Archive pour le 23 mai, 2007

« Come tu sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola »

Sant’Ignazio d’Antiochia (? – circa 110), vescovo et martire
Lettera agli Efesini, 2-4

« Come tu sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola »

Bisogna glorificare in ogni modo Gesù Cristo che ha glorificato voi, perché riuniti in una stessa obbedienza e sottomessi al vescovo e ai presbiteri siate santificati in ogni cosa. Non vi comanderò come se fossi qualcuno. Se pur sono incatenato nel Suo nome, non ancora ho raggiunto la perfezione in Gesù Cristo. Solo ora incomincio a istruirmi e parlo a voi come miei condiscepoli. Bisogna che da voi sia unto di fede, di esortazione, di pazienza e di magnanimità. Ma poiché la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia con la mente di Dio. E Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo.

Conviene procedere d’accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre… È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio.

Gesù, l’uomo che appartiene al mondo

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Gesù, l’uomo che appartiene al mondo

« L’unicità di Cristo come rivelatore storico, come Parola incarnata, e il mistero del Calvario [ci obbligano ad affermare che] Dio si rivela nella storia, sia all’interno che all’esterno della Chiesa. »

Arcivescovo Nathan Söderblom, Conferenze Gifford, 1931

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Papa Benedetto – udienza Generale – mercoledì 23 – maggio 2007

Dal sito Vaticano:

 BENEDETTO XVI  

UDIENZA GENERALE  

Piazza San Pietro
Mercoledì, 23 maggio 2007 
 
   

Viaggio Apostolico in Brasile

Cari fratelli e sorelle,

 in questa Udienza generale vorrei soffermarmi sul Viaggio apostolico che ho compiuto in Brasile, dal 9 al 14 di questo mese. Dopo due anni di Pontificato, ho avuto finalmente la gioia di recarmi nell’America Latina, che tanto amo e dove vive, di fatto, una gran parte dei cattolici del mondo. La meta è stata il Brasile, ma ho inteso abbracciare tutto il grande subcontinente latinoamericano, anche perché l’evento ecclesiale che mi ha chiamato là è stato
la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi. Desidero rinnovare l’espressione della mia profonda gratitudine per l’accoglienza ricevuta ai cari fratelli Vescovi, in particolare a quelli di San Paolo e di Aparecida. Ringrazio il Presidente del Brasile e le altre Autorità civili, per la loro cordiale e generosa collaborazione; con grande affetto ringrazio il popolo brasiliano per il calore con cui mi ha accolto – era veramente grande e commovente – e per l’attenzione che ha prestato alle mie parole. 

Il mio Viaggio ha avuto anzitutto il valore di un atto di lode a Dio per le “meraviglie” operate nei popoli dell’America Latina, per la fede che ha animato la loro vita e la loro cultura durante più di cinquecento anni. In questo senso è stato un pellegrinaggio, che ha avuto il suo culmine nel Santuario della Madonna Aparecida, Patrona principale del Brasile. Il tema del rapporto tra fede e cultura è stato sempre molto a cuore ai miei venerati Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ho voluto riprenderlo confermando
la Chiesa che è in America Latina e nei Caraibi nel cammino di una fede che si è fatta e si fa storia vissuta, pietà popolare, arte, in dialogo con le ricche tradizioni precolombiane e poi con le molteplici influenze europee e di altri continenti. Certo, il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre che accompagnarono l’opera di evangelizzazione del continente latinoamericano: non è possibile infatti dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali. Ma la doverosa menzione di tali crimini ingiustificabili – crimini peraltro già allora condannati da missionari come Bartolomeo de Las Casas e da teologi come Francesco da Vitoria dell’Università di Salamanca – non deve impedire di prender atto con gratitudine dell’opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli. Il Vangelo è diventato così nel Continente l’elemento portante di una sintesi dinamica che, con varie sfaccettature a seconda delle diverse nazioni, esprime comunque l’identità dei popoli latinoamericani. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, questa identità cattolica si presenta ancora come la risposta più adeguata, purché animata da una seria formazione spirituale e dai principi della dottrina sociale della Chiesa. 

