Archive pour le 24 mai, 2007

«Pasci le mie pecorelle»

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Commento al vangelo di San Giovanni, 123, 5 (Nuova biblioteca agostiniana)

«Pasci le mie pecorelle»

Il Signore domanda a Pietro se gli vuole bene – ciò che già sapeva ; gli domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza ; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore. Così alla sua triplice negazione corrisponde la triplice confessione d’amore, in modo che la sua lingua non abbia a servire all’amore meno di quanto ha servito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu di fronte alla minaccia della morte. Sia dunque impegno di amore pascere il gregge del Signore, come fu indice di timore negare il pastore.

Coloro che pascono le pecore di Cristo con l’intenzione di volerle legare a sé, non a Cristo, dimostrano di amare se stessi, non Cristo, spinti come sono dalla cupidigia di gloria o di potere o di guadagno, non dalla carità che ispira l’obbedienza, il desiderio di aiutare e di piacere a Dio. Contro costoro, ai quali l’Apostolo rimprovera, gemendo, di cercare i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2, 21), si leva forte e insistente la voce di Cristo. Che altro è dire: « Mi ami tu? Pasci le mie pecore », se non dire: Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua; il mio dominio, non il tuo; il mio guadagno e non il tuo… Non siamo dunque amanti di noi stessi, ma amiamo il Signore. Nel pascere le sue pecore, cerchiamo il guadagno del Signore senza preoccuparci del nostro.

Madre de los desaparecidos

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Maria ed Elisabetta

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Cattedrale di Parma

http://www.cattedrale.parma.it/page.asp?IDData=15844&IDCategoria=500&IDSezione=2379

Fine XV-inizio XVI
Cristoforo Caselli realizza il dipinto dedicato alla Visitazione di Maria Vergine ad Elisabetta, conservata nella cappella Bernieri (prima a destra entrando).

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Benedetto XVI e Khatami: la buona pista di Regensburg

dal sito di AsiaNews:

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9172&geo=&theme=&size=A

04/05/2007 12:48
VATICANO – IRAN
Benedetto XVI e Khatami: la buona pista di Regensburg
di Bernardo Cervellera

L’incontro oggi in Vaticano fra Mohammad Khatami e Benedetto XVI è all’insegna del “dialogo fra le civiltà”. L’ex presidente iraniano si batte da anni per questo dialogo che implica una chiara identità degli interlocutori, un rispetto profondo per l’elemento religioso, una critica alla ragione matematica e materialista. Da questo punto di vista, l’incontro di oggi è in sintonia profonda con il discorso fatto dal papa all’università di Regensburg lo scorso settembre. 

La magistrale lezione di papa Ratzinger tendeva infatti a sottolineare un allargamento della ragione, superando l’illuminismo anti-religioso (“irrazionale”), proprio per permettere un dialogo ricco e fraterno con le culture extra-europee e non occidentali. Allo stesso tempo il papa mostrava che la violenza è “irrazionale” e quindi non degna né di Dio, né dell’uomo, né di qualunque religione, Islam compreso. 

La bagarre emersa dopo il discorso di Regensburg, ad opera dei liberal occidentali e degli islamisti orientali, ha svilito lo spessore della proposta di Benedetto XVI a una semplice diatriba fra Islam e cristianesimo, con “l’evidente” incapacità di quest’ultimo di comprendere l’Islam, accusando il papa di fomentare una “guerra di religione”. 

A quel tempo Khatami è stato fra i pochi leader musulmani – il primo – a prendere le distanze da cortei, manifestazioni e assalti nel mondo islamico, domandando a tutti di “leggere tutto il discorso del papa, prima di criticarlo”. Ma proprio a causa della situazione infuocata creata dalle malevoli interpretazioni della lezione di Regensburg, la sua visita in Vaticano, prevista per novembre, non ha avuto luogo. L’incontro di oggi sana una ferita e dice che il “dialogo fra le civiltà” è più forte del “conflitto fra le civilizzazioni”. 

