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IL PAPA E IL CRIMINE CHE I CRISTIANI POCO CONSIDERANO. LA MALDICENZA UCCIDE. E MAI È INNOCENTE

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IL PAPA E IL CRIMINE CHE I CRISTIANI POCO CONSIDERANO. LA MALDICENZA UCCIDE. E MAI È INNOCENTE

1 settembre 2014

Cristiani da salotto, cristiani di pasticceria, cristiani omicidi… Omicidi!? Sì. Proprio così. E chi sono? Sono quelli che sparlano. Quelli che dicono male degli altri. Quelli che invidiano, che con le loro lingue dividono, calunniano, diffamano. Non usa mezzi termini, papa Francesco. E tiene a sottolineare che «su questo punto, non c’è posto per le sfumature. Se tu parli male del fratello, uccidi il fratello. E noi, ogni volta che lo facciamo, imitiamo quel gesto di Caino, il primo omicida della storia». La questione è ritornata inesorabile, e più attuale che mai, anche nell’ultima udienza di mercoledì scorso. «Le chiacchiere – ha ribadito il Papa – sempre vanno su questa dimensione della criminalità. Non ci sono chiacchiere innocenti».Parole dure. Durissime. Senza scampo, per un aspetto della vita sociale che riguarda e si estende, pressoché a tutti; chi più, chi meno. Ma quanti tra i cristiani, tra le comunità cattoliche, si sono accorti di entrare dritti con le loro chiacchiere, i loro piccoli gossip parrocchiali – spesso reputati naturali, leggeri, innocenti – in questa fonda e cupa «dimensione criminale»? Quanti si sentono killer e carnefici? Non sarà un’esagerazione? Ce lo chiediamo, dando quasi per scontato il mal comune. Ma di fronte a parole così crude, che mettono a nudo interiori oscurità, anche meccanismi di autodifesa possono scattare automatici. E questo, come la scarsa coscienza, può far sì che tra le tante cose dette da Francesco tali riferimenti scivolino, anche con sussiego, in second’ordine di considerazione e di confronto.Fatto è, però, che forse nessun altro pontefice, nella storia recente, con un linguaggio puntuto ed efficace ha battuto tanto su questo male. E di fatto non c’è piaga dolente come questa della maldicenza, così sentita e additata da papa Bergoglio, che è – ed è stata – oggetto della sua predicazione ordinaria fin dall’inizio. Unita a un altro aspetto distruttivo per la Chiesa: quello della mondanità spirituale. I due « caini » hanno viaggiato, viaggiano insieme. Di pari passo. A quella vile «lebbra» del «darsi gloria gli uni gli altri» – spirito mondano che corrode le fondamenta della comunità ecclesiale – sempre s’accompagnano (e scorazzano gioconde) la superbia e l’invidia, radici del pettegolezzo più distruttivo: la calunnia.Del resto il male biforcuto prodotto dalla «clericas invidia», come la definiva il celebre moralista Haring ai tempi del Concilio, è ben noto. E non c’è qui bisogno di scomodare Dante che definiva l’invidia «meretrice delle corti». La «radice di mali infiniti» è inconciliabile con lo spirito della fede, e nella tradizione della Chiesa, da san Crisostomo a sant’Agostino e san Tommaso, ne viene descritto l’aspetto diabolico. Le maldicenze, le calunnie che portano alle divisioni, nascono infatti dall’«Invidia prima», quella che appartiene a Satana. Il primo calunniatore della storia è stato Satana, la sua prima calunnia è nei confronti di Dio. La calunnia è perciò il modello di Satana nel suo parlare. Egli sa che questa può distruggere in un attimo quello che è stato costruito in tanto tempo con amore, amicizia, rispetto reciproco. Egli sa che così ostacola l’unità. Egli sa che il corpo di Cristo non può essere diviso. Ci sono pochi peccati che la Bibbia condanna con altrettanta severità come essa fa con la calunnia. Lo stesso san Francesco di Sales, sul modello di altri, parla in modo efficace della maldicenza come «crimine» e «causa diabolica di omicidi». Dunque, non si tratta di una personale espressione, né di una particolare esagerazione o fissazione di papa Francesco. «Un cristiano omicida… Non lo dico io, eh?, lo dice il Signore… Quello che ha nel suo cuore un po’ d’odio contro il fratello è un omicida»; e in un’altra omelia, a Santa Marta, riprende: «anche l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera, lo dice, chiaro: colui che odia suo fratello, cammina nelle tenebre; chi giudica il fratello, cammina nelle tenebre». E così nell’ultima udienza, significativamente, afferma anche riguardo all’unità dei cristiani: «Quando noi parliamo di peccati contro l’unità dei cristiani pensiamo agli scismi, alle sfide ecumeniche, alle guerre di religione. Ma tutto nasce dalle divisioni nel nostro cuore alle quali dobbiamo fare un esame di coscienza». E continua: «Pensiamo a mancanze molto comuni nelle nostre comunità… tristemente segnate da invidie, gelosie… alle chiacchiere che sono alla portata di tutti… In una comunità cristiana la divisione è uno dei peccati più gravi, perché la rende segno non dell’opera di Dio, ma dell’opera del Diavolo, il quale è per definizione colui che separa, che rovina i rapporti, che insinua pregiudizi… è opera gravissima perché è opera del Diavolo» cui noi prestiamo collaborazione.La maldicenza provoca la disunione nella famiglia di Dio. Sempre è fonte di separazione e danneggia assai più la Chiesa di quanto lo facciano altri peccati più scandalosi. È ciò, in sostanza, che non ci fa Chiesa di Cristo.Papa Francesco ci chiama quindi «a convertire il cuore» a «chiedere la grazia di non sparlare, di non criticare», di «non imitare il gesto di Caino», a bloccare sul nascere ogni maldicenza o interpretazioni calunniose che distruggono noi stessi e le altre persone e impediscono l’unità dei figli Dio nel vincolo supremo della carità. E forse può essere d’aiuto, in proposito, un aneddoto di Socrate, che data la gravità del «nefando crimine» riguardante tutti, potrebbe essere opportuno non prendere come un semplice fervorino. A un amico che stava per riferirgli in gran segreto una notizia sul conto di un altro, Socrate chiese: «Hai passato la tua intenzione ai tre colini?». Interpellato su cosa volesse dire con questa frase, Socrate spiegò: «Uno: sei sicuro che la cosa che stai per dirmi è vera? Due: sei sicuro che stai per dirmi una cosa buona? Tre: sei sicuro che sia proprio utile che io lo sappia?». L’amico comprese e rinunciò al suo proposito.

Publié dans:meditazioni |on 24 mai, 2019 |Pas de commentaires »

NELL’UMILTÀ DI DIO L’ESALTAZIONE DELL’UOMO

http://www.korazym.org/25755/nellumilta-di-dio-lesaltazione-delluomo/

NELL’UMILTÀ DI DIO L’ESALTAZIONE DELL’UOMO

4 settembre 2016 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

L’uomo biblico è il credente che si colloca nella luce del Signore. Riconoscendo la propria bassezza e nullità, il cristiano celebra in sé la grazia del Signore che colma il vuoto e illumina il nascondimento. Nella santa Scrittura l’umiltà è realizzata dai poveri di Jahweh, cioè dagli umili di Dio che sono gli uomini di fede che vivono nella luce del Signore. L’umile per eccellenza è Verbo fatto Carne e Cibo di vita. Esemplare sublime è la Vergine Madre sua Maria. Il Magnificat ritrae mirabilmente l’umiltà come povertà della risorsa dell’uomo scelto da Dio che solo nell’umile opera grandi cose: Il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva…ha esaltato gli umili. Il vero umile è il povero che crede, non confida in se stesso, ma si abbandona nelle mani del suo vero Dio e solo Signore nella certezza che la propria vita riuscirà nella misura in cui farà agire nella propria esistenza l’onnipotenza divina che renderà feconda la sterilità umana, perché nulla è impossibile a Dio.
C’è, però, il pericolo diabolico della falsa umiltà, che è subdola superbia che provoca antipatia e rigetto perché si tratta di vivere nella non verità su Dio e su sé stessi. Anche dal punto di vista soltanto umano la persona intelligente non perde nulla a restare nei propri limiti vivendo in una sapiente modestia. La storia, che è sempre maestra di vita, ci insegna che istintivamente gli orgogliosi, gli autoesaltati, gli arrivisti, gli autosufficienti sono umiliati e i poveri di spirito che vivono nella verità dell’umiltà sono esaltati.
L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Roma li ammonisce con queste parole: Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi (12,16).
La grande lezione all’umanità è data dallo stesso Maestro e Signore Gesù. Non conosco altri signori e maestri! Il Figlio dell’uomo è venuto per servire l’uomo nell’umiltà dell’essere umano, anzi, nell’umiliazione della croce. Incarnazione e Redenzione sorprendono e sconvolgono. Il fatto poi che Gesù dichiara di non essere venuto per essere servito ma per servire e mettere la propria esistenza per la redenzione dell’umanità, nella mente superba potrebbe suscitare comprensibile reazione. Soltanto l’umile di cuore comprende e adora il mistero che, prima dell’ultima Cena, Gesù si fa servo e lava i piedi ai suoi discepoli. La croce, poi, sarà il posto di umiliazione del Cristo Redentore, del Servo di Jahweh che si addossa sulle spalle il peso del peccato e dell’umiliazione dell’uomo. Soltanto alla luce di questo Mistero possiamo valutare la dimensione dell’umiltà cristiana che è ben diversa dalla modestia, dalla convenienza, da quei falsi giochi che ci inducono a non far brutte figure. La vera umiltà si costruisce sull’esempio di quella di Gesù.
Cos’è l’Eucaristia se non il Sacramento dell’umiltà di Cristo? Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi…. Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue…versato per voi e per tutti. L’Eucaristia celebra il banchetto in cui Cristo “serve” l’uomo donando il suo Corpo e il suo Sangue. L’umiltà raggiunge il suo culmine nella carità che è donazione di se stessi. Cristo è il primo e il modello di chi è dedito al servizio. Solo agli umili Dio rivela i suoi segreti, innalzandoli a sé. Soltanto con l’atteggiamento dell’umiltà è possibile creare l’assemblea cristiana che si riunisce per celebrare la Cena del Signore e non per fare spettacoli di se stessi e delle proprie cose.
Il cristiano è lontano dal praticare quella sorta di umiltà esteriore, soltanto teorica, dottrinale o intellettuale che lascia ciascuno al proprio destino. La falsa umiltà, poi, che non è pura verità e nemmeno libertà di coscienza ma effetto d’immaginazione e di autoesaltazione, porta sempre a manifestazioni insopportabili e talvolta squilibranti. Sappiamo che il demonio gioca sempre a tendere i suoi lacci e i suoi inganni.
Nella parabola del fariseo e del pubblicano, Gesù ci istruisce che la regola fondamentale di chi siede alla mensa del Regno è sempre questa: Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (cf Lc 18, 9-14). Il fariseo giudica e condanna gli altri misurandoli superficialmente con il proprio metro di giudizio. Facendosi termine di paragone si sostituisce all’unica misura che è la santità di Dio, e da qui scoppia la sua superbia orgogliosa. Egli, infatti, ha un concetto parziale e perciò falso di umiltà che è sempre verità, sia quando si configura a Dio, sia quando si rapporta ai fratelli.
Chi siamo noi che presumiamo violare con i nostri giudizi e con le nostre critiche il santuario della coscienza altrui? Quella del fariseo è la condanna di un metodo astratto ed estraneo del vivere religiosamente. A Gesù, però, è bastata l’umiltà del pubblicano più che l’umiliazione, il suo cuore contrito e umiliato. Così nel silenzio dell’umiltà è fiorito il miracolo della misericordia.Solo il prodigio della misericordia ci viene in aiuto per renderci umili. Solo la vera umiltà accoglie quella misericordia che, a sua volta, rende misericordioso il cuore dell’uomo.

