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SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#IL%20GIORNO%20SENZA%20TRAMONTO

SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE

Pierre Benoit *

Domenicano francese nato nel 1906, direttore (1965) della Scuola Biblica ed Archeologica di Gerusalemme dove ha insegnato il Nuovo Testamento dal 1934, Pierre Benoit è anche stato chiamato come esperto al Concilio Vaticano Il. Come leale servitore del popolo di Dio, Benoit si applica con assidua e costante fatica alla fedele salvaguardia del deposito della fede contenuto nella Sacra Scrittura, da lui tradotta per intero, onde rendere la Parola non solo nutriente, ma addirittura gustosa e di gradimento all’uomo del nostro tempo. Con articoli apparsi soprattutto in « Revue Biblique », egli mette la sua sapiente fatica alla portata del grande pubblico.

E all’ora nona (cioè verso le tre del pomeriggio). Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactani?, che vuol dire: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? (Me. 15, 34 e Mt. 27, 46)… Vai la pena notare che gli evangelisti hanno riportato le parole aramaiche, come fanno per le parole del Signore che maggiormente colpiscono ed impressionano, quali: Effeta, Rabbuni, Abba. Esse sono state conservate tali e quali Gesù le aveva pronunciate; sono sicuramente autentiche. Quanto sono inquietanti! Gesù abbandonato dal Padre!…
Nella intimità della sua coscienza, Gesù si sente veramente abbandonato dal Padre. Solo se riusciamo a renderei realmente conto di che si tratta, ne comprendiamo la profonda verità. Non è disperazione, checché ne pensino certuni che, come André Gide, hanno fatto uso di questa espressione per dimostrare e sostenere che Gesù è morto disperato. Certo si è che non bisogna temere di prendere sul serio lo sconforto di Cristo; ma si deve comunque parlare di sconforto, non già di disperazione. Quest’ultima suppone la perdita della fiducia in Dio; lo sconforto, invece, implica soltanto un’immensa tristezza e desolazione. Gesù, per volontà del Padre, ha voluto gustare fino in fondo la morte umana e la sua tragica condizione. Suo Padre l’ha abbandonato, ma non alla perdizione, bensì agli attacchi del male e dei peccatori. Nel Getsemani, Gesù ha chiesto che gli fosse evitata la morte, ma si è inchinato alla volontà del Padre; sulla croce, egli rifiuta di bere il vino aromatico per gustare fino alla feccia il calice della morte umana. La pena di questa morte umana che rappresenta per noi la grande tragedia, consiste precisamente nel sentirsi abbandonati: tutto vi lascia, e voi vi trovate faccia a faccia con Dio Giudice. Gesù, che rappresenta tutti gli uomini, si sente abbandonato da Dio, volontariamente va fino all’annientamento, fino alla sofferenza totale. Davanti a Dio, egli si sente rivestito del peccato del mondo, che è appunto la causa di questo terrificante sconforto. Dio l’ha abbandonato nelle mani dei peccatori, dei Romani e dei Giudei…
Il reale sconforto di Gesù legittima questa espressione. Bisogna comunque sottolineare ancora un aspetto importante: questa frase è un’espressione della Sacra Scrittura, il primo versetto del Salmo 21 che ha offerto alla narrazione della Passione tante caratterizzazioni. Quando Gesù pronuncia questa frase, non è che egli la inventi. Riprendendo l’espressione del Salmo, Cristo vuole dimostrare che la Sacra Scrittura si compie in lui e che il salmista preannunciava esattamente il suo lamento. Inoltre, questo salmo che comincia nell’angoscia, finisce nella fiducia. Ora, per gli antichi lettori ebrei e cristiani, la citazione di un testo evocava tutto il seguito. La gente allora conosceva la Sacra Scrittura a memoria; l’inizio era sufficiente per introdurre tutto il salmo. E l’ultima delle tre parti del salmo in questione esprime la fiducia finale dello sventurato: lo narreròil tuo nome ai miei fratelli, dirò nelle adunanze le tue lodi… Poiché non sdegnò il lamento del povero… A lui ricorsi ed egli mi esaudì (Sal. 21, 23-25). In questo modo Gesù fa capire che dopo lo sconforto, verrà la salvezza, dopo la sofferenza, verrà il trionfo. Egli santifica i nostri lamenti col suo personale lamento, ma la sua fiducia in Dio rimane intatta.
Quest’espressione è autentica; mai i cristiani ne avrebbero inventata una tanto tragica e tanto dura. Tuttavia, non dobbiamo averne timore; essa getta una luce grande sulla sofferenza di Gesù, rendendolo assai vicino alla nostra personale desolazione.

* Passion et Résurrection du Seigneur, Le Cerf, 1966 – pp. 220-233.

Publié dans:meditazioni, Venerdì Santo |on 29 mars, 2018 |Pas de commentaires »

ANCORA SEI CADUTO? MA ORA “ALZATI E CAMMINA!”

http://www.collevalenza.it/Riviste/2002/Riv0102/Riv0102_06.htm

ANCORA SEI CADUTO? MA ORA “ALZATI E CAMMINA!”

STUDI
L. S.

Sembra inverosimile, ma Dio è dalla parte del peccatore, perché sa che il negativo esistente in lui si cambierà in positivo, che l’immaturità diverrà maturità. Dio, amando nell’uomo ciò che non c’è ancora, cioè la possibilità di rinascere, lo aiuta ad uscire dalla tenebra e lo attrae alla luce. La storia del figliol prodigo Gesù l’ha raccontata, perché sapeva che ciascuno di noi l’avrebbe vissuta personalmente.
E nella sua predicazione Gesù spostava l’accento dalla legge all’Amore, dal castigo alla misericordia: la novità in Lui era che anche l’uomo peccatore poteva essere amato. E quanti prendevano coscienza di essere in peccato sentivano Gesù a loro vicino; mentre i farisei non sopportavano l’atteggiamento di tolleranza e di compassione che animava Gesù.
Nella vita spirituale ciò che conta è il non aderire col cuore alle debolezze, e il ricominciare daccapo ogni volta, per vincere le proprie miserie e superare gli scoraggiamenti. Così l’ottimismo cristiano è iniziato in me quando, pur sentendo vivo il dramma della mia fragilità spirituale, mi sono aperto alla “comprensione” e allo stupore che Dio ancora ha il coraggio di amarmi, nonostante i miei demeriti.
Purtroppo l’uomo, radicalmente buono ma tuttora legato al suo peccato, vive una doppia vita e contabilità: come uno spettatore egli assiste a quel che diventa capace di fare: prende coscienza della sua debolezza, sperimenta il dominio di quel “forte” che lo lega. Ma arriva pure a far esperienza di vitalità interiore se non si rassegna al suo male, e si rivolge con grida verso il Redentore, perché Lui che è il “più forte” lo liberi e lo riporti alla pace interiore. Allora, non più paralitico, egli è trasformato, e porta agli altri il messaggio che è possibile guarire, essere un peccatore perdonato e risorto a vita rinnovellata.
San Bernardo raccomandava: “Ricordati di rientrare ogni tanto in te stesso”; e lo scrittore tedesco Goethe diceva: “La nostra gloria più grande non consiste nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo ogni caduta”.
È faticoso perdonare se stesso per essere cascato nuovamente, è duro convivere con i propri errori; ma non esistono scorciatoie sulla via della maturità e della consapevolezza. Non si è persone mature, finché non si accettano anche gli errori.
C’è in noi un’esigenza innata per il giusto, per il vero, per il bene; e quando con il nostro comportamento ci allontaniamo da queste strade maestre, ne risentiamo un profondo disagio. Per cui un uomo peccatore ma autenticamente religioso ha il castigo di non trovare indulgenza di fronte a se stesso: è tormentato dal conflitto tra ideali e senso di colpa: perché, anche se zaverrato da debolezze umane, egli è permeato dall’anelito al sublime.
Ora tutta la Bibbia è pervasa da quel senso vivo del peccato, che non approda mai alla disperazione e all’impotenza, ma è sempre aperta alla fiducia, alla speranza, alla grazia divina. Girolamo Savonarola (in una omelia dedicata al “Miserere”) diceva che se lo disperava la paura dei peccati che scopriva in sé, lo sosteneva la speranza della misericordia divina: “O Signore, poiché la tua misericordia è più grande della mia miseria, io non cesserò mai di sperare”.
Siamo tutti figli del primo peccatore, e da lui abbiamo ereditato una congenita inclinazione al male. Sì, la virtù è ammirevole, ma il peccato è attraente: questo ci torna facile, quella molto difficile. Come pure, è precaria la nostra resistenza: siamo dei perenni convalescenti, bisognosi con frequenza di restaurare le forze interiori, di ritemprare la propria volontà devastata, e di essere trapanati dalla misericordia divina.
Una caduta può rivestire un significato totalmente diverso: si può cadere, ma rialzandosi subito per riprendere il cammino con uno slancio maggiore; e si può cadere, rinunciando a proseguire il cammino, perché avviliti dall’umiliazione e trattenuti dalle difficoltà. Il vero peccato, più che nella caduta, sta nello scoraggiarsi, nel rinunciare a rialzarsi.
E riguardo al proposito di “non commettere più” quel peccato, bisogna non dubitare della sincerità dei proponimenti qualora poi, per la propria fragilità, si constata di non correggere radicalmente la condotta personale da un giorno all’altro. Il Signore attende sempre da noi di ricominciare da capo, come tanti bambocci che buffamente si sforzano di rialzarsi dopo ogni caduta.
Dalla propria mente non va mai rimosso quel “chiodo solare” che Dio ci ama così come siamo, e che Lui è sempre pronto a perdonarci “settanta volte sette” (Mt. 18,22), e a trasformare in carica positiva anche le nostre esperienze negative.
Dio ci lascia liberi d’introdurre il male e la sofferenza dentro di noi. Ma ad ogni iniziativa umana risponde una stupenda invenzione divina. Lui Padre, pieno di tenerezza e di misericordia, può fare di una caduta una “felice colpa”, che a noi manterrà presente la magnanimità del suo perdono.
Soltanto a poco a poco noi riusciamo a guarire dalle malattie morali. Per molte persone occorre una “bella carriera” di peccati e di perdoni, prima che arrivi lo scossone di un terremoto interiore, capace di “stabilizzarle” nel grembo gioioso del Padre misericordioso. Ma è bene ripetere: ciò che conta è la buona volontà, il desiderio sincero di migliorare se stesso, nonostante tutto.
La vita cristiana è un atletismo spirituale (2 Tim. 4,7), è un camminare dietro a Gesù (Mt. 16,24).
Non è mai troppo tardi per vivere bene, nella pace e nella libertà interiore. Nulla è definitivamente perduto; e Dio si aspetta sempre da noi di deciderci a collaborare con Lui, per fare della nostra vita un capolavoro vivente della sua grazia. E allora smettiamola di essere indispettiti per i nostri ripetuti cedimenti, prendendocela con Dio e con noi stessi. Non c’è che da tuffarci nell’oceano della misericordia divina, per risentirci – insieme al nostro Poeta – come “piante novelle rinnovellate da novella fronda”

LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/bruni-rigenerazioni-11

LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

Luigini Bruni sabato 10 ottobre 2015

La felicità promessa dalle beatitudini non è quella promossa e promessa dalla nostra cultura. Quella delle beatitudini ha poco a che fare col piacere, non è il buon  » (eu) demone (daimon), fiorisce dal dolore. Possiamo ottenere anche piacere dalle cose della vita se la ricerca del piacere non diventa l’unica cosa della vita. Perché confondendo la felicità col piacere finiamo per non avere né l’una né l’altro. Le beatitudini sono una « forma di vita », sono un altro già. Sono una proposta concreta e un giudizio sulla nostra giustizia e ingiustizia, sugli abbracci e sui muri, sulle nostre indifferenze e sulle nostre consolazioni. Chi crede alla verità delle beatitudini entra nel mondo concretissimo di chi vede poveri, miti, puri, e li chiama beati. E poi desidera di abitare nel loro Regno. La beatitudine degli afflitti, la felicità di coloro che piangono, sembra la più paradossale, quella dell’ultimo giorno, non quella dei nostri giorni penultimi. Quale felicità ci può essere dentro un pianto? Il pianto biblico non sono le lacrime di gioia, né quelle false e prodotte a scopo di lucro nei talk show televisivi. Sono le lacrime degli afflitti, il pianto disperato dei lutti, quello delle separazioni, dei fallimenti, quelle versate per i figli che sbagliano e non tornano a casa, quelle che cadono quando non riusciamo ad impedire a un fratello o a un amico di buttar via la propria vita. Quelle delle guerre, dei troppi poveri schiacciati e degli oppressi, quelle di chi perde il lavoro, quelle dei tradimenti. Ma sono anche quelle dei pentimenti e dei perdoni, quelle del dolore per le conversioni nostre e degli altri. Quelle delle beatitudine sono tutte lacrime molto serie. Nella Bibbia si incontra spesso l’esperienza del pianto. Piangono anche i patriarchi, i re, Giobbe. Gesù piange per l’amico morto, per Gerusalemme, e forse quel suo ultimo grido di abbandono fu anche un grido di pianto. I salmi sono pieni di lacrime feconde. Le lacrime sono il primo linguaggio degli umani. Possiamo parlare lingue diversissime, credere in Dei diversi, avere costumi e culture molti distanti tra di loro; tutti però capiamo il linguaggio del pianto, tutti sappiamo decifrarlo immediatamente. Gli uomini, le donne, i popoli hanno iniziato a conoscersi piangendo nei lavori dei migranti, quando John non capiva la lingua di Sergej ma poteva consolarlo quando piangeva, guardando la foto sgualcita dei figli e della sposa lontani. Lapo non capiva quasi nulla delle parole di Carmelo, ma le lacrime che cadevano a entrambi nella trincea dialogavano e si capivano perfettamente. Non tutti siamo perseguitati per la giustizia, non tutti siamo miti, ma tutti piangiamo. La beatitudine di chi piange è promessa universale, che raggiunge ogni essere umano nella sua condizione più essenziale, radicale, feriale, nuda. E vale per tutti gli esseri umani: donne, uomini, vecchi, bambini e bambine. Chiamando beati gli afflitti Gesù ha reso beati tutti gli uomini e tutte le donne della storia e della terra. Entriamo nel mondo piangendo, e il pianto muto è spesso la nostra ultima parola prima di lasciarlo. Come ci insegna Giobbe, c’è anche un pianto degli animali, degli alberi, della terra, dei vermi. Nel mondo ci sono più lacrime di quelle degli umani. Esiste una sofferenza della natura, un’attesa dolorosa di una consolazione, un grido della creazione. Quando riusciamo a sentirne qualche sua eco, accediamo a una dimensione più profonda della vita, scopriamo una fraternità cosmica, con Francesco – ieri e oggi – cantiamo un altro « Laudato si’ ». E ci nasce il bisogno di vedere arrivare la consolazione per gli esseri umani, ma anche per la terra umiliata e offesa, per gli animali non rispettati e schiacciati, per le specie viventi che ogni giorno muoiono. Sentiamo che « deve » esserci una consolazione delle lacrime del mondo, che « deve » arrivare un consolatore, un riscattatore, un Goel. Si diventa pienamente umani quando iniziamo a soffrire per il non-avvento di queste consolazioni – una sofferenza che una volta iniziata non ha mai fine e cresce con noi. La beatitudine che si trova dentro il pianto si chiama « consolazione »: «Saranno consolati». La parola greca che noi traduciamo con « consolazione » è « parakaleo », che indica la figura di chi sta vicino alla vittima, come un avvocato, per difenderla dal suo accusatore. La beatitudine consiste allora nel fare l’ »esperienza » dell’arrivo di una consolazione. Scoprire una presenza reale che ci consola mentre piangiamo. E con la consolazione smettiamo di piangere, o piangiamo diversamente. In questa beatitudine, diversamente dalle altre, la felicità sta nel cambiamento della condizione che genera la beatitudine. I miti, i misericordiosi, i costruttori di pace, i poveri, i perseguitati e assetati per la giustizia, restano in quella loro condizione quando la promessa si compie. Non si smette di essere poveri perché siamo nel Regno dei cieli, di esseri misericordiosi quando incontriamo misericordia, di costruire la pace quando un giorno ci sentiamo chiamare «figli di Dio». Quando invece dentro il nostro pianto e la nostra disperazione ci raggiunge la consolazione, il pianto di riduce, cambia tono, le lacrime iniziano a essere asciugate. Tutti conosciamo le beatitudini dentro le lacrime. Sono iscritte nel Dna morale degli esseri umani. Il giogo della vita sarebbe insopportabile se dentro le lacrime non trovassimo anche una consolazione. Una prima consolazione la incontriamo nell’esperienza di poter piangere. La sofferenza inconsolabile è quella che non riesce più (o ancora) a piangere. Molti pentimenti, ad esempio, iniziano con un profondo e irrefrenabile pianto. Un pianto diverso, che solo quando arriva possiamo conoscerlo nel suo dolore e nella sua beatitudine tipici. Quando arriva il momento del pentimento e del « tornare a casa », il primo moto è quasi sempre un pianto a dirotto – ognuno a modo suo, pianti tutti simili e tutti diversi. È un pianto beato, l’inizio della vita nuova. « Mentre » si piange ci si sente chiamare beati: «Erano lacrime di felicità nate dal risveglio dell’essere morale sopito in lui da molti anni» (Lev Tolstoi, « Resurrezione »). Prima di « alzarsi » per « tornare » da suo padre, il figliol prodigo avrà iniziato il suo ritorno con un grande pianto. Dentro l’inferno si apre uno squarcio di paradiso, e la possibilità di poterlo finalmente raggiungerlo è già paradiso. La strada verso casa è già casa. Queste lacrime sono tutte e solo beatitudine, rigenerazione. Dolorosissime e salvifiche, tremende e meravigliose assieme. Afflitti e beati. Questo pianto diventa un mezzo di scoperta e di conoscenza delle dimensioni più profonde della vita. Se vuoi conoscere qualcuno veramente, incontralo e ascoltalo mentre piange per un pentimento, per un perdono, per una conversione. I grandi perdoni, soprattutto quelli tra fratelli e tra amici, si compiono piangendo insieme in abbracci infiniti e senza tempo: «Allora Giuseppe disse ai fratelli: « Avvicinatevi a me! ». Si avvicinarono e disse loro: « Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto » … Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse» (Genesi 45, 4-15). C’è poi un’altra forma di consolazione-beatitudine. È quella che nasce dal poter piangere insieme a qualcuno che accompagna il nostro dolore. Com-piangere, con-patire, è una forma speciale di felicità. Condividere il dolore e mischiare le lacrime con un amico è per molti la sola felicità dentro vite dove il dolore e le lacrime sono l’unico « pane ». In queste afflizioni la consolazione arriva con il volto concreto di un amico che si china sul nostro dolore. Se ci sono troppe afflizioni non beate è anche perché mancano i consolatori, amici capaci di piangere con noi. Nei pianti senza consolazioni che abbondano attorno a noi ci sono troppe latitanze di consolatori. Tante lacrime potrebbero essere consolate e asciugate, depressioni accompagnate, solitudini riempite, se ci vedessimo nel ruolo di consolatori e non in quello di chi è in attesa di consolazione. Sono io che manco nel troppo dolore inconsolato del mondo. Ogni beatitudine è anche un invito rivolto direttamente a noi, a te, a me. La prima terra promessa è quella della mia casa che condivido con chi non ce l’ha, la prima consolazione del pianto dell’altro è il mio pianto solidale. Una consolazione speciale e piena di mistero è poi quella della poesia, della letteratura, dell’arte. Il poeta, lo scrittore, il pittore, con la sua opera può raggiungere i disperati della terra, e nel crearli consolarli. Si fa loro prossimo, compagno di strada, e così li fa beati. Nelle storie più grandi non occorre l’ »happy end », il lieto fine, perché la disperazione vista e « toccata » dall’artista è già felicità. L’arte ci dona anche queste beatitudini. Ma c’è ancora un’altra consolazione degli afflitti. È quella che arriva come un « angelo ». Qui non c’è un amico che ci consola. È il « paraclito », che arriva come « padre dei poveri ». È splendido che nella Bibbia il primo angelo arriva sulla terra per consolare Agar, una schiava cacciata via nel deserto dalla sua padrona. La prima teofania e la prima annunciazione sono per lei (Genesi 16). Le annunciazioni, le teofanie, la salvezza di un bambino, accadono spesso al culmine delle grandi afflizioni, quando un angelo ci raggiunge dove nessuno ci poteva più raggiungere, e ci consola. È la consolazione dello spirito, il paraclito consolatore, che ci risorge mentre moriamo sulle croci. È il consolatore perfetto, che riscalda, raddrizza, bagna. Se riusciamo ad alzarci ogni mattina quando la notte prima pensavamo di non farcela più, è perché il paraclito è all’opera, e bacia la ferita delle nostre anime mentre ancora dormiamo e sogniamo, e le cura. Non tutti sappiamo, o vogliamo, fare esperienza di Dio. Ma moltissimi, forse tutti, abbiamo incontrato nella vita almeno una volta questo spirito consolatore, o lo incontreremo in un pianto futuro. È una promessa. «Beati coloro che sono nel pianto, saranno consolati»

