Archive pour octobre, 2009

Don Gnocchi, sulle vette della carità

dal sito:

http://www.famiglieperaccoglienza.it/?idPagina=832&Titolo=Don%20Gnocchi,%20sulle%20vette%20della%20carit%E0

Il « prete degli alpini », la cui opera per l’infanzia sofferente ha segnato la storia del dopoguerra, sarà proclamato beato il 25 ottobre. La celebrazione al Duomo di Milano

Don Gnocchi, sulle vette della carità

di Stefano Zurlo, ilsussidiario.net, giovedì 10 settembre 2009

« …Assiste alla morte dell’Uomo, calpestando il ghiaccio sconfinato della Russia. Torna a casa deciso a caricarsi sulle spalle il dolore innocente dei bambini feriti e abbandonati. È il genio del cristianesimo: trasformare la morte in vita, la disperazione in speranza, la barbarie in civiltà… »                                      

Lo beatificheranno il 25 ottobre, ma in una nicchia starà senz’altro scomodo. Don Carlo Gnocchi non era un santino, semmai, alla sua maniera, sul lato della carità, uno dei protagonisti del miracolo italiano. Solare, ottimista, gran lavoratore, con quella positività tutta lombarda che sin dai tempi dell’Illuminismo intreccia terra e cielo e coniuga gli ideali dell’anima con i bisogni del corpo.                            

La storia di don Carlo è dunque quella di un prete coraggioso, ardimentoso, quasi temerario che scopre di avere addosso una vocazione particolare, quella per i mutilatini, e scommette tutto su quell’intuizione. Sono paradossalmente gli anni della guerra quelli in cui matura l’idea di occuparsi degli ultimi fra gli ultimi, le piccole e incolpevoli vittime dell’odio, i bambini che sono saltati sulle bombe e sui residuati bellici. Insomma, quello di Carlo è un percorso controcorrente: va in guerra come cappellano degli Alpini, osserva tutto il male quasi irredimibile del conflitto, assiste alla morte degli uomini e dell’Uomo, calpestando il ghiaccio sconfinato della Russia. Torna però a casa non ripiegato su se stesso, ma deciso a caricarsi sulle spalle il dolore innocente di quei bambini feriti, umiliati e abbandonati al loro destino. È il genio del cristianesimo: trasformare la morte in vita, la disperazione in speranza, la barbarie in civiltà. O, se si preferisce, costruire sul dolore, dove tutti gli altri pensano che non ci sia più nulla da fare. Come ha fatto Cristo in croce.                                      

Il resto è la storia prodigiosa delle opere create freneticamente nell’arco di poco più di dieci anni, dal 1945 al 1956, quando don Carlo muore prematuramente. Il suo ragionamento è evangelicamente semplice: ai mutilatini è stato tolto molto, molto dev’essere restituito. L’importante è non abbandonarsi ad una carità alla vecchia maniera, fra paternalismo e fioretti. No, ci vuole altro. Medicine. Riabilitazione. Studio. Giochi. La prospettiva di creare tante famiglie e di tornare nella società. Mai, mai piangersi addosso e maledire la sorte. Don Carlo diventa per tanti piccoli sfortunati un padre e l’espressione non ha alcuna retorica per centinaia di bambini che erano stati parcheggiati, spesso da famiglie poverissime, in istituto.

Lui li segue uno ad uno, per loro va a battere cassa presso le grandi famiglie della borghesia ambrosiana, per loro tesse una fitta trama di rapporti politici che lo portano a Roma, da Andreotti e De Gasperi. Con loro va in udienza da Pio XII e al papa, che vorrebbe farlo vescovo, replica con garbata fermezza: «Santità, la ringrazio ma se mi lascia con i miei ragazzi sarei anche più contento».                                 

La vocazione è diventata una missione. Il cappellano si rivela un grande uomo. In altre parole, un santo. Anticonformista fino all’ultimo giorno. Muore donando le cornee con un gesto di amore e libertà che supera i divieti della legge, che all’epoca proibiva i trapianti, e i dubbi dei teologi moralisti, divisi sul punto. Lui è oltre. A ben guardare, avanti. Già in cielo. Ma ben saldo sulla terra, dove le sue opere avranno dopo la sua morte una grande fioritura.                                     

Ai suoi funerali in Duomo, il cardinal Montini, futuro Paolo VI, chiama al microfono un mutilatino che inventa la più bella delle prediche: «Ciao, prima ti chiamavo don Carlo, adesso ti chiamo San Carlo». Sono in centomila ad applaudire.

Speriamo che la beatificazione spinga i milanesi e gli italiani a togliere la polvere dall’immagine di don Carlo Gnocchi.

