Archive pour le 28 mai, 2007

« Praesentatio »

« Praesentatio », dal sito Maranathà

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« Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito »

Cardinal John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS, vol. 8, n° 2 « Divine Calls »

« Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito »

Non veniamo chiamati una sola volta, ma tante volte ; per tutta la nostra vita, Cristo ci chiama. Ci ha chiamati dapprima nel battesimo, ma anche dopo ; sia che ubbidiamo alla sua voce oppure no, ci chiama ancora nella sua misericordia. Se veniamo meno alle promesse battesimali, ci chiama al pentimento. Se ci sforziamo di rispondere alla nostra vocazione, ci chiama sempre più avanti, di grazia in grazia, di santità in santità finché ci sarà lasciata la vita per questo.

Abramo è stato chiamato a lasciare la sua casa e il suo paese (Gen 12,1), Pietro le sue reti (Mt 4,18), Matteo il suo lavoro (Mt 9,9), Eliseo la sua fattoria (1 Re 19,19), Natanaèle il suo luogo in disparte (Gv 1,47). Senza sosta tutti siamo chiamati, da una cosa ad un’alta, sempre più avanti, senza avere nessun luogo per riposarci, ma salendo verso il nostro riposo eterno, e ubbidendo ad una chiamata interiore nell’unico scopo di essere pronti a sentirne un’altra.

Cristo ci chiama senza sosta, per giustificarci senza sosta ; senza sosta e sempre di più, egli vuole santificarci e glorificarci. Occorre che lo capiamo, ma siamo lenti ad accorgerci di questa grande verità, che cioè Cristo cammina, in un certo senso, in mezzo a noi, e con la mano, gli occhi, la voce, ci fa cenno di seguirlo. Non comprendiamo che la sua chiamata ha luogo proprio in questo momento. Pensiamo che ha avuto luogo al tempo degli apostoli ; ma non ci crediamo, non l’aspettiamo veramente per noi stessi.

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Icona di Cristo in Gloria

Icona di Cristo in Gloria dans immagini sacre

Icône du Christ en gloire,

à la chapelle du Centre de culture et foi, écrite par Mme Gilberte Massicotte Ethier

dal sito:

http://www.lemontmartre.net/sanctus/sanctus.htm

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Gianfranco Ravasi: La polvere e lo splendore

27 Maggio 2007


MATTUTINO 


LA POLVERE E LO SPLENDORE

Dio è tutta la nostra gioia, e in lui la nostra polvere può diventare splendore.
Indimenticabile è la scena « dipinta » più che descritta da Ezechiele nel c. 37 del suo libro: su quella valle lastricata di scheletri, di ossa secche e di polvere passa il soffio dello Spirito divino; ed ecco uno stridio e un fremito di ossa che si ricollegano, di carni che rifioriscono, di vita che torna a pulsare. È ormai la morte che è trasformata in vita. Oppure pensiamo alla promessa di Isaia: «Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre» (26, 19). Sulla scia di queste parole profetiche, nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito di Dio soffia col vento del deserto nelle stanze chiuse dalla nostra paura, generando vita, forza e speranza, abbiamo posto a motto una frase desunta dal Segno di Giona, opera dello scrittore spirituale americano Thomas Merton (1915-1968).
A inviarmela sono state le Clarisse di un monastero, donne che conoscono e assaporano la verità di quella frase. In essa io porrei l’accento proprio su quella metamorfosi a prima vista impossibile: come può la polvere diventare luce? E invece tutti coloro che sanno veramente cosa siano la fede e l’amore, perché li hanno accolti e vissuti, ne sono certi. Le azioni più « impolverate » perché quotidiane e modeste si trasfigurano, quando si ama e si ha qualcuno (e Qualcuno) a cui donarle. Preparare il cibo alla sua famiglia per una madre e trascorrere la giornata in un lavoro usurante per un padre possono essere atti « splendidi », quando c’è uno scopo d’amore, quando c’è lo Spirito che respira nelle loro anime. 

