Archive pour octobre, 2009

buona notte

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Catechismo della Chiesa Cattolica: Il significato del Sabato

dal sito:

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Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario : Lc 14,1-6
Meditazione del giorno
Catechismo della Chiesa Cattolica – (trad. © copyright Libreria Editrice Vaticana) 
345-349

Il significato del Sabato

      Il Sabato – fine dell’opera dei « sei giorni ». Il testo sacro dice che « Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto » e così « furono portati a compimento il cielo e la terra »; Dio « cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro », « benedisse il settimo giorno e lo consacrò » (Gen 2,1-3). Queste parole ispirate sono ricche di insegnamenti salutari.

      Nella creazione Dio ha posto un fondamento e delle leggi che restano stabili, sulle quali il credente potrà appoggiarsi con fiducia, e che saranno per lui il segno e il pegno della incrollabile fedeltà dell’Alleanza di Dio. Da parte sua, l’uomo dovrà rimaner fedele a questo fondamento e rispettare le leggi che il Creatore vi ha inscritte. La creazione è fatta in vista del Sabato e quindi del culto e dell’adorazione di Dio. Il culto è inscritto nell’ordine della creazione. « Nulla si anteponga all’Opera di Dio », dice la Regola di san Benedetto, indicando in tal modo il giusto ordine delle preoccupazioni umane. Il Sabato è al cuore della Legge di Israele. Osservare i comandamenti equivale a corrispondere alla sapienza e alla volontà di Dio espresse nell’opera della creazione.

      L’ottavo giorno. Per noi, però, è sorto un giorno nuovo: quello della Risurrezione di Cristo. Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. L’ottavo giorno dà inizio alla nuova creazione. Così, l’opera della creazione culmina nell’opera più grande della Redenzione. La prima creazione trova il suo senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima.

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NEOMARTIRI DELLA CHIESA SERBA

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Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

PREGHIERA CONTRO I PENSIERI MALIGNI

dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/testilit/contropensiermalign.htm

PREGHIERA CONTRO I PENSIERI MALIGNI

Per le preghiere dei nostri Santi Padri, Signore Gesù Cristo Dio nostro, abbi pietà di noi! Amìn.

Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale: Abbi pietà di noi!

Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale: Abbi pietà di noi!

Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale: Abbi pietà di noi!

Gloria al Padre e al Figlio e al Santo Spirito, e ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn!

Santissima Trinità, abbi pietà di noi. Signore, perdona i nostri peccati. Sovrano, rimetti le nostre iniquità. Santo, visita e guarisci le nostre infermità, a causa del tuo Nome.

Signore, pietà! Signore, pietà! Signore, pietà!
Gloria al Padre e al Figlio e al Santo Spirito, e ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn!

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il Tuo regno, avvenga la Tua volontà, come in cielo così sulla terra. Dacci oggi il nostro pane sostanziale e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non indurci in tentazione ma liberaci dal Maligno.
Poiché tuo è il Regno e la Potenza e la Gloria, del Padre, del Figlio e del Santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Amìn.

TROPARI

Tono pl. I

Terribile è il tuo trono, empia è la mia vita, chi mi libererà dalla necessità? Se non avrai di me compassione, Cristo Dio, quale compassionevole e amico dell’uomo.

Gloria al Padre e al Figlio e al Santo Spirito,

Il pensiero della vita mi ha gettato fuori dal paradiso, e che farò io disperato? Per questo busso alla porta e grido: Signore, Signore, aprimi per il pentimento e salvami.

E ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn!

Come ti chiameremo, o Madre di Dio, Tempio? Porto Spirituale? Paradiso di sovraceleste dolcezza? Colei che ospita la vita che non ha fine? Tutti i beni, infatti, possiedi, prega in ogni tempo il Cristo di salvare le anime nostre.

Kyrie, eleison! (12 volte)

PREGHIERA

O Dio giusto e lodato, o Dio grande e forte, o Dio prima dei secoli, esaudisci la preghiera di quest’uomo peccatore. Esaudiscimi in quest’ora, tu che hai promesso di esaudire chi ti invoca nella verità e non avere in orrore me che ho labbra impure e nei peccati persisto: Speranza di tutti i confini della terra e di chi è tra gli stranieri lontano, prendi arma e scudo e sorgi in mio aiuto, dispiega la spada e circonda quelli che contro di me si volgono: redarguisci gli spiriti impuri di fronte alla mia stoltezza, si allontani dalla mia mente spirito di odio e di rancore, spirito di invidia e di inganno, spirito di paura e di accidia, spirito di superbia e di ogni altro male e si estingua in me ogni ardore e sollecitudine della carne prodotta per opera del diavolo e sia illuminata la mia mente e il mio corpo e il mio spirito con la luce della tua divina conoscenza; affinché per la moltitudine delle tue compassioni pervenga all’unità della fede, a uomo perfetto, a termine d’età. E così glorificherò con gli Angeli e con tutti i tuoi Santi, l’onorabilissimo e magnifico Tuo Nome, del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn.

PREGHIERA ALLA MADRE DI DIO

Tuttasanta Sovrana Madre di Dio, scaccia da me peccatore ed indegno tuo servo l’accidia, la dimenticanza, l’ignoranza, la trascuratezza; ed ogni pensiero malvagio, sia vergognoso sia blasfemo, allontana dal mio spregevole e misero cuore e dalla mia sudicia anima e dal mio ottenebrato intelletto, ed estingui la fiamma delle passioni ed abbi misericordia ed aiutami, poiché malato e misero sono io. E scioglimi dai pensieri malvagi che mi sopraggiungono e da presunzioni e liberami da tutte le mie cattive azioni di notte e di giorno, poiché sovrabenedetta sei e il tuo santo nome è glorificato nei secoli dei secoli. Amìn.

Mia Sovrana Madre di Dio, non abbandonare me peccatore ed inutile tuo servo onde mi perda in opere malvagie, ma secondo le viscere della tua misericordia volgiti a me e liberami dalla minaccia di queste, affinché anch’io ti magnifichi sempre quale mia protettrice nella ininterrotta grandezza della nostra stirpe, salvato con la tua misericordia, in ogni tempo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn. 

Publié dans:Ortodossia, preghiere |on 29 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

La morte è vinta: le finalità ultime secondo i Padri della Chiesa

dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/escatologia/mortefindeseille.htm

La morte è vinta: le finalità ultime secondo i Padri della Chiesa

Padre Placide Deseille

Scopo della creazione

Il Cristiano è un uomo che attende. Il Signore ci dice nel Vangelo: “Tenete sempre la cintura ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quei servi che attendono il padrone, che ritorna dalle nozze, per aprirgli al momento che verrà e busserà” (Lc 12, 35-36). Pochi testi ci rivelano tanto perfettamente quali debbano essere il senso e l’orientamento profondo della vita cristiana.

Scopo della creazione è la deificazione dell’uomo e dell’universo. Tutta l’economia della salvezza, l’opera redentrice di Cristo, l’azione santificante dello Spirito, hanno come scopo ricondurre l’umanità decaduta al fine per cui è stata creata, verso la pienezza della deificazione. Col ritorno di Cristo, che aspettiamo, si realizzerà il completamento supremo di questo disegno di Dio, questa economia della salvezza raggiungerà la sua definitiva realizzazione.

Se vogliamo ritrovare un cristianesimo vivente, che sia per noi fonte perpetua di gioia e di slancio spirituale, dobbiamo ricollocare al centro della nostra vita cristiana il desiderio impaziente e la certezza del ritorno glorioso del Signore, quel desiderio e quella certezza che animavano le prime generazioni cristiane.

Lo Spirito e la Sposa dicano: “Vieni!”. Colui che ascolta dica:“Vieni!”. Colui che ha sete venga e colui che lo desideri prenda l’acqua della vita, gratuitamente (Ap 22, 17).