Publié dans:meditazioni |on 27 février, 2018 |Pas de commentaires »

SUL COME RICONOSCERE I SANTI

http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/insegnamenti/comericonsanti.htm

SUL COME RICONOSCERE I SANTI

Questo scritto è una provocazione. Per due motivi.
Il primo: oggi non si sente il “bisogno” di santi come, d’altronde, non si sente il “bisogno” di Dio.
Il secondo: tale argomento pare scontato ad alcuni mentre, in realtà, non lo è affatto. Chi vorrà leggere capirà il perché.
Il santo, di primo acchito, pare uno qualsiasi. La sua figura non ha nulla di particolarmente eccezionale. Potrebbe pure passare per un essere di poco conto. Nel libro dell’Esodo notiamo che Dio, per rivolgersi al popolo, preferisce Mosè ad Aronne. Un particolare rivela la “bizzarria” di Dio: Mosè era balbuziente (Es 4, 12). È dunque scelto un balbuziente, un “minorato”, per comunicare una rivelazione divina!
La nostra mentalità si pone all’esatto contrario. Per noi il santo dovrebbe essere una specie di star, una persona in grado di soddisfare la nostra idealità umana. In realtà non è nulla di tutto ciò! Basti pensare che il santo, con il suo stile, spacca tutte le nostre sicurezze perché ne ha scoperte di altre, più solide e fondate, e c’invita a coglierle. Ma osserviamo qualche suo aspetto o caratteristica.
Il santo ha uno “strano” atteggiamento. Non fa girare lo sguardo qua e là, non va in cerca di sapere tutto su tutti, non si agita e non crea agitazioni, non ha impeti passionali, evita di giudicare, non ha attaccamenti o feticci borghesi… È assolutamente tranquillo e pare stia con la mente “da un’altra parte”. Dalla sua persona promana una particolare concentrazione. Pare che non osservi, pare che non ascolti, pare che non si ricorderà di chi lo visita… Invece bisogna ricredersi! Osserva ma attraverso “qualcosa” che gli vive dentro, un po’ come un miope mette a fuoco il suo sguardo attraverso gli occhiali che porta. Ascolta, ma ad un livello più profondo. Passa il tempo e, anche se lo si ha visto per cinque minuti e una sola volta, si ricorderà bene di chi ha incontrato.
Il nostro amore verso le persone è sempre, più o meno, “appiccicoso”. Amiamo perché vogliamo essere riamati. Il santo no. Ha un amore intenso ma assolutamente puro e libero. Ama ma non chiede nulla perché ha un altro orizzonte, un orizzonte che non si chiude davanti a chiunque gli sta di fronte: egli si rivolge alle realtà che non si consumano.
Il santo è un uomo che fugge dagli uomini e che, se può, non si fa trovare da loro: aborrisce la notorietà. Fugge da qualsiasi cosa lo deconcentri perché ha colto il cuore della rivelazione neotestamentaria: il regno di Dio è dentro di voi! Il santo è colui che ha fatto il vuoto in sé privandosi di tutto fuorché dell’essenziale. Egli si è avvicinato alla porta del Cielo che ha dentro e l’ha spalancata. Dietro ad essa ha scoperto “fiumi di acqua viva” (Gv 7, 38) e una Presenza dalla quale non si vuole mai allontanare. Con questa Presenza, nascosta dentro la sua vita, s’intrattiene in preghiera senza contare il tempo che passa. Incontra il suo prossimo senza staccarsi dal volto del Cristo che porta in sé e che continuamente considera. Nell’incontro con una persona così si percepisce qualcosa di “diverso” qualcosa, appunto, di “Altro”.
“Hai incontrato quel santo monaco?” chiesi un giorno ad un pellegrino. Da cosa ti sei accorto che era santo? Mi rispose: “Lo senti!”. In queste due parole c’è racchiuso uno splendido mistero, un mistero che ci tocca nel profondo.
Lo senti. Significa che, anche se nessuno ce lo ha mai insegnato, abbiamo una facoltà con la quale “sentiamo” con certezza qualcosa di particolare e di positivo.
Lo senti. Significa che queste cose non possono essere descritte. Si vivono e basta.
Il santo ci dispiega altri orizzonti, c’illustra qualcosa che non è più umano ed è in grado di donarci una stabile speranza. Dio, per lui, non è una filosofia, un pensiero consolatorio; è il centro della sua stessa vita e lo sente come noi sentiamo il battito del nostro cuore, nei rari momenti in cui vi prestiamo attenzione.
Dicono che il santo è uno che ama le persone. È una frase che, soprattutto oggi, ha bisogno di essere ben definita. Il santo ama gli uomini attraverso qualcosa di non umano: Dio. Per questo può disattendere aspettative troppo “umane”, perché vede ben oltre i piccoli ed angusti nostri orizzonti. Egli può, a volte, leggere nei pensieri, riconoscere la storia di un uomo e il suo nome anche se nessuno gliene ha mai parlato. Come fa? Immaginiamo che su un tavolo ci siano due radio accese. Se sono tutte e due sintonizzate sulla stessa emittente suoneranno entrambe la stessa musica. La prima radio non “indovina” o “rapisce” la musica dalla seconda. La riceve dal trasmettitore sul quale è sintonizzata. Il santo è “sintonizzato” sull’energia di Dio il quale dona vita sia a lui che al suo prossimo. Attraverso la forza di Dio, riceve informazioni dell’altro e, così, lo “legge” come se fosse un libro aperto. Ecco perché il santo monaco Paissios del Monte Athos diceva a qualche suo visitatore: “Ti leggo come se fossi un libro aperto!” La sua virtù non era quella d’indovinare i pensieri dell’altro, era quella di sintonizzarsi in Chi lo faceva entrare nell’altro. Il resto era un gioco…
Dio, vivendo nel santo, lo rivela agli altri. Tutto quello che il santo compie lo “tradisce” perché porta un marchio particolare che lo contraddistingue. Ecco perché è la Chiesa, popolo di Dio, che “riconosce” il santo. La Chiesa non può certo “fare” un santo, può solo “riconoscerlo”, riconoscendo in lui i segni di Dio. Essa lo può riconoscere perché pure lei è segno di Dio. Chi, nella Chiesa, inventasse dal nulla dei “santi” elevando uomini, magari buoni ma non “santificati”, agirebbe contro Dio e confonderebbe la Chiesa. Il santo, infatti, è la più autentica immagine della Chiesa; non lo si può sostituire con qualcosa che non gli sia all’altezza.
Il santo non ha bisogno di leggi scritte: ha scoperto che la legge è nel suo cuore. Sente da dentro cosa deve fare e cosa deve evitare. Perciò non rimprovera né accusa gli altri ma solo se stesso. Non accusa nessuno, a meno di non essere costretto a denunciare le eresie, ossia le idee che rendono l’uomo refrattario all’azione di Dio! E qui ha un’autorità che colpisce. Non ha bisogno di urlare, come gli animatori di certe sette o di certi movimenti cristiani settari. Essi infatti urlano perché sono deboli e instabili. Hanno bisogno di farlo per colpire esternamente le persone. Il santo, invece, può benissimo parlare piano ma le sue poche parole sono scandite con una forza e una stabilità notevole. Giungono direttamente al cuore. Rivelano che egli si appoggia sulla roccia ferma ed è divenuto lui stesso roccia ferma della fede sulla quale si edifica la Chiesa.
Il santo è una persona che può guarire e compiere miracoli. Qui, però, bisogna fare altre distinzioni che il nostro mondo non è in grado normalmente di cogliere. Dietro alla realtà, diciamo così, materiale esiste una realtà spirituale di varia natura e genere. Ci sono forze che ordinariamente non conosciamo ma che le società antiche riconoscevano meglio di noi. Pensiamo a cosa potevano fare gli sciamani con i loro riti, alla conoscenza spirituale di alcuni monaci buddisti o, ancora, agli strani poteri che esistono presso certi stregoni animisti. Questa sfera entra all’interno dell’ordine “spirituale” ma non appartiene a Dio. Dio, tuttavia, ne permette l’ esistenza esattamente come permette all’uomo di andare contro se stesso.
Ciò significa che un uomo che compie miracoli e guarisce persone, può benissimo non essere santo. Prima dell’avvento di Cristo esistevano molti uomini che compivano miracoli. La letteratura biblica apocrifa è colma di descrizioni di fatti miracolosi. Credo che il nostro tempo stia scoprendo sempre più i “santoni” e i “guaritori” forse perché costoro non sono spiritualmente “esigenti” come i santi, non conducono sullo stesso percorso! D’altra parte i santi vogliono portare le persone al loro livello: non amano avere presso di sé degli schiavi! Per non essere schiavi o passivi bisogna lavorare, rinunciare e faticare e ciò è odiato dalla gente del nostro comodo mondo…
I santoni possono attrarre a sé anche per la loro alta moralità e il loro amore verso il prossimo. Un esempio per tutti: Sai Baba. Egli è in grado di materializzare oggetti, guarisce dal cancro molti, apre case di cura e ospedali… Ma la forza di Sai Baba è in Dio, nel Dio rivelato da Cristo, nel Dio che non vuole chiamare l’uomo “schiavo” ma “amico”? No! Il santone potrà certo guarire il corpo ma non elevare il corpo e lo spirito come un santo! Non ha lo stesso livello ma uno molto inferiore. I Padri della Chiesa davanti a ciò erano netti: tutto ciò che non viene da Dio viene dal Maligno. Se in una realtà cristiana si ha bisogno di santoni pagani vuol dire che la qualità del cristianesimo è scesa ad un livello “inferiore” rispetto allo stesso paganesimo. D’altronde, i risultati stessi ce lo mostrano. C’è da chiedersi cosa abbia scatenato tutto ciò…
Si racconta che un giorno giunse da padre Paissios un monaco buddista in grado di rompere piccole pietre con la forza del pensiero. Cominciò ad operare i suoi prodigi davanti all’anziano athonita. “Sei molto bravo”, gli disse Paissios senza lasciarsi minimamente scomporre né meravigliare. “Ora prova a spaccare questa pietra” aggiunse. E, così dicendo, gli diede una piccola pietra sulla quale, un istante prima, aveva tracciato un segno di croce. Il buddista provò molte volte ma invano…
Il santo conosce veramente Dio. Per i Padri della Chiesa, gli amici di Dio conoscono Colui che amano altrimenti non gli sono amici, ossia intimi. Conoscendo Dio e avendone intimità ne sono “plasmati” e ricevono da Lui il dono della santificazione. Nella continua interazione tra la creatura e il Creatore, la prima scopre le “caratteristiche” del Secondo, per quanto gli è consentito. Nei veri santi non esiste, dunque, una separazione tra dogma e spiritualità. Essi, ad esempio, sanno che in Dio c’è qualcosa d’immanente e qualcosa di trascendente, sanno cosa sia spiegabile e cosa non lo sia, sanno, ad esempio, che Cristo è Dio, che non si potrebbe mai ritrarre la sua divinità, ma unicamente la sua apparizione nella carne e via dicendo… Così la santità cristiana significa intimità con Dio, “conoscenza” di Dio. Ecco perché la santità è inscindibile dall’ortodossia (= la retta fede). La retta fede diviene, a sua volta, il principale criterio per riconoscere il vero santo. Ecco perché il livello del santo si stacca decisamente da quello dell’uomo buono, da quello dell’uomo comune, da quello dell’uomo negligente… Altra è, infatti, la tenebra, altra la luce di una candela, altra la luce di un neon, altra la luce del sole.
Recentemente è stato composto un “Martirologio Ecumenico” che raccoglie assieme testimoni e santi di tutte le confessioni cristiane. Considerando questa pubblicazione e alla luce di quanto appena esposto, risulta un vero inganno poter pensare di porre gli uomini significativi di ogni confessione cristiana sullo stesso piano. D’altronde questo genere di iniziativa, inglobando santi e testimoni di ogni confessione, si presta e può suggerire equivoci di tal genere. Ma ciò, oggettivamente parlando, è una violenza a chi si vuole esaltare. Martin Luther King non avrebbe mai desiderato essere avvicinato al concetto di santo se non altro perché, nella confessione alla quale apparteneva, non esiste il culto dei santi! Inoltre, questa confusione è ingannevole anche per un altro motivo. All’interno di ogni confessione cristiana gli uomini possono raggiungere gradi differenti di perfezione. Ciò dipende anche dagli strumenti che ogni confessione possiede, strumenti che esprimono l’identità, l’ethos, il modo di essere di quella Chiesa. Gli strumenti donati dal Protestantesimo, per l’elevazione umana, non coincidono con quelli del Cattolicesimo, quelli del Cattolicesimo non coincidono con quelli dell’Ortodossia. Quest’ iniziativa potrebbe spingere verso una totale mancanza di discernimento in tal campo! Ciò che è peggio, (e che qualcuno definirebbe propriamente “eretico”) sta esattamente nel fatto che non si può parificare chi conosce Dio intimamente con chi lo ha sentito solo nominare ed ha amato il suo prossimo come ha potuto o come meglio gli è riuscito. Un conto sono i filantropi, un conto sono i filotei, un conto sono i teofori. Un conto è amare l’uomo, un conto è amare l’uomo in nome di un ideale generico o evangelico, un conto è amare l’uomo attraverso il Dio vivente in sé.
Il santo si pone solo su quest’ultimo livello, un livello, oggi, sempre più raramente assunto e sempre più incompreso perché tutto viene giudicato a partire da criteri molto riduttivi ed egocentrici. Sarà sempre più così fintanto che non s’incontrerà sulla propria strada un santo…