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Giovanni Paolo II ai partecipanti della Fondazione « Don Carlo Gnocchi »

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/2002/november/documents/hf_jp-ii_spe_20021130_don-carlo-gnocchi_it.html

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL PELLEGRINAGGIO

DELLA FONDAZIONE « DON CARLO GNOCCHI »

Sabato, 30 novembre 2002
 

Signori Cardinali,
Cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. È per me motivo di grande gioia accogliervi quest’oggi nel contesto delle celebrazioni per il centenario della nascita di don Carlo Gnocchi, e del cinquantesimo della Fondazione sgorgata dal suo cuore di insigne « prete educatore e imprenditore della carità », come ebbe a definirlo il Cardinale Carlo Maria Martini, aprendo nel 1987 il processo di beatificazione. Grazie per la vostra visita, che mi offre l’occasione di manifestare sincero apprezzamento per il benemerito servizio che rendete a quanti si trovano in difficoltà.

Vi saluto tutti con affetto: ospiti, dirigenti, operatori, volontari, ex allievi ed amici della grande famiglia spirituale di don Carlo Gnocchi, senza dimenticare l’Associazione Nazionale Alpini e l’Associazione Nazionale Donatori Organi, particolarmente legate alla figura e all’opera di questo zelante sacerdote. Saluto i rappresentanti degli Istituti religiosi maschili e femminili voluti da don Gnocchi e il Presidente della Fondazione, Mons. Angelo Bazzari, che ringrazio per i devoti sentimenti che ha voluto esprimere a nome vostro. Saluto la giovane ospite del Centro di Milano, che si è fatta interprete di tutti gli ospiti della Fondazione. Un deferente pensiero rivolgo al Sindaco di Milano e alle altre autorità civili e militari, che hanno voluto essere presenti a questo incontro.

2. Il servo di Dio don Carlo Gnocchi, « padre dei mutilatini », fu educatore di giovani sin dall’inizio del suo ministero sacerdotale. Conobbe gli orrori della seconda guerra mondiale quale cappellano volontario prima sul fronte greco-albanese e, in seguito, con gli alpini della Divisione « Tridentina », nella campagna di Russia. Si prodigò con eroica carità verso i feriti e i moribondi, e maturò il disegno di una grande opera destinata ai poveri, agli orfani e agli sventurati.

Nacque così la Fondazione Pro Juventute, attraverso la quale egli moltiplicò iniziative sociali ed apostoliche a favore dei tanti orfani di guerra e piccoli mutilati per lo scoppio di ordigni bellici. La sua generosità si spinse oltre la morte, sopravvenuta il 28 febbraio del 1956, mediante il dono delle sue cornee a due ragazzi non vedenti. Fu un gesto precorritore, se si considera che in Italia il trapianto d’organi non era ancora regolato da provvedimenti legislativi.

3. Carissimi Fratelli e Sorelle! Le celebrazioni giubilari vi hanno permesso durante quest’anno di approfondire ancor più le ragioni del vostro impegno nella società e nella Chiesa. Dalla riabilitazione e integrazione sociale dei mutilatini di guerra siete oggi passati a gestire diversificate attività a favore di ragazzi, adulti e anziani non autosufficienti. Rispondendo, inoltre, ai nuovi bisogni emergenti nella società, avete aperto le vostre case a malati oncologici terminali. Non avete al tempo stesso trascurato di investire nella ricerca scientifica, curando la formazione professionale per disabili attraverso scuole e corsi in varie regioni d’Italia.

4. « Restaurare la persona umana » è il principio che continua ad ispirarvi, in fedeltà allo spirito di don Carlo Gnocchi. Egli era convinto che non basta assistere il malato; occorre « restaurarlo », promuovendolo attraverso pertinenti terapie atte a fargli recuperare la fiducia in se stesso. Se ciò esige un aggiornamento tecnico e professionale, domanda ancor più un costante supporto umano e soprattutto spirituale. « Condividere la sofferenza – amava ripetere questo insigne pedagogo sociale – è il primo passo terapeutico; il resto lo fa l’amore ».

E fu proprio l’amore il segreto di tutta la sua vita. In ogni sofferente vedeva Cristo crocifisso, tanto più se si trattava di individui fragili, piccoli, indifesi. Comprese che la luce capace di dar senso al dolore innocente dei bambini viene dal mistero della Croce. Ogni mutilatino era per lui « una piccola reliquia della redenzione cristiana e un segnale che anticipa la gloria pasquale ».

5. Carissimi Fratelli e Sorelle! Continuate a seguire le orme di questo indimenticabile maestro di vita. Come lui, siate buoni samaritani per quanti bussano alla porta delle vostre case. Il suo messaggio rappresenta oggi una singolare profezia di solidarietà e di pace. Servendo infatti gli ultimi e i piccoli in modo disinteressato, si contribuisce a costruire un mondo più accogliente e solidale.