L’essenza del messaggio cristiano, la “buona novella” della salvezza, è l’annuncio della resurrezione, dell’irruzione della vita nuova e immortale nel nostro mondo destinato alla sofferenza e alla morte, per il peccato dell’uomo. Questa irruzione della vita vera si è realizzata, fondamentalmente, nella resurrezione del Cristo, nel suo passaggio pasquale dalla morte alla vita. La morte è stata già vinta, la vita ha già trionfato. Ma occorre che ciascuno di noi, nel corso della propria vita, e la Chiesa nel corso della sua storia, faccia proprio questo passaggio, che lo riviva con Cristo – o meglio che Cristo lo riviva in lui – apportando il consenso della propria libertà all’opera della grazia divina. La Parusia di Cristo, la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi, manifesterà tutto ciò che era contenuto virtualmente nella resurrezione di Cristo nel giorno di Pasqua, facendo partecipare tutto il suo Corpo, che è la Chiesa, al suo trionfo definitivo sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Questa è la speranza della Chiesa e la sua certezza fondamentale.

L’attesa dei defunti

Su questo punto, il pensiero dei Padri della Chiesa era diverso da quello che, a partire dal Medioevo, è divenuto posizione comune nel cristianesimo occidentale.

In questa epoca, infatti, l’accento si sposta sulla fine ultima dell’individuo; si considera che la sorte eterna di ciascuno viene fissata definitivamente al momento della morte: i santi vanno direttamente in cielo, i peccatori non pentiti vanno all’inferno, e quelli che ancor hanno qualche pena da espiare vanno al purgatorio per un tempo più o meno lungo, ma la loro salvezza finale è assicurata. La resurrezione finale apporterà solo un completamento accidentale alla beatitudine già plenaria degli eletti, o al castigo dei dannati. Il giudizio finale manifesterà soltanto la sentenza già definitiva data nel “giudizio particolare”, al momento della morte.

Da allora, l’importanza data alla Parusia come fine della storia, la tensione escatologica nella vita del cristiano e nella vita della Chiesa, sono singolarmente diminuite.

Secondo i Padri della Chiesa, è solo con la Parusia che gli uomini entreranno nel loro destino definitivo, e la sorte finale di molti sarà fissata solo al momento del giudizio finale. Fino alla resurrezione, gli stessi santi, benché vicini a Cristo, sono in uno stato di attesa.

La maniera in cui la Chiesa antica concepiva la situazione delle diverse categorie di defunti nell’attesa della Parusia potrebbe essere riassunta così: innanzi tutto, il pensiero cristiano è assolutamente unanime nell’affermare che la nostra esistenza terrena è unica. La fede cristiana è inconciliabile con ogni altra idea di vite successive e di reincarnazione. Sono concezioni che si ritrovano spesso in correnti filosofiche o religiose non cristiane, soprattutto di origine estremo-orientale, e sono assolutamente estranee al cristianesimo. E’ un dato fondamentale della fede cristiana che la vita terrena è unica e che il destino eterno dell’uomo si gioca durante questa unica esistenza terrena.

Dopo la morte, l’anima resta altrettanto viva, altrettanto cosciente, altrettanto attiva come durante la vita terrena, sebbene in maniera diversa. Ma essa non può (fare) più nulla per la propria salvezza. Non può neppure entrare in comunicazione con i viventi, se non con permesso divino, ed ogni forma di evocazione magica dei defunti, di comunicazione medianica con loro e di spiritismo è stata condannata tanto dalla Parola di Dio nell’Antico Testamento quanto dalla coscienza cristiana lungo i secoli: “Non ci sia fra i tuoi alcuno che si dedichi alla divinazione e alla magia…, che faccia ricorso a sortilegi, che consulti evocatori e indovini e che interroghi i morti. Ogni uomo che fa queste cose, infatti, è in odio al Signore” (Dt 18, 10).

Nella tradizione ortodossa, che si fonda sulle visioni accordate a certi santi, si stima che, durante i primi due giorni dopo la morte, l’anima resti ancora sulla terra, a percorrere i luoghi in cui ha vissuto e ai quali è stata legata durante la vita terrena. Dopo il terzo giorno, passa da quello che i Padri della Chiesa chiamano “posto di pedaggio”.

Nelle visioni di Sant’Antonio il Grande, raccontateci da Sant’Atanasio, i “pedaggi” vengono rappresentati nel modo seguente: «Un giorno, al momento di mangiare, mentre era ancora in piedi per pregare verso l’ora nona, vide se stesso rapito in spirito. Cosa straordinaria, in piedi, vide se stesso fuori di se stesso come se fosse condotto in aria da alcuni personaggi; poi ne vide altri, amari e crudeli, in piedi nell’aria che volevano impedirgli di salire. Poiché coloro che lo portavano lo difendevano, gli altri chiesero se fosse sottomesso ad essi e vollero fargli rendicontare a cominciare dalla sua nascita. Le guide di Antonio vi si opposero, dicendo agli avversari: il Signore ha rimesso i peccati commessi dopo la sua nascita; gli potete chiedere conto di quelli che ha commesso dopo che si è fatto monaco e consacrato al Signore. Gli avversari lo accusavano, senza potere provare nulla. La strada fu libera e senza ostacoli. Allora Antonio si vide rinvenire; in piedi davanti a sé, e di nuovo fu sé stesso. Dimenticando il suo pasto, passò il resto del giorno e la notte tra gemiti e preghiere. Ammirava con quale lotta e quali travagli si deve attraversare l’aria e si ricordava di ciò che disse l’Apostolo del principe della potenza dell’aria (Ef 2, 2). Il nemico ha potere di combattere e di ostacolare coloro che salgono attraverso l’aria. Faceva dunque soprattutto questa esortazione: “Per questo prendete l’armatura di Dio, per potere resistere ai giorni cattivi in modo che l’avversario rimanga confuso: non avendo alcuna (cattiveria) da dire su di noi (2 Cor 12, 2).

In seguito, ebbe una controversia con alcuni visitatori riguardo al passaggio e al soggiorno dell’anima dopo la morte; la notte seguente, qualcuno lo chiamò dall’alto: “Antonio, alzati e guarda”. Egli uscì, perché sapeva a chi si doveva ubbidire; alzando gli occhi, vide un essere gigantesco, mostruoso terribile, in piedi alto sino alle nuvole. Esseri che sembravano alati salivano. Il gigante stendeva le mani, ostacolava gli uni; mentre gli altri, volando al di sotto, attraversavano, erano condotti in alto senza essere disturbati. Per questi ultimi, il gigante strideva i denti; ma godeva di vedere cadere gli altri. Subito Antonio sentì una voce: “Comprendi quello che vedi”. Lo spirito gli fu aperto: capì che era il passaggio delle anime, che il gigante in piedi era il nemico che ha invidia dei fedeli, regna su coloro che gli si sono sottomessi e impedisce loro di passare; ma non può dominare dall’alto coloro che non si sono lasciati persuadere da lui. Avvertito da questa nuova visione, lottava sempre di più per progredire ogni giorno»[1].

Così, per i quaranta giorni che precedono l’attribuzione all’anima del defunto della dimora provvisoria sino alla Parusia, i demoni presentano tutto ciò che essa ha potuto commettere come colpe durante la vita terrena; suo solo soccorso è il pentimento che avrà manifestato per i peccati che gli sono imputati, le buone azioni che avrà compiuto durante la vita terrena e l’intercessione della Chiesa e dei santi. La preghiera per i defunti riveste così, dal momento della morte, una grande importanza; protegge l’anima e la difende contro le imprese dei demoni.

