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COME ENTRARE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO DI DIO, PAPA FRANCESCO – di Sandro Magister

http://www.osservatoreromano.va/it/news/alla-messa-senza-orologio#.Uvn5EfaARdg

COME ENTRARE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO DI DIO

Papa Francesco rompe a sorpresa il suo silenzio sulla liturgia. « È la nube di Dio che ci avvolge tutti », dice. E invoca un ritorno al vero senso del sacro

di Sandro Magister

ROMA, 14 febbraio 2014 – A cinquant’anni dalla promulgazione del documento del concilio Vaticano II sulla liturgia, in Vaticano solennizzano l’avvenimento con un convegno di tre giorni alla pontificia università del Laterano, promosso dalla congregazione per il culto divino, il 18-20 di questo mese.
La liturgia non è apparsa finora in primo piano nella visione di papa Francesco. Nella lunga intervista-confessione a « La Civiltà Cattolica » della scorsa estate, ridusse la riforma liturgica conciliare a questa sbrigativa definizione: « un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta ».
Non una parola di più, se non per il « preoccupante rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione ».
Ma lunedì 10 febbraio, all’improvviso, Jorge Mario Bergoglio ha rotto il silenzio e ha dedicato alla liturgia l’intera omelia della messa mattutina nella cappella di Santa Marta. Dicendo cose che non aveva mai detto in precedenza, da quando è papa.
Quella mattina, nella messa si leggeva il primo libro dei Re, quando durante il regno di Salomone la nube, la gloria divina, riempì il tempio e « il Signore decise di abitare nella nube ».
Prendendo spunto da quella « teofania », papa Jorge Mario Bergoglio ha detto che « nella liturgia eucaristica Dio è presente », in modo ancor « più vicino » che nella nube nel tempio, la sua « è una presenza reale ».

E ha proseguito:
« Quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. La messa non è una rappresentazione, è un’altra cosa. È vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo ».

Più avanti il papa ha detto:
« La liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio, lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. È la nube di Dio che ci avvolge tutti ».

E tornando a un suo ricordo d’infanzia:
« Io ricordo che da bambino, quando ci preparavano alla prima comunione, ci facevano cantare: “’O santo altare custodito dagli angeli”, e questo ci faceva capire che l’altare era davvero custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio ».
Avviandosi alla conclusione, Francesco ha invitato i presenti a « chiedere oggi al Signore che dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia, e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare. Lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni a entrare nel mistero di Dio ».
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L’omelia di papa Francesco del 10 febbraio nella sintesi che ne ha dato « L’Osservatore Romano »:

> A messa senza orologio

http://www.osservatoreromano.va/it/news/alla-messa-senza-orologio#.Uvn5EfaARdg

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La costituzione del concilio Vaticano II sulla liturgia, il primo dei documenti approvati da quell’assise: > Sacrosanctum Concilium
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Ed ecco come ne parlò Benedetto XVI nel discorso a braccio al clero di Roma del 14 febbraio 2013, esattamente un anno fa, uno degli ultimissimi atti del suo pontificato:
« Dopo la prima guerra mondiale era cresciuto, nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel messale del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la messa secondo il messale, ed i laici, che pregavano, nella messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare.
« Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse ‘Et cum spiritu tuo’ eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia.
« Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. ‘Operi Dei nihil praeponatur’: questa parola della Regola di san Benedetto (cfr. 43, 3) appare così come la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale: parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del corpo e sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione. Adesso non vorrei entrare nei dettagli della discussione, ma vale sempre la pena tornare, oltre le attuazioni pratiche, al Concilio stesso, alla sua profondità e alle sue idee essenziali.
« Ve n’erano, direi, diverse: soprattutto il mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, e quindi della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della risurrezione. Sempre di nuovo cominciamo il nostro tempo con la risurrezione, con l’incontro con il Risorto, e dall’incontro con il Risorto andiamo al mondo. In questo senso, è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio; interiormente dobbiamo tenere presente questo: che è l’inizio, l’inizio della creazione, è l’inizio della ri-creazione nella Chiesa, incontro con il Creatore e con Cristo risorto. Anche questo duplice contenuto della domenica è importante: è il primo giorno, cioè festa della creazione, noi stiamo sul fondamento della creazione, crediamo nel Dio creatore; e incontro con il Risorto, che rinnova la creazione; il suo vero scopo è creare un mondo che è risposta all’amore di Dio.
« Poi c’erano dei principi: l’intelligibilità, invece di essere rinchiusi in una lingua non conosciuta, non parlata, ed anche la partecipazione attiva. Purtroppo, questi principi sono stati anche male intesi. Intelligibilità non vuol dire banalità, perché i grandi testi della liturgia – anche se parlati, grazie a Dio, in lingua materna – non sono facilmente intelligibili, hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano perché cresca ed entri sempre più in profondità nel mistero e così possa comprendere. Ed anche la Parola di Dio, se penso giorno per giorno alla lettura dell’Antico Testamento, anche alla lettura delle epistole paoline, dei Vangeli: chi potrebbe dire che capisce subito solo perché è nella propria lingua? Solo una formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità ed una partecipazione che è più di una attività esteriore, che è un entrare della persona, del mio essere, nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo ».