Publié dans:meditazioni |on 20 mai, 2019 |Pas de commentaires »

LA BELLEZZA DI DIO

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LA BELLEZZA DI DIO

7 Maggio 2017

La ricerca del ‘Bello’, nel suo valore più elevato, è sempre stata un itinerario di avvicinamento al divino, come ha scritto Simone Weil: “[…] in tutto ciò che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello c’è come una specie di incarnazione di Dio […]; quindi tutta l’arte di prim’ordine è per essenza religiosa [in quanto] testimonianza in favore dell’Incarnazione. Una melodia gregoriana testimonia quanto la morte di un martire”. Come leggiamo infatti nell’Idiota di Fedor M. Dostoevskij, “La Bellezza salverà il mondo”. La Bibbia testimonia ampiamente lo stupore dell’uomo dinanzi al fascino della Bellezza di Dio, che supera ogni bellezza umana, poiché sempre fragile, sottoposta alla caducità. Nella Bibbia si parla anzitutto della bellezza degli elementi del creato, che rimanda a quella del Creatore. Per la Bibbia il bello (tov / buono), riferito alle cose o alle persone, significa ciò che è ordinato, senza difetti, proporzionato e armonioso in tutte le sue parti. La bellezza è anche la tenerezza dei sentimenti, la verità, ma è soprattutto espressione della santità divina (cf Sal 25,8), perché è Dio la bellezza-bontà sperimentabile quasi in modo sensoriale: “Assaporate e gustate quanto è buono (bello) Jhwh” (Sal 27,13). Il mondo biblico, volendo esprimere la felicità delle origini della creazione, ricorre all’immagine della bellezza dell’Eden: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva modellato; fece spuntare dal terreno ogni sorta di alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare” (Gn 2,8-9). Anche dell’albero proibito si dice che il frutto ”era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente” (Gn 3,6). La bellezza di Dio nella Bibbia viene espressa anche con il tema della Sapienza divina che è vitale, feconda, benefica. Essa è come le piante più belle della flora palestinese (come il cedro e l’umile rosa di Gerico), con il loro lussureggiante fogliame, con i fiori, i frutti, che rimandano al godimento spirituale che viene donato dalla Sapienza (cf Sir 24,12-17). Tutte le opere della creazione di Dio sono buone (belle): ”Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono” (Gn 1,31). La bellezza del Creatore emerge soprattutto nell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26-27); ne riflette meglio il suo splendore, la sua gloria e la sua grandezza (cf Sal 8). Tale bellezza si manifesta soprattutto attraverso i personaggi che hanno avuto un ruolo particolare nel piano salvifico di Dio, sono più vicini al suo cuore. I personaggi biblici che hanno grandi qualità morali e spirituali, sono sempre presentati con la caratteristica della bellezza fisica.
Nel Nuovo Testamento il binomio bellezza-bontà è del tutto assente. Coloro che vengono chiamati da Dio per realizzare il suo disegno salvifico (Maria, Giovanni Battista, Giuseppe), sono persone comuni, di cui si evidenziano anche i difetti, la vita di peccato (Matteo, la Maddalena) e non c’è nessun riferimento all’aspetto fisico. Sul monte Tabor la gloria di Dio si manifesta attraverso la luce e il candore delle vesti. Ciò dipende dal fatto che nel Nuovo Testamento emerge la sapienza della croce, per cui è grande e bello dinanzi a Dio tutto ciò che è stoltezza e realtà sgradevole dinanzi agli uomini. Ciò che conta non è il vigore fisico, ma la debolezza accettata per testimoniare la fede, non la potenza e la forza, ma la mitezza, l’umiltà, la povertà e la semplicità, non la ricchezza e lo splendore agli occhi degli uomini. La bellezza di Dio si manifesta soprattutto nell’uomo dei dolori, nel Crocifisso che è lo stesso Unigenito del Padre Celeste. Il Nuovo Testamento evidenzia quindi che Gesù è l’icona del Padre (cf Col 1,15), è l’irradiazione della gloria divina (cf Eb 1,3), perchè è passato per l’annientamento, rinunciando allo splendore divino: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6). La bellezza di Dio si manifesta nel Cristo, per il fatto che ha donato tutto se stesso per amore dell’umanità, come il pastore buono che dà la vita per le pecore (cf Gv 10,11.14), e si è fatto servo di tutti. Gesù ci manifesta che la bellezza di Dio è quella dell’amore. Lo splendore dell’alba di Pasqua, che supera le tenebre del venerdì santo, attesta il fulgore della vita che vince la morte, della riconciliazione che vince l’odio e la separazione. Per il cristianesimo la “bellezza si è compiuta una volta per sempre nel giardino fuori di Gerusalemme: sulla roccia del Calvario sta la Croce della Bellezza […]” (B. Forte). Il Verbo si è sottoposto alla kenosis; Colui che “è il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3) è diventato Colui che “non aveva più né bellezza, né decoro” (Is 53,2). S. Agostino ha sottolineato il motivo di questo mistero paradossale: “Egli non aveva bellezza né decoro per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinchè tu possa correre amando e amare correndo […]. Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”. L’amore infinito di Colui che ha il volto sfigurato, lo rende il più bello tra i figli degli uomini. Egli ha rinunciato alla sua bellezza divina per rendere noi belli, non secondo l’aspetto fisico, bensì nell’amore, nel servizio, nella testimonianza. L’umanità spesso smarrisce il vero senso della bellezza; si lascia prendere dalla vertigine di ciò che è appariscente, e trasforma il bello in spettacolo, in bene di consumo, abbandonandosi all’immediatamente fruibile. La bellezza che si è resa trasfigurata e crocifissa ci redime dalla seduzione dell’effimero. Il grido di abbandono del più bello tra i figli degli uomini (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mc 14,34) ci libera dall’abbaglio delle bellezze caduche, per rivelarci il vero Bello, il volto del Padre misericordioso, che per amore ci dona il Figlio Crocifisso (cf Rm 8,32) e lo Spirito di Amore (cf Gv 19,30), Autore della rinascita nella vera bellezza. La vittoria pasquale del Crocifisso dà senso anche alle fragili bellezze terrene, che sono un segno della bellezza divina, nonostante il loro limite, quando rispecchiano la Sapienza divina e il suo progetto salvifico. Un’icona della trasfigurazione della bellezza terrena è Maria di Nazareth, la giovane e umile donna totalmente protesa all’accoglienza della bellezza divina. Maria non è un mito, non è un’astrazione, ma una donna concreta che è vissuta nella società ebraica. E’ questa concreta femminilità che rivela la bellezza dell’Eterno; è l’incontro tra la bellezza terrena e quella divina. La Vergine Madre figlia del suo Figlio, coperta dall’ombra dello Spirito (cf Lc 1.35), diventa la dimora santa del Verbo di Dio fra gli uomini. Maria è l’icona della Bellezza trinitaria, è “il santuario e il riposo della Santissima Trinità” (San Luigi Maria Grignion de Monfort), il grembo della Bellezza divina (H.U. von Balthasar). In Maria tota pulchra, la Donna Bella secondo il piano salvifico di Dio, si rende presente in modo eminente l’esistenza umana redenta, protesa alla contemplazione del Bello Assoluto.

La bellezza del Crocifisso risplende particolarmente attraverso la testimonianza di coloro che si sono conformati a lui; non si può non far riferimento al cantore della bellezza di Dio: Francesco d’Assisi. Egli è stato folgorato dalla bellezza divina, immergendosi in essa fino all’unione estatica. Nella bellezza delle creature il Poverello di Assisi contempla il Bellissimo che le possiede e le riempie, per cui uno dei titoli che attribuisce a Dio è proprio quello della Bellezza. Il Giullare di Dio contempla e loda la Bellezza del Padre celeste, come emerge dalle Lodi di Dio Altissimo, scritte per ringraziarLo del dono della bellezza delle stimmate. ‘Tu sei Bellezza” (FF 261,4). Il Celano nella Vita Seconda attesta che il Santo assisiate “nelle cose belle riconosce la Bellezza somma” (FF 750). La gioia estatica invade l’animo dell’Araldo del Gran Re nel contemplare la bellezza dei fiori e della natura in genere, recuperando il messaggio biblico della contemplazione del creato: “E quale estasi pensi gli procurasse la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza? Subito rivolgeva l’occhio del pensiero alla bellezza di quell’altro Fiore il quale spuntando luminoso nel tempo della fioritura dalla radice di Jesse, con il suo profumo richiama alla vita migliaia e migliaia di morte” (FF 460). Anche il fuoco suscita la sua ammirazione: “Frate mio focu, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l’Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile” (FF 752). Egli ammirava a tal punto la bellezza e l’utilità del fuoco che “non voleva mai impedire la sua azione” (FF 1816), come quella volta che, prendendo fuoco il suo abito, impedì che venisse spento. La bellezza di tutte le creature viene espressa da Francesco particolarmente nel Cantico di Frate Sole (FF 263). La bellezza di Dio si manifesta per lui soprattutto attraverso il sole, che è Luce radiosa, Vita, Bontà, Amore. Sull’esempio di Cristo povero e umile egli ha ammirato la bellezza di ciò che umanamente è considerato spregevole, e per questo ha amato intensamente Madonna Povertà (cf FF 641). Francesco contempla soprattutto nel Crocifisso di San Damiano la Bellezza di Dio, come pure nell’esperienza personale della Passione del Figlio di Dio. Due anni prima della fine del suo pellegrinaggio terreno gli fu concesso di contemplare la Bellezza sconvolgente della gloria del Cristo Crocifisso: è l’esperienza della Verna, della visione del Serafino trafitto in croce (FF 1225), della Bellezza radiosa e sfigurata dalla Passione nello stesso tempo. Come segno di tutto ciò, egli che in vita non aveva avuto alcuna bellezza, essendosi del tutto assimilato al Crocifisso, dopo l’incontro con sorella morte ottiene il dono della trasfigurazione del suo corpo, segno della bellezza futura (cf FF 1247). E’ questo il premio eterno che viene donato a coloro che sanno rinunciare alle bellezze effimere per amore della Bellezza che viene da altrove, dalla Patria trinitaria, a cui anela fortemente chi si pone senza compromessi alla sequela del Cristo, l’Uomo dei dolori, irradiazione dello splendore celeste. In base alla testimonianza delle Scritture ebraiche, delle Scritture cristiane, della Chiesa, possiamo quindi concludere che “la bellezza che salverà il mondo non è ‘l’armonia’ delle parti, o una ‘forma’ qualsiasi che esprime il senso personale del piacere. Né si riduce alle assenze asimmetriche nella vita sociale e politica di un popolo. Non è bello ciò che piace, ma ciò che riconcilia. Il Cristo, Crocifisso-Risorto, è la Bellezza che salverà il mondo, l’orizzonte ultimo della nostra visione, il possesso finale dei redenti” (E. Scognamiglio).

Publié dans:meditazioni |on 13 mai, 2019 |Pas de commentaires »

OPUS DEI – L’UMILTÀ – 1. L’UMILTÀ COME VIRTÙ MORALE

https://opusdei.org/it-it/article/lumilta/

L’umiltà mantiene la direzione della intenzionalità personale di fondo verso il valore e verso l’amore; senza umiltà, anche ciò che appare come virtù in realtà può non esserlo.

OPUS DEI – L’UMILTÀ – 1. L’UMILTÀ COME VIRTÙ MORALE

Le virtù morali sono abiti che iscrivono fortemente, nella persona che le possiede, i criteri regolatori delle tendenze umane, in modo che gli impulsi e gli atti che ne derivano non eccedano né abbassino la misura richiesta dal bene proprio e da quello altrui. Così come la sobrietà regola la tendenza ad alimentarsi e la castità modera la tendenza sessuale, l’umiltà regola due importanti tendenze dell’individuo: la necessità di riconoscenza e di stima da parte degli altri e il sentimento del proprio valore (auto-stima)[1]. Sono due tendenze che fanno parte della condizione umana: esistono in ogni uomo, e non si possono né si debbono sopprimere, come del resto non è possibile eliminare l’alimentazione e la tendenza sessuale. L’educazione all’umiltà è di estrema importanza per conservare l’equilibrio e la crescita morale personale e, indirettamente, il buon ordine delle relazioni interpersonali, perché le ingiustizie, la violenza, i fallimenti coniugali e i conflitti nell’ambito professionale, per citare soltanto alcuni esempi, sono assai spesso la conseguenza dell’orgoglio, della suscettibilità o del rancore. Anche nelle relazioni dell’uomo con Dio, l’umiltà svolge un ruolo importante: la vita spirituale richiede un’idea adeguata della posizione che l’uomo ha davanti a Dio.