Ma è una guarigione solo a metà. Ciò che infatti tarda a guarire è il mondo liberal occidentale che pur di non rivedere la cieca chiusura di una ragione senza Dio, continua a battere come un materasso
la Chiesa cattolica e il papa e giustifica le molte violenze in nome dell’Islam, fomentando una nuova guerra di religione con l’Islam. 

Nel loro accecamento ideologico, buona parte degli intellettuali cosiddetti “progressisti” affermano che le cause del terrorismo sono l’imperialismo americano, il colonialismo, lo Stato d’Israele, la globalizzazione. Ma con questo essi non si accorgono che il terrorismo islamista colpisce ben oltre l’occidente: i buddisti in Thailandia, gli indù in India, gli stessi musulmani, sunniti o sciiti. Perfino le violenze fra i palestinesi non sono tutte di marca israeliana, ma sorte da una lotta di potere fra Hamas e Fatah. 

Grazie a questa cecità in Europa – e anche in Italia – stiamo assistendo a una vera e propria alleanza fra il progressismo e l’islamismo violento. In nome dell’antiamericanismo e del multiculturalismo si chiede il ritiro degli eserciti dall’Iraq, dall’Afghanistan, si avallano le violenze dei maschi sulle donne islamiche e la poligamia. Ancora ieri al parlamento europeo si è preso in giro il papa, mentre si è stati molto cauti sul tema delle vignette anti-Maometto. E mentre si predica un atteggiamento benevolo nei confronti dell’Islam violento, si diffonde intransigenza e intolleranza verso
la Chiesa cattolica, “colpevole” di esporre croci e presepi e di esprimere nella società (“liberale”?) il suo parere sulla vita e la famiglia. 

L’incontro fra Benedetto XVI e Khatami mostra che un dialogo è possibile se gli interlocutori non nascondono la loro identità e lavorano per il bene dell’uomo e della donna. Per fare questo, è necessario che da oriente e occidente si condanni sempre e comunque la violenza, garantendo la libertà di religione. 

Benedetto XVI ai vescovi italiani: la fede cattolica è il fattore unificante della nazione italiana.

dal sito della Radio Vaticana :

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=135442 

24/05/2007 14.05.55


Benedetto XVI ai vescovi italiani: la fede cattolica è il fattore unificante della nazione italiana. Famiglia, vocazioni, lotta alla povertà e dialogo interreligioso tra i temi forti affrontati dal Papa

 

Una forza viva, radicata nella società, impegnata a promuovere i valori fondamentali a partire dalla famiglia e dal sostegno ai più deboli: Benedetto XVI ha descritto, così, le caratteristiche della Chiesa italiana, nell’udienza di stamani in Vaticano ai membri della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della 57.ma assemblea generale della CEI. All’inizio del suo intervento, il Papa ha ringraziato il cardinale Camillo Ruini e l’arcivescovo Angelo Bagnasco, che gli è succeduto nella carica di presidente dell’episcopato italiano, nel marzo scorso. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 In Italia, la “fede è viva”, “profondamente radicata” e
la Chiesa “è una realtà di popolo, capillarmente vicina alle persone e alle famiglie”: è la certezza di Benedetto XVI, che nel suo discorso ai vescovi italiani ha messo l’accento sul cattolicesimo quale fattore unificante della società italiana:

« La fede cattolica e la presenza della Chiesa rimangono il grande fattore unificante di questa amata Nazione ed un prezioso serbatoio di energie morali per il suo futuro ».

Queste “consolanti realtà positive”, ha proseguito il Papa, non devono far ignorare o sottovalutare le insidie e difficoltà presenti che “possono crescere con il passare del tempo e delle generazioni”:

« Avvertiamo quotidianamente, nelle immagini proposte dal dibattito pubblico e amplificate dal sistema delle comunicazioni, ma anche, sebbene in misura diversa, nella vita e nei comportamenti delle persone, il peso di una cultura improntata al relativismo morale, povera di certezze e ricca invece di rivendicazioni non di rado ingiustificate ».
 
