Agostino Trapé (agostiniano): La preghiera (sulla festa di tutti i santi)

dal sito:

http://agostinotrape.it/varie/pdf/Usmai_75_Conferenza-La_preghiera.pdf

OMELIA: La preghiera Agostino Trapè O.SA.

Sorelle venerate, la festa di tutti i santi che abbiamo celebrato ieri, la commemorazione dei fedeli defunti che celebriamo oggi, richiamano al nostro pensiero la meravigliosa ed esaltante visione della comunione dei santi. Tante volte recitando il simbolo abbiamo fatto la professione di fede su questa verità: credo lo Spirito Santo, la Santa Chiesa Cattolica, la Comunione dei Santi. Se non tutte le volte, molte certamente ci saremo soffermati a pensare a queste misteriose parole: la Comunione dei Santi, cercando di approfondirne il significato. Forse ci siamo accorti che capitava a noi ciò che capita al viandante che guarda l’orizzonte e lo vede arretrare a mano a mano che avanza; o a chi tenti di scrutare gli abissi del mare che ha l’impressione che diventino sempre più profondi quanto più lo sguardo cala a fondo per cogliere tutta la profondità del mare. In realtà questa verità sulla Comunione dei Santi è una verità che esprime nella maniera più chiara, più bella, più profonda l’insondabile mistero della Chiesa. La Chiesa è il regno di Dio, la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa è il popolo di Dio; ma la Chiesa è anzitutto « Comunione ». Queste parole « Comunione dei Santi « possono avere tre significati, e forse tutti e tre insieme. Comunione dei Santi può significare la comunione dei beni, prendendo la parola « sanctorum » nel significato di « cose sante », cioè la comunione dei beni nella Chiesa. Questo significato è vero, perché tutti nella Chiesa -sia che combattano ancora, come noi combattiamo, per giungere alla meta della salvezza, sia che godano il trionfo della salvezza nel cielo, sia che attendano di giungere alla mèta ultima ma già sono sicuri di raggiungerla -partecipano degli stessi beni, cioè del bene essenziale, insostituibile, divino della carità e della grazia. E’ questo bene che allarga la nostra comunione con la comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; è questo bene che ci rende partecipi della comunione di Cristo Redentore. Comunione dei santi può significare che tutti nella Chiesa terrena, tutti coloro che sono partecipi della fede in Cristo, della speranza e della carità, costituiscono una comunione, un’intima partecipazione e convivenza di vita e sono santi. Anche questo significato è vero. Noi siamo santi, non per nostro merito, ma per il dono della grazia che ci ha giustificato e che ci giustifica. Quindi considerare la comunione dei santi, la comunione di tutti i cristiani raccolti nell’unità della Chiesa è una beatificante realtà. Ma questa espressione « communio sanctorum » può significare ancora la comunione dei santi che vivono beati nel cielo. Tre possibili significati, forse tutti e tre ricordati con la professione di fede. In tal caso, diventando sinonimo di quella che la precede, « credo nella Chiesa cattolica », Comunione dei Santi diventa l’espressione più alta del mistero della Chiesa, l’espressione più alta della rivelazione di Dio, che ha voluto gli uomini partecipi della vita, del mistero della Trinità. Difatti l’evangelista S. Giovanni, che nella sua prima lettera annunzia l’incarnazione del Verbo, quello che gli apostoli hanno visto, hanno toccato con mano del Verbo della vita, si esprime così: Queste cose ve le annunciamo perché voi abbiate la società, la comunione, la « Koinonia » insieme a noi e la nostra comunione sia col Padre e col suo Figlio. Ora, sorelle venerate, è in questa visione della comunione della Chiesa, che è appunto comunione dei santi, che appaiono alcuni aspetti fondamentali della teologia della preghiera. Questa mattina abbiamo detto qualcosa di questa stupenda teologia; avevo individuato alcune proprietà su cui poi non ho potuto insistere; anzi su due particolarmente non ho detto neppure una parola. Non l’ho detta perché mi ripromettevo di dirla questa sera. Voi ricorderete che tra i punti che avevo