L’umiltà è stata spesso mal interpretata e addirittura considerata una qualità negativa e spregevole, caratteristica di una morale da schiavi o frutto del risentimento dei deboli. Che qualcuno voglia far passare per umiltà il tentativo di nascondere debolezze e squilibri è perfettamente possibile, come lo è l’intento di mascherare comportamenti viziosi sotto il nome di un’altra virtù (la prepotenza può essere coperta da un pretesto di dignità o di giustizia; la vigliaccheria può apparire come benevolenza, ecc). Però tutto questo non ha nulla da vedere con l’umiltà, che risponde all’innegabile necessità di regolare e di educare due tendenze fondamentali che tutti possiedono.

2. L’importanza e i compiti dell’umiltà

È possibile indagare, sia dal punto di vista storico che dell’analisi teorica, quale sia stato il percorso dell’umiltà negli ambienti non cristiani. Naturalmente nell’antichità pagana l’umiltà era considerata più come un vizio che come una virtù, pur con alcune eccezioni. Ma lasciando da parte tale questione, è preferibile soffermarsi a mostrare quali siano le sue radici antropologiche prima di esaminare le forme caratteristiche dell’umiltà in quanto virtù cristiana.

La regolazione etica delle due tendenze alle quali si riferisce l’umiltà consiste nell’adattarle alla realtà di ogni persona, sia considerata in se stessa che nel suo ambito familiare, professionale e sociale, e anche nella sua relazione con Dio. Questo pensa Aristotele quando scrive: “Chi è degno di piccole cose e di queste cose si reputa degno, è sensato [...]. Chi si reputa degno di grandi cose ma ne è indegno, è vanitoso [...]. Chi si reputa degno di cose minori di quelle di cui è degno, è pusillanime: che sia degno di grandi cose, o che lo sia di cose medie o che anche lo sia di piccole cose, egli si ritiene degno di cose ancora più piccole[2]. L’importante non è aspirare al molto o al poco, ma piuttosto a quello che è ragionevole sulla base di una valutazione oggettiva e serena della realtà, non forzata dalla passione.

L’importanza dell’umiltà non sta tanto nel fatto che essa realizzi positivamente una delle dimensioni del bene umano, quanto nel fatto che essa abbia il compito di preservare le realizzazioni della conoscenza, dell’amore, del lavoro, dalle deformazioni che le privino del loro autentico valore. L’orgoglioso è egocentrico e difficilmente capace di un vero amore; egli considera il lavoro soltanto come una forma di autoaffermazione e non come una modalità di auto-trascendenza che arricchisce il mondo e contribuisce al bene degli altri.

È naturale nell’uomo la capacità di guardare se stesso come si guarda uno che è portatore di un valore. Dal punto di vista evolutivo, la percezione del proprio valore passa attraverso il giudizio che meritiamo agli occhi dei nostri simili (genitori, amici, ecc.). L’essere umano ha bisogno di un certo riconoscimento da parte degli altri e a ciò risponde la tendenza che abbiamo chiamato necessità di stima. Con lo sviluppo psicologico e morale la persona, anche se non può e non deve essere completamente indifferente alle reazioni che il proprio modo di essere o il proprio comportamento provocano negli altri, acquista la maturità di giudizio sufficiente per formarsi una immagine realistica di se stessa e del proprio valore (auto-stima), valutando le qualità positive e quelle negative, quel che si è e quel che si può arrivare a essere. Nella misura in cui la coscienza del proprio valore dipende da un giudizio personale, oggettivo e realistico, la persona può impostare adeguatamente le proprie relazioni con gli altri (dipendenza – indipendenza, libertà – autorità, ecc.).

Il difetto di una guida ragionevole (dell’umiltà) può riguardare le due tendenze menzionate: la necessità di stima, quando la persona non raggiunge un distacco sufficientemente equilibrato rispetto al giudizio degli altri; l’auto-stima quando, pur disponendo di una sufficiente autonomia di giudizio, si ha una percezione poco realistica del proprio valore, per eccesso o per difetto.

La dipendenza eccessiva dal giudizio degli altri dà luogo a fenomeni come la smania di notorietà, la vanità, la caparbietà e la rigidezza, l’isolamento, la simulazione di una malattia, ecc. Essi comportano un tormento per chi ne soffre e spesso anche per gli altri. La smania di notorietà è caratteristica di una personalità debole e immatura, che ha bisogno di sentirsi continuamente approvata e lodata da chi le sta attorno. Cerca di soddisfare questa necessità con tutti i mezzi a disposizione: utilizza i propri beni e immola il suo sapere e il suo lavoro al prestigio e alla stima pubblica, oppure cerca di far parlare di sé mediante comportamenti ostentati o addirittura assurdi, cerca l’approvazione del gruppo accettando idee e consuetudini dominanti, anche quando sono contrarie alle proprie convinzioni più profonde. Altre volte opta per la vanità, ovvero, per apparire ciò che non è, adottando a questo fine comportamenti falsi o inautentici. Quando deve lavorare sotto l’autorità di altri o in stretta collaborazione con loro, si fa notare per la caparbietà, l’intransigenza o la rigidità. Nei casi più estremi, si cercano le attenzioni e l’affetto degli altri simulando una malattia, a volte con piena coscienza dell’inganno, a volte senza (fenomeni di tipo isterico). Chi va soggetto a deformazioni di questo tipo finisce per impoverire le proprie relazioni sociali e la propria sensibilità ai valori oggettivi. La persona è sempre impegnata con il proprio io, perché il disordinato desiderio di stima è insaziabile. Neppure sarebbe giusto, all’opposto, che una persona non fosse sufficientemente sensibile alle reazioni che suscita negli altri, cosa che porterebbe a continue mancanze di attenzione, di rispetto o di educazione.

Il secondo problema nasce quando la sensazione del proprio valore dipende da un giudizio autonomo, ma non sufficientemente realistico. Appaiono allora sensazioni sempre irrazionali di inferiorità e di insicurezza da una parte, o di orgoglio e di autosufficienza dall’altra. La personalità dell’orgoglioso è diversa da quella condizionata dalla smania di notorietà. Dietro a quest’ultimo fenomeno, malgrado le apparenze, si nasconde una personalità fragile e povera, che spesso si tortura con paragoni e invidie. L’orgoglioso, invece, ha una personalità dura, provocatrice di conflitti, spesso aggressiva e violenta, giudica tutto e tutti (spirito critico), pensa di avere sempre ragione, si sente superiore a tutti, magari “premia” chi gli si sottomette, ma difficilmente ama e si dona a qualcuno, e difficilmente può essere amato, ancorché sia temuto. Ammira e rispetta soltanto se stesso, tende al narcisismo. Spesso l’orgoglioso è suscettibile o arrogante. Si scontra con gli altri e con la realtà stessa, perché il suo livello di aspirazioni è superiore alle sue vere capacità. A volte le sue capacità sono in realtà elevate, ma gli manca il buon senso nel governarle, e non riesce a evitare di “montarsi la testa”.

Questa breve descrizione mostra l’importanza dell’umiltà per l’equilibrio e la crescita personale, ma contemporaneamente ne evidenzia le difficoltà. L’umiltà mantiene la direzione della intenzionalità personale di fondo verso il valore e verso l’amore; senza umiltà, anche ciò che appare come virtù in realtà può non esserlo. La difficoltà dell’umiltà è dovuta al fatto che le tendenze che regola non si possono sopprimere od opprimere con la volontà. Debbono essere educate; in altre parole, si debbono adeguare alla realtà e aprire alla partecipazione, al servizio e all’amore. Non è possibile evitare completamente di guardare a se stessi, però si può imparare a farlo con una misto di realismo e di senso dell’humour, e soprattutto senza che si offuschi la percezione di ciò che sta fuori e di ciò che sta al di sopra di noi, perché in questa dimensione acquista un senso ciò che siamo, ma anche ciò che non siamo.

3. La virtù cristiana dell’umiltà

Non è possibile fermarsi a studiare il gran numero di aspetti che nell’Antico Testamento assume l’umiltà. L’idea prevalente è legata alla professione della fede in Jahvé, che nei suoi interventi nella storia degli uomini abbatte i superbi, mentre sceglie e redime gli umili e quelli che sono stati umiliati. È l’idea che riappare nel cantico della Madre di Gesù – il Signore “ha guardato l’umiltà della sua serva”, “ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”[3] – e poi nella prima lettera di san Pietro e in quella di san Giacomo[4]. Ma il tema di fondo degli insegnamenti del Nuovo Testamento sull’umiltà è che Cristo ha percorso un cammino di umiltà; Egli stesso lo propone come esempio quando dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”[5], e san Paolo lo commenta nell’inno della Lettera ai Filippesi[6]. Questa dinamica di umiliazione ed esaltazione ispira gli insegnamenti del Signore quando invita a non scegliere per sé i primi posti[7], nella parabola del fariseo e del pubblicano[8], nell’esortazione a essere come bambini[9], in diversi discorsi polemici contro i capi del popolo[10] e nella raccomandazione di servire gli altri e di non lasciarsi servire da loro[11].

Il criterio secondo il quale la virtù cristiana dell’umiltà regola le tendenze umane di cui stiamo parlando è sempre quello della verità. L’umiltà non tollera la falsità intorno alle proprie qualità positive o negative. Però, alla luce degli insegnamenti del Signore, è possibile capire con maggiore esattezza qual è la nostra vera posizione nei confronti di Dio e degli altri. Il cristiano è perfettamente consapevole di aver ricevuto gratuitamente da Dio ogni cosa, sia l’essere e la vita che la giustizia e la grazia. Con la sua dottrina sulla giustificazione, san Paolo mette in evidenza che, considerando le cose in tutta la loro profondità, non esiste in noi nessuna vera giustizia se non quella per cui Dio stesso ci fa giusti per mezzo di Gesù Cristo. Nulla possediamo che non abbiamo ricevuto[12]. Ci possiamo gloriare soltanto della Croce di Cristo[13]. Quali che siano le nostre opere, ci conviene in ogni caso assumere davanti a Dio un atteggiamento di profonda adorazione e di amorosa gratitudine, perché soltanto in virtù della sua gratuita azione salvifica in Cristo possiamo essergli graditi. Qualunque atteggiamento presuntuoso o auto-sufficiente ci priverebbe della sua grazia e ci lascerebbe prigionieri delle nostre povere miserie. L’umiltà diviene così l’altra faccia dell’amore di Dio, della carità. L’orgoglioso non ama Dio né riesce ad accogliere l’amore che Dio gli dà. Deo omnis gloria: a Dio tutta la gloria; ciò significa che non abbiamo nulla di buono che non venga da Dio, Verità e Amore sussistente.

L’umiltà insegnata dal Signore è anche l’altra faccia della carità verso il prossimo. Chi sa di essere nulla davanti alla maestà di Dio, evita l’orgoglio e il disprezzo del prossimo, sa comprendere gli altri, anche i loro errori. Soltanto chi pensa di non avere mai sbagliato, inorridisce per gli errori degli altri (“se gli altri fossero come me, le cose non andrebbero tanto male”). L’umiltà è in ogni caso verità, vera conoscenza di se stesso, e perciò non impedisce di riconoscere le buone qualità che si posseggono, ma induce a non dimenticare che sono state ricevute da Dio come doni da mettere generosamente al servizio degli altri. Il Signore condanna la falsa umiltà di chi nasconde il talento ricevuto[14], che bisognava far fruttare al servizio di Dio e degli altri. Questa fecondità arriva attraverso la direzione spirituale dove lo Spirito Santo modella l’anima: sicut lutum in manus figuli[15] (come argilla nelle mani del vasaio). Gli insegnamenti di san Paolo intorno ai forti e ai deboli nella fede e nella scienza[16] spiegano eloquentemente che le qualità personali, e anche il bene prezioso della legittima libertà cristiana, non vanno considerati una barriera che ci protegge dalle esigenze degli altri, ma un mezzo da mettere volentieri al loro servizio. Cristo ha caricato su di sé i nostri peccati, dando la propria vita per noi, e anche in tal modo ci ha dato un esempio di umiltà di cuore.