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14.2.2014

CANTO GREGORIANO: I PENSIERI SEGRETI DI JOSEPH RATZINGER – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/88063

CANTO GREGORIANO: I PENSIERI SEGRETI DI JOSEPH RATZINGER

Sono ben spiegati da un grande esperto di musica liturgica: Giacomo Baroffio. Col gioco di un immaginario discorso scritto dall’attuale papa e di una richiesta di perdono rimasta nel cassetto del predecessore

di Sandro Magister

ROMA, 9 ottobre 2006 – Poniamo che il documento che segue sia il discorso che Benedetto XVI ha preparato in vista della prossima festa di santa Cecilia, patrona della musica, che cade ogni anno il 22 novembre.
A scovarlo e a trasmetterlo come tale a www.chiesa è stato il professor Giacomo Baroffio, uno dei maggiori specialisti al mondo di canto gregoriano e di musica liturgica.
Assieme a questo testo, Baroffio ci ha trasmesso anche un altro inedito: la richiesta di perdono che Giovanni Paolo II avrebbe scritto per la festa di santa Cecilia del 2003, ma che poi avrebbe rinunciato a pronunciare.
Al posto di quel discorso penitenziale, il 22 novembre di quell’anno papa Karol Wojtyla firmò invece – per davvero – un chirografo sulla musica sacra che Baroffio giudica molto deludente: “una commemorazione accademica che si trascina stanca da una citazione all’altra di documenti magisteriali”.
Più sotto, in questa pagina, sono riprodotti alcuni passaggi di quella richiesta di perdono di Giovanni Paolo II che non ha mai visto la luce.
Ma anche il discorso di Benedetto XVI qui dato in anteprima non sarà mai pronunciato.
Perchè quello escogitato dal professor Baroffio è un gioco.
Un gioco però molto serio.
Il pensiero di papa Joseph Ratzinger sulla musica liturgica è noto: l’ha spiegato negli anni in articoli, libri e discorsi.
Sono noti anche i bisogni, le attese e le difficoltà della Chiesa in questo campo.
L’immaginario nuovo discorso attribuito a Benedetto XVI è la logica somma di questi due dati.
Discorso non vero, dunque, ma verosimile. Ideato come gioco, ma espressivo di un sogno che con questo papa può divenire realtà.

Eccolo:
”Non lascerò deluse le vostre aspettative…”
di “Benedetto XVI, 22 novembre 2006”