dato nel programma ce ne erano due che suonavano così: socialità della preghiera e cristocentricità della preghiera, o con una parola più barbara « cristicità » della preghiera. Ora queste due proprietà della teologia della preghiera emergono dal dogma della Comunione dei Santi. Che cosa vuol dire Comunione dei Santi? Vuol dire anche questo: comunione di preghiera. La preghiera che passa tra tutti i membri della comunione della Chiesa, sia peregrinante qui in terra sia beata nel cielo sia ancor sofferente ma sicura della salvezza nel purgatorio, la preghiera che raggiunge tutte le anime come le onde del mare che si allargano e occupano tutta l’estensione del mare. Socialità della preghiera vuol dire che noi possiamo pregare per gli altri e rendere gli altri partecipi dei frutti della nostra preghiera; vuol dire che gli altri possono pregare per noi e renderci partecipi dei frutti della loro preghiera.
Sorelle venerate, è una visione consolante, questa, specialmente per chi si sente povero, fragile, peccatore, bisognoso di sostegno. Il pensiero che altre anime qui in terra, che i beati lassù nel Cielo, che le anime care del purgatorio interpongono la loro intercessione presso il Signore per sostenere il nostro cammino, che ci rendono partecipi dei loro meriti, che, diventati amici di Dio, interpongono la loro intercessione presso l’Amico a nostro favore, è una verità esaltante, una verità confortante, capace da sola di tirarci fuori da qualunque scoraggiamento e di reggerci sul ciglio di qualunque abbattimento, quando le difficoltà da superare in certe ore, in certi momenti della nostra vita, diventano molte e gravi e pesanti.
La socialità della preghiera, una verità teologica fondamentale e una sorgente perenne di gioia; ma è anche una sorgente perenne di apostolato, il primo dovere del nostro apostolato. In forza di questa grande verità esiste l’apostolato della preghiera, esiste la possibilità, che anzi è, poi, la prima di tutte le possibilità che noi abbiamo a favore dei nostri fratelli, di aiutare gli altri. La nostra preghiera per i peccatori, la preghiera per gli infedeli, la preghiera per i sofferenti, la preghiera per i titubanti, per coloro che hanno bisogno di ritrovare la verità e chiarire a se stessi le loro idee è il mezzo primo e più efficace dell’apostolato. E questo è possibile solo perché viviamo nella Comunione dei Santi. Ma v’è un’altra prerogativa teologica della preghiera che emerge dallo sfondo meraviglioso della Comunione dei Santi. E’ quella che ho chiamato la cristocentricità. Voglio dire che la nostra preghiera è fatta in Cristo e che Cristo la fa in noi. Cristo è il cardine, la forza della Comunione dei Santi, per cui la nostra preghiera non salisce a Dio se non attraverso il Cristo e la grazia del Signore non scende a noi se non attraverso il Cristo. A questo punto vorrei servirmi di una citazione agostiniana che, pur senza la citazione della fonte, è passata nella liturgia. Dice S. Agostino che Cristo prega per noi, prega in noi, è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Perciò, continua il santo, non dire nulla senza Cristo e Cristo non dirà nulla senza di te. Preghiamo per mezzo di Cristo, preghiamo in Cristo, e Cristo stesso prega in noi. Un orizzonte della preghiera incentrata nel Cristo che, simile a quello della Comunione dei Santi, è realmente insondabile. La nostra preghiera deve salire al Padre per mezzo di Cristo. Lui è il Figlio che il Padre ama, che il Padre ascolta e noi non possiamo arrivare a Lui se non per mezzo del Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini. Io non posso, in questo momento, soffermarmi sul concetto della mediazione, ma basti questo accenno per ricordare che solo attraverso il Cristo noi possiamo arrivare a Dio. Tra Dio creatore e noi creature e per di più creature peccatrici non c’è altro ponte, non c’è altro pontefice che Cristo. Un’espressione della Città di Dio può riassumere questo pensiero: senza il Cristo, senza la sua mediazione, nessuno è stato mai liberato, nessuno è mai liberato, nessuno sarà mai