Sul piano pratico l’umiltà ha molteplici manifestazioni, che qui non è possibile esaminare nel dettaglio. Su di esse hanno scritto cose di grande valore i Padri della Chiesa, i Santi e quanti se ne sono occupati nel corso della storia della teologia spirituale. Per concludere queste riflessioni ci limiteremo a riprodurre una pagina di san Josemaría Escrivá, la cui eloquenza rende inutile qualsiasi commento.

“Lascia che ti ricordi, tra gli altri, alcuni sintomi evidenti di mancanza di umiltà: – pensare che ciò che fai o dici è fatto o detto meglio di quanto dicano o facciano gli altri; – volerla avere sempre vinta; – discutere senza ragione o, quando ce l’hai, insistere caparbiamente e in malo modo; – dare il tuo parere senza esserne richiesto, e senza che la carità lo esiga; – disprezzare il punto di vista degli altri; – non ritenere tutti i tuoi doni e le tue qualità come ricevuti in prestito; – non riconoscere di essere indegno di qualunque onore e stima, persino della terra che calpesti e delle cose che possiedi; – citarti come esempio nelle conversazioni; – parlar male di te, perché si formino un buon giudizio su di te o ti contraddicano; – scusarti quando ti si riprende; – occultare al Direttore qualche mancanza umiliante, perché non perda il buon concetto che ha di te; – ascoltare con compiacenza le lodi, o rallegrarti perché hanno parlato bene di te; – dolerti che altri siano più stimati di te; – rifiutarti di svolgere compiti inferiori; – cercare o desiderare di distinguerti; – insinuare nelle conversazioni parole di autoelogio o che lascino intendere la tua onestà, il tuo ingegno o la tua abilità, il tuo prestigio professionale…; – vergognarti perché manchi di certi beni…”[17].

A. Rodríguez Luño

 

Publié dans:meditazioni |on 2 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ

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LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ

di Padre Jacques Philippe

1. Senza di me non potete fare nulla
Per comprendere quanto sia fondamentale, per lo sviluppo della vita cristiana, sforzarsi di acquisire e conservare la pa¬ce del cuore, la prima cosa di cui dobbiamo essere ben con¬vinti è che tutto il bene che possiamo fare viene da Dio e da lui solo. « Senza di me non potete fare nulla », ha detto Gesù (Gv 15,5). Non ha detto: « Non potete fare grandi co¬se », ma « Non potete fare nulla ». E per noi essenziale esse¬re persuasi di questa verità. Avremo spesso bisogno di in¬successi, umiliazioni e prove — permesse da Dio — perché detta verità possa non solo essere colta dalla nostra intelli¬genza, ma divenire esperienza per tutto il nostro essere. Dio, se potesse, ci risparmierebbe tutte queste prove, ma esse so¬no necessarie per farci scoprire la nostra innata impossibili¬tà a fare del bene da soli. Secondo la testimonianza di tutti i santi, è indispensabile acquisire la conoscenza dei nostri li¬miti, perché è il terreno adatto nel quale potranno fiorire tutte le grandi cose che il Signore farà in noi con la potenza della sua grazia.
E per questo che santa Teresa di Gesù Bambino diceva che la più grande cosa che il Signore aveva fatto nella sua ani¬ma era l’averle mostrato la sua piccolezza e la sua impotenza. Se analizziamo seriamente la parola del Vangelo di Gio¬vanni, sopra citata, comprendiamo allora che il problema fon¬damentale della nostra vita spirituale diventa questo: Come lasciare agire in noi Gesù? Come permettere alla grazia di Dio di operare liberamente nella nostra vita?
Non dobbiamo dunque tanto imporci di fare determina¬te cose secondo i nostri progetti e le nostre capacità, bensì dobbiamo cercare di scoprire quali siano le disposizioni del¬la nostra anima che permettono a Dio di agire in noi. Solo in questo modo potremo portare un frutto duraturo, un frutto che rimanga (Gv 15,16).
Alla domanda: « Cosa fare per lasciar agire liberamente la grazia di Dio nella nostra vita? », non esiste una risposta univoca, una ricetta che vada bene per tutti. Per rispondere in modo completo, bisognerebbe scrivere un trattato di vita spirituale in cui si parli della preghiera, dei sacramenti, della purificazione del cuore, della docilità allo Spirito santo e di tutti i modi attraverso i quali la grazia di Dio viene a inon¬darci. Non intendiamo farlo, vogliamo semplicemente trat¬tare un aspetto della vita spirituale, oggi troppo dimentica¬to. Si tratta di questa verità essenziale: per permettere alla grazia di Dio di agire e produrre in noi — con la nostra coo¬perazione — tutte queste « opere buone che il Signore ha predisposto perché noi le praticassimo » (Ef 2,10), è estre¬mamente importante che ci sforziamo di acquisire e conser¬vare la pace interiore, la pace del cuore.
Per una migliore comprensione, useremo un’immagine (da non prendere troppo alla lettera, come tutti i paragoni). Con¬sideriamo la superficie di un lago sulla quale brilli il sole: se questa sarà calma e tranquilla il sole vi si potrà riflettere quasi perfettamente e tanto più perfettamente quanto più il lago sarà calmo. In caso contrario, l’immagine del sole non vi si potrebbe riflettere.
Accade un po’ la stessa cosa alla nostra anima, nei con¬fronti di Dio: più questa è calma, più Dio vi si riflette, la sua immagine s’imprime in noi, la sua grazia agisce attraverso noi. Se invece la nostra anima è agitata e turbata, l’azione della grazia diventa molto più difficoltosa. Tutto il bene che possiamo fare è un riflesso di questo sommo Bene che è Dio. Più la nostra anima è nella calma e nell’abbandono, più que¬sto Bene si comunica a noi e, attraverso noi, agli altri. « II Signore darà forza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo nella pace », dice la Scrittura (Sai 29,11).
Il nostro Dio è il Dio della pace. Non parla e non opera che nella pace, non nel turbamento e nell’agitazione. Ram¬mentiamo l’esperienza del profeta Elia sul monte Oreb: Dio non era nell’uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero (IRe cap. 19).
Spesso ci agitiamo, ci inquietiamo nel tentativo di voler risolvere tutto da soli, mentre sarebbe molto più efficace re¬stare calmi, sotto lo sguardo di Dio, lasciandolo agire ed ope¬rare in noi con la sua saggezza e la sua potenza, infinitamen¬te superiori alle nostre. « Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza. Ma voi non avete voluto » (Is 30,15).
Il nostro non vuole essere, ben inteso, un invito alla pi-grizia e all’inerzia; ma un’esortazione a non agire mossi da uno spirito d’inquietudine e di fretta eccessiva, bensì sotto l’impulso mite e pacifico dello Spirito di Dio. San Vincenzo de’ Paoli, la persona meno sospettabile di pigrizia, diceva: « II bene che Dio opera si fa da sé, quasi senza che uno se ne accorga. Bisogna essere più passivi che attivi; e così Dio solo farà per mezzo di voi ciò che tutti gli uomini insieme non potrebbero fare senza di lui ».

 

2. Pace interiore e fecondità apostolica
Questa ricerca della pace interiore potrebbe sembrare ad alcuni molto egoistica: perché porsi questo come obiettivo principale, mentre nel mondo vi sono tanta sofferenza e tanta miseria?
A tale osservazione dobbiamo anzitutto rispondere che . pace in questione è quella del Vangelo. Essa non ha nulla che vedere con una sorta d’impassibilità, di morte della sensibilità, di fredda indifferenza chiusa in se stessa, come potrebbero suggerirci certi atteggiamenti dello yoga o alcune statuine di Budda. Al contrario, come vedremo in seguito, . pace di cui parliamo è l’indispensabile corollario dell’amo-:, di una vera apertura alle sofferenze del prossimo e di un’autentica compassione. Poiché solo questa pace del cuore ci li-era da noi stessi, aumenta la nostra sensibilità verso l’altro ci rende disponibili al prossimo.
In aggiunta diremo che solo l’uomo che gode di questa pace interiore può aiutare in modo efficace un fratello. Co¬te, infatti, donare la pace ad altri se non la si possiede? Co-le potrà esserci pace nelle famiglie, nella società, tra le per¬one, se prima di tutto non regna la pace nei cuori?
« Conquista la pace interiore e una moltitudine troverà la salvezza presso di te », diceva san Serafino di Sarov, un gran-e santo russo del settecento. Per acquisire questa pace interiore, egli si è sforzato di vivere nella preghiera incessante. Dopo sedici anni di vita monastica e sedici di vita eremi¬ca, rimase altri sedici anni recluso in una cella. Egli ha cominnciato a irradiare in modo visibile quanto s’era operato ella sua anima, solo dopo quarantotto anni di vita contemplativa. Ma con quali frutti! Migliaia di pellegrini andavano a lui e ripartivano confortati, liberati da dubbi e inquietudini, illuminati sulla loro vocazione, guariti nel corpo e nell’anima.
L’esortazione di san Serafino non fa che testimoniare la sua esperienza personale, identica a quella di tanti altri santi. L’acquisizione e il mantenimento della pace interiore, impossibili senza la preghiera, dovrebbero essere considerati una priorità, soprattutto per chi ha la pretesa di voler fare del bene al prossimo. In caso contrario, spesso comuunicheremmo a chi è nella difficoltà solo le nostre inquietidini.

 

3. Pace e lotta spirituale
E necessario soffermarci su un’altra verità, non meno im¬portante: la vita cristiana è una lotta, una guerra senza tre¬gua. San Paolo ci invita, nella lettera degli Efesini, a rivesti¬re l’armatura di Dio per lottare « non contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti » (Ef 6,10-17). Egli descrive dettagliatamente tutti i pezzi di quella armatura che dobbiamo indossare.
Ogni cristiano dev’essere ben convinto che la sua vita spi¬rituale non può in alcun caso ridursi a uno scorrere tranquil¬lo di giorni senza storia, ma deve essere il luogo di una lotta costante (contro il male, le tentazioni, lo scoraggiamento), a volte dolorosa, che terminerà solo alla morte. Quest’inevi¬tabile lotta è da interpretare come una realtà estremamente positiva. Poiché « non c’è pace senza guerra » (Santa Cate¬rina da Siena), senza lotta non c’è vittoria. Proprio questo conflitto è il luogo della nostra purificazione e della nostra crescita spirituale, in tal modo impariamo a conoscere noi stessi nejla nostra debolezza e Dio nella sua infinita miseri¬cordia. È, in definitiva, il modo scelto da Dio per la nostra trasfigurazione e la nostra glorificazione.
Ma la lotta spirituale del cristiano, pur essendo talvolta dura, non è mai la guerra disperata di chi si batte in solitudi¬ne, alla cieca, senza nessuna certezza circa l’esito dello scon¬tro. È la lotta di chi combatte con l’assoluta certezza che la vittoria è già assicurata, perché il Signore è risorto: « Non piangere più; ecco, ha vinto il Leone della tribù di Giuda » (Ap 5,1). Così, non combattiamo da soli con le nostre forze, ma con il Signore che ci dice: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza » (2 Cor 12,9) e la nostra arma principale non è la naturale fer¬mezza del carattere o l’abilità umana, ma la fede, questa to¬tale adesione a Cristo che ci permette, anche nei momenti peggiori, di abbandonarci con fiducia cieca a colui che non abbandonerà. « Tutto posso in colui che mi da la forza » il 4,13). Ed ancora: « II Signore è mia luce e mia salvezza,
chi avrò paura? » (Sai 27).
Il cristiano dunque lòtta con energia, chiamato com’è a resistere « fino al sangue nella lotta contro il peccato » (Eb 1,4). Lo fa però con cuore tranquillo e la sua lotta è tanto più efficace quanto più il suo cuore dimora nella pace. Perché è proprio questa pace interiore che gli permette di lottare
non con le proprie forze — che verrebbero meno —, ma con quelle di Dio.