Diletti fratelli nell’episcopato! Cari musicisti di Chiesa! Ho l’immensa gioia di accogliere da ogni parte d’Europa una folta rappresentanza dei musicisti impegnati nel servizio liturgico. Saluto tutti voi che siete venuti qui a nome personale o quali testimoni qualificati di numerose associazioni e gruppi. Per tutti permettetemi di porgere un cordialissimo benvenuto ai giovanissimi artisti bavaresi, i “Domspatzen” che hanno arricchito di decoro le celebrazioni che ho presieduto nel duomo di Ratisbona, e alla presidenza della “Consociatio Internationalis Musicæ Sacræ” con cui ho collaborato più volte.
Conoscete tutti la mia passione per la musica e molti di voi conoscono forse le pagine dove ho fissato le riflessioni sulla liturgia e sulla musica durante la mia missione di docente universitario e il mio ministero di pastore a Monaco e a Roma. Da parte mia ho letto con interesse, talora con non celato stupore e fremito, alcune pagine che esprimevano vari giudizi, desideri e timori quando sono stato chiamato a succedere al beneamato pontefice e mio predecessore Giovanni Paolo II. Vescovo oggi di Roma, proprio perché sento una particolare propensione per la musica, permettetemi di rivolgermi a voi con familiarità e semplicità, direi quasi con la confidenza che abbatte diffidenze e timori tra amici.
È mio fermo convincimento che nella Chiesa cattolica l’impegno musicale sia scarso. Ciò dipende certamente da aspetti musicali quale, ad esempio, può essere qui in Italia, l’analfabetismo diffuso al quale sono condannati i giovani che non trovano nell’istituzione scolastica un adeguato aiuto formativo. Il problema, a mio modesto avviso, è tuttavia ben più grave e trascende il campo della musica; riguarda tutto il nostro continente e il mondo intero.
Dove non c’è profondo interesse per la musica sacra è perché prima ancora non c’è attenzione alla liturgia. Una perversa infiltrazione mondana ha stravolto l’ordine delle cose e ha favorito il sorgere e il diffondersi di un nefasto convincimento: la liturgia sarebbe una serie di operazioni culturali fatte dall’uomo secondo i propri gusti individuali, come piace, quando piace, se piace. Si è perso il senso mistico di ciò che nella Chiesa e per la vita della Chiesa è stato – ed è ancora – l’”Opus Dei”: l’opera che noi realizziamo nei confronti di Dio elevando a Lui la nostra preghiera, ma prima ancora – ed è la cosa più importante, l’essenziale – è quanto lo Spirito di Dio realizza nel nostro cuore e porta a compimento quando nella sua totalità della nostra persona siamo trasfigurati e resi capaci di rivolgerci a Dio con il dolce appellativo di “abbà”, babbo.
La liturgia non è un momento che si possa relativizzare nel cammino di fede, che si possa fare od omettere a piacimento, e neppure può essere manipolata e stravolta nell’affannosa ricerca di trovare adesione e plauso. La liturgia è un momento privilegiato e unico nella storia della salvezza: vede come protagonista Cristo Signore che ci chiama alla sua sequela attraverso il nascondimento di Nazareth e la vita pubblica negli impegni sociali, nel diffondere la buona novella delle Beatitudini e nello stupore silenzioso dell’adorazione. La liturgia è prima di tutto fare memoria della passione morte risurrezione del Signore che ha aperto il suo cuore confidando i segreti più intimi attraverso le parole del Vangelo.
Per questi motivi, cari amici, la vostra formazione di musicisti di Chiesa non può limitarsi alle esercitazioni corali, allo studio dello strumento e all’approfondimento delle tecniche compositive. Anche nel vostro itinerario formativo c’è una priorità: una rigorosa e insieme appassionata presa di contatto con la Parola di Dio. Questo impegno trova un suo sostegno nello studio della vita della Chiesa e del divenire storico dei riti liturgici, del loro significato teologico e spirituale. Queste conoscenze non devono certo limitarsi alla sfera di uno sterile nozionismo, ma sono l’inizio di un cammino verso la maturazione interiore che introduce alla sapienza spirituale, al gusto delle cose di Dio, a percepire la realtà e il valore della liturgia nella vita quotidiana.
