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LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ

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LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ

di Padre Jacques Philippe

1. Senza di me non potete fare nulla
Per comprendere quanto sia fondamentale, per lo sviluppo della vita cristiana, sforzarsi di acquisire e conservare la pa¬ce del cuore, la prima cosa di cui dobbiamo essere ben con¬vinti è che tutto il bene che possiamo fare viene da Dio e da lui solo. « Senza di me non potete fare nulla », ha detto Gesù (Gv 15,5). Non ha detto: « Non potete fare grandi co¬se », ma « Non potete fare nulla ». E per noi essenziale esse¬re persuasi di questa verità. Avremo spesso bisogno di in¬successi, umiliazioni e prove — permesse da Dio — perché detta verità possa non solo essere colta dalla nostra intelli¬genza, ma divenire esperienza per tutto il nostro essere. Dio, se potesse, ci risparmierebbe tutte queste prove, ma esse so¬no necessarie per farci scoprire la nostra innata impossibili¬tà a fare del bene da soli. Secondo la testimonianza di tutti i santi, è indispensabile acquisire la conoscenza dei nostri li¬miti, perché è il terreno adatto nel quale potranno fiorire tutte le grandi cose che il Signore farà in noi con la potenza della sua grazia.
E per questo che santa Teresa di Gesù Bambino diceva che la più grande cosa che il Signore aveva fatto nella sua ani¬ma era l’averle mostrato la sua piccolezza e la sua impotenza. Se analizziamo seriamente la parola del Vangelo di Gio¬vanni, sopra citata, comprendiamo allora che il problema fon¬damentale della nostra vita spirituale diventa questo: Come lasciare agire in noi Gesù? Come permettere alla grazia di Dio di operare liberamente nella nostra vita?
Non dobbiamo dunque tanto imporci di fare determina¬te cose secondo i nostri progetti e le nostre capacità, bensì dobbiamo cercare di scoprire quali siano le disposizioni del¬la nostra anima che permettono a Dio di agire in noi. Solo in questo modo potremo portare un frutto duraturo, un frutto che rimanga (Gv 15,16).
Alla domanda: « Cosa fare per lasciar agire liberamente la grazia di Dio nella nostra vita? », non esiste una risposta univoca, una ricetta che vada bene per tutti. Per rispondere in modo completo, bisognerebbe scrivere un trattato di vita spirituale in cui si parli della preghiera, dei sacramenti, della purificazione del cuore, della docilità allo Spirito santo e di tutti i modi attraverso i quali la grazia di Dio viene a inon¬darci. Non intendiamo farlo, vogliamo semplicemente trat¬tare un aspetto della vita spirituale, oggi troppo dimentica¬to. Si tratta di questa verità essenziale: per permettere alla grazia di Dio di agire e produrre in noi — con la nostra coo¬perazione — tutte queste « opere buone che il Signore ha predisposto perché noi le praticassimo » (Ef 2,10), è estre¬mamente importante che ci sforziamo di acquisire e conser¬vare la pace interiore, la pace del cuore.
Per una migliore comprensione, useremo un’immagine (da non prendere troppo alla lettera, come tutti i paragoni). Con¬sideriamo la superficie di un lago sulla quale brilli il sole: se questa sarà calma e tranquilla il sole vi si potrà riflettere quasi perfettamente e tanto più perfettamente quanto più il lago sarà calmo. In caso contrario, l’immagine del sole non vi si potrebbe riflettere.
Accade un po’ la stessa cosa alla nostra anima, nei con¬fronti di Dio: più questa è calma, più Dio vi si riflette, la sua immagine s’imprime in noi, la sua grazia agisce attraverso noi. Se invece la nostra anima è agitata e turbata, l’azione della grazia diventa molto più difficoltosa. Tutto il bene che possiamo fare è un riflesso di questo sommo Bene che è Dio. Più la nostra anima è nella calma e nell’abbandono, più que¬sto Bene si comunica a noi e, attraverso noi, agli altri. « II Signore darà forza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo nella pace », dice la Scrittura (Sai 29,11).
Il nostro Dio è il Dio della pace. Non parla e non opera che nella pace, non nel turbamento e nell’agitazione. Ram¬mentiamo l’esperienza del profeta Elia sul monte Oreb: Dio non era nell’uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero (IRe cap. 19).
Spesso ci agitiamo, ci inquietiamo nel tentativo di voler risolvere tutto da soli, mentre sarebbe molto più efficace re¬stare calmi, sotto lo sguardo di Dio, lasciandolo agire ed ope¬rare in noi con la sua saggezza e la sua potenza, infinitamen¬te superiori alle nostre. « Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza. Ma voi non avete voluto » (Is 30,15).
Il nostro non vuole essere, ben inteso, un invito alla pi-grizia e all’inerzia; ma un’esortazione a non agire mossi da uno spirito d’inquietudine e di fretta eccessiva, bensì sotto l’impulso mite e pacifico dello Spirito di Dio. San Vincenzo de’ Paoli, la persona meno sospettabile di pigrizia, diceva: « II bene che Dio opera si fa da sé, quasi senza che uno se ne accorga. Bisogna essere più passivi che attivi; e così Dio solo farà per mezzo di voi ciò che tutti gli uomini insieme non potrebbero fare senza di lui ».

 

2. Pace interiore e fecondità apostolica
Questa ricerca della pace interiore potrebbe sembrare ad alcuni molto egoistica: perché porsi questo come obiettivo principale, mentre nel mondo vi sono tanta sofferenza e tanta miseria?
A tale osservazione dobbiamo anzitutto rispondere che . pace in questione è quella del Vangelo. Essa non ha nulla che vedere con una sorta d’impassibilità, di morte della sensibilità, di fredda indifferenza chiusa in se stessa, come potrebbero suggerirci certi atteggiamenti dello yoga o alcune statuine di Budda. Al contrario, come vedremo in seguito, . pace di cui parliamo è l’indispensabile corollario dell’amo-:, di una vera apertura alle sofferenze del prossimo e di un’autentica compassione. Poiché solo questa pace del cuore ci li-era da noi stessi, aumenta la nostra sensibilità verso l’altro ci rende disponibili al prossimo.
In aggiunta diremo che solo l’uomo che gode di questa pace interiore può aiutare in modo efficace un fratello. Co¬te, infatti, donare la pace ad altri se non la si possiede? Co-le potrà esserci pace nelle famiglie, nella società, tra le per¬one, se prima di tutto non regna la pace nei cuori?
« Conquista la pace interiore e una moltitudine troverà la salvezza presso di te », diceva san Serafino di Sarov, un gran-e santo russo del settecento. Per acquisire questa pace interiore, egli si è sforzato di vivere nella preghiera incessante. Dopo sedici anni di vita monastica e sedici di vita eremi¬ca, rimase altri sedici anni recluso in una cella. Egli ha cominnciato a irradiare in modo visibile quanto s’era operato ella sua anima, solo dopo quarantotto anni di vita contemplativa. Ma con quali frutti! Migliaia di pellegrini andavano a lui e ripartivano confortati, liberati da dubbi e inquietudini, illuminati sulla loro vocazione, guariti nel corpo e nell’anima.
L’esortazione di san Serafino non fa che testimoniare la sua esperienza personale, identica a quella di tanti altri santi. L’acquisizione e il mantenimento della pace interiore, impossibili senza la preghiera, dovrebbero essere considerati una priorità, soprattutto per chi ha la pretesa di voler fare del bene al prossimo. In caso contrario, spesso comuunicheremmo a chi è nella difficoltà solo le nostre inquietidini.

 

3. Pace e lotta spirituale
E necessario soffermarci su un’altra verità, non meno im¬portante: la vita cristiana è una lotta, una guerra senza tre¬gua. San Paolo ci invita, nella lettera degli Efesini, a rivesti¬re l’armatura di Dio per lottare « non contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti » (Ef 6,10-17). Egli descrive dettagliatamente tutti i pezzi di quella armatura che dobbiamo indossare.
Ogni cristiano dev’essere ben convinto che la sua vita spi¬rituale non può in alcun caso ridursi a uno scorrere tranquil¬lo di giorni senza storia, ma deve essere il luogo di una lotta costante (contro il male, le tentazioni, lo scoraggiamento), a volte dolorosa, che terminerà solo alla morte. Quest’inevi¬tabile lotta è da interpretare come una realtà estremamente positiva. Poiché « non c’è pace senza guerra » (Santa Cate¬rina da Siena), senza lotta non c’è vittoria. Proprio questo conflitto è il luogo della nostra purificazione e della nostra crescita spirituale, in tal modo impariamo a conoscere noi stessi nejla nostra debolezza e Dio nella sua infinita miseri¬cordia. È, in definitiva, il modo scelto da Dio per la nostra trasfigurazione e la nostra glorificazione.
Ma la lotta spirituale del cristiano, pur essendo talvolta dura, non è mai la guerra disperata di chi si batte in solitudi¬ne, alla cieca, senza nessuna certezza circa l’esito dello scon¬tro. È la lotta di chi combatte con l’assoluta certezza che la vittoria è già assicurata, perché il Signore è risorto: « Non piangere più; ecco, ha vinto il Leone della tribù di Giuda » (Ap 5,1). Così, non combattiamo da soli con le nostre forze, ma con il Signore che ci dice: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza » (2 Cor 12,9) e la nostra arma principale non è la naturale fer¬mezza del carattere o l’abilità umana, ma la fede, questa to¬tale adesione a Cristo che ci permette, anche nei momenti peggiori, di abbandonarci con fiducia cieca a colui che non abbandonerà. « Tutto posso in colui che mi da la forza » il 4,13). Ed ancora: « II Signore è mia luce e mia salvezza,
chi avrò paura? » (Sai 27).
Il cristiano dunque lòtta con energia, chiamato com’è a resistere « fino al sangue nella lotta contro il peccato » (Eb 1,4). Lo fa però con cuore tranquillo e la sua lotta è tanto più efficace quanto più il suo cuore dimora nella pace. Perché è proprio questa pace interiore che gli permette di lottare
non con le proprie forze — che verrebbero meno —, ma con quelle di Dio.

 

 

La pace: scopo frequente della lotta spirituale
Abbiamo appena detto che il credente in tutte le sue battaglie, qualunque ne sia la violenza, si sforzerà di custodire pace del cuore per lasciar combattere in lui il Dio delle schiere. Ebbene, bisogna che egli sappia quanto segue: la pace interiore non è solamente una condizione della lotta spirituale, essa ne è — molto spesso — il fine. E molto frequente che la lotta spirituale consista esattamente in questo: difen¬de la pace interiore dal nemico che si sforza di rapircela.
In effetti, una delle abituali strategie messe in atto dal demonio per allontanare un’anima da Dio e ritardarne il pro¬esso spirituale, è tentare di farle perdere la pace interiore, eco cosa dice in merito Lorenzo Scupoli, uno dei più grandi maestri spirituali del sedicesimo secolo, molto stimato da .n Francesco di Sales: « II demonio si sforza con tutto se esso di bandire la pace dal nostro cuore, perché sa che Dio mora nella pace ed è nella pace che opera grandi cose ». Sarà molto utile rammentarlo perché spesso, nello svolgimento quotidiano della nostra vita cristiana, accade che sbagliamo combattimento — se così si può dire —, che mal orientiamo i nostri sforzi. Combattiamo su un terreno dove il diavolo ci trascina sottilmente e sul quale può vincerci, invece di combattere sul vero campo di battaglia dove, con la gra¬zia di Dio, siamo sempre sicuri di vincere. Questo è uno dei grandi segreti della lotta spirituale: non sbagliare combatti¬mento, saper discernere, malgrado le astuzie dell’avversario, contro cosa dobbiamo realmente lottare e dove dirigere i no¬stri sforzi.
E errata la convinzione che, per riportare la vittoria nel¬la lotta spirituale, occorra vincere tutti i nostri difetti, non soccombere mai alla tentazione, non avere più debolezze e mancanze. Su questo terreno saremo immancabilmente scon¬fitti! Perché, chi di noi può avere la pretesa di non cadere mai? Non è certo questo che Dio esige, « poiché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere » (Sai 103). Al contrario, la vera lotta spirituale, più che nel perseguire una invincibilità ed una infallibilità assolutamente fuori dal¬la nostra portata, consiste principalmente nell’imparare a non turbarci eccessivamente quando ci capita di essere miseri e a saper approfittare delle nostre cadute per rialzarci più in alto. Cosa sempre possibile, a condizione di non perderci d’a¬nimo e di conservare la calma.
Si potrebbe dunque a ragione enunciare questo princi¬pio: il primo obiettivo della lotta spirituale, verso cui devo¬no tendere i nostri sforzi, non è ottenere sempre la vittoria (sulle nostre tentazioni, sulle nostre debolezze, ecc.), è piut¬tosto imparare a custodire il proprio cuore nella pace in tutte le circostanze, anche in caso di sconfitta. Solo così facendo po¬tremo raggiungere l’altro scopo che è l’eliminazione progres¬siva delle nostre imperfezioni.
Dobbiamo mirare a questa vittoria completa sui nostri difetti e desiderarla, ma essere ben consapevoli che non ba¬stano le nostre proprie forze, e non pretendere di ottenerla immediatamente. E unicamente la grazia di Dio che ci darà la vittoria e la sua azione sarà tanto più potente e rapida, se sapremo mantenere l’anima nostra in pace ed abbando¬narci con fiducia nelle mani del Padre.

 

 

5. Le ragioni per cui perdiamo la pace sono sempre cattive ragioni

Uno degli aspetti dominanti della lotta spirituale è la lot¬ta sul piano dei pensieri. Spesso consiste nell’opporre a pen¬sieri che provengono dal nostro spirito, dalla mentalità che ci circonda, oppure dal Nemico e che ci turbano, ci spaven¬tano o ci scoraggiano, dei pensieri che possano confortarci e ristabilire in noi la pace. In previsione di questa lotta, « bea¬to l’uomo che piena ha la faretra » (Sai 127) di quelle frecce che sono i buoni pensieri, vale a dire quelle solide convin¬zioni basate sulla fede, che nutrono l’intelligenza e fortifica¬no il cuore nel momento della prova. Tra queste frecce nella mano dell’eroe, una delle affermazioni che deve esserci sem¬pre presente è che tutte le ragioni che ci fanno perdere la pace sono sempre delle cattive ragioni.
Questa convinzione non può certo basarsi su considera¬zioni umane, ma è una certezza di fede, fondata sulla parola di Dio. Non poggia sulle ragioni del mondo; Gesù ce lo ha detto chiaramente: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27).
Se cerchiamo la pace come la da il mondo, cioè se ci aspet¬tiamo una pace secondo i criteri di vita che fanno dipendere lo stato interiore dal buon andamento delle cose esteriori, dall’assenza di contraddizioni, dalla realizzazione di tutti i nostri desideri ecc., sicuramente non saremo mai in pace, op¬pure la nostra pace sarà estremamente fragile e di breve durata.
Per noi credenti, il motivo essenziale per il quale possia¬mo rimanere sempre nella pace non viene dal mondo: « II mio regno non è di questo mondo », dice Gesù (Gv 18,36); vie¬ne dalla fiducia nella promessa del Signore. Quando Egli af¬ferma di donarci la pace, di lasciarci la pace, questa è parola divina ed ha la stessa forza creatrice di quella che ha fatto sorgere dal nulla il ciclo e la terra; lo stesso potere di quella che ha calmato la tempesta o di quella che ha guarito i mala¬ti e resuscitato i morti. Poiché Gesù dice — per ben due volte! — che ci da la sua pace, noi crediamo di averla in possesso e che essa non venga mai ritirata: « I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili » (Rm 11,29). Siamo noi che non sem¬pre li sappiamo accogliere e conservare, perché molto spesso manchiamo di fede.
« Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mon¬do! » (Gv 16,33). In Gesù possiamo sempre dimorare nella pace, perché egli ha vinto il mondo, ha vinto ogni male e pec¬cato, perché è resuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ha annullato la sentenza di condanna che gravava su di noi. Ha manifestato la benevolenza di Dio a nostro ri¬guardo. E « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?… Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? » (Rm 8,31).
Partendo da questo incrollabile fondamento della fede, esamineremo più avanti alcune situazioni nelle quali ci capi¬ta sovente di perdere più o meno la pace del cuore, cercando di superarle alla luce dell’insegnamento del Vangelo. Prima però vorremmo far capire quale è, da parte nostra, la condi¬zione fondamentale per essere in grado di ricevere la pace promessa da Gesù.

