Archive pour octobre, 2009

Solennità di Tutti i Santi

Solennità di Tutti i Santi dans immagini sacre

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Solennità di Tutti i Santi

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Il frutto dell’amore – meditazione sulla festa dei santi

dal sito:

http://www.statusecclesiae.net/status/common.php?pagina=frutto_amore_bianchi.php

Autore: Enzo Bianchi

Fonte: monasterodibose.it

Il frutto dell’amore – meditazione sulla festa dei santi

In questi ultimi decenni sono stati proclamati tanti santi e beati: mai c’è stata nella Chiesa una stagione così ricca di canonizzazioni, segno anche di un’estesa « cattolicità » raggiunta dalla testimonianza cristiana. Eppure molti, all’interno e attorno alla Chiesa, hanno la sensazione di non conoscere dei santi « vicini », di non riuscire a discernere « l’amico di Dio » – questa la stupenda definizione patristica del santo – nella persona della porta accanto, nel cristiano quotidiano. Questo forse è dovuto anche al fatto che viviamo in una cultura in cui si privilegia l’apparire, un mondo in cui – come ha detto qualcuno – « anche la santità si misura in pollici »: molti allora cercano non il discepolo del Signore, ma l’ecclesiastico di successo, l’efficace trascinatore di folle, l’opinion leader capace di parole sociologiche, politiche, economiche, etiche, la star mediatica cui si chiede una parola a basso prezzo su qualsiasi evento, facendolo apparire il più eloquente a prescindere dalla consistenza della sua sequela del Signore. Ma è proprio in questa ambigua ricerca della santità attorno a noi che ci viene in aiuto la festa di tutti i santi, la celebrazione della comunione dei santi del cielo e della terra. Sì, al cuore dell’autunno, dopo tutte le mietiture, i raccolti e le vendemmie nelle nostre campagne, la Chiesa ci chiede di contemplare la mietitura di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la messe di tutte le vite ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall’amore e dalla grazia del Signore in mezzo agli uomini. La festa di tutti i santi è davvero un memoriale dell’autunno glorioso della Chiesa, la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore dell’uomo: se non ci fossero i santi, se non credessimo « alla comunione dei santi » – che non certo a caso fa parte della nostra professione di fede – saremmo chiusi in una solitudine disperata e disperante. In questo giorno dovremmo cantare: « Non siamo soli, siamo una comunione vivente! »; dovremmo rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie della risurrezione, noi contempliamo quelli che sono con Cristo alla destra del Padre: i santi. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la Chiesa ci invita a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo, hanno dato il loro frutto, hanno prodotto una vendemmia abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti insieme formano un unico vino, quello del Regno. Noi oggi contempliamo questo mistero: i morti per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con gli altri, Chiesa pellegrinante con Chiesa celeste, insieme formanti l’unico e totale corpo del Signore. Oggi dalle nostre assemblee sale il profumo dell’incenso, segno del legame con la Chiesa di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è vivente, gloriosa presso Dio, con Cristo, per sempre. Ecco il forte richiamo che risuona per noi oggi: riscoprire il santo accanto a noi, sentirci parte di un unico corpo. E’ questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti credenti, dai primi secoli ai nostri giorni: uomini e donne nascosti, capaci di vivere quotidianamente la lucida resistenza a sempre nuove idolatrie, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore, nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Il santo allora diviene una presenza efficace per il cristiano e per la Chiesa: « Noi non siamo soli, ma avvolti da una grande nuvola di testimoni » (Ebr 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio, con loro saremo una cosa sola con il Figlio. In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra: essi pregano per noi, intercedono, ci sono vicini come amici che non vengono mai meno. E la loro vicinanza è davvero capace di meraviglie perché la loro volontà è ormai assimilata alla volontà di Dio manifestatasi in Cristo, unico loro e nostro Signore: non sono più loro a vivere, ma Cristo in loro, avendo raggiunto il compimento di ogni vocazione cristiana, l’assunzione del volere stesso di Cristo: « Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre » (Lc 22,42). Sostenuti da quanti ci hanno preceduto in questo cammino, scopriremo anche i santi che ancora operano sulla terra perché il seme dei santi non è prossimo all’estinzione: caduto a terra si prepara ancora oggi a dare il suo frutto. « Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? » (Is 43,19).

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Padre Cantalamessa, Solennità di Tutti i Santi e Commemorazione dei fedeli defunti (anno A 2008)

dal sito:

http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=407 
 
Padre Cantalamessa
 
Solennità di tutti i Santi e Commemorazione dei fedeli defunti 
XXXI Domenica
anno A – 2008-11-02


La festa di Tutti i Santi e la commemorazione dei fedeli defunti hanno una cosa in comune e per questo sono poste l’una di seguito all’altra. Anche il brano evangelico è lo stesso ed è la pagina delle beatitudini. Ambedue le ricorrenze ci parlano dell’aldilà. Se non credessimo in una vita dopo la morte, sarebbe vano celebrare la festa dei Santi e ancora più vano recarci al cimitero. Chi andremmo a visitare e perché accendiamo una candela o portiamo un fiore?

Tutto dunque in questo giorno ci invita a una riflessione sapienziale: “Insegnaci a contare i nostri giorni –dice un salmo – e giungeremo alla sapienza del cuore”. “Si sta come d’autunno sull’albero le foglie” (G. Ungaretti). L’albero a primavera torna a fiorire, ma con altre foglie; anche il mondo continuerà dopo di noi, ma con altri abitanti. Le foglie non hanno una seconda vita, marciscono dove cadono. È così anche di noi? Qui l’analogia qui si interrompe. Gesù ha promesso: “Io sono la risurrezione e la vita, chi vive e crede in me anche se muore, vivrà”. È la grande sfida della fede, non solo dei cristiani, ma anche degli ebrei e degli islamici, di tutti coloro che credono in un Dio personale.

Quelli che hanno visto il film Dottor Zivago ricordano la celebre canzone di Lara che fa da colonna sonora. Nella versione italiana essa dice: “Dove non so, ma un posto ci sara’ da dove noi non torneremo mai…”. La canzone esprime bene il senso del celebre romanzo di Pasternac da cui è tratto il film: due innamorati che si incontrano, si cercano, ma che la sorte (siamo all’epoca tempestosa della rivoluzione bolscevica) ogni volta crudelmente separa, fino alla scena finale in cui le loro strade tornano a incrociarsi, senza però riconoscersi.