Ecco, allora, “la necessità di un irrobustimento della formazione cristiana, mediante una catechesi più sostanziosa”. Benedetto XVI ha così indicato l’urgenza di mettere costantemente Dio “al centro della vita” delle comunità”. Ha poi ribadito l’importanza che va riservata alla cura per le vocazioni al sacerdozio, “come anche la sollecitudine per la formazione permanente e per le condizioni in cui vivono e operano i sacerdoti”. E in tale contesto, ha evidenziato che già adesso “il numero troppo esiguo di giovani sacerdoti” rappresenta “un serio problema per l’azione pastorale”. Quindi, ha dedicato una parte cospicua del suo discorso alla famiglia. Ai presuli, ha ricordato, che hanno “una precisa responsabilità” non solo verso le Chiese loro affidate, “ma anche verso l’intera nazione”. Nel “pieno e cordiale rispetto della distinzione tra Chiesa e politica”, ha detto il Papa, non “possiamo non preoccuparci” di ciò che è buono per l’uomo e “in concreto del bene comune dell’Italia”. Un’attenzione, ha affermato ancora, che i presuli hanno dimostrato con
la Nota sulla famiglia e le iniziative legislative in materia di unioni di fatto, approvata dal Consiglio episcopale permanente “in piena consonanza con il costante insegnamento della Sede Apostolica”. Benedetto XVI si è così soffermato sul Family Day:

« La recentissima manifestazione a favore della famiglia, svoltasi per iniziativa del laicato cattolico ma condivisa anche da molti non cattolici, è stata una grande e straordinaria festa di popolo, che ha confermato come la famiglia stessa sia profondamente radicata nel cuore e nella vita degli italiani. Questo evento ha certamente contribuito a rendere visibile a tutti quel significato e quel ruolo della famiglia nella società che ha particolarmente bisogno di essere compreso e riconosciuto oggi, di fronte a una cultura che si illude di favorire la felicità delle persone insistendo unilateralmente sulla libertà dei singoli individui ».

Pertanto, ha aggiunto, “ogni iniziativa dello Stato a favore della famiglia come tale non può che essere apprezzata e incoraggiata”. D’altro canto, ha rilevato che “la medesima attenzione ai veri bisogni della gente si esprime nel servizio quotidiano alle molte povertà, antiche e nuove, visibili o nascoste”. E’ un servizio, ha detto il Papa, “nel quale si prodigano tante realtà ecclesiali”, dalle Diocesi alle parrocchie, dalla Caritas a molte altre organizzazioni di volontariato. Parole corredate da una viva esortazione:

« Insistete, cari Fratelli vescovi, nel promuovere e animare questo servizio, affinché in esso risplenda sempre l’autentico amore di Cristo e tutti possano toccare con mano che non esiste separazione alcuna tra
la Chiesa custode della legge morale, scritta da Dio nel cuore dell’uomo, e
la Chiesa che invita i fedeli a farsi buoni samaritani, riconoscendo in ciascuna persona sofferente il proprio prossimo ».

Benedetto XVI è, poi, tornato con la memoria al grande evento ecclesiale di Verona dell’ottobre scorso, che ha visto riunita
la Chiesa italiana. Si tratta ora, ha affermato, di proseguire il cammino “per rendere effettivo e concreto quel “grande sì” che Dio in Gesù Cristo ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza”. Ancora, ha invitato i presuli ad annunciare Cristo ai “figli di quei popoli che ora vengono a vivere e lavorare in Italia”, come anche a quanti si sono allontanati dalla fede e sono “sottoposti alle tendenze secolarizzatici che vorrebbero dominare la società e la cultura” in Italia. Benedetto XVI ha lodato la scelta dell’episcopato italiano di mettere alla base dell’impegno missionario “la fondamentale verità che Gesù Cristo è l’unico Salvatore del mondo”. Citando
la Dominus Iesus, il Papa ha perciò sottolineato che bisogna avere piena coscienza che “dal mistero di Gesù Cristo”, “vivo e presente nella Chiesa, scaturiscono l’unicità e l’universalità salvifica della rivelazione cristiana”. Il Papa ha inoltre ribadito “la stima e il rispetto verso le altre religioni e culture”:

« Non può però diminuire la consapevolezza delloriginalità, pienezza e unicità della rivelazione del vero Dio che in Cristo ci è stata definitivamente donata, e nemmeno può attenuarsi o indebolirsi la vocazione missionaria della Chiesa. Il clima culturale relativistico che ci circonda rende sempre più importante e urgente radicare e far maturare in tutto il corpo ecclesiale la certezza che Cristo è il nostro unico Salvatore ».
 