Il Brasile è un grande Paese che custodisce valori cristiani profondamente radicati, ma vive anche enormi problemi sociali ed economici. Per contribuire alla loro soluzione
la Chiesa deve mobilitare tutte le forze spirituali e morali delle sue comunità, cercando opportune convergenze con le altre energie sane del Paese. Tra gli elementi positivi sono certo da indicare la creatività e la fecondità di quella Chiesa, in cui nascono in continuazione nuovi Movimenti e nuovi Istituti di vita consacrata. Non meno lodevole è la dedizione generosa di tanti fedeli laici, che si dimostrano molto attivi nelle varie iniziative promosse dalla Chiesa. 

Il Brasile è anche un Paese che può offrire al mondo la testimonianza di un nuovo modello di sviluppo: la cultura cristiana infatti può animarvi una “riconciliazione” tra gli uomini e il creato, a partire dal recupero della dignità personale nella relazione con Dio Padre. In questo senso, un esempio eloquente è la “Fazenda da Esperança”, una rete di comunità di recupero per giovani che vogliono uscire dal tunnel tenebroso della droga. In quella che ho visitato, traendone una profonda impressione di cui conservo vivo il ricordo nel cuore, è significativa la presenza di un monastero di Suore Clarisse. Questo mi è parso emblematico per il mondo d’oggi, che ha bisogno di un “recupero” certamente psicologico e sociale, ma ancor più profondamente spirituale. Ed emblematica è stata pure la canonizzazione, celebrata nella gioia, del primo Santo nativo del Paese: Fra Antonio di Sant’Anna Galvão. Questo sacerdote francescano del secolo XVIII, devotissimo della Vergine Maria, apostolo dell’Eucaristia e della Confessione, fu chiamato, ancora vivente, “uomo di pace e di carità”. La sua testimonianza è un’ulteriore conferma che la santità è la vera rivoluzione, che può promuovere l’autentica riforma della Chiesa e della società. 

Nella Cattedrale di San Paolo ho incontrato i Vescovi del Brasile,
la Conferenza episcopale più numerosa del mondo. Testimoniare loro il sostegno del Successore di Pietro era uno degli scopi principali della mia missione, perché conosco le grandi sfide che l’annuncio del Vangelo deve affrontare in quel Paese. Ho incoraggiato i miei Confratelli a portare avanti e rafforzare l’impegno della nuova evangelizzazione, esortandoli a sviluppare in modo capillare e metodico, la diffusione della Parola di Dio, affinché la religiosità innata e diffusa delle popolazioni possa approfondirsi e diventare fede matura, adesione personale e comunitaria al Dio di Gesù Cristo. Li ho animati a recuperare ovunque lo stile della primitiva comunità cristiana, descritta nel Libro degli Atti degli Apostoli: assidua nella catechesi, nella vita sacramentale e nella carità operosa. Conosco la dedizione di questi fedeli servitori del Vangelo, che vogliono presentare senza riduzioni e confusioni, vigilando sul deposito della fede con discernimento; è pure loro costante preoccupazione quella di promuovere lo sviluppo sociale principalmente mediante la formazione dei laici, chiamati ad assumere responsabilità nel campo della politica e dell’economia. Ringrazio Dio di avermi permesso di approfondire la comunione con i Vescovi brasiliani, e continuo a portarli sempre nella mia preghiera. 