 

Publié dans:meditazioni |on 8 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

VIVERE IN UN TEMPO DIFFICILE

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Vi proponiamo alcune riflessioni sul mistero della Bellezza tratte da un ritiro tenuto da don Paolo Prosperi alla Fraternità di Comunione e liberazione di Chicago.

VIVERE IN UN TEMPO DIFFICILE

Il tempo in cui siamo chiamati a vivere, come don Julián Carrón ci ripete instancabilmente, è caratterizzato da epocali transizioni, rivolgimenti tali che nulla si può più dare per scontato. Le inossidabili certezze del passato, tanto spirituali quanto geo-politiche, non sembrano più tali.
Da una parte, la minaccia crescente dell’estremismo islamico e le immani catastrofi del medio-oriente, sullo sfondo di un’Europa stanca, che ha perduto o rinnegato la memoria delle proprie radici. Dall’altra, il dilagare del relativismo liberale, che porta con sé l’erosione del significato delle parole fondamentali su cui la civiltà occidentale si credeva basata fino a solo l’altroieri. Sembra davvero di rivivere la storia biblica della torre di Babele. Con l’implosione del sogno moderno, quel che rimane è una confusione totale, in cui non sembra più possibile trovare alcuna lingua comune.
In questa situazione è difficile tenere alta la speranza. È difficile soprattutto resistere alla tentazione di pensare che la Chiesa sia destinata a ridursi in breve tempo a nulla più che una minoranza emarginata, oppure – peggio ancora – ad una cortigiana del potere, bizantinamente indaffarata a cercare di piacere ai potenti di un mondo ormai cambiato. Solo uno sguardo superficiale, tuttavia, può fermarsi qui: «Le circostanze attraverso cui Dio ci fa passare – ci ha insegnato don Giussani – sono fattori essenziali e non secondari della nostra vocazione». Perfino circostanze drammatiche come queste, perciò, sono vocazione. Come dice un antico proverbio ebreo, il Signore parla sempre, anche quando tace. Che cosa, dunque, ci sta dicendo?
Mentre andavo riflettendo su questa domanda, mi sono per caso imbattuto in un passaggio delle riflessioni sul libro di Ester di Divo Barsotti [Meditazione sul libro di Ester, Brescia 1981, 47-49], che mi ha improvvisamente offerto una chiave di lettura illuminante. A ben guardare, c’è una impressionante analogia tra la situazione della Chiesa oggi e quella di Israele, nei secoli che prepararono la venuta di Cristo. Dopo la deportazione a Babilonia, Israele sembra aver perso tutto il suo splendore, il suo orgoglio. Orbato di Re, il popolo del Signore è ridotto a piccolo scarto senza importanza né indipendenza politica. Cosa è la Palestina del III-II secolo a.C.? Una piccola provincia insignificante nelle carte dei grandi della terra.
Ecco perché in più d’uno dei libri dell’Antico Testamento scritti in questo periodo, il “personaggio” che incarna Israele è spesso una donna: Ester, Giuditta, la sposa del Cantico dei Cantici, Susanna nel libro di Daniele, Ruth ecc.
La donna, per ovvio dato fisiologico e sociologico, è nella Scrittura simbolo di debolezza. Senza il suo uomo a proteggerla, una donna è nel mondo antico senza onore né difesa.
Tale è la situazione di Israele dopo l’esilio. Serva di nazioni straniere, Sion è come una vedova senza marito, come una ragazzina orfana di padre. Non è un caso che le due maggiori eroine di questi libri post-esilici, Ester e Giuditta, siano l’una orfana e l’altra vedova. In un tempo di prolungata prova, queste donne incarnano il sentimento che Israele ha di sé stesso: debole e impotente, alla mercé del potere dello straniero.
Tuttavia, proprio questo è tempo misteriosamente benedetto. Privata d’ogni secondario ornamento, nel dolore della prova, la Figlia di Sion comincia finalmente a capire che il Signore è la sua unica vera fonte di gloria.
Giuditta ed Ester, in modi diversi, esprimono questo mistero. Entrambe sono donne sole, in apparenza deboli, senza risorse. Entrambe, però, divengono, grazie alla radicalità della loro fede, strumento di salvezza per il popolo tutto. La fede, la fiducia incondizionata nel Signore, dà a Giuditta il coraggio di varcare da sola le porte della città di Betulia, assediata dagli Assiri, e da sola avventurarsi nell’accampamento del nemico. Ed ecco il generale Oloferne è decapitato e l’immenso esercito disperso. La fede dà ad Ester l’audacia di affrontare il re Assuero ed ottenere da lui la salvezza per tutto Israele.
C’è qualcos’altro, tuttavia, che Ester e Giuditta hanno in comune: non solo sono entrambe donne sole; non soltanto mostrano entrambe una grande fede, ma tutte e due sono anche belle. Non è affatto un civettuolo dettaglio. In entrambe le storie, infatti, le due donne riescono nella rispettiva impresa proprio grazie alla loro bellezza.
Giuditta, prima di uscire dalla porte della città, si togliei suoi abiti da vedova e si fa bella, così bella che quando la pattuglia assira la vede, ne è immediatamente conquistata, perché ella appariva loro come un miracolo di bellezza (Gdt, 10,14).
Ester, l’orfanella straniera, è così bella, che il re Assuerus la sceglie tra tutte le vergini come regina (Est, 2). E quando ella si reca da lui, ad impetrare salvezza per il suo popolo, è innanzitutto lo splendore del suo aspetto ad addolcire il cuore del re, almeno secondo quanto sembra suggerire il cap. 5: Il terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse gli abiti servili e si rivestì di quelli sontuosi. Fattasi splendida, invocò quel Dio che su tutti veglia e tutti salva, e prese con sé due ancelle. Su di una si appoggiava con apparente mollezza, mentre l’altra la seguiva sollevando il manto di lei.Era rosea nel fiore della sua bellezza: il suo viso era lieto, come ispirato a benevolenza, ma il suo cuore era oppresso dalla paura. Attraversate tutte le porte, si fermò davanti al re… (Est 5,1c).
In realtà, perciò, non è corretto dire che Ester e Giuditta siano deboli e indifese. Le due donne condividono un tipo di “potere”, che è diverso da quello dei re, e tuttavia è potere reale. È il potere che, secondo la Scrittura, è soprattutto caratteristico della donna: il fascino della bellezza.
Ora, se ci si ferma al livello di senso più immediato del testo, è evidente che in entrambi casi si tratta semplicemente di bellezza fisica. E tuttavia, una lettura attenta, rivela che difficilmente questo può essere tutto ciò che le due storie han da dirci. Se la salvezza del popolo intero dipende dalla “bellezza disarmata” di queste donne, un mistero più profondo dev’esservi nascosto. Quale?
Il mistero della bellezza
Cos’è la bellezza? Difficile dirlo: «La bellezza è un enigma», ha scritto l’amico Dostoevskij, proprio riferendosi al fascino della donna [L’idiota, Milano 2010, p. 105]. Sicuramente la bellezza muliebre, per la Scrittura così come per il grande romanziere russo, è soprattutto quel misterioso, temibile dono, che rende la donna capace di sedurre l’uomo, fino a soggiogarlo. In questo senso, la bellezza è forza, dona potere. E tuttavia si tratta di un potere paradossale. È potere reale. Tuttavia è potere interamente relazionale. Ester non può in realtà salvare niente e nessuno da sola. Se non fosse per il suo ascendente sul re, Israele sarebbe perduto. Tuttavia, poiché il re è prigioniero delle sue trecce (cfr. Ct 7,6), ella può ottenere da lui tutto ciò che vuole. Allora il re le disse: Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai! (cfr. Est 5,3).
La bellezza muliebre, nella Scrittura, è sempre caratterizzata da questo strana miscela di debolezza e potere.
È impressionante notare come molte delle donne che giocano un ruolo di primo piano nella storia della salvezza, siano allo stesso tempo belle ed umiliate, belle eppure amaramente provate. Sara, la moglie di Abramo è bella, ma sterile. E così anche Rachele, la moglie più amata da Giacobbe. Tuttavia proprio da Sara nascerà Isacco, l’erede della promessa. E da Rachele nasce Giuseppe, che sarà il salvatore della famiglia. Di Ester e Giuditta abbiamo già detto: una è orfana e sola in terra straniera, l’altra moglie vedova del defunto Re Manasse. Eppure è attraverso di loro, che Israele è salvato.
Perché dunque questo intreccio di bellezza e impotenza? Sembra quasi che il Signore scelga queste donne non soltanto perché sono belle, ma anche e proprio perché sono indifese, impotenti, umiliate. In altre parole, è come se la loro “miseria” fosse parte della bellezza che le rende attraenti, affascinanti ai Suoi occhi.
Se vi riflettiamo, non è forse vero questo anche nella nostra esperienza? Non è forse vero che quanto più una bella creatura ci appare indifesa, vulnerabile, bisognosa di protezione, tanto più irresistibile nasce in noi il desiderio di servirla e difenderla?
Non posso dimenticare un episodio occorsomi anni fa in Russia. Era un mattino di dicembre. Era buio, e faceva ovviamente freddo. Mentre cammino attraverso il boschetto per raggiungere la scuola di russo, mi si para davanti una bimba, di 5 o 6 anni, che piange sconsolata, seduta su una panchina. Aveva un faccino bello, ma sporco. Non potei fare a meno di fermarmi e cercare di aiutarla. Le chiesi perché piangesse. La bimba non rispose. Ma io non riuscivo ad andarmene. Ero come immobilizzato. Sentii che avrei fatto qualunque cosa per lei. Di fatto non c’era gran che da fare, si trattava solo di una bambina che aveva appena litigato col fratellino. Eppure…
Ecco l’ironico mistero: quanto più una bellezza ci appare vulnerabile e senza difese, “disarmata”, per usare l’espressione di Carrón, tanto più tendiamo a farcene protettori e servitori in modo spontaneo. Perché?
Azzardo un’ipotesi: forse perché l’intima essenza della bellezza, come abbiamo detto sopra, è esattamente questa: suscitare in chi ne è ferito una risposta d’amore. To kalon kalein, ha scritto Dionigi Aeropagita (I nomi divini, IV, 7) con uno squisito gioco di parole, che in traduzione purtroppo va perduto: il bello chiama, attira, suscita amore.
C’è come una sorta di preghiera, che ogni creatura splendida sembra sussurrare: “Guardami, prenditi cura di me, amami, perché non ti curi di me, perché?”.
Il bello rivela, per così dire, la dimensione ricettiva dell’essere, la dimensione mendicante dell’essere, in quanto fatto per essere amato. Il bello ha a che fare con l’aspetto desiderante, “erotico” dell’essere, di ogni essere, a partire da Dio. Ed è per questo che quanto più la bellezza è vulnerabile, indifesa ed esposta allo sfregio, tanto più potente essa sfolgora, tanto più irresistibile è la risposta amorosa che suscita.
Comprendiamo così perché nella Scrittura la bellezza è associata più alla donna che all’uomo, senza volerne ovviamente fare un assoluto: la bellezza è femminile nella sua più profonda natura. I due caratteri biblici della femminilità, debolezza e bellezza, non sono in realtà slegati l’uno dall’altro. Essi appartengono alla più intima essenza del bello. Certo, l’uomo non è meno debole e bisognoso della donna, come ben sappiamo. Così anche di Davide, come del Re del Salmo 45, la Scrittura celebra innanzitutto la bellezza. E tuttavia il mistero rimane: come la donna è più fisicamente debole dell’uomo, così ella è di fatto più comunemente associata alla bellezza.
Questa è la ragione per cui la donna diviene, nei duri secoli in cui Israele ha perso l’autonomia politica, il simbolo di una nuova e più pura coscienza di ciò che davvero ha fatto e fa grande il popolo eletto. Proprio quando ritrova l’umile coscienza del proprio nulla, proprio quando si fa di nuovo mendicante, proprio allora Israele si riveste di vera bellezza, quella bellezza che ha il potere di addolcire il cuore del Signore. Poiché Egli non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance? […] La preghiera dell’umile penetra le nubi (Sir 35,14-15).
Così il Re Assuero non cede alla preghiera di Ester solo perché mosso dalla sua bellezza. Ma anche, e forse soprattutto, al vederla svenire, pallida come un morto, tra le sue braccia: Appariva rosea nello splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto dalla paura. Attraversate una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. Egli era seduto sul trono regale, vestito di tutti gli ornamenti maestosi delle sue comparse, tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto molto terribile. Alzò il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera. La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: “Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio” (…) Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: “Parlami!”. (…) Ma mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla. Allora il re le disse: “Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai!” (cfr. Est 5,1-3).
Comprendiamo così perché Maria sia veramente il punto di arrivo di tutto il cammino della storia di Israele e con ciò anche il vertice, l’epitome della bellezza creata. Sara e Rachele, Giuditta ed Ester, non erano che pallida figura di lei.
Kecharitomene
Ave, piena di grazia, la saluta l’arcangelo Gabriele. La parola greca è kecharitomene, che signifca graziata, ma anche riempita di grazia, cioè resa bella. “Gioisci, o tu che hai ricevuto il dono della pura bellezza, o bellissima”.
In questo semplice participio è come racchiuso l’essenziale mistero della Madonna. Ella è la graziata: tutto in lei è frutto della più pura, preveniente gratuità dell’amore divino. E tuttavia, nelle parole di Gabriele c’è più di questo. Qual è il contenuto di questo dono? Ecco il secondo aspetto del participio: “adornata di bellezza”. Il contenuto del dono è Bellezza, pura bellezza. Ma in cosa consiste questa bellezza?
Don Giussani ci ha insegnato che la bellezza è splendor veritatis, splendore del vero.
Questo basta ad avvicinare il mistero: in Maria, come in un cristallo purissimo, risplende la verità della creatura. Nel suo cuore la creazione, il cosmo creato diviene, infine, perfettamente trasparente a se stesso per ciò che è. Maria vede se stessa, tutto il suo essere scaturire dall’amore di Dio. E ciò significa due cose: innanzitutto umiltà, cioè coscienza purissima, perfettamente vivida, della propria radicale dipendenza dalla Maestà dell’Altissimo. Il manto scuro che l’avvolge in tante icone dell’Annunciazione è simbolo di questo: Ha guardato all’umiltà della Sua serva.
Nel manto di cui lo Spirito l’ha rivestita, tuttavia, non c’è solo questo. In altre icone dello stesso mistero, la veste della vergine è rosso fiammante. Mentre percepisce tutto l’abisso della distanza tra sé e l’Altissimo, Maria anche si sa anche realmente amata, termine d’amore. Ed è percio al contempo attratta, mossa verso Colui cui pur guarda con timore ed infinita riverenza. Ecco dunque: lo splendore della vergine, quello splendore mediante cui ella attira a sé lo sguardo dell’Altissimo, è come l’effetto dell’incandescenza prodotta in lei dall’attrito, potremmo dire, tra due opposti movimenti del cuore: l’umiltà dell’“ancella”, che la porta a riconoscere, in timore e tremore, l’incolmabile distanza tra sé e l’Altissimo; e il desiderio della sposa, che invece la spinge in alto, le dà l’audacia di alzare gli occhi verso il cielo. La sintesi incandescente dei due si chiama attesa, vergine attesa, che nulla pretende né anticipa. Eppure, nel segreto del cuore, aspetta, oscuramente attende, si attende dall’Amato il dono impossibile: il dono di una totale intimità con Colui che nemmeno i cieli possono contenere. Come una vergine attende fremendo il suo sposo, così Maria, la vergine purissima, è tutta attesa, tutta spazio per Dio, terra deserta, rovente, assetata della venuta del Signore.
Gli occhi della colomba
Il Cantico dei Cantici ci aiuta, forse più di qualunque altro libro delle Scritture, a meditare ulteriormente su questo misterioso legame tra casto desiderio e bellezza, tra verginale, umile attesa e forza attrattiva.
Tu sei bella, amica mia, come la città di Tirza, incantevole come Gerusalemme, terribile come un vessillo di guerra. / Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano (Ct 6,4-5). Il poeta sacro attira l’attenzione su un fatto che tutti conosciamo bene per esperienza, ma su cui forse mai abbiamo riflettuto a fondo: qual è l’arma più efficace con cui la donna amante colpisce e disarma l’amato? Lo sguardo: Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe. Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo (Ct 4,1). È stupendo il soffermarsi del poeta sull’intreccio di pudica velatezza e audace splendore, che caratterizza lo sguardo della donna. I suoi occhi sono come colombe. La colomba è qui il simbolo dell’amore puro, fedele e ardente. Gli occhi della Sulammita luccicano d’amore. Tuttavia la passione non è esibita in modo sfacciato. Essa si rivela da “dietro un velo”. Come se nell’atto di volgere verso il suo amato lo sguardo, la Sulammita gli lasciasse finalmente intravedere qualcosa della passione che già ardeva in lei, sebbene indischiusa. Proprio il bagliore improvviso di questa rivelazione rende il suo aspetto tanto più soggiogante: Tu sei terribile come un vessillo di guerra. Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano.
Un altro passaggio mette in luce lo stesso paradosso, attraverso un altro eloquente simbolo del desiderio: la bocca. Come nastro di porpora le tue labbra,la tua bocca è piena di fascino; come spicchio di melagrana è la tua gota dietro il tuo velo (Ct 4,3).
Ancora una volta il poeta si sofferma su un fatto che siamo tentati di banalizzare, fermandoci al puro elemento erotico. La bocca, così come la gota, col suo nascondere “dietro il suo velo” la mandibola e la cavità orale, è primordiale simbolo di “fame e sete”. Per questo – sembra dire il poeta – essa ha il naturale potere di rivelare il desiderio, al contempo lasciandone velato l’abisso.
In conclusione: proprio quando lascia tralucere il suo desiderio, la donna dispiega paradossalmente la sua gloria, gloria che conquista con naturalezza, così come Iahvè abbatte senza sforzo gli eserciti dei re più potenti.
La nostra bellezza agli occhi dell’Infinito non dipende da quante grandi gesta noi facciamo per lui ed in Suo nome: non rellegratevi per il fatto che scacciate demoni (cfr. Lc 10,20). Di fatto le “nostre gesta” non sono altro che frutto della Sua grazia in noi. Tutto quel che io faccio per Lui, Egli lo potrebbe fare meglio e più agilmente di me. No, la mia bellezza agli occhi del Mistero, è piuttosto proporzionale alla mia sete di Lui, alla profondità del mio vuoto: Distogli da me i tuoi occhi, perché mi sconvolgono.
Ecco dunque la prima dimensione della “bellezza disarmata”: la bellezza del “debole”, che proprio arrendendosi al Potente, proprio nell’abbandonarsi nelle Sue braccia, lo vince.
La memoria dell’elezione
Aggiungo una nota importante. Non è solo la consapevolezza della propria impotenza, che infiamma il cuore d’attesa. Un secondo fattore è cruciale: la memoria, la memoria delle promesse del Signore, la memoria dell’elezione. Tanto per Ester come per Giuditta, questa memoria coincide con l’orgoglio di appartenere a un popolo con una storia gloriosa, il popolo dell’Alleanza. Così è per noi: non c’è speranza senza memoria dell’elezione, cioè senza la coscienza di essere parte del popolo del Signore, un popolo fatto di volti, nomi, ricordi concreti.
Non è casuale che le preghiere di Ester e Giuditta inizino sempre con il rammentare al Signore – quasi se ne potesse scordare! – le grandi gesta che Egli ha compiuto nel passato, quando ha salvato gli avi. È questa memoria che sostiene la speranza e dà alla mendicanza slancio e fiducia. Anche la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto; invece dei superbi profumi si riempì la testa di ceneri e di immondizie. Umiliò duramente il suo corpo e, con i capelli sconvolti, coprì ogni sua parte che prima soleva ornare a festa. Poi supplicò il Signore e disse: Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto loro secondo quanto avevi promesso. Ora abbiamo peccato contro di te e ci hai messi nelle mani dei nostri nemici, per aver noi dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto, Signore! […] Ricordati, Signore; manifèstati nel giorno della nostra afflizione e a me dà coraggio, o re degli dei e signore di ogni autorità. […] salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore! (Est 4,17).
Lo stesso è vero per noi. La scintilla del nostro grido sprizza sempre dall’attrito tra due principali oggetti del pensiero: da una parte la consapevolezza del nostro bisogno; dall’altra la memoria dell’elezione, cioè di una storia. «Da cosa traeva il popolo di Israele la coscienza di appartenere a Dio? Un angelo glielo aveva detto? (…) È lo stupore della storia che hanno avuto. Stupore della loro storia» (cfr. L. Giussani, Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, Milano 1983).
La bellezza della gratuità
Il frutto di questa povertà vissuta, il frutto misterioso di questa mendicanza è il più inaspettato: si chiama “pace”. Vi lascio la pace, vi do la mia pace (Gv 14,27).
La pace è il sentimento di colui cui nulla manca. Il Signore risponde al grido del povero con il dono della pace, che è come la sintesi di tutti i doni dello Spirito del Risorto (cfr. Gv 20,22). Ma c’è di più. Questo dono tende a traboccare, genera nel cuore un desiderio nuovo, sconosciuto prima: il desiderio di donarsi, di dare la vita, senza più paura né calcoli, per la Gloria del Vero, per la Gloria di Cristo nel mondo. Si chiama gratuità.
Il frutto paradossale di questo disarmato arrendersi nelle mani del Signore, che porta alla pace, è il potere di rendere testimonianza a Cristo in modo analogamente disarmato, cioè senza paura del giudizio degli uomini, senza paura delle conseguenze. Il frutto della fede è una pace che diventa gratuità, cioè prontezza a darsi con coraggio senza fare troppi calcoli. È questa la bellezza disarmata che vince il mondo, così come Giuditta vince l’intero esercito assiro con la sola forza della sua bellezza, del suo aspetto che non era in realtà che un simbolo. La vera bellezza di Giuditta sta nella gratuità coraggiosa con cui è pronta a dare la vita per la salvezza del suo popolo. Ecco la bellezza che, fuor di metafora, seduce e vince il mondo: la bellezza dell’amore che va fino alla fine, la bellezza di Cristo: «Tutti gli scrittori che hanno tentato di ritrarla, hanno sempre rinunciato… C’è solo una figura di una bellezza positiva al mondo: Cristo, cosicché il fenomeno di quella figura infinitamente bella è già in sé un miracolo infinito. Tutto il vangelo di san Giovanni è un’affermazione di quell’effetto; “egli vede tutto il miracolo solo nell’Incarnazione, nella manifestazione della bellezza» [Fedor Michailovic Dostoevskij, lettera a Sofia Ivanovna, 1868].
Torniamo così alla domanda di cui sopra: cos’è la bellezza? Pulchrum splendor veritatis: la bellezza è lo splendore del vero. La bellezza è la verità dell’Essere nel suo risplendere, nel suo rendersi visibile. Cristo è – come Dostoevskij ha scritto così bene – bellezza suprema proprio perché Egli rende visibile, nella sua carne, la Verità suprema, la verità di Dio: e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Figlio unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).
Come Gesù rende visibile e udibile la Verità di Dio? Già in tutto il suo ministero, mediante la Sua parola, i suoi gesti, il suo sguardo, Gesù lascia intravedere il Padre: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto, me ha visto il Padre (Gv 14,9). Tuttavia, per quanto strano possa sembrare, è sulla croce che Egli trasforma la sua carne nella perfetta immagine, di quel Mistero che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18): il mistero del Padre.
Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9).
Nel fare della sua carne un purissimo dono d’amore, Gesù rende visibile, in modo analogico eppur reale, il mistero di quell’eterno atto d’Amore con cui il Padre tutto si dona al Figlio: Dio, nessuno lo ha mai visto: / il Figlio unigenito, che è Dio / ed è nel seno del Padre, / è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18). E il Verbo si fece carne / e venne ad abitare in mezzo a noi; / e noi abbiamo contemplato la sua gloria, / gloria come del Figlio unigenito / che viene dal Padre (Gv 1,14).
La gloria di Gesù (gloria e bellezza sono la stessa cosa nel vangelo di Giovanni, perché la gloria non è che il visibile irradiarsi nel mondo dell’Essere di Dio) è gloria di Figlio unigenito dal Padre che è Dio, ed è nel seno del Padre. E ciò significa: è Gloria dell’Unico, che ha il potere di darsi completamente, fino all’ultima goccia di sangue, senza paura, perché è l’assolutamente Figlio, l’unico che conosce l’Amore Infinito del Padre e di esso vive.
Il mistero della luna
La bellezza disarmata della Chiesa è, in realtà, specchio della bellezza disarmata di Cristo stesso, ha la stessa struttura: povertà e gratuità, totale dipendenza che diventa ricchezza, che tracima in gratuità, in potere di darsi in libertà, fino alla testimonianza del sangue.
I Padri della Chiesa amavano paragonare la bellezza della Chiesa a quella della luna. La luna riceve il suo splendore dalla luce del sole. Non è il sole, ma ne riflette la luce in un mondo ancora immerso nel buio.
Così la Chiesa non è Cristo. Guai a dimenticarsi di questo! Ne riflette però lo splendore nella misura in cui volge lo sguardo verso di Lui, guarda Lui, cerca Lui.
E come Cristo rende visibile attraverso la sua carne, l’amore che lo ha generato, la gloria del Padre, così la Chiesa rende visibile Cristo, la gloria del suo amore, attraverso la carne dei suoi membri: Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi (cfr. Gv 13,34). È come un sistema di vasi comunicanti: Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9). Amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi (Gv 13,34