Proprio con questa intenzione, ha aggiunto il Pontefice, “ho dato recentemente alle stampe” il libro « Gesù di Nazaret », “libro personalissimo”, ha detto ancora a braccio, “non del Papa ma di questo uomo”. Il Pontefice ha anche parlato dell’incontro con i presuli nelle visite ad Limina. « Per me – ha confidato – è un bellissimo ricordo questo incontro con tutti i pastori della Chiesa in Italia. Ho imparato così la geografia, diciamo, “esteriore”, ma soprattutto la geografia “spirituale” della bella Italia ». Benedetto XVI non ha poi dimenticato lappuntamento con i giovani a Loreto, agli inizi di settembre. “Sappiamo bene – ha avvertito – che la formazione cristiana delle nuove generazioni è il compito forse più difficile, ma sommamente importante” per
la Chiesa. Andremo, pertanto, a Loreto insieme ai nostri giovani, ha concluso, “perché
la Vergine Maria li aiuti ad innamorarsi sempre più di Gesù Cristo”.
 
Dal canto suo, nell’indirizzo d’omaggio, il presidente della CEI, l’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, ha affermato che oggi “è necessario che si alzi la voce chiara e ferma della Chiesa, unita attorno a Pietro, per riaffermare quei principi inviolabili che devono ispirate la vita personale e pubblica in ogni tempo”. 

Bisogna distinguere azione evangelizzatrice e colonizzazione, spiega un Vescovo

du site Zenith:

Data pubblicazione: 2007-05-24  Bisogna distinguere azione evangelizzatrice e colonizzazione, spiega un Vescovo Secondo monsignor José Yanguas, Vescovo di Cuenca, il Papa ha parlato con “grande esattezza”

 APARECIDA, giovedì, 24 maggio 2007 (ZENIT.org).- Monsignor José María Yanguas, Vescovo di Cuenca (Spagna), ha affermato questo mercoledì che Benedetto XVI ha parlato con “grande esattezza” circa l’azione evangelizzatrice in America Latina. Il Vescovo ha anche aggiunto che si deve distinguere tra l’azione evangelizzatrice dei missionari e l’opera di colonizzazione.

“E’ evidente che si tratta di una realtà complessa”, ha detto il Vescovo in un incontro con la stampa nel Santuario di Aparecida, ricordando che la presenza di Spagna e Portogallo in America Latina è durata tre o quattro secoli e che ci sono state variazioni da regione a regione.

“Dall’altro lato, bisogna distinguere anche le differenze tra opera di colonizzazione o di conquista e l’azione propriamente evangelizzatrice. Sono due realtà contemporanee, ma mi sembra che siano essenzialmente diverse, anche se contemplano direttamente punti di contatto”, ha osservato.

Secondo monsignor Yanguas, nell’Udienza generale di questo mercoledì, in cui ha riflettuto sul suo recente viaggio in Brasile, il Papa ha parlato della questione dell’evangelizzazione dell’America Latina “con grande equilibrio e con grande esattezza”. “E’ difficile non essere d’accordo”, ha sottolineato.

Il Vescovo ha detto che Benedetto XVI non ha dimenticato le “ombre” del periodo successivo all’arrivo degli Spagnoli e dei Portoghesi nel continente.

Secondo il presule, consapevole delle situazioni di ingiustizia che si sono verificate, il Papa, nelle parole che ha proferito in Brasile, ha voluto sottolineare il lato positivo, ossia “la preziosa eredità risultante dall’incontro delle culture”. 

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