Archive pour le 13 octobre, 2009

buona notte

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Sant’Isacco Siriano: « Guai a voi dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091014

Mercoledì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario : Lc 11,42-46
Meditazione del giorno
Sant’Isacco Siriano (VII secolo), monaco nella regione di Ninive (nell’Iraq attuale)
Sentenze 117,118

« Guai a voi dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili »

      Non disprezzare il peccatore, poiché tutti siamo colpevoli. Se, per amore di Dio, ti alzi contro di lui, piangi piuttosto su di lui. Perché lo disprezzi ? Disprezza piuttosto i suoi peccati e prega per lui, per essere simile a Cristo, che non si è irritato contro i peccatori, bensì ha pregato per loro (Lc 22,32) … Perché, o uomo, disprezzare il peccatore ? Sarà forse perché non è stato giusto con te ? Ma dov’è la tua giustizia, se non hai l’amore ?

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Gesù e Giovanni Battista bambini

Gesù e Giovanni Battista bambini dans immagini sacre

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La Madre nascosta

dal sito:

http://www.opusmariae.it/cantoni_madrenascosta.htm

Articoli  

La Madre nascosta

don Pietro Cantoni

Il Trattato della vera devozione di san Luigi Maria Grignion di Montfort parla…

fin da subito, di Maria « Madre nascosta ». « Maria visse una vita molto nascosta: – per il suo nascondimento lo Spirito Santo e la Chiesa la chiamano: Alma Mater, – Madre nascosta e segreta. A causa della sua profondissima umiltà, sulla terra, la sua attrattiva più grande e più continua fu quella di nascondersi ai propri occhi e a quelli di tutte le creature per essere conosciuta soltanto da Dio » (n. 2). La traduzione di « alma » con « nascosta » deriva da san Gerolamo che traduce così il termine ebraico « alma’ » in Is 7,14. Il profeta Isaia annuncia che « la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele ». Anziché « betulah », il termine che in ebraico indica la verginità in senso fisiologico, usa un altro termine (« alma’ ») che – secondo san Gerolamo – designa una ragazza che non si è mai scoperta davanti ad un uomo, indicando così una verginità dal significato più vasto e profondo.
Maria infatti è nascosta nella Scrittura. Nella Bibbia ella è presente dappertutto, ma nascosta. Anche in questo caso la Bibbia è insufficiente non oggettivamente (tutte le verità fondamentali della nostra fede vi sono contenute), ma soggettivamente. Il soggetto infatti non è in grado di ricavarvi con certezza tutte le verità salutari senza l’aiuto della Tradizione e della Chiesa in cui la Tradizione vive. « La chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola sacra scrittura » (Concilio ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Dei verbum, n. 9).
Tuttavia c’è.
Da questo punto di vista la Bibbia potrebbe essere paragonata ad un libro di esercizi (poniamo di matematica). Le soluzioni nel libro non ci sono (e non ci devono essere, proprio perché è un libro di esercizi) … esplicitamente. Ci sono però – e oggettivamente – in modo implicito. Se risolvo gli esercizi non sono io a mettervi le soluzioni, io le trovo soltanto. Le porto allo scoperto.
Ma perché la lettura della Bibbia è come un esercizio? Perché tutto non vi è in modo esplicito? Perché « non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente ». « Quando [qualcuno] scopre qualche cosa che fa meglio capire o sentire la storia – sia che ciò succeda per il ragionamento proprio o perché l’intelletto è illuminato dalla luce divina – prova ben più gusto e ottiene un frutto maggiore che se la cosa gli fosse raccontata e spiegata diffusamente da un altro » (Sant’Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 2). Certe cose si possono scoprire soltanto nell’umile sottomissione al giudizio della Chiesa (« colonna e sostegno della verità » 1 Tim 3,15) e nel raccoglimento della preghiera.