Il luogo di ristoro e di riposo

Se l’anima attraversa vittoriosamente questi posti di pedaggio, se i demoni non trovano in lei nulla che essi possano rivendicare, allora viene introdotta dagli angeli nel paradiso o seno di Abramo, in quel “luogo di luce, di ristoro e di riposo, dove non c’è dolore, né lacrime”, ma dove, anzi, in compagnia dei santi gode una ineffabile felicità.

In un bellissimo articolo dedicato a “La beatitudine nell’Oriente cristiano”[2], Myrrha Lot-Borodine riassumeva così l’insegnamento della tradizione patristica su questo soggiorno dei felici:

«“Requies aeterna: requies beata [riposo eterno: riposo dei felici]”. Espressione consacrata dalla Chiesa, presentata come voto supremo a coloro che si sono addormentati nel Signore, a quei destinati postumi che ai nostri occhi non hanno più forma. Espressione che si deve intendere innanzitutto come cessazione di ogni attività esterna “in absolutione corporis [nella liberazione dal corpo]”. L’immagine troppo familiare del sonno, tanto vicina – in apparenza – alla morte, può dare adito a confusione e tradire una realtà altrettanto singolare e profonda. Vi si dovrebbe piuttosto riconoscere quello stato di calma mentale, chiamato dai Greci “apatheia”, o “impassibilità perfetta”, che imita quella divina. Secondo San Massimo che riprende, correggendolo, l’ideale degli Alessandrini, essa è un’assenza totale di turbamento, di pensiero, una stabilità permanente dello spirito che non aspira più al cambiamento. Una tranquillità serena, la “magna tranquillitas” (sant’Ambrogio) che governa l’essere semplificato ridotto alla sua sola essenza, con la sospensione o l’assopimento delle potenze. Oasi della Pace, al di sopra di ogni pace, quella che il mondo non ci dà, ristoro e riposo nel paese della Consolazione: “Gloriosa requies futura [il glorioso riposo che verrà]” (sant’Ambrogio).

Ecco il “beatum esse” [l’essere felice] della prima resurrezione. Questo riposo inalterabile, che non esclude la coscienza né la vita interiore, immanente a questo nuovo modo esistenziale, è uno stato eminentemente contemplativo il cui cuore resta il simbolo. La Scrittura lo paragona al riposo divino della Genesi. Sul suo modello, infatti, il Creatore istituì il sabato di Israele, prototipo del sabato paradisiaco. L’autore dell’Epistola agli Ebrei, riprendendo l’antica minaccia del Signore corrucciato contro razza infedele: “non entreranno nel mio riposo” (Ps 94, 11) aggiunge subito: “C’è dunque un riposo del sabato riservato al popolo di Dio. Perché colui che entra nel riposo di Dio si riposa delle proprie opere, come Dio si è riposato delle sue” (Eb 14, 19) Paragone illuminante, che si trova nello stupendo ufficio ortodosso del Sabato della Passione, quel “sabato dei sabati”, in cui Cristo nel Sepolcro, avendo completato la sua opera salvifica, entrò nel riposo benedetto del triduum. Ed ecco l’ultima alta parola dell’Apocalisse: “Sì, disse lo Spirito, che adesso essi (i Santi) si riposino, perché le loro opere sono appresso a loro” (Ap 14, 13). Parola che sta a significare la fine di ogni travaglio, sia esso fatica o schiavitù. E d’altronde il lino puro che indosserà tutta la Chiesa trionfante, sono le opere stesse dei Santi (Ap. 19, 8). Simili ai gigli dell’evangelo, che non tessono e non filano, le anime quiescenti si espandono, profumate super omnia armata [oltre ogni immaginabile profumo] dalle loro virtù. Si espandono nella libertas paradisi [libertà del paradiso] in unione a Cristo che le porta con Lui. E’ la felice armonia, l’accordo definitivo, il non turbam del requies aeterna [l’impertubabilità dell’eterno riposo], implicando quest’ultimo aggettivo un’altra ottica del tempo, incompatibile con la nostra: la durata senza durata o senza successione di stati. Quietudine che presuppone il non posse peccare [incapacità di peccare] della perfezione, finalmente raggiunta con la similitudo [la somiglianza (a Dio)]. Perfezione del volere e del potere, infinitamente superiore a quella degli avi, ancora in divenire. E con essa, sarà il dono totale dell’impertubatus amor [l’amore senza faglia], l’agape divina e la gioia perpetua del vacare Deo [Nome di Dio] conosciuti e gustati solo da coloro che, avendo maturato e portato i loro frutti terreni, si fondono col silenzio dei doni celesti. Come la sposa del Cantico, con l’anima quiescente fa sentire la confessione segreta della sua veglia: Ego dormio sed cor meum vigilat [io dormo ma il mio cuore vigila]. Sonno mistico della micra anastasis [la “piccola” o prima resurrezione]»[3].

Tra i santi e il mondo dei viventi, nessuna comunicazione “naturale” o di tipo spiritico può essere stabilita legittimamente (cfr. sopra). Ma esiste tra gli eletti e la Chiesa terrena un altro modo di comunicare, puramente spirituale, ma non meno reale. Nella preghiera possiamo rivolgerci a loro; essi possono assisterci costantemente. Tra la liturgia celeste che essi celebrano con gli angeli e le nostre liturgie terrene, esiste una misteriosa compenetrazione che viene evocata nei mosaici e negli affreschi delle nostre chiese.

Qualunque sia la felicità di cui godono così i santi, essi però sono ancora sotto il segno dell’attesa. La loro beatitudine non sarà perfetta se non il giorno in cui Cristo ritornerà, il giorno della resurrezione finale.

L’Ade

Quanto ai peccatori che non hanno potuto superare vittoriosamente la prova dei “posti di pedaggio” perché il loro pentimento non era stato sufficiente e toppo rare le loro buone opere, essi vanno in un luogo di sofferenza dove sono tormentati dai demoni. Anche qui, la visione dei Padri della Chiesa diverge da quella che ha prevalso in Occidente nel Medioevo.

In primo luogo, questa sofferenza non ha un carattere espiatorio e di “soddisfazione” penale temporanea. Il defunto non può (fare) più nulla per se stesso, e la sua sofferenza non può in alcun modo contribuire alla sua liberazione. Egli non è condannato ad una pena più o meno lunga, al termine della quale sarebbe immancabilmente salvato. Non “in purgatorio”, ma nell’Ade, all’inferno, e il suo tormento, di per sé, non avrà fine.

Ma, in secondo luogo, questa sofferenza non ha necessariamente un carattere definitivo. Il pensiero comune della Chiesa antica è, infatti, che prima del giudizio finale, i dannati potranno essere salvati, ma ciò solo e unicamente grazie alla preghiera dei membri della Chiesa terrena. Per questo motivo la preghiera dei defunti riveste, nella coscienza della Chiesa antica e della Chiesa ortodossa odierna, un’importanza estrema: non si tratta, infatti, solo di pregare perché il loro “tempo del purgatorio” sia accorciato, ma perché siano liberati dall’inferno eterno. Lo attestano tutte le liturgie antiche della Chiesa, ivi compresa la liturgia romana così come è stata in vigore fino a poco tempo addietro: sempre, nella preghiera per i defunti, La Chiesa ha chiesto la “liberazione delle anime dal purgatorio”; tutte le formule liturgiche chiedono a Dio di essere misericordioso nel suo giudizio e di liberare il defunto dalla morte eterna. La Chiesa prega da una parte perché i defunti siano protetti dalla misericordia divina al momento del passaggio attraverso i “posti di pedaggio” e giungano in paradiso, e dall’altra, se sono già condannati, perché Dio li salvi nella sua misericordia.