Altro momento qualificante del Viaggio è stato senza dubbio l’incontro con i giovani, speranza non solo per il futuro, ma forza vitale anche per il presente della Chiesa e della società. Per questo la veglia animata da loro a San Paolo del Brasile è stata una festa della speranza, illuminata dalle parole di Cristo rivolte al “giovane ricco”, che gli aveva chiesto: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (Mt 19,16). Gesù gli indicò prima di tutto “i comandamenti” come la via della vita, e poi lo invitò a lasciare tutto per seguirlo. Anche oggi
la Chiesa fa lo stesso: prima di tutto ripropone i comandamenti, vero cammino di educazione della libertà al bene personale e sociale; e soprattutto propone il “primo comandamento”, quello dell’amore, perché senza l’amore anche i comandamenti non possono dare senso pieno alla vita e procurare la vera felicità. Solo chi incontra in Gesù l’amore di Dio e si mette su questa via per praticarlo tra gli uomini, diventa suo discepolo e missionario. Ho invitato i giovani ad essere apostoli dei loro coetanei; e per questo a curare sempre la formazione umana e spirituale; ad avere grande stima del matrimonio e del cammino che conduce ad esso, nella castità e nella responsabilità; ad essere aperti anche alla chiamata alla vita consacrata per il Regno di Dio. In sintesi, li ho incoraggiati a mettere a frutto la grande “ricchezza” della loro gioventù, per essere il volto giovane della Chiesa. 

Culmine del Viaggio è stata l’inaugurazione della Quinta Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, nel Santuario di Nostra Signora Aparecida. Il tema di questa grande e importante assemblea, che si concluderà alla fine del mese, è “Discepoli e missionari di Gesù Cristo, affinché i nostri popoli in Lui abbiano vita – Io sono la via,
la Verità e
la Vita
”. Il binomio “discepoli e missionari” corrisponde a quello che il Vangelo di Marco dice a proposito della chiamata degli Apostoli: “(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc 3,14-15). La parola “discepoli” richiama, quindi, la dimensione formativa e della sequela, della comunione e dell’amicizia con Gesù; il termine “missionari” esprime il frutto del discepolato, cioè la testimonianza e la comunicazione dell’esperienza vissuta, della verità e dell’amore conosciuti e assimilati. Essere discepoli e missionari comporta un vincolo stretto con
la Parola di Dio, con l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, il vivere nella Chiesa in ascolto obbediente dei suoi insegnamenti. Rinnovare con gioia la volontà di essere discepoli di Gesù, di “stare con Lui”, è la condizione fondamentale per esserne missionari “ripartendo da Cristo”, secondo la consegna del Papa Giovanni Paolo II a tutta
la Chiesa dopo il Giubileo del 2000. Il mio venerato Predecessore ha sempre insistito su una evangelizzazione “nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione”,
come affermò proprio parlando all’Assemblea del CELAM, il 9 marzo 1983, ad Haiti (cfr Insegnamenti VI/1 [1983], 698). Con il mio Viaggio apostolico, ho voluto esortare a proseguire su questa strada, offrendo come prospettiva unificante quella dell’Enciclica Deus caritas est, una prospettiva inseparabilmente teologica e sociale, riassumibile in questa espressione: è l’amore che dona la vita. “La presenza di Dio, l’amicizia col Figlio di Dio incarnato, la luce della sua Parola, sono sempre condizioni fondamentali per la presenza ed efficacia della giustizia e dell’amore nelle nostre società” (Discorso inaugurale della V Conf. Gen. dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, 4: L’Osservatore Romano, 14-15 maggio 2007, p. 14). 

Alla materna intercessione della Vergine Maria, venerata col titolo di Nostra Signora di Guadalupe quale patrona dell’intera America Latina, e al nuovo santo brasiliano, Fra Antonio di Sant’Anna Galvão, affido i frutti di questo indimenticabile Viaggio apostolico. 

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Abramo ebbe fede in Dio (Gen 15, 5-6)- di Abramo Alberto Piattelli

Il Rabbino Piettelli è stato professore mio di ebraismo, è una persona molto dolce e preaparata, alla Sinagoga di Roma fa parte dei « tre saggi » Dal sito:

http://www.nostreradici.it/giornata01_Piattelli.htm

Abramo ebbe fede in Dio (Gen 15, 5-6)-
Contributo di Abramo Alberto Piattelli Rabbino – Roma

 

