CHIESA

Dal giornale on line di “Avvenire” 

ATTACCO ALLA CHIESA
Padre Lombardi sulle parole del comico Rivera: «Atto irresponsabile». Ma tutti devono darsi da fare «per disinnescare le tensioni. Non bisogna trasformare una sciocchezza in una tragedia» 

«È terrorismo alimentare
furori ciechi e irrazionali» 

L’«Osservatore romano»: strategia della tensione le frasi contro il Papa al concerto del 1° maggio 

Da Roma Gianni Santamaria 

«Anche questo è terrorismo». Non ricorre ai mezzi termini l’Osservatore Romano per definire la performance del comico Andrea Rivera, che dal palco del primo maggio – sul quale era salito come conduttore insieme all’attrice Claudia Gerini – si è lasciato andare a pesanti battute sul Papa e
la Chiesa cattolica. Il giorno dopo, ieri, il giornale della Santa Sede, nella cronaca che apre la pagina delle notizie italiane, ha definito la prova un «piccolo comizio», nel quale il conduttore «ha mischiato varie cose e varie aggressioni verbali, dando vita a un confuso e approssimativo discorso sull’evoluzionismo e sui temi delle vita e della morte». In serata, parlando al Tg1, il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha definito le parole di Rivera un «atto irresponsabile», invitando poi a darsi da fare tutti «per disinnescare le tensioni e per ricreare le condizioni per un dialogo sereno nella nostra società». In questo senso, ha concluso il gesuita, «è bene che quella che in realtà è stata una evidente sciocchezza non diventi una tragedia, e non sia occasione per un riaccendersi di sproporzionati conflitti». Ma a far accendere un’infuocata polemica nel corso della giornata era stato il riferimento dell’Osservatore al terrorismo. L’articolo apparso sull’organo della Santa Sede, invece, afferma con sicurezza che «è terrorismo lanciare attacchi alla Chiesa. È terrorismo alimentare furori ciechi e irrazionali contro chi parla sempre dell’amore per la vita e l’amore per l’uomo». E rincara la dose: «È vile e terroristico lanciare sassi, questa volta addirittura contro il Papa, sentendosi coperti dalle grida di approvazione di una folla facilmente eccitabile». Inoltre l’Osservatore sottolinea come ciò sia fatto tramite argomenti «risibili», che manifestano la «solita sconcertante ignoranza sui temi nei quali si pretende di intervenire pur facendo tutt’altro mestiere». Infine, il giornale d’Oltretevere collega la vicenda al clima di questi mesi, culminato nelle minacce al presidente della Cei Angelo Bagnasco. «Sono di queste ore anche gli slogan nei cortei inneggianti ai terroristi, i messaggi che appaiono su internet, provenienti da « br » in carcere, un’offensiva che cerca di trovare terreno fertile nell’odio anticlericale». Quest’ultimo viene «coscientemente alimentato da chi fa del laicismo la sua sola ragione d’essere, per convenienza politica». Un atteggiamento che usa «interpretazioni capziose di discorsi fatti dallo stesso presidente della Cei, discorsi condotti sempre, come si diceva, in nome dell’amore, in difesa del bene dell’uomo, ragionamenti articolati e argomentati, rivolti a chi ha l’onesta di ascoltarli». Mentre le forzature servono solo ad aprire una «nuova strategia della tensione, dalla quale trae ispirazione chi cerca motivi per tornare a impugnare le armi, per rivitalizzare organizzazioni che hanno perso su tutti i fronti, primo fra tutti quello della storia». Insomma, a far rivivere «anacronismi». «Come quella presenza sul palco a San Giovanni. Un residuato in mezzo a tanti giovani». Infine, l’articolo si chiede come ci sia finito sul palco «questo personaggio, al quale si è purtroppo costretti a concedere ora un’immeritata notorietà». «Chi l’ha scelto non ha tenuto conto del momento che stiamo vivendo. Le parole del « conduttore » forse sono solo espressione di una sconcertante superficialità. Ma la loro pericolosità non è altrettanto superficiale». Gli organizzatori, vale a dire le confederazioni sindacali, hanno preso le distanze subito per bocca dei tre segretari. «Sono frasi del tutto inopportune, tanto più in una giornata come questa», è stato il commento di Guglielmo Epifani della Cgil. Per Raffaele Bonanni della Cisl, «questo non è il luogo adatto per fare politica e fare divisioni». Angeletti (Uil) ha liquidato quelle di Rivera come «dichiarazioni stupide». Bonanni ieri ha invitato l’artista a scusarsi con il Vaticano, ma anche con i sindacati «perché ha usato impropriamente» la manifesta zione «come occasione di propaganda ideologica» e ha affermato che, con le altre due sigle dei lavoratori, valuterà nei prossimi giorni se «chiedere i danni a questa persona per aver leso, in qualche modo, l’immagine di tolleranza e di convivenza tipica del concerto del primo maggio». Rivera – già artista di strada, poi transitato dal teatro, con Gigi Proietti, alla tv, con Serena Dandini («Parla con me» su Raitre) – alla fine e si è detto «profondamente dispiaciuto di aver creato polemiche così accese nel mondo televisivo, politico e religioso» e si è detto «consapevole di non aver fatto delle esternazioni leggere», ma che non era sua intenzione offendere il Papa e

la Chiesa.

 

 

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