Anche Gesù c’è nell’Antico Testamento. C’è oggettivamente, ma implicitamente. Come si esprime il concilio Vaticano II, rifacendosi a sant’Agostino, « Dio … ispiratore e autore dei libri dell’uno e dell’altro testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto nell’antico e l’antico diventasse chiaro nel nuovo » (Cost. dogm. Dei verbum, n. 16). Ci vuole intelligenza spirituale per poterlo vedere. Per non meritare il rimprovero « anche voi siete senza intelligenza? ».
Implicito, nascosto, ma non senza segnali. Ci sono cioè le punte dell’iceberg che emergono dalla superficie delle acque. Sono le profezie messianiche dell’Antico Testamento per Gesù e i luoghi mariani in tutta la Scrittura (soprattutto il Nuovo Testamento) per Maria. Questi luoghi sono rappresentati soprattutto dai cinque passi dove si trova usato in un senso pregnante il termine « Donna ».
Innanzitutto il primo annuncio della salvezza operata da Dio a favore dell’uomo, il « protoevangelo »: « Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno » (Gn 3,15). Non può e non deve passare inosservato che il primo annuncio della « buona notizia », del Vangelo, fa accenno ad una misteriosa « Donna ».
Poi ancora un altro « inizio » raccontato dall’evangelista Giovanni, quelli dei « segni », cioè dei miracoli, di Gesù a Cana di Galilea. « Che ho da fare con te, o donna? » (Gv 2,4).
Poi al centro del mistero della salvezza. Sotto la croce: « Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! »" (Gv 19,26).
In una sintesi dell’economia della salvezza tracciata dall’apostolo Paolo nella lettera ai Galati: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna » (Gal 4,4).
Quindi alla fine della storia della salvezza. Una fine che è in corso: « Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle » (Ap 12,1). Come possiamo non riconoscere che in questi ultimi tempi le glorie di Maria si sono fatte sempre più evidenti? Pensiamo alle tante apparizioni mariane a partire dal secolo scorso e ai due dogmi mariani nel cuore dei due ultimi secoli (l’Immacolata Concezione nel 1854 e l’Assunzione nel 1950). Soprattutto la crescita impressionante di amore per Maria in tanti vasti settori del popolo di Dio. Pensiamo alla « casuale » scoperta del Trattato della vera devozione nel 1842 e alla sua straordinaria diffusione, che ha spinto il suo influsso fin nello stemma del papa attuale: « Totus tuus ».
Abbiamo accennato ai dogmi mariani. Per non uscire di metafora, li possiamo considerare come la chiave del nostro libro di esercizi. Cioè la soluzione, senza il percorso stesso della soluzione, che è piuttosto compito della teologia. Essi sono quattro:
1. La perpetua verginità di Maria. Verginità prima del parto, nel parto e dopo il parto. Questa verità si trova già espressa nel Simbolo Apostolico: « nacque da Maria Vergine » e fu poi solennemente precisata e definita dal concilio ecumenico Costantinopolitano II (553, DS 427) e dal papa Martino I nel sinodo lateranense del 649 (DS 503).
2. La divina maternità di Maria. Maria è stata proclamata « Theotokos », cioè « Madre di Dio » dal concilio ecumenico di Efeso (431, DS 251). È il fondamento e la chiave di tutti i privilegi mariani.
3. L’immacolata concezione di Maria, cioè la sua preservazione – per i meriti della redenzione operata da Gesù – dal peccato originale. Definita solennemente da Pio IX l’8 dicembre 1854.
4. L’assunzione in cielo di tutta la persona di Maria (anima e corpo). Definita solennemente da papa Pio XII il 1° novembre 1950.
Ora siamo in attesa del coronamento di quanto la Chiesa ha compreso, nei secoli, di Maria: il quinto dogma mariano che dovrebbe riguardare la maternità spirituale di Maria. Questa verità si compendia forse nel modo più perfetto nel titolo « Maria madre della Chiesa ». È una verità ormai chiaramente riconoscibile come facente parte del deposito della fede in virtù del magistero ordinario della Chiesa e quindi definibile. È contenuta nella Scrittura soprattutto nel passo già citato di Gv 19,26-27. Nel senso pieno e proprio di questo titolo sono inclusi anche i titoli mariani di « Corredentrice » e « Mediatrice ».
