Archive pour le 9 janvier, 2008

I Tre Re Magi

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di Sandro Magister : La diplomazia della Chiesa ha una stella fissa: quella dei Magi

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http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/185212

  

La diplomazia della Chiesa ha una stella fissa: quella dei Magi

Nel discorso d’inizio d’anno al corpo diplomatico Benedetto XVI ha fatto il punto sulla politica vaticana nel mondo. Ma ai fedeli, nella messa dell’Epifania, ha detto molto di più. Ha predicato la sua teologia della storia. Eccola

di Sandro Magister 

ROMA, 8 gennaio 2008 – Il lunedì dopo l’Epifania, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, papa Benedetto XVI ha rivolto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il tradizionale discorso augurale per il nuovo anno.

In discorsi come questo gli osservatori trovano una sintesi della geopolitica della Chiesa. E, in effetti, il testo che il papa ha letto ai diplomatici era il diligente prodotto degli uffici vaticani che si occupano dei rapporti con gli stati e con gli organismi internazionali.

Nel finale del discorso, però, il tocco personale di Benedetto XVI è arrivato inconfondibile. Con queste parole:

« La diplomazia è, in un certo modo, l’arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana ».

Dalle arti della diplomazia a quel « piccolo bambino » che è Gesù il salto è vertiginoso. Eppure è tutta qui – secondo Benedetto XVI – la missione originale della Chiesa, la sua visione del mondo, la sua teologia della storia.

Di questa visione grandiosa il papa ha fatto balenare ai diplomatici solo un lampo.

Ma ventiquattr’ore prima, predicando ai fedeli nell’omelia della messa dell’Epifania da lui celebrata nella basilica di San Pietro, Benedetto XVI ha dispiegato tale visione nella sua interezza, con una forza sintetica e immaginifica che non ha forse uguali nella precedente sua predicazione.

I Magi che arrivano a Gesù seguendo la stella – ha detto il papa – hanno fatto l’opposto di quello che accadde a Babele. L’Epifania è già Pentecoste. È la benedizione di Dio che salva e rappacifica gli uomini e le nazioni. Nel bambino di Betlemme sono iniziati gli « ultimi tempi ». La Chiesa « assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso ».

Il papa ha pronunciato l’omelia in italiano e gli uffici vaticani non hanno fornito nessuna traduzione in altra lingua. Eppure si tratta di un testo di capitale importanza per capire questo pontificato, un testo senza il quale il discorso al corpo diplomatico di lunedì 7 gennaio risulta monco e incomprensibile.

Ecco dalla prima parola all’ultima l’omelia di Benedetto XVI nella messa celebrata in San Pietro il 6 gennaio 2008, festa dell’Epifania:

« Abbiamo tutti bisogno del coraggio dei Magi… »

di Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi Cristo, luce del mondo, e la sua manifestazione alle genti. Nel giorno di Natale il messaggio della liturgia suonava così: “Hodie descendit lux magna super terram », oggi una grande luce discende sulla terra (Messale Romano). A Betlemme, questa “grande luce” apparve a un piccolo nucleo di persone, un minuscolo “resto d’Israele”: la Vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e alcuni pastori. Una luce umile, come è nello stile del vero Dio; una fiammella accesa nella notte: un fragile neonato, che vagisce nel silenzio del mondo… Ma accompagnava quella nascita nascosta e sconosciuta l’inno di lode delle schiere celesti, che cantavano gloria e pace (cfr Luca 2,13-14).

Così quella luce, pur modesta nel suo apparire sulla terra, si proiettava con potenza nei cieli: la nascita del Re dei Giudei era stata annunciata dal sorgere di una stella, visibile da molto lontano. Fu questa la testimonianza di “alcuni Magi”, giunti da oriente a Gerusalemme poco dopo la nascita di Gesù, al tempo del re Erode (cfr Matteo 2,1-2).

Ancora una volta si richiamano e si rispondono il cielo e la terra, il cosmo e la storia. Le antiche profezie trovano riscontro nel linguaggio degli astri. “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17), aveva annunciato il veggente pagano Balaam, chiamato a maledire il popolo d’Israele, e che invece lo benedisse perché – gli rivelò Dio – “quel popolo è benedetto” (Numeri 22,12).