 

6. La buona volontà, condizione necessaria alla pace
La pace interiore, di cui trattiamo, dipende fondamen¬talmente dall’atteggiamento nei confronti di Dio.
La pace interiore è dono di Dio, l’uomo che gli si oppo¬ne, che più o meno coscientemente lo rifugge o rifugge alcu¬ni dei suoi appelli o delle sue esigenze, non potrà godere di una vera pace.
Notiamo però una cosa: quando qualcuno è vicino a Dio. l’ama e desidera servirlo, sarà in grado di ricevere il dono della pace; l’ordinaria strategia, messa in atto dal demonio consisterà nel cercare di fargli perdere questa pace del cuo¬re, mentre Dio, al contrario, viene in suo aiuto per render¬gliela. I fattori di questa legge si invertono per una persona il cui cuore è lontano da Dio e che vive nel male e nell’indif¬ferenza: il demonio cercherà di tranquillizzarla, di mantenerla in una falsa pace; mentre invece il Signore, che desidera la sua salvezza e la sua conversione, turberà ed agiterà la sua coscienza per cercare di condurla al pentimento.
La pace di un uomo non può essere profonda e duratura, se egli è lontano da Dio, se la sua più profonda volontà non è interamente orientata verso Lui: « Tu ci hai fatti per te, Signore, ed il nostro cuore è inquieto se non riposa in te » (Sant’Agostino).
Condizione necessaria alla pace interiore è dunque quanto potremmo definire la buona volontà. Si potrebbe parimenti chiamare purezza di cuore. È quella stabile e costante dispo¬sizione d’animo dell’uomo deciso ad amare Dio più di ogni altra cosa, sinceramente desideroso di anteporre in tutte le circostanze la volontà di Dio alla sua. Potrà succedere — ac¬cadrà sicuramente — che nella vita di tutti i giorni il suo com¬portamento non sia in perfetta armonia con questo proponi¬mento. Molte imperfezioni si sommeranno nella realizzazio¬ne di questo desiderio, ma egli ne soffrirà, ne domanderà per¬dono al Signore e cercherà di correggersi. Dopo gli smarri¬menti eventuali, si sforzerà di rientrare in questo sì a Dio in tutto, senza eccezione.
Ecco cos’è la buona volontà. Non è la perfezione, in quan¬to può ben coesistere con delle esitazioni, delle imperfezio¬ni, con degli errori, ma è la via verso di essa, perché è pro¬prio questa disposizione abituale del cuore (fondata su virtù quali fede, speranza, carità), che permette alla grazia di Dio di condurci poco a poco alla perfezione.
Questa buona volontà, questa abituale determinazione di dire sempre di sì a Dio, nelle grandi come nelle piccole cose, è una conditio sine qua non della pace interiore. Fin quan¬do non avremo acquisito questa determinazione, continue-
ranno a dimorare in noi una certa inquietudine ed una certa tristezza: l’inquietudine di non amare Dio tanto quanto lui ci invita ad amarlo, la tristezza di non avergli ancora donato tutto. Perché l’uomo che ha donato la sua volontà a Dio, in un certo qual modo gli ha già donato tutto. Fin quando il nostro cuore non avrà così trovato la sua armonia, non po¬tremo essere veramente in pace. Esso non sarà unificato che nel momento in cui tutti i nostri desiderare saranno subor¬dinati al desiderio d’amare Dio, di piacere a lui e di fare la sua volontà. Ciò implica, ben inteso, anche la determinazio¬ne a staccarci da tutto quanto sarebbe contrario a Dio.
7. La buona volontà, condizione sufficiente alla pace
Possiamo anche affermare che questa buona volontà è suf¬ficiente per mantenere il proprio cuore nella pace, anche se, malgrado ciò, abbiamo ancora molti difetti e mancanze: « Pace in terra agli uomini di buona volontà » (testo latino della Vulgata).
In effetti, cosa ci domanda Dio, se non questa buona vo¬lontà? Cosa potrebbe pretendere di più, lui che è un Padre buono e compassionevole, quando vede che il suo figlio de¬sidera amarlo sopra ogni cosa, soffre di non amarlo a suffi¬cienza ed è disposto (anche se si ritiene incapace di farlo con la propria forza) a staccarsi da tutto ciò che gli sarebbe con¬trario? Non sta forse a Dio stesso intervenire per portare a buon fine questi desideri che l’uomo, lasciato alle sue sole capacità, non è in grado di realizzare?
A sostegno di quanto appena detto — cioè che la buona volontà è sufficiente per renderci graditi a Dio e dunque per poter stare nella pace — ecco un episodio della vita di santa Teresa di Gesù Bambino, raccontato da sua sorella Celina:
« In una circostanza nella quale suor Teresa m’aveva mostrato tutti i miei difetti, ero triste e un po’ disorientata. Eccomi tanto lontana dalla virtù — pensavo — proprio io che desideravo tanto possederla; vorrei tanto essere dolce, paziente, umile, caritatevole… Ah! non ci riuscirò mai!. Tuttavia la sera, durante la preghiera, lessi che a santa Geltrude, che aveva espresso lo stesso desiderio, nostro Signore aveva risposto: « In tutte le cose e al di sopra di tutto abbi buona volontà; questa sola disposizione donerà alla tua anima lo splendore e il merito speciale di tutte le virtù. Chiunque abbia buona volontà, desiderio sincero di la¬vorare per la mia gloria, rendermi grazie, partecipare alle mie sofferenze, amarmi e servirmi tanto quanto le creatu¬re insieme, riceverà senza dubbio ricompense degne della mia generosità e il suo desiderio sarà talvolta più vantaggio¬so di quanto non lo siano, per altri, le loro buone opere ». Molto contenta per questa buona parola — continua Celina — tutta a mio vantaggio, ne informai la nostra ca¬ra piccola Maestra (Teresa) che rincarò la dose ed aggiun¬se: « Avete letto quanto è riportato nella vita del padre Surin? Faceva un esorcismo; i demoni gli dissero: « Noi riusciamo a sopraffare tutto; non e ‘è che questa cagna di buona volontà alla quale non riusciamo mai a resistere! ». Ebbene, se non avete virtù, avete almeno una cagnolina che vi salverà da tutti i pericoli; consolatevi, essa vi porterà in paradiso! Ah, qual è l’anima che non desideri possedere la virtù! È la via più comune! Ma quanto poco numerose sono le anime che accettano di cadere e d’essere deboli, che sono contente di vedersi per terra e che gli altri le colgano sul fatto! » (Consigli e ricordi di sr. Geneviève).
Come risalta da questo testo, la concezione che Teresa (la più grande santa dei tempi moderni, secondo il giudizio di Papa Pio XI) aveva della perfezione non è affatto quella a cui ci viene spontaneo pensare…
Vediamo adesso come il credente di buona volontà può, alla luce della fede, superare tutte le circostanze nelle quali e tentato di perdere la pace.

Publié dans:meditazioni |on 4 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

LA MORMORAZIONE (II istruzione)

http://www.immacolatine.it/Manoscritti_vol_2/Mormorazione_2.html

LA MORMORAZIONE

(II istruzione)

La mormorazione che, come abbiamo detto nell’ultima nostra istruzione, si può commettere in molte e diverse maniere, è un vizio universale che alligna quasi in tutti i ceti di persone, e pochi, pochissimi, anche tra i più devoti e i più santi, son quelli che ne vanno esenti. Pare proprio che non vi sia cosa al mondo che si ascolti più volentieri o con maggiore interesse che quella di dir male dei propri fratelli. Ma, come va, mie sorelle, che si mormora tutti con grande facilità: vecchi e giovani, ricchi e poveri, grandi e piccoli, secolari e religiosi? Forse che la mormorazione non è peccato? Credete che il togliere al prossimo la sua stima e la sua riputazione sia guadagnare indulgenze? Quanto si inganna chi la pensa così! Udite con attenzione, e mi direte che cosa si procura la lingua mormoratrice.
Grande male è la mormorazione: essa contiene in sé due malizie: toglie al prossimo la buona stima che egli giustamente si gode nell’opinione altrui, e la buona reputazione, che è un grande bene. Anzi, siccome la fama e la riputazione altrui sono un bene maggiore e più prezioso, come dice lo Spirito Santo nei Proverbi, di tutte le ricchezze e la roba di questo mondo, così chi toglie al prossimo la sua buona stima è peggiore di un ladro. Ora, un peccato che procura al prossimo sì grave danno, non vi pare che si dovrebbe guardare da tutti con sommo orrore? Eppure non è così. Si cerca anzi di scusarlo in mille maniere e si adducono mille scuse per farne scomparire la gravità.
« Noi, dicono alcuni, non crediamo di essere rei di colpa alcuna, perché, grazie al cielo, non abbiamo l’abitudine di dir male di alcuno: solamente ascoltiamo volentieri quelli che dicono male ». Perché piuttosto non dite: « Noi ci comportiamo male, spingendo altri a dir male del prossimo ». Vi credete innocenti? Non sapete che S. Bernardo rimane in dubbio se sia maggiore la colpa di chi mormora, o di chi ascolta con piacere la mormorazione? Egli dopo aver molto pensato tra sé, finalmente conclude che tutti e due portano con sé il demonio, con questa sola differenza, che chi mormora lo porta sulla bocca e chi ascolta lo porta nell’orecchio. Ed ha ragione: S. Basilio, infatti, dice che ascoltando voi volentieri la mormorazione, la rendete più animosa e quasi provocate a continuare la maldicenza, poiché nessuno mormora volentieri, se volentieri non è ascoltato. Se voi dunque, quando udite qualcuno dir male del suo prossimo, non gli fate, con le debite maniere, la dovuta correzione, richiamandolo o cambiando discorso, o almeno non mostrate di aver dispiacere, stando serio e taciturno, voi vi fate reo della medesima colpa di cui è colpevole il mormoratore. La maggior parte, però, delle scuse che si adducono per difendere il peccato della mormorazione non proviene da chi ascolta, ma da quelli stessi che mormorano, i quali credono di essere senza colpa: « perché, dicono, non intendiamo col nostro dire, causare danno al nostro prossimo ». Ma che giova a questi infelici screditati, che voi non abbiate avuta l’intenzione di screditarli o di cagionare loro alcun danno? Frattanto essi, per la vostra mala lingua, hanno perduta la loro fama e reputazione.
Altri si scusano col dire ch’essi non sono i primi a manifestare i fatti e i detti del prossimo, ma raccontano solo quello che hanno udito dire dagli altri. Ma sapete che cosa dice lo Spirito Santo nell’Ecclesiastico? Dice: « Se hai udito qualcosa di male del tuo prossimo, non lo manifestare ad altri, ma lascia che muoia in te e resti seppellito nel tuo cuore ». Lo so che cer-tuni, appena sentono qualcosa del loro prossimo, o vedono in altri qualche difetto, vorrebbero raccontarlo a questa e a quella persona loro confidente; ma credete che costoro, nell’operare così, non si facciano colpevoli di maldicenza? Io vi dico che si macchiano di due peccati: uno di credere, per una semplice apparenza, al male del prossimo, che forse sarà falso, perché ciò che si dice a carico dell’uno o dell’altro, per lo più è falso o falsa invenzione della malignità altrui; l’altro di farlo sapere a chi lo ignora. Che se a voi sembrasse di non commettere questi due peccati, né di credere il falso sul conto del vostro prossimo, né di propagare i suoi difetti a chi non li sapeva, perché i fatti riportati sono veri e tutti già li sanno, allora io vi dico che non c’è necessità che voi li andiate a ridire, se già sono noti a tutti. Se quegli infelici che li hanno commessi già sono diffamati, già sono morti all’onore, perché tornate a colpirli con la vostra lingua?
Ma voi dite che i falli del prossimo sono numerosi; ed io vi rispondo che certe volte non sono che calunnie quelle che sembrano verità autentiche. Qualcosa sembrava infatti, più vera che quella per cui fu accusata di adulterio la casta Susanna? Eppure noi sappiamo che era una solenne impostura. Ma siano pure anche vere: avremmo forse piacere che di noi o di qualche nostro congiunto fossero rivelati falli o mancanze, che sono veri, verissimi? No, certamente. Come, dunque, saremo così facili a propagandare le mancanze degli altri? La legge naturale, molto più la legge evangelica, non ci proibisce di fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi?
I fatti che voi riferite sono veri? Ma ditemi, noi non abbiamo mai mancato in niente? Chi è che può dirsi senza peccato? Se vi è alcuno così innocente che la sua coscienza non gli rinfacci colpa di sorta, si faccia avanti e sia costui il primo a dir male del suo prossimo che io mi contento.
« Se qualcuno di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei », così disse Cristo a quei farisei che volevano lapidare la donna trovata in peccato; ma si guardarono in volto, poi l’uno dopo l’altro se ne andarono senza gettare alcuna pietra. Se riflettessimo anche noi a questo! Se guardassimo prima a noi stessi, non oseremmo aprir bocca contro nessuno.
« Ma noi, dicono altri, quando diciamo qualche cosa del prossimo non facciamo per mormorare, ma per ridere, e poi lo diciamo con persone particolari e in segreto, come in confessione ». Queste sono le ultime scuse che si dicono per difendere la maldicenza. Ma chi non vede quanto siano insulse e ridicole? Voi, dunque, dite male del prossimo per ridere e scherzare? Ma vedete, che voi intanto togliete al vostro prossimo la cosa più preziosa che egli abbia, quale è la sua fama? Che importa che voi abbiate scherzato, abbiate riso, se il prossimo perde intanto la sua stima? Quanto poi a dire che si confidano i difetti del prossimo a confidenti, in segreto e come in confessione, S. Giovanni Crisostomo nella sua terza omelia al popolo di Antiochia definisce tale scusa stolta ed insana. Egli dice: « Avete raccomandato il segreto: perché non l’avete osservato prima voi? Che necessità avevate di parlare? Se volevate che restasse segreto, bisognava che voi non ne parlaste, perché rivelandolo, voi avete dato stimolo ed eccitamento ad altri di fare lo stesso ». Ed ecco dove conduce la maldicenza: privare i mormoratori della vita eterna. La dottrina non è mia, è dell’apostolo S. Paolo, il quale, parlando dei maldicenti, li mette insieme ai fornicatori e ai ladri, e li esclude tutti dal regno dei cieli. Raccomanda ai cristiani di Corinto che stiano ben attenti su questo punto, né si lascino ingannare, perché né gli adulteri né i fornicatori, né i ladri né i maldicenti possederanno il regno dei cieli.
La mormorazione, per essere perdonata deve esse re seguita dalla restituzione dell’onore e della fama che fu tolta al prossimo. Come colui che ruba e toglie al prossimo la roba e i denari non può ottenere il perdono del suo operato e salvarsi, dice S. Agostino, senza restituire ciò che ha rubato, così non può conseguire la remissione dei propri peccati chi ha mormorato, senza restituire la fama da lui denigrata al suo fratello. Si possono fare elemosine, orazioni, digiuni, penitenze quanto si vuole, ma nulla giova se non si adempie a questo strettissimo e indispensabile dovere. I sacerdoti sono i depositari e i ministri dei tesori e delle grazie del cielo; e in virtù della piena autorità, data loro da Gesù Cristo nella persona degli apostoli, possono rimettere ogni peccato, ma non quello della mormorazione e del furto, senza questa espressa condizione di restituire ciò che si è tolto al prossimo. Ora questa necessità che costringe la persona maldicente a restituire la fama rubata, mette in molto pericolo la sua eterna salute, a motivo della difficoltà che incontra nell’adempiere questo dovere. A dir male dell’uno e dell’altro si fa presto, non ci vuole tanto a dire una parola e denigrare, in una o in un’altra maniera, la reputazione del prossimo, ma il difficile sta poi nel riparare i danni che da quella mormorazione sono causati. Il dover ritrattare e disdire ciò che si è detto contro l’uno o l’altro, è cosa un po’ dura al nostro amor proprio e pochi vi si sanno adattare.
Infatti vediamo che se le mormorazioni sono frequenti, per non dire quotidiane, ben di rado, e quasi mai, si sentono le lingue maldicenti rendere pubblicamente la fama a chi l’hanno tolta. E poi, anche se i maldicenti sono pronti a riparare la fama tolta, come possono farlo adeguatamente?
La loro maldicenza avrà forse fatto un assai lungo cammino; sarà già passata per la bocca di molti e molti, e come si può riparare con tutti, e da tutti levare la cattiva impressione che ha già cagionato la nostra mormorazione? Voi mi dite: quando si è fatto tutto il possibile, non si è tenuti a fare di più; tutto vero, ma intanto quali angustie e quali timori non agiteranno di continuo la propria coscienza nel timore di non avere avuta tutta la diligenza possibile per restituire la fama tolta? Quanto meglio sarebbe non aver mai detto male di alcuno! Ma se non si può far ritornare indietro il passato, provvediamo almeno all’avvenire e proponiamoci di non aprire mai bocca contro chiunque. Lo Spirito Santo ce ne avverte: « Custodite la lingua dalla mormorazione, guardatevi da essa e frenate la lingua, perché non si macchi di detrazione. Carità, non maldicenza con il nostro prossimo e, se non possiamo far altro, scusiamone almeno l’intenzione ». Non vi immischiate con i detrattori, ci ripete lo Spirito Santo, e fuggiteli come la peste. E se a far ciò non vi spinge altra ragione, vi spinga il timore di mettere a rischio la vostra salute eterna.
Gesù Cristo stesso nel Vangelo di S. Luca (c. VI) ci dice di essere misericordiosi come è misericordioso il vostro Padre celeste: con ciò vuol farci intendere che noi dobbiamo usarci carità l’uno con l’altro; una carità molto grande; carità, se fosse possibile, da uguagliare la misericordia stessa di Dio verso di noi: « Siate misericordiosi come è misericordioso il vostro Padre celeste ». Amen. 