Publié dans:meditazioni |on 6 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

L’ARMONIA È L’ALTRO VOLTO DEL BENE – DI GIANFRANCO RAVASI

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/246q08a1.html

L’ARMONIA È L’ALTRO VOLTO DEL BENE – DI GIANFRANCO RAVASI

« La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice ». Questa deliziosa annotazione dei Saggi di Francesco Bacone è una salutare sferzata sia a un’arte che si raggomitola su se stessa seguendo canoni stilistici sempre più indecifrabili, sia a una critica che adotta un esoterismo oracolare tale da impedire, piuttosto che facilitare, l’accesso al senso profondo dell’opera d’arte. Alle soglie dell’incontro tra Benedetto XVI e gli artisti, che si svolgerà il 21 novembre prossimo in quella vera « ricca gemma » che è la Cappella Sistina, non vogliamo ora riproporre il tema centrale di quell’evento, ossia il rinnovato dialogo tra fede e arte, ritessendo un’alleanza che in quest’ultimo secolo si è infranta, nonostante il vigoroso appello che 45 anni fa, nel 1964, Paolo VI aveva rivolto agli artisti di allora nella stessa straordinaria cornice spaziale.
È nostra intenzione, invece, suggerire una modesta e semplificata analisi su quel « grande codice » della nostra arte che è pur sempre la Bibbia, l’atlante iconografico sfogliato per secoli e ora relegato sullo scaffale polveroso dell’oblio negli atelier degli artisti. Non punteremo però su un’analisi dell’influsso esercitato dalle Scritture Sacre sull’esercizio artistico espresso in un immenso catalogo di opere, quanto piuttosto su un argomento molto delicato e anch’esso accantonato ai nostri giorni, quello della bellezza. Le stesse cattedre o i saggi di estetica cercano di star lontani dall’interrogarsi su questo soggetto così fluido e inafferrabile, anche perché ogni definizione o verifica risulterebbe simile a uno stampo freddo che congela l’incandescenza della bellezza. Aveva ragione Ezra Pound quando nel suo Artista serio osservava che « non ci si mette a discutere su un vento d’aprile: semplicemente gli si va incontro e si è rianimati. Lo stesso accade quando ci si imbatte in un pensiero di Platone che vola veloce o in un affascinante profilo di un volto o di una statua ».
Consapevoli di questo limite, ci accontenteremo di vedere come la Bibbia riesce a dire a suo modo qualcosa sul bello, ovviamente lasciando tra parentesi il bello che tanti autori sacri hanno manifestato attraverso le loro opere « ispirate » (un nome per tutti, Giobbe). « In confronto col pensiero greco colpisce anzitutto la scarsa importanza che il concetto del bello ha nell’Antico Testamento. Complessivamente questo problema non riscuote l’interesse del pensiero biblico ». Così scriveva Walter Grundmann nella voce kalòs, « bello », di uno dei monumenti dell’esegesi tedesca, il Grande Lessico del Nuovo Testamento. A lui faceva eco Joachim Wanke quando, in un altro strumento importante come il Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, osservava che « in entrambi i Testamenti il bello nel senso della concezione platonica ed ellenistica non è preso in considerazione ». Anzi, lo stesso autore – evocando indirettamente le parole paoline sulla croce « scandalo » e « stoltezza » per la cultura ambiente nella quale il cristianesimo è sbocciato e fiorito – notava che « la croce è certo la più radicale dissoluzione del concetto classico di perfezione e bellezza ».
Ora, è indubbio che il mondo greco-latino – sia pure in forme molto variegate – ha dedicato al tema del bello riflessioni di straordinaria intensità e fascino, anche se in senso stretto la filosofia estetica è una branca del sapere piuttosto recente, essendo stata codificata – almeno a livello terminologico – solo nel Settecento col pensatore tedesco Alexander Baumgarten. È evidente, però, che la grande metafisica greca e la sua gnoseologia avevano già offerto le basi per esaltare il nesso tra essere, vita e bellezza, così da poter affermare col filosofo Plotino che il bello è « la fioritura dell’essere », la sua perfezione. Inoltre la contemplazione pura e libera dell’armonia delle forme costituiva una componente dell’arte e della letteratura di quella civiltà.
Tutto questo – bisogna riconoscerlo – non appassiona gli autori sacri dai quali è assente l’atteggiamento « romantico » di chi si sofferma abbacinato e affascinato davanti alle meraviglie cosmiche o allo splendore delle forme (anche se qualche eccezione, come vedremo, è possibile). Si ha, infatti, una concezione molto più funzionale del bello, al punto tale che si verifica già a livello lessicale un fenomeno molto significativo. Il principale termine estetico ebraico è tôb: esso ricorre 741 volte e ha significati molto fluidi che vanno dal « buono » al « bello », all’ »utile » e al « vero », al punto tale che la stessa antica traduzione greca della Bibbia detta « dei Settanta » è ricorsa ad almeno tre aggettivi greci diversi per rendere questo vocabolo (agathòs, « buono », kalòs, « bello » e chrestòs, « utile »).
Similmente nel greco neotestamentario il termine kalòs, che ricorre 100 volte, è normalmente sinonimo dell’altra parola greca, agathòs, « buono », tranne in un unico caso, quando Luca (21, 5) ricorda che, davanti al tempio erodiano di Gerusalemme, « alcuni parlavano delle sue belle pietre (lìthoi kaloì) ». Il vocabolo è destinato, invece, sempre a delineare le qualità morali di un atto o di una persona o di una realtà, oppure la sua capacità operativa. Così, tanto per fare qualche esempio, si parla di « opere buone », di « buona condotta », di « buona coscienza », usando sempre l’aggettivo kalòs. Cristo, come è noto, si autodefinisce nel Vangelo di Giovanni (10, 11.14) come « pastore kalòs », ma il significato primario – come si ha nelle versioni – è quello di « buon pastore », e così accade in altri usi di quell’aggettivo (« buon diacono, buon soldato, buoni amministratori, buon maestro »).
San Paolo usa il verbo kalopoièin per dire « fare il bene » (2 Tessalonicesi, 3, 13) ed è suggestiva l’esclamazione della folla che, di fronte ai miracoli di Gesù, esclama: « Ha fatto kalôs ogni cosa! » (Marco, 7, 37), laddove è evidente che quel « bello » è in realtà un « bene ». Potremmo andare avanti a lungo in queste esemplificazioni per scoprire sempre che il « bello » neotestamentario – anche su influsso dell’Antico Testamento e dell’ebraico – altro non è che il « buono », il « bene », la bravura, la legittimità o anche l’utilità come « il buon frutto, seme, perla, pesce, albero », sempre espressi con l’aggettivo kalòs. Detto questo, bisogna, però, fare un ulteriore passo. Non è che gli autori sacri ignorino la bellezza in quanto tale, tant’è vero che esiste un altro termine ebraico, jafeh, che significa « stupendo, incantevole, bello » in senso stretto, come na’weh è « affascinante ». Solo che raramente la finalità di questa ammirazione è meramente estetica.
Così, quando il salmista « contempla il Tuo (di Dio) cielo, opera delle Tue dita, la Luna e gli astri che tu hai fissato », apparentemente abbandonandosi alla scoperta della bellezza imponente degli spazi siderali, la domanda che si pone rivela la vera finalità di quella contemplazione che è, invece, di taglio teologico-esistenziale: « Che cos’è mai l’uomo perché te ne ricordi, l’essere umano perché te ne curi? » (Salmo, 8, 4-5). Anche il profeta Geremia – che pure è considerato da alcuni come il poeta biblico più attento alla bellezza della natura e ai suoi ritmi – quando, ad esempio, si sofferma ad ammirare « un ulivo verde e maestoso » o « un tamerisco nella steppa, in luoghi aridi e desertici e in una terra di salsedine » (11, 16; 17, 6), lo fa con un atteggiamento « morale » e non estetico, pronto com’è a cavarne subito una lezione etica per Israele.
Similmente la straordinaria e potente evocazione presente nelle 16 interrogazioni rivolte da Dio a Giobbe nel primo dei due discorsi divini finali di quel libro non ha lo scopo di dipingere un meraviglioso arazzo di scene cosmiche e animali quasi « a colori » – come sembrerebbe al lettore immediato – bensì di rivelare all’uomo l’esistenza di una ‘esah, di un « progetto » trascendente insito al creato e di affermarne la legittimità, la coerenza, nonostante l’apparente incomprensibilità per la razionalità umana. Anche un libro che nasce in piena atmosfera greca come quello della Sapienza (siamo verso la fine del I secolo prima dell’era cristiana) non ha dubbi sul fatto che « belle sono le realtà che si contemplano » (13, 7) ma l’autore premette subito questa limpida considerazione: « Dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si contempla il loro artefice » (13, 5). È quella che la filosofia definirà appunto come « l’analogia » per risalire dal creato al Creatore attraverso un percorso di conoscenza « naturale ».
Era ciò che appariva simbolicamente in una pagina poetica mirabile, il Salmo 19. Lo sfolgorare del sole, comparato a uno sposo che esce all’alba dalla stanza nuziale o a un eroe atletico che si scatena nella corsa lungo la sua orbita è in realtà epifania di una parola divina cosmica: « I cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento annunzia l’opera delle sue mani. Il giorno al giorno affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette la conoscenza » (19, 2-3). La colossale coreografia cosmica che il Salmo 148 suppone non è tanto una sfilata di 22 (o 23) creature, tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, da ammirare con stupore; è, invece, un coro di alleluia che si leva al Creatore all’interno di una sorta di cattedrale cosmica. Lo stesso si deve ripetere per altri testi salmici, a prima vista simili a « uno schizzo del mondo, dipinto in pochi tratti », come definiva il Salmo 104 il padre della moderna climatologia e oceanografia, Alexander von Humboldt (1769-1859): in realtà, anche in quel caso il poeta biblico vuole esaltare l’opera del Creatore che « manda il suo spirito » per dar origine alla vita e « rinnovare la Terra ».
In questa stessa linea dobbiamo collocare anche quella straordinaria capacità narrativa svelata dalle 35 parabole di Gesù (72, se si allarga l’elenco anche alle immagini o alle metafore sviluppate). Sappiamo, infatti, che Cristo è un oratore affascinante. Egli parte dal mondo dei suoi uditori fatto di terreni aridi, di semi e seminatori, di erbacce e di messi, di vigne e di fichi, di pecore e di pastori, di cagnolini, di uccelli, di gigli, di cardi, di senapa, di pesci, di scorpioni, serpi, avvoltoi, tarli, di venti, di scirocco e tramontane, di lampi balenanti e piogge o arsure. Ci sono nei suoi discorsi bambini che giocano sulle piazze, cene nuziali, costruttori di case e di torri, braccianti e fittavoli, prostitute e amministratori corrotti, portieri e servi in attesa, casalinghe e figli difficili, debitori e creditori, ricchi egoisti e poveri ridotti alla fame, magistrati inerti e vedove indifese ma coraggiose, ci sono monete piccole e grandi, ci sono tesori nascosti e mense con cibi puri e impuri secondo le regole kasher dell’ebraismo e altro ancora.
Tuttavia, noi sappiamo che Cristo non si ferma davanti ai voli degli uccelli o alla fragranza delicata e sontuosa dei gigli del campo per comporre una lirica, bensì per condurre chi li sta contemplando verso altre mete. Non per nulla le parabole iniziano spesso così: « Il Regno dei cieli è simile a ». L’estetica è, quindi, funzionale all’annunzio, bellezza e verità s’intrecciano, l’armonia è un altro volto del bene. In questo senso si ammonisce l’annunciatore a dire Dio in modo bello (quanto questo monito è stato disatteso nella storia della predicazione e lo è ancor oggi, ad esempio, nell’arte sacra!). Non per nulla già il salmista esortava i fedeli così: « Cantate a Dio con arte! » (Salmi, 47, 8). E la « gloria » divina è sempre raffigurata nella Bibbia come immersa nello splendore della luce e nella pienezza della perfezione.
Dobbiamo, però, riconoscere che si assiste anche a un processo in cui la bellezza acquista un suo spazio rilevante, sia pure sempre nella cornice di quella finalità teologica a cui l’autore biblico tende. È significativo il caso della creazione descritta nel capitolo 1 della Genesi. Là, infatti, al termine dei singoli atti creativi di Dio è apposta una « formula di approvazione », ribadita sette volte (1, 4.10.12.18.21.25.31), che suona così: « Dio vide che era tôb ». Sappiamo già che questo termine significa sia « buono » sia « bello ». È evidente che qui l’aspetto estetico, a nostro avviso, ha un certo primato. La « visione » stessa, la soddisfazione per l’opera compiuta, l’immagine del Creatore-artista inducono a rendere quella frase così: « Dio vide che era bello », oppure: « Dio vide: era bello! ». Certo, non si esclude la positività dell’essere creato, ma è indubbio che la qualità estetica – come annotava un esegeta, Claus Westermann – « non è qualcosa di aggiunto alla creazione, ma appartiene al suo stesso statuto e alla sua struttura ».
Dopo tutto, anche la Bibbia riconosce che « belle » erano Rebecca, Sara, Betsabea, la regina persiana Vasti, Ester, Giuditta, come lo erano anche il piccolo Mosè, Davide, il suo figlio Adonia, i giovani ebrei di Babilonia. È su questa scia che dobbiamo porre quel gioiello poetico che è il Cantico dei cantici nel quale l’accento sulla dimensione estetica della natura e della persona umana è marcato, sia pure senza mai dimenticare la finalità dell’esaltazione dell’amore, la realtà superiore e trascendente celebrata da quei versi mirabili. Al centro, infatti, si ha un « giardino chiuso », anzi, un « paradiso » (pardes) vegetale (4, 13), che spesso si trasforma in vigne lussureggianti con viti in fiore; si ha un vero e proprio « erbario » dominato dal giglio rosso palestinese (o forse l’anemone), accompagnato dal narciso, mentre folto è il bosco dell’amore con cedri, ginepri, meli, melograni, palme, alberi odorosi, fichi, mandragore, rovi, alberi selvatici, noci e così via. Monti, colline, rupi, valli, deserti, campi, sorgenti, fiumi, acque, laghi, fiamme, scintille si stendono davanti al lettore. Su questa terra, avvolta in una dolce primavera (2, 8-17), vola la colomba, l’uccello-simbolo per eccellenza, emblema di amore, tenerezza, bellezza e fedeltà, corrono gazzelle e cerbiatti, altrettanto rilevanti a livello simbolico, appaiono i greggi, i cavalli, i leoni, i leopardi, le volpi, i corvi, mentre latte e miele rimandano a vacche e api.
Ma è soprattutto il corpo umano, femminile e maschile, dipinto in tavole colme di eros (4, 1-5; 5, 10-16; 6, 4; 7, 10), a costituire il vertice della bellezza creata, come è attestato dall’esclamazione stupita e reiterata: « Quanto sei affascinante (jafah), compagna mia, quanto sei affascinante! (…) Quanto sei affascinante, mio amato, quanto sei incantevole (na’îm) » (1, 15-16). « Tutta affascinante (jafah) sei, compagna mia, difetto non c’è in te! » (4, 7). La stessa natura è descritta nella sua bellezza attraverso una sorta di transfert: il paesaggio, infatti, si trasforma in uno specchio dell’anima e delle sue sensazioni di felicità, di armonia, di pienezza. Tuttavia, come già si affermava, la dimensione somatica non è mai meramente estetica, ma è il punto di partenza e d’arrivo di un reticolo di relazioni interpersonali, di sensazioni interiori, di esperienze psicologiche e spirituali. Sta di fatto, però, che questa meta trascendente è raggiunta attraverso un’intensa e creativa contemplazione estetica ed estatica della corporeità che, nel mondo biblico, non è mai solo fisicità ma unità psico-fisica della persona.
L’esaltazione della bellezza nelle sue epifanie cosmiche ha, però, una sua espressione particolare in una pagina biblica tarda, all’interno di un inno collocato nella sezione finale dell’opera del Siracide, un sapiente del II secolo prima dell’era cristiana. L’inno inizia in 42, 15 e si conclude in 43, 33. La prospettiva, da noi sempre sottolineata, dell’intreccio tra estetica e teologia permane, ma è evidente il fiorire limpido della contemplazione lirica della bellezza del creato. L’aspetto teologico è esplicito in apertura e chiusura del canto allorché Dio si leva sull’universo con l’efficacia della sua parola, lo splendore della sua gloria, la sua trascendenza e onniscienza. Per la Bibbia la natura è sempre « creato », è un « cosmo » ordinato che risponde a un progetto e a un disegno capace di riflettere il suo autore: « Come il Sole che sorge illumina tutto il creato, così della gloria del Signore è piena la sua opera » (42, 16). Per questo, di fronte all’architettura cosmica, l’uomo non può che esclamare: « Egli è tutto! » (43, 27).
Il Siracide, però, rivela in modo più esplicito rispetto alla precedente tradizione un atteggiamento lirico. Egli s’affaccia con stupore sulle meraviglie dell’universo e le fa sfilare davanti ai suoi occhi abbacinati da tanta bellezza. È questo il contenuto della parte centrale, vero cuore poetico dell’inno. Questa sequenza, che è quasi pittorica o filmica, parte dal firmamento limpido e luminoso, nel quale irrompe innanzitutto il Sole a cui è riservato un bozzetto che marca l’incandescenza del suo irraggiarsi (43, 1-5). Subentra naturalmente il quadretto dedicato alla Luna, celebrata soprattutto nella sua funzione « cronologica », essendo la matrice del calendario lunare liturgico e civile (43, 6-8). A essa si associano le stelle, concepite come sentinelle che vegliano nella notte (43, 9-10). Ecco, subito dopo, irrompere maestoso l’arcobaleno, tracciato nel cielo dalla stessa mano divina (43, 11-12). La serie successiva, pur connettendosi alla volta celeste, ha una sua autonomia: entra, infatti, in scena la meteorologia col suo apparato di fulmini, dotati di « raggi giustizieri », delle nubi che « volano come uccelli da preda », dei chicchi di grandine simili a polvere, del tuono che fa sobbalzare la terra, dei venti impetuosi (43, 13-17).
Sempre lungo il filo dei fenomeni meteorologici, una sorta di deliziosa miniatura è dedicata alla neve la cui caduta lieve è comparata al volo degli uccelli e degli stormi di cavallette: « il suo candore abbaglia gli occhi e, al vederla fioccare, il cuore rimane estasiato » (43, 18). A essa è associata la brina, simile a grani di sale che rendono brillanti come cristalli i rami su cui essi si posano (43, 19). Queste immagini invernali trascinano con sé l’evocazione della gelida tramontana che fa ghiacciare le superfici delle acque, rivestendole quasi di una corazza (43, 20). Paradossalmente la scena del gelo ha effetti analoghi a quelli estivi perché anch’esso brucia la vegetazione come accade quando domina l’arsura (43, 21): in tal modo il poeta riesce a trasferire il lettore nell’estate infuocata, ove è attesa la rugiada che feconda la terra riarsa (43, 22). L’ultima sequenza di immagini ci sposta sul mare ove sono « piantate » come oasi o fiori le isole. Del suo mistero fatto di abissi, di tempeste imponenti, di mostri e terrori, ben noti alla cosmologia biblica, restano le testimonianze dei naviganti che possono solo affidarsi alla parola divina che salva (43, 23-26).
L’esclamazione iniziale dell’inno, scandita da un interrogativo retorico, è l’ideale espressione di un’ammirazione lirica che scopre il fulgore della bellezza: « Ogni opera supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore? » (42, 25). La dimensione estetica è, quindi, riconosciuta, anche se – lo ripetiamo ancora una volta – essa non è mai del tutto fine a se stessa ma diventa sempre, più o meno esplicitamente, una via pulchritudinis, un percorso bello e glorioso per approdare al Creatore, al suo progetto e alla sua opera. E la stessa bellezza letteraria di molte pagine bibliche ha come meta ultima la proclamazione dell’infinita bellezza e verità della Parola divina.

Publié dans:meditazioni |on 2 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

13 CONSIGLI DEI PRIMI CRISTIANI PER VIVERE CON GIOIA

https://it.aleteia.org/2014/12/16/13-consigli-dei-primi-cristiani-per-vivere-con-gioia/

13 CONSIGLI DEI PRIMI CRISTIANI PER VIVERE CON GIOIA

Se teniamo lo sguardo fisso sulle cose dell’eternità, i contrattempi non ci abbatteranno e la prosperità non ci riempirà di superbia
La vita dei primi cristiani è piena di un’allegria traboccante, perché sanno che stanno facendo in ogni momento della loro giornata ciò che il Signore vuole da loro. La loro gioia non dipende dallo stato d’animo, né dalla salute o da qualsiasi altra causa umana, ma dalla vicinanza di Dio, che è il motivo della loro felicità profonda e senza paragoni.
La loro allegria è capace di sussistere in mezzo a tutte le prove, anche nei momenti più duri e oscuri, come la persecuzione e il martirio. La loro gioia è inoltre contagiosa: trasmetterla è il tesoro più prezioso che possono offrire a quanti li circondano. Molte persone hanno trovato e trovano Dio vedendo l’allegria dei cristiani.