Cromazio di Aquileia, nel suo commento al Vangelo di Matteo, mettendo in relazione Balaam con i Magi; scrive: “Quegli profetizzò che Cristo sarebbe venuto; costoro lo scorsero con gli occhi della fede”. E aggiunge un’osservazione importante: “La stella era scorta da tutti, ma non tutti ne compresero il senso. Allo stesso modo il Signore e Salvatore nostro è nato per tutti, ma non tutti lo hanno accolto” (ivi, 4,1-2). Appare qui il significato, nella prospettiva storica, del simbolo della luce applicato alla nascita di Cristo: esso esprime la speciale benedizione di Dio sulla discendenza di Abramo, destinata ad estendersi a tutti i popoli della terra.

L’avvenimento evangelico che ricordiamo nell’Epifania – la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme – ci rimanda così alle origini della storia del popolo di Dio, cioè alla chiamata di Abramo.

Siamo al capitolo 12 del Libro della Genesi. I primi 11 capitoli sono come grandi affreschi che rispondono ad alcune domande fondamentali dell’umanità: qual è l’origine dell’universo e del genere umano? Da dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà?

Tra i racconti iniziali della Bibbia, compare una prima “alleanza”, stabilita da Dio con Noè, dopo il diluvio. Si tratta di un’alleanza universale, che riguarda tutta l’umanità: il nuovo patto con la famiglia di Noè è insieme patto con “ogni carne” .

Poi, prima della chiamata di Abramo, si trova un altro grande affresco molto importante per capire il senso dell’Epifania: quello della torre di Babele. Afferma il testo sacro che in origine “tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole” (Genesi 11,1). Poi gli uomini dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra” (Genesi 11,4). La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (cfr Genesi 11,7-8). Questo significa “Babele”, e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre.

A questo punto inizia la storia della benedizione, con la chiamata di Abramo: incomincia il grande disegno di Dio per fare dell’umanità una famiglia, mediante l’alleanza con un popolo nuovo, da Lui scelto perché sia una benedizione in mezzo a tutte le genti (cfr Genesi 12,1-3).

Questo piano divino è tuttora in corso e ha avuto il suo momento culminante nel mistero di Cristo.

Da allora sono iniziati gli “ultimi tempi”, nel senso che il disegno è stato pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La stessa Chiesa, depositaria della benedizione, è santa e composta di peccatori, segnata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora”. Nella pienezza dei tempi Gesù Cristo è venuto a portare a compimento l’alleanza: Lui stesso, vero Dio e vero uomo, è il Sacramento della fedeltà di Dio al suo disegno di salvezza per l’intera umanità, per tutti noi.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità.

È l’inizio di un movimento opposto a quello di Babele: dalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione. Scorgiamo così un legame tra l’Epifania e la Pentecoste: se il Natale di Cristo, che è il Capo, è anche il Natale della Chiesa, suo corpo, noi vediamo nei Magi i popoli che si aggregano al resto d’Israele, preannunciando il grande segno della “Chiesa poliglotta”, attuato dallo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la Pasqua. L’amore fedele e tenace di Dio, che mai viene meno alla sua alleanza di generazione in generazione, è il “mistero” di cui parla san Paolo nelle sue lettere, anche nel brano della Lettera agli Efesini poc’anzi proclamato nella messa. L’Apostolo afferma che tale mistero “gli è stato fatto conoscere per rivelazione” (Efesini 3,2) e lui è incaricato di farlo conoscere.

Questo “mistero” della fedeltà di Dio costituisce la speranza della storia. Certo, esso è contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l’umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi. La Chiesa è, nella storia, al servizio di questo “mistero” di benedizione per l’intera umanità. In questo mistero della fedeltà di Dio, la Chiesa assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso.

Infatti resta sempre valida la parola di Dio rivelata per mezzo del profeta Isaia: “Le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te” (Isaia 60,2). Quanto il profeta annuncia a Gerusalemme, si compie nella Chiesa di Cristo: “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Isaia 60,3).

Con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità.