Uno dei punti di riferimento più importanti nel dialogo interreligioso tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica è costituito dalla centralità nelle due fedi della figura del patriarca Abramo.
Senza dubbio ciò è dovuto in primo luogo al fatto che nella Scrittura Abramo viene considerato come padre di una moltitudine di gente colui cioè che sentì su di sé e sulla propria discendenza il significato di un certo messaggio e la missione di condurre con amore e benevolenza tutte le genti verso la protezione delle ali della divina Provvidenza.
Questa propensione al significato universale della figura di Abramo, è messa in evidenza da un’ulteriore considerazione. Secondo il testo biblico, Abramo ebbe tre mogli: Sara, Hagar e Kenturà, da ognuna delle quali ebbe dei figli. Gli esegeti del Midrash mettono in evidenza l’origine diversa di ciascuna delle mogli: Sara sarebbe discendente di Sem, Hagar, l’egiziana, di Cam, mentre Kenturà di Jafet, da cui discenderebbe la stirpe indoeuropea. Dato che secondo la Bibbia, i figli di Noè costituirebbero i capostipiti del genere umano, Abramo sarebbe, dal punto di vista genealogico, capostipite di una discendenza universale.
Ma per ebrei Abramo costituisce innanzi tutto il patriarca del popolo ebraico, colui che lascia la proprio patria per poter portare avanti in maniera autonoma e senza influenze spurie l’intuizione di un Dio unico, trascendente e provvidenziale, creatore di ogni realtà. In risposta a questa obbedienza Dio gli promise che da lui sarebbe discesa una nuova nazione, la quale avrebbe recato una qualità spirituale al mondo del tutto speciale. La promessa di Dio ad Abramo appartiene all’intera umanità. Nella Scrittura interviene, però, un patto tra Dio e Abramo, che serve a definire la relazione particolare esistente tra Dio e la sua discendenza. Dio dovrà essere considerato come divinità specifica del popolo ebraico, mentre la discendenza dovrà tenere fede al patto particolare stipulato con Dio. In questa occasione, momento cruciale del futuro popolo d’Israele, la terra d’Israele viene promessa ai discendenti del Patriarca.
Nelle figura di Abramo, così come viene presentata nel libro della Genesi, si fondono insieme due valenze: il carattere universale da una parte e quello nazionale dall’altra. Nella teologia ebraica la stretta correlazione tra queste due valenze è la prospettiva fondamentale della storia dell’umanità.
Caratteristica della figura di Abramo, è quella di essere, a differenza di Isacco e di Giacobbe, il simbolo della virtù del hesed, dell’amore e dell’altruismo verso il proprio prossimo.
Dall’esame delle storie bibliche riguardanti Abramo, i Maestri ebrei con perspicacia midrascica hanno trovato diversi esempi di hesed da parte di Abramo, che viene intesa addirittura come forma di imitatio dei. Per esempio, la Scrittura racconta che la divinità apparve ad Abramo presso i querceti di Mamrè senza spiegare il motivo di tale apparizione. Rabbì Ammà bar Hanina insegna che Dio apparve ad Abramo allo scopo di fare visita al malato. Da poco, infatti, Abramo si era sottoposto alla circoncisione. Ad un certo punto però, continua la Scrittura, Abramo interruppe la comunione con la divinità per andare incontro a tre viandanti sconosciuti che provenivano dal deserto. Proprio come Dio eseguì un atto di amore nel visitare « il malato » Abramo, così questi interruppe la comunione con Dio e corse, nonostante la sua convalescenza, incontro ai viandanti, per offrire a loro ospitalità. Abramo preferì offrire agli essere umani un atto di amore piuttosto che riceverne uno da parte di Dio.
La lezione che emerge da questa esegesi midrascica è chiara: la imitatio dei deve avere l’assoluta precedenza, addirittura sul godimento della rivelazione divina. Insomma l’etica viene prima del misticismo e – come afferma il Talmud – il sentimento di ospitalità ha la precedenza sull’accoglimento della Presenza divina.
La vera religiosità trova espressione in atti di benevolenza e di altruismo che costituiscono l’espressione più alta della conoscenza di Dio da parte dell’uomo.
Non soltanto Abramo ha compiuto atti di hesed, ma ha impegnato i suoi discendenti a compiere tali atti, come afferma la Scrittura: « Io lo prediligo affinché raccomandi ai suoi figli ed alla sua progenie a venire, di osservare la via del Signore operando carità e giustizia ».
Abramo è presentato nella scrittura come il prototipo dell’uomo di fede, tanto che il testo afferma: « Ebbe fede nell’Eterno e questo gli fu ascritto come merito ». Tale sentimento trova la sua applicazione più alta nel momento del sacrificio del figlio Isacco, come pure in tanti altri episodi in cui prevale la sottomissione e la fiducia nel volere dell’Eterno. Ma come va intesa questa fede? « Nell’ebraismo la fede non è altro che la vivente coscienza dell’Eterno, il senso della vicinanza di Dio, della sua rivelazione e della sua potenza creatrice che si manifesta in tutte le cose. È la capacità dell’anima di percepire il permanente nel transitorio, il Segreto del Creato. La parola biblica che indica fede designa l’intima saldezza e l’interiore pace, la forza e la costanza dell’anima umana » (Baeck).
Ma l’Ebraismo non ammette che la fede da sola sia garanzia di salvezza; ad essa vanno accompagnate le opere, le azioni concrete che Dio indica nella sua Legge morale.
L’azione deve essere conseguenza della fede, così come affermano i Maestri ebrei « la cosa essenziale non è la teoria, bensì l’azione ».