Il ritorno di Cristo e la fine dei tempi

Oggetto dell’attesa ardente della Chiesa, dei vivi e dei morti (che sono altrettanto vivi) è il ritorno di Cristo. La fine dei tempi non deve essere concepita dal cristiano come una catastrofe da temere, ma come la vittoria definitiva del bene sul male, di Dio e del suo regno sul Maligno ed i suoi alleati. La Parusia è la risposta cristiana al problema del male. Essa sarà il compimento finale del mistero della Pasqua, l’ultimo passaggio dalla croce delle prove terrene (e quelle degli ultimi tempi, la “grande tribolazione” escatologica sarà temibile per la Chiesa) alla gioia radiosa della resurrezione.

In questa prospettiva dobbiamo guardare il giudizio finale. Come tutti i “giudizi” divini nella Bibbia, esso sarà essenzialmente un atto di liberazione e di salvezza. Coloro che saranno condannati, sono coloro che volontariamente si saranno identificati con le forze del male, con l’opposizione al regno di Dio, al suo disegno di salvezza e di felicità infinita per le sue creature. Alla loro sconfitta definitiva si oppone la vittoria di tutti coloro che avranno accettato di essere salvati, di essere amati e di amare Colui che li ha amati: “Sforziamoci dunque innanzitutto di portare dentro di noi il segno e il sigillo del Signore, perché quando verrà il Giudizio, quando si vedrà il rigore di Dio” (cfr. Rm 11, 22), quando tutte le tribù della terra e tutto il Genere umano (Adamo) saranno riuniti, quando il pastore chiamerà le sue pecore, tutti coloro che avranno il suo segno riconosceranno il loro pastore, e il pastore riconoscerà coloro che porteranno il suo sigillo speciale. Egli li riunirà da tutte le nazioni. Perché “i suoi ascoltano la sua voce e lo seguono” (Gv 10, 27). Il mondo infatti verrà diviso in due: da un alto, il gregge scuro che andrà al fuoco eterno; dall’altro, il gregge risplendente di luce, che sarà condotto verso la sua eredità celeste. Ebbene sarà precisamente ciò che sin da adesso possediamo nella nostra anima, che allora risplenderà, si manifesterà e rivestirà di gloria i nostri corpi.

Nel mese dello xantico, le radici sotterrate producono ciascuna i propri fiori e i propri frutti con la loro bellezza, e fruttificano. Le buone radici e quelle che portano spine diverranno manifeste. E’ così che in quel Giorno ciascuno rivelerà col fulgore del suo corpo le proprie azioni passate; il bene e il male saranno manifesti. In questo infatti consistono tutto il giudizio e la ricompensa[4].

L’apocatastasi

Apocatastasi è una parola greca che significa restaurazione di uno stato anteriore, il ritorno ad una situazione originaria. Applicata all’escatologia cristiana, esprime una teoria secondo cui, alla fine dei tempi, tutto l’universo creato sarà ristabilito nella sua armonia originaria e tutti saranno salvati, ivi compresi i dannati e i demoni.

Questa concezione si collega alla visione “mitica” del cosmo elaborata da Origene (185 – 254). Questi pensava che in origine Dio avesse creato un universo composto di esseri puramente spirituali; facendo cattivo uso della loro libertà, tutti – ad eccezione dell’anima di Cristo – avrebbero peccato più o meno gravemente, e pertanto sarebbero stati rivestiti di corpi più o meno “densi”, e così sarebbero divenuti angeli, uomini o demoni. Alla fine dei tempi, dopo successive purificazioni, tutti ritornerebbero alla loro prima condizione e ricostituirebbero l’originaria enade, cioè l’unità primigenia delle creature spirituali.

Questa concezione della salvezza universale, che nega l’eternità dell’inferno, misconosce sia l’insondabile mistero dell’amore di Dio, che trascende ogni nostra concezione razionale o sentimentale, sia il mistero della persona umana e della sua libertà. L’amore di Dio implica un totale rispetto delle sue creature, andando sino ad una “impotenza volontaria” di fronte all’eventuale rifiuto della loro libertà. I testi della Scrittura ci obbligano a mantenere le due affermazioni antitetiche della totale vittoria di Dio sul male alla fine dei tempi, e della possibilità della dannazione eterna, essendo la seconda l’inverso della prima. Qui, dinanzi al mistero si addice solo il silenzio dell’intelletto.

Per questo la dottrina dell’apocatastasi, accettata da San Gregorio di Nissa e, poi, dai grandi mistici siriani Isacco di Ninive e Giuseppe Hazzaya, è stata condannata nel 553 dal V Concilio ecumenico, contestualmente ad un certo numero di elementi della dottrina di Origene, ridotta a sistema da tardivi discepoli. Il rifiuto dell’affermazione della salvezza universale da parte della tradizione ortodossa non impedisce evidentemente l’intercessione ardente per la salvezza di tutti e la speranza della loro conversione finale.

L’epictasi

Ancora un’altra domanda può essere fatta a proposito della beatitudine eterna degli eletti: essa deve essere concepita come una contemplazione immobile e saziante, o può comportare una crescita, una scoperta incessantemente rinnovata da una Realtà inesauribile?

Uno degli aspetti più originali del pensiero di San Gregorio di Nissa è la sua dottrina dell’epictasi, secondo cui la divinizzazione dell’uomo, quaggiù e nell’eternità, implica un progresso e una tensione che non ha fine, illustrata dall’immagine del corridore dell’Epistola ai Filippesi (3, 13): “Dimenticando il cammino percorso, vado dritto in avanti, con tutto il mio essere proteso (épeicteimenos: donde il termine epictasi) e corro verso la meta…”. Come spiega Jean Daniélou, uno dei migliori conoscitori del grande Cappadoce: “C’è per l’anima contemporaneamente un aspetto di stabilità, dato dalla sua partecipazione a Dio, e un aspetto di movimento, dato dallo scarto sempre infinito fra ciò che essa possiede e ciò che è Dio… La vita spirituale è pertanto una trasformazione perpetua dell’anima in Gesù Cristo sotto forma di un ardore crescente, la sete di Dio aumenta a misura in cui Egli è sempre più partecipato, e di una stabilità crescente, unendosi e fissandosi l’anima sempre più in Dio”[5].

Senza prendere in considerazione l’idea di una crescita nella beatitudine, numerosi autori dell’epoca patristica – in particolare San Massimo il Confessore – hanno utilizzato il tema del desiderio, dell’assenza di sazietà in seno stesso alla visione di Dio per esprimere l’eterna novità della gioia degli eletti. In Occidente, se ne ritrova l’eco in Gregorio il Grande. Si trattava per lui di conciliare due affermazioni antitetiche della Scrittura: “Gli angeli desiderano fissare i loro sguardi su di Lui” (1Pt 1, 12); e “In cielo i loro angeli vedono incessantemente il volto di mio Padre che è nei cieli” (Mt 18, 10): se si confrontano queste due affermazioni, si constaterà che esse non si contraddicono in nulla. Perché gli angeli, contemporaneamente, vedono Dio e desiderano vederlo; hanno sete di contemplarlo e lo contemplano. Se lo desiderassero senza godere dell’effetto del loro desiderio, questo desiderio sterile sarebbe causa di ansietà, e l’ansietà di sofferenza. Ma felici gli angeli sono lungi da ogni sofferenza di ansietà, poiché sofferenza e beatitudine non sono compatibili… Perché dunque non vi sia ansietà nel desiderio essi sono sazi pur desiderando, e perché la sazietà non comporti disgusto, essi desiderano pur essendo sazi… sarà così pure per noi quando giungeremo alla fonte della Vita: proveremo con delizia, insieme sete e sazietà[6].

Opuscolo edito dal
Monastero Saint-Antoine-le-Grand,
26190 St-Laurent-en-Royans, France.
Riprodotto nella rivista Le chemin n 33 (1996)
 

Traduzione dal francese del prof. G. M.
Tradizione Cristiana
Agosto 2005

[1] S. Athanase d’Alexandrie, Vie de saint Antoine, c. 65-66.