Penserete allora: tra poco il papa ci dirà che dobbiamo cantare solo il canto gregoriano. D’istinto lo direi, e con grande commozione. Ma mi trattengono due considerazioni: la prima, tragica – conosco il peso di questa parola! – è che pochissime comunità sarebbero oggi in grado di svolgere un programma musicale impegnativo in modo dignitoso. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze: il canto gregoriano, quello che noi oggi cantiamo a una sola voce, è quanto di più difficile ci sia da interpretare in modo creativo. Penso, tra l’altro, alla linea semplice della salmodia: la sua esecuzione limpida richiede una tensione spirituale e una correttezza verbale che si acquisiscono solo in un diuturno impegno sul fronte della preghiera personale e del canto comunitario.
La seconda considerazione: il canto gregoriano costituisce un’esperienza fondamentale e ancora attuale nella vita della Chiesa come, in misura diversa, può dirsi anche della polifonia sacra. Ma la vitalità della Chiesa, che pure si manifesta nell’attualizzare oggi l’esperienza orante del passato (non perché è del passato, ma perché i nostri padri hanno raggiunto un valore di perenne attualità), esige una sapiente composizione sinfonica tra “nova et vetera”, tra conservare et innovare.
Alcuni di voi resteranno delusi, ma occorre fare delle scelte oculate e prudenti in questo momento particolarmente critico nella vita della comunità cristiana. Essa è smarrita, confusa, ha perso o non trova precisi punti di riferimento. Non ritengo opportuno dire che questo o quello è vietato. Penso che le catechesi del magistero ecclesiale e le norme del diritto canonico siano già sufficientemente esplicite e chiare. Sono convinto che la cosa più urgente da fare sia il ricupero dell’identità cristiana attraverso un rinnovato impegno spirituale.
Musicisti di Chiesa, prima di cantare, suonare e comporre qualche brano che serva alla glorificazione di Dio e alla santificazione della vostre assemblee, pregate, meditate sulla Parola e sui testi della sacra liturgia. Pregate. Ritagliatevi spazi di silenzio per l’adorazione, inginocchiatevi davanti all’Eucaristia, regalatevi ore di adorazione attonita. Il rinnovamento della musica sacra esige una profonda pietà che sboccia dall’ascolto della Parola e dalla preghiera che da essa deriva. Gettiamo le fondamenta per un rinnovato edificio ecclesiale che si distingua per bellezza e armonia, luminosità e trasparenza.
Affinché questo cammino trovi un impulso concreto e fattivo, vorrei rivolgere un pressante invito a voi, miei diletti fratelli nell’episcopato. Curate la formazione del clero! Aiutate i seminaristi a divenire ministri della Parola e non freddi burocrati e meri organizzatori. Sia incoraggiato ciascuno a trovare il tempo dell’”otium” necessario a coltivare le letture che non servono direttamente a passare gli esami scolastici, ma che sono necessarie alla formazione integrale della persona: letture di testi poetici, letture e ascolto della musica, letture delle opere delle arti pittoriche e scultoree, letture delle architetture che danno il senso degli spazi interiori protesi non verso l’alto, bensì verso l’Altissimo.
Nei seminari sia coltivata la musica quale scoperta ed esperienza vissuta di inedite e sconfinate vibrazioni interiori. Sia cantato ogni giorno in modo dignitoso qualche brano del patrimonio gregoriano anche nell’intento di fornire ai nuovi pastori d’anime il senso del canto liturgico. Essi acquisteranno così un solido criterio di valutazione per accogliere in futuro nuove composizioni, differenti sì nel linguaggio, ma simili nel significato spirituale.
Non vi trattengo oltre, cari amici, ma vi assicuro che siete presenti al mio cuore. Non lascerò deluse le vostre aspettative per un rinnovamento della musica sacra. Spero di potervi donare tra non molti mesi un documento ufficiale, forse un’enciclica o forse un “motu proprio”. Penso a un testo che affronti in modo positivo e sistematico le questioni della musica sacra, una “magna charta” che delinei l’universo liturgico e la sua musica, fornisca spunti di riflessione teologico-spirituali e chiare linee operative.
Cari musicisti di Chiesa! Spero di ritrovarvi presto pervasi di quella sensibilità che rende tutti voi attivi collaboratori nel campo del Signore. Bandite concordi la zizzania effimera della banalità e dello squallore, coltivate i fiori della bellezza rigogliosa che espande il profumo dello Spirito. Le vostre voci siano profezia della Parola che annuncia un’alba radiosa di speranza nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