Anche oggi, tuttavia, resta in molti sensi vero quanto diceva il profeta: “nebbia fitta avvolge le nazioni” e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale.

C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza può essere solo Dio… Non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” (« Spe salvi », n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto.

Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.

Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio: il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti a un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!

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E ai diplomatici il papa ha detto…

Nel discorso letto il 7 gennaio da Benedetto XVI al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede i passaggi più significativi sono quelli dedicati al dialogo interculturale e interreligioso e ai « diritti fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana ».

Quanto al dialogo interreligioso, il papa ha rinnovato la sua gratitudine per la lettera indirizzatagli lo scorso ottobre da 138 personalità musulmane e ha auspicato che possa nascerne una « collaborazione su temi di interesse reciproco, come la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune, la costruzione della pace e lo sviluppo ».

Quanto ai diritti essenziali della persona, Benedetto XVI ha denunciato le violazioni della libertà religiosa, le insidie « all’integrità della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna » e « gli attacchi continui perpetrati in tutti i continenti contro la vita umana »:

« Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori e scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma esigono piuttosto un uso morale della scienza. Ricordando l’appello del papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000, mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l’assemblea generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli stati ad istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana ».

In queste ultime parole è facile leggere un riferimento anche alla « moratoria mondiale sull’aborto » invocata da un numero crescente di voci di diverso orientamento culturale e religioso. 

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seguono altri riferimenti sul sito 

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commento al vangelo del giorno di oggi di : Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]

commento al vangelo del giorno di oggi dal sito francese EAQ 

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Der Gott Jesu Christi 

« Vedendoli tutti affaticati nel remare…, già verso l’ultima parte della notte, andò verso di loro »

Gli apostoli attraversano il lago. Gesù è solo a terra, mentre si spossano a remare senza poter avanzare, poiché hanno il vento contrario. Gesù prega e nella sua preghiera li vede nello sforzo di avanzare. Va dunque loro incontro. È evidente che questo testo è pieno di simboli ecclesiologici: gli apostoli sul mare e con il vento contrario, e il Signore presso il Padre. È determinante il fatto che nella sua preghiera, quando è “presso il Padre”, non è assente; proprio al contrario, pregando li vede. Quando Gesù è presso il Padre, è presente alla Chiesa. Il problema della venuta finale di Cristo è qui approfondito e trasformato in una prospettiva trinitaria; Gesù vede la Chiesa nel Padre e, per la potenza del Padre e per la forza del suo dialogo con lui, egli le sta accanto. Proprio questo dialogo con il Padre, mentre è “sul monte”, lo rende presente, e viceversa. La Chiesa è per così dire l’oggetto del colloquio tra il Padre e il Figlio. Essa stessa è dunque ancorata nella vita trinitaria. 

Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Parte II)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-13077?l=italian

Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Parte II) 

Intervista a padre Bernardo Estrada, docente di Nuovo Testamento 

Di Mirko Testa

 ROMA, martedì, 8 gennaio 2008 (ZENIT.org).- I vangeli apocrifici non ci permettono di conoscere realmente Gesù, ma ci mostrano l’evoluzione del cristianesimo. 

Ad affermarlo è padre Bernardo Estrada, il quale è convinto che gli apocrifi, pur non dicendo nulla di più rilevante a livello storico rispetto a quanto già affermato dai Vangeli canonici, ci permettano tuttavia di osservare la nascita di alcune tradizioni che hanno influito sulla religiosità popolare e sull’arte sacra cristiana. 

La prima parte dell’intervista è stata pubblicata il 7 gennaio. 

L’elenco completo dei 27 libri del Nuovo Testamento viene fissato per la prima volta con Atanasio di Alessandria nel 367 d.C. Come si arriva a scegliere questi quattro Vangeli nel canone delle Scritture? 

Padre Estrada: Già prima della fine del II secolo, sant’Ireneo Vescovo di Lione e martire afferma in un celebre passo che “poiché il mondo ha quattro regioni e quattro sono i venti principali [...] il Verbo creatore di ogni cosa [...] rivelandosi agli uomini, ci ha dato un Vangelo quadruplice, ma unificato da un unico Spirito” (Contro le eresie III 11, 8). 