Quasi tutti i vostri centri di ricupero e riabilitativi sono dedicati alla Vergine. Sia Lei – la Madre della speranza, a cui don Gnocchi si rivolgeva con filiale devozione – a sostenervi e a guidarvi verso nuovi traguardi di bene.

Io vi assicuro la mia preghiera, mentre di cuore benedico voi qui presenti e quanti compongono la grande famiglia della « Fondazione don Carlo Gnocchi ».

Publié dans:Beati, Papa Giovanni Paolo II |on 25 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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White Clover, Dutch Clover

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Omelia per domenica 25 otobre 2009: Avere la fede e’ piu’ che ritrovare la vista

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8355.html

Omelia (29-10-2006) 

don Roberto Rossi
Avere la fede e’ piu’ che ritrovare la vista

Mons. Angelo Comastri presenta questo racconto.

A Lourdes, nello stradello che scende dalla Basilica superiore alla Grotta, c’è un monumento che raffigura un cieco. Alla base del monumento c’è scritto così: ritrovare la fede è più che ritrovare la vista. Queste parole le ha fatte scrivere una donna, che a Lourdes ha ritrovato la fede ed ha capito quanto fosse cieca prima di credere.
Sempre a Lourdes ho conosciuto un cieco, di nome Pietro: lo scoppio di una mina gli ha portato via una mano e l’ha privato della vista per sempre. Eppure la serenità di quest’uomo non si ritrova in tante altre persone che sono sane e vedenti. Egli è arrivato a dirmi: « Preghi per i miei figli perché credono poco: sono ciechi! Sì, io non vedo come voi, ma vedo quello che più conta ». L’atteggiamento di quest’uomo ci illumina sulla cecità più grave che esista: la cecità di coloro che non vedono il Signore e non sanno leggere il libro della vita.
Una suora missionaria racconta di aver conosciuto un cristiano di nome Giacinto, deturpato dalla lebbra nelle mani e nei piedi e in più reso cieco dal male. Quando la suora gli parla del Paradiso, il volto del cieco diventa raggiante ed è capace di dire: « Sì, credo nel Paradiso. E la prima persona che rivedrò sarà il Signore ».
Questa è fede. Questa è la fede che fa vedere. Questa è la fede che insegna il Vangelo di oggi.
Ed ecco il racconto riferito dall’evangelista Marco. « Un uomo, di nome Bartimeo, sedeva lungo la strada a mendicare » (Mc 10,46). Bartimeo era uno dei tanti disgraziati di questo mondo. Bartimeo è anche uno che rappresenta tutte le disgrazie della vita umana e soprattutto rappresenta la condizione di ogni uomo.
Chi siamo noi? Siamo tutti poveri mendicanti che cerchiamo, che aspettiamo. L’uomo è stato creato così, affinché si accorga di essere povero. Ma povero di che?
Continua il Vangelo: « Il cieco di Gerico sentì che c’era Gesù Nazareno e cominciò a gridare e a dire: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! » (Mc 10,47).
Questo cieco ha individuato la sua povertà ed ha avuto la forza di gridarla per trasformarla in preghiera. È tanto difficile riconoscere di essere poveri, è tanto difficile riconoscere di essere bisognosi della vita che solo Dio può dare, è tanto difficile accostarsi a Dio con umiltà.
Il cieco di Gerico è riuscito in questo e, pur non avendo niente, è diventato l’uomo più ricco del mondo: l’uomo che ha trovato Dio. Notate che il cieco inizialmente non chiede nulla: soltanto si affida al Signore che passa; si consegna alla sua Pietà, perché ha riconosciuto in Gesù una bontà che merita tutta la fede.
La reazione della gente davanti alla fede del cieco: « Molti lo sgridavano per farlo tacere » (Mc 10,48). Succede spesso così: quando uno decide di vivere seriamente la fede, gli altri lo deridono. Quando Francesco d’Assisi decise di farsi povero, tutti lo ritennero un esaltato; quando Vincenzo de’ Paoli si consacrò agli ultimi della società, tutti all’inizio lo guardarono con diffidenza; quando S. Giovanni Bosco cominciò a raccogliere i giovani sbandati di Torino, tentarono di rinchiuderlo in un manicomio. Così è accaduto ai santi; così accade ogni volta che facciamo una scelta vera per il Signore.
« Gesù si fermò e disse: Chiamatelo! E chiamarono il cieco dicendogli: Coraggio, alzati! Ti chiama! » (Mc 10,49). Gesù si ferma davanti al cieco, perché Dio non resiste al grido degli umili.
E a noi, suoi discepoli, Gesù ha lasciato l’ordine preciso di servire i poveri, di curare gli ammalati, di consolare i sofferenti…
Per questo nella Chiesa Cattolica c’è tanta gente che offre la propria vita per gli altri. Noi siamo più felici di poter dire davanti al mondo: i poveri sono i nostri padroni. I poveri e gli ammalati sono per noi il tesoro più prezioso di tutta la terra.
Al cieco di Gerico Gesù disse: « Va’, la tua fede ti ha salvato ». E il cieco riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. In verità questo cieco aveva cominciato a « vedere » prima della guarigione dei suoi occhi. Il miracolo fu soltanto un segno per premiare la sua fede e per scuotere l’incredulità degli altri. Chi crede, è già un vedente.
Ebbene, lo stesso Gesù che passò a Gerico, oggi è qui tra noi. I nostri occhi di carne vedono le cose, ma il nostro spirito ha la luce della fede per vedere il Signore e pregarlo?
Come Bartimeo gridiamo anche noi: « Signore, fa’ che io veda! ». 