“Ogni persona allegra agisce bene, pensa bene e calpesta la tristezza. La persona triste invece agisce sempre male”
(Erma, “Il Pastore”, II secolo)

Nel suo libro “Il Pastore”, Erma – fratello di papa Pio I –, a metà del II secolo, offre ai cristiani una serie di raccomandazioni sull’importanza di evitare la tristezza e di essere allegri.

1. Lungi da te la tristezza e non angustiare lo Spirito Santo che abita in te, perché non si rivolga a Dio contro di te e si allontani da te. 6. Lo Spirito di Dio dato a questa carne non tollera né tristezza né angustia (Erma, Il Pastore, Comandamenti, 10, 2-4)

2. Rivestiti, dunque, di gioia che è sempre gradita a Dio e gli è accetta. In essa si diletta. Ogni uomo allegro opera bene, pensa bene e disprezza la mestizia.

Invece l’uomo triste si comporta sempre male. Prima agisce male perché contrista lo Spirito Santo che fu dato gioioso all’uomo, poi, contristando lo Spirito Santo, compie l’ingiustizia di non supplicare Dio e di non confessarsi a Lui. La preghiera dell’uomo triste non ha mai la forza di salire all’altare del Signore (Erma, Il Pastore, Comandamenti, 10, 2-4)

3. I santi, mentre vivevano in questo mondo, erano sempre allegri, come se stessero sempre celebrando la Pasqua (Sant’Atanasio, Lettera, 14, 1-2)

4. Sarai sempre allegro e contento, se in tutti i momenti rivolgi a Dio la tua vita, e se la speranza del premio addolcisce e allevia le pene di questo mondo (San Basilio Magno, Omelia sulla gioia, 25)

5. “Chi pratica la misericordia – dice l’Apostolo – lo faccia con gioia”: questa prontezza e questa diligenza raddoppieranno il premio della tua elargizione. Perché ciò che si offre malvolentieri e per forza non risulta in alcun modo gradevole o bello (San Gregorio Nazianzeno, Dissertazione sull’amore per i poveri, 14)

6. Come avete sentito nella precedente lettura nella quale l’Apostolo diceva: “Rallegratevi nel Signore sempre” (Fil 4, 4), la carità di Dio, o fratelli carissimi, ci chiama, per la salvezza delle nostre anime, alle gioie della beatitudine eterna. Le gioie del mondo vanno verso la tristezza senza fine. Invece le gioie rispondenti alla volontà del Signore portano alle gioie durature ed intramontabili coloro che le coltivano assiduamente. Perciò l’Apostolo dice: “Ve lo ripeto ancora: rallegratevi” (Fil 4, 4).

Egli esorta ad accrescere sempre più la nostra gioia in Dio mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, perché quanto più avremo lottato in questo mondo per obbedire ai precetti del Signore, tanto più saremo beati nella vita futura, e tanto maggior gloria ci guadagneremo agli occhi di Dio (Sant’Ambrogio, Trattato sulla Lettera ai Filippesi, 1)

7. I seguaci di Cristo vivono contenti e allegri e si gloriano della loro povertà più che i re del loro diadema (San Giovanni Crisostomo, Omelia su San Matteo, 38)

8. Sulla terra perfino l’allegria finisce in tristezza, ma per chi vive secondo Cristo anche le pene si trasformano in gioia (San Giovanni Crisostomo, Omelia su San Matteo, 18)

9. Se teniamo lo sguardo fisso sulle cose dell’eternità e siamo persuasi che tutto ciò che è di questo mondo passa e termina, vivremo sempre contenti e resteremo saldi nel nostro entusiasmo fino alla fine. Il contrattempo non ci abbatterà né la prosperità ci riempirà di superbia, perché considereremo entrambe le cose come caduche e transitorie (Cassiano, Istituzioni, 9)

10. La gioia nel Signore sia sempre crescente, la gioia nel mondo sia sempre più debole fino a spegnersi. Queste cose non si dicono perché quando siamo in questo mondo non dobbiamo avere delle gioie, ma perché, pur situati in questo mondo, dobbiamo già godere nel Signore (Sant’Agostino, Discorso 171, 1)

11. Allora grande e perfetta sarà la gioia, allora pienezza di gaudio, dove non ci allatta più la speranza ma ci nutre il possesso. E tuttavia anche fin d’ora,prima che arrivi per noi il possesso, prima che noi arriviamo al possesso, godiamo nel Signore. Perché non è piccola la gioia che ci viene dalla speranza, a cui poi seguirà il possesso (Sant’Agostino, Discorso 21, 1)

12. Perché non c’è nulla di più infelice della felicità di coloro che peccano
(Sant’Agostino, La vita felice, 10)

13. Questo erano i primi cristiani, e questo dobbiamo essere noi cristiani di oggi: seminatori di pace e di gioia, della pace e della gioia che ci ha portato Gesù (San Josemaría Escrivá, Es Cristo que pasa, 30)

Tratto dal libro Orar con los primeros cristianos, di Gabriel Larrauri (Ed. Planeta)

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Publié dans:meditazioni |on 4 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

ASCESA VERSO L’ALTO INCONTRO CON L’ALTRO – DI ENZO BIANCHI

http://www.stpauls.it/jesus/0905je/0905je10.htm

ASCESA VERSO L’ALTO INCONTRO CON L’ALTRO – DI ENZO BIANCHI

Al Forte di Bard, in Val d’Aosta, si è da poco aperta una prestigiosa mostra internazionale che durerà fino al mese di agosto, dal titolo « Verso l’Alto. L’ascesa come esperienza del sacro »: un percorso fatto di famosissime opere e originali installazioni multimediali che conducono il visitatore a riflettere su un tema antico: quello del rapporto tra le vette e la spiritualità. Perché da sempre l’uomo ha cercato un contatto con il divino attraverso il suo legame con la montagna. E ancora oggi l’esperienza degli alpinisti rivela che la scalata verso la cima può essere uno spazio di contemplazione.
«Sollevo i miei occhi verso i monti / da dove mi verrà l’aiuto?» (Salmo 121,1). Il salmista non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, « si posa » alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte, nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…
La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’al-di-là, l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come san Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, Dialoghi II,35). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.
Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il monte Sion celebrato nei Salmi o come il dolce declivio verso il lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle beatitudini e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non autistica ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.
Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai racconti biblici e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjöld, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.
Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il salmo, dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

Enzo Bianchi

 

Publié dans:Enzo Bianchi, meditazioni |on 4 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