Publié dans:meditazioni |on 27 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA PREDICA DEL SOLE – AMBROGIO, ESAMERONE, 4,1.2.4

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030107_ambrogio_it.html

LA PREDICA DEL SOLE – AMBROGIO, ESAMERONE, 4,1.2.4

« Con grande splendore il sole procede nel giorno, inonda la terra di luce e la riscalda. Guardati, uomo, dal fissare lo sguardo nella sua grandezza, perché l’immenso splendore della sua luce non abbacini l’occhio del tuo spirito, come a colui che ha il sole allo zenit e vi fissa lo sguardo: offeso dalla sua luce, subito perde la vista. Se non rivolge altrove il viso e l’occhio, crede di non poter più affatto vedere e di essersi giocato la vista; ma se, invece, distoglie lo sguardo, può ancora godere della sua potenza visiva. Guardati dunque che il suo raggio sorgente non confonda anche il tuo sguardo! …Non fidarti ciecamente del suo magnifico splendore!
Il sole è l’occhio del mondo, la gioia del giorno, la bellezza del cielo, la leggiadria della natura, il gioiello della creazione. Pensa sempre, quando lo guardi, al suo Fattore! Loda sempre, quando lo ammiri, il suo autore. Se già questo sole che ha essere e sorte comune con tutte le creature, splende tanto benefico, come deve essere buono il «sole della giustizia»! Se questo sole è così veloce, che nel suo impetuoso corso tra giorno e notte, tutto illumina, come deve essere grande quello che è sempre ovunque, e tutto riempie con la sua maestà! Se è meraviglioso questo che sorse al suo comando, come è meraviglioso al di fuori di ogni misura colui che comanda al sole di arrestarsi, ed esso non avanza più (Gb 9,7), come si legge. Se è grande questo che, ogni giorno nel corso delle ore, se ne viene e se ne va su ogni regione, come deve essere quello che anche quando si umiliò, perché noi potessimo vederlo visibilmente, era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9). Se è incomparabilmente eccellente questo, che pur spesso impallidisce quando la terra si interpone, come deve essere grande la maestà di colui che dice: Ancora una volta farò scuotere la terra! (Ag 2,6). La terra nasconde questo sole, mentre non potrebbe reggere quando l’altro sole la scuote, se non fosse sostenuta dalla sua volontà. E se è un danno per il cieco non vedere la dolce luce di questo sole, quale danno sarà per il peccatore, privato delle opere della «luce vera», patire le tenebre di una notte eterna!…
Con la voce dei suoi doni, così sembra che gridi la natura: buono è il sole, ma è solo mio servo, non mio padrone. È buono, perché è il promotore, ma non il creatore della mia fecondità. È buono perché nutre, ma non causa i miei frutti. A volte addirittura esso brucia i miei prodotti; spesso addirittura mi è dannoso, e mi lascia a mani vuote. Non per ciò io sono ingrata a questo mio collaboratore: mi è stato dato a vantaggio e utilità, con me è sottoposto alla fatica, con me è soggetto alla caducità, con me è sottomesso alla schiavitù della corruzione; con me sospira, con me si duole aspettando che venga l’adozione in figli e la redenzione del genere umano, che renda possibile anche a noi la liberazione dalla schiavitù. Al mio fianco esso loda il Creatore, al mio fianco inneggia al Signore Dio nostro. E quando più ricchi sono i suoi benefici, io ne partecipo insieme con lui. Se il sole è benedizione, è benedizione pure la terra, sono benedizione anche i miei alberi da frutto, benedizione le bestie, benedizione gli uccelli. Il navigante sul mare si lagna del sole, e aspira a me. Il pastore sul monte si protegge da lui sotto le mie fronde, si affretta ai miei alberi, le cui ombre lo proteggono nella calura; alle mie sorgenti accorre assetato e stanco. »

SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#IL%20GIORNO%20SENZA%20TRAMONTO

SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE

Pierre Benoit *

Domenicano francese nato nel 1906, direttore (1965) della Scuola Biblica ed Archeologica di Gerusalemme dove ha insegnato il Nuovo Testamento dal 1934, Pierre Benoit è anche stato chiamato come esperto al Concilio Vaticano Il. Come leale servitore del popolo di Dio, Benoit si applica con assidua e costante fatica alla fedele salvaguardia del deposito della fede contenuto nella Sacra Scrittura, da lui tradotta per intero, onde rendere la Parola non solo nutriente, ma addirittura gustosa e di gradimento all’uomo del nostro tempo. Con articoli apparsi soprattutto in « Revue Biblique », egli mette la sua sapiente fatica alla portata del grande pubblico.

E all’ora nona (cioè verso le tre del pomeriggio). Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactani?, che vuol dire: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? (Me. 15, 34 e Mt. 27, 46)… Vai la pena notare che gli evangelisti hanno riportato le parole aramaiche, come fanno per le parole del Signore che maggiormente colpiscono ed impressionano, quali: Effeta, Rabbuni, Abba. Esse sono state conservate tali e quali Gesù le aveva pronunciate; sono sicuramente autentiche. Quanto sono inquietanti! Gesù abbandonato dal Padre!…
Nella intimità della sua coscienza, Gesù si sente veramente abbandonato dal Padre. Solo se riusciamo a renderei realmente conto di che si tratta, ne comprendiamo la profonda verità. Non è disperazione, checché ne pensino certuni che, come André Gide, hanno fatto uso di questa espressione per dimostrare e sostenere che Gesù è morto disperato. Certo si è che non bisogna temere di prendere sul serio lo sconforto di Cristo; ma si deve comunque parlare di sconforto, non già di disperazione. Quest’ultima suppone la perdita della fiducia in Dio; lo sconforto, invece, implica soltanto un’immensa tristezza e desolazione. Gesù, per volontà del Padre, ha voluto gustare fino in fondo la morte umana e la sua tragica condizione. Suo Padre l’ha abbandonato, ma non alla perdizione, bensì agli attacchi del male e dei peccatori. Nel Getsemani, Gesù ha chiesto che gli fosse evitata la morte, ma si è inchinato alla volontà del Padre; sulla croce, egli rifiuta di bere il vino aromatico per gustare fino alla feccia il calice della morte umana. La pena di questa morte umana che rappresenta per noi la grande tragedia, consiste precisamente nel sentirsi abbandonati: tutto vi lascia, e voi vi trovate faccia a faccia con Dio Giudice. Gesù, che rappresenta tutti gli uomini, si sente abbandonato da Dio, volontariamente va fino all’annientamento, fino alla sofferenza totale. Davanti a Dio, egli si sente rivestito del peccato del mondo, che è appunto la causa di questo terrificante sconforto. Dio l’ha abbandonato nelle mani dei peccatori, dei Romani e dei Giudei…
Il reale sconforto di Gesù legittima questa espressione. Bisogna comunque sottolineare ancora un aspetto importante: questa frase è un’espressione della Sacra Scrittura, il primo versetto del Salmo 21 che ha offerto alla narrazione della Passione tante caratterizzazioni. Quando Gesù pronuncia questa frase, non è che egli la inventi. Riprendendo l’espressione del Salmo, Cristo vuole dimostrare che la Sacra Scrittura si compie in lui e che il salmista preannunciava esattamente il suo lamento. Inoltre, questo salmo che comincia nell’angoscia, finisce nella fiducia. Ora, per gli antichi lettori ebrei e cristiani, la citazione di un testo evocava tutto il seguito. La gente allora conosceva la Sacra Scrittura a memoria; l’inizio era sufficiente per introdurre tutto il salmo. E l’ultima delle tre parti del salmo in questione esprime la fiducia finale dello sventurato: lo narreròil tuo nome ai miei fratelli, dirò nelle adunanze le tue lodi… Poiché non sdegnò il lamento del povero… A lui ricorsi ed egli mi esaudì (Sal. 21, 23-25). In questo modo Gesù fa capire che dopo lo sconforto, verrà la salvezza, dopo la sofferenza, verrà il trionfo. Egli santifica i nostri lamenti col suo personale lamento, ma la sua fiducia in Dio rimane intatta.
Quest’espressione è autentica; mai i cristiani ne avrebbero inventata una tanto tragica e tanto dura. Tuttavia, non dobbiamo averne timore; essa getta una luce grande sulla sofferenza di Gesù, rendendolo assai vicino alla nostra personale desolazione.

* Passion et Résurrection du Seigneur, Le Cerf, 1966 – pp. 220-233.

Publié dans:meditazioni, Venerdì Santo |on 29 mars, 2018 |Pas de commentaires »

ANCORA SEI CADUTO? MA ORA “ALZATI E CAMMINA!”

http://www.collevalenza.it/Riviste/2002/Riv0102/Riv0102_06.htm

ANCORA SEI CADUTO? MA ORA “ALZATI E CAMMINA!”

STUDI
L. S.

Sembra inverosimile, ma Dio è dalla parte del peccatore, perché sa che il negativo esistente in lui si cambierà in positivo, che l’immaturità diverrà maturità. Dio, amando nell’uomo ciò che non c’è ancora, cioè la possibilità di rinascere, lo aiuta ad uscire dalla tenebra e lo attrae alla luce. La storia del figliol prodigo Gesù l’ha raccontata, perché sapeva che ciascuno di noi l’avrebbe vissuta personalmente.
E nella sua predicazione Gesù spostava l’accento dalla legge all’Amore, dal castigo alla misericordia: la novità in Lui era che anche l’uomo peccatore poteva essere amato. E quanti prendevano coscienza di essere in peccato sentivano Gesù a loro vicino; mentre i farisei non sopportavano l’atteggiamento di tolleranza e di compassione che animava Gesù.
Nella vita spirituale ciò che conta è il non aderire col cuore alle debolezze, e il ricominciare daccapo ogni volta, per vincere le proprie miserie e superare gli scoraggiamenti. Così l’ottimismo cristiano è iniziato in me quando, pur sentendo vivo il dramma della mia fragilità spirituale, mi sono aperto alla “comprensione” e allo stupore che Dio ancora ha il coraggio di amarmi, nonostante i miei demeriti.
Purtroppo l’uomo, radicalmente buono ma tuttora legato al suo peccato, vive una doppia vita e contabilità: come uno spettatore egli assiste a quel che diventa capace di fare: prende coscienza della sua debolezza, sperimenta il dominio di quel “forte” che lo lega. Ma arriva pure a far esperienza di vitalità interiore se non si rassegna al suo male, e si rivolge con grida verso il Redentore, perché Lui che è il “più forte” lo liberi e lo riporti alla pace interiore. Allora, non più paralitico, egli è trasformato, e porta agli altri il messaggio che è possibile guarire, essere un peccatore perdonato e risorto a vita rinnovellata.
San Bernardo raccomandava: “Ricordati di rientrare ogni tanto in te stesso”; e lo scrittore tedesco Goethe diceva: “La nostra gloria più grande non consiste nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo ogni caduta”.
È faticoso perdonare se stesso per essere cascato nuovamente, è duro convivere con i propri errori; ma non esistono scorciatoie sulla via della maturità e della consapevolezza. Non si è persone mature, finché non si accettano anche gli errori.
C’è in noi un’esigenza innata per il giusto, per il vero, per il bene; e quando con il nostro comportamento ci allontaniamo da queste strade maestre, ne risentiamo un profondo disagio. Per cui un uomo peccatore ma autenticamente religioso ha il castigo di non trovare indulgenza di fronte a se stesso: è tormentato dal conflitto tra ideali e senso di colpa: perché, anche se zaverrato da debolezze umane, egli è permeato dall’anelito al sublime.
Ora tutta la Bibbia è pervasa da quel senso vivo del peccato, che non approda mai alla disperazione e all’impotenza, ma è sempre aperta alla fiducia, alla speranza, alla grazia divina. Girolamo Savonarola (in una omelia dedicata al “Miserere”) diceva che se lo disperava la paura dei peccati che scopriva in sé, lo sosteneva la speranza della misericordia divina: “O Signore, poiché la tua misericordia è più grande della mia miseria, io non cesserò mai di sperare”.
Siamo tutti figli del primo peccatore, e da lui abbiamo ereditato una congenita inclinazione al male. Sì, la virtù è ammirevole, ma il peccato è attraente: questo ci torna facile, quella molto difficile. Come pure, è precaria la nostra resistenza: siamo dei perenni convalescenti, bisognosi con frequenza di restaurare le forze interiori, di ritemprare la propria volontà devastata, e di essere trapanati dalla misericordia divina.
Una caduta può rivestire un significato totalmente diverso: si può cadere, ma rialzandosi subito per riprendere il cammino con uno slancio maggiore; e si può cadere, rinunciando a proseguire il cammino, perché avviliti dall’umiliazione e trattenuti dalle difficoltà. Il vero peccato, più che nella caduta, sta nello scoraggiarsi, nel rinunciare a rialzarsi.
E riguardo al proposito di “non commettere più” quel peccato, bisogna non dubitare della sincerità dei proponimenti qualora poi, per la propria fragilità, si constata di non correggere radicalmente la condotta personale da un giorno all’altro. Il Signore attende sempre da noi di ricominciare da capo, come tanti bambocci che buffamente si sforzano di rialzarsi dopo ogni caduta.
Dalla propria mente non va mai rimosso quel “chiodo solare” che Dio ci ama così come siamo, e che Lui è sempre pronto a perdonarci “settanta volte sette” (Mt. 18,22), e a trasformare in carica positiva anche le nostre esperienze negative.
Dio ci lascia liberi d’introdurre il male e la sofferenza dentro di noi. Ma ad ogni iniziativa umana risponde una stupenda invenzione divina. Lui Padre, pieno di tenerezza e di misericordia, può fare di una caduta una “felice colpa”, che a noi manterrà presente la magnanimità del suo perdono.
Soltanto a poco a poco noi riusciamo a guarire dalle malattie morali. Per molte persone occorre una “bella carriera” di peccati e di perdoni, prima che arrivi lo scossone di un terremoto interiore, capace di “stabilizzarle” nel grembo gioioso del Padre misericordioso. Ma è bene ripetere: ciò che conta è la buona volontà, il desiderio sincero di migliorare se stesso, nonostante tutto.
La vita cristiana è un atletismo spirituale (2 Tim. 4,7), è un camminare dietro a Gesù (Mt. 16,24).
Non è mai troppo tardi per vivere bene, nella pace e nella libertà interiore. Nulla è definitivamente perduto; e Dio si aspetta sempre da noi di deciderci a collaborare con Lui, per fare della nostra vita un capolavoro vivente della sua grazia. E allora smettiamola di essere indispettiti per i nostri ripetuti cedimenti, prendendocela con Dio e con noi stessi. Non c’è che da tuffarci nell’oceano della misericordia divina, per risentirci – insieme al nostro Poeta – come “piante novelle rinnovellate da novella fronda”

LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/bruni-rigenerazioni-11

LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

Luigini Bruni sabato 10 ottobre 2015

La felicità promessa dalle beatitudini non è quella promossa e promessa dalla nostra cultura. Quella delle beatitudini ha poco a che fare col piacere, non è il buon  » (eu) demone (daimon), fiorisce dal dolore. Possiamo ottenere anche piacere dalle cose della vita se la ricerca del piacere non diventa l’unica cosa della vita. Perché confondendo la felicità col piacere finiamo per non avere né l’una né l’altro. Le beatitudini sono una « forma di vita », sono un altro già. Sono una proposta concreta e un giudizio sulla nostra giustizia e ingiustizia, sugli abbracci e sui muri, sulle nostre indifferenze e sulle nostre consolazioni. Chi crede alla verità delle beatitudini entra nel mondo concretissimo di chi vede poveri, miti, puri, e li chiama beati. E poi desidera di abitare nel loro Regno. La beatitudine degli afflitti, la felicità di coloro che piangono, sembra la più paradossale, quella dell’ultimo giorno, non quella dei nostri giorni penultimi. Quale felicità ci può essere dentro un pianto? Il pianto biblico non sono le lacrime di gioia, né quelle false e prodotte a scopo di lucro nei talk show televisivi. Sono le lacrime degli afflitti, il pianto disperato dei lutti, quello delle separazioni, dei fallimenti, quelle versate per i figli che sbagliano e non tornano a casa, quelle che cadono quando non riusciamo ad impedire a un fratello o a un amico di buttar via la propria vita. Quelle delle guerre, dei troppi poveri schiacciati e degli oppressi, quelle di chi perde il lavoro, quelle dei tradimenti. Ma sono anche quelle dei pentimenti e dei perdoni, quelle del dolore per le conversioni nostre e degli altri. Quelle delle beatitudine sono tutte lacrime molto serie. Nella Bibbia si incontra spesso l’esperienza del pianto. Piangono anche i patriarchi, i re, Giobbe. Gesù piange per l’amico morto, per Gerusalemme, e forse quel suo ultimo grido di abbandono fu anche un grido di pianto. I salmi sono pieni di lacrime feconde. Le lacrime sono il primo linguaggio degli umani. Possiamo parlare lingue diversissime, credere in Dei diversi, avere costumi e culture molti distanti tra di loro; tutti però capiamo il linguaggio del pianto, tutti sappiamo decifrarlo immediatamente. Gli uomini, le donne, i popoli hanno iniziato a conoscersi piangendo nei lavori dei migranti, quando John non capiva la lingua di Sergej ma poteva consolarlo quando piangeva, guardando la foto sgualcita dei figli e della sposa lontani. Lapo non capiva quasi nulla delle parole di Carmelo, ma le lacrime che cadevano a entrambi nella trincea dialogavano e si capivano perfettamente. Non tutti siamo perseguitati per la giustizia, non tutti siamo miti, ma tutti piangiamo. La beatitudine di chi piange è promessa universale, che raggiunge ogni essere umano nella sua condizione più essenziale, radicale, feriale, nuda. E vale per tutti gli esseri umani: donne, uomini, vecchi, bambini e bambine. Chiamando beati gli afflitti Gesù ha reso beati tutti gli uomini e tutte le donne della storia e della terra. Entriamo nel mondo piangendo, e il pianto muto è spesso la nostra ultima parola prima di lasciarlo. Come ci insegna Giobbe, c’è anche un pianto degli animali, degli alberi, della terra, dei vermi. Nel mondo ci sono più lacrime di quelle degli umani. Esiste una sofferenza della natura, un’attesa dolorosa di una consolazione, un grido della creazione. Quando riusciamo a sentirne qualche sua eco, accediamo a una dimensione più profonda della vita, scopriamo una fraternità cosmica, con Francesco – ieri e oggi – cantiamo un altro « Laudato si’ ». E ci nasce il bisogno di vedere arrivare la consolazione per gli esseri umani, ma anche per la terra umiliata e offesa, per gli animali non rispettati e schiacciati, per le specie viventi che ogni giorno muoiono. Sentiamo che « deve » esserci una consolazione delle lacrime del mondo, che « deve » arrivare un consolatore, un riscattatore, un Goel. Si diventa pienamente umani quando iniziamo a soffrire per il non-avvento di queste consolazioni – una sofferenza che una volta iniziata non ha mai fine e cresce con noi. La beatitudine che si trova dentro il pianto si chiama « consolazione »: «Saranno consolati». La parola greca che noi traduciamo con « consolazione » è « parakaleo », che indica la figura di chi sta vicino alla vittima, come un avvocato, per difenderla dal suo accusatore. La beatitudine consiste allora nel fare l’ »esperienza » dell’arrivo di una consolazione. Scoprire una presenza reale che ci consola mentre piangiamo. E con la consolazione smettiamo di piangere, o piangiamo diversamente. In questa beatitudine, diversamente dalle altre, la felicità sta nel cambiamento della condizione che genera la beatitudine. I miti, i misericordiosi, i costruttori di pace, i poveri, i perseguitati e assetati per la giustizia, restano in quella loro condizione quando la promessa si compie. Non si smette di essere poveri perché siamo nel Regno dei cieli, di esseri misericordiosi quando incontriamo misericordia, di costruire la pace quando un giorno ci sentiamo chiamare «figli di Dio». Quando invece dentro il nostro pianto e la nostra disperazione ci raggiunge la consolazione, il pianto di riduce, cambia tono, le lacrime iniziano a essere asciugate. Tutti conosciamo le beatitudini dentro le lacrime. Sono iscritte nel Dna morale degli esseri umani. Il giogo della vita sarebbe insopportabile se dentro le lacrime non trovassimo anche una consolazione. Una prima consolazione la incontriamo nell’esperienza di poter piangere. La sofferenza inconsolabile è quella che non riesce più (o ancora) a piangere. Molti pentimenti, ad esempio, iniziano con un profondo e irrefrenabile pianto. Un pianto diverso, che solo quando arriva possiamo conoscerlo nel suo dolore e nella sua beatitudine tipici. Quando arriva il momento del pentimento e del « tornare a casa », il primo moto è quasi sempre un pianto a dirotto – ognuno a modo suo, pianti tutti simili e tutti diversi. È un pianto beato, l’inizio della vita nuova. « Mentre » si piange ci si sente chiamare beati: «Erano lacrime di felicità nate dal risveglio dell’essere morale sopito in lui da molti anni» (Lev Tolstoi, « Resurrezione »). Prima di « alzarsi » per « tornare » da suo padre, il figliol prodigo avrà iniziato il suo ritorno con un grande pianto. Dentro l’inferno si apre uno squarcio di paradiso, e la possibilità di poterlo finalmente raggiungerlo è già paradiso. La strada verso casa è già casa. Queste lacrime sono tutte e solo beatitudine, rigenerazione. Dolorosissime e salvifiche, tremende e meravigliose assieme. Afflitti e beati. Questo pianto diventa un mezzo di scoperta e di conoscenza delle dimensioni più profonde della vita. Se vuoi conoscere qualcuno veramente, incontralo e ascoltalo mentre piange per un pentimento, per un perdono, per una conversione. I grandi perdoni, soprattutto quelli tra fratelli e tra amici, si compiono piangendo insieme in abbracci infiniti e senza tempo: «Allora Giuseppe disse ai fratelli: « Avvicinatevi a me! ». Si avvicinarono e disse loro: « Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto » … Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse» (Genesi 45, 4-15). C’è poi un’altra forma di consolazione-beatitudine. È quella che nasce dal poter piangere insieme a qualcuno che accompagna il nostro dolore. Com-piangere, con-patire, è una forma speciale di felicità. Condividere il dolore e mischiare le lacrime con un amico è per molti la sola felicità dentro vite dove il dolore e le lacrime sono l’unico « pane ». In queste afflizioni la consolazione arriva con il volto concreto di un amico che si china sul nostro dolore. Se ci sono troppe afflizioni non beate è anche perché mancano i consolatori, amici capaci di piangere con noi. Nei pianti senza consolazioni che abbondano attorno a noi ci sono troppe latitanze di consolatori. Tante lacrime potrebbero essere consolate e asciugate, depressioni accompagnate, solitudini riempite, se ci vedessimo nel ruolo di consolatori e non in quello di chi è in attesa di consolazione. Sono io che manco nel troppo dolore inconsolato del mondo. Ogni beatitudine è anche un invito rivolto direttamente a noi, a te, a me. La prima terra promessa è quella della mia casa che condivido con chi non ce l’ha, la prima consolazione del pianto dell’altro è il mio pianto solidale. Una consolazione speciale e piena di mistero è poi quella della poesia, della letteratura, dell’arte. Il poeta, lo scrittore, il pittore, con la sua opera può raggiungere i disperati della terra, e nel crearli consolarli. Si fa loro prossimo, compagno di strada, e così li fa beati. Nelle storie più grandi non occorre l’ »happy end », il lieto fine, perché la disperazione vista e « toccata » dall’artista è già felicità. L’arte ci dona anche queste beatitudini. Ma c’è ancora un’altra consolazione degli afflitti. È quella che arriva come un « angelo ». Qui non c’è un amico che ci consola. È il « paraclito », che arriva come « padre dei poveri ». È splendido che nella Bibbia il primo angelo arriva sulla terra per consolare Agar, una schiava cacciata via nel deserto dalla sua padrona. La prima teofania e la prima annunciazione sono per lei (Genesi 16). Le annunciazioni, le teofanie, la salvezza di un bambino, accadono spesso al culmine delle grandi afflizioni, quando un angelo ci raggiunge dove nessuno ci poteva più raggiungere, e ci consola. È la consolazione dello spirito, il paraclito consolatore, che ci risorge mentre moriamo sulle croci. È il consolatore perfetto, che riscalda, raddrizza, bagna. Se riusciamo ad alzarci ogni mattina quando la notte prima pensavamo di non farcela più, è perché il paraclito è all’opera, e bacia la ferita delle nostre anime mentre ancora dormiamo e sogniamo, e le cura. Non tutti sappiamo, o vogliamo, fare esperienza di Dio. Ma moltissimi, forse tutti, abbiamo incontrato nella vita almeno una volta questo spirito consolatore, o lo incontreremo in un pianto futuro. È una promessa. «Beati coloro che sono nel pianto, saranno consolati»

Publié dans:meditazioni |on 27 février, 2018 |Pas de commentaires »

SUL COME RICONOSCERE I SANTI

http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/insegnamenti/comericonsanti.htm