Gianfranco Ravasi

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L’annuncio missionario è la prima priorità episcopale, spiega il Papa

dal sito: 

http://www.zenit.org/italian/

L’annuncio missionario è la prima priorità episcopale, spiega il Papa  Ricevendo i Vescovi del Mozambico in visita “ad limina apostolorum” 

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 28 maggio 2007 (ZENIT.org).- L’annuncio missionario è “la prima” delle priorità dei Vescovi, che devono far sapere “a quanti hanno la grazia di essere cristiani che devono concorrere alla sua realizzazione”, ha spiegato Benedetto XVI. Ricevendo questo sabato i Vescovi del Mozambico in occasione della loro visita “ad limina apostolorum”, il Pontefice si è concentrato sul ruolo episcopale, ricordando ai presuli che sono “responsabili dell’annuncio della Parola di Dio in tutta la regione che vi è stata affidata; responsabili della celebrazione della liturgia, della formazione nella preghiera e nella preparazione ai sacramenti di modo che questi siano degnamente amministrati al popolo cristiano; e responsabili anche dell’unità organica della diocesi, delle sue istituzioni di assistenza, formazione e apostolato”.

“Per questo siete stati rivestiti dell’autorità del pastore”, ha osservato, sottolineando che questa autorità “prende la forma del Servo che offre la propria vita, il proprio tempo, le proprie forze e il proprio cuore per le sue pecore”.

Il Papa ha riconosciuto che “gli ostacoli sono numerosi e complessi”, e che “l’accoglienza e il fiorire dipendono non da noi ma dalla libertà delle persone e dalla grazia”.

“Mezzo provvidenziale per un rinnovato impulso missionario sono i movimenti ecclesiali e le nuove comunità – ha aggiunto –: accoglieteli e promuoveteli nelle vostre diocesi, perché lo Spirito Santo si serve di loro per risvegliare e approfondire la fede nei cuori e proclamare la gioia di credere in Gesù Cristo”.

Il Vescovo di Roma ha quindi ricordato l’importanza di approfondire la fede con tutti i mezzi a disposizione: “catechesi di giovani e adulti, riunioni, liturgia, e con l’inculturazione che si richiede”.

Senza questa formazione profonda, “la fede e la pratica religiosa rimarrebbero superficiali e fragili, i costumi ancestrali non si potrebbero impregnare di spirito cristiano, gli animi sarebbero agitati da ogni sorta di dottrina, le sette attirerebbero i fedeli sviandoli dalla Chiesa, il dialogo rispettoso con le altre religioni si impantanerebbe”, “e soprattutto i battezzati non potrebbero resistere all’indifferenza religiosa, al materialismo e al neo-paganesimo, fenomeni che spiccano oggi nelle società consumistiche”.

Si tratta di “un’opera etica di primaria grandezza, che serve il bene della patria; come pastori, spetta a voi ispirarla e sostenerla, conservando sempre la vostra libertà che è quella della Chiesa nella sua missione profetica, mantenendo ben nitida la distinzione tra questa missione pastorale e quelle che hanno in vista i programmi e i poteri politici”, ha affermato.

Quest’opera, ha riconosciuto il Pontefice, dipende “dal numero e dalla qualità degli operatori apostolici” che collaborano con i Vescovi: “sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e animatori di movimenti e comunità”.

Quanto ai sacerdoti, il Papa ha ricordato il loro I Incontro di Formazione Permanente nel luglio 2001, importante iniziativa che ha dato l’occasione “per esortarli a una revisione di vita a proposito della loro azione apostolica e del loro rinnovamento spirituale”.

“Altrettanto decisivo è preparare bene i futuri sacerdoti”, per cui Benedetto XVI ha esortato i Vescovi a “dedicare a questa formazione i vostri migliori presbiteri, e a vigilare perché i direttori spirituali dei seminari siano dovutamente preparati”.

“La grave carenza di sacerdoti mostra quanto sia necessario investire nella pastorale delle vocazioni sacerdotali e religiose, dando loro un nuovo impulso e coordinamento a livello diocesano e nazionale”.

Quanto ai catechisti, che in Mozambico come in molti Paesi africani “svolgono un ruolo determinante sia nella formazione dei catecumeni che nell’animazione di molte comunità sprovviste di un sacerdote permanente”, la loro “dedizione generosa e disinteressata” è “grande e meritevole”, “ma hanno bisogno di una formazione curata e di un sostegno particolare per affrontare la loro responsabilità di testimoni della fede di fronte all’evoluzione culturale dei loro fratelli e delle loro sorelle e di poterli guidare con l’esempio di una vita santa”.