La Chiesa aveva già definito allora i quattro testi che venivano usati nella liturgia. Vent’anni prima di Ireneo anche Giustino parla dei quattro Vangeli o della memoria degli Apostoli che venivano menzionati o letti durante le celebrazioni eucaristiche. Allora come si è arrivati a questa selezione? In realtà si è arrivati attraverso un processo in cui lo Spirito Santo si è aperto un varco in modo naturale e spontaneo. Quando veniva diffuso un testo che affermava qualcosa di strano, gli stessi fedeli, uniti sotto il loro pastore, lo respingevano. Quindi non sono stati disposti da nessuno anche se nel II sec. vi era la coscienza che il Vangelo fosse quadruplice: ovvero uno solo, poiché una sola è la predicazione sulla vita, le opere e le parole di Gesù, ma con quattro immagini diverse, ognuna delle quali offre un tocco personale. 

L’altra questione che si pone ora è come mai la tradizione apostolica sia giunta a inserire tra i Vangeli canonici anche il Vangelo di Giovanni, il più diverso rispetto agli altri in quanto a contenuto ed esposizione, intessuto spesso di riflessioni spirituali e teologiche. Inoltre alcuni studiosi attribuiscono la paternità di questo scritto a discepoli appartenenti a diverse “scuole giovannee”, come si può notare in questo passo: “Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera” (Gv 21, 20)… 

Padre Estrada: Non va a scapito della storicità dei Vangeli il fatto che i loro autori non fossero necessariamente i quattro che vengono menzionati nei titoli. Vorrei direi anche che nemmeno c’è motivo di dubitare se non ci sono delle ragioni serie. Per quanto riguarda il Vangelo di Giovanni è certo che un nucleo risalga all’apostolo, ma che ci sarebbero stati dei discepoli che avrebbero riflettuto su quelle parole di Gesù e avrebbero trovato altre fonti e redatto un Vangelo che un po’ si discosta dagli altri. Infatti è il Vangelo più spirituale, dove non si parla mai della crocifissione e della sofferenza, perché per l’evangelista Giovanni, l’ora della passione si identifica con la glorificazione e la suprema « elevazione » di Gesù. 

Giovanni presenta già la missione del Cristo a partire dalla Resurrezione. E’ un Cristo che ha trionfato e vinto sulla morte. D’altra parte è impossibile spiegare il racconto così dettagliato e crudo della Passione, se non alla luce della piena convinzione degli evangelisti riguardo alla Resurrezione. Altrimenti sarebbe stato semplicemente masochismo! La sofferenza è servita per la nostra salvezza. 

Giovanni riporta moltissimi dialoghi di Gesù con il Padre, come se non toccasse la terra, ma fosse costantemente immerso nella contemplazione del volto di Dio e già glorificato. Mentre negli altri Vangeli Gesù è un uomo con tutte le sue caratteristiche e i suoi limiti umani. Il fatto che il Vangelo di Giovanni sia stato ritoccato da una comunità di discepoli, che si trovava probabilmente a Efeso, e ampliato o forse assemblato in un altro modo trova riscontro nel passo che lei ha citato, e che viene rienuto una appendice, una aggiunta posteriore da parte di un discepolo che fa di Giovanni un testimone verace. Infatti se si legge il cap. 20 si capisce che siamo di fronte a una conclusione: “Queste cose sono state scritte affinché voi crediate che Gesú è il Cristo il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Gv 20, 31). 

Luca nel suo Vangelo, composto intorno agli anni ’80 del I sec., accenna ai “molti altri” che hanno scritto sulla vicende di Gesù, quasi a testimoniare l’esistenza di una moltiplicità di Vangeli, quegli stessi Vangeli in seguito ritenuti apocrifi… 

Padre Estrada: In realtà, quando Luca inizia il prologo al Vangelo e dice “poiché molti hanno posto mano a stendere un racconto sugli avvenimenti successi tra noi”, non si sta riferendo a dei libri ma alle testimonianze di tante persone che hanno ricevuto la predica apostolica e che hanno tentato di mettere per iscritto i fatti e le parole di Gesù. 