Nicodemo va da Gesù di notte. È il momento in cui i rabbini dispensano gli insegnamenti segreti. Nicodemo va dunque da Gesù per conoscere il nocciolo segreto del suo insegnamento. Ed ecco la risposta: « In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio » (Gv 3,3). Il testo greco ha « ánothen » « dall’alto », mentre la Volgata latina ha « denuo » « di nuovo ». I due testi, nella sostanza non si contraddicono: nascere per uno che è già nato vuol dire comunque nascere di nuovo. E non può essere lo stesso nascere, ma un nascere in altro modo. « Dall’alto » appunto. È forse possibile entrare di nuovo nel seno della madre? Chiede incredulo Nicodemo. Gesù risponde parlando di una nascita spirituale, ma non nega affatto il ruolo di una madre! La nascita è opera dello Spirito, ma una madre non è esclusa, anzi è richiesta dall’analogia della fede.
La vita eterna ci è portata dal figlio di Dio fatto uomo. È attraverso l’esistenza terrena di Gesù e la sua redenzione che la vita divina è offerta all’uomo: « Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio » (Gv 1,11-12). Questa vita divina è ad immagine di lui, primogenito di molti fratelli (cfr. Rm 8,29). Lui è nato da Spirito e non da carne (cioè non da padre umano). Tuttavia ha avuto una madre: « nato da donna » (Gal 4,4). Così deve essere allora anche per il cristiano. Deve rinascere ad immagine di Gesù. E se questa rinascita è spirituale, ma assolutamente reale, così anche per lui vi deve essere una maternità spirituale, ma assolutamente reale. Qual’è questa maternità Gesù non lo dice esplicitamente nel dialogo con Nicodemo, ma lo dirà con tutta chiarezza dall’alto della croce: « Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco la tua madre! ». E da quel momento il discepolo la prese fra le sue realtà più care » (Gv 19,26-27).
Pare allora che il senso più nascosto, più segreto, del ruolo di Maria nel mistero della redenzione sia questa sua maternità spirituale. La vita divina, la grazia – che è conformazione al Verbo incarnato – viene da Dio per suo tramite ad ogni credente. Si tratta di una nuova nascita, nascita mistica (cioè « misteriosa »), per cui la nascita delle membra è già in qualche modo contenuta in quella del Capo. È di questa nascita che Gesù parla a Nicodemo. Maria ha generato Gesù non solo in sé stesso, ma nella consapevolezza di concepire e dare alla luce il redentore della natura umana, il primogenito di una moltitudine di fratelli, il Capo di un mistico corpo che è la Chiesa. La generazione in Maria non è avvenuta come un fatto meramente biologico, ma come un evento soprattutto spirituale: « all’annunzio dell’angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo » (Cost. dogm. Lumen gentium, n. 53). Il concilio qui riecheggia una frase che ricorre nei Padri come un ritornello: Maria ha concepito « prima con il cuore e poi con il corpo ». « Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma … cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice s. Ireneo, ella « obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano »" (Ibidem). Dunque chi viene alla grazia viene alla vita ed è generato da Maria, che ben più di Eva merita il titolo di « madre dei viventi ». Questa generazione continua per così dire lungo tutta la vita terrena di grazia fino al parto della rivelazione della gloria dei figli di Dio… Anche il credente che non lo sa vive ciò nonostante di questa sublime maternità, vive come un bimbo nel seno di questa dolce madre, in attesa di raggiungere la pienezza della vita in Cristo. Ma è giusto e certamente meglio saperlo. Chi vive questo mistero di grazia con piena consapevolezza è pervenuto al « Segreto di Maria ».