Un elemento importante è la pastorale per i giovani, che costituiscono gran parte della popolazione del Mozambico. Il futuro dipenderà dal modo in cui questi “potranno acquisire convinzioni di fede, viverle in un ambiente che già non offre più loro gli orientamenti etici e il sostegno delle istituzioni come in passato, e integrarsi con fiducia nelle comunità ecclesiali”.

La crisi attuale, provocata tra gli altri fattori da “una società moderna piena di sensualità e individualismo”, non si attenuerà inoltre “se non con una pastorale familiare dinamica e ben radicata, che si basi su associazioni familiari coordinate a livello diocesano e nazionale”.

Tra gli altri settori nei quali è richiesta la sollecitudine pastorale dei Vescovi, il Papa ha citato “l’assistenza ai poveri, ai malati e agli emarginati, l’atteggiamento da adottare di fronte all’invasione delle sette, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione sociale”.

Benedetto XVI si è detto certo che tutte queste sfide possono essere superate grazie alla fede e alla determinazione che animano i presuli, e grazie allo Spirito Santo che non rifiuta mai il suo aiuto a quanti lo chiedono e cercano la volontà di Dio, che consiste in primo luogo nell’“unione affettiva ed effettiva” all’interno della Conferenza Episcopale.

“Questa unità tra voi pastori sarà la base della perfetta comunione ecclesiale, che abbraccia tutti in Cristo”, ha quindi concluso.

 

Ultimo appello: salvate il cristiano d’Iraq – È l’unico paese dove ancora si celebrano le liturgie in aramaico

dal sito: 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/dettaglio.jsp?id=143981

Ultimo appello: salvate il cristiano d’Iraq
È l’unico paese dove ancora si celebrano le liturgie in aramaico, la lingua di Gesù. Ma lì la cristianità rischia di morire. Uccisioni, aggressioni, sequestri. E ora anche la « jiza », la tassa storicamente imposta dai musulmani ai sudditi « infedeli », quelli che ancora non sono fuggiti all’estero

di Sandro Magister

ROMA, 28 maggio 2007 – Nella guerra che insanguina l’Iraq, combattuta principalmente da gruppi musulmani contro altri musulmani e gli « infedeli », i cristiani iracheni sono gli unici che non utilizzano né armi né bombe, nemmeno per difendersi. Non esistono in Iraq milizie cristiane armate. Di fatto essi sono il gruppo più vulnerabile e perseguitato. Nel 2000 erano più di un milione e mezzo, il 3 per cento della popolazione. Oggi si stima che siano rimasti in meno di 500 mila.

In un comunicato ufficiale diffuso il 24 maggio, il governo iracheno ha promesso protezione alle famiglie cristiane minacciate e cacciate da gruppi terroristici islamici. Anche alcuni esponenti musulmani hanno espresso solidarietà. Il passo del governo – privo però di iniziative concrete – fa seguito al drammatico appello lanciato domenica 6 maggio da Emmanuel III Delly, patriarca dei caldei, la più cospicua comunità cattolica irachena, nell’omelia della messa celebrata nella chiesa di Mar Qardagh, ad Erbil, nel Kurdistan.

La regione curda, a settentrione di Baghdad, è la sola in Iraq dove oggi i cristiani vivono in relativa sicurezza. Ad Erbil è stato trasferito il seminario caldeo di Baghdad, il Babel College con la biblioteca, i cui edifici, nella capitale, sono divenuti piazzaforte delle truppe americane, nonostante le proteste del patriarcato.

Nelle città curde di Erbil, Zahu, Dahuk, Sulaymaniya, Ahmadiya e nei villaggi cristiani del circondario affluiscono i profughi cristiani dal centro e dal sud del paese.

Poco più a nord, però, nella regione di Mosul e nella piana di Ninive, il pericolo si fa di nuovo palpabile. Qui è la culla storica del cristianesimo in Iraq. Vi sono chiese e monasteri che risalgono ai primissimi secoli. In alcuni villaggi si parla ancora un dialetto aramaico chiamato sureth e nelle liturgie si usa l’aramaico, che era la lingua di Gesù. Sono presenti comunità di vari riti e dottrine: caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi, assiri d’Oriente, armeni cattolici e ortodossi, greco-melchiti.