Di certo quelle sono le fonti alle quali hanno attinto anche gli evangelisti. Ma da ciò non dobbiamo dedurre necessariamente che si trattasse di libri veri e propri. Forse Luca, che aveva davanti a sé il Vangelo di Marco, si era reso conto che altri tentarono di mettere per iscritto o in ordine i fatti legati alla vita di Gesù. Non è detto, però, che nel II sec. fossero diffusi i Vangeli apocrifi. Il più antico frammento del Vangelo di Tommaso risale alla fine del II sec., che probabilmente è la data di composizione di quel Vangelo. Non prima. Mentre noi sappiamo che molti Vangeli si fanno datare al I sec. anche dalle citazioni contenute nella Prima lettera di Clemente, un testo attribuito a Papa Clemente I (88-97) scritto in greco verso la fine del I sec. 

Nella Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli, che può essere considerata come il più antico catechismo cristiano, essendo stata scritta qualche decennio dopo la morte di Cristo, si cita il “Padre Nostro” , così come noi lo recitiamo oggi 

Poi sappiamo che il più antico frammento del Nuovo Testamento è contenuto nel papiro Rylands (P. 52), che riporta parti del Vangelo di Giovanni e risale circa al 125 d.C., ed è quindi una copia scritta a meno di 30 anni dall’originale. 

Sebbene scartati perché non contenenti verità divinamente rivelate, alcuni Vangeli apocrifi sono giunti fino a noi in lunghi frammenti come il Vangelo copto di Tommaso o il Vangelo di Pietro, trovando anche utilizzo tra i monaci cristiani della Siria e dell’Asia minore. Che valore hanno? Aggiungono informazioni di qualche utilità al racconto dei quattro evangelisti? 

Padre Estrada: Innanzitutto, è necessario dire che tra i Vangeli apocrifi ce ne sono alcuni che nel presentare la figura di Gesù o nel riproporne l’insegnamento si ispirano allo gnosticismo, che è quella teoria filosofico-religiosa che nei primi secoli del cristianesimo (I-IV) si contrappose violentemente alla Chiesa cattolica. Nel 1945, nel villaggio di Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, venne scoperta un’antica biblioteca copta che custodiva 13 codici, tutti scritti nel IV sec., alcuni dei quali riportavano detti di Gesù, per esprimere tuttavia concetti non cristiani. 

Tutti gli studiosi concordano, ad esempio, nell’affermare che il Vangelo di Tommaso – quello che ha suscitato maggiore interesse sia un Vangelo gnostico che presenta le dottrine e gli orientamenti di una comunità nata come eresia all’interno del cristianesimo e che pretendeva di applicare a Gesù la salvezza e tutti i principi della fede cristiana secondo il proprio punto di vista. Essi infatti non riconoscono la morte in croce, perché la sola salvezza verrebbe dalla “gnosi”, cioè dalla conoscenza. Mentre la materia è sempre causa di peccato o legata al demonio. Il Vangelo di Tommaso, come gli altri Vangeli gnostici, si limita a riportare dei detti di Gesù senza inserirli nella narrazone di quanto egli compie. E’ una specie di “Confucio cristiano” del II sec. 

A questo punto possiamo domandarci: i Vangeli apocrifi contengono qualche verità? Certamente. Ad esempio i protovangeli ci raccontano i primi anni di vita di Gesù. A questo proposito, quello più famoso è il Protovangelo di Giacomo, attribuito a Giacomo, figlio di Giuseppe, che lo avrebbe avuto, insieme con tre fratelli e due sorelle, da un matrimonio precendete a quello con Maria. Questo testo ha avuto una certa influenza nella tradizione e nell’iconografia, tanto che la presenza del bue e dell’asinello nella grotta della Natività e il nome dei genitori di Maria, Gioacchino e Anna, ci giungono proprio da questa fonte. 

Certamente il contenuto dei Vangeli apocrifi può differire. Alcuni contengono delle verità, delle amplificazioni fantasiose rispetto ai Vangeli canonici e un gusto teatrale proprio di un cristianesimo popolare, pur rimanendo nell’alveo dell’ortodossia; mentre molti altri, soprattutto quelli di orientamento gnostico contengono delle falsità perché vogliono convincere sulla validità della loro eresia. 