[2] Myrrha Lot-Borodine, “La béatitude dans l’Orient chrétien”, in Dieu Vivant, 15 (1950), pp. 85 ss.

[3] Idem., pp. 106-107.

[4] Macaire d’Égypte, Homélies spirituelles, 12, 13-14, (“Spiritualité orientale”, n° 40), Abbaye de Bellefontaine, 1984, p. 170.

[5] J. Daniélou, Platonisme et théologie mystique, Paris, 1944, pp. 305-307.

[6] S. Grégoire le Grand, Morales sur Job, 18, 54, 91; PL 76, 94ac.

Publié dans:Approfondimenti, biblica |on 29 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

GIACOBBE IL VOLTO D’ISRAELE (la lotta con l’angelo)

dal sito:

http://www.caionvico.it/archivio/testi/Loewenthal.doc

GIACOBBE IL VOLTO D’ISRAELE
ovvero
IL GUADO

di Elena Loewenthal

Ma quella notte si alzò, prese le sue due mogli, le due schiave, e i suoi undici figli e passò il guado dello Yabboq. Li prese e fece loro passare il fiume e fece passare quel che possedeva. Poi Giacobbe rimase solo e lottò un individuo con lui, sino allo spuntar dell’alba. Vide allora che non lo sopraffaceva e colpì all’articolazione della coscia e l’articolazione della coscia di Giacobbe si slogò nella sua lotta con lui. E disse: « Fammi andare, perché è spuntata l’alba! », e Giacobeb rispose, « Non ti lascerò andare se non mi benedirai ». E gli disse: « Qual è il tuo nome? », allora egli rispose « Giacobbe ». E quello disse: « Non più Giacobbe si dirà il tuo nome, bensì Israele, perché hai prevalso sul Signore e sugli uomini, e hai vinto! ». (Genesi 32, 23-29)

Gli occhi passano sul testo. Lo attraversano avanti e indietro in direzione mutevole: l’ebraico scorre in un senso, l’italiano in un altro. Così, a poco a poco la sequenza di versetti diventa un tessuto dove trama e ordito stanno sovrapposti, anzi intrecciati. Agli occhi del corpo s’accostano ora gli occhi della mente (quel secondo paio imprescindibile nella tradizione ebraica  – come se il bulbo fosse bifronte, una pupilla rivolta verso l’esterno, e l’altra verso l’interno). L’impressione è che il senso s’oscuri ogni volta di più che si legge, invece di rischiararsi: ad ogni ritorno, qualcosa di meno s’intende.
Perché la lotta?
E perché una lotta così duratura da occupare lo spazio intero di una notte?
E perché il congedo, insieme all’aurora, quando le sorti dello scontro sono ancora ambigue?
E perché Giacobbe chiede qualche cosa alla creatura che lo ha aggredito?
E una benedizione, per di più!
E il nome dell’uno, e il nome dell’altro?
Perché insomma, la Bibbia registra questo episodio? Qual è il suo posto nella storia sacra, e soprattutto in quel « catalogo » di significati che è la meta  d’ogni indagine sul testo?
Mistero.
L’impressione, quasi sconcertante, è che il passo non nasconda qualcosa che vale la pena di essere cercata, come succede in ogni angolo della Bibbia. No, piuttosto esso è di per sé un mistero, una presenza indecifrabile, dentro il Libro. La fede ebraica non è mistero, è ricerca, sguardo, ascolto, fatica, ma non mistero. E invece, questo racconto  di un incontro – fra cielo e terra, buio e luce, uomo e qualche cosa d’altro, forza e remissione – è e resta mistero ancor di più, ora che la lettura si è fatta tessuto tenace di parole, nessi, pause.
Sod – mistero. Del resto, è piuttosto insolito che sia la notte, e non il giorno, il teatro del racconto. Capiterà in Egitto, in quelle ore fatidiche durante le quali il Signore passerà sull’Egitto e passerà oltre le case dei figli d’Israele – i discendenti di Giacobbe! -: ma è una notte rischiarata dalla libertà vicina come non lo è stata mai, per il popolo. Prima d’allora, i patriarchi e le loro frotte si raccontano dall’alba al tramonto, e non viceversa. La notte, tutt’al più, è fatta per sognare. E per lasciarla alle spalle ogni mattina, benedicendo il Signore che ogni giorno dopo il buio ed il sonno ci riporta alla vita, come per una specie di miracolo.
Eppure, alla fine di questo misterioso racconto, Giacobbe assegna un nome al luogo dove ha lottato e chiamato, e lo chiama Peniel, perché qui – sostiene – ha visto Dio « faccia a faccia ». Dentro il buio della notte. Non c’è luce, in questo episodio. Persino il suono delle parole ha un che di opaco, offuscato. Più volte ricorre una radice ebraica che evoca il suono e la consistenza della « polvere ». Non terra, humus di vita (quello donde Adamo viene e cui tutti siamo condannati a tornare, per l’eternità, in attesa della fine dei tempi). No, è un pulviscolo più impalpabile, capace di restare sospeso nell’aria come una cortina che, quasi non bastasse il buio della notte, accorcia la vista e ottunde i sensi. Polvere e mistero. Avaq.

La lotta fra Giacobbe e l’angelo è in sostanza una sfida. Fra loro, ma soprattutto fra noi e il testo. Che impone di non partire di lì finché non si è raggiunto qualcosa. Inutile provare a divagare in cerca di simboli lontani, di allusioni al prima e dopo: si torna immancabilmente a mani vuote verso quei pochi versetti. Se sono lì, deposti sulla pagina, essi esigono qualcosa. Non ci sono parentesi, nel testo sacro. La lettura è un cammino che non può non lasciare traccia. Il mistero di questa lotta è, paradossalmente, « evidente », eppure non va ignorato. Le domande debbono trovare una risposta, o una domanda di rincalzo che permetta di proseguirlo, il cammino.
Per questa ragione, che è una specie di urgenza, ho scelto, nel mio approssimativo percorso verso il volto di Israele – cioè di Giacobbe – la via dell’aderenza al testo. Non la divagazione, bensì la vicinanza. Come se tutta la storia fosse già scritta lì, e non ancora da costruire.