Ogni volta che mi capita di ascoltare le note di quella canzone, la mia fede mi fa quasi gridare tra me: Sì un posto c’è da dove noi non torneremo –e non vorremo tornare – mai. Gesù è andato a prepararcelo, ci ha aperto la via con la sua risurrezione e ci ha indicato la strada per seguirlo con la pagina delle beatitudini. Un posto in cui il tempo si fermerà su di noi per cedere il passo all’eternità; dove l’amore sarà pieno e totale. Non solo l’amore di Dio e per Dio, ma anche ogni amore onesto e santo vissuto sulla terra.

La fede non esenta i credenti dall’angoscia di dover morire, essa però la tempera con la speranza. Il prefazio della Messa di domani dice: “Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la speranza dell’immortalità futura”. A questo proposito c’una testimonianza sconvolgente situata anch’essa in Russia. Nel 1972 su una rivista clandestina fu pubblicato un testo. Si tratta di una preghiera trovata nel taschino della giubba del soldato Aleksander Zacepa, composta pochi istanti prima della battaglia in cui perse la vita nella seconda guerra mondiale. Dice:

Ascolta, o Dio! Non una volta nella mia vita ho parlato con te, ma oggi mi vien voglia di farti festa.
Sai, fin da piccolo mi hanno sempre detto che non esisti… io stupido ci ho creduto.
Non ho mai contemplato le tue opere,
ma questa notte ho guardato dal cratere di una granata al cielo di stelle sopra di me
e affascinato dal loro scintillare,
ad un tratto ho capito come possa esser terribile 1′inganno… Non so, o Dio, se mi darai la tua mano,
ma io ti dico e tu mi capisci…
Non e strano che in mezzo a uno spaventoso inferno mi sia apparsa la luce e io abbia scorto te?
Oltre a questo non ho nulla da dirti. Sono felice solo perché ti ho conosciuto. A mezzanotte dobbiamo attaccare,
ma non ho paura, tu guardi a noi.
E il segnale! Me ne devo andare. Si stava bene con te. Voglio ancora dirti, e tu lo sai, che la battaglia sarà dura: può darsi che questa notte stessa venga a bussare da te. E anche se finora non Sono stato tuo amico,
quando verrò, mi permetterai di entrare?
Ma che succede, piango?
Dio mio, tu vedi quello che mi e capitato, soltanto ora ho incominciato a veder chiaro… Salve, mio Dio, vado… difficilmente tornerò. Che strano, ora la morte non mi fa paura.
 

Papa Benedetto, Solennità di Tutti i Santi, Angelus (2008)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2008/documents/hf_ben-xvi_ang_20081101_all-saints_it.html

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Sabato, 1° novembre 2008
 

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo oggi con grande gioia la festa di Tutti i Santi. Visitando un vivaio botanico, si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino. Analogo sentimento ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un « giardino », dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura. Ognuno è diverso dall’altro, con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale. Tutti però recano impresso il « sigillo » di Gesù (cfr Ap 7,3), cioè l’impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce. Sono tutti nella gioia, in una festa senza fine, ma, come Gesù, questo traguardo l’hanno conquistato passando attraverso la fatica e la prova (cfr Ap 7,14), affrontando ciascuno la propria parte di sacrificio per partecipare alla gloria della risurrezione.

La solennità di Tutti i Santi si è venuta affermando nel corso del primo millennio cristiano come celebrazione collettiva dei martiri. Già nel 609, a Roma, il Papa Bonifacio IV aveva consacrato il Pantheon dedicandolo alla Vergine Maria e a tutti i Martiri. Questo martirio, peraltro, possiamo intenderlo in senso lato, cioè come amore per Cristo senza riserve, amore che si esprime nel dono totale di sé a Dio e ai fratelli. Questa meta spirituale, a cui tutti i battezzati sono protesi, si raggiunge seguendo la via delle « beatitudini » evangeliche, che la liturgia ci indica nell’odierna solennità (cfr Mt 5,1-12a). E’ la stessa via tracciata da Gesù e che i santi e le sante si sono sforzati di percorrere, pur consapevoli dei loro limiti umani. Nella loro esistenza terrena, infatti, sono stati poveri in spirito, addolorati per i peccati, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per la giustizia. E Dio ha partecipato loro la sua stessa felicità: l’hanno pregustata in questo mondo e, nell’aldilà, la godono in pienezza. Sono ora consolati, eredi della terra, saziati, perdonati, vedono Dio di cui sono figli. In una parola: « di essi è il Regno dei cieli » (cfr Mt 5,3.10).

In questo giorno sentiamo ravvivarsi in noi l’attrazione verso il Cielo, che ci spinge ad affrettare il passo del nostro pellegrinaggio terreno. Sentiamo accendersi nei nostri cuori il desiderio di unirci per sempre alla famiglia dei santi, di cui già ora abbiamo la grazia di far parte. Come dice un celebre canto spiritual: « Quando verrà la schiera dei tuoi santi, oh come vorrei, Signore, essere tra loro! ». Possa questa bella aspirazione ardere in tutti i cristiani, ed aiutarli a superare ogni difficoltà, ogni paura, ogni tribolazione! Mettiamo, cari amici, la nostra mano in quella materna di Maria, Regina di tutti i Santi, e lasciamoci condurre da Lei verso la patria celeste, in compagnia degli spiriti beati « di ogni nazione, popolo e lingua » (Ap 7,9). Ed uniamo nella preghiera già il ricordo dei nostri cari defunti che domani commemoreremo.

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno abutilon_megapotamicum_53f

Abutilon megapotamicum

http://www.floralimages.co.uk/index2.htm

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San [Padre] Pio di Pietrelcina: « Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091031

Sabato della XXX settimana del Tempo Ordinario : Lc 14,1-1#Lc 14,7-11
Meditazione del giorno
San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Buona giornata 8/8, GB 69

« Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato »

      L’umiltà è la verità, e la verità è che io sono nulla, e tutto quello che di buono è in me, è di Dio. E spesso noi sciupiamo anche quello che di buono Dio ha messo in noi. Quando vedo che la gente a me chiede qualche cosa, non penso a quello che posso dare, ma a quello che non so dare, e per cui tante anime restano sitibonde, per non avere io saputo dare loro il dono di Dio.

      Pensare che ogni mattina Gesù fa l’innesto di sé in noi, ci pervade tutti, ci dona tutto, dovrebbe dunque spuntare in noi il ramo o il fiore dell’umiltà. Viceversa, il diavolo, che non può innestarsi in noi così profondamente come Gesù, ecco che fa subito germogliare i suoi virgulti di superbia. Questo non ci fa onore. Bisogna dunque combattere e sforzarci di salire… Quando non ne possiamo più, allora, nella fermata, umiliamoci e in questa umiltà ci incontreremo con Dio, perché egli discende nel cuore umile.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 31 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Day 3 Earth & sea, plants & fruits / Jour 3 Terre et mer, plantes et fruits

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http://www.artbible.net/1T/Gen0109_3Seaearth,_plantsfruits/index_3.htm

Publié dans:immagini |on 30 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Bruno Forte: La “Lettera ai cercatori di Dio”: genesi e presentazione

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18693?l=italian

BRUNO FORTE

La “Lettera ai cercatori di Dio”: genesi e presentazione

REGGIO CALABRIA, sabato, 20 giugno 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’intervento di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto e Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, nel presentare la “Lettera ai cercatori di Dio” dei Vescovi Italiani al Convegno dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani a Reggio Calabria (15-18 giugno 2009).