UN SERIO AMMONIMENTO PER I TEMPI DIFFICILI

https://www.bibbiaweb.org/doc/cb_tempi_difficili_nelle_assemblee.html

UN SERIO AMMONIMENTO PER I TEMPI DIFFICILI

Christian Briem

Titolo dell’originale: Ein ernstes Wort in ernster Zeit

Indice:
1. Introduzione
2. Principi, e non regole
3. Separazione dal male
4. Indicazioni per il procedimento pratico
5. Allontanarsi dall’errore
6. Come lo Spirito Santo agisce — nessuna democrazia
7. Nessuna indipendenza
8. Argomenti
1. Introduzione
Viviamo in tempi solenni, e siamo giunti agli ultimi giorni del periodo della grazia. La Parola di Dio li definisce «tempi difficili» (2 Timoteo 3:1). Satana è riuscito, a causa delle nostre infedeltà, ad introdurre, non solo tra la cristianità professante, ma anche fra i credenti in particolare dei concetti dottrinalmente nocivi. Favorito da una grande mondanità e da una notevole superficialità spirituale, si è sviluppato tra noi uno spirito di liberalità e di indifferenza contro il quale il Signore ci mette in guardia particolarmente nella lettera a Laodicea.
In considerazione di questa situazione non è sorprendente — benché questo sia affliggente — che, non solo individui, ma gruppi interi o assemblee abbiano adottato dei punti di vista errati per quanto concerne il radunamento dei credenti, cosicché una separazione da costoro si è resa inevitabile. A questo punto sorge evidente la domanda se nelle Sacre Scritture ci sono degli esempi di assemblee che si sono separate da una o più altre assemblee, vale a dire che non sono più riconosciute come essendo in comunione con loro alla tavola del Signore.
Diciamo pure subito che esempi di questo tipo non ce ne sono (come del resto non vi sono che rari esempi che riguardano la vita pratica dell’assemblea). Però nella Parola non troviamo neanche nessun esempio che un’assemblea sia stata «ricevuta» in comunione. Così, per esempio, non possiamo pensare che i credenti in Antiochia abbiano iniziato a rompere il pane, il più grande privilegio collettivo dei cristiani, soltanto al momento in cui Barnaba venne da loro (Atti 11). Essendo cristiani, possedevano questo privilegio e certamente ne avranno approfittato senza un invito particolare da parte di qualcuno. È ciò che vediamo presso i primi cristiani a Gerusalemme (Atti 2:42…). In quel tempo esisteva solo un unico «terreno» sul quale i primi credenti realizzavano la comunione fra di loro. Tutti gli altri uomini erano giudei o pagani; e non avevano parte a questo privilegio.
2. Principi, e non regole
Oggi la condizione della cristianità è diventata molto più difficile e Dio, conformemente alla Sua sapienza, non ci presenta nella Sua Parola una raccolta di regole e di esempi, ma stabilisce dei principi divini che ci dirigono in ogni situazione. Troppo facilmente saremmo tentati di risolvere i problemi in modo schematico, senza un profondo esercizio interiore. Questi principi sono generalmente legati a situazioni particolari allora esistenti. Le situazioni del passato possono anche non più ripresentarsi, ma i principi rimangono. Considereremo adesso un esempio che illustra in particolare il nostro soggetto.
I credenti di Corinto pensavano avere la libertà di entrare nel tempio degli idoli e di mangiare la carne sacrificata agl’idoli, perché sapevano che gli idoli, di per sé, non sono nulla. La cosa pur essendo vera, il modo di fare da essi seguito in questa circostanza non era corretto. E perché? Essi violavano — senza saperlo — due principi divini, che l’apostolo Paolo chiarisce loro:
1. Dietro alle cose visibili si nascondono potenze invisibili, principi, disposizioni, sistemi, sia buoni che malvagi.
2. Partecipando esteriormente a queste cose, si entra in una comunione interiore con questi sistemi, che lo si sappia e che lo si voglia o meno.
Dietro ai sacrifici offerti agl’idoli c’erano i demoni, e i Corinti andando nel tempio per mangiare la carne sacrificata agl’idoli si trovavano in comunione con i demoni (1 Corinzi 10). Era ed è moralmente impossibile partecipare alla Tavola del Signore e alla tavola dei demoni. Oggi questo pericolo specifico non esiste per così dire più per noi, però i principi nominati mantengono tutta la loro validità. È quindi necessario farne una giusta applicazione ai problemi attuali. Se non si possono qualificare gli incontri di credenti su un terreno che non è scritturale, come «tavola dei demoni» (sarebbe assurdo e insensato farlo), bisogna tuttavia esaminare su quale base costoro si radunano e secondo quali principi. Se le disposizioni adottate sono inequivocabilmente errate, perché, ad esempio, si pratica un’accettazione aperta delle persone richiedenti, chi si raduna con loro e prende parte alla cena, si unifica all’errore che viene qui praticato. In 2 Giovanni 2, vediamo che tramite una partecipazione esteriore, anche solo tramite un saluto, si può entrare in comunione con il male. Che lo vogliamo o no, che lo facciamo intenzionalmente o no, ha poca importanza: Dio considera la cosa in questo modo.
3. Separazione dal male
Il sentiero e la risorsa che Dio ci indica nei giorni del declino è la separazione da ciò che non corrisponde al Suo pensiero. Se non vogliamo essere privati della presenza del Signore quando il male si manifesta, l’unica via da seguire è la separazione dal male. Questo principio lo troviamo sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento. L’osservanza di questo principio conduce all’unità.
Al momento che il popolo d’Israele si corruppe e cadde nell’idolatria, Mosè prese la tenda di convegno e la piantò «per sé fuori dell’accampamento, a una certa distanza dall’accampamento» stesso. «E chiunque cercava il SIGNORE, usciva verso la tenda di convegno, che era fuori dell’accampamento» (Esodo 33,7). È così che Mosè, il servitore di Dio, separò i fedeli da coloro che non lo erano. Il sentiero della verità in quei tempi malvagi, per chi cercava l’Eterno, era fuori dell’accampamento. E là l’Eterno concesse a Mosè il privilegio di parlargli faccia a faccia, come un uomo parla col proprio amico (versetto 11).
E che cosa fece il «buon Pastore» con le sue pecore quando «l’ovile» d’Israele si trovò invaso da ogni sorta di male? Si accinse a riformarlo? È ciò che gli uomini hanno sempre cercato di fare: riformare, migliorare le cose che vanno in rovina. No, il Signore Gesù divenne per essi «la Porta» che permetteva loro di abbandonare «l’ovile», vale a dire il sistema giudaico corrotto. Egli chiamò le proprie pecore per nome e le condusse fuori (Giov. 10,3). Nello stesso modo procede oggi con i Suoi: Li conduce fuori da ciò che Egli non può approvare — o non corrisponde più alla Sua volontà. Egli è l’autorità che ha il potere e il diritto di fare questo, perché è «la Porta».
Passando adesso direttamente all’Apocalisse, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, troviamo, a proposito di «Babilonia» (la «grande prostituta», il «ricettacolo di demoni»), che al residuo fedele degli ultimi giorni vien detto: «Uscite da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati» (18:4). Vediamo qui ancora lo stesso principio visto precedentemente, benché le circostanze siano completamente diverse. Naturalmente, applicando oggi questo principio, non possiamo dire a coloro, dai quali ci separiamo, che sono «Babilonia». Sarebbe assurdo affermarlo. Il principio della separazione dal male rimane invariato, che si tratti dell’ «ovile» oppure di «Babilonia» o ancora dei falsi sistemi che ci sono oggi nella cristianità.
Se passiamo alle epistole del Nuovo Testamento, troviamo ancora lo stesso principio. A proposito del sigillo nel passo di 2 Timoteo 2:19 è detto, in rapporto alla responsabilità dell’uomo: «Si ritragga dall’iniquità chiunque pronunzia il nome del Signore». L’«iniquità» è tutto ciò che è in contraddizione con Dio e con la Sua volontà rivelata. Quando l’iniquità non può essere tolta, bisogna che chi vuole essere fedele si separi da essa.
L’apostolo Paolo, per illustrare la cosa, ci parla di una grande casa nella quale ci sono molti vasi che si distinguono fra di loro in base a due aspetti diversi: quello del materiale e quello dell’uso. L’ingiunzione consiste quindi nel purificarsi e nel separarsi dai «vasi a uso ignobile» — non solo dal loro insegnamento, ma anche dai vasi stessi, cioè: dalle persone. Il fatto che, separandosi da loro, si diventa un «vaso a uso nobile» (versetto 21), dimostra che non dobbiamo considerare i «vasi a uso ignobile» unicamente come dei cristiani professanti, ma anche tutti i credenti che sono contaminati da un male qualsiasi, oppure che sono in contatto con cose che disonorano il Nome del Signore. Quindi anche i credenti possono essere dei «vasi a uso ignobile» quando sono in contatto con l’iniquità. E ciascuno personalmente ha la responsabilità di separarsi da loro. L’espressione «se dunque uno» dimostra inoltre chiaramente che si tratta di tutti i credenti, e non solo di una categoria particolare di servitori del Signore (come a volte vien detto). Ognuno è responsabile di agire così
D’altronde questa istruzione fa parte di ciò che l’apostolo Paolo aveva già scritto a Timoteo, affinché sapesse «come bisognava comportarsi nella casa di Dio» (1 Timoteo 3:15) — in un tempo (e questa è la visuale della seconda epistola a Timoteo) nel quale la manifestazione esteriore dell’Assemblea si era ormai molto discostata dai pensieri di Dio.
Nonostante le espressioni personali («uno», «tu»), la frase del versetto seguente (2 Timoteo 2:22): «con quelli che invocano il Signore con un cuore puro», dimostra che Dio considera anche il lato collettivo della situazione. Se Timoteo si fosse separato dai vasi a uso ignobile e avesse ricercato la giustizia, la fede, l’amore, la pace avrebbe trovato altri che si erano comportati anche così. E ciò avverrebbe pure oggi in circostanze simili. Il ritrarsi dall’iniquità — che si tratti di singole persone o di assemblee intere — non spinge all’isolamento, ma è un obbligo per coloro che desiderano mantenere l’ordine nella casa di Dio e invocare il Signore con un cuore puro. Questo può effettivamente comportare il rifiuto della comunione a un’assemblea intera o addirittura a più assemblee.
In 2 Timoteo 2 ci viene presentato un principio generale che racchiude tutte le forme di iniquità. Siccome l’iniquità può presentarsi sotto differenti aspetti e in misure diverse, è quindi logico che anche il modo di ritrarsi dall’iniquità, impostoci, avvenga in modi diversi.
4. Indicazioni per il procedimento pratico
Cosa si deve fare quando un gruppo di credenti o un’assemblea locale si pone, sia dal lato dottrinale che sia pratico, su un terreno che non è più conforme alla Scrittura? Abbiamo già notato prima che il Nuovo Testamento non ci dà molti esempi che trattano i rapporti tra le assemblee. Considerando però dei passi come Romani 15:4; 1 Corinzi 10:6-11 e 2 Timoteo 3:16 («Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare…») non possiamo fare a meno di credere che anche l’Antico Testamento ci offra esempi e indicazioni che riguardano il nostro soggetto. Vogliamo dunque considerare alcune di queste indicazioni anche nell’Antico oltre che nel Nuovo Testamento.
Che ci possa essere in certo modo un allontanarsi, un abbandonare un’assemblea locale, lo troviamo accennato in Levitico 14, dov’è parlato di una casa colpita interamente dalla lebbra (muffa). Essa doveva essere demolita (versetto 45). Ma qui vorrei fare risaltare con quale prudenza, accortezza e cura il sacerdote doveva prima esaminare la cosa. Quest’esempio ci insegna che una decisione secondo 2 Timoteo 2, non potrà assolutamente essere presa con leggerezza e precipitazione, ma soltanto dopo che tutti i mezzi e gli sforzi per togliere l’iniquità si saranno dimostrati infruttuosi.
Nel capitolo 21 del Deuteronomio, troviamo un’altra indicazione per cui normalmente sono le assemblee vicine che hanno il compito di occuparsi dei problemi di un’assemblea. Siccome però nel Nuovo Testamento l’espressione «assemblee vicine» non esiste, non vorrei dare troppa importanza a questo pensiero. Se le assemblee vicine sono troppo deboli o non vogliono adempiere i propri impegni, saranno allora assemblee più distanti che dovranno interessarsi al caso. Il Corpo di Cristo o la Casa di Dio non è limitato dai confini di una città o di un paese.
Mi sembra che Matteo 18 a partire dal versetto 15, ci porga un aiuto prezioso. Evidentemente si tratta qui del peccato di un fratello contro un’altro fratello; però i principi presentati dal Signore sono certamente applicabili in modo più esteso. Anzitutto ci doveva essere la sollecitudine di «guadagnare» l’altro, o gli altri, cercando di regolare la cosa in un ambito ristretto. Se questo non avesse dato risultati, era necessario che due o tre testimoni «confermassero» la cosa. Qui il Signore non parla già più di «guadagnare»; la questione aveva preso un carattere più serio. Se si rifiutava di ascoltarli, bisognava dirlo alla chiesa: vale a dire che il male era da quel momento reso pubblico, e veniva posto sulla coscienza dell’assemblea; questo procedimento assumeva dunque notevole gravità. Se si rifiutava anche di ascoltare la chiesa, la rottura diveniva inevitabile.
5. Allontanarsi dall’errore
In Romani 16 vediamo un esempio di applicazione pratica dei principi esposti in 2 Timoteo 2. L’argomento trattato qui può essere espresso nel modo seguente: Cosa bisogna fare quando la predizione, che l’apostolo Paolo aveva fatto agli anziani a Mileto, si avvera e che fra i credenti o addirittura fra i sorveglianti stessi «sorgono uomini che insegnano cose perverse per trascinarsi dietro i discepoli» (Atti 20:30)? La risposta la troviamo nell’istruzione che l’apostolo Paolo dà ancora in Romani 16: «Ora vi esorto, fratelli, a tener d’occhio quelli che provocano le divisioni e gli scandali in contrasto con l’insegnamento che avete ricevuto. Allontanatevi da loro. Costoro, infatti, non servono il nostro Signore Gesù Cristo, ma il proprio ventre; e con dolce e lusinghiero parlare seducono il cuore dei semplici» (versetti 17-18).
Forse il Nome del Signore è sovente sulla bocca di tali uomini, ma non c’è in loro una vera sottomissione a Lui e alla Sua Parola. Per quanto lusinghiere possano essere le loro parole, dovranno essere controllate alla luce della dottrina apostolica. Se ciò che questi dottori dicono, è in contrasto con l’insegnamento che abbiamo ricevuto, provocherà immancabilmente divisioni e scandali; poiché saranno spalleggiati da coloro che sostengono le loro opinioni. Le divisioni che ne risultano manifestano chiaramente che il loro autore insieme ai suoi complici, malgrado tutto lo zelo che mostrano, servono in realtà i propri interessi («il proprio ventre») e non quelli del Signore. I figli di Dio devono allontanarsi da tali persone, quand’anche i seduttori e i loro seguaci avessero avuto il loro posto in mezzo ai credenti, come sembra che tale fosse stato il caso di Roma. Il settarismo è iniquità, e le sette sono opere della carne (Galati 5:20). Dobbiamo allontanarci da esse e dai loro sostenitori.