SUL COME RICONOSCERE I SANTI

Questo scritto è una provocazione. Per due motivi.
Il primo: oggi non si sente il “bisogno” di santi come, d’altronde, non si sente il “bisogno” di Dio.
Il secondo: tale argomento pare scontato ad alcuni mentre, in realtà, non lo è affatto. Chi vorrà leggere capirà il perché.
Il santo, di primo acchito, pare uno qualsiasi. La sua figura non ha nulla di particolarmente eccezionale. Potrebbe pure passare per un essere di poco conto. Nel libro dell’Esodo notiamo che Dio, per rivolgersi al popolo, preferisce Mosè ad Aronne. Un particolare rivela la “bizzarria” di Dio: Mosè era balbuziente (Es 4, 12). È dunque scelto un balbuziente, un “minorato”, per comunicare una rivelazione divina!
La nostra mentalità si pone all’esatto contrario. Per noi il santo dovrebbe essere una specie di star, una persona in grado di soddisfare la nostra idealità umana. In realtà non è nulla di tutto ciò! Basti pensare che il santo, con il suo stile, spacca tutte le nostre sicurezze perché ne ha scoperte di altre, più solide e fondate, e c’invita a coglierle. Ma osserviamo qualche suo aspetto o caratteristica.
Il santo ha uno “strano” atteggiamento. Non fa girare lo sguardo qua e là, non va in cerca di sapere tutto su tutti, non si agita e non crea agitazioni, non ha impeti passionali, evita di giudicare, non ha attaccamenti o feticci borghesi… È assolutamente tranquillo e pare stia con la mente “da un’altra parte”. Dalla sua persona promana una particolare concentrazione. Pare che non osservi, pare che non ascolti, pare che non si ricorderà di chi lo visita… Invece bisogna ricredersi! Osserva ma attraverso “qualcosa” che gli vive dentro, un po’ come un miope mette a fuoco il suo sguardo attraverso gli occhiali che porta. Ascolta, ma ad un livello più profondo. Passa il tempo e, anche se lo si ha visto per cinque minuti e una sola volta, si ricorderà bene di chi ha incontrato.
Il nostro amore verso le persone è sempre, più o meno, “appiccicoso”. Amiamo perché vogliamo essere riamati. Il santo no. Ha un amore intenso ma assolutamente puro e libero. Ama ma non chiede nulla perché ha un altro orizzonte, un orizzonte che non si chiude davanti a chiunque gli sta di fronte: egli si rivolge alle realtà che non si consumano.
Il santo è un uomo che fugge dagli uomini e che, se può, non si fa trovare da loro: aborrisce la notorietà. Fugge da qualsiasi cosa lo deconcentri perché ha colto il cuore della rivelazione neotestamentaria: il regno di Dio è dentro di voi! Il santo è colui che ha fatto il vuoto in sé privandosi di tutto fuorché dell’essenziale. Egli si è avvicinato alla porta del Cielo che ha dentro e l’ha spalancata. Dietro ad essa ha scoperto “fiumi di acqua viva” (Gv 7, 38) e una Presenza dalla quale non si vuole mai allontanare. Con questa Presenza, nascosta dentro la sua vita, s’intrattiene in preghiera senza contare il tempo che passa. Incontra il suo prossimo senza staccarsi dal volto del Cristo che porta in sé e che continuamente considera. Nell’incontro con una persona così si percepisce qualcosa di “diverso” qualcosa, appunto, di “Altro”.
“Hai incontrato quel santo monaco?” chiesi un giorno ad un pellegrino. Da cosa ti sei accorto che era santo? Mi rispose: “Lo senti!”. In queste due parole c’è racchiuso uno splendido mistero, un mistero che ci tocca nel profondo.
Lo senti. Significa che, anche se nessuno ce lo ha mai insegnato, abbiamo una facoltà con la quale “sentiamo” con certezza qualcosa di particolare e di positivo.
Lo senti. Significa che queste cose non possono essere descritte. Si vivono e basta.
Il santo ci dispiega altri orizzonti, c’illustra qualcosa che non è più umano ed è in grado di donarci una stabile speranza. Dio, per lui, non è una filosofia, un pensiero consolatorio; è il centro della sua stessa vita e lo sente come noi sentiamo il battito del nostro cuore, nei rari momenti in cui vi prestiamo attenzione.
Dicono che il santo è uno che ama le persone. È una frase che, soprattutto oggi, ha bisogno di essere ben definita. Il santo ama gli uomini attraverso qualcosa di non umano: Dio. Per questo può disattendere aspettative troppo “umane”, perché vede ben oltre i piccoli ed angusti nostri orizzonti. Egli può, a volte, leggere nei pensieri, riconoscere la storia di un uomo e il suo nome anche se nessuno gliene ha mai parlato. Come fa? Immaginiamo che su un tavolo ci siano due radio accese. Se sono tutte e due sintonizzate sulla stessa emittente suoneranno entrambe la stessa musica. La prima radio non “indovina” o “rapisce” la musica dalla seconda. La riceve dal trasmettitore sul quale è sintonizzata. Il santo è “sintonizzato” sull’energia di Dio il quale dona vita sia a lui che al suo prossimo. Attraverso la forza di Dio, riceve informazioni dell’altro e, così, lo “legge” come se fosse un libro aperto. Ecco perché il santo monaco Paissios del Monte Athos diceva a qualche suo visitatore: “Ti leggo come se fossi un libro aperto!” La sua virtù non era quella d’indovinare i pensieri dell’altro, era quella di sintonizzarsi in Chi lo faceva entrare nell’altro. Il resto era un gioco…
Dio, vivendo nel santo, lo rivela agli altri. Tutto quello che il santo compie lo “tradisce” perché porta un marchio particolare che lo contraddistingue. Ecco perché è la Chiesa, popolo di Dio, che “riconosce” il santo. La Chiesa non può certo “fare” un santo, può solo “riconoscerlo”, riconoscendo in lui i segni di Dio. Essa lo può riconoscere perché pure lei è segno di Dio. Chi, nella Chiesa, inventasse dal nulla dei “santi” elevando uomini, magari buoni ma non “santificati”, agirebbe contro Dio e confonderebbe la Chiesa. Il santo, infatti, è la più autentica immagine della Chiesa; non lo si può sostituire con qualcosa che non gli sia all’altezza.
Il santo non ha bisogno di leggi scritte: ha scoperto che la legge è nel suo cuore. Sente da dentro cosa deve fare e cosa deve evitare. Perciò non rimprovera né accusa gli altri ma solo se stesso. Non accusa nessuno, a meno di non essere costretto a denunciare le eresie, ossia le idee che rendono l’uomo refrattario all’azione di Dio! E qui ha un’autorità che colpisce. Non ha bisogno di urlare, come gli animatori di certe sette o di certi movimenti cristiani settari. Essi infatti urlano perché sono deboli e instabili. Hanno bisogno di farlo per colpire esternamente le persone. Il santo, invece, può benissimo parlare piano ma le sue poche parole sono scandite con una forza e una stabilità notevole. Giungono direttamente al cuore. Rivelano che egli si appoggia sulla roccia ferma ed è divenuto lui stesso roccia ferma della fede sulla quale si edifica la Chiesa.
Il santo è una persona che può guarire e compiere miracoli. Qui, però, bisogna fare altre distinzioni che il nostro mondo non è in grado normalmente di cogliere. Dietro alla realtà, diciamo così, materiale esiste una realtà spirituale di varia natura e genere. Ci sono forze che ordinariamente non conosciamo ma che le società antiche riconoscevano meglio di noi. Pensiamo a cosa potevano fare gli sciamani con i loro riti, alla conoscenza spirituale di alcuni monaci buddisti o, ancora, agli strani poteri che esistono presso certi stregoni animisti. Questa sfera entra all’interno dell’ordine “spirituale” ma non appartiene a Dio. Dio, tuttavia, ne permette l’ esistenza esattamente come permette all’uomo di andare contro se stesso.
Ciò significa che un uomo che compie miracoli e guarisce persone, può benissimo non essere santo. Prima dell’avvento di Cristo esistevano molti uomini che compivano miracoli. La letteratura biblica apocrifa è colma di descrizioni di fatti miracolosi. Credo che il nostro tempo stia scoprendo sempre più i “santoni” e i “guaritori” forse perché costoro non sono spiritualmente “esigenti” come i santi, non conducono sullo stesso percorso! D’altra parte i santi vogliono portare le persone al loro livello: non amano avere presso di sé degli schiavi! Per non essere schiavi o passivi bisogna lavorare, rinunciare e faticare e ciò è odiato dalla gente del nostro comodo mondo…
I santoni possono attrarre a sé anche per la loro alta moralità e il loro amore verso il prossimo. Un esempio per tutti: Sai Baba. Egli è in grado di materializzare oggetti, guarisce dal cancro molti, apre case di cura e ospedali… Ma la forza di Sai Baba è in Dio, nel Dio rivelato da Cristo, nel Dio che non vuole chiamare l’uomo “schiavo” ma “amico”? No! Il santone potrà certo guarire il corpo ma non elevare il corpo e lo spirito come un santo! Non ha lo stesso livello ma uno molto inferiore. I Padri della Chiesa davanti a ciò erano netti: tutto ciò che non viene da Dio viene dal Maligno. Se in una realtà cristiana si ha bisogno di santoni pagani vuol dire che la qualità del cristianesimo è scesa ad un livello “inferiore” rispetto allo stesso paganesimo. D’altronde, i risultati stessi ce lo mostrano. C’è da chiedersi cosa abbia scatenato tutto ciò…
Si racconta che un giorno giunse da padre Paissios un monaco buddista in grado di rompere piccole pietre con la forza del pensiero. Cominciò ad operare i suoi prodigi davanti all’anziano athonita. “Sei molto bravo”, gli disse Paissios senza lasciarsi minimamente scomporre né meravigliare. “Ora prova a spaccare questa pietra” aggiunse. E, così dicendo, gli diede una piccola pietra sulla quale, un istante prima, aveva tracciato un segno di croce. Il buddista provò molte volte ma invano…
Il santo conosce veramente Dio. Per i Padri della Chiesa, gli amici di Dio conoscono Colui che amano altrimenti non gli sono amici, ossia intimi. Conoscendo Dio e avendone intimità ne sono “plasmati” e ricevono da Lui il dono della santificazione. Nella continua interazione tra la creatura e il Creatore, la prima scopre le “caratteristiche” del Secondo, per quanto gli è consentito. Nei veri santi non esiste, dunque, una separazione tra dogma e spiritualità. Essi, ad esempio, sanno che in Dio c’è qualcosa d’immanente e qualcosa di trascendente, sanno cosa sia spiegabile e cosa non lo sia, sanno, ad esempio, che Cristo è Dio, che non si potrebbe mai ritrarre la sua divinità, ma unicamente la sua apparizione nella carne e via dicendo… Così la santità cristiana significa intimità con Dio, “conoscenza” di Dio. Ecco perché la santità è inscindibile dall’ortodossia (= la retta fede). La retta fede diviene, a sua volta, il principale criterio per riconoscere il vero santo. Ecco perché il livello del santo si stacca decisamente da quello dell’uomo buono, da quello dell’uomo comune, da quello dell’uomo negligente… Altra è, infatti, la tenebra, altra la luce di una candela, altra la luce di un neon, altra la luce del sole.
Recentemente è stato composto un “Martirologio Ecumenico” che raccoglie assieme testimoni e santi di tutte le confessioni cristiane. Considerando questa pubblicazione e alla luce di quanto appena esposto, risulta un vero inganno poter pensare di porre gli uomini significativi di ogni confessione cristiana sullo stesso piano. D’altronde questo genere di iniziativa, inglobando santi e testimoni di ogni confessione, si presta e può suggerire equivoci di tal genere. Ma ciò, oggettivamente parlando, è una violenza a chi si vuole esaltare. Martin Luther King non avrebbe mai desiderato essere avvicinato al concetto di santo se non altro perché, nella confessione alla quale apparteneva, non esiste il culto dei santi! Inoltre, questa confusione è ingannevole anche per un altro motivo. All’interno di ogni confessione cristiana gli uomini possono raggiungere gradi differenti di perfezione. Ciò dipende anche dagli strumenti che ogni confessione possiede, strumenti che esprimono l’identità, l’ethos, il modo di essere di quella Chiesa. Gli strumenti donati dal Protestantesimo, per l’elevazione umana, non coincidono con quelli del Cattolicesimo, quelli del Cattolicesimo non coincidono con quelli dell’Ortodossia. Quest’ iniziativa potrebbe spingere verso una totale mancanza di discernimento in tal campo! Ciò che è peggio, (e che qualcuno definirebbe propriamente “eretico”) sta esattamente nel fatto che non si può parificare chi conosce Dio intimamente con chi lo ha sentito solo nominare ed ha amato il suo prossimo come ha potuto o come meglio gli è riuscito. Un conto sono i filantropi, un conto sono i filotei, un conto sono i teofori. Un conto è amare l’uomo, un conto è amare l’uomo in nome di un ideale generico o evangelico, un conto è amare l’uomo attraverso il Dio vivente in sé.
Il santo si pone solo su quest’ultimo livello, un livello, oggi, sempre più raramente assunto e sempre più incompreso perché tutto viene giudicato a partire da criteri molto riduttivi ed egocentrici. Sarà sempre più così fintanto che non s’incontrerà sulla propria strada un santo…

 

Publié dans:meditazioni |on 8 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

VIVERE IN UN TEMPO DIFFICILE

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Vi proponiamo alcune riflessioni sul mistero della Bellezza tratte da un ritiro tenuto da don Paolo Prosperi alla Fraternità di Comunione e liberazione di Chicago.