* * *

Per cogliere la genesi profonda della Lettera ai cercatori di Dio, appena pubblicata dalla Commissione Episcopale per la dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi1, quale strumento possibile per il primo annuncio, vorrei pensarne la struttura – scandita nelle tre parti delle domande che ci uniscono, del kérygma proposto e delle vie per il possibile incontro con Cristo – a partire da una narrazione evangelica, scelta come metafora della ricerca umana culminante nella finale esperienza di Dio: il viaggio, l’arrivo e la nuova partenza dei Magi. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2,2): così essi affermano alla vista del Bambino. Nella notte del mondo, nella notte del cuore, essi si sono fatti pellegrini, guidati da una stella, per andare alla ricerca di Colui, che dà senso alla vita e alla storia. Giunti alla Sua presenza – la presenza tenerissima di un Bambino – hanno fatto l’unica cosa degna dell’incontro con la Verità in persona: lo hanno adorato. Proprio così, i Magi rappresentano tutti i cercatori della verità, pronti a vivere l’esistenza come esodo, in cammino verso l’incontro con la luce che viene dall’alto, a cui aprirsi nell’adorazione, che cambia il cuore e la vita.

1. Pellegrini nella notte: la domanda di una ricerca antica e sempre nuova… I Magi pellegrini nella notte rappresentano tutti i cercatori della verità, non solo chi crede e credendo ama l’invisibile Amato, attendendo nella speranza l’incontro della gloria futura, ma anche chi cerca non avendo il dono della fede. Il cosiddetto ateo, quando lo è non per semplice qualificazione esteriore, ma per le sofferenze di una vita che lotta con Dio senza riuscire a credere in Lui, vive in una medesima condizione di ricerca, di viva e spesso dolorosa attesa. La non credenza non è la facile avventura di un rifiuto, che ti lasci come ti ha trovato. La non credenza seria – non negligente e banale – è passione e sofferenza, militanza di una vita che paga di persona l’amaro coraggio di non credere. Lo mostra, ad esempio, il celebre aforisma 125 della Gaia Scienza, dove Nietzsche racconta del folle che nella chiara luce del mattino andò sulla piazza del mercato, tenendo accesa la lucerna e gridando: “Cerco Dio, cerco Dio”. “Dov’è Dio? Si è addormentato o si è perso come un bambino?” – domandano gli altri, prendendosi gioco di lui. E lui grida le parole, che segnano il destino di un’epoca: “Dio è morto… e noi lo abbiamo ucciso!” Ma subito dopo quelle parole aggiunge: “Saremo noi degni della grandezza di questa azione?”. E denuncia la verità del dolore infinito di non credere, il senso di una notte che è sempre più notte, di un abbandono, che è percezione di un’infinita orfananza. Questa pagina mostra come il non credere, se serio, sia tragico nella sua consapevolezza, indissociabile dall’infinito dolore dell’assenza, da un senso di solitudine e d’abbandono, quale solo la morte di Dio può creare nel cuore dell’uomo, nella storia del mondo. Il non credente pensoso, come il credente non negligente, è per questo un uomo che lotta con Dio: proprio così alla ricerca della verità, pellegrino nella notte, attratto e inquietato da una misteriosa stella. “Mi religion es luchar con Dios”, dirà di sé Miguel de Unamuno, il testimone del “sentimiento tragico de la vida”: la mia religione è tutta qui, “lottare con Dio”. E poichè “vivir es anelar la vida eterna”, il vivere è inesorabilmente segnato dalla tragicità di dover sostenere l’impari lotta. È questa l’altissima dignità del cercare la verità da parte di ciascuno, credente o non credente che sia. E la sola, vera notte del mondo è quella di chi non si riconosce in esodo, pellegrino verso una patria desiderata, ricercata e attesa…

I Magi, pellegrini nella notte, venuti da lontano, in cammino verso la meta cui li guida la misteriosa stella, rappresentano dunque la condizione umana nella sua struttura originaria di interrogazione e di ricerca. Come osserva il giovane Heidegger in Essere e tempo, vivere significa essere “gettati verso la morte”: all’immediata evidenza la vita appare come un lungo viaggio verso le tenebre, dove tutto sembra affondare nell’ultimo silenzio della morte. Per questo la vita è impastata di dolore: e per questo la vera domanda, quella sulla quale sta o cade la verità di ogni risposta, è e resta la domanda del dolore. Ogni pensiero nasce dal dolore della lacerazione e della morte. Se non esistesse la morte non esisterebbe il pensiero, non esisterebbe la vita, cioè la vita del pensiero che è la dignità del vivere di ciascuno di noi. È il patire, il morire che suscita in noi la domanda, accende la sete di ricerca, lascia aperto il bisogno di senso. Senza dolore non ci sarebbe la dignità dell’uomo che si interroga. Il dolore rivela allora la vita a se stessa più fortemente della morte, che lo produce, perché insegna che noi non siamo semplicemente dei gettati verso la morte, ma dei chiamati alla vita: il dolore è la felicità da cui siamo tutti attratti nel segno del suo contrario.

Un grande pensatore ebreo del Novecento, Franz Rosenzweig, apre la sua grande opera La stella della redenzione – dal titolo fascinoso che evoca appunto l’esperienza dei Magi – con le parole: Dalla morte. La stessa opera si chiude con le parole: Verso la vita. È questo l’itinerario del pensare. Dalla morte ci facciamo pellegrini verso la vita. Il cammino dell’uomo sta tutto in questo prendere sul serio la tragicità della morte, non fuggendola, non stordendosi rispetto ad essa né nascondendola, come ha fatto troppo spesso la modernità. Se guardiamo negli occhi la morte, allora si compie il miracolo: vivere non sarà più soltanto imparare a morire, ma sarà un lottare per dare senso alla vita. Dove nasce la domanda, dove l’uomo non si arrende di fronte al destino della necessità, e quindi alla morte che vince col suo silenzio tutte le cose, lì si rivela la dignità della vita, il senso e la bellezza di esistere. Lì l’essere umano capisce di non essere solo gettato verso la morte, ma chiamato alla vita: lì si riconosce come un “mendicante del cielo”. L’uomo è un cercatore di senso, qualcuno che cerca la parola che riesca a vincere l’ultimo orizzonte della morte e dia valore alle opere e ai giorni, offrendo dignità e bellezza alla tragicità del nostro vivere e del nostro morire. Perciò la condizione dell’essere umano è quella del pellegrino. L’uomo è un cercatore della patria lontana, che da questo orizzonte si lascia permanentemente provocare, interrogare, sedurre.