padre Cantalamessa : Omelia (29-10-2006) per domenica 25 ottobre 2009

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8367.html

Omelia (29-10-2006)  per domenica 25 ottobre 2009

padre Raniero Cantalamessa

Preso tra gli uomini e costituito tra gli uomini

Il brano evangelico narra la guarigione del cieco di Gerico Bartimeo… Bartimeo è uno che non si lascia sfuggire l’occasione. Ha sentito che passava Gesù, ha compreso che era l’occasione della sua vita e ha agito con prontezza. La reazione dei presenti (« lo sgridavano perché tacesse ») mette in luce la inconfessata pretesa dei « benestanti » di tutti i tempi che la miseria resti nascosta, non si mostri, non disturbi la vista e i sonni di chi sta bene.

Il termine « cieco » si è caricato di tanti sensi negativi che è giusto riservarlo, come oggi si tende a fare, alla cecità morale dell’ignoranza e dell’insensibilità. Bartimeo non è cieco, è solo un non-vedente. Con il cuore ci vede meglio di tanti altri intorno a lui, perché ha la fede e nutre la speranza. Anzi, è questa vista interiore della fede che l’aiuta a recuperare anche quella esteriore delle cose. « La tua fede ti ha salvato », gli dice Gesù.

Mi fermo qui nella spiegazione del vangelo perché mi preme sviluppare un tema presente nella seconda lettura di questa domenica, riguardante la figura e il ruolo del sacerdote. Del sacerdote si dice anzitutto che è « preso di tra gli uomini ». Non dunque un essere sradicato o calato dal cielo, ma un essere umano che ha alle spalle una famiglia e una storia come tutti gli altri. « Preso di tra gli uomini » significa anche che il sacerdote è fatto della stessa pasta di ogni altra creatura umana: con i desideri, gli affetti, le lotte, le esitazioni, le debolezze di tutti. La Scrittura vede in questo un vantaggio per gli altri uomini, non un motivo di scandalo. In tal modo egli sarà infatti più preparato ad avere compassione, essendo rivestito anche lui di debolezza.

Preso di tra gli uomini, il sacerdote è poi « costituito per gli uomini », cioè ridonato ad essi, posto a loro servizio. Un servizio che tocca la dimensione più profonda dell’uomo, il suo destino eterno. San Paolo riassume il ministero sacerdotale con una frase: « Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio » (1 Cor 4,1). Questo non significa che il sacerdote si disinteressa dei bisogni anche umani della gente, ma che anche di questi si occupa con uno spirito diverso da quello dei sociologi e dei politici. Spesso la parrocchia è il più forte punto di aggregazione, anche sociale, nella vita di un paese o di un quartiere.

Questa che abbiamo tracciato è una visione in positivo della figura del sacerdote. Non sempre, sappiamo, è così. Ogni tanto le cronache ci ricordano che c’è anche un’altra realtà, fatta di debolezza e infedeltà…Di essa la Chiesa non può fare altro che chiedere perdono. C’è però una verità che va ricordata a parziale consolazione della gente. Come uomo, il sacerdote può sbagliare, ma i gesti che compie come sacerdote, all’altare o in confessionale, non risultano per questo invalidi o inefficaci. Il popolo non è privato della grazia di Dio a causa dell’indegnità del sacerdote. È Cristo infatti che battezza, celebra, perdona; lui è solo lo strumento.

Mi piace ricordare, a questo proposito, le parole che pronuncia prima di morire il « Curato di campagna » di Bernanos: « Tutto è grazia ». Anche la miseria del suo alcolismo gli appare grazia, perché lo ha reso più misericordioso verso la gente. A Dio non preme tanto che i suoi rappresentanti in terra siano perfetti, quanto che siano misericordiosi. 