 

 

La pace: scopo frequente della lotta spirituale
Abbiamo appena detto che il credente in tutte le sue battaglie, qualunque ne sia la violenza, si sforzerà di custodire pace del cuore per lasciar combattere in lui il Dio delle schiere. Ebbene, bisogna che egli sappia quanto segue: la pace interiore non è solamente una condizione della lotta spirituale, essa ne è — molto spesso — il fine. E molto frequente che la lotta spirituale consista esattamente in questo: difen¬de la pace interiore dal nemico che si sforza di rapircela.
In effetti, una delle abituali strategie messe in atto dal demonio per allontanare un’anima da Dio e ritardarne il pro¬esso spirituale, è tentare di farle perdere la pace interiore, eco cosa dice in merito Lorenzo Scupoli, uno dei più grandi maestri spirituali del sedicesimo secolo, molto stimato da .n Francesco di Sales: « II demonio si sforza con tutto se esso di bandire la pace dal nostro cuore, perché sa che Dio mora nella pace ed è nella pace che opera grandi cose ». Sarà molto utile rammentarlo perché spesso, nello svolgimento quotidiano della nostra vita cristiana, accade che sbagliamo combattimento — se così si può dire —, che mal orientiamo i nostri sforzi. Combattiamo su un terreno dove il diavolo ci trascina sottilmente e sul quale può vincerci, invece di combattere sul vero campo di battaglia dove, con la gra¬zia di Dio, siamo sempre sicuri di vincere. Questo è uno dei grandi segreti della lotta spirituale: non sbagliare combatti¬mento, saper discernere, malgrado le astuzie dell’avversario, contro cosa dobbiamo realmente lottare e dove dirigere i no¬stri sforzi.
E errata la convinzione che, per riportare la vittoria nel¬la lotta spirituale, occorra vincere tutti i nostri difetti, non soccombere mai alla tentazione, non avere più debolezze e mancanze. Su questo terreno saremo immancabilmente scon¬fitti! Perché, chi di noi può avere la pretesa di non cadere mai? Non è certo questo che Dio esige, « poiché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere » (Sai 103). Al contrario, la vera lotta spirituale, più che nel perseguire una invincibilità ed una infallibilità assolutamente fuori dal¬la nostra portata, consiste principalmente nell’imparare a non turbarci eccessivamente quando ci capita di essere miseri e a saper approfittare delle nostre cadute per rialzarci più in alto. Cosa sempre possibile, a condizione di non perderci d’a¬nimo e di conservare la calma.
Si potrebbe dunque a ragione enunciare questo princi¬pio: il primo obiettivo della lotta spirituale, verso cui devo¬no tendere i nostri sforzi, non è ottenere sempre la vittoria (sulle nostre tentazioni, sulle nostre debolezze, ecc.), è piut¬tosto imparare a custodire il proprio cuore nella pace in tutte le circostanze, anche in caso di sconfitta. Solo così facendo po¬tremo raggiungere l’altro scopo che è l’eliminazione progres¬siva delle nostre imperfezioni.
Dobbiamo mirare a questa vittoria completa sui nostri difetti e desiderarla, ma essere ben consapevoli che non ba¬stano le nostre proprie forze, e non pretendere di ottenerla immediatamente. E unicamente la grazia di Dio che ci darà la vittoria e la sua azione sarà tanto più potente e rapida, se sapremo mantenere l’anima nostra in pace ed abbando¬narci con fiducia nelle mani del Padre.

 

 

5. Le ragioni per cui perdiamo la pace sono sempre cattive ragioni

Uno degli aspetti dominanti della lotta spirituale è la lot¬ta sul piano dei pensieri. Spesso consiste nell’opporre a pen¬sieri che provengono dal nostro spirito, dalla mentalità che ci circonda, oppure dal Nemico e che ci turbano, ci spaven¬tano o ci scoraggiano, dei pensieri che possano confortarci e ristabilire in noi la pace. In previsione di questa lotta, « bea¬to l’uomo che piena ha la faretra » (Sai 127) di quelle frecce che sono i buoni pensieri, vale a dire quelle solide convin¬zioni basate sulla fede, che nutrono l’intelligenza e fortifica¬no il cuore nel momento della prova. Tra queste frecce nella mano dell’eroe, una delle affermazioni che deve esserci sem¬pre presente è che tutte le ragioni che ci fanno perdere la pace sono sempre delle cattive ragioni.
Questa convinzione non può certo basarsi su considera¬zioni umane, ma è una certezza di fede, fondata sulla parola di Dio. Non poggia sulle ragioni del mondo; Gesù ce lo ha detto chiaramente: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27).
Se cerchiamo la pace come la da il mondo, cioè se ci aspet¬tiamo una pace secondo i criteri di vita che fanno dipendere lo stato interiore dal buon andamento delle cose esteriori, dall’assenza di contraddizioni, dalla realizzazione di tutti i nostri desideri ecc., sicuramente non saremo mai in pace, op¬pure la nostra pace sarà estremamente fragile e di breve durata.
Per noi credenti, il motivo essenziale per il quale possia¬mo rimanere sempre nella pace non viene dal mondo: « II mio regno non è di questo mondo », dice Gesù (Gv 18,36); vie¬ne dalla fiducia nella promessa del Signore. Quando Egli af¬ferma di donarci la pace, di lasciarci la pace, questa è parola divina ed ha la stessa forza creatrice di quella che ha fatto sorgere dal nulla il ciclo e la terra; lo stesso potere di quella che ha calmato la tempesta o di quella che ha guarito i mala¬ti e resuscitato i morti. Poiché Gesù dice — per ben due volte! — che ci da la sua pace, noi crediamo di averla in possesso e che essa non venga mai ritirata: « I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili » (Rm 11,29). Siamo noi che non sem¬pre li sappiamo accogliere e conservare, perché molto spesso manchiamo di fede.
« Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mon¬do! » (Gv 16,33). In Gesù possiamo sempre dimorare nella pace, perché egli ha vinto il mondo, ha vinto ogni male e pec¬cato, perché è resuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ha annullato la sentenza di condanna che gravava su di noi. Ha manifestato la benevolenza di Dio a nostro ri¬guardo. E « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?… Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? » (Rm 8,31).
Partendo da questo incrollabile fondamento della fede, esamineremo più avanti alcune situazioni nelle quali ci capi¬ta sovente di perdere più o meno la pace del cuore, cercando di superarle alla luce dell’insegnamento del Vangelo. Prima però vorremmo far capire quale è, da parte nostra, la condi¬zione fondamentale per essere in grado di ricevere la pace promessa da Gesù.

 

6. La buona volontà, condizione necessaria alla pace
La pace interiore, di cui trattiamo, dipende fondamen¬talmente dall’atteggiamento nei confronti di Dio.
La pace interiore è dono di Dio, l’uomo che gli si oppo¬ne, che più o meno coscientemente lo rifugge o rifugge alcu¬ni dei suoi appelli o delle sue esigenze, non potrà godere di una vera pace.
Notiamo però una cosa: quando qualcuno è vicino a Dio. l’ama e desidera servirlo, sarà in grado di ricevere il dono della pace; l’ordinaria strategia, messa in atto dal demonio consisterà nel cercare di fargli perdere questa pace del cuo¬re, mentre Dio, al contrario, viene in suo aiuto per render¬gliela. I fattori di questa legge si invertono per una persona il cui cuore è lontano da Dio e che vive nel male e nell’indif¬ferenza: il demonio cercherà di tranquillizzarla, di mantenerla in una falsa pace; mentre invece il Signore, che desidera la sua salvezza e la sua conversione, turberà ed agiterà la sua coscienza per cercare di condurla al pentimento.
La pace di un uomo non può essere profonda e duratura, se egli è lontano da Dio, se la sua più profonda volontà non è interamente orientata verso Lui: « Tu ci hai fatti per te, Signore, ed il nostro cuore è inquieto se non riposa in te » (Sant’Agostino).
Condizione necessaria alla pace interiore è dunque quanto potremmo definire la buona volontà. Si potrebbe parimenti chiamare purezza di cuore. È quella stabile e costante dispo¬sizione d’animo dell’uomo deciso ad amare Dio più di ogni altra cosa, sinceramente desideroso di anteporre in tutte le circostanze la volontà di Dio alla sua. Potrà succedere — ac¬cadrà sicuramente — che nella vita di tutti i giorni il suo com¬portamento non sia in perfetta armonia con questo proponi¬mento. Molte imperfezioni si sommeranno nella realizzazio¬ne di questo desiderio, ma egli ne soffrirà, ne domanderà per¬dono al Signore e cercherà di correggersi. Dopo gli smarri¬menti eventuali, si sforzerà di rientrare in questo sì a Dio in tutto, senza eccezione.
Ecco cos’è la buona volontà. Non è la perfezione, in quan¬to può ben coesistere con delle esitazioni, delle imperfezio¬ni, con degli errori, ma è la via verso di essa, perché è pro¬prio questa disposizione abituale del cuore (fondata su virtù quali fede, speranza, carità), che permette alla grazia di Dio di condurci poco a poco alla perfezione.
Questa buona volontà, questa abituale determinazione di dire sempre di sì a Dio, nelle grandi come nelle piccole cose, è una conditio sine qua non della pace interiore. Fin quan¬do non avremo acquisito questa determinazione, continue-
ranno a dimorare in noi una certa inquietudine ed una certa tristezza: l’inquietudine di non amare Dio tanto quanto lui ci invita ad amarlo, la tristezza di non avergli ancora donato tutto. Perché l’uomo che ha donato la sua volontà a Dio, in un certo qual modo gli ha già donato tutto. Fin quando il nostro cuore non avrà così trovato la sua armonia, non po¬tremo essere veramente in pace. Esso non sarà unificato che nel momento in cui tutti i nostri desiderare saranno subor¬dinati al desiderio d’amare Dio, di piacere a lui e di fare la sua volontà. Ciò implica, ben inteso, anche la determinazio¬ne a staccarci da tutto quanto sarebbe contrario a Dio.
7. La buona volontà, condizione sufficiente alla pace
Possiamo anche affermare che questa buona volontà è suf¬ficiente per mantenere il proprio cuore nella pace, anche se, malgrado ciò, abbiamo ancora molti difetti e mancanze: « Pace in terra agli uomini di buona volontà » (testo latino della Vulgata).
In effetti, cosa ci domanda Dio, se non questa buona vo¬lontà? Cosa potrebbe pretendere di più, lui che è un Padre buono e compassionevole, quando vede che il suo figlio de¬sidera amarlo sopra ogni cosa, soffre di non amarlo a suffi¬cienza ed è disposto (anche se si ritiene incapace di farlo con la propria forza) a staccarsi da tutto ciò che gli sarebbe con¬trario? Non sta forse a Dio stesso intervenire per portare a buon fine questi desideri che l’uomo, lasciato alle sue sole capacità, non è in grado di realizzare?
A sostegno di quanto appena detto — cioè che la buona volontà è sufficiente per renderci graditi a Dio e dunque per poter stare nella pace — ecco un episodio della vita di santa Teresa di Gesù Bambino, raccontato da sua sorella Celina:
« In una circostanza nella quale suor Teresa m’aveva mostrato tutti i miei difetti, ero triste e un po’ disorientata. Eccomi tanto lontana dalla virtù — pensavo — proprio io che desideravo tanto possederla; vorrei tanto essere dolce, paziente, umile, caritatevole… Ah! non ci riuscirò mai!. Tuttavia la sera, durante la preghiera, lessi che a santa Geltrude, che aveva espresso lo stesso desiderio, nostro Signore aveva risposto: « In tutte le cose e al di sopra di tutto abbi buona volontà; questa sola disposizione donerà alla tua anima lo splendore e il merito speciale di tutte le virtù. Chiunque abbia buona volontà, desiderio sincero di la¬vorare per la mia gloria, rendermi grazie, partecipare alle mie sofferenze, amarmi e servirmi tanto quanto le creatu¬re insieme, riceverà senza dubbio ricompense degne della mia generosità e il suo desiderio sarà talvolta più vantaggio¬so di quanto non lo siano, per altri, le loro buone opere ». Molto contenta per questa buona parola — continua Celina — tutta a mio vantaggio, ne informai la nostra ca¬ra piccola Maestra (Teresa) che rincarò la dose ed aggiun¬se: « Avete letto quanto è riportato nella vita del padre Surin? Faceva un esorcismo; i demoni gli dissero: « Noi riusciamo a sopraffare tutto; non e ‘è che questa cagna di buona volontà alla quale non riusciamo mai a resistere! ». Ebbene, se non avete virtù, avete almeno una cagnolina che vi salverà da tutti i pericoli; consolatevi, essa vi porterà in paradiso! Ah, qual è l’anima che non desideri possedere la virtù! È la via più comune! Ma quanto poco numerose sono le anime che accettano di cadere e d’essere deboli, che sono contente di vedersi per terra e che gli altri le colgano sul fatto! » (Consigli e ricordi di sr. Geneviève).
Come risalta da questo testo, la concezione che Teresa (la più grande santa dei tempi moderni, secondo il giudizio di Papa Pio XI) aveva della perfezione non è affatto quella a cui ci viene spontaneo pensare…
Vediamo adesso come il credente di buona volontà può, alla luce della fede, superare tutte le circostanze nelle quali e tentato di perdere la pace.