Se l’esodo è la condizione umana, se l’uomo è un pellegrino verso la vita e un mendicante del cielo, la grande tentazione sarà quella di fermare il cammino, di sentirsi arrivati, non più esuli in questo mondo, ma possessori, dominatori di un oggi che vorrebbe arrestare la fatica del viaggio. Una tradizione ebraica racconta di alcuni giovani, che chiedono a un vecchio rabbino quando sia cominciato l’esilio di Israele. “L’esilio di Israele – risponde il Maestro – cominciò il giorno in cui Israele non soffrì più del fatto di essere in esilio”. L’esilio non comincia quando si lascia la patria, ma quando non c’è più nel cuore la struggente nostalgia della patria. L’esilio è di chi ha dimenticato il destino, la meta più grande, il cielo del desiderio e della speranza. Heidegger, parlando della “notte del mondo” nella quale ci troviamo, dice che essa è l’assenza di patria, perché il dramma dell’uomo moderno non è la mancanza di Dio, ma il fatto che egli non soffra più di questa mancanza. Il dramma è di non avvertire più il bisogno di superare la morte, è di considerare dimora e patria, e non esilio, questo tempo presente. L’illusione di sentirsi arrivati, il pretendersi soddisfatti, compiuti nella propria vicenda, questa è la malattia mortale. Si è morti quando il cuore non vive più l’inquietudine e la passione del domandare, il desiderio del cercare ancora, di trovare per ancora domandare e cercare. Quando non lascerai più che a guidare i Tuoi passi sia la stella splendente nella notte, allora avrai perso la Tua lotta con la morte.

L’uomo che si ferma, sentendosi padrone e sazio della verità, l’uomo per il quale la verità non è più Qualcuno, da cui essere posseduto sempre più profondamente, ma qualcosa da possedere, quell’uomo ha ucciso in se stesso non solo Dio, ma anche la propria dignità di essere umano. La condizione umana è, insomma, una condizione esodale: l’uomo è in esodo, in quanto è chiamato permanentemente ad uscire da sé, ad interrogarsi, ad essere in cerca di una patria. Martin Lutero avrebbe detto sul letto di morte: “Wir sind Bettler: hoc est verum!” – “Siamo dei poveri mendicanti, questa è la verità”. Sono parole dette da un “homo religiosus” alla sera della vita, quando è ormai sulla soglia del mistero liberante per inabissarsi in esso e tutto vede nella verità che non mente. Povero mendicante è l’uomo nella verità del suo cuore e nel cuore della storia: un cercatore della verità, un mendicante del cielo. A quest’uomo, che siamo ognuno di noi nel più profondo di noi stessi, si rivolge la Lettera ai cercatori di Dio partendo dalle domande che ci uniscono tutti: felicità e sofferenza, amore fallimenti, lavoro e festa, giustizia e pace, la sfida di Dio…

2. Guidati dalla stella: l’annuncio del Dio che ha tempo per l’uomo. Se l’uomo è alla ricerca di Dio, Dio non di meno è alla ricerca dell’uomo. È quanto ci testimonia il Vangelo di Gesù: il Dio che egli annuncia è il Dio dell’avvento, il Dio che ha tempo per l’uomo. È il Dio che viene: venuto una volta, egli ha dischiuso un cammino, ha acceso un’attesa, ancora più grande del compimento realizzato. È questo il kérygma, l’annuncio gioioso del Dio con noi, l’eterno Emmanuele. Perciò, nella tradizione cristiana l’avvento di Dio nella storia è pensato come revelatio, una rivelazione: è uno svelarsi che vela, un venire che apre cammino, un ostendersi nel ritrarsi che attira. Negli ultimi secoli la teologia cristiana ha concepito la rivelazione soprattutto come Offenbarung, apertura, manifestazione totale. Così, in essa l’avvento di Dio è stato spesso pensato come esibizione senza riserve. Dio si sarebbe del tutto consegnato nelle nostre mani: la storia – dirà Hegel – non è che il “curriculum vitae Dei”, il pellegrinaggio di Dio per divenire se stesso. Con feroce parodia Nietzsche affermerà che questo “Dio è diventato finalmente comprensibile a se stesso nel cervello hegeliano”. È questa presunzione di ridurre Dio a certezza luminosa, a definizione chiara ed evidente, la pretesa dell’ideologia moderna, in tutte le sue forme,anche teologiche. Ma questo è precisamente l’opposto dell’annuncio cristiano: interpretare la rivelazione come manifestazione totale, come risposta incondizionata e senza riserve alle domande del nostro cuore o della nostra mente, è il più grande tradimento che di essa si possa fare.

È allora necessario liberarsi dal fraintendimento radicale del concetto di rivelazione. Perché revelatio è, sì, un togliere il velo, ma è anche un più forte nascondere. Re-velare è anche un’intensificazione del velare, un nuovamente velare. È questo l’avvento di Dio nelle nostre parole, nella nostra carne: rivelandosi, l’Eterno non solo si è detto, ma si è anche più altamente taciuto. Rivelandosi Dio si vela. Comunicandosi si nasconde. Parlando si tace. Maestro del desiderio, Dio è colui che dando se stesso, al tempo stesso si nasconde allo sguardo. Dio è colui che rapendoti il cuore, si offre a te sempre nuovo e lontano. Il Dio di Gesù Cristo è inseparabilmente il Dio rivelato e nascosto, absconditus in revelatione – revelatus in absconditate! Perciò, la rivelazione non è ideologia, visione totale, ma è parola che schiude i sentieri abissali dell’eterno Silenzio. Questa intuizione è presente fin dalle origini della fede cristiana, che riconosce ben presto il Cristo come “il Verbo procedente dal Silenzio” (Sant’Ignazio di Antiochia, Ad Magnesios, 8). Essa permane nella tradizione della fede, specialmente nella testimonianza dei mistici. San Giovanni della Croce in una delle sue Sentenze d’amore dice: “Il Padre pronunciò la Parola in un eterno silenzio, ed è in silenzio che essa deve essere ascoltata dagli uomini”. Il luogo e l’origine della Parola è il Silenzio. Questo divino Silenzio col linguaggio del Nuovo Testamento lo chiamiamo Padre. Il Padre genera la Parola, il Figlio. E noi accoglieremo la Parola se, ascoltandola, la trascenderemo verso il Silenzio della sua origine. Obbedisce veramente alla Parola chi non si ferma alla lettera, ma ruminando la Parola, scava in essa per entrare nei sentieri del Silenzio.