Giovanni Taulero: « Subito l’uomo riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091025

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B : Mc 10,46-52
Meditazione del giorno
Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo
Omelia 10

« Subito l’uomo riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada »

      « Io sono la luce del mondo » (Gv 8,12). E’ da questa luce che ricevono la propria luminosità tutte le luci delle terra: quelle materiali come il sole, la luna, le stelle e i sensi corporei dell’uomo, e anche quella spirituale, l’intelligenza dell’uomo, per cui tutte le creature rifluiscono alla loro origine. E se non vi rifluiscono, esse sono vere e proprie tenebre, di fronte a questa vera luce essenziale, che è la luce di tutto il mondo.

      Ora, il nostro amato Signore dice: « Abbandona la tua luce, che è in verità tenebra a confronto con la mia luce, e mi è contraria; poiché io sono la vera luce, voglio darti, al posto delle tue tenebre, la mia luce eterna, affinché essa ti appartenga come appartiene a me, e tu abbia, quanto me, il mio essere, la mia vita, la mia felicità e la mia gioia ».

      Qual è dunque la via più breve per giungere alla vera luce? Rinunciare veramente a se stesso, amare e non avere in vista null’altro se non Dio solo…, non cercare in nessun modo i propri interessi, ma desiderare e ricercare soltanto l’onore e la gloria di Dio, attendere tutto in ogni istante da Dio, e riferire immediatamente a Dio tutte le cose, da qualunque parte esse provengano, e a lui riportarle senza alcun rigiro e mediazione, in modo che vi sia un completo e immediato flusso e riflusso: questa è la vera e retta via. 

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 25 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Saint Paul – Ecole italienne

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http://www.artbible.net/2NT/PORTRAITS%20OF%20%20PAUL/slides/15%20EC%20ITALIENNE%20COND%20%20L%20APOTRE%20PAUL.html

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Forte nella debolezza (2Cor 12, 7-10)

dal sito:

http://cattedrale.arcidiocesi.gorizia.it/parrocchia/spip.php?article155

Forte nella debolezza

Il 5 luglio 2009 par don Sinuhe Marotta

Che modo paradossale di sentire il proprio valore di uomo e di cristiano esprime oggi Paolo! La lunga discussione con i cristiani inquieti di Corinto lo ha appena visto rivelare, a fatica e con pudore, le sue eccezionali esperienze mistiche. È stato fatto entrare nel mondo di Dio. Cristo stesso gli ha parlato con parole indicibili. Paolo è presente su questa terra come uno appena tornato dal cielo.

Eppure… Non sono queste le esperienze di cui intende gloriarsi. “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze”.Che cosa ci stai dicendo, Paolo? Che cos’è questa “spina nella carne”, questo inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarti e che, per ben tre volte, hai pregato il Signore che te ne liberi? È una malattia con effetti umilianti per il tuo corpo? È una tentazione sessuale dalla quale non sei in grado di preservarti? Ti riferisci alle incomprensioni e persecuzioni di cui sei costantemente oggetto e che ti rendono tutto più difficile? È una provocazione diretta del Maligno sulla tua persona?

È la tua debolezza, alla fine. Che sia causata da infermità, oltraggi, necessità o angosce non importa. Basta che sia vissuta per Cristo. Basta che sia vissuta in Cristo. Basta che la sua potenza si manifesti nella tua parola, che è debole, nel tuo corpo che è debole, nel riconoscimento sociale di cui godi che è debole.

Questo è il miracolo; di questo si vanta Paolo: che nella debolezza Cristo parla, che attraverso la debolezza Cristo agisce. Non solo nella salute, nella bravura o nella stima di cui gode il credente, ma nella mancanza di queste realtà il Signore è capace di agire ugualmente. Anzi, forse proprio in queste realtà di debolezza siamo capaci di contare solo sulla promessa e sulla grazia del Signore: “Ti basta la mia grazia”. Capita anche a noi. Le nostre forze, da sole, non ci sostengono.

Che cosa chiederemo allora al Signore, d’ora in poi? Di restare sempre in salute o di vivere sempre in grazia di Dio? Di riuscire bene in ogni cosa o di potergli restare fedeli in ogni cosa? Di morire il più tardi possibile o di saper vivere per Lui e secondo le sue parole il più a lungo possibile?

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Dalla seconda lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 12,7-10

«Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.

A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte».