VIVERE IN UN TEMPO DIFFICILE

Il tempo in cui siamo chiamati a vivere, come don Julián Carrón ci ripete instancabilmente, è caratterizzato da epocali transizioni, rivolgimenti tali che nulla si può più dare per scontato. Le inossidabili certezze del passato, tanto spirituali quanto geo-politiche, non sembrano più tali.
Da una parte, la minaccia crescente dell’estremismo islamico e le immani catastrofi del medio-oriente, sullo sfondo di un’Europa stanca, che ha perduto o rinnegato la memoria delle proprie radici. Dall’altra, il dilagare del relativismo liberale, che porta con sé l’erosione del significato delle parole fondamentali su cui la civiltà occidentale si credeva basata fino a solo l’altroieri. Sembra davvero di rivivere la storia biblica della torre di Babele. Con l’implosione del sogno moderno, quel che rimane è una confusione totale, in cui non sembra più possibile trovare alcuna lingua comune.
In questa situazione è difficile tenere alta la speranza. È difficile soprattutto resistere alla tentazione di pensare che la Chiesa sia destinata a ridursi in breve tempo a nulla più che una minoranza emarginata, oppure – peggio ancora – ad una cortigiana del potere, bizantinamente indaffarata a cercare di piacere ai potenti di un mondo ormai cambiato. Solo uno sguardo superficiale, tuttavia, può fermarsi qui: «Le circostanze attraverso cui Dio ci fa passare – ci ha insegnato don Giussani – sono fattori essenziali e non secondari della nostra vocazione». Perfino circostanze drammatiche come queste, perciò, sono vocazione. Come dice un antico proverbio ebreo, il Signore parla sempre, anche quando tace. Che cosa, dunque, ci sta dicendo?
Mentre andavo riflettendo su questa domanda, mi sono per caso imbattuto in un passaggio delle riflessioni sul libro di Ester di Divo Barsotti [Meditazione sul libro di Ester, Brescia 1981, 47-49], che mi ha improvvisamente offerto una chiave di lettura illuminante. A ben guardare, c’è una impressionante analogia tra la situazione della Chiesa oggi e quella di Israele, nei secoli che prepararono la venuta di Cristo. Dopo la deportazione a Babilonia, Israele sembra aver perso tutto il suo splendore, il suo orgoglio. Orbato di Re, il popolo del Signore è ridotto a piccolo scarto senza importanza né indipendenza politica. Cosa è la Palestina del III-II secolo a.C.? Una piccola provincia insignificante nelle carte dei grandi della terra.
Ecco perché in più d’uno dei libri dell’Antico Testamento scritti in questo periodo, il “personaggio” che incarna Israele è spesso una donna: Ester, Giuditta, la sposa del Cantico dei Cantici, Susanna nel libro di Daniele, Ruth ecc.
La donna, per ovvio dato fisiologico e sociologico, è nella Scrittura simbolo di debolezza. Senza il suo uomo a proteggerla, una donna è nel mondo antico senza onore né difesa.
Tale è la situazione di Israele dopo l’esilio. Serva di nazioni straniere, Sion è come una vedova senza marito, come una ragazzina orfana di padre. Non è un caso che le due maggiori eroine di questi libri post-esilici, Ester e Giuditta, siano l’una orfana e l’altra vedova. In un tempo di prolungata prova, queste donne incarnano il sentimento che Israele ha di sé stesso: debole e impotente, alla mercé del potere dello straniero.
Tuttavia, proprio questo è tempo misteriosamente benedetto. Privata d’ogni secondario ornamento, nel dolore della prova, la Figlia di Sion comincia finalmente a capire che il Signore è la sua unica vera fonte di gloria.
Giuditta ed Ester, in modi diversi, esprimono questo mistero. Entrambe sono donne sole, in apparenza deboli, senza risorse. Entrambe, però, divengono, grazie alla radicalità della loro fede, strumento di salvezza per il popolo tutto. La fede, la fiducia incondizionata nel Signore, dà a Giuditta il coraggio di varcare da sola le porte della città di Betulia, assediata dagli Assiri, e da sola avventurarsi nell’accampamento del nemico. Ed ecco il generale Oloferne è decapitato e l’immenso esercito disperso. La fede dà ad Ester l’audacia di affrontare il re Assuero ed ottenere da lui la salvezza per tutto Israele.
C’è qualcos’altro, tuttavia, che Ester e Giuditta hanno in comune: non solo sono entrambe donne sole; non soltanto mostrano entrambe una grande fede, ma tutte e due sono anche belle. Non è affatto un civettuolo dettaglio. In entrambe le storie, infatti, le due donne riescono nella rispettiva impresa proprio grazie alla loro bellezza.
Giuditta, prima di uscire dalla porte della città, si togliei suoi abiti da vedova e si fa bella, così bella che quando la pattuglia assira la vede, ne è immediatamente conquistata, perché ella appariva loro come un miracolo di bellezza (Gdt, 10,14).
Ester, l’orfanella straniera, è così bella, che il re Assuerus la sceglie tra tutte le vergini come regina (Est, 2). E quando ella si reca da lui, ad impetrare salvezza per il suo popolo, è innanzitutto lo splendore del suo aspetto ad addolcire il cuore del re, almeno secondo quanto sembra suggerire il cap. 5: Il terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse gli abiti servili e si rivestì di quelli sontuosi. Fattasi splendida, invocò quel Dio che su tutti veglia e tutti salva, e prese con sé due ancelle. Su di una si appoggiava con apparente mollezza, mentre l’altra la seguiva sollevando il manto di lei.Era rosea nel fiore della sua bellezza: il suo viso era lieto, come ispirato a benevolenza, ma il suo cuore era oppresso dalla paura. Attraversate tutte le porte, si fermò davanti al re… (Est 5,1c).
In realtà, perciò, non è corretto dire che Ester e Giuditta siano deboli e indifese. Le due donne condividono un tipo di “potere”, che è diverso da quello dei re, e tuttavia è potere reale. È il potere che, secondo la Scrittura, è soprattutto caratteristico della donna: il fascino della bellezza.
Ora, se ci si ferma al livello di senso più immediato del testo, è evidente che in entrambi casi si tratta semplicemente di bellezza fisica. E tuttavia, una lettura attenta, rivela che difficilmente questo può essere tutto ciò che le due storie han da dirci. Se la salvezza del popolo intero dipende dalla “bellezza disarmata” di queste donne, un mistero più profondo dev’esservi nascosto. Quale?
Il mistero della bellezza
Cos’è la bellezza? Difficile dirlo: «La bellezza è un enigma», ha scritto l’amico Dostoevskij, proprio riferendosi al fascino della donna [L’idiota, Milano 2010, p. 105]. Sicuramente la bellezza muliebre, per la Scrittura così come per il grande romanziere russo, è soprattutto quel misterioso, temibile dono, che rende la donna capace di sedurre l’uomo, fino a soggiogarlo. In questo senso, la bellezza è forza, dona potere. E tuttavia si tratta di un potere paradossale. È potere reale. Tuttavia è potere interamente relazionale. Ester non può in realtà salvare niente e nessuno da sola. Se non fosse per il suo ascendente sul re, Israele sarebbe perduto. Tuttavia, poiché il re è prigioniero delle sue trecce (cfr. Ct 7,6), ella può ottenere da lui tutto ciò che vuole. Allora il re le disse: Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai! (cfr. Est 5,3).
La bellezza muliebre, nella Scrittura, è sempre caratterizzata da questo strana miscela di debolezza e potere.
È impressionante notare come molte delle donne che giocano un ruolo di primo piano nella storia della salvezza, siano allo stesso tempo belle ed umiliate, belle eppure amaramente provate. Sara, la moglie di Abramo è bella, ma sterile. E così anche Rachele, la moglie più amata da Giacobbe. Tuttavia proprio da Sara nascerà Isacco, l’erede della promessa. E da Rachele nasce Giuseppe, che sarà il salvatore della famiglia. Di Ester e Giuditta abbiamo già detto: una è orfana e sola in terra straniera, l’altra moglie vedova del defunto Re Manasse. Eppure è attraverso di loro, che Israele è salvato.
Perché dunque questo intreccio di bellezza e impotenza? Sembra quasi che il Signore scelga queste donne non soltanto perché sono belle, ma anche e proprio perché sono indifese, impotenti, umiliate. In altre parole, è come se la loro “miseria” fosse parte della bellezza che le rende attraenti, affascinanti ai Suoi occhi.
Se vi riflettiamo, non è forse vero questo anche nella nostra esperienza? Non è forse vero che quanto più una bella creatura ci appare indifesa, vulnerabile, bisognosa di protezione, tanto più irresistibile nasce in noi il desiderio di servirla e difenderla?
Non posso dimenticare un episodio occorsomi anni fa in Russia. Era un mattino di dicembre. Era buio, e faceva ovviamente freddo. Mentre cammino attraverso il boschetto per raggiungere la scuola di russo, mi si para davanti una bimba, di 5 o 6 anni, che piange sconsolata, seduta su una panchina. Aveva un faccino bello, ma sporco. Non potei fare a meno di fermarmi e cercare di aiutarla. Le chiesi perché piangesse. La bimba non rispose. Ma io non riuscivo ad andarmene. Ero come immobilizzato. Sentii che avrei fatto qualunque cosa per lei. Di fatto non c’era gran che da fare, si trattava solo di una bambina che aveva appena litigato col fratellino. Eppure…
Ecco l’ironico mistero: quanto più una bellezza ci appare vulnerabile e senza difese, “disarmata”, per usare l’espressione di Carrón, tanto più tendiamo a farcene protettori e servitori in modo spontaneo. Perché?
Azzardo un’ipotesi: forse perché l’intima essenza della bellezza, come abbiamo detto sopra, è esattamente questa: suscitare in chi ne è ferito una risposta d’amore. To kalon kalein, ha scritto Dionigi Aeropagita (I nomi divini, IV, 7) con uno squisito gioco di parole, che in traduzione purtroppo va perduto: il bello chiama, attira, suscita amore.
C’è come una sorta di preghiera, che ogni creatura splendida sembra sussurrare: “Guardami, prenditi cura di me, amami, perché non ti curi di me, perché?”.
Il bello rivela, per così dire, la dimensione ricettiva dell’essere, la dimensione mendicante dell’essere, in quanto fatto per essere amato. Il bello ha a che fare con l’aspetto desiderante, “erotico” dell’essere, di ogni essere, a partire da Dio. Ed è per questo che quanto più la bellezza è vulnerabile, indifesa ed esposta allo sfregio, tanto più potente essa sfolgora, tanto più irresistibile è la risposta amorosa che suscita.
Comprendiamo così perché nella Scrittura la bellezza è associata più alla donna che all’uomo, senza volerne ovviamente fare un assoluto: la bellezza è femminile nella sua più profonda natura. I due caratteri biblici della femminilità, debolezza e bellezza, non sono in realtà slegati l’uno dall’altro. Essi appartengono alla più intima essenza del bello. Certo, l’uomo non è meno debole e bisognoso della donna, come ben sappiamo. Così anche di Davide, come del Re del Salmo 45, la Scrittura celebra innanzitutto la bellezza. E tuttavia il mistero rimane: come la donna è più fisicamente debole dell’uomo, così ella è di fatto più comunemente associata alla bellezza.
Questa è la ragione per cui la donna diviene, nei duri secoli in cui Israele ha perso l’autonomia politica, il simbolo di una nuova e più pura coscienza di ciò che davvero ha fatto e fa grande il popolo eletto. Proprio quando ritrova l’umile coscienza del proprio nulla, proprio quando si fa di nuovo mendicante, proprio allora Israele si riveste di vera bellezza, quella bellezza che ha il potere di addolcire il cuore del Signore. Poiché Egli non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance? […] La preghiera dell’umile penetra le nubi (Sir 35,14-15).
Così il Re Assuero non cede alla preghiera di Ester solo perché mosso dalla sua bellezza. Ma anche, e forse soprattutto, al vederla svenire, pallida come un morto, tra le sue braccia: Appariva rosea nello splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto dalla paura. Attraversate una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. Egli era seduto sul trono regale, vestito di tutti gli ornamenti maestosi delle sue comparse, tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto molto terribile. Alzò il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera. La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: “Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio” (…) Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: “Parlami!”. (…) Ma mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla. Allora il re le disse: “Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai!” (cfr. Est 5,1-3).
Comprendiamo così perché Maria sia veramente il punto di arrivo di tutto il cammino della storia di Israele e con ciò anche il vertice, l’epitome della bellezza creata. Sara e Rachele, Giuditta ed Ester, non erano che pallida figura di lei.
Kecharitomene
Ave, piena di grazia, la saluta l’arcangelo Gabriele. La parola greca è kecharitomene, che signifca graziata, ma anche riempita di grazia, cioè resa bella. “Gioisci, o tu che hai ricevuto il dono della pura bellezza, o bellissima”.
In questo semplice participio è come racchiuso l’essenziale mistero della Madonna. Ella è la graziata: tutto in lei è frutto della più pura, preveniente gratuità dell’amore divino. E tuttavia, nelle parole di Gabriele c’è più di questo. Qual è il contenuto di questo dono? Ecco il secondo aspetto del participio: “adornata di bellezza”. Il contenuto del dono è Bellezza, pura bellezza. Ma in cosa consiste questa bellezza?
Don Giussani ci ha insegnato che la bellezza è splendor veritatis, splendore del vero.
Questo basta ad avvicinare il mistero: in Maria, come in un cristallo purissimo, risplende la verità della creatura. Nel suo cuore la creazione, il cosmo creato diviene, infine, perfettamente trasparente a se stesso per ciò che è. Maria vede se stessa, tutto il suo essere scaturire dall’amore di Dio. E ciò significa due cose: innanzitutto umiltà, cioè coscienza purissima, perfettamente vivida, della propria radicale dipendenza dalla Maestà dell’Altissimo. Il manto scuro che l’avvolge in tante icone dell’Annunciazione è simbolo di questo: Ha guardato all’umiltà della Sua serva.
Nel manto di cui lo Spirito l’ha rivestita, tuttavia, non c’è solo questo. In altre icone dello stesso mistero, la veste della vergine è rosso fiammante. Mentre percepisce tutto l’abisso della distanza tra sé e l’Altissimo, Maria anche si sa anche realmente amata, termine d’amore. Ed è percio al contempo attratta, mossa verso Colui cui pur guarda con timore ed infinita riverenza. Ecco dunque: lo splendore della vergine, quello splendore mediante cui ella attira a sé lo sguardo dell’Altissimo, è come l’effetto dell’incandescenza prodotta in lei dall’attrito, potremmo dire, tra due opposti movimenti del cuore: l’umiltà dell’“ancella”, che la porta a riconoscere, in timore e tremore, l’incolmabile distanza tra sé e l’Altissimo; e il desiderio della sposa, che invece la spinge in alto, le dà l’audacia di alzare gli occhi verso il cielo. La sintesi incandescente dei due si chiama attesa, vergine attesa, che nulla pretende né anticipa. Eppure, nel segreto del cuore, aspetta, oscuramente attende, si attende dall’Amato il dono impossibile: il dono di una totale intimità con Colui che nemmeno i cieli possono contenere. Come una vergine attende fremendo il suo sposo, così Maria, la vergine purissima, è tutta attesa, tutta spazio per Dio, terra deserta, rovente, assetata della venuta del Signore.
Gli occhi della colomba
Il Cantico dei Cantici ci aiuta, forse più di qualunque altro libro delle Scritture, a meditare ulteriormente su questo misterioso legame tra casto desiderio e bellezza, tra verginale, umile attesa e forza attrattiva.
Tu sei bella, amica mia, come la città di Tirza, incantevole come Gerusalemme, terribile come un vessillo di guerra. / Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano (Ct 6,4-5). Il poeta sacro attira l’attenzione su un fatto che tutti conosciamo bene per esperienza, ma su cui forse mai abbiamo riflettuto a fondo: qual è l’arma più efficace con cui la donna amante colpisce e disarma l’amato? Lo sguardo: Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe. Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo (Ct 4,1). È stupendo il soffermarsi del poeta sull’intreccio di pudica velatezza e audace splendore, che caratterizza lo sguardo della donna. I suoi occhi sono come colombe. La colomba è qui il simbolo dell’amore puro, fedele e ardente. Gli occhi della Sulammita luccicano d’amore. Tuttavia la passione non è esibita in modo sfacciato. Essa si rivela da “dietro un velo”. Come se nell’atto di volgere verso il suo amato lo sguardo, la Sulammita gli lasciasse finalmente intravedere qualcosa della passione che già ardeva in lei, sebbene indischiusa. Proprio il bagliore improvviso di questa rivelazione rende il suo aspetto tanto più soggiogante: Tu sei terribile come un vessillo di guerra. Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano.
Un altro passaggio mette in luce lo stesso paradosso, attraverso un altro eloquente simbolo del desiderio: la bocca. Come nastro di porpora le tue labbra,la tua bocca è piena di fascino; come spicchio di melagrana è la tua gota dietro il tuo velo (Ct 4,3).
Ancora una volta il poeta si sofferma su un fatto che siamo tentati di banalizzare, fermandoci al puro elemento erotico. La bocca, così come la gota, col suo nascondere “dietro il suo velo” la mandibola e la cavità orale, è primordiale simbolo di “fame e sete”. Per questo – sembra dire il poeta – essa ha il naturale potere di rivelare il desiderio, al contempo lasciandone velato l’abisso.
In conclusione: proprio quando lascia tralucere il suo desiderio, la donna dispiega paradossalmente la sua gloria, gloria che conquista con naturalezza, così come Iahvè abbatte senza sforzo gli eserciti dei re più potenti.
La nostra bellezza agli occhi dell’Infinito non dipende da quante grandi gesta noi facciamo per lui ed in Suo nome: non rellegratevi per il fatto che scacciate demoni (cfr. Lc 10,20). Di fatto le “nostre gesta” non sono altro che frutto della Sua grazia in noi. Tutto quel che io faccio per Lui, Egli lo potrebbe fare meglio e più agilmente di me. No, la mia bellezza agli occhi del Mistero, è piuttosto proporzionale alla mia sete di Lui, alla profondità del mio vuoto: Distogli da me i tuoi occhi, perché mi sconvolgono.
Ecco dunque la prima dimensione della “bellezza disarmata”: la bellezza del “debole”, che proprio arrendendosi al Potente, proprio nell’abbandonarsi nelle Sue braccia, lo vince.
La memoria dell’elezione
Aggiungo una nota importante. Non è solo la consapevolezza della propria impotenza, che infiamma il cuore d’attesa. Un secondo fattore è cruciale: la memoria, la memoria delle promesse del Signore, la memoria dell’elezione. Tanto per Ester come per Giuditta, questa memoria coincide con l’orgoglio di appartenere a un popolo con una storia gloriosa, il popolo dell’Alleanza. Così è per noi: non c’è speranza senza memoria dell’elezione, cioè senza la coscienza di essere parte del popolo del Signore, un popolo fatto di volti, nomi, ricordi concreti.
Non è casuale che le preghiere di Ester e Giuditta inizino sempre con il rammentare al Signore – quasi se ne potesse scordare! – le grandi gesta che Egli ha compiuto nel passato, quando ha salvato gli avi. È questa memoria che sostiene la speranza e dà alla mendicanza slancio e fiducia. Anche la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto; invece dei superbi profumi si riempì la testa di ceneri e di immondizie. Umiliò duramente il suo corpo e, con i capelli sconvolti, coprì ogni sua parte che prima soleva ornare a festa. Poi supplicò il Signore e disse: Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto loro secondo quanto avevi promesso. Ora abbiamo peccato contro di te e ci hai messi nelle mani dei nostri nemici, per aver noi dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto, Signore! […] Ricordati, Signore; manifèstati nel giorno della nostra afflizione e a me dà coraggio, o re degli dei e signore di ogni autorità. […] salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore! (Est 4,17).
Lo stesso è vero per noi. La scintilla del nostro grido sprizza sempre dall’attrito tra due principali oggetti del pensiero: da una parte la consapevolezza del nostro bisogno; dall’altra la memoria dell’elezione, cioè di una storia. «Da cosa traeva il popolo di Israele la coscienza di appartenere a Dio? Un angelo glielo aveva detto? (…) È lo stupore della storia che hanno avuto. Stupore della loro storia» (cfr. L. Giussani, Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, Milano 1983).
La bellezza della gratuità
Il frutto di questa povertà vissuta, il frutto misterioso di questa mendicanza è il più inaspettato: si chiama “pace”. Vi lascio la pace, vi do la mia pace (Gv 14,27).
La pace è il sentimento di colui cui nulla manca. Il Signore risponde al grido del povero con il dono della pace, che è come la sintesi di tutti i doni dello Spirito del Risorto (cfr. Gv 20,22). Ma c’è di più. Questo dono tende a traboccare, genera nel cuore un desiderio nuovo, sconosciuto prima: il desiderio di donarsi, di dare la vita, senza più paura né calcoli, per la Gloria del Vero, per la Gloria di Cristo nel mondo. Si chiama gratuità.
Il frutto paradossale di questo disarmato arrendersi nelle mani del Signore, che porta alla pace, è il potere di rendere testimonianza a Cristo in modo analogamente disarmato, cioè senza paura del giudizio degli uomini, senza paura delle conseguenze. Il frutto della fede è una pace che diventa gratuità, cioè prontezza a darsi con coraggio senza fare troppi calcoli. È questa la bellezza disarmata che vince il mondo, così come Giuditta vince l’intero esercito assiro con la sola forza della sua bellezza, del suo aspetto che non era in realtà che un simbolo. La vera bellezza di Giuditta sta nella gratuità coraggiosa con cui è pronta a dare la vita per la salvezza del suo popolo. Ecco la bellezza che, fuor di metafora, seduce e vince il mondo: la bellezza dell’amore che va fino alla fine, la bellezza di Cristo: «Tutti gli scrittori che hanno tentato di ritrarla, hanno sempre rinunciato… C’è solo una figura di una bellezza positiva al mondo: Cristo, cosicché il fenomeno di quella figura infinitamente bella è già in sé un miracolo infinito. Tutto il vangelo di san Giovanni è un’affermazione di quell’effetto; “egli vede tutto il miracolo solo nell’Incarnazione, nella manifestazione della bellezza» [Fedor Michailovic Dostoevskij, lettera a Sofia Ivanovna, 1868].
Torniamo così alla domanda di cui sopra: cos’è la bellezza? Pulchrum splendor veritatis: la bellezza è lo splendore del vero. La bellezza è la verità dell’Essere nel suo risplendere, nel suo rendersi visibile. Cristo è – come Dostoevskij ha scritto così bene – bellezza suprema proprio perché Egli rende visibile, nella sua carne, la Verità suprema, la verità di Dio: e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Figlio unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).
Come Gesù rende visibile e udibile la Verità di Dio? Già in tutto il suo ministero, mediante la Sua parola, i suoi gesti, il suo sguardo, Gesù lascia intravedere il Padre: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto, me ha visto il Padre (Gv 14,9). Tuttavia, per quanto strano possa sembrare, è sulla croce che Egli trasforma la sua carne nella perfetta immagine, di quel Mistero che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18): il mistero del Padre.
Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9).
Nel fare della sua carne un purissimo dono d’amore, Gesù rende visibile, in modo analogico eppur reale, il mistero di quell’eterno atto d’Amore con cui il Padre tutto si dona al Figlio: Dio, nessuno lo ha mai visto: / il Figlio unigenito, che è Dio / ed è nel seno del Padre, / è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18). E il Verbo si fece carne / e venne ad abitare in mezzo a noi; / e noi abbiamo contemplato la sua gloria, / gloria come del Figlio unigenito / che viene dal Padre (Gv 1,14).
La gloria di Gesù (gloria e bellezza sono la stessa cosa nel vangelo di Giovanni, perché la gloria non è che il visibile irradiarsi nel mondo dell’Essere di Dio) è gloria di Figlio unigenito dal Padre che è Dio, ed è nel seno del Padre. E ciò significa: è Gloria dell’Unico, che ha il potere di darsi completamente, fino all’ultima goccia di sangue, senza paura, perché è l’assolutamente Figlio, l’unico che conosce l’Amore Infinito del Padre e di esso vive.
Il mistero della luna
La bellezza disarmata della Chiesa è, in realtà, specchio della bellezza disarmata di Cristo stesso, ha la stessa struttura: povertà e gratuità, totale dipendenza che diventa ricchezza, che tracima in gratuità, in potere di darsi in libertà, fino alla testimonianza del sangue.
I Padri della Chiesa amavano paragonare la bellezza della Chiesa a quella della luna. La luna riceve il suo splendore dalla luce del sole. Non è il sole, ma ne riflette la luce in un mondo ancora immerso nel buio.
Così la Chiesa non è Cristo. Guai a dimenticarsi di questo! Ne riflette però lo splendore nella misura in cui volge lo sguardo verso di Lui, guarda Lui, cerca Lui.
E come Cristo rende visibile attraverso la sua carne, l’amore che lo ha generato, la gloria del Padre, così la Chiesa rende visibile Cristo, la gloria del suo amore, attraverso la carne dei suoi membri: Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi (cfr. Gv 13,34). È come un sistema di vasi comunicanti: Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9). Amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi (Gv 13,34