Questo ci dice la rivelazione cristiana: Dio è Parola, Dio è Silenzio. La Parola è e resta l’unico accesso al Silenzio della divinità, l’indispensabile luogo a cui resteremo appesi, come inchiodati alla Croce. Tuttavia, ameremo la Parola, l’ascolteremo veramente quando l’avremo trascesa per camminare in una inesausta, perseverante ricerca verso le profondità del Silenzio. Questo ci hanno insegnato i nostri padri nella fede: la “lectio divina”, la “ruminatio Verbi” non sono che vie per imparare ad ascoltare nella Parola il Silenzio da cui essa proviene, l’abisso che essa dischiude. Credere nella Parola dell’avvento sarà allora lasciare che la Parola, schiudendo i sentieri del Silenzio, ci contagi questo Silenzio e ci apra a dire nello Spirito le parole della vita. Perciò è doveroso non pronunciare mai la Parola, senza prima aver lungamente camminato nei sentieri del Silenzio. Così, la Parola sta fra due silenzi, il Silenzio dell’origine e il Silenzio del destino o della patria, il Padre e lo Spirito Santo. Tra questi due Silenzi – gli “altissima silentia Dei” – è la dimora del Verbo. Ed io accoglierò il Dio dell’avvento, il Dio della Parola, se in questa Parola troverò l’accesso agli abissi del Silenzio, e se, camminando in essa e attraverso di essa nei sentieri del Silenzio, lascerò che questa Parola mi abiti, si ripeta in me, si dica nel mio silenzio, affinché io stesso divenga il riposo della Parola, il luogo dove la Parola si lascia custodire e dire, come nel grembo verginale della Donna che ha detto “sì” al mistero dell’avvento. Perciò, il kérygma è parola che dice e tace, che provoca ed evoca: e perciò nella Lettera ai cercatori di Dio l’annuncio è presentato con tratti brevi, in forma soprattutto narrativa, come voce di testimoni legati alla catena degli innumerevoli altri testimoni della tradizione della fede, da parola a parola, da silenzio a silenzio. Così lo presentano i capitoli della seconda parte, dedicati rispettivamente al Gesù storico, al Cristo del kérygma, alla Trinità, alla Chiesa, alla vita secondo lo Spirito, di cui è icona eloquente la Vergine Madre Maria…

3. Videro il Bambino e lo adorarono: la fede, dove domanda e annuncio si incontrano. Pellegrini nella notte, guidati dalla stella, i Magi hanno riconosciuto nel Bambino il dono della verità, la luce che salva. Lo hanno adorato: in questa adorazione il cercatore è stato raggiunto dalla Parola che viene dal Silenzio, da quel Dio, cioè, che ha tempo per l’uomo. Dio esce dal silenzio perché la nostra storia entri nel Silenzio della patria divina e vi dimori. L’incontro dell’umano andare e del divino venire è la fede. Essa è lotta, agonia, non il riposo tranquillo di una certezza posseduta. Chi pensa di aver fede senza lottare, non crede. La fede è l’esperienza di Giacobbe. Dio è l’assalitore notturno. Dio è l’Altro. Se tu non conosci così Dio, se Dio per te non è fuoco divorante, se l’incontro con Lui è per te soltanto tranquilla ripetizione di gesti sempre uguali e senza passione d’amore, il tuo Dio non è più il Dio vivente, ma il “Deus mortuus”, il “Deus otiosus”. Perciò Pascal affermava che Cristo sarà in agonia fino alla fine del tempo: questa agonia è l’agonia dei cristiani, la lotta di credere, di sperare, di amare, la lotta con Dio! Dio è altro da te, libero rispetto a te, come tu sei altro da Lui, libero rispetto a Lui. Guai a perdere il senso di questa distanza!

Ecco perché il desiderio e l’inquietudine della ricerca abiteranno sempre la fede: l’aver conosciuto il Signore non esimerà nessuno dal cercare sempre più la luce del Suo Volto, accenderà anzi sempre più la sete dell’attesa. Credere è cor-dare, come pensavano i Medievali, un dare il cuore che implica la continua lotta con l’Altro, che non viene afferrato, ma sempre di nuovo ti afferra. Il credente è e resta in questo mondo un cercatore di Dio, un mendicante del Cielo, sulle cui labbra risuonerà sempre la struggente invocazione del Salmista: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Salmo 27,8s). Davide, l’amato, cerca il volto rivelato e nascosto del suo Dio: volto rivelato, perché non potrebbe essere cercato se in qualche misura non avesse già raggiunto e rapito il suo cuore; e, tuttavia, volto nascosto, perché resta ardente in quello stesso cuore il desiderio della visione. Nella notte del tempo la sua anima si mostra ancora assetata della luce dell’Eterno. Il volto del Signore vuole essere sempre cercato: lo lascia intendere anche il termine ebraico “panim”, “volto”, vocabolo sempre plurale, che dice come il volto sia continuamente nuovo e diverso, mai uguale a se stesso eppur sempre lo stesso, com’è l’amore di Dio, fedele in eterno e proprio perciò nuovo in ogni stagione del cuore.

In questa incessante ricerca del Volto amato, il credente mostra di essere veramente raggiunto, toccato e trasformato dal divino Altro, rivelato e nascosto: che cos’è peraltro la sua fede, se non il lasciarsi far prigionieri dell’invisibile? E questo avviene in un incontro sempre nuovo, mai dato per scontato, nei luoghi che la Lettera ai cercatori di Dio indica nella terza parte: la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, i sacramenti, il servizio della carità, l’attesa della vita eterna e il desiderio della bellezza divina. Chi crede non è mai un arrivato, vive al contrario da pellegrino in una sorta di conoscenza notturna, carica di attesa, sospesa tra il primo e l’ultimo avvento, già confortata dalla luce che è venuta a splendere nelle tenebre e tuttavia in una continua ricerca, assetata di aurora. Il mondo della fede non è ancora pienamente illuminato dal giorno radioso e splendido, che appartiene ad un altro tempo e ad un’altra patria, e tuttavia è sufficientemente rischiarato per sopportare la fatica di conservare l’amore e la speranza di Cristo. Pellegrino verso la luce, già conosciuta e non ancora pienamente raggiunta, chi crede avanza nella notte, appeso alla Croce del Figlio, vera stella della redenzione.