MIO FRATELLO OMOSESSUALE (Sandro Magister)

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350992

MIO FRATELLO OMOSESSUALE

Come rivelano i suoi diari spirituali, il cardinale Jean Daniélou caricava su di sé i peccati dell’amatissimo suo fratello Alain, perché la sua anima fosse salvata. La lezione di vita di uno dei più grandi teologi del Novecento

di Sandro Magister

ROMA, 12 febbraio 2015 – Proprio mentre in Vaticano i cardinali riuniti in concistoro si affaticano sulla riforma della curia, poco distante, sull’altra sponda del Tevere, un cenacolo di qualificati studiosi si confronta su un tema certo più appassionante e mordente sull’oggi e sul domani della Chiesa e dell’umanità: il mistero della storia.

Per l’esattezza: il mistero della storia visto da Joseph Ratzinger e Jean Daniélou.
Patrocinate dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e ospitate dalla Pontificia Università della Santa Croce, le giornate di studio si aprono nel pomeriggio di oggi, 12 febbraio, e si concludono la sera del 13:
> Ratzinger e Daniélou di fronte al mistero della storia. Programma
È la seconda volta che l’università romana dell’Opus Dei getta luce su quel grande teologo, patrologo e liturgista che fu Daniélou, gesuita e cardinale, ingiustamente caduto in ombra dopo la sua morte nel 1974 nella casa di una prostituta parigina a cui egli portava segretamente aiuto.
La volta precedente è stata nel maggio del 2012 e www.chiesa ne diede conto in questo servizio:
> Per il cardinale messo al bando è finita la quarantena
Questa volta, Daniélou si ritrova accostato a Ratzinger. E a ragione. Perché entrambi sono tra i pochissimi grandi teologi cattolici del Novecento che hanno elaborato una visione della storia autenticamente biblica e cristiana: una storia non governata dal caso, né dalla necessità, ma riempita dalle « magnalia Dei », dalle grandiose azioni di Dio, una più stupefacente dell’altra. Basti leggere, per esserne conquistati, quel capolavoro che Daniélou ha espressamente dedicato al tema: « Saggio sul mistero della storia ».
Sia Ratzinger che Daniélou hanno i loro tratti originali. Il primo legge la storia nel solco della « Città di Dio » di Agostino e poi di san Bonaventura, mentre il secondo è più sensibile a quel geniale Padre della Chiesa che fu Gregorio di Nissa.
Entrambi, però, hanno anche un elemento vitale che li accomuna. « Pur essendo grandi intellettuali e uomini di università, hanno saputo spendersi, in obbedienza a Cristo, per la Chiesa e per gli ultimi », ha detto a Zenit uno dei promotori del convegno, Giulio Maspero, docente di teologia dogmatica alla Santa Croce:
> Ratzinger e Daniélou, un « eroico » servizio ecclesiale
Sullo spirito e le opere nascoste di Daniélou hanno sollevato il velo i « Carnets spirituels », i suoi diari spirituali, pubblicati vent’anni dopo la sua morte, come pure « Le chemin du labyrinthe », l’autobiografia di suo fratello Alain, omosessuale, convertito a un induismo d’impronta erotica e compagno di vita del fotografo svizzero Raymond Burnier.
Jonah Lynch, della Pontificia Università Gregoriana, altro promotore e relatore del convegno, dice in proposito:
« Nei diari sono toccanti le pagine in cui Jean Daniélou offre la propria vita per la salvezza del suo fratello omosessuale Alain, mentre a sua volta quest’ultimo, nel ‘Chemin du labyrinthe’, rende omaggio a Jean e al suo amore sincero, pur non condividendo le sue posizioni. Si vede risplendere nella vita del cardinale un approccio ‘pastorale’ e delicato, un genuino amore evangelico, che tanto va di moda adesso, ma assieme al prezzo altissimo che tale amore esige. In Jean Daniélou l’amore ai lontani non era cosmesi, ma una realtà che valeva persino il martirio ».
Dal 1943, assieme al grande studioso dell’islam Louis Massignon, Daniélou celebrò ogni mese, nella più grande discrezione, una messa per gli omosessuali, « per la loro salvezza ». Ne dà conferma la pronipote Emmanuelle de Boysson nel suo libro dedicato ai due fratelli, « Le Cardinal et l’Hindouiste ».
Ma ne scrive lo stesso fratello Alain nella sua autobiografia, di cui vale rileggere questa pagina:
« Jean fu sempre con me di una gentilezza perfetta. Per tutta la sua vita conservò un rimorso per il modo in cui la famiglia mi aveva trattato e lasciato senza sostegno. L’ha detto spesso ad amici comuni. Quando il mio amico Raymond morì, confidò a Pierre Gaxotte, nei corridoi dell’Accademia di Francia, di essere tristissimo, pensando che io ne fossi profondamente colpito.
« Essere nominato al rango di cardinale fu per Jean una liberazione. Era finalmente libero dalla costrizione gesuitica di cui aveva sicuramente sofferto. Gli ultimi anni della sua vita furono i più felici.
« La sua morte e lo scandalo da essa provocato, quando lui era diventato una delle maggiori figure della Chiesa, è stata una specie di vendetta postuma, uno di quei favori fatti dagli dei a quelli a cui vogliono bene. Se fosse morto qualche momento prima o dopo, o se avesse fatto visita a una signora del sedicesimo arrondissement col pretesto di opere di beneficenza, invece di portare i proventi dei suoi scritti teologici a una povera donna bisognosa, non ci sarebbe stato nessuno scandalo.
« Da sempre Jean si era dedicato alle persone malviste. Aveva, per un certo periodo, celebrato una messa per gli omosessuali. Cercava di aiutare i detenuti, i delinquenti, i ragazzi in difficoltà, le prostitute. Ho ammirato profondamente questa fine di vita simile a quella dei martiri, il cui profumo sale al cielo tra l’obbrobrio e i sarcasmi della folla.
« È morto come muoiono i veri santi, nell’ignominia, nei sogghigni, nel disprezzo di una società astiosa e vile. Negli ultimi anni della vita di mio fratello, abitavo vicino a Roma ed ero, nell’opinione del clero, un apostata di un certo rilievo. C’era chi ci confondeva l’uno con l’altro e alcuni critici avevano persino attribuito a mio fratello il mio libro ‘L’Érotisme divinisé’, dicendo: ‘Si sa della libertà di spirito dei gesuiti, però…’. Mio fratello provvide a dimostrare che lo scandalo non è dato dalle nostre credenze o dai nostri atti ma dall’ironia degli dei, che ridono di queste accozzaglie di regole di vita e di cosiddette ‘verità che bisogna credere’, di cui gli uomini attribuiscono a loro la paternità ».
Anche nei diari spirituali del teologo e cardinale Jean Daniélou affiora l’ansia per la salvezza dell’anima del fratello omosessuale, da lui amatissimo. Come ad esempio quando ricorda il proprio desiderio di partire missionario per la Cina:
« I motivi del mio desiderio di andare in Cina sono riconducibili allo zelo per la salvezza delle anime che è l’oggetto della mia vocazione. Una vita da gesuita è completa solo se essa partecipa alla passione di Nostro Signore nonché alla sua vita pubblica. So che da nessuna parte Nostro Signore rifiuta tale partecipazione a chi gliela chiede; ma temo di rilassarmi in questo desiderio. Nelle missioni c’è una dose quasi sicura di privazioni, di delusioni, di pericoli, forse la morte, forse il martirio. Oltre a questi motivi, so che ho una capacità di adattamento che mi aiuterebbe a farmi cinese con i cinesi; che la vita da missionario offre più occasioni di attuare le opere di misericordia corporale della vita in Francia; che considererò la mia vita come non inutile se a motivo di essa l’anima di Alain è salvata, e che non conosco la misura dell’immolazione che Dio desidera da me per questo ».
In un’altra pagina dei « Carnets spirituels », meditando sulla passione di Gesù nell’Orto degli Ulivi, arriva a voler assumere su di sé il peso dei « peccati » di Alain e di chiunque altro:
« Gesù, ho capito che non vuoi che io distingua i miei peccati dagli altri peccati del mondo, ma che io entri più profondamente nel tuo cuore e mi consideri responsabile dei peccati delle persone che vorrai: quelli di Alain, di chiunque piacerà a te. Mi fai sentire, Gesù, che devo scendere ancora più giù, prendere con me i peccati degli altri, accettare di conseguenza tutti i castighi che essi attireranno su di me dalla tua giustizia e in modo particolare il disprezzo delle persone per le quali offrirò me stesso. Accettare, anzi, desiderare di essere disonorato, anche agli occhi di quelli che amo. Accettare le grandi abiezioni, di cui non sono degno, per essere pronto almeno ad accettare le piccole. Allora, Gesù, la mia carità assomiglierà a quella con cui mi hai amato ».
E sempre in perfetta letizia:
« Vivere della fede, di cui la cosa che ho più chiara è che è incomprensibile. Essere di un umore francescano, mortificato e allegro, birichino e mistico, totalmente povero. Ammirare l’umorismo con cui il curato d’Ars trattava se stesso per sfuggire ad ogni vanità. Volgere al comico tutto il lato di vanità della mia vita ».
__________

Nel sinodo dello scorso ottobre la questione dell’omosessualità è stata una delle più discusse, come spiegato da questo servizio di www.chiesa, comprensivo di un intervento del professor Martin Rhonheimer, della Pontificia Università della Santa Croce, sulla posizione del magistero e della teologia morale cattolica in