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L’ARMONIA È L’ALTRO VOLTO DEL BENE – DI GIANFRANCO RAVASI

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L’ARMONIA È L’ALTRO VOLTO DEL BENE – DI GIANFRANCO RAVASI

« La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice ». Questa deliziosa annotazione dei Saggi di Francesco Bacone è una salutare sferzata sia a un’arte che si raggomitola su se stessa seguendo canoni stilistici sempre più indecifrabili, sia a una critica che adotta un esoterismo oracolare tale da impedire, piuttosto che facilitare, l’accesso al senso profondo dell’opera d’arte. Alle soglie dell’incontro tra Benedetto XVI e gli artisti, che si svolgerà il 21 novembre prossimo in quella vera « ricca gemma » che è la Cappella Sistina, non vogliamo ora riproporre il tema centrale di quell’evento, ossia il rinnovato dialogo tra fede e arte, ritessendo un’alleanza che in quest’ultimo secolo si è infranta, nonostante il vigoroso appello che 45 anni fa, nel 1964, Paolo VI aveva rivolto agli artisti di allora nella stessa straordinaria cornice spaziale.
È nostra intenzione, invece, suggerire una modesta e semplificata analisi su quel « grande codice » della nostra arte che è pur sempre la Bibbia, l’atlante iconografico sfogliato per secoli e ora relegato sullo scaffale polveroso dell’oblio negli atelier degli artisti. Non punteremo però su un’analisi dell’influsso esercitato dalle Scritture Sacre sull’esercizio artistico espresso in un immenso catalogo di opere, quanto piuttosto su un argomento molto delicato e anch’esso accantonato ai nostri giorni, quello della bellezza. Le stesse cattedre o i saggi di estetica cercano di star lontani dall’interrogarsi su questo soggetto così fluido e inafferrabile, anche perché ogni definizione o verifica risulterebbe simile a uno stampo freddo che congela l’incandescenza della bellezza. Aveva ragione Ezra Pound quando nel suo Artista serio osservava che « non ci si mette a discutere su un vento d’aprile: semplicemente gli si va incontro e si è rianimati. Lo stesso accade quando ci si imbatte in un pensiero di Platone che vola veloce o in un affascinante profilo di un volto o di una statua ».
Consapevoli di questo limite, ci accontenteremo di vedere come la Bibbia riesce a dire a suo modo qualcosa sul bello, ovviamente lasciando tra parentesi il bello che tanti autori sacri hanno manifestato attraverso le loro opere « ispirate » (un nome per tutti, Giobbe). « In confronto col pensiero greco colpisce anzitutto la scarsa importanza che il concetto del bello ha nell’Antico Testamento. Complessivamente questo problema non riscuote l’interesse del pensiero biblico ». Così scriveva Walter Grundmann nella voce kalòs, « bello », di uno dei monumenti dell’esegesi tedesca, il Grande Lessico del Nuovo Testamento. A lui faceva eco Joachim Wanke quando, in un altro strumento importante come il Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, osservava che « in entrambi i Testamenti il bello nel senso della concezione platonica ed ellenistica non è preso in considerazione ». Anzi, lo stesso autore – evocando indirettamente le parole paoline sulla croce « scandalo » e « stoltezza » per la cultura ambiente nella quale il cristianesimo è sbocciato e fiorito – notava che « la croce è certo la più radicale dissoluzione del concetto classico di perfezione e bellezza ».
Ora, è indubbio che il mondo greco-latino – sia pure in forme molto variegate – ha dedicato al tema del bello riflessioni di straordinaria intensità e fascino, anche se in senso stretto la filosofia estetica è una branca del sapere piuttosto recente, essendo stata codificata – almeno a livello terminologico – solo nel Settecento col pensatore tedesco Alexander Baumgarten. È evidente, però, che la grande metafisica greca e la sua gnoseologia avevano già offerto le basi per esaltare il nesso tra essere, vita e bellezza, così da poter affermare col filosofo Plotino che il bello è « la fioritura dell’essere », la sua perfezione. Inoltre la contemplazione pura e libera dell’armonia delle forme costituiva una componente dell’arte e della letteratura di quella civiltà.
Tutto questo – bisogna riconoscerlo – non appassiona gli autori sacri dai quali è assente l’atteggiamento « romantico » di chi si sofferma abbacinato e affascinato davanti alle meraviglie cosmiche o allo splendore delle forme (anche se qualche eccezione, come vedremo, è possibile). Si ha, infatti, una concezione molto più funzionale del bello, al punto tale che si verifica già a livello lessicale un fenomeno molto significativo. Il principale termine estetico ebraico è tôb: esso ricorre 741 volte e ha significati molto fluidi che vanno dal « buono » al « bello », all’ »utile » e al « vero », al punto tale che la stessa antica traduzione greca della Bibbia detta « dei Settanta » è ricorsa ad almeno tre aggettivi greci diversi per rendere questo vocabolo (agathòs, « buono », kalòs, « bello » e chrestòs, « utile »).
Similmente nel greco neotestamentario il termine kalòs, che ricorre 100 volte, è normalmente sinonimo dell’altra parola greca, agathòs, « buono », tranne in un unico caso, quando Luca (21, 5) ricorda che, davanti al tempio erodiano di Gerusalemme, « alcuni parlavano delle sue belle pietre (lìthoi kaloì) ». Il vocabolo è destinato, invece, sempre a delineare le qualità morali di un atto o di una persona o di una realtà, oppure la sua capacità operativa. Così, tanto per fare qualche esempio, si parla di « opere buone », di « buona condotta », di « buona coscienza », usando sempre l’aggettivo kalòs. Cristo, come è noto, si autodefinisce nel Vangelo di Giovanni (10, 11.14) come « pastore kalòs », ma il significato primario – come si ha nelle versioni – è quello di « buon pastore », e così accade in altri usi di quell’aggettivo (« buon diacono, buon soldato, buoni amministratori, buon maestro »).
San Paolo usa il verbo kalopoièin per dire « fare il bene » (2 Tessalonicesi, 3, 13) ed è suggestiva l’esclamazione della folla che, di fronte ai miracoli di Gesù, esclama: « Ha fatto kalôs ogni cosa! » (Marco, 7, 37), laddove è evidente che quel « bello » è in realtà un « bene ». Potremmo andare avanti a lungo in queste esemplificazioni per scoprire sempre che il « bello » neotestamentario – anche su influsso dell’Antico Testamento e dell’ebraico – altro non è che il « buono », il « bene », la bravura, la legittimità o anche l’utilità come « il buon frutto, seme, perla, pesce, albero », sempre espressi con l’aggettivo kalòs. Detto questo, bisogna, però, fare un ulteriore passo. Non è che gli autori sacri ignorino la bellezza in quanto tale, tant’è vero che esiste un altro termine ebraico, jafeh, che significa « stupendo, incantevole, bello » in senso stretto, come na’weh è « affascinante ». Solo che raramente la finalità di questa ammirazione è meramente estetica.
Così, quando il salmista « contempla il Tuo (di Dio) cielo, opera delle Tue dita, la Luna e gli astri che tu hai fissato », apparentemente abbandonandosi alla scoperta della bellezza imponente degli spazi siderali, la domanda che si pone rivela la vera finalità di quella contemplazione che è, invece, di taglio teologico-esistenziale: « Che cos’è mai l’uomo perché te ne ricordi, l’essere umano perché te ne curi? » (Salmo, 8, 4-5). Anche il profeta Geremia – che pure è considerato da alcuni come il poeta biblico più attento alla bellezza della natura e ai suoi ritmi – quando, ad esempio, si sofferma ad ammirare « un ulivo verde e maestoso » o « un tamerisco nella steppa, in luoghi aridi e desertici e in una terra di salsedine » (11, 16; 17, 6), lo fa con un atteggiamento « morale » e non estetico, pronto com’è a cavarne subito una lezione etica per Israele.
Similmente la straordinaria e potente evocazione presente nelle 16 interrogazioni rivolte da Dio a Giobbe nel primo dei due discorsi divini finali di quel libro non ha lo scopo di dipingere un meraviglioso arazzo di scene cosmiche e animali quasi « a colori » – come sembrerebbe al lettore immediato – bensì di rivelare all’uomo l’esistenza di una ‘esah, di un « progetto » trascendente insito al creato e di affermarne la legittimità, la coerenza, nonostante l’apparente incomprensibilità per la razionalità umana. Anche un libro che nasce in piena atmosfera greca come quello della Sapienza (siamo verso la fine del I secolo prima dell’era cristiana) non ha dubbi sul fatto che « belle sono le realtà che si contemplano » (13, 7) ma l’autore premette subito questa limpida considerazione: « Dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si contempla il loro artefice » (13, 5). È quella che la filosofia definirà appunto come « l’analogia » per risalire dal creato al Creatore attraverso un percorso di conoscenza « naturale ».
Era ciò che appariva simbolicamente in una pagina poetica mirabile, il Salmo 19. Lo sfolgorare del sole, comparato a uno sposo che esce all’alba dalla stanza nuziale o a un eroe atletico che si scatena nella corsa lungo la sua orbita è in realtà epifania di una parola divina cosmica: « I cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento annunzia l’opera delle sue mani. Il giorno al giorno affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette la conoscenza » (19, 2-3). La colossale coreografia cosmica che il Salmo 148 suppone non è tanto una sfilata di 22 (o 23) creature, tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, da ammirare con stupore; è, invece, un coro di alleluia che si leva al Creatore all’interno di una sorta di cattedrale cosmica. Lo stesso si deve ripetere per altri testi salmici, a prima vista simili a « uno schizzo del mondo, dipinto in pochi tratti », come definiva il Salmo 104 il padre della moderna climatologia e oceanografia, Alexander von Humboldt (1769-1859): in realtà, anche in quel caso il poeta biblico vuole esaltare l’opera del Creatore che « manda il suo spirito » per dar origine alla vita e « rinnovare la Terra ».
In questa stessa linea dobbiamo collocare anche quella straordinaria capacità narrativa svelata dalle 35 parabole di Gesù (72, se si allarga l’elenco anche alle immagini o alle metafore sviluppate). Sappiamo, infatti, che Cristo è un oratore affascinante. Egli parte dal mondo dei suoi uditori fatto di terreni aridi, di semi e seminatori, di erbacce e di messi, di vigne e di fichi, di pecore e di pastori, di cagnolini, di uccelli, di gigli, di cardi, di senapa, di pesci, di scorpioni, serpi, avvoltoi, tarli, di venti, di scirocco e tramontane, di lampi balenanti e piogge o arsure. Ci sono nei suoi discorsi bambini che giocano sulle piazze, cene nuziali, costruttori di case e di torri, braccianti e fittavoli, prostitute e amministratori corrotti, portieri e servi in attesa, casalinghe e figli difficili, debitori e creditori, ricchi egoisti e poveri ridotti alla fame, magistrati inerti e vedove indifese ma coraggiose, ci sono monete piccole e grandi, ci sono tesori nascosti e mense con cibi puri e impuri secondo le regole kasher dell’ebraismo e altro ancora.
Tuttavia, noi sappiamo che Cristo non si ferma davanti ai voli degli uccelli o alla fragranza delicata e sontuosa dei gigli del campo per comporre una lirica, bensì per condurre chi li sta contemplando verso altre mete. Non per nulla le parabole iniziano spesso così: « Il Regno dei cieli è simile a ». L’estetica è, quindi, funzionale all’annunzio, bellezza e verità s’intrecciano, l’armonia è un altro volto del bene. In questo senso si ammonisce l’annunciatore a dire Dio in modo bello (quanto questo monito è stato disatteso nella storia della predicazione e lo è ancor oggi, ad esempio, nell’arte sacra!). Non per nulla già il salmista esortava i fedeli così: « Cantate a Dio con arte! » (Salmi, 47, 8). E la « gloria » divina è sempre raffigurata nella Bibbia come immersa nello splendore della luce e nella pienezza della perfezione.
Dobbiamo, però, riconoscere che si assiste anche a un processo in cui la bellezza acquista un suo spazio rilevante, sia pure sempre nella cornice di quella finalità teologica a cui l’autore biblico tende. È significativo il caso della creazione descritta nel capitolo 1 della Genesi. Là, infatti, al termine dei singoli atti creativi di Dio è apposta una « formula di approvazione », ribadita sette volte (1, 4.10.12.18.21.25.31), che suona così: « Dio vide che era tôb ». Sappiamo già che questo termine significa sia « buono » sia « bello ». È evidente che qui l’aspetto estetico, a nostro avviso, ha un certo primato. La « visione » stessa, la soddisfazione per l’opera compiuta, l’immagine del Creatore-artista inducono a rendere quella frase così: « Dio vide che era bello », oppure: « Dio vide: era bello! ». Certo, non si esclude la positività dell’essere creato, ma è indubbio che la qualità estetica – come annotava un esegeta, Claus Westermann – « non è qualcosa di aggiunto alla creazione, ma appartiene al suo stesso statuto e alla sua struttura ».
Dopo tutto, anche la Bibbia riconosce che « belle » erano Rebecca, Sara, Betsabea, la regina persiana Vasti, Ester, Giuditta, come lo erano anche il piccolo Mosè, Davide, il suo figlio Adonia, i giovani ebrei di Babilonia. È su questa scia che dobbiamo porre quel gioiello poetico che è il Cantico dei cantici nel quale l’accento sulla dimensione estetica della natura e della persona umana è marcato, sia pure senza mai dimenticare la finalità dell’esaltazione dell’amore, la realtà superiore e trascendente celebrata da quei versi mirabili. Al centro, infatti, si ha un « giardino chiuso », anzi, un « paradiso » (pardes) vegetale (4, 13), che spesso si trasforma in vigne lussureggianti con viti in fiore; si ha un vero e proprio « erbario » dominato dal giglio rosso palestinese (o forse l’anemone), accompagnato dal narciso, mentre folto è il bosco dell’amore con cedri, ginepri, meli, melograni, palme, alberi odorosi, fichi, mandragore, rovi, alberi selvatici, noci e così via. Monti, colline, rupi, valli, deserti, campi, sorgenti, fiumi, acque, laghi, fiamme, scintille si stendono davanti al lettore. Su questa terra, avvolta in una dolce primavera (2, 8-17), vola la colomba, l’uccello-simbolo per eccellenza, emblema di amore, tenerezza, bellezza e fedeltà, corrono gazzelle e cerbiatti, altrettanto rilevanti a livello simbolico, appaiono i greggi, i cavalli, i leoni, i leopardi, le volpi, i corvi, mentre latte e miele rimandano a vacche e api.
Ma è soprattutto il corpo umano, femminile e maschile, dipinto in tavole colme di eros (4, 1-5; 5, 10-16; 6, 4; 7, 10), a costituire il vertice della bellezza creata, come è attestato dall’esclamazione stupita e reiterata: « Quanto sei affascinante (jafah), compagna mia, quanto sei affascinante! (…) Quanto sei affascinante, mio amato, quanto sei incantevole (na’îm) » (1, 15-16). « Tutta affascinante (jafah) sei, compagna mia, difetto non c’è in te! » (4, 7). La stessa natura è descritta nella sua bellezza attraverso una sorta di transfert: il paesaggio, infatti, si trasforma in uno specchio dell’anima e delle sue sensazioni di felicità, di armonia, di pienezza. Tuttavia, come già si affermava, la dimensione somatica non è mai meramente estetica, ma è il punto di partenza e d’arrivo di un reticolo di relazioni interpersonali, di sensazioni interiori, di esperienze psicologiche e spirituali. Sta di fatto, però, che questa meta trascendente è raggiunta attraverso un’intensa e creativa contemplazione estetica ed estatica della corporeità che, nel mondo biblico, non è mai solo fisicità ma unità psico-fisica della persona.
L’esaltazione della bellezza nelle sue epifanie cosmiche ha, però, una sua espressione particolare in una pagina biblica tarda, all’interno di un inno collocato nella sezione finale dell’opera del Siracide, un sapiente del II secolo prima dell’era cristiana. L’inno inizia in 42, 15 e si conclude in 43, 33. La prospettiva, da noi sempre sottolineata, dell’intreccio tra estetica e teologia permane, ma è evidente il fiorire limpido della contemplazione lirica della bellezza del creato. L’aspetto teologico è esplicito in apertura e chiusura del canto allorché Dio si leva sull’universo con l’efficacia della sua parola, lo splendore della sua gloria, la sua trascendenza e onniscienza. Per la Bibbia la natura è sempre « creato », è un « cosmo » ordinato che risponde a un progetto e a un disegno capace di riflettere il suo autore: « Come il Sole che sorge illumina tutto il creato, così della gloria del Signore è piena la sua opera » (42, 16). Per questo, di fronte all’architettura cosmica, l’uomo non può che esclamare: « Egli è tutto! » (43, 27).
Il Siracide, però, rivela in modo più esplicito rispetto alla precedente tradizione un atteggiamento lirico. Egli s’affaccia con stupore sulle meraviglie dell’universo e le fa sfilare davanti ai suoi occhi abbacinati da tanta bellezza. È questo il contenuto della parte centrale, vero cuore poetico dell’inno. Questa sequenza, che è quasi pittorica o filmica, parte dal firmamento limpido e luminoso, nel quale irrompe innanzitutto il Sole a cui è riservato un bozzetto che marca l’incandescenza del suo irraggiarsi (43, 1-5). Subentra naturalmente il quadretto dedicato alla Luna, celebrata soprattutto nella sua funzione « cronologica », essendo la matrice del calendario lunare liturgico e civile (43, 6-8). A essa si associano le stelle, concepite come sentinelle che vegliano nella notte (43, 9-10). Ecco, subito dopo, irrompere maestoso l’arcobaleno, tracciato nel cielo dalla stessa mano divina (43, 11-12). La serie successiva, pur connettendosi alla volta celeste, ha una sua autonomia: entra, infatti, in scena la meteorologia col suo apparato di fulmini, dotati di « raggi giustizieri », delle nubi che « volano come uccelli da preda », dei chicchi di grandine simili a polvere, del tuono che fa sobbalzare la terra, dei venti impetuosi (43, 13-17).
Sempre lungo il filo dei fenomeni meteorologici, una sorta di deliziosa miniatura è dedicata alla neve la cui caduta lieve è comparata al volo degli uccelli e degli stormi di cavallette: « il suo candore abbaglia gli occhi e, al vederla fioccare, il cuore rimane estasiato » (43, 18). A essa è associata la brina, simile a grani di sale che rendono brillanti come cristalli i rami su cui essi si posano (43, 19). Queste immagini invernali trascinano con sé l’evocazione della gelida tramontana che fa ghiacciare le superfici delle acque, rivestendole quasi di una corazza (43, 20). Paradossalmente la scena del gelo ha effetti analoghi a quelli estivi perché anch’esso brucia la vegetazione come accade quando domina l’arsura (43, 21): in tal modo il poeta riesce a trasferire il lettore nell’estate infuocata, ove è attesa la rugiada che feconda la terra riarsa (43, 22). L’ultima sequenza di immagini ci sposta sul mare ove sono « piantate » come oasi o fiori le isole. Del suo mistero fatto di abissi, di tempeste imponenti, di mostri e terrori, ben noti alla cosmologia biblica, restano le testimonianze dei naviganti che possono solo affidarsi alla parola divina che salva (43, 23-26).
L’esclamazione iniziale dell’inno, scandita da un interrogativo retorico, è l’ideale espressione di un’ammirazione lirica che scopre il fulgore della bellezza: « Ogni opera supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore? » (42, 25). La dimensione estetica è, quindi, riconosciuta, anche se – lo ripetiamo ancora una volta – essa non è mai del tutto fine a se stessa ma diventa sempre, più o meno esplicitamente, una via pulchritudinis, un percorso bello e glorioso per approdare al Creatore, al suo progetto e alla sua opera. E la stessa bellezza letteraria di molte pagine bibliche ha come meta ultima la proclamazione dell’infinita bellezza e verità della Parola divina.