Publié dans:San Paolo |on 24 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Perché Shoah e non Olocausto

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#13

OSSERVATORE ROMANO – 20 OTTOBRE 2009

Memoria e definizione dello sterminio degli ebrei

Perché Shoah e non Olocausto

di Mordechay Lewy
Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede

Per chiarezza qualsiasi discorso sulla Shoah dovrebbe affermare che essa è il male estremo. Un evento che proietta la sua ombra su ogni  risultato  che  il  progresso  umano  possa  raggiungere,  che ha scatenato  una  crisi di valori identificati con  la  civiltà  occidentale  e  ha  scosso  la  fede dell’umanità nell’esistenza di Dio.
All’inizio degli anni Novanta, durante un incontro con gli ambasciatori, un anziano funzionario del ministero degli Esteri israeliano disse che il ricordo della Shoah si sarebbe dovuto mantenere come intima memoria privata piuttosto che come esposizione in pubblico delle sofferenze e dei traumi. Solo così il ricordo sarebbe rimasto autentico e immune da banalità e strumentalizzazioni.
Queste osservazioni, benché di grande impatto, contrastano con l’esperienza pubblicamente condivisa sul modo in cui creare e conservare una cultura della memoria. Queste dichiarazioni sembrano di fatto minare alla base un certo concetto dell’ethos israeliano che lega la Shoah alla costituzione della patria ebraica.
Già prima della Shoah si pensava che la ragion d’essere dello Stato d’Israele più che la mera realizzazione del sogno di ritornare nella Terra promessa, fosse creare un porto sicuro per il popolo ebraico, disperso e perseguitato nella diaspora. Come conseguenza della Shoah è emersa un’ulteriore nozione:  che non si sarebbe mai più permesso il verificarsi di una catastrofe simile. Israele non è stato fondato a motivo della Shoah, ma se fosse stato creato prima, essa si sarebbe evitata.
Sembra dunque che gli israeliani siano destinati a vivere in uno stato permanente di paranoia giustificata. Il 12 agosto 2009 « The New York Times » ha attribuito grande importanza alla questione in un articolo intitolato:  « È tutto troppo tranquillo per gli israeliani? Cresce l’apprensione per capire quale asso i nemici nascondono nella manica ». Pare che gli israeliani non si permettano il lusso di concepire una vita quotidiana priva di minacce. L’altra faccia di questa medaglia è l’assunzione di un atteggiamento eroico motivato dall’essere israeliani, invece che gli ebrei massacrati, indifesi e privi di un proprio Stato. Senza dubbio coltivare la memoria collettiva di un evento così traumatico, unico nel suo genere, è una necessità perché, con il trascorrere del tempo, i sopravvissuti scompaiono e il ricordo dei fatti potrebbe sbiadire.
I primi anni Cinquanta furono caratterizzati dal silenzio delle vittime e degli aguzzini, un silenzio che lentamente si ruppe alla fine di quel decennio e durante gli anni Sessanta. Nonostante il processo Eichmann abbia portato a elaborare una nuova formulazione della Shoah fra i membri della seconda generazione – sia delle vittime sia degli aguzzini – è stata proprio la seconda generazione a promuovere più di ogni altra la cultura della memoria della Shoah.
Si ritiene che la memoria si mantenga viva grazie alla ripetizione. Il tema della Shoah divenne una parte essenziale della letteratura postbellica e dei mezzi visivi di comunicazione sociale. Tuttavia l’avere modellato con successo una cultura della memoria ha causato anche effetti negativi.
Con il passare dei decenni, da quell’evento unico emerse il problema della sua rilevanza, specialmente quando quegli eventi indescrivibili dovevano essere spiegati alle generazioni più giovani. Con il trascorrere del tempo nulla fu più così ovvio e, forse inevitabilmente, si aprì la strada alla banalizzazione. Inoltre, poiché per correttezza politica si usava il termine « olocausto » per descrivere il male estremo, la tentazione di etichettare altri eventi come olocausti divenne politicamente conveniente. Olocausti in Biafra, in Cambogia, in Burundi o nel Darfur hanno riempito i titoli dei media, contribuendo a richiamare l’attenzione su eventi che lo meritavano. Tuttavia lo scotto da pagare è stato il venir meno dell’unicità della Shoah e della sua memoria. Il termine « olocausto » si è politicamente inflazionato. È divenuto un mezzo per definire afflizioni politiche e umane di ogni tipo.
« Olocausto » è la traduzione in greco del termine ebraico olah, adottata dalla versione dei Settanta. Olah è un sacrificio in cui tutto viene bruciato sull’altare. Secondo la Torah l’uso di questo termine religioso non riguardava gli esseri umani ma nel libro di Geremia (19, 4-5) i tanto esecrati sacrifici umani del culto pagano di Baal sono definiti, al plurale olot. La Bibbia di Donay-Rheims (edizione del 1750), che ha cercato di restare il più possibile fedele alla versione dei Settanta, offre la seguente traduzione:  « E hanno fabbricato altari a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli in olocausto a Baal:  cose che io non comandai, né mai mi vennero in mente ».