liberato; le sponde dell’eternità e del tempo non possono essere ravvicinate, il contatto tra creatore e creatura non può essere effettuato se non per mezzo di Cristo. Per questa ragione ogni volta che preghiamo, particolarmente nella preghiera pubblica, ogni volta che preghiamo in nome della Chiesa, noi interponiamo sempre l’intercessione di Cristo. Dopo ogni preghiera la conclusione è sempre la stessa: noi ci volgiamo al Padre e gli chiediamo che ascolti la nostra preghiera per intercessione del Figlio. Ma c’è di più: Cristo prega in noi come nostro capo. Come sarebbe bello trattenersi su questo punto per sottolineare la presenza di Cristo in noi. Ma la dottrina della Chiesa corpo mistico di Cristo, così cara a S. Paolo, cosìcara al S. P. Agostino, così cara a Pio XII che l’ ha illustrata in una mirabile enciclica, e ripresa e contenuta nel Concilio Vaticano II, questa dottrina mirabile della Chiesa, corpo mistico di Cristo può darci la chiave per capire come mai Cristo prega in noi. E non è questa una certezza che dilata nella gioia la nostra fede, la nostra vita interiore? Perché quando sappiamo che Cristo vive in noi e prega in noi, allora abbiamo la certezza che l’oceano che ci separa da Dio sarà varcato e che la nostra voce arriverà al Padre delle misericordie, a Dio che è essenzialmente Padre e quindi essenzialmente buono. Io vorrei che voi sottolineaste questo avverbio che io ho usato. Dio essenzialmente Padre, Dio essenzialmente buono. Ma la nostra voce non giunge a Lui se non per mezzo di Cristo; e quando giunge per mezzo di Cristo, allora dalla sua infinita bontà scende la misericordia su ciascuno di noi. Cristo è pregato da noi. Ed è questa un’altra considerazione o per dir meglio un altro aspetto della teologia della preghiera. Noi abbiamo in Cristo colui che prega per noi perché è il nostro mediatore, colui che prega in noi perché è il nostro capo, colui che è pregato da noi, cioè colui che ci concede quello che noi gli chiediamo. Lo chiediamo per mezzo di Cristo uomo, mediatore tra Dio e gli uomini, e lo chiediamo a Cristo Dio e Lui, la stessa persona divina, concede a noi quello che noi chiediamo a Dio perché egli è Dio Verbo incarnato. Con questa teologia del Cristo che prega per noi, che prega in noi, che è pregato da noi potremo considerare chiuso il panorama immenso della teologia della preghiera proposto da S. Agostino. E’ un panorama eminentemente cattolico, è un panorama di tutta la tradizione della Chiesa, è un panorama su cui dobbiamo fissare, oggi soprattutto, il nostro sguardo, la nostra attenzione, perché la preghiera ci appaia nella sua realtà, nella sua profondità, nella sua necessità, nella sua efficacia, nella sua bellezza. La preghiera non ha solo un valore spirituale, un valore teologico, un valore filosofico; ma anche -e non meno -un valore apologetico. E quando dico un valore apologetico voglio dire che attraverso la nostra preghiera, attraverso la vostra vita orante, attraverso la convinzione che la preghiera è l’anima della vita cristiana e della nostra vita religiosa noi esercitiamo un’azione di apostolato e facciamo una grande apologia della Chiesa; scriviamo la pagina più bella dell’apologetica che oggi la Chiesa attende da noi. Bisogna convincere di nuovo il mondo, perché sta dimenticandolo, bisogna convincere il mondo che la preghiera è una forza, e una forza per reggere la nostra vita, una forza per sospingere il nostro apostolato, una forza per rendere migliore il mondo, una forza per sciogliere i problemi, che l’umanità sente ogni giorno più gravi e più urgenti. Ora, voglio sperarlo, è proprio questa profonda convinzione che noi riporteremo con noi stessi al termine di questo convegno. Avremo allora la sicurezza che, approfondendo gli aspetti filosofici, teologici, mistici e spirituali della preghiera, avremo anche approfondito questo aspetto apologetico; e la nostra azione, la nostra vita nella Chiesa sarà più efficace, più feconda, più bella, più gioiosa; come Cristo la vuole, come la Chiesa l’attende.

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