Ma la fede è anche resa e abbandono: quando tu nella lotta capisci che vince chi perde e perdutamente ti consegni a Lui, quando ti arrendi all’assalitore notturno e lasci che la tua vita venga segnata per sempre da quell’incontro, puoi vivere la fede come un consegnarsi ciecamente all’Altro: “Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso… Mi dicevo: Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome! Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,7. 9). Nelle “confessioni” di Geremia troviamo un’altissima testimonianza di questa resa della fede: egli è un uomo che ha vissuto la lotta con Dio, ma che lottando ha saputo conoscere la capitolazione dell’amore al punto da essere pronto a consegnarsi perdutamente a Lui. Così la fede diventa anche un approdo di bellezza e di pace. Non la bellezza che il mondo conosce, non la seduzione di una verità totale, che ambisca a spiegare ogni cosa,ma la bellezza dell’Uomo dei dolori, dell’amore crocifisso, della vita donata, dell’offerta di sé al Padre e agli uomini. La pace della fede non è l’assenza di lotta, di agonia, di passione, ma è il vivere perdutamente arresi all’Altro, allo Straniero che invita, al Dio vivente.

L’adorazione di cui i Magi sono testimoni non è, allora, assenza di scandalo, ma presenza di un più forte amore: la fede è scandalo, non risposta tranquilla alle nostre domande, ma, come lo è Cristo, sovversione di ogni nostra domanda, ricerca del suo Volto, desiderato, rivelato e nascosto. Solo dopo che noi lo avremo ciecamente seguito e avremo accettato di amarlo dove e come Lui vorrà, Egli diverrà per noi la sorgente della gioia che non conosce tramonto. Crederemo in Dio se saremo sempre cercatori del Suo volto, guidati dalla stella venuta nella notte, Gesù. Perciò, il credente non è che un povero ateo, che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. Se non fosse tale, la sua fede non sarebbe altro che un dato sociologico, una rassicurazione mondana, una delle tante ideologie che hanno illuso il mondo e determinato l’alienazione dell’uomo. La sua luce resterebbe quella del tramonto: “La terra interamente illuminata risplende di trionfale sventura” (M. Horkheimer – Th. W. Adorno). Diversamente da ogni ideologia, la fede è un continuo convertirsi a Dio, un continuo consegnargli il cuore, cominciando ogni giorno, in modo nuovo, a vivere la fatica di credere, di sperare, di amare. Proprio così, la Lettera ai cercatori di Dio non è un punto di arrivo, ma un inizio. La luce della fede è aurora di chi sa aprirsi all’oltre e al nuovo di Dio nello stupore e nell’adorazione.

Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese: una conclusione che è un inizio…

Da questa apologia della ricerca, di cui i pellegrini guidati dalla stella sono modello fino all’approdo pervaso dallo stupore dell’adorazione, viene allora un grande no: il no alla negligenza della fede, il no ad una fede indolente, statica ed abitudinaria. E ne viene il sì ad una fede interrogante, capace ogni giorno di cominciare a consegnarsi perdutamente all’altro, a vivere l’esodo senza ritorno verso il Silenzio di Dio, dischiuso e celato nella Sua Parola. Quel no raggiunge però anche il non credente tranquillo, incapace di aprirsi alla sfida del Mistero, attestato nella presunzione del “come se Dio non ci fosse”, non disposto a rischiare la vita “come se Dio esistesse”. Se c’è una differenza da marcare, allora, nella ricerca della verità che è la ricerca di Dio, non è anzitutto quella tra credenti e non credenti, ma l’altra tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell’ultimo orizzonte e dell’ultima patria.

Con questa, è un’altra differenza che va ricordata e che resta sullo sfondo di qualunque approccio alla ricerca di Dio e agli strumenti dell’annuncio della fede: quella fra “ammiratori” e “imitatori”. Così la esprime Søren Kierkegaard in un testo di grande incisività: “Che differenza c’è fra un ammiratore e un imitatore? Un imitatore è ossia aspira a essere ciò ch’egli ammira; un ammiratore invece rimane personalmente fuori: in modo conscio o inconscio egli evita di vedere che quell’oggetto contiene nei suoi riguardi l’esigenza d’essere o almeno d’aspirare a essere ciò ch’egli ammira» (S. Kierkegaard, Esercizio del cristianesimo, 812). Perciò “tutta la vita del Cristo sulla terra, dal principio alla fine, fu indirizzata assolutamente ad avere solo imitatori e a impedire gli ammiratori” (810). Essere imitatori e non ammiratori di Gesù o dei suoi testimoni più luminosi, i santi, esige però una decisione, che si può prendere solo in prima persona: “Camminare soli! Sì, nessun uomo, nessuno, può scegliere per te oppure in senso ultimo e decisivo può consigliarti riguardo all’unica cosa importante, riguardo all’affare della tua salvezza… Soli! Poiché quando hai scelto, troverai certamente dei compagni di viaggio, ma nel momento decisivo e ogni volta che c’è pericolo di vita, sarai solo” (Vangelo delle sofferenze, 833).

L’appello a questa decisione per Cristo è la soglia cui la Lettera ai cercatori di Dio vorrebbe condurre: la decisione stessa non potrà che avvenire però nel cuore e nella libertà di ciascuno. Solo allora, quando avremo deciso di farci pellegrini nella notte alla luce della Stella, potremo far nostra la preghiera dell’innamorato di Dio, che ha incontrato l’Amato e ancor più desidera incontrarLo, la preghiera con cui Anselmo apre il suo Proslogion, voce della sua sete di autentico cercatore di Dio: “‘II Tuo volto, Signore, io cerco’ (Sal 26, 8). Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarTi, dove e come trovarTi… Che cosa farà, o altissimo Signore, questo esule, che è così distante da Te, ma che a Te appartiene? Che cosa farà il Tuo servo tormentato dall’amore per Te e gettato lontano dal Tuo volto? Anela a vederTi e il Tuo volto gli è troppo discosto. Desidera avvicinarTi e la Tua abitazione è inaccessibile… Insegnami a cercarTi e mostraTi quando Ti cerco: non posso cercarTi se Tu non mi insegni, né trovarTi se non Ti mostri. Che io Ti cerchi desiderandoTi e Ti desideri cercandoTi, che io Ti trovi amandoTi e Ti ami trovandoTi”.

La via della metafora: in cammino con i Magi guidati dalla stella (Mt 2,1-12)

Pellegrini nella notte: la domanda di una ricerca antica e sempre nuova…

- Gettati verso la morte: la ferita del dolore e dell’assenza

- Assetati di vita: la potenza del domandare come lotta con la morte, voce del “mendicante del cielo” che abita in ciascuno di noi. Dalla morte alla vita…

- Tentati di fermarsi: catturati dall’esilio. Rimettersi sempre in cammino, da viandanti interroganti: Wir sind Bettler, hoc est verum! Mossi dalle grandi domande:felicità e sofferenza, amore fallimenti, lavoro e festa, giustizia e pace, la sfida di Dio…

Guidati dalla stella: l’annuncio del Dio che ha tempo per l’uomo.