Giacobbe è il padre di Israele. Abramo è chiamato in ebraico avinu, cioè « padre di noi », di tutti noi. E’ il versante universalistico della tradizione ebraica, il capostipite che racchiude il principio dell’umana parità, così come è stabilito dalla storia delle origini. Una sola è la prima coppia umana, sì che nessuno possa mai, alla fin fine, rivendicare un’ascendenza più illustre di un altro. Il vero miracolo della creazione, dice ancora la Mishnah, è l’evidenza dell’estro di Dio che, con un unico sigillo, il calco cioè del primo uomo, riesce a creare nuovi individui sempre diversi, eppure pari.
Giacobbe è invece il capostipite di un popolo. Di quel popolo che di lì a qualche generazione diventerà il vero protagonista della storia sacra. I patriarchi sono persone. Eroi accampati dentro una solitudine di deserto. Dopo Giacobbe, ecco le schiere. La massa di gente. Egli è padre del popolo, ma prima ancora di una figliolanza inaudita, che sgorga dalla pagina in una sequenza incalzante. In questo ed altro, Giacobbe mi pare il più « mondano » di tutti i patriarchi, colui che più degli altri vive con i piedi sopra la terra.
L’esistenza intera di Abramo si estende sul crinale di una vetta irraggiungibile: quando parte verso l’ignoto, lasciando casa e famiglia verso una destinazione che Dio gli dirà, ma dopo. Ogni volta che Dio gli parla, gli impone sacrifici di sangue, lo spedisce al monte con un fascio di legna e il figlio diletto.
Quest’ultimo è anch’egli più modello che creatura,  come quando s’avvia consapevole (sì o no?) al sacrificio, o ne ritorna (secondo la tradizione) passando per il paradiso dove studia la Torah prima ancora della rivelazione. Isacco è associato a un sentimento apparentemente fuori luogo, in una storia di fede: la paura. Il suo silenzio di bambino e le sue rare parole, una volta adulto, sono la figura di questa paura. In silenzio prende la moglie che il servo Eliezer è andato a raccogliere per lui nel luogo delle origini, e la conduce dentro la tenda ch’era stata di sua madre. 
La vicenda di Giacobbe è invece, almeno sino a quella notte, tutta terrena. Con una perizia  artigianale e non per rivelazione, ottiene la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie. Poi fugge via, per una paura che non è del cielo o dell’ignoto, bensì del fratello più grosso di lui, e più aggressivo.  Lontano da casa, s’innamora. E aspetta, con indicibile pazienza, di ottenere in cambio del suo lavoro (un lavoro materiale, di pastore, di cura  della terra e degli animali) la donna che ama. Ci metterà quattordici anni: di vita e tenacia.
Il suo tratto è dunque quella qualità umana che è insieme consapevolezza dei propri limiti e fiducia nel tempo che passa. Per lui, niente sfide titaniche: « soltanto » fatica di vivere, rimboccarsi le maniche, e pazienza.
Lungo tutto questi anni, Giacobbe ha udito una volta soltanto la voce del cielo. Più che voce, era la luce di un sogno, la notte. E’ la prima volta che Dio si rivolge a lui, e lo fa mentre Giacobbe in fuga dorme, in quel tempo che non è né vita morte. Ad Abramo e Isacco l’Eterno parla a viva voce, per lo più. Con Giacobbe sceglie la notte, e gli regala la scala, con la schiera di angeli che salgono e scendono. Giacobbe si sveglia stordito e  lì per lì esclama un’ammissione d’ignoranza: « il Signore è davvero in questo posto, e io non lo sapevo! » (Genesi 28, 16).
Abramo parte
Isacco teme
Giacobbe non sa…

Ma eccoci sulle rive dello Yabboq, abbozzo di fiume, segno di un confine importante.  Qualcosa di strano succede sin dall’inizio di questo frammento di storia: « ed egli si alzò nella notte… » . E’ un sovvertimento: ci si alza la mattina. Non è soltanto un’ovvietà, è una ricorrenza lessicale nelle vicende dei patriarchi, i quali a dire il vero si alzavano solitamente di buonissima ora, come racconta la Bibbia. Sino allo Yabboq, vige la consueta spartizione del tempo, che è una sorta di refrain nella trama: al versetto 32,22 è detto esplicitamente che « Giacobbe pernottò quella notte nel campo ».
Ma subito dopo è come se qualche cosa si spezzasse:
« Ma quella notte si alzò »: questo dovrebbe essere il ritmo che la frase impone.
Per qualche imperscrutabile ragione, Giacobbe abbandona la notte – o meglio la consueta dimensione della notte – e fa di notte ciò che normalmente  si fa di giorno, appena la notte finisce: si alza. Qualche cosa lo spinge a questo, ma la Bibbia non lo dice: non è una qualsivoglia urgenza, né una minaccia incombente, a indurre il patriarca a prendere « le due mogli e le due serve e i suoi dieci figli », per far passare loro, di notte, il guado dello Yabboq. Insieme ai familiari, Giacobbe trasborda i propri averi. Il testo non dà modo d’intendere se egli abbia semplicemente indicato la via ai persone e cose, o non li abbia invece accompagnati, in un lungo andirivieni sotto le stelle, dentro il buio.
Comunque siano andate le cose, dopo questa fatica, « Giacobbe se ne rimase da solo ».
E’ una frase forte, questa. Proprio perché così rara, nella Genesi, da invocare un senso.
La parola « solo » levadò compare ben poco, nel primo libro della Torah. Adamo è solo e per questo Dio gli foggia una compagna, perché non è bene che stia da solo.
Nella loro solitudine titanica, i patriarchi non sono mai detti « soli ».
Lo sarà Giacobbe, quando decide di separare il proprio gregge da quello del padrone-suocero che lo ha ingannato. La solitudine è il preparativo alla partenza: « Si formò dei greggi da solo e non li unì al gregge di Labano » (30, 40), ed è quasi annuncio di quella battaglia misteriosa che di lì a poco s’ingaggerà presso lo Yabboq. Levadò sarà, significativamente, il penultimo figlio di Giacobbe: Giuseppe consuma in solitudine il proprio pasto, perché « gli Egiziani non possono spartire il pane con gli ebrei, perché per gli egiziani è abominazione » (43 32). A tavola siede Giuseppe, che i fratelli ancora non riconoscono, siedono loro appena scesi in Egitto, e siedono gli egiziani: ognuno di loro è « solo ».
La solitudine è la condizione di Giacobbe in quell’ora notturna. Ed è come se il patriarca l’abbia cercata, questa condizione, nel buio della notte, al di là di quel confine che è il fiume. Sia che resti sulla sponda dov’era, sia che vi torni dopo aver fatto passare tutti gli altri.
Anche il confronto con la pagina è una specie di tuffo nella solitudine. Il dialogo di ricerca viene dopo, prima c’è un a tu per tu con il testo che è un po’ abbandono della realtà, un po’ come alzarsi di notte invece che la mattina quando spunta il sole. Solo così, è dato dire qualche cosa di nuovo, che non sia pura ripetizione del già detto.

Anche… anche l’angelo è solo. L’angelo? Nel racconto è descritto come « un uomo », o più genericamente, un individuo. Non è l’adam venuto e fatto di terra, adamah. E’ piuttosto un pro-nome invece di un nome: ish.  Usato quasi più come negazione, come dettato dell’assenza, per lo meno in ebraico moderno. Nella Bibbia è « uno » più nell’astratto che nel concreto, più nella casistica di legge che nel tessuto del racconto. E’ il certamente più sfuggente (e onnicomprensivo) per definire una presenza. Vediamo gli scarsi connotati di questo avversario di Giacobbe. Fra l’altro, l’avversario è comune ha-satan, il satana.
E’ detto ish una volta soltanto. Poco dopo (vss. 29 e 31) è chiamato per due volte Elohim: la prima da se stesso, per senso traslato: « hai prevalso con Elohim ». La seconda da Giacobbe che, meravigliato da quell’accaduto, impone un nome al luogo dov’è successo, e lo chiama Peniel, « perché ho visto Elohim faccia a faccia ».
Niente è più chiaro di prima. Nella notte che ora trascolora verso l’alba, nelle scarne parole che i due si sono scambiati, durante e dopo la lotta. Chi è questo pro-nome che aggredisce Giacobbe? E lo aggredisce, poi? Nemmeno questo ci dice la Bibbia, se non che il patriarca lottò con lui.
Dio parla ad Abramo e Isacco. Con Giacobbe si nasconde. Dietro il sonno della notte e un sogno che si può contemplare ma non comprendere. Dentro un’altra notte, cioè questa, che è tutta mistero, specie di equivoco.
E com’è vero che la rivelazione è nascondimento – nella storia ebraica. Un popolo di cui è annunziato che sarà numeroso come le stelle del cielo e i grani di sabbia sulla riva del mare – ed è da sempre uno dei meno numerosi al mondo. Cui è prospettata una redenzione – e che ha vissuto dentro il contrario di essa, sopravvissuto in virtù non certo della salvezza, ma soltanto della propria inesausta capacità di attendere. Buio. Contraddizione (ci si alza che è notte? è un uomo o un Dio?… e altro ancora).
Ma forse la parola giusta è quella che meno si addice alla storia sacra: dubbio.
Il dubbio stagna sopra la scena, respira dentro i suoi momenti: perché Giacobbe fa quel che fa? Chi chiama allo scontro, lui o l’altro? Chi sono, l’uno e l’altro, durante la lotta? Perché, al salire dell’alba, tutto deve finire precipitosamente? Non sono domande candide: sanno di non avere risposta.