Publié dans:meditazioni |on 4 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

LA MORMORAZIONE (II istruzione)

http://www.immacolatine.it/Manoscritti_vol_2/Mormorazione_2.html

LA MORMORAZIONE

(II istruzione)

La mormorazione che, come abbiamo detto nell’ultima nostra istruzione, si può commettere in molte e diverse maniere, è un vizio universale che alligna quasi in tutti i ceti di persone, e pochi, pochissimi, anche tra i più devoti e i più santi, son quelli che ne vanno esenti. Pare proprio che non vi sia cosa al mondo che si ascolti più volentieri o con maggiore interesse che quella di dir male dei propri fratelli. Ma, come va, mie sorelle, che si mormora tutti con grande facilità: vecchi e giovani, ricchi e poveri, grandi e piccoli, secolari e religiosi? Forse che la mormorazione non è peccato? Credete che il togliere al prossimo la sua stima e la sua riputazione sia guadagnare indulgenze? Quanto si inganna chi la pensa così! Udite con attenzione, e mi direte che cosa si procura la lingua mormoratrice.
Grande male è la mormorazione: essa contiene in sé due malizie: toglie al prossimo la buona stima che egli giustamente si gode nell’opinione altrui, e la buona reputazione, che è un grande bene. Anzi, siccome la fama e la riputazione altrui sono un bene maggiore e più prezioso, come dice lo Spirito Santo nei Proverbi, di tutte le ricchezze e la roba di questo mondo, così chi toglie al prossimo la sua buona stima è peggiore di un ladro. Ora, un peccato che procura al prossimo sì grave danno, non vi pare che si dovrebbe guardare da tutti con sommo orrore? Eppure non è così. Si cerca anzi di scusarlo in mille maniere e si adducono mille scuse per farne scomparire la gravità.
« Noi, dicono alcuni, non crediamo di essere rei di colpa alcuna, perché, grazie al cielo, non abbiamo l’abitudine di dir male di alcuno: solamente ascoltiamo volentieri quelli che dicono male ». Perché piuttosto non dite: « Noi ci comportiamo male, spingendo altri a dir male del prossimo ». Vi credete innocenti? Non sapete che S. Bernardo rimane in dubbio se sia maggiore la colpa di chi mormora, o di chi ascolta con piacere la mormorazione? Egli dopo aver molto pensato tra sé, finalmente conclude che tutti e due portano con sé il demonio, con questa sola differenza, che chi mormora lo porta sulla bocca e chi ascolta lo porta nell’orecchio. Ed ha ragione: S. Basilio, infatti, dice che ascoltando voi volentieri la mormorazione, la rendete più animosa e quasi provocate a continuare la maldicenza, poiché nessuno mormora volentieri, se volentieri non è ascoltato. Se voi dunque, quando udite qualcuno dir male del suo prossimo, non gli fate, con le debite maniere, la dovuta correzione, richiamandolo o cambiando discorso, o almeno non mostrate di aver dispiacere, stando serio e taciturno, voi vi fate reo della medesima colpa di cui è colpevole il mormoratore. La maggior parte, però, delle scuse che si adducono per difendere il peccato della mormorazione non proviene da chi ascolta, ma da quelli stessi che mormorano, i quali credono di essere senza colpa: « perché, dicono, non intendiamo col nostro dire, causare danno al nostro prossimo ». Ma che giova a questi infelici screditati, che voi non abbiate avuta l’intenzione di screditarli o di cagionare loro alcun danno? Frattanto essi, per la vostra mala lingua, hanno perduta la loro fama e reputazione.
Altri si scusano col dire ch’essi non sono i primi a manifestare i fatti e i detti del prossimo, ma raccontano solo quello che hanno udito dire dagli altri. Ma sapete che cosa dice lo Spirito Santo nell’Ecclesiastico? Dice: « Se hai udito qualcosa di male del tuo prossimo, non lo manifestare ad altri, ma lascia che muoia in te e resti seppellito nel tuo cuore ». Lo so che cer-tuni, appena sentono qualcosa del loro prossimo, o vedono in altri qualche difetto, vorrebbero raccontarlo a questa e a quella persona loro confidente; ma credete che costoro, nell’operare così, non si facciano colpevoli di maldicenza? Io vi dico che si macchiano di due peccati: uno di credere, per una semplice apparenza, al male del prossimo, che forse sarà falso, perché ciò che si dice a carico dell’uno o dell’altro, per lo più è falso o falsa invenzione della malignità altrui; l’altro di farlo sapere a chi lo ignora. Che se a voi sembrasse di non commettere questi due peccati, né di credere il falso sul conto del vostro prossimo, né di propagare i suoi difetti a chi non li sapeva, perché i fatti riportati sono veri e tutti già li sanno, allora io vi dico che non c’è necessità che voi li andiate a ridire, se già sono noti a tutti. Se quegli infelici che li hanno commessi già sono diffamati, già sono morti all’onore, perché tornate a colpirli con la vostra lingua?
Ma voi dite che i falli del prossimo sono numerosi; ed io vi rispondo che certe volte non sono che calunnie quelle che sembrano verità autentiche. Qualcosa sembrava infatti, più vera che quella per cui fu accusata di adulterio la casta Susanna? Eppure noi sappiamo che era una solenne impostura. Ma siano pure anche vere: avremmo forse piacere che di noi o di qualche nostro congiunto fossero rivelati falli o mancanze, che sono veri, verissimi? No, certamente. Come, dunque, saremo così facili a propagandare le mancanze degli altri? La legge naturale, molto più la legge evangelica, non ci proibisce di fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi?
I fatti che voi riferite sono veri? Ma ditemi, noi non abbiamo mai mancato in niente? Chi è che può dirsi senza peccato? Se vi è alcuno così innocente che la sua coscienza non gli rinfacci colpa di sorta, si faccia avanti e sia costui il primo a dir male del suo prossimo che io mi contento.
« Se qualcuno di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei », così disse Cristo a quei farisei che volevano lapidare la donna trovata in peccato; ma si guardarono in volto, poi l’uno dopo l’altro se ne andarono senza gettare alcuna pietra. Se riflettessimo anche noi a questo! Se guardassimo prima a noi stessi, non oseremmo aprir bocca contro nessuno.
« Ma noi, dicono altri, quando diciamo qualche cosa del prossimo non facciamo per mormorare, ma per ridere, e poi lo diciamo con persone particolari e in segreto, come in confessione ». Queste sono le ultime scuse che si dicono per difendere la maldicenza. Ma chi non vede quanto siano insulse e ridicole? Voi, dunque, dite male del prossimo per ridere e scherzare? Ma vedete, che voi intanto togliete al vostro prossimo la cosa più preziosa che egli abbia, quale è la sua fama? Che importa che voi abbiate scherzato, abbiate riso, se il prossimo perde intanto la sua stima? Quanto poi a dire che si confidano i difetti del prossimo a confidenti, in segreto e come in confessione, S. Giovanni Crisostomo nella sua terza omelia al popolo di Antiochia definisce tale scusa stolta ed insana. Egli dice: « Avete raccomandato il segreto: perché non l’avete osservato prima voi? Che necessità avevate di parlare? Se volevate che restasse segreto, bisognava che voi non ne parlaste, perché rivelandolo, voi avete dato stimolo ed eccitamento ad altri di fare lo stesso ». Ed ecco dove conduce la maldicenza: privare i mormoratori della vita eterna. La dottrina non è mia, è dell’apostolo S. Paolo, il quale, parlando dei maldicenti, li mette insieme ai fornicatori e ai ladri, e li esclude tutti dal regno dei cieli. Raccomanda ai cristiani di Corinto che stiano ben attenti su questo punto, né si lascino ingannare, perché né gli adulteri né i fornicatori, né i ladri né i maldicenti possederanno il regno dei cieli.
La mormorazione, per essere perdonata deve esse re seguita dalla restituzione dell’onore e della fama che fu tolta al prossimo. Come colui che ruba e toglie al prossimo la roba e i denari non può ottenere il perdono del suo operato e salvarsi, dice S. Agostino, senza restituire ciò che ha rubato, così non può conseguire la remissione dei propri peccati chi ha mormorato, senza restituire la fama da lui denigrata al suo fratello. Si possono fare elemosine, orazioni, digiuni, penitenze quanto si vuole, ma nulla giova se non si adempie a questo strettissimo e indispensabile dovere. I sacerdoti sono i depositari e i ministri dei tesori e delle grazie del cielo; e in virtù della piena autorità, data loro da Gesù Cristo nella persona degli apostoli, possono rimettere ogni peccato, ma non quello della mormorazione e del furto, senza questa espressa condizione di restituire ciò che si è tolto al prossimo. Ora questa necessità che costringe la persona maldicente a restituire la fama rubata, mette in molto pericolo la sua eterna salute, a motivo della difficoltà che incontra nell’adempiere questo dovere. A dir male dell’uno e dell’altro si fa presto, non ci vuole tanto a dire una parola e denigrare, in una o in un’altra maniera, la reputazione del prossimo, ma il difficile sta poi nel riparare i danni che da quella mormorazione sono causati. Il dover ritrattare e disdire ciò che si è detto contro l’uno o l’altro, è cosa un po’ dura al nostro amor proprio e pochi vi si sanno adattare.
Infatti vediamo che se le mormorazioni sono frequenti, per non dire quotidiane, ben di rado, e quasi mai, si sentono le lingue maldicenti rendere pubblicamente la fama a chi l’hanno tolta. E poi, anche se i maldicenti sono pronti a riparare la fama tolta, come possono farlo adeguatamente?
La loro maldicenza avrà forse fatto un assai lungo cammino; sarà già passata per la bocca di molti e molti, e come si può riparare con tutti, e da tutti levare la cattiva impressione che ha già cagionato la nostra mormorazione? Voi mi dite: quando si è fatto tutto il possibile, non si è tenuti a fare di più; tutto vero, ma intanto quali angustie e quali timori non agiteranno di continuo la propria coscienza nel timore di non avere avuta tutta la diligenza possibile per restituire la fama tolta? Quanto meglio sarebbe non aver mai detto male di alcuno! Ma se non si può far ritornare indietro il passato, provvediamo almeno all’avvenire e proponiamoci di non aprire mai bocca contro chiunque. Lo Spirito Santo ce ne avverte: « Custodite la lingua dalla mormorazione, guardatevi da essa e frenate la lingua, perché non si macchi di detrazione. Carità, non maldicenza con il nostro prossimo e, se non possiamo far altro, scusiamone almeno l’intenzione ». Non vi immischiate con i detrattori, ci ripete lo Spirito Santo, e fuggiteli come la peste. E se a far ciò non vi spinge altra ragione, vi spinga il timore di mettere a rischio la vostra salute eterna.
Gesù Cristo stesso nel Vangelo di S. Luca (c. VI) ci dice di essere misericordiosi come è misericordioso il vostro Padre celeste: con ciò vuol farci intendere che noi dobbiamo usarci carità l’uno con l’altro; una carità molto grande; carità, se fosse possibile, da uguagliare la misericordia stessa di Dio verso di noi: « Siate misericordiosi come è misericordioso il vostro Padre celeste ». Amen. 