Publié dans:meditazioni |on 2 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

13 CONSIGLI DEI PRIMI CRISTIANI PER VIVERE CON GIOIA

https://it.aleteia.org/2014/12/16/13-consigli-dei-primi-cristiani-per-vivere-con-gioia/

13 CONSIGLI DEI PRIMI CRISTIANI PER VIVERE CON GIOIA

Se teniamo lo sguardo fisso sulle cose dell’eternità, i contrattempi non ci abbatteranno e la prosperità non ci riempirà di superbia
La vita dei primi cristiani è piena di un’allegria traboccante, perché sanno che stanno facendo in ogni momento della loro giornata ciò che il Signore vuole da loro. La loro gioia non dipende dallo stato d’animo, né dalla salute o da qualsiasi altra causa umana, ma dalla vicinanza di Dio, che è il motivo della loro felicità profonda e senza paragoni.
La loro allegria è capace di sussistere in mezzo a tutte le prove, anche nei momenti più duri e oscuri, come la persecuzione e il martirio. La loro gioia è inoltre contagiosa: trasmetterla è il tesoro più prezioso che possono offrire a quanti li circondano. Molte persone hanno trovato e trovano Dio vedendo l’allegria dei cristiani.

“Ogni persona allegra agisce bene, pensa bene e calpesta la tristezza. La persona triste invece agisce sempre male”
(Erma, “Il Pastore”, II secolo)

Nel suo libro “Il Pastore”, Erma – fratello di papa Pio I –, a metà del II secolo, offre ai cristiani una serie di raccomandazioni sull’importanza di evitare la tristezza e di essere allegri.

1. Lungi da te la tristezza e non angustiare lo Spirito Santo che abita in te, perché non si rivolga a Dio contro di te e si allontani da te. 6. Lo Spirito di Dio dato a questa carne non tollera né tristezza né angustia (Erma, Il Pastore, Comandamenti, 10, 2-4)

2. Rivestiti, dunque, di gioia che è sempre gradita a Dio e gli è accetta. In essa si diletta. Ogni uomo allegro opera bene, pensa bene e disprezza la mestizia.

Invece l’uomo triste si comporta sempre male. Prima agisce male perché contrista lo Spirito Santo che fu dato gioioso all’uomo, poi, contristando lo Spirito Santo, compie l’ingiustizia di non supplicare Dio e di non confessarsi a Lui. La preghiera dell’uomo triste non ha mai la forza di salire all’altare del Signore (Erma, Il Pastore, Comandamenti, 10, 2-4)

3. I santi, mentre vivevano in questo mondo, erano sempre allegri, come se stessero sempre celebrando la Pasqua (Sant’Atanasio, Lettera, 14, 1-2)

4. Sarai sempre allegro e contento, se in tutti i momenti rivolgi a Dio la tua vita, e se la speranza del premio addolcisce e allevia le pene di questo mondo (San Basilio Magno, Omelia sulla gioia, 25)

5. “Chi pratica la misericordia – dice l’Apostolo – lo faccia con gioia”: questa prontezza e questa diligenza raddoppieranno il premio della tua elargizione. Perché ciò che si offre malvolentieri e per forza non risulta in alcun modo gradevole o bello (San Gregorio Nazianzeno, Dissertazione sull’amore per i poveri, 14)

6. Come avete sentito nella precedente lettura nella quale l’Apostolo diceva: “Rallegratevi nel Signore sempre” (Fil 4, 4), la carità di Dio, o fratelli carissimi, ci chiama, per la salvezza delle nostre anime, alle gioie della beatitudine eterna. Le gioie del mondo vanno verso la tristezza senza fine. Invece le gioie rispondenti alla volontà del Signore portano alle gioie durature ed intramontabili coloro che le coltivano assiduamente. Perciò l’Apostolo dice: “Ve lo ripeto ancora: rallegratevi” (Fil 4, 4).

Egli esorta ad accrescere sempre più la nostra gioia in Dio mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, perché quanto più avremo lottato in questo mondo per obbedire ai precetti del Signore, tanto più saremo beati nella vita futura, e tanto maggior gloria ci guadagneremo agli occhi di Dio (Sant’Ambrogio, Trattato sulla Lettera ai Filippesi, 1)

7. I seguaci di Cristo vivono contenti e allegri e si gloriano della loro povertà più che i re del loro diadema (San Giovanni Crisostomo, Omelia su San Matteo, 38)

8. Sulla terra perfino l’allegria finisce in tristezza, ma per chi vive secondo Cristo anche le pene si trasformano in gioia (San Giovanni Crisostomo, Omelia su San Matteo, 18)

9. Se teniamo lo sguardo fisso sulle cose dell’eternità e siamo persuasi che tutto ciò che è di questo mondo passa e termina, vivremo sempre contenti e resteremo saldi nel nostro entusiasmo fino alla fine. Il contrattempo non ci abbatterà né la prosperità ci riempirà di superbia, perché considereremo entrambe le cose come caduche e transitorie (Cassiano, Istituzioni, 9)

10. La gioia nel Signore sia sempre crescente, la gioia nel mondo sia sempre più debole fino a spegnersi. Queste cose non si dicono perché quando siamo in questo mondo non dobbiamo avere delle gioie, ma perché, pur situati in questo mondo, dobbiamo già godere nel Signore (Sant’Agostino, Discorso 171, 1)

11. Allora grande e perfetta sarà la gioia, allora pienezza di gaudio, dove non ci allatta più la speranza ma ci nutre il possesso. E tuttavia anche fin d’ora,prima che arrivi per noi il possesso, prima che noi arriviamo al possesso, godiamo nel Signore. Perché non è piccola la gioia che ci viene dalla speranza, a cui poi seguirà il possesso (Sant’Agostino, Discorso 21, 1)

12. Perché non c’è nulla di più infelice della felicità di coloro che peccano
(Sant’Agostino, La vita felice, 10)

13. Questo erano i primi cristiani, e questo dobbiamo essere noi cristiani di oggi: seminatori di pace e di gioia, della pace e della gioia che ci ha portato Gesù (San Josemaría Escrivá, Es Cristo que pasa, 30)

Tratto dal libro Orar con los primeros cristianos, di Gabriel Larrauri (Ed. Planeta)

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Publié dans:meditazioni |on 4 septembre, 2017 |Pas de commentaires »
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