Questo principio conserva tutta la sua validità — concorde con i versetti 19 a 22 di 2 Timoteo 2 — anche quando si tratta di una assemblea intera che viene trascinata su un terreno errato. Allora saranno altre assemblee — come abbiamo già visto, possibilmente vicine — che dovranno occuparsi della cosa.
Normalmente saranno dei fratelli assennati, che godono della fiducia dei fratelli e sorelle locali, ad occuparsi di questa assemblea. Se tutti gli sforzi per un ristabilimento dei fratelli e sorelle di una località vengono a fallire, se la base per poter continuare a camminare insieme non esiste più, le assemblee non possono fare altro che prendere atto della situazione e, anche se questo passo è molto doloroso, alla fine allontanarsi da loro.
Naturalmente ciò non vuol dire che quella assemblea sia esclusa. A motivo della presenza del Signore in mezzo a loro, le assemblee locali hanno l’autorità di legare e sciogliere individui (Matteo 18:18-20), che fanno parte del loro ambito locale. È evidente che il Signore in Matteo 18 parla di una assemblea in un certo luogo. Le assemblee locali però non possono né ammettere, né escludere un’altra assemblea. Non hanno nessuna autorità per farlo.Quando si verificano tali evoluzioni deplorevoli, che fratelli e sorelle di un’assemblea locale abbandonano ciò che essi stessi avevano un tempo professato, allora non vengono «messi fuori comunione» da qualcuno, ma si sono messi loro stessi fuori comunione. Hanno effettivamente abbandonato di propria iniziativa il terreno comune che avevano fino ad ora riconosciuto e ritenuto valido. Dunque i protagonisti di una separazione non sono coloro che mantengono fermamente i principi delle Sacre Scritture, ma bensì coloro che li abbandonano.
Al fine di rendere la cosa più comprensibile, è forse utile considerare il caso contrario, il caso positivo, che fortunatamente si è già verificato più volte. Supponiamo che, tramite il lavoro di alcuni missionari in un paese lontano, un certo numero di persone abbiamo creduto nel Signore Gesù. Prima o poi, avranno il desiderio di rompere il pane. Se rispondono alle condizioni essenziali, chi potrebbe rifiutare loro la comunione alla Tavola del Signore? Ma cosa bisogna fare adesso per evitare la formazione di un gruppo indipendente?
Dei fratelli di fiducia dovranno venire da vicino o da lontano, per unirsi a loro come rappresentanti delle assemblee delle loro località A questo punto, non sono questi fratelli che hanno «eretto la Tavola del Signore». È il Signore stesso che lo fa. E non si tratta neppure di «ammissione» di quel gruppo di credenti. Né fratelli, né assemblee locali possono ammettere altre assemblee. Però assemblee locali possono riconoscere uno o più gruppi di credenti come trovandosi sullo stesso terreno scritturale. Anche questo avviene, come già detto, tramite alcuni fratelli, ma non senza l’esercizio della coscienza delle assemblee locali, come abbiamo già visto. Nei capitoli 8 e 11 degli Atti, troviamo dei belli esempi di questo modo di procedere.
6. Come lo Spirito Santo agisce — nessuna democrazia
Sulla base di alcuni passi della Scrittura, vedremo in qual modo Dio desidera che la Sua volontà venga realizzata nella Sua assemblea; e ciò per contrastare la tendenza, che si sta propagando nei nostri tempi, di voler fare dell’assemblea uno strumento sempre più democratico, parlamentare. Questa volontà dev’essere messa in evidenza, per la salvaguardia del gregge, per mezzo di uomini da Lui abilitati, sotto la guida e nella potenza dello Spirito Santo. Questo però non ha nulla a che fare con il dominare, come è detto in 1 Pietro 5:3. Si tratta del mantenimento dei diritti di Dio di fronte al male; potremmo anche definirlo come «amministrazione dell’assemblea».
I versetti che considereremo dimostrano chiaramente due cose diverse: in primo luogo che una tale amministrazione o guida esiste: e in secondo luogo che non tutti i credenti hanno ricevuto la mansione di esercitare una tale funzione.
Dio ha dato al Suo gregge dei «vescovi» (sorveglianti) perché, in vista dei pericoli che lo minacciavano sia di dentro che di fuori, badassero a lui e provvedessero a pascerlo (Atti 20:28-30). Il compito benedetto, ma non facile, dei vescovi è di aver cura della chiesa di Dio (1 Timoteo 3:5).
Pietro parla degli «anziani» in un senso più generale e pensa semplicemente a dei fratelli maturi di una certa età, in contrasto con dei più giovani (1 Pietro 5:1-5). Sono loro che hanno l’incarico di pascere il gregge di Dio e di sorvegliarlo. I giovani invece devono essere sottomessi agli anziani.
Fra molti altri doni che Dio ha fatto alla Sua chiesa, in 1 Corinzi 12:28, troviamo pure i «doni di governo» (o di guida, di direzione, di amministrazione).
Nella descrizione dei diversi doni di grazia in Romani 12:8, è parlato anche di «chi presiede», e viene esortato a farlo con diligenza.
In 1 Tessalonicesi 5:12 vengono nominati coloro che sono «preposti nel Signore» ai santi e che li «istruiscono». Costoro dovevano essere stimati e amati. Anche in 1 Timoteo 5:17 è parlato di anziani «che tengono bene la presidenza» — della chiesa, naturalmente. Una premessa fondamentale per chi aspira all’incarico di vescovo, è quella di saper governare bene la propria famiglia (1 Timoteo 3:4-5). Due sfere diverse — lo stesso modo di procedere.
Già all’inizio c’erano nell’assemblea degli «uomini autorevoli tra i fratelli» (Atti 15:22), e di coloro che erano «reputati colonne» (Galati 2:9). La caratteristica dei conduttori, secondo Ebrei 13:7 è che «annunzino la parola di Dio»; più tardi segue poi l’esortazione: «Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per la vostra vita come chi deve renderne conto» (versetto 17).
Rendere attenti a questi rapporti, non significa assolutamente voler appoggiare il clericalismo. Questo sarebbe altrettanto riprovevole quanto la ribellione contro l’autorità stabilita da Dio. Non dobbiamo neppure pensare che gli «anziani» possano agire indipendentemente dai fratelli o dall’assemblea, e tanto meno contro di essa. Essi agiscono per lei, come suoi sostituti.
È anche ciò che troviamo in passi come Romani 16:17; 1 Tessalonicesi 5:14 e 2 Tessalonicesi 3:6-15 dove di volta in volta, «i fratelli» vengono esortati a fare una determinata cosa. Naturalmente, l’espressione «i fratelli» è sinonimo di tutta l’assemblea: tutti, fratelli e sorelle devono agire in quel modo. Ma è altre si evidente che non ogni individuo possiede la condizione spirituale necessaria per poter esercitare il servizio richiesto in ogni caso particolare. I «semplici» in Romani 16 non sono all’altezza di poter tenere d’occhio gli altri né i loro insegnamenti. Lo Spirito Santo saprà mobilitare gli strumenti adatti per questo, e l’assemblea intera sarà sottomessa a Lui e a quanto dice. Così almeno è il caso normale. C’è forse qualcuno che creda sul serio che «ammonire i disordinati» sia il compito che tocca ad ogni credente, sia pure giovane e privo d’esperienza? Qui ancora sarà lo Spirito Santo che si servirà, per questo compito difficile, di strumenti adatti che posseggono il peso morale necessario. Però tutti, fratelli e sorelle, si associeranno a questo servizio e così potranno, in questo senso, tutti ottemperare all’esortazione ricevuta. Il procedimento non sarà diverso quando si tratta di «notare» qualcuno che si comporta disordinatamente (2 Tessalonicesi 3).
7. Nessuna indipendenza
Un passo interessante in Deuteronomio 17, sottolinea quanto detto. Quando in Israele capitava una controversia fra due parti, che era «troppo difficile» da giudicare, allora i contendenti dovevano salire al luogo che il Signore aveva scelto. «Andrai dai sacerdoti levitici e dal giudice in carica a quel tempo; li consulterai ed essi ti faranno conoscere ciò che dice il diritto; tu ti conformerai a quello che essi ti dichiareranno nel luogo che il Signore avrà scelto, e avrai cura di fare tutto quello che ti avranno prescritto. Ti conformerai alla legge che essi ti avranno insegnata e alle sentenze che avranno pronunziate; non devierai da quello che ti avranno insegnato, né a destra né a sinistra. L’uomo che avrà la presunzione di non dare ascolto al sacerdote che sta là per servire il Signore, il tuo Dio, o al giudice, quell’uomo morirà; così toglierai via il male da Israele» (versetti 9-12). Questo insegnamento ci fa vedere due cose: Qui ancora erano i sacerdoti, i leviti, il giudice che emettevano la sentenza — un giudizio che corrispondeva al pensiero di Dio. E tutti dovevano conformarsi a questa sentenza. Dio non tollerava nessuna indipendenza in Israele.
Anche il Nuovo Testamento non riconosce l’indipendenza delle assemblee locali fra di loro. L’esempio di Atti 15 lo dimostra molto chiaramente. Anche se questo avvenimento non lo si può più riprodurre come tale nei nostri giorni, i principi però perdurano. Cosa impariamo dunque da questo notevole capitolo? Che Dio non permette nessuna indipendenza tra le assemblee. La questione era di sapere se i credenti delle nazioni dovevano essere circoncisi e osservare la legge di Mosè (versetti 1 e 5). Sebbene in Antiochia, dove la questione fu sollevata, ci fosse un’assemblea sana e benché l’apostolo Paolo e Barnaba, in quel tempo, soggiornassero anche lì, Dio non permise che la questione fosse risolta da loro. Dovettero salire a Gerusalemme, ed è là che la cosa fu decisa. In questo modo fu mantenuta l’unità, ed evitata una rottura in due blocchi diversi, l’uno a carattere giudaico, l’altro a carattere greco.
L’unità pratica fra i credenti dei primi tempi viene sottolineata dal fatto che in seguito Paolo e Barnaba, passando da una città all’altra, dove c’erano delle assemblee, «trasmisero ai fratelli, le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani che erano a Gerusalemme» (Atti 16:4). Le cose erano allora così semplici che quelle decisioni furono volentieri accettate! Non c’è quindi da stupirsi se nel versetto che segue troviamo che: «Le chiese dunque si fortificavano nella fede e crescevano ogni giorno di numero».
E come vediamo le cose nei nostri giorni? Certo, oggi non abbiamo più gli apostoli, e non si possono più prendere decisioni del genere. Ma abbiamo il Signore: Lui è in mezzo ai due o tre radunati nel Suo Nome. Quanto è penoso oggi dover vedere come sovente si contrappone il proprio giudizio ai giudizi delle assemblee. Questo non è altro che indipendenza. Il risultato sarà per certo una rovina più grande. È lì che lo spirito d’indipendenza conduce immancabilmente.
8. Argomenti
È inutile argomentare che le membra del Corpo dipendono unicamente dal capo, da Cristo. Questa è solo una parte della verità. Dio ha anche reso le membra del Corpo di Cristo dipendenti le une dalle altre. Leggiamo pure il capitolo 12 della 1a epistola ai Corinzi: «L’occhio non può dire alla mano: Non ho bisogno di te» (versetto 21). Le singole membra avevano bisogno le une delle altre, come pure le singole assemblee. Erano unite insieme, formavano insieme il Corpo unico di Cristo. Ci poteva e ci può forse essere in questo divino organismo una qualsiasi indipendenza?
Oltre a ciò, l’assemblea è anche la Casa di Dio, la colonna e il sostegno della verità (1 Timoteo 3:15). In ogni «stanza», in ogni ambito di questa casa regna lo stesso «regolamento» di Dio. E quando tramite il Suo intervento, diverse assemblee giungono ad un determinato giudizio nei confronti di una certa cosa, non è forse conforme al Suo regolamento, che tutte le assemblee riconoscano questo giudizio? Il fatto che certe lettere provenienti da alcune assemblee non vengono tenute in conto o vengono addirittura nascoste all’assemblea locale, rappresenta una dolorosa violazione di questo regolamento. Questo modo di agire non corrisponde forse a quello di Diotrefe, anche se nel suo caso si trattava di un rifiuto dell’autorità apostolica (3 Giovanni 9)?
Oggi si mette sovente in avanti l’argomento che il giudizio di qualche fratello e di alcune assemblee può essere errato. Infatti questo è possibile, benché normalmente si tratti di un caso eccezionale, che non bisognerebbe citare continuamente — forse per poter ignorare giudizi che non ci garbano. La Parola di Dio parte sempre dal caso normale (vedi i diversi passi citati più sopra), e noi dovremmo fare lo stesso; vale a dire riconoscere che il giudizio di coloro che si sono occupati della cosa, corrisponde al pensiero di Dio, ed è stato prodotto dal Suo Spirito. Il fatto di mettere continuamente in dubbio certi giudizi, tradisce uno spirito d’indipendenza e d’orgoglio. Se effettivamente un giudizio si avverasse essere errato, dovrà essere riesaminato.
Contro il pensiero di doversi allontanare da una assemblea viene anche detto che il Signore non ingiunge ai fedeli di Sardi di abbandonare l’assemblea, anzi considera Sardi ancora come una assemblea. A questo punto c’è da dire che nelle sette lettere la questione della disciplina dell’assemblea non viene per niente presa in considerazione, poiché il Signore stesso — come Colui che cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro — giudica il loro stato e agisce di conseguenza verso le assemblee. Per di più, dal punto di vista storico, il male allora esisteva solo in germe, all’inizio, ma il Signore parlava in quei termini perché conosceva anticipatamente il suo pieno sviluppo. Dal punto di vista profetico abbiamo qui una figura dei diversi stadi o epoche della chiesa, della cristianità, ed è quindi manifesto che non dobbiamo né possiamo uscire dalla cristianità. Quando però ci viene presentato un sistema religioso malvagio, come «Babilonia», allora udiamo anche nell’Apocalisse l’ordine concreto del Signore: «Uscite da essa, o popolo mio».
Che il Signore ci aiuti a salvaguardare i Suoi diritti, in un tempo in cui molti fanno ciò che pare loro meglio! Che ci dia anche un discernimento adeguato per capire quanto Lo abbiamo disonorato! E non dimentichiamo la santità di Colui che è in mezzo a noi! Al grande privilegio della Sua presenza, è collegata una solenne responsabilità.
La nostra benedizione riposa, in ogni tempo, in un cammino che tenga costantemente conto della nostra dipendenza dal Capo, e l’uno dall’altro! Dipendenza e obbedienza sono principi morali che vengono da Dio e conducono all’ordine e alla pace. Indipendenza e disubbidienza sono invece dei principi ispirati dal Diavolo, e sono distruttivi e nefasti.