Non è noto se lo stesso termine greco holòkauston si riferisse a un rito sacrificale pagano o ebraico. Nell’Anabasi, molto antecedente alla traduzione della Bibbia in greco, Senofonte utilizza la forma verbale holokàutei in riferimento al rito sacrificale pagano greco. Il testo di Senofonte è stato letto praticamente da ogni classe istruita nel corso di tutta la storia europea. Anche per questo i termini « sacrificio » e « olocausto » sono stati spesso associati ai riti pagani, con il significato di « offerta interamente bruciata ».
Nella Encyclopédie (1765) di Diderot e D’Alambert, la voce Olocausto, in trenta righe, non fa alcun riferimento a ebrei o a pratiche ebraiche, ma solo a sacrifici in onore di « divinità infernali ». Nel 1929 Winston Churchill definì le atrocità turche contro gli armeni come « olocausto amministrativo ». D’altra parte, a New York, nel 1932, un annuncio pubblicitario di una grande svendita promozionale affermava che tappeti orientali e nazionali erano oggetto  di un « grande olocausto del prezzo ».
Il termine « olocausto » per indicare lo sterminio nazista degli ebrei fu utilizzato per la prima volta nel novembre 1942 in un editoriale del « Jewish Frontier ». Tuttavia, anche dopo il 1945, non è mai divenuto un sinonimo preciso di sterminio degli ebrei, infatti, fino ai primi anni Sessanta, era usato principalmente nel contesto della catastrofe nucleare. Fu il pensatore cattolico François Mauriac, nel 1958, nella prefazione al libro di Eli Wiesel La notte ad adottare il significato religioso del termine « olocausto » utilizzato in Geremia 19, 4-5 per indicare grave peccato:  « Per Wiesel (…) Dio è morto (…) il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe si è dileguato per sempre (…) nel fumo dell’olocausto preteso dalla razza, la più ingorda di tutti gli idoli ».
L’interpretazione di Mauriac può condurre alla possibilità della formulazione di un impegno cattolico vincolante che dovrebbe considerare la negazione dell’ »olocausto » un peccato contro Dio. È interessante osservare come il nome della legge israeliana che nel 1953 istituì lo Yad Vashem sia Remembrance Authority of the Disaster and Heroism. In questo caso il termine Shoah è stato tradotto con « disastro » o « catastrofe », resa abbastanza precisa del suo significato biblico.
Il termine « olocausto » per indicare lo sterminio degli ebrei era dunque usato raramente e, perfino negli anni Sessanta, sempre insieme all’aggettivo « ebraico » o ad altri. Negli anni Settanta, nelle pubblicazioni americane l’uso del termine divenne più frequente per indicare lo sterminio degli ebrei. Nel 1978 la serie televisiva statunitense Holocaust fu trasmessa in tutto il mondo occidentale. E tuttavia il termine non poteva identificarsi esclusivamente con lo sterminio degli ebrei.
Sono numerosi i motivi per cui è divenuto preferibile il termine Shoah per indicare l’evento, unico nel suo genere, dell’uccisione sistematica e meccanizzata che portò allo sterminio di un terzo del popolo ebraico. In primo luogo, esso offre un’alternativa ai significati, in qualche modo vaghi, del termine « olocausto ». L’unicità è meglio mantenuta con il termine Shoah. In secondo luogo, utilizzando il termine Shoah si può mostrare rispetto e solidarietà alle vittime e al modo in cui esse stesse esprimono la propria memoria nella loro lingua ebraica. Più probabilmente dobbiamo questa sostituzione di termini al regista Claude Lanzmann, che, nel 1985, ha intitolato il suo acclamatissimo documentario di nove ore proprio Shoah. Ciò ha reso internazionalmente nota questa parola ebraica. La scelta è condivisa anche da Benedetto XVI, che, in occasione del settantesimo anniversario della « notte dei cristalli », ha definito, il 9 novembre 2008, « quel triste avvenimento » inizio della « sistematica e violenta persecuzione degli ebrei tedeschi, che si concluse nella Shoah ». Gli ebrei, fin dalla seconda generazione dei sopravvissuti alla Shoah, hanno sviluppato un atteggiamento paranoico per evitare la dimenticanza. Ciò viene mitigato dalla ripetizione o, in altre parole, dalla memoria ritualizzata. A tutt’oggi accomunare la loro unica esperienza di vittime con le atrocità commesse contro altre nazioni sembra equivalere al tradimento di un lascito trasmesso alle generazioni di ebrei sopravvissuti a quell’evento.
Infatti, se la possibile conseguenza della memoria è la banalizzazione, il prezzo  della  dimenticanza  è molto più alto. Per questo all’entrata dello Yad Vashem si possono leggere le parole attribuite al fondatore del movimento chassidico, il Ba’al Shem Tov:  « La  memoria è la fonte della redenzione ».