Publié dans:Approfondimenti |on 23 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Le reazioni alle affermazioni del Papa sul mondo indigeno sono decontestualizzate

dal sito: 

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-05-22  Le reazioni alle affermazioni del Papa sul mondo indigeno sono decontestualizzate 

APARECIDA, martedì, 22 maggio 2007 (ZENIT.org).- Il Cardinale Julio Terrazas Sandoval, CSSR, Arcivescovo di Santa Cruz de
la Sierra (Bolivia), ha spiegato questo martedì che le reazioni alle parole del Papa sul mondo indigeno nel corso del suo recente viaggio in Brasile nascono dalla mancanza di conoscenza del discorso del Pontefice e del suo contesto.
“Ciò che il Santo Padre ha detto sul mondo indigeno ha suscitato molte reazioni. Questo è normale soprattutto quando non si legge tutto il documento”, ha detto il Cardinale in un incontro con la stampa nel santuario di Aparecida.

Autorità latinoamericane e leader sociali e indigeni hanno criticato negli ultimi giorni la frase tratta dal discorso del Papa all’apertura delle Conferenza di Aparecida che afferma che “l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera”.

Secondo il Cardinale, la strumentalizzazione di questo passaggio del discorso del Papa “diventa materia per confondere e per denigrare il messaggio, e anche, lamentiamo, per insultare la persona”.

Il Cardinale ha affermato che le critiche non tengono conto del fatto che il Santo Padre chiedeva “che tutte le culture, non solo quelle indigene, si aprano a valori di altre culture, che entrino in dialogo, perché questo è il modo di arricchirsi pienamente”.

“Questo è il modo di conoscersi meglio ed è il modo di proiettare identità che non sono oggetto di ideologie passeggere ma identità che partono dalla propria vita”, ha detto monsignor Terrazas Sandoval.

Di fatto, il Papa nel suo discorso ha affermato che “le autentiche culture non sono chiuse in se stesse né pietrificate in un determinato momento della storia, ma sono aperte, più ancora, cercano l’incontro con altre culture, sperano di raggiungere l’universalità nell’incontro e nel dialogo con altre forme di vita e con gli elementi che possono portare ad una nuova sintesi nella quale si rispetti sempre la diversità delle espressioni e della loro realizzazione culturale concreta”.

“In ultima istanza – ha proseguito il Pontefice –, solo la verità unifica e la sua prova è l’amore. Per questo motivo Cristo, essendo realmente il Logos incarnato, ‘l’amore fino alla fine’, non è estraneo ad alcuna cultura né ad alcuna persona; al contrario, la risposta desiderata nel cuore delle culture è quella che dà ad esse la loro identità ultima, unendo l’umanità e rispettando contemporaneamente la ricchezza delle diversità, aprendo tutti alla crescita nella vera umanizzazione, nell’autentico progresso. Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura”.

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