- Il Dio vivente alla ricerca dell’uomo: Deus revelans, absconditus in revelatione, revelatus in absconditate. Non il Deus mortuus, otiosus dell’ideologia

- Il Dio che viene: Deus adveniens, Silenzio dell’Origine, Parola eterna ed incarnata, Silenzio del destino

- Il kerygma, che dice e tace, vela e rivela

3. Videro il Bambino e lo adorarono: la fede, dove domanda e annuncio si incontrano

- La fede come lotta: un incontro fra Viventi, sempre nuovo. Il Tuo volto Signore io cerco!

- La fede come resa, abbandono e pace

- La fede come sempre nuovo inizio. Il credente, ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. L’ateo, l’altra parte di chi crede

Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese: una conclusione che è un inizio…

- No alla negligenza della fede; sì a una fede pensosa, interrogante

- No al disimpegno del pensiero: sì al mettersi sempre di nuovo in ricerca da parte di chi non crede

- No a essere ammiratori; sì a diventare imitatori. Sulla soglia della decisione che cambia il cuore e la vita

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 30 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Agostino Trapé (agostiniano): La preghiera (sulla festa di tutti i santi)

dal sito:

http://agostinotrape.it/varie/pdf/Usmai_75_Conferenza-La_preghiera.pdf

OMELIA: La preghiera Agostino Trapè O.SA.