Publié dans:meditazioni |on 27 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA PREDICA DEL SOLE – AMBROGIO, ESAMERONE, 4,1.2.4

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030107_ambrogio_it.html

LA PREDICA DEL SOLE – AMBROGIO, ESAMERONE, 4,1.2.4

« Con grande splendore il sole procede nel giorno, inonda la terra di luce e la riscalda. Guardati, uomo, dal fissare lo sguardo nella sua grandezza, perché l’immenso splendore della sua luce non abbacini l’occhio del tuo spirito, come a colui che ha il sole allo zenit e vi fissa lo sguardo: offeso dalla sua luce, subito perde la vista. Se non rivolge altrove il viso e l’occhio, crede di non poter più affatto vedere e di essersi giocato la vista; ma se, invece, distoglie lo sguardo, può ancora godere della sua potenza visiva. Guardati dunque che il suo raggio sorgente non confonda anche il tuo sguardo! …Non fidarti ciecamente del suo magnifico splendore!
Il sole è l’occhio del mondo, la gioia del giorno, la bellezza del cielo, la leggiadria della natura, il gioiello della creazione. Pensa sempre, quando lo guardi, al suo Fattore! Loda sempre, quando lo ammiri, il suo autore. Se già questo sole che ha essere e sorte comune con tutte le creature, splende tanto benefico, come deve essere buono il «sole della giustizia»! Se questo sole è così veloce, che nel suo impetuoso corso tra giorno e notte, tutto illumina, come deve essere grande quello che è sempre ovunque, e tutto riempie con la sua maestà! Se è meraviglioso questo che sorse al suo comando, come è meraviglioso al di fuori di ogni misura colui che comanda al sole di arrestarsi, ed esso non avanza più (Gb 9,7), come si legge. Se è grande questo che, ogni giorno nel corso delle ore, se ne viene e se ne va su ogni regione, come deve essere quello che anche quando si umiliò, perché noi potessimo vederlo visibilmente, era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9). Se è incomparabilmente eccellente questo, che pur spesso impallidisce quando la terra si interpone, come deve essere grande la maestà di colui che dice: Ancora una volta farò scuotere la terra! (Ag 2,6). La terra nasconde questo sole, mentre non potrebbe reggere quando l’altro sole la scuote, se non fosse sostenuta dalla sua volontà. E se è un danno per il cieco non vedere la dolce luce di questo sole, quale danno sarà per il peccatore, privato delle opere della «luce vera», patire le tenebre di una notte eterna!…
Con la voce dei suoi doni, così sembra che gridi la natura: buono è il sole, ma è solo mio servo, non mio padrone. È buono, perché è il promotore, ma non il creatore della mia fecondità. È buono perché nutre, ma non causa i miei frutti. A volte addirittura esso brucia i miei prodotti; spesso addirittura mi è dannoso, e mi lascia a mani vuote. Non per ciò io sono ingrata a questo mio collaboratore: mi è stato dato a vantaggio e utilità, con me è sottoposto alla fatica, con me è soggetto alla caducità, con me è sottomesso alla schiavitù della corruzione; con me sospira, con me si duole aspettando che venga l’adozione in figli e la redenzione del genere umano, che renda possibile anche a noi la liberazione dalla schiavitù. Al mio fianco esso loda il Creatore, al mio fianco inneggia al Signore Dio nostro. E quando più ricchi sono i suoi benefici, io ne partecipo insieme con lui. Se il sole è benedizione, è benedizione pure la terra, sono benedizione anche i miei alberi da frutto, benedizione le bestie, benedizione gli uccelli. Il navigante sul mare si lagna del sole, e aspira a me. Il pastore sul monte si protegge da lui sotto le mie fronde, si affretta ai miei alberi, le cui ombre lo proteggono nella calura; alle mie sorgenti accorre assetato e stanco. »

SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#IL%20GIORNO%20SENZA%20TRAMONTO

SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE

Pierre Benoit *

Domenicano francese nato nel 1906, direttore (1965) della Scuola Biblica ed Archeologica di Gerusalemme dove ha insegnato il Nuovo Testamento dal 1934, Pierre Benoit è anche stato chiamato come esperto al Concilio Vaticano Il. Come leale servitore del popolo di Dio, Benoit si applica con assidua e costante fatica alla fedele salvaguardia del deposito della fede contenuto nella Sacra Scrittura, da lui tradotta per intero, onde rendere la Parola non solo nutriente, ma addirittura gustosa e di gradimento all’uomo del nostro tempo. Con articoli apparsi soprattutto in « Revue Biblique », egli mette la sua sapiente fatica alla portata del grande pubblico.

E all’ora nona (cioè verso le tre del pomeriggio). Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactani?, che vuol dire: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? (Me. 15, 34 e Mt. 27, 46)… Vai la pena notare che gli evangelisti hanno riportato le parole aramaiche, come fanno per le parole del Signore che maggiormente colpiscono ed impressionano, quali: Effeta, Rabbuni, Abba. Esse sono state conservate tali e quali Gesù le aveva pronunciate; sono sicuramente autentiche. Quanto sono inquietanti! Gesù abbandonato dal Padre!…
Nella intimità della sua coscienza, Gesù si sente veramente abbandonato dal Padre. Solo se riusciamo a renderei realmente conto di che si tratta, ne comprendiamo la profonda verità. Non è disperazione, checché ne pensino certuni che, come André Gide, hanno fatto uso di questa espressione per dimostrare e sostenere che Gesù è morto disperato. Certo si è che non bisogna temere di prendere sul serio lo sconforto di Cristo; ma si deve comunque parlare di sconforto, non già di disperazione. Quest’ultima suppone la perdita della fiducia in Dio; lo sconforto, invece, implica soltanto un’immensa tristezza e desolazione. Gesù, per volontà del Padre, ha voluto gustare fino in fondo la morte umana e la sua tragica condizione. Suo Padre l’ha abbandonato, ma non alla perdizione, bensì agli attacchi del male e dei peccatori. Nel Getsemani, Gesù ha chiesto che gli fosse evitata la morte, ma si è inchinato alla volontà del Padre; sulla croce, egli rifiuta di bere il vino aromatico per gustare fino alla feccia il calice della morte umana. La pena di questa morte umana che rappresenta per noi la grande tragedia, consiste precisamente nel sentirsi abbandonati: tutto vi lascia, e voi vi trovate faccia a faccia con Dio Giudice. Gesù, che rappresenta tutti gli uomini, si sente abbandonato da Dio, volontariamente va fino all’annientamento, fino alla sofferenza totale. Davanti a Dio, egli si sente rivestito del peccato del mondo, che è appunto la causa di questo terrificante sconforto. Dio l’ha abbandonato nelle mani dei peccatori, dei Romani e dei Giudei…
Il reale sconforto di Gesù legittima questa espressione. Bisogna comunque sottolineare ancora un aspetto importante: questa frase è un’espressione della Sacra Scrittura, il primo versetto del Salmo 21 che ha offerto alla narrazione della Passione tante caratterizzazioni. Quando Gesù pronuncia questa frase, non è che egli la inventi. Riprendendo l’espressione del Salmo, Cristo vuole dimostrare che la Sacra Scrittura si compie in lui e che il salmista preannunciava esattamente il suo lamento. Inoltre, questo salmo che comincia nell’angoscia, finisce nella fiducia. Ora, per gli antichi lettori ebrei e cristiani, la citazione di un testo evocava tutto il seguito. La gente allora conosceva la Sacra Scrittura a memoria; l’inizio era sufficiente per introdurre tutto il salmo. E l’ultima delle tre parti del salmo in questione esprime la fiducia finale dello sventurato: lo narreròil tuo nome ai miei fratelli, dirò nelle adunanze le tue lodi… Poiché non sdegnò il lamento del povero… A lui ricorsi ed egli mi esaudì (Sal. 21, 23-25). In questo modo Gesù fa capire che dopo lo sconforto, verrà la salvezza, dopo la sofferenza, verrà il trionfo. Egli santifica i nostri lamenti col suo personale lamento, ma la sua fiducia in Dio rimane intatta.
Quest’espressione è autentica; mai i cristiani ne avrebbero inventata una tanto tragica e tanto dura. Tuttavia, non dobbiamo averne timore; essa getta una luce grande sulla sofferenza di Gesù, rendendolo assai vicino alla nostra personale desolazione.

* Passion et Résurrection du Seigneur, Le Cerf, 1966 – pp. 220-233.

Publié dans:meditazioni, Venerdì Santo |on 29 mars, 2018 |Pas de commentaires »

ANCORA SEI CADUTO? MA ORA “ALZATI E CAMMINA!”

http://www.collevalenza.it/Riviste/2002/Riv0102/Riv0102_06.htm

ANCORA SEI CADUTO? MA ORA “ALZATI E CAMMINA!”

STUDI
L. S.

Sembra inverosimile, ma Dio è dalla parte del peccatore, perché sa che il negativo esistente in lui si cambierà in positivo, che l’immaturità diverrà maturità. Dio, amando nell’uomo ciò che non c’è ancora, cioè la possibilità di rinascere, lo aiuta ad uscire dalla tenebra e lo attrae alla luce. La storia del figliol prodigo Gesù l’ha raccontata, perché sapeva che ciascuno di noi l’avrebbe vissuta personalmente.
E nella sua predicazione Gesù spostava l’accento dalla legge all’Amore, dal castigo alla misericordia: la novità in Lui era che anche l’uomo peccatore poteva essere amato. E quanti prendevano coscienza di essere in peccato sentivano Gesù a loro vicino; mentre i farisei non sopportavano l’atteggiamento di tolleranza e di compassione che animava Gesù.
Nella vita spirituale ciò che conta è il non aderire col cuore alle debolezze, e il ricominciare daccapo ogni volta, per vincere le proprie miserie e superare gli scoraggiamenti. Così l’ottimismo cristiano è iniziato in me quando, pur sentendo vivo il dramma della mia fragilità spirituale, mi sono aperto alla “comprensione” e allo stupore che Dio ancora ha il coraggio di amarmi, nonostante i miei demeriti.
Purtroppo l’uomo, radicalmente buono ma tuttora legato al suo peccato, vive una doppia vita e contabilità: come uno spettatore egli assiste a quel che diventa capace di fare: prende coscienza della sua debolezza, sperimenta il dominio di quel “forte” che lo lega. Ma arriva pure a far esperienza di vitalità interiore se non si rassegna al suo male, e si rivolge con grida verso il Redentore, perché Lui che è il “più forte” lo liberi e lo riporti alla pace interiore. Allora, non più paralitico, egli è trasformato, e porta agli altri il messaggio che è possibile guarire, essere un peccatore perdonato e risorto a vita rinnovellata.
San Bernardo raccomandava: “Ricordati di rientrare ogni tanto in te stesso”; e lo scrittore tedesco Goethe diceva: “La nostra gloria più grande non consiste nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo ogni caduta”.
È faticoso perdonare se stesso per essere cascato nuovamente, è duro convivere con i propri errori; ma non esistono scorciatoie sulla via della maturità e della consapevolezza. Non si è persone mature, finché non si accettano anche gli errori.
C’è in noi un’esigenza innata per il giusto, per il vero, per il bene; e quando con il nostro comportamento ci allontaniamo da queste strade maestre, ne risentiamo un profondo disagio. Per cui un uomo peccatore ma autenticamente religioso ha il castigo di non trovare indulgenza di fronte a se stesso: è tormentato dal conflitto tra ideali e senso di colpa: perché, anche se zaverrato da debolezze umane, egli è permeato dall’anelito al sublime.
Ora tutta la Bibbia è pervasa da quel senso vivo del peccato, che non approda mai alla disperazione e all’impotenza, ma è sempre aperta alla fiducia, alla speranza, alla grazia divina. Girolamo Savonarola (in una omelia dedicata al “Miserere”) diceva che se lo disperava la paura dei peccati che scopriva in sé, lo sosteneva la speranza della misericordia divina: “O Signore, poiché la tua misericordia è più grande della mia miseria, io non cesserò mai di sperare”.
Siamo tutti figli del primo peccatore, e da lui abbiamo ereditato una congenita inclinazione al male. Sì, la virtù è ammirevole, ma il peccato è attraente: questo ci torna facile, quella molto difficile. Come pure, è precaria la nostra resistenza: siamo dei perenni convalescenti, bisognosi con frequenza di restaurare le forze interiori, di ritemprare la propria volontà devastata, e di essere trapanati dalla misericordia divina.
Una caduta può rivestire un significato totalmente diverso: si può cadere, ma rialzandosi subito per riprendere il cammino con uno slancio maggiore; e si può cadere, rinunciando a proseguire il cammino, perché avviliti dall’umiliazione e trattenuti dalle difficoltà. Il vero peccato, più che nella caduta, sta nello scoraggiarsi, nel rinunciare a rialzarsi.
E riguardo al proposito di “non commettere più” quel peccato, bisogna non dubitare della sincerità dei proponimenti qualora poi, per la propria fragilità, si constata di non correggere radicalmente la condotta personale da un giorno all’altro. Il Signore attende sempre da noi di ricominciare da capo, come tanti bambocci che buffamente si sforzano di rialzarsi dopo ogni caduta.
Dalla propria mente non va mai rimosso quel “chiodo solare” che Dio ci ama così come siamo, e che Lui è sempre pronto a perdonarci “settanta volte sette” (Mt. 18,22), e a trasformare in carica positiva anche le nostre esperienze negative.
Dio ci lascia liberi d’introdurre il male e la sofferenza dentro di noi. Ma ad ogni iniziativa umana risponde una stupenda invenzione divina. Lui Padre, pieno di tenerezza e di misericordia, può fare di una caduta una “felice colpa”, che a noi manterrà presente la magnanimità del suo perdono.
Soltanto a poco a poco noi riusciamo a guarire dalle malattie morali. Per molte persone occorre una “bella carriera” di peccati e di perdoni, prima che arrivi lo scossone di un terremoto interiore, capace di “stabilizzarle” nel grembo gioioso del Padre misericordioso. Ma è bene ripetere: ciò che conta è la buona volontà, il desiderio sincero di migliorare se stesso, nonostante tutto.
La vita cristiana è un atletismo spirituale (2 Tim. 4,7), è un camminare dietro a Gesù (Mt. 16,24).
Non è mai troppo tardi per vivere bene, nella pace e nella libertà interiore. Nulla è definitivamente perduto; e Dio si aspetta sempre da noi di deciderci a collaborare con Lui, per fare della nostra vita un capolavoro vivente della sua grazia. E allora smettiamola di essere indispettiti per i nostri ripetuti cedimenti, prendendocela con Dio e con noi stessi. Non c’è che da tuffarci nell’oceano della misericordia divina, per risentirci – insieme al nostro Poeta – come “piante novelle rinnovellate da novella fronda”

LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/bruni-rigenerazioni-11

LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

Luigini Bruni sabato 10 ottobre 2015

La felicità promessa dalle beatitudini non è quella promossa e promessa dalla nostra cultura. Quella delle beatitudini ha poco a che fare col piacere, non è il buon  » (eu) demone (daimon), fiorisce dal dolore. Possiamo ottenere anche piacere dalle cose della vita se la ricerca del piacere non diventa l’unica cosa della vita. Perché confondendo la felicità col piacere finiamo per non avere né l’una né l’altro. Le beatitudini sono una « forma di vita », sono un altro già. Sono una proposta concreta e un giudizio sulla nostra giustizia e ingiustizia, sugli abbracci e sui muri, sulle nostre indifferenze e sulle nostre consolazioni. Chi crede alla verità delle beatitudini entra nel mondo concretissimo di chi vede poveri, miti, puri, e li chiama beati. E poi desidera di abitare nel loro Regno. La beatitudine degli afflitti, la felicità di coloro che piangono, sembra la più paradossale, quella dell’ultimo giorno, non quella dei nostri giorni penultimi. Quale felicità ci può essere dentro un pianto? Il pianto biblico non sono le lacrime di gioia, né quelle false e prodotte a scopo di lucro nei talk show televisivi. Sono le lacrime degli afflitti, il pianto disperato dei lutti, quello delle separazioni, dei fallimenti, quelle versate per i figli che sbagliano e non tornano a casa, quelle che cadono quando non riusciamo ad impedire a un fratello o a un amico di buttar via la propria vita. Quelle delle guerre, dei troppi poveri schiacciati e degli oppressi, quelle di chi perde il lavoro, quelle dei tradimenti. Ma sono anche quelle dei pentimenti e dei perdoni, quelle del dolore per le conversioni nostre e degli altri. Quelle delle beatitudine sono tutte lacrime molto serie. Nella Bibbia si incontra spesso l’esperienza del pianto. Piangono anche i patriarchi, i re, Giobbe. Gesù piange per l’amico morto, per Gerusalemme, e forse quel suo ultimo grido di abbandono fu anche un grido di pianto. I salmi sono pieni di lacrime feconde. Le lacrime sono il primo linguaggio degli umani. Possiamo parlare lingue diversissime, credere in Dei diversi, avere costumi e culture molti distanti tra di loro; tutti però capiamo il linguaggio del pianto, tutti sappiamo decifrarlo immediatamente. Gli uomini, le donne, i popoli hanno iniziato a conoscersi piangendo nei lavori dei migranti, quando John non capiva la lingua di Sergej ma poteva consolarlo quando piangeva, guardando la foto sgualcita dei figli e della sposa lontani. Lapo non capiva quasi nulla delle parole di Carmelo, ma le lacrime che cadevano a entrambi nella trincea dialogavano e si capivano perfettamente. Non tutti siamo perseguitati per la giustizia, non tutti siamo miti, ma tutti piangiamo. La beatitudine di chi piange è promessa universale, che raggiunge ogni essere umano nella sua condizione più essenziale, radicale, feriale, nuda. E vale per tutti gli esseri umani: donne, uomini, vecchi, bambini e bambine. Chiamando beati gli afflitti Gesù ha reso beati tutti gli uomini e tutte le donne della storia e della terra. Entriamo nel mondo piangendo, e il pianto muto è spesso la nostra ultima parola prima di lasciarlo. Come ci insegna Giobbe, c’è anche un pianto degli animali, degli alberi, della terra, dei vermi. Nel mondo ci sono più lacrime di quelle degli umani. Esiste una sofferenza della natura, un’attesa dolorosa di una consolazione, un grido della creazione. Quando riusciamo a sentirne qualche sua eco, accediamo a una dimensione più profonda della vita, scopriamo una fraternità cosmica, con Francesco – ieri e oggi – cantiamo un altro « Laudato si’ ». E ci nasce il bisogno di vedere arrivare la consolazione per gli esseri umani, ma anche per la terra umiliata e offesa, per gli animali non rispettati e schiacciati, per le specie viventi che ogni giorno muoiono. Sentiamo che « deve » esserci una consolazione delle lacrime del mondo, che « deve » arrivare un consolatore, un riscattatore, un Goel. Si diventa pienamente umani quando iniziamo a soffrire per il non-avvento di queste consolazioni – una sofferenza che una volta iniziata non ha mai fine e cresce con noi. La beatitudine che si trova dentro il pianto si chiama « consolazione »: «Saranno consolati». La parola greca che noi traduciamo con « consolazione » è « parakaleo », che indica la figura di chi sta vicino alla vittima, come un avvocato, per difenderla dal suo accusatore. La beatitudine consiste allora nel fare l’ »esperienza » dell’arrivo di una consolazione. Scoprire una presenza reale che ci consola mentre piangiamo. E con la consolazione smettiamo di piangere, o piangiamo diversamente. In questa beatitudine, diversamente dalle altre, la felicità sta nel cambiamento della condizione che genera la beatitudine. I miti, i misericordiosi, i costruttori di pace, i poveri, i perseguitati e assetati per la giustizia, restano in quella loro condizione quando la promessa si compie. Non si smette di essere poveri perché siamo nel Regno dei cieli, di esseri misericordiosi quando incontriamo misericordia, di costruire la pace quando un giorno ci sentiamo chiamare «figli di Dio». Quando invece dentro il nostro pianto e la nostra disperazione ci raggiunge la consolazione, il pianto di riduce, cambia tono, le lacrime iniziano a essere asciugate. Tutti conosciamo le beatitudini dentro le lacrime. Sono iscritte nel Dna morale degli esseri umani. Il giogo della vita sarebbe insopportabile se dentro le lacrime non trovassimo anche una consolazione. Una prima consolazione la incontriamo nell’esperienza di poter piangere. La sofferenza inconsolabile è quella che non riesce più (o ancora) a piangere. Molti pentimenti, ad esempio, iniziano con un profondo e irrefrenabile pianto. Un pianto diverso, che solo quando arriva possiamo conoscerlo nel suo dolore e nella sua beatitudine tipici. Quando arriva il momento del pentimento e del « tornare a casa », il primo moto è quasi sempre un pianto a dirotto – ognuno a modo suo, pianti tutti simili e tutti diversi. È un pianto beato, l’inizio della vita nuova. « Mentre » si piange ci si sente chiamare beati: «Erano lacrime di felicità nate dal risveglio dell’essere morale sopito in lui da molti anni» (Lev Tolstoi, « Resurrezione »). Prima di « alzarsi » per « tornare » da suo padre, il figliol prodigo avrà iniziato il suo ritorno con un grande pianto. Dentro l’inferno si apre uno squarcio di paradiso, e la possibilità di poterlo finalmente raggiungerlo è già paradiso. La strada verso casa è già casa. Queste lacrime sono tutte e solo beatitudine, rigenerazione. Dolorosissime e salvifiche, tremende e meravigliose assieme. Afflitti e beati. Questo pianto diventa un mezzo di scoperta e di conoscenza delle dimensioni più profonde della vita. Se vuoi conoscere qualcuno veramente, incontralo e ascoltalo mentre piange per un pentimento, per un perdono, per una conversione. I grandi perdoni, soprattutto quelli tra fratelli e tra amici, si compiono piangendo insieme in abbracci infiniti e senza tempo: «Allora Giuseppe disse ai fratelli: « Avvicinatevi a me! ». Si avvicinarono e disse loro: « Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto » … Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse» (Genesi 45, 4-15). C’è poi un’altra forma di consolazione-beatitudine. È quella che nasce dal poter piangere insieme a qualcuno che accompagna il nostro dolore. Com-piangere, con-patire, è una forma speciale di felicità. Condividere il dolore e mischiare le lacrime con un amico è per molti la sola felicità dentro vite dove il dolore e le lacrime sono l’unico « pane ». In queste afflizioni la consolazione arriva con il volto concreto di un amico che si china sul nostro dolore. Se ci sono troppe afflizioni non beate è anche perché mancano i consolatori, amici capaci di piangere con noi. Nei pianti senza consolazioni che abbondano attorno a noi ci sono troppe latitanze di consolatori. Tante lacrime potrebbero essere consolate e asciugate, depressioni accompagnate, solitudini riempite, se ci vedessimo nel ruolo di consolatori e non in quello di chi è in attesa di consolazione. Sono io che manco nel troppo dolore inconsolato del mondo. Ogni beatitudine è anche un invito rivolto direttamente a noi, a te, a me. La prima terra promessa è quella della mia casa che condivido con chi non ce l’ha, la prima consolazione del pianto dell’altro è il mio pianto solidale. Una consolazione speciale e piena di mistero è poi quella della poesia, della letteratura, dell’arte. Il poeta, lo scrittore, il pittore, con la sua opera può raggiungere i disperati della terra, e nel crearli consolarli. Si fa loro prossimo, compagno di strada, e così li fa beati. Nelle storie più grandi non occorre l’ »happy end », il lieto fine, perché la disperazione vista e « toccata » dall’artista è già felicità. L’arte ci dona anche queste beatitudini. Ma c’è ancora un’altra consolazione degli afflitti. È quella che arriva come un « angelo ». Qui non c’è un amico che ci consola. È il « paraclito », che arriva come « padre dei poveri ». È splendido che nella Bibbia il primo angelo arriva sulla terra per consolare Agar, una schiava cacciata via nel deserto dalla sua padrona. La prima teofania e la prima annunciazione sono per lei (Genesi 16). Le annunciazioni, le teofanie, la salvezza di un bambino, accadono spesso al culmine delle grandi afflizioni, quando un angelo ci raggiunge dove nessuno ci poteva più raggiungere, e ci consola. È la consolazione dello spirito, il paraclito consolatore, che ci risorge mentre moriamo sulle croci. È il consolatore perfetto, che riscalda, raddrizza, bagna. Se riusciamo ad alzarci ogni mattina quando la notte prima pensavamo di non farcela più, è perché il paraclito è all’opera, e bacia la ferita delle nostre anime mentre ancora dormiamo e sogniamo, e le cura. Non tutti sappiamo, o vogliamo, fare esperienza di Dio. Ma moltissimi, forse tutti, abbiamo incontrato nella vita almeno una volta questo spirito consolatore, o lo incontreremo in un pianto futuro. È una promessa. «Beati coloro che sono nel pianto, saranno consolati»

Publié dans:meditazioni |on 27 février, 2018 |Pas de commentaires »
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