Sotto il profilo storico, non ci dicono nulla di più di quanto sappiamo già dai Vangeli secondo Matteo e secondo Luca, dai quali essi dipendono. La loro intenzione non è storica, essi voglio fare opera di edificazione. Di fronte alla sobrietà dei Vangeli che raccontano anche realtà soprannaturali in maniera “naturale” e asciutta, senza aggiungere circostanze inutili, si è scelto di andare incontro al desiderio del popolo cristiano aggiungendo in maniera più ampia e colorita dei particolari per evidenziare aspetti e vicende dell’infanzia e della prima giovinezza di Gesù e Maria. Ma di fatto in tal modo essi offrono un’immagine di Gesù non conforme alla realtà, come accade nel Vangelo dell’infanzia di Tommaso, dove viene descritto come un bambino già in grado di compiere miracoli. 

Quindi, si può dire che se non avessero contenuto anche un piccolo nucleo di verità nessuno li avrebbe accettati. La loro importanza sta nel fatto di mostrare un’epoca, uno sviluppo del cristianesimo, una confluenza di diverse correnti teologiche e religiose. La loro utilità sta nel riuscire a mostrare l’evoluzione del cristianesimo. 

Publié dans:biblica, ZENITH |on 9 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno b17insektokutor157

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Dai «Discorsi» di san Proclo, vescovo di Costantinopoli

Dal mio Libro della Liturgia delle Ore: 

Dai «Discorsi» di san Proclo, vescovo di Costantinopoli
(Disc. per l’Epifania, 7, 1-3; PG 65, 758-759)
La santificazione delle acque


Cristo apparve al mondo e, mettendo ordine nel mondo in disordine, lo rese bello. Prese su di sé il peccato del mondo e scacciò il nemico del mondo; santificò le sorgenti delle acque ed illuminò le anime degli uomini. A miracoli aggiunse miracoli sempre più grandi.
Oggi la terra e il mare si sono divisi tra loro la grazia del Salvatore, il mondo intero è ripieno di letizia, perché il giorno presente ci mostra un numero maggiore di miracoli che nella festa precedente. Infatti nel giorno solenne del trascorso Natale del Signore la terra si rallegrava, perché portava il Signore in una mangiatoia; nel presente giorno dell’Epifania il mare trasalisce di gioia; tripudia perché ha ricevuto in mezzo al Giordano le benedizioni della santificazione.
Nella passata solennità ci veniva presentato come un piccolo bambino, che dimostrava la nostra imperfezione; nella festa odierna lo si vede uomo maturo che lascia intravedere colui che, perfetto, procede dal perfetto. In quella il re ha indossato la porpora del corpo; in questa la fonte circonda il fiume e quasi lo riveste. Suvvia dunque! Vedete gli stupendi miracoli: il sole di giustizia che si lava nel Giordano, il fuoco immerso nelle acque e Dio santificato da un uomo.
Oggi ogni creatura canta inni e grida: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Sal 117, 26). Benedetto colui che viene in ogni tempo, perché non venne ora per la prima volta… E chi è costui? Dillo chiaramente tu, o beato Davide: «E’ il Signore Dio e brillò per noi» (Sal 117, 27). E non solamente il profeta Davide dice questo, ma anche l’apostolo Paolo gli fa eco con la sua testimonianza e prorompe in queste parole: «Apparve la grazia salvatrice di Dio a tutti gli uomini per ammaestrarci» (Tt 2, 11). Non ad alcuni, ma «a tutti». A tutti infatti, giudei e greci, dona la grazia salvatrice del battesimo, offrendo a tutti il battesimo come un comune beneficio.
Su, guardate lo strano diluvio, più grande e più prezioso del diluvio che venne al tempo di Noè. Allora l’acqua del diluvio fece perire il genere umano; ora invece l’acqua del battesimo, per la potenza di colui che è stato battezzato, richiama alla vita i morti. Allora la colomba, recando nel becco un ramoscello di ulivo, indicò la fragranza del profumo di Cristo Signore; ora invece lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, ci mostra il Signore stesso, pieno di misericordia verso di noi.

Publié dans:liturgia |on 9 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

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