Sorelle venerate, la festa di tutti i santi che abbiamo celebrato ieri, la commemorazione dei fedeli defunti che celebriamo oggi, richiamano al nostro pensiero la meravigliosa ed esaltante visione della comunione dei santi. Tante volte recitando il simbolo abbiamo fatto la professione di fede su questa verità: credo lo Spirito Santo, la Santa Chiesa Cattolica, la Comunione dei Santi. Se non tutte le volte, molte certamente ci saremo soffermati a pensare a queste misteriose parole: la Comunione dei Santi, cercando di approfondirne il significato. Forse ci siamo accorti che capitava a noi ciò che capita al viandante che guarda l’orizzonte e lo vede arretrare a mano a mano che avanza; o a chi tenti di scrutare gli abissi del mare che ha l’impressione che diventino sempre più profondi quanto più lo sguardo cala a fondo per cogliere tutta la profondità del mare. In realtà questa verità sulla Comunione dei Santi è una verità che esprime nella maniera più chiara, più bella, più profonda l’insondabile mistero della Chiesa. La Chiesa è il regno di Dio, la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa è il popolo di Dio; ma la Chiesa è anzitutto « Comunione ». Queste parole « Comunione dei Santi « possono avere tre significati, e forse tutti e tre insieme. Comunione dei Santi può significare la comunione dei beni, prendendo la parola « sanctorum » nel significato di « cose sante », cioè la comunione dei beni nella Chiesa. Questo significato è vero, perché tutti nella Chiesa -sia che combattano ancora, come noi combattiamo, per giungere alla meta della salvezza, sia che godano il trionfo della salvezza nel cielo, sia che attendano di giungere alla mèta ultima ma già sono sicuri di raggiungerla -partecipano degli stessi beni, cioè del bene essenziale, insostituibile, divino della carità e della grazia. E’ questo bene che allarga la nostra comunione con la comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; è questo bene che ci rende partecipi della comunione di Cristo Redentore. Comunione dei santi può significare che tutti nella Chiesa terrena, tutti coloro che sono partecipi della fede in Cristo, della speranza e della carità, costituiscono una comunione, un’intima partecipazione e convivenza di vita e sono santi. Anche questo significato è vero. Noi siamo santi, non per nostro merito, ma per il dono della grazia che ci ha giustificato e che ci giustifica. Quindi considerare la comunione dei santi, la comunione di tutti i cristiani raccolti nell’unità della Chiesa è una beatificante realtà. Ma questa espressione « communio sanctorum » può significare ancora la comunione dei santi che vivono beati nel cielo. Tre possibili significati, forse tutti e tre ricordati con la professione di fede. In tal caso, diventando sinonimo di quella che la precede, « credo nella Chiesa cattolica », Comunione dei Santi diventa l’espressione più alta del mistero della Chiesa, l’espressione più alta della rivelazione di Dio, che ha voluto gli uomini partecipi della vita, del mistero della Trinità. Difatti l’evangelista S. Giovanni, che nella sua prima lettera annunzia l’incarnazione del Verbo, quello che gli apostoli hanno visto, hanno toccato con mano del Verbo della vita, si esprime così: Queste cose ve le annunciamo perché voi abbiate la società, la comunione, la « Koinonia » insieme a noi e la nostra comunione sia col Padre e col suo Figlio. Ora, sorelle venerate, è in questa visione della comunione della Chiesa, che è appunto comunione dei santi, che appaiono alcuni aspetti fondamentali della teologia della preghiera. Questa mattina abbiamo detto qualcosa di questa stupenda teologia; avevo individuato alcune proprietà su cui poi non ho potuto insistere; anzi su due particolarmente non ho detto neppure una parola. Non l’ho detta perché mi ripromettevo di dirla questa sera. Voi ricorderete che tra i punti che avevo dato nel programma ce ne erano due che suonavano così: socialità della preghiera e cristocentricità della preghiera, o con una parola più barbara « cristicità » della preghiera. Ora queste due proprietà della teologia della preghiera emergono dal dogma della Comunione dei Santi. Che cosa vuol dire Comunione dei Santi? Vuol dire anche questo: comunione di preghiera. La preghiera che passa tra tutti i membri della comunione della Chiesa, sia peregrinante qui in terra sia beata nel cielo sia ancor sofferente ma sicura della salvezza nel purgatorio, la preghiera che raggiunge tutte le anime come le onde del mare che si allargano e occupano tutta l’estensione del mare. Socialità della preghiera vuol dire che noi possiamo pregare per gli altri e rendere gli altri partecipi dei frutti della nostra preghiera; vuol dire che gli altri possono pregare per noi e renderci partecipi dei frutti della loro preghiera.
Sorelle venerate, è una visione consolante, questa, specialmente per chi si sente povero, fragile, peccatore, bisognoso di sostegno. Il pensiero che altre anime qui in terra, che i beati lassù nel Cielo, che le anime care del purgatorio interpongono la loro intercessione presso il Signore per sostenere il nostro cammino, che ci rendono partecipi dei loro meriti, che, diventati amici di Dio, interpongono la loro intercessione presso l’Amico a nostro favore, è una verità esaltante, una verità confortante, capace da sola di tirarci fuori da qualunque scoraggiamento e di reggerci sul ciglio di qualunque abbattimento, quando le difficoltà da superare in certe ore, in certi momenti della nostra vita, diventano molte e gravi e pesanti.
La socialità della preghiera, una verità teologica fondamentale e una sorgente perenne di gioia; ma è anche una sorgente perenne di apostolato, il primo dovere del nostro apostolato. In forza di questa grande verità esiste l’apostolato della preghiera, esiste la possibilità, che anzi è, poi, la prima di tutte le possibilità che noi abbiamo a favore dei nostri fratelli, di aiutare gli altri. La nostra preghiera per i peccatori, la preghiera per gli infedeli, la preghiera per i sofferenti, la preghiera per i titubanti, per coloro che hanno bisogno di ritrovare la verità e chiarire a se stessi le loro idee è il mezzo primo e più efficace dell’apostolato. E questo è possibile solo perché viviamo nella Comunione dei Santi. Ma v’è un’altra prerogativa teologica della preghiera che emerge dallo sfondo meraviglioso della Comunione dei Santi. E’ quella che ho chiamato la cristocentricità. Voglio dire che la nostra preghiera è fatta in Cristo e che Cristo la fa in noi. Cristo è il cardine, la forza della Comunione dei Santi, per cui la nostra preghiera non salisce a Dio se non attraverso il Cristo e la grazia del Signore non scende a noi se non attraverso il Cristo. A questo punto vorrei servirmi di una citazione agostiniana che, pur senza la citazione della fonte, è passata nella liturgia. Dice S. Agostino che Cristo prega per noi, prega in noi, è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Perciò, continua il santo, non dire nulla senza Cristo e Cristo non dirà nulla senza di te. Preghiamo per mezzo di Cristo, preghiamo in Cristo, e Cristo stesso prega in noi. Un orizzonte della preghiera incentrata nel Cristo che, simile a quello della Comunione dei Santi, è realmente insondabile. La nostra preghiera deve salire al Padre per mezzo di Cristo. Lui è il Figlio che il Padre ama, che il Padre ascolta e noi non possiamo arrivare a Lui se non per mezzo del Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini. Io non posso, in questo momento, soffermarmi sul concetto della mediazione, ma basti questo accenno per ricordare che solo attraverso il Cristo noi possiamo arrivare a Dio. Tra Dio creatore e noi creature e per di più creature peccatrici non c’è altro ponte, non c’è altro pontefice che Cristo. Un’espressione della Città di Dio può riassumere questo pensiero: senza il Cristo, senza la sua mediazione, nessuno è stato mai liberato, nessuno è mai liberato, nessuno sarà mai liberato; le sponde dell’eternità e del tempo non possono essere ravvicinate, il contatto tra creatore e creatura non può essere effettuato se non per mezzo di Cristo. Per questa ragione ogni volta che preghiamo, particolarmente nella preghiera pubblica, ogni volta che preghiamo in nome della Chiesa, noi interponiamo sempre l’intercessione di Cristo. Dopo ogni preghiera la conclusione è sempre la stessa: noi ci volgiamo al Padre e gli chiediamo che ascolti la nostra preghiera per intercessione del Figlio. Ma c’è di più: Cristo prega in noi come nostro capo. Come sarebbe bello trattenersi su questo punto per sottolineare la presenza di Cristo in noi. Ma la dottrina della Chiesa corpo mistico di Cristo, così cara a S. Paolo, cosìcara al S. P. Agostino, così cara a Pio XII che l’ ha illustrata in una mirabile enciclica, e ripresa e contenuta nel Concilio Vaticano II, questa dottrina mirabile della Chiesa, corpo mistico di Cristo può darci la chiave per capire come mai Cristo prega in noi. E non è questa una certezza che dilata nella gioia la nostra fede, la nostra vita interiore? Perché quando sappiamo che Cristo vive in noi e prega in noi, allora abbiamo la certezza che l’oceano che ci separa da Dio sarà varcato e che la nostra voce arriverà al Padre delle misericordie, a Dio che è essenzialmente Padre e quindi essenzialmente buono. Io vorrei che voi sottolineaste questo avverbio che io ho usato. Dio essenzialmente Padre, Dio essenzialmente buono. Ma la nostra voce non giunge a Lui se non per mezzo di Cristo; e quando giunge per mezzo di Cristo, allora dalla sua infinita bontà scende la misericordia su ciascuno di noi. Cristo è pregato da noi. Ed è questa un’altra considerazione o per dir meglio un altro aspetto della teologia della preghiera. Noi abbiamo in Cristo colui che prega per noi perché è il nostro mediatore, colui che prega in noi perché è il nostro capo, colui che è pregato da noi, cioè colui che ci concede quello che noi gli chiediamo. Lo chiediamo per mezzo di Cristo uomo, mediatore tra Dio e gli uomini, e lo chiediamo a Cristo Dio e Lui, la stessa persona divina, concede a noi quello che noi chiediamo a Dio perché egli è Dio Verbo incarnato. Con questa teologia del Cristo che prega per noi, che prega in noi, che è pregato da noi potremo considerare chiuso il panorama immenso della teologia della preghiera proposto da S. Agostino. E’ un panorama eminentemente cattolico, è un panorama di tutta la tradizione della Chiesa, è un panorama su cui dobbiamo fissare, oggi soprattutto, il nostro sguardo, la nostra attenzione, perché la preghiera ci appaia nella sua realtà, nella sua profondità, nella sua necessità, nella sua efficacia, nella sua bellezza. La preghiera non ha solo un valore spirituale, un valore teologico, un valore filosofico; ma anche -e non meno -un valore apologetico. E quando dico un valore apologetico voglio dire che attraverso la nostra preghiera, attraverso la vostra vita orante, attraverso la convinzione che la preghiera è l’anima della vita cristiana e della nostra vita religiosa noi esercitiamo un’azione di apostolato e facciamo una grande apologia della Chiesa; scriviamo la pagina più bella dell’apologetica che oggi la Chiesa attende da noi. Bisogna convincere di nuovo il mondo, perché sta dimenticandolo, bisogna convincere il mondo che la preghiera è una forza, e una forza per reggere la nostra vita, una forza per sospingere il nostro apostolato, una forza per rendere migliore il mondo, una forza per sciogliere i problemi, che l’umanità sente ogni giorno più gravi e più urgenti. Ora, voglio sperarlo, è proprio questa profonda convinzione che noi riporteremo con noi stessi al termine di questo convegno. Avremo allora la sicurezza che, approfondendo gli aspetti filosofici, teologici, mistici e spirituali della preghiera, avremo anche approfondito questo aspetto apologetico; e la nostra azione, la nostra vita nella Chiesa sarà più efficace, più feconda, più bella, più gioiosa; come Cristo la vuole, come la Chiesa l’attende.

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