Publié dans:Maria Vergine |on 13 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Origene (ca. 185-253), I cristiani osservano il cielo ma non lo adorano

dal sito:

http://www.disf.org/Documentazione/156.asp

Origene (ca. 185-253), I cristiani osservano il cielo ma non lo adorano

10. In effetti, è stato scritto nel Deuteronomio: «Quando avrai rivolto lo sguardo al cielo e avrai visto il sole, la luna e le stelle, tutto il mondo del cielo, non essere trascinato ad adorare e a servire quelli che il Signore Dio tuo ha distribuito a tutti i popoli che si trovano al di sotto di tutto il cielo. Ma noi, il Signore Dio ci prese e ci condusse fuori dal crogiolo di ferro, dall’Egitto, per essere popolo di sua eredità, come lo siamo in questo giorno» [Dt 4,19-20]. Quindi il popolo degli Ebrei, chiamati da Dio ad essere «stirpe scelta», «sacerdozio regale», «popolo santo», «popolo per il suo acquisto» [1Pt 2,9], riguardo al quale è stato predetto ad Abramo dalla voce del Signore: «Rivolgi lo sguardo al cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. E gli disse: ‘Così sarà 1a tua discendenza’» [Gen 15,5], il popolo che aveva la speranza di diventare come le stelle in cielo, non doveva adorare quelle cose alle quali doveva essere assimilato grazie alla comprensione e all’osservazione della legge di Dio. Infatti è stato detto loro: «Il Signore vostro Dio vi ha moltiplicati, ed ecco oggi voi siete per numero come le stelle del cielo» [Dt 1,10]. In Daniele vengono espresse queste profezie ai Giudei riguardo agli uomini nel tempo della resurrezione: «E in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque è scritto nel libro; e molti di coloro che dormono nella polvere della terra si sveglieranno, questi alla vita eterna e questi altri all’oltraggio e alla vergogna eterna. I saggi splenderanno come lo splendore del firmamento e i molti giusti sorgeranno come le stelle in eterno e anche oltre» [Dn 12,1-3]. E Paolo, traendo da questo passo, quando parla della resurrezione dice: «Vi sono corpi celesti e corpi terrestri; e altro è lo splendore dei celesti e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle; infatti, una stella differisce da una stella per splendore. Così è anche la resurrezione dei morti» [1Cor 15,40-42].

Pertanto non era ragionevole che quelli che erano stati istruiti ad innalzarsi nobilmente al di sopra di tutte le creature e a sperare per sé le cose più eccellenti da parte di Dio per la loro virtuosissima vita, che avevano ascoltato: «Voi siete la luce del mondo» e la vostra luce «splenda davanti agli uomini, perché essi vedano le vostre belle opere e celebrino il Padre vostro che è nei cieli» [Mt 5,14.16] e che si esercitavano a possedere la saggezza splendida e immarcescibile, o avevano ricevuto quella che è «riflesso della luce eterna»[Sap 6,12; 7,26], fossero tanto sbigottiti dalla luce sensibile del sole, della luna e degli astri, da credere, a causa della loro luce sensibile, di essere in qualche modo al di sotto di essi, pur essendo in possesso di tale luce intellegibile di conoscenza, «luce vera», «luce del mondo» «e luce degli uomini» [Gv 1,9; 8,12; 9,5; 1,4]. Se realmente bisognava adorarli, bisognava adorarli non a causa della loro luce sensibile, ammirata dalla massa, ma della loro luce intelligibile e veritiera, se davvero anche le stelle nel cielo sono esseri viventi razionali e virtuosi e sono stati illuminati con la luce della conoscenza dalla saggezza, che è «riflesso di luce eterna» [Sap 7,26]. Infatti, la loro luce sensibile è opera del Creatore dell’universo, mentre forse quella intelligibile è derivata dalla piena volontà che è giunta in loro.