 

Publié dans:meditazioni |on 10 mai, 2017 |Pas de commentaires »

L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, è FONTE DI PACE

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L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, è FONTE DI PACE

Com’è difficile parlare oggi di pace! Sembra un bene lontano, desiderato, sperato, ma non posseduto. E il motivo è semplice: ci sentiamo incapaci di costruire la pace. Tutti invocano la pace, anche coloro che non sanno a chi rivolgere questa preghiera. Mai come oggi si sente che la pace è un dono, e noi credenti, abituati al linguaggio biblico, sappiamo che la pace è un dono del Dio della pace. Per noi cristiani è un raggio di quell’amore, frutto dello Spirito Santo che è stato effuso da Dio nei nostri cuori (vedi Gal 5,22; Rm 5,5). È il dono che Gesù vuole farci, quando dice: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace” (Gv 14,27).
Quella di Dio è una pace diversa
La parola “pace” ha una lunga storia. Si suole dire che c’è pace quando non c’è guerra, e tra le persone che c’è pace quando non c’è discordia. Dopo le guerre, quando si riprende un’apparente situazione di pace, lo si fa mediante un trattato. Comunque la parola “pace” mantiene tante volte un senso assai ambiguo. Il libro della Sapienza, nella sua lunga descrizione dell’idolatria con tutte le sue conseguenze di immoralità, dice degli uomini: “Non bastò loro sbagliare nella conoscenza di Dio; essi, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza, danno a sí grandi mali il nome di pace” (14,22). Ambigua era pure la celebre “pace romana” dei tempi di Augusto, tanto da dire che alla nascita di Gesù “tutto il mondo era in pace”. Lo era perché le potenti legioni romane sapevano dominare: era una pace imposta, subìta, come lo dimostrano, in Palestina, la guerriglia degli zeloti e, in Germania, la disfatta delle legioni di Augusto a Teutoburgo, e ai nostri tempi le dittature, che sì mantengono una specie di pace, ma senza rispetto delle persone. È solo il meglio del peggio.
Chi legge la Bibbia si accorge quante volte l’uomo ha sperimentato l’incapacità di giungere con le sue sole forze alla vera pace: il peccato gliela rubava in continuità. Comunque una nostalgia di pace si incideva in modo sempre più profondo in lui e, a poco a poco, riusciva sempre meglio a capire che solo Dio poteva procurargli la pace in modo stabile. A questo lo conduceva la parola di Dio: “Agli afflitti io pongo sulle labbra: Pace, pace ai lontani e ai vicini, dice il Signore, io li guarirò” (Is 57,19). La pace è il bene messianico per eccellenza. Il Messia viene infatti chiamato da Isaia “il Principe della pace” (Is 9,5) e, nello stesso periodo di Isaia, il profeta Michea parla della sicurezza che regnerà ai tempi del Re-Messia e dice: “Tale sarà la pace” (Mi 5,4), mentre Ezechiele la definisce come “un’alleanza di pace” (34,25; 37,26), dono totale di Dio, che dice al suo popolo: “Vi purificherò. Vi darò un cuore nuovo…, uno spirito nuovo…; farò con voi un’alleanza di pace, che sarà per voi un’alleanza eterna” (36, 25-26; 37, 26). Questa pace, dono di Dio, è davvero ben diversa da una pace puramente umana. Essa nasce da una conversione totale di ogni singola persona, da una sincera accoglienza del dono di Dio, da un cuore nuovo, da uno spirito nuovo, tutti doni di Dio; essa nasce da un cuore colmo di quell’amore che Gesù ci ha insegnato. Come fondamento della pace c’è il suo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”.
Su questa linea si collocano quei testi paolini, anteriori alla redazione dei Vangeli, nei quali si descrive come Dio in Gesù ci dona la pace.

Come si costruisce la pace
Paolo, salutando i suoi destinatari, va sempre oltre il semplice saluto o augurio umano: “La pace sia con voi”, non annuncia una pace qualunque, ma quella pace che l’umanità, in particolare Israele, si aspettava da sempre. Dice infatti, all’inizio di tutte le sue lettere: “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. E nella lettera ai Romani, dopo aver descritto l’opera purificatrice di Gesù Cristo, afferma: “Ora siamo in pace con Dio” e dice che ciò è possibile perché “l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (5,1.5). Paolo è così affascinato dall’opera redentrice che il Padre compie per mezzo di Cristo, che si congeda dai suoi destinatari romani dicendo: “Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen!” (Rm 15, 33). Ma le parole più belle di Paolo le troviamo nella Lettera ai cristiani di Efeso, dove descrive lo scopo dell’opera di Cristo: “Egli è la nostra pace; egli è colui che ha fatto dei due (pagani e giudei) un popolo solo, abbattendo il muro di separazione, cioè l’inimicizia… per creare in se stesso un solo uomo nuovo, facendo la pace e per riconciliare per mezzo della croce tutti e due con Dio in un solo popolo, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani (i pagani) e pace a coloro che erano vicini (i giudei; Israele). Per questo per mezzo di lui possiamo presentarci tutti gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,14-18), cioè veramente in comunione tra noi.
“Gesù è la nostra pace… Gesù è venuto ad annunciare la pace”, non a parole, ma per mezzo della sua croce. Perché solo quando lo contempliamo innalzato in croce in atto di chiedere perdono per tutti, sentiamo che egli abbatte i muri di separazione tra gli uni e gli altri, che egli distrugge in se stesso ogni inimicizia e con il suo amore, fatto dono sino alla fine, ci riconcilia tutti con il Padre e tra noi. Gesù, riconciliando, costruisce la sua comunità. Come non c’è vero amore di Dio se manca l’amore del prossimo, se non ci si impegna a diventare “prossimo degli altri”, così non c’è vera pace se non c’è volontà di imitare fino in fondo i sentimenti del Cristo crocifisso: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù” (Fil 2,5). Il dono della pace è frutto del mutuo perdono, fonte di ogni vera riconciliazione. La vera pace è donata ai riconciliati con Dio e i fratelli. E fratello è ogni persona umana.

Fissiamo lo sguardo su Gesù
Osserviamo Gesù nel Cenacolo, la notte in cui fu tradito. Non poteva non soffrire, eppure, nel lungo dialogo che intrattiene con i suoi discepoli dopo che Giuda se ne è andato, chiede loro di amarlo, osservando i suoi comandamenti e promettendo loro lo Spirito Santo, e aggiunge: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà io la dono a voi” (14,27). Non è il solito saluto di congedo quello di Gesù. L’evangelista per esprimere bene la coscienza che Gesù aveva di sé, l’esperienza di amore che egli stava vivendo in quel momento, ha coniato una formula di saluto nuova. Egli contempla Gesù come un patriarca che prima di lasciarli dona loro in eredità quello che possiede: la pace. Egli sa che la morte si avvicina e dà senso alla sua morte rendendola fonte di riconciliazione e di pace. Questo dice che Gesù uomo nella sua passione è sempre in comunione con il Padre ed è guidato dallo Spirito, questa è la comunione gli che infonde serenità e pace.
Sì, è vero che sulla croce griderà: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. La morte è l’anti-Dio; di fronte alla morte che si avvicina è difficile sentire il Dio della vita, ma l’espressione “Dio mio, Dio mio” ci fa capire che egli, anche in quel momento, è in stretta comunione con il Padre; sa che il Padre gli è accanto. Aveva detto ai suoi nel Cenacolo: “Il Padre non mi lascerà solo” (Gv 16,32). Anche sulla croce, sa di essere uno con il Padre.
Nel Cenacolo, dopo aver donato la sua pace, guarda l’imminente futuro dei discepoli. Sa che per loro i giorni della sua passione saranno colmi di tristezza. Perciò dice loro: “Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti” e, alla conclusione del lungo e intimo dialogo che ha con loro, dirà: “Vi ho detto tutte queste cose, perché uniti a me abbiate pace” (Gv 16,33). È chiaro che la pace nasce dalla comunione con lui e potrà farsi piena solo in comunione con lui e i fratelli. Quando non si vive da riconciliati, non si è in pace né con il Padre, né con Gesù perché secondo Paolo “solo per mezzo di lui (cioè accogliendo in noi la sua pace) possiamo presentarci gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito”. È il dono dello Spirito che ci rende una cosa sola tra noi e con Dio-Padre, Dio-Figlio, Dio-Spirito Santo. Non chiediamo forse nella celebrazione eucaristica che lo Spirito Santo ci renda “un solo corpo, un solo spirito”?

A confronto con il Padre e Gesù
Nella notte di Natale è stata donata la pace a tutti. Gli angeli infatti hanno cantato: “Pace sulla terra agli uomini che Dio ama” (Lc 2,14). Questo annuncio dice che Dio ama tutti e, proclamando il dono messianico per eccellenza, afferma qual è la missione di Gesù: portare la pace. Ma gli uomini l’hanno accolta? Un giorno Gesù, immagino con tanta tristezza, disse: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, ma la divisione” (Lc 12,51). Si accorge di essere nella storia un “segno di contraddizione” (Lc 2,34). E da quanto dice ai discepoli nel Cenacolo, sa che questa contraddizione continuerà per mezzo loro nella storia. Comunque il rifiuto degli altri non li priverà della “sua pace”. Dice infatti: “In qualunque casa entriate, dite: «Pace a questa casa». Se in essa vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi” (Lc 10,5). Come Gesù nella sofferenza non perde la sua pace, neppure i suoi discepoli nella loro missione, la perderanno. La sofferenza apostolica che può anche comportare il martirio (morte subìta non cercata),1 può coesistere con la pace del cuore. La comunione con Gesù è sempre fonte di pace e di serenità. Nessuna sofferenza ce la può togliere. Nessuna sofferenza, dice Paolo, neppure la morte (= martirio) “ci può separare dall’amore di Cristo” o “dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39).
Non possiamo vivere la beatitudine dei “Beati i portatori di pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9), se non facciamo opera di riconciliazione a costo di qualsiasi sofferenza. La vita cristiana è lasciar vivere Gesù in noi e, Gesù, il Figlio, ha portato a compimento la sua opera di riconciliazione per mezzo della sua Croce. Per essere davvero chiamati “Figli di Dio”, dobbiamo imitarlo. Altrimenti come esprimiamo nella vita la nostra dignità di figli?

Preghiamo
“Vieni, Signore, a visitarci nella pace, la tua presenza ci riempia di gioia”. Così ti ha invocato il popolo d’Israele e noi facciamo nostra questa preghiera aggiungendo: “Compi in noi tutte le tue promesse di pace”. E tu, o Padre, hai iniziato a compiere in noi le tue promesse quando nel tuo immenso amore hai inviato a noi il Figlio tuo Gesù come Salvatore e le hai compiute perfettamente quando per mezzo della sua croce ci hai riconciliati con te e tra di noi.
Gesù, tuo Figlio, ha portato a termine la sua opera di pace riconciliando tutti tra di loro e con te, Padre. La tua pace, infatti, non esiste senza una riconciliazione comunitaria aperta a ogni persona, di qualunque razza o lingua. I tuoi discepoli prima di iniziare la celebrazione eucaristica, vero banchetto di comunione, sentono il bisogno di riconciliarsi tra loro e con te, abbattendo ogni muro di separazione. Con questo noi vogliamo impegnarci nel vivere la beatitudine degli “operatori di pace”. Ma sappiamo anche, o Padre, che non ce la faremo mai da soli. Per questo, quando ci riuniamo noi ti invochiamo: “Guarda con amore, o Padre, questa tua famiglia e donale la pienezza dello Spirito Santo perché diventi un solo popolo e un solo Spirito”. Solo così, con la forza dello Spirito che ci doni in ogni Eucaristia, riusciremo a imitare tuo Figlio e a essere chiamati figli tuoi. Grazie, o Padre, per averci chiamati a te per vivere nel Figlio, per mezzo dello Spirito, ciò che il mondo più desidera: la Pace. Amen!

Mario Galizzi SDB

1 Questo è veramente importante in un tempo in cui si parla dei kamikaze musulmani chiamandoli “martiri”. Questi cercano la morte e cercano, morendo, di travolgere più gente possibile nella loro morte. I cristiani, imitando Gesù, non cercano la morte ma quando, perseguitati, debbono subirla, anche allora cercano la vita per sé e per i loro nemici. Come Gesù sanno morire perdonando e chiedendo perdono per chi li fa soffrire, perché anch’essi abbiano la vita.

 

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