Non a caso, siamo sulla parte opposta della storia. Giacobbe ha spedito al di là del  fiume tutto ciò che gli appartiene, e cui appartiene. La storia prosegue, e proseguirà, sull’altra sponda. La lotta con l’angelo, o chicchessia, è altrove, su quell’altra faccia oscura della fede che si chiama dubbio. Incertezza. Buio della notte e del non sapere il nome di colui che ti sta « faccia a faccia ».
La tradizione lo chiama angelo, creatura ambigua, cioè a mezza strada fra cielo e terra, spirito e materia. La definizione si addice, effettivamente: l’avversario di Giacobbe è a tratti pro-nome (ish al posto del nome), a tratti decisamente Elohim. Non è la prima volta, come s’è detto, che Giacobbe incontra degli angeli. Sempre nella notte. Abramo li scorgeva nitidi nell’ora più torrida del giorno, in fattezze di viandanti per il deserto; Giacobbe, invece, al buio.
Eppure, forse, l’intrico di arti e membra che ci s’immagina nella lotta durata lo spazio di una notte, i due sono più simili di quanto non sembrino, a prima vista. La tradizione ebraica spiega così: l’uno (Giacobbe) fu sacerdote in terra, l’altro (l’angelo) lo era in cielo. Verso il quale dovette precipitarsi, non appena salì l’alba. E anche la succinta dinamica della lotta, pare dirci che nel contatto i due si confondono, il soggetto delle frasi resta ambiguo, e solo alla fine, quando si separano, viene la certezza che Giacobbe è stato leso sull’articolazione del femore, e da quel giorno in poi zoppicherà. Prima, quasi non è chiaro chi sia il feritore e chi il ferito: potrebbero essere entrambi.
Poi, in quel breve scorcio che divide l’annunzio dell’alba dalla luce del giorno, quando non lottano più, i due individui si parlano. Con urgenza tassativa, come se quello fosse il necessario, e la lotta un preludio trascurabile, ma inevitabile. L’angelo, apparentemente vittorioso, implora Giacobbe di lasciarlo andare, e questi si dice disponibile, a una condizione: quella di essere benedetto. Lo sconosciuto elude ancora una volta la richiesta, o meglio dice qualcosa di inatteso, senza nesso con ciò che lo precede:
« Qual è il tuo nome? »
Giacobbe lo declina, e l’angelo, forse – ma solo forse – a mo’ di benedizione, lo tramuta in qualcosa d’altro.  Poco dopo, risponde con una domanda, quando il patriarca gli chiede il suo, di nome.
« Perché me lo chiedi? »
Perché? Perché tutta la vicenda è una sorta di anagramma esistenziale. Israele, il nuovo nome che l’angelo impone a Giacobbe, è interpretato variamente dalla tradizione: ish rah El – un uomo vide Iddio -,  yashar El – andare dritto a Iddio (benché da quel momento Giacobbe claudicherà per sempre).
Prima ancora, i nomi e le radici dei significati sono come il motivo di quel tessuto che si disegna sotto gli occhi via via, leggendo. Yabboq è il fiume, Yaaqob è Giacobbe: non è un’assonanza, piuttosto un’identità di sostanza. Le consonanti sono le stesse, dunque a entrambi soggiace un significato comune, o un mistero comune. Lo scambio di posto, fra due di esse, è un puro corollario. Il fiume e l’uomo si appartengono a vicenda, sono legati fra loro e l’uno non esiste senza l’altro. Il fiume è da guadare: come il gesto di un passo, dove la gamba prima è indietro e poi avanti, così le consonanti si alternano, nello stesso movimento, quello del passaggio da una sponda all’altra. Lasciarsi alle spalle il passato, badando bene a non abbandonare niente indietro, portando con sé il necessario. La sosta di Giacobbe ancora al di qua del fiume, è come uno scrupolo, prima di un transito donde non tornerà più indietro. Né lui, né la sua famiglia, né i suoi averi. Né la storia sua né quella dei suoi discendenti. La tradizione racconta, del resto, che Giacobbe tornò indietro per controllare di non essersi lasciato nulla, in quel prima che è tempo e spazio, e invita a cogliere il suo esempio, muovendosi per il mondo: tornare puntualmente indietro, per controllare di non abbandonare nulla che non vada abbandonato. O dimenticato.
Solo così, infatti, si può guadare, passare oltre, e cioè cambiare. Ogni pagina nuova poggia su quelle già lette.
Ma le assonanze del passo non sono ancora finite, come a dirci che lo scontro con l’angelo o chi esso sia è uno scambio, un contatto fitto, di sensazioni e significati: il verbo che disegna la lotta è tratto dalla radice avaq, donde è tratta, e chissà perché, anche la parola « polvere ». Ma che, soprattutto, nel suono e nella forma ricorda ancora molto da vicino Yaaboq e Yaaqob. Il racconto è tenuto insieme non dalla sua coerenza – che non risulta affatto, anzi – bensì da una lunga e ricorrente assonanza  che a suo modo figura la scena.
Del resto, la leggenda ci dice che gli angeli nascono e muoiono ogni giorno, grazie a un miracoloso bagno di vita. Quella nostra notte, anche Giacobbe-Israele muore e nasce insieme al suo angelo, e la mattina è diverso – per nome, per andatura, per esperienza.
Finito che hanno di lottare, corpo a corpo, i due si parlano. E’ un fragile momento che sta fra il buio e la prima luce, e tutto ha una consistenza d’ombra pesante. Prima che l’angelo sparisca, Giacobbe pretende da lui una benedizione (e perché mai, da un avversario?). E invece giunge la domanda: « Qual è il tuo nome? ». Dopo la risposta, invece della benedizione, l’angelo gli impartisce un nome che sia segno della lotta tenace e impavida « contro Dio ». Poco dopo, piuttosto che declinare il proprio, di nome, l’angelo « lo benedisse lì ». La fine è quasi più ermetica dell’inizio. L’angelo lascia Giacobbe con una domanda in sospeso. Ma ancora una volta i due si specchiano vicendevolmente, l’uno nel nome dell’altro. Tanto è vero che, in virtù di una reciprocità che lega il cielo e la terra, Giacobbe impone un nome all’angelo, suo malgrado, e chiama Peniel il luogo e il momento di quell’incontro., perché « ho visto Elohim faccia a faccia », panim el panim.