11. Ma questa luce sensibile non deve essere adorata da chi vede e comprende la vera luce, da una partecipazione alla quale questi astri sono stati illuminati, e neppure da chi vede il Padre della luce veritiera, Dio, del quale è stato detto bene: «Dio è luce e in Lui non c’è nessuna tenebra» [1Gv 1,5]. E come quelli che adorano il sole, la luna e le stelle a causa della luce veritiera e celeste non potrebbero adorare una favilla di fuoco o una fiaccola sulla terra, poiché essi vedono l’incomparabile superiorità delle stelle, da loro considerate degne di adorazione, rispetto alla luce delle faville e delle fiaccole, così quelli che hanno inteso che «Dio è luce», che hanno compreso come il Figlio di Dio «è luce vera, che illumina ogni uomo che giunge nel mondo» [Gv 1,9] e che hanno compreso anche in che modo Egli dice: «Io sono la luce del mondo» [Gv 8,12] non potrebbero adorare con buona ragione quella che è come una piccola favilla nel sole, nella luna e nelle stelle, in confronto a Dio, luce della luce vera. E noi non facciamo tali affermazioni riguardo al sole, alla luna e alle stelle poiché disprezziamo siffatte creature di Dio, e neppure diciamo con Anassagora che il sole, la luna e le stelle sono «massa incandescente», ma perché percepiamo la divinità di Dio, la quale è superiore con ineffabile superiorità, e ancora quella del suo Figlio unigenito, che supera le altre cose. E noi siamo convinti che lo stesso sole, la luna e le stelle rivolgono preghiere al Dio al di sopra di tutte le cose attraverso il suo Figlio unigenito e pensiamo che non bisogna rivolgere preghiere a quelli che pregano, dal momento che anche loro stessi vogliono che ci rivolgiamo a Dio, al quale essi rivolgono preghiere, piuttosto che abbassarci verso di loro oppure dividere l’efficacia delle nostre preghiere tra Dio e loro.

12. […] Ma sia pure per usare le stesse parole di Celso, che il sole, la luna e le stelle profetizzino «piogge, calure, nuvole e tuoni». Ordunque, se essi annunciano eventi così importanti, non bisogna forse adorare ancor di più Dio, al quale essi rendono servigi mentre profetizzano, e non bisogna venerare Lui, piuttosto che i suoi profeti? E ammesso che essi profetizzino fulmini, frutti e tutto quanto si produce» e amministrino tutte le cose del genere, non per questo noi adoreremo questi esseri, che a loro volta adorano, come neppure Mosé quelli che, dopo di lui, hanno profetizzato, grazie a Dio, cose ben più importanti di piogge, calure, nuvole, tuoni, fulmini, frutti e tutti i prodotti sensibili della terra. Ma anche se il sole, la luna e le stelle potessero formulare profezie ben più importanti delle piogge, neppure in questo caso noi li adoreremo, ma adoreremo il Padre delle profezie presenti in loro e il Logos di Dio che è loro ministro. Ma ammesso che essi siano «suoi annunciatori», «messaggeri davvero celesti»: come allora non bisogna adorare anche in questo caso Dio, che è proclamato e annunciato da loro, piuttosto che questi suoi «annunciatori» e «messaggeri»?

13. Celso poi ricava da sé che noi «non consideriamo per niente il sole, la luna e le stelle». Riguardo ad essi noi riconosciamo che anche loro attendono «la rivelazione dei figli di Dio», sottoposti nel tempo presente «alla vanità» dei corpi materiali «a causa di colui che li ha sottomessi con la speranza» [Rm 8,19-20]. Ma se Celso avesse letto, tra le infinite altre cose che noi diciamo a proposito del sole, della luna e delle stelle, anche questo: «Astri e luce, lodatelo tutti», e: «Lodatelo, cieli dei cieli» [Sal 148,3-4], non avrebbe dichiarato che noi diciamo che non sono di nessun valore siffatti corpi, i quali lodano grandemente Dio. E Celso non conosce neppure questo passo: «Infatti, l’attesa della creazione attende la rivelazione dei figli di Dio, perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che l’ha sottoposta, nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per la libertà della gloria dei figli di Dio» [Rm 8,19-21]. Qui abbia fine la giustificazione riguardo al fatto che noi non adoriamo il sole, la luna e le stelle.

da Contro Celso, a cura di Pietro Ressa, Morcelliana, Brescia 2000, pp. 380-384.

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