I villaggi cristiani sono però circondati da popolazioni musulmane ostili. E ancor più pericolosa è la vita dei cristiani nella capitale della regione, Mosul. I sequestri di persona sono frequentissimi. Il rilascio avviene dopo che i famigliari hanno versato una somma tra i 10 e i 20 mila dollari, oppure hanno accettato di cedere le loro case e lasciare la città. Ma il sequestro può anche finire nel sangue. Nel settembre del 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, un gruppo denominato « Leoni dell’islam » sequestrò padre Paulos Iskandar, siro-ortodosso. I rapitori pretesero che trenta fogli di scuse per le offese arrecate all’islam fossero affissi sulle chiese di Mosul. Poi lo decapitarono. Lo stesso giorno, a Baghdad, fu ucciso un altro sacerdote, padre Joseph Petros. Disse una suora all’agenzia vaticana Fides: « Gli imam nelle moschee predicano che uccidere un cristiano non è reato. È una caccia all’uomo ».

Pascale Warda, una cristiana assira, ministro dell’immigrazione nel penultimo governo iracheno, crede che sia necessario creare una provincia autonoma nella piana di Ninive, una specie di area protetta non solo per i cristiani ma anche per altre minoranze religiose come gli yazidi, cultori di un’antichissima religione prezoroastriana. Ma l’intensificarsi delle aggressioni da parte di musulmani che vivono nella stessa regione rende l’ipotesi impraticabile. Lo scorso aprile, 22 yazidi sono stati fatti scendere da un bus e uccisi su una strada vicino a Mosul. Nel 2005, un assalto terrorista massacrò i quattro assiri che scortavano la ministro.

A Mosul gruppi islamici hanno cominciato ad esigere dai cristiani il pagamento di una tassa, la jiza, il tributo storicamente imposto dai musulmani ai loro sudditi cristiani, ebrei e sabei che accettavano di vivere in regime di sottomissione, come « dhimmi ».

Ma è soprattutto a Baghdad che la jiza è imposta ai cristiani in modo sempre più generalizzato. Nel quartiere di Dora, 10 chilometri a sud-ovest della capitale, ad alta concentrazione di cristiani, gruppi legati ad al Qaeda hanno instaurato un sedicente « Stato islamico nell’Iraq » e riscuotono sistematicamente la tassa, fissata tra i 150 e i 200 dollari l’anno, l’equivalente del costo vita di un mese per una famiglia di sei persone. L’esazione del tributo si sta estendendo ad altri quartieri di Baghdad, verso al-Baya’a e al-Thurat.

Ad alcune famiglie cristiane di Dora è stato detto che possono restare solo se danno in sposa una figlia a un musulmano, in vista di una progressiva conversione all’islam dell’intera famiglia. Una fatwa vieta di portare al collo la croce. Quanto alle chiese, avvertimenti a colpi di granata hanno imposto di togliere le croci dalle cupole e dalle facciate. A metà maggio, la chiesa assira di San Giorgio è stata data alle fiamme. Sette sacerdoti sono stati finora sequestrati nella capitale. L’ultimo, nella seconda metà di maggio, è stato padre Nawzat Hanna, cattolico caldeo.

Secondo una stima del governo iracheno, la metà dei cristiani hanno lasciato Baghdad e i tre quarti se ne sono andati via da Bassora e dal sud. Chi non si ferma nel Kurdistan se ne va all’estero. Si calcola che in Siria vi siano fino a 700 mila cristiani arrivati dall’Iraq, altrettanti in Giordania, 80 mila in Egitto, 40 mila in Libano. I più restano lì bloccati, senza assistenza né diritti, in attesa di un improbabile visto per l’Europa, l’Australia, le Americhe.

In Iraq i cristiani sono tradizionalmente presenti nelle professioni. Molti sono medici e ingegneri. Nelle scuole sono – erano – il 20 per cento degli insegnanti. Sono attivi nei settori informatico, edilizio, alberghiero, agricolo specializzato. Gestiscono radio e tv. Fanno i traduttori e gli interpreti, professione particolarmente vulnerabile che ha già contato trecento vittime.

La costituzione irachena stabilisce per tutte le religioni una parità di diritti che non ha eguali nelle legislazioni degli altri paesi arabi e musulmani. Ma la realtà è opposta. Ha scritto la rivista di geopolitica « Limes » in un servizio sul suo ultimo numero, il terzo del 2007:

« L’annientamento del piccolo grande popolo cristiano iracheno, erede della speranza dei profeti, corrisponderebbe alla fine della possibilità che il nuovo Iraq diventi una nazione libera e democratica ».

E sarebbe una drammatica sconfitta anche per
la Chiesa.
 

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