(L’Osservatore Romano – 21 ottobre 2009)

Publié dans:ebraismo, OSSERVATORE ROMANO (L'), Shoah |on 24 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Il priore di Taizé ringrazia il Papa per il suo impegno ecumenico

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20032?l=italian

Il priore di Taizé ringrazia il Papa per il suo impegno ecumenico

Alla Comunità di Taizé il premio per l’Ecumenismo dell’Accademia Cattolica bavarese

di Michaela Koller

MONACO DI BAVIERA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Fratel Alois Löser, priore della Comunità di Taizé, ha ringraziato questo giovedì a Monaco di Baviera gli sforzi di Papa Benedetto XVI e il suo coraggio nel promuovere la riconciliazione con i tradizionalisti.

In alcune dichiarazioni a ZENIT, il priore ha affermato che “è un’iniziativa importante, anche se alcuni risultati non sono stati piacevoli”.

Fratel Alois si trovava a Monaco per ricevere il premio per l’Ecumenismo 2009 presso l’Accademia Cattolica della Baviera come rappresentante della sua Comunità.

Il priore ha espresso la particolare soddisfazione della Comunità per il dialogo cattolico-ortodosso grazie alla riunione della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse a Paphos (Cipro), che rappresenta “un passo avanti”.

Tra la Comunità di Taizé e varie Chiese ortodosse esiste già da tempo un intenso scambio. Oltre alle visite di Taizé ai rispettivi Patriarchi, sia l’ex Patriarca ortodosso russo Alessio II che il suo successore Kirill I hanno visitato Taizé. “Abbiamo buoni rapporti – ha spiegato fratel Alois –. Il Patriarca Kirill è già stato due volte con noi”.

Molti giovani delle Chiese ortodosse, come quelle di Serbia, Romania, Ucraina e Russia, vanno a Taizé. Fratel Alois e i suoi confratelli li esortano a recarsi nelle chiese in cui sono stati battezzati una volta tornati da Taizé.

“Taizé non può essere il punto di riferimento della loro fede – ha dichiarato –. Devono esserlo le chiese locali”.

L’ex Patriarca di Mosca Alessio conosceva e apprezzava questo atteggiamento dei fratelli di Taizé.
Allo stesso tempo, si è mostrato grato per la fiducia che Papa Benedetto XVI ha riposto nella Comunità e per il fatto che in un’udienza abbia esortato il suo impegno ecumenico.

Nelle sue parole di ringraziamento, di fronte alla persistente separazione delle Chiese, fratel Alois ha sottolineato: “Ciò che ci unisce è molto più importante di ciò che ci divide. I cristiani non devono continuare a perdere energie nelle piccole guerre, che a volte si verificano anche all’interno delle stesse Chiese”.

“Finché i cristiani vivranno separati il messaggio del Vangelo non si potrà comprendere”, ha avvertito. La riconciliazione è “il cuore del Vangelo”. Per questo, ha chiesto di organizzare in modo regolare notti di preghiera interconfessionali per i giovani, “nei luoghi importanti” come le frontiere, le carceri o le zone urbane in crisi.

Il premio prevede una somma di 10.000 euro concessa dalla Fondazione Wilhelm und Antonia Gierlichs Stiftung. Il vincitore precedente era stato il Presidente del Pontificio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Cardinale Walter Kasper.

Annunciando l’assegnazione del premio ecumenico 2009, l’Accademia Cattolica della Baviera ha spiegato che Taizé “è un modello, in quanto unisce l’apertura ecumenica e la scommessa sulla tradizione della propria fede, in vista del II Congresso Nazionale Ecumenico nel 2010 a Monaco”.

Il denaro del premio, ha riferito il priore della Comunità di Taizé, verrà utilizzato per stampare un milione di Bibbie da distribuire nella Repubblica Popolare Cinese.

La Comunità di Taizé è nata in Borgogna il 17 aprile 1949, fondata dal teologo riformato Roger Schutz. Le origini della Comunità, tuttavia, risalgono alla Seconda Guerra Mondiale.

Attualmente è formata da circa 100 fratelli di varie confessioni di più di 20 Nazioni, che lavorano e pregano, non solo a Taizé. In solidarietà con le persone che vivono nella povertà, c’è una piccola comunità di fratelli in Africa, Asia e America Latina.

Dal 1978 si celebra per vari giorni una riunione annuale europea. Quest’anno i fratelli si riuniranno a Poznan (Polonia) dal 29 dicembre 2009 al 2 gennaio 2010. A intervalli regolari si celebrano anche riunioni fuori dall’Europa.

La Comunità di Taizé è conosciuta in tutto il mondo non solo per i suoi obiettivi ecumenici, ma anche per le sue preghiere e i suoi canti, tradotti in molte lingue.

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