E’ una parola ambivalente, panim: significa viso ma anche « interno ». E’ il volto ma anche il dentro. Un po’ come gli occhi bifronti, rivolti al mondo ma anche  verso l’interiorità, così le facce sono due, opposte ma identiche; come le tavole della legge – quelle spezzate da Mosè e pertanto ormai irraggiungibili per l’eternità – che erano scritte su entrambe le facciate, e si scambiavano significati nella sovrapposizione, nell’incontro dei segni. Non è un’illogica compresenza di opposti,  bensì il richiamo all’inevitabile doppiezza di ciascuno di noi – fuori e dentro, con la parola ed il silenzio, il gesto ed il pensiero. L’intento e la conseguenza. La realtà e l’aspirazione.
E così, a margine di questo guado cruciale non solo per Giacobbe e la sua famiglia, ma anche e soprattutto per i destini futuri di tutta la storia, è dato ricavare qualche riflessione su quel che siamo, panim el panim, faccia a faccia,   non tanto nel privilegio del patriarca che, dentro il buio della notte, dichiara di aver visto il Signore faccia a faccia, quanto in un più umano confronto quale è in fondo ogni esperienza storica.
Giacobbe ci racconta insomma come ci si accinge a un passaggio. In quella notte egli cambia: acquista un nome nuovo – Israele – , e un aspetto nuovo – la claudicanza, lascito della lotta. Una volta cambiato, passa il fiume. Prima di passare, si trattiene sulla vecchia sponda – sulla vecchia « faccia », più del dovuto, sì da essere sicuro di poter continuare il viaggio, ma soprattutto di potere intraprendere quel passo cruciale che è il guado, l’attraversamento.
E’ questo è davvero il volto di Israele – Israele Giacobbe, ma non meno il popolo che ne eredita il nome e la storia: la capacità di cambiare, voltandosi indietro ogni volta, per non lasciare lungo il cammino niente che valga la pena di essere portato con sé. Libri, parole, memorie. La tradizione è in fondo questo: talento tenace nell’innestare il vecchio nel nuovo, accogliendo sempre le sfide del tempo che passa e della storia che cambia. Quando si è persa l’autonomia nazionale, il tempio è stato bruciato, la Diaspora ha sparpagliato ai quattro angoli del mondo. Quando il ghetto chiudeva da dentro e da fuori, e tuttavia ogni spiraglio era respiro di scambio. Quando la modernità ha scaraventato nel mondo. Quando il mondo era costellato di campi di sterminio. Quando il ritorno in Terra Promessa non è più stato remota speranza ai margini dell’illusione, ma una specie di realtà fatta di testa, cuore e mani al lavoro. Mai gettare alle ortiche quello che la storia ha regalato o scagliato sino a questo momento, e tuttavia essere pronti a cambiare, adattarsi, azzardare persino – inventando magari nuove lingue, come l’yiddish, o raccogliendo la sfida della scienza e della musica -. E’ l’istinto ebraico di sopravvivenza: tenacia e duttilità. Disponibilità al passaggio verso un’esperienza nuova, ma senza fare tabula rasa di ciò che è stato. Faccia a faccia – il vecchio e il nuovo, il dolore e la speranza, l’interiorità e l’esperienza.
Ma torniamo ancora un momento alla scena, a ciò che racconta, ciò che nasconde e quel che sottintende, una volta che non ci si è arresi all’oscurità della notte e delle parole che la raccontano. L’angelo, o chiunque sia quell’ish che quando giunge la luce del giorno deve dileguarsi per non lasciarsi vedere né chiamare per nome, resta tal qual è. Creatura misteriosa, un po’ specchio dell’uomo con il quale lotta, un po’ emissario del cielo.  Di Giacobbe, invece, alla fine della storia sappiamo qualche cosa di più.
Che è un po’ solo. Malgrado i tanti figli, le due mogli e due serve, malgrado la schiera di uomini, donne e animali che lo accompagna nel viaggio e circonda la sua vita. Di lui sapevamo che era paziente. Questa virtù appartiene nella Bibbia certamente più a lui che a Giobbe: Giacobbe sa aspettare per quattordici anni la donna che ama – e che ha sotto gli occhi ogni giorno che passa… – eppure dire, con chissà quale sorriso, che per lui quegli anni « furono come pochi giorni ».
Abramo parte
Isacco ubbidisce
Giacobbe aspetta
Questo, soprattutto, sono i patriarchi. E davvero è proprio nell’attesa un po’ solinga di Giacobbe – levadò – che meglio si raffigura l’esperienza del suo popolo, dentro la fede e dentro la storia.

Publié dans:ebraismo |on 29 octobre, 2009 |1 Commentaire »

The Aurora Borealis as seen from the subarctic tundra nightscape…

The Aurora Borealis as seen from the subarctic tundra nightscape... dans immagini belle aurora-manitoba-062509-sw

This Month in Photo of the Day: Travel and Culture Photos

The Aurora Borealis as seen from the subarctic tundra nightscape. Wapusk National Park, Manitoba, Canada.
This photo and caption were submitted to the 2008 International Photo Contest. See photo galleries, play jigsaw puzzles, and download wallpaper of images from more than 105,000 submissions.

 Photograph by Kurt Baumgartner

http://photography.nationalgeographic.com/photography/photos/best-pod-june-09/snoqualmie-falls.html

Publié dans:immagini belle |on 29 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

giovedì 29 ottobre 2009: Preghiera dei fedeli

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20091029.shtml

GIOVEDÌ 29 OTTOBRE 2009

Preghiera dei fedeli

Dio Padre non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, perché diventassimo figli. Trasformati dal suo amore, rivolgiamogli ora la nostra preghiera. Diciamo insieme:
Per il tuo Cristo, ascoltaci, o Signore.

Perché la Chiesa sia il luogo dove tutti trovano salvezza. Preghiamo:
Perché il sangue dei martiri rigeneri la fede di molti. Preghiamo:
Perché ogni autorità sia a servizio del bene e della pace del mondo. Preghiamo:
Perché le nostre città siano luoghi di pace e di fede. Preghiamo:
Perché gli annunciatori del vangelo vengano accolti ed ascoltati. Preghiamo:
Perché la croce di Cristo sia per tutti il segno della vittoria sulla morte. Preghiamo:
Perché l’ateismo teorico e pratico non confonda la fede dei semplici. Preghiamo:
Perché Dio doni alla sua Chiesa nuovi profeti. Preghiamo:
Perché ogni volto sofferente ci richiami la passione di Gesù. Preghiamo:
Perché il cuore del violento si apra alla grazia del Signore. Preghiamo:

Padre santo, che hai fatto di Gerusalemme la città della nostra salvezza, sostieni il tuo popolo che si sforza di seguire le orme del tuo Figlio, perché con lui ti lodi per i secoli dei secoli. Amen.

Publié dans:liturgia, preghiere |on 29 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Giovanni Paolo II : « Gerusalemme, … quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091029

Giovedì della XXX settimana del Tempo Ordinario : Lc 13,31-35
Meditazione del giorno
Giovanni Paolo II
Lettera apostolica « Redemptionis anno », aprile 1984

« Gerusalemme, … quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli »

       Oltre a monumenti famosi ed eminenti Gerusalemme accoglie comunità vive di credenti, la cui presenza è pegno e fonte di speranza per le genti che in tutte le parti del mondo guardano alla città santa come a un proprio patrimonio spirituale e un segno di pace e di armonia. Sì, perché nella sua qualità di patria del cuore di tutti i discendenti spirituali di Abramo, che la sentono immensamente cara, e in quella di punto di incontro, agli occhi della fede, tra la trascendenza infinita di Dio e la realtà dell’essere creato, Gerusalemme assurge a simbolo di incontro, di unione e di pace per tutta la famiglia umana. La Città santa racchiude quindi un profondo invito alla pace rivolto a tutta l’umanità, e in particolare agli adoratori del Dio unico e grande, Padre misericordioso dei popoli. Ma purtroppo si deve riconoscere che Gerusalemme permane motivo di perdurante rivalità, di violenza e di rivendicazioni esclusiviste.

Questa situazione e queste considerazioni fanno salire alle labbra le parole del profeta: «Per amore di Sion non mi terrò in silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada» (Is 62,1). Penso e sospiro il giorno nel quale tutti saremo davvero così «ammaestrati da Dio» (Gv 6,45) da ascoltarne il messaggio di riconciliazione e di pace. Penso al giorno nel quale ebrei, cristiani e musulmani potranno scambiarsi a Gerusalemme il saluto di pace che Gesù rivolse ai discepoli, dopo la sua risurrezione dai morti: «Pace a voi!» (Gv 20,19).

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 29 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Simone e Giuda Taddeo

Simone e Giuda Taddeo dans immagini sacre stssimon-jude28-10

http://konicki.com/blog2/2007/10/28/october-28/

Publié dans:immagini sacre |on 28 octobre, 2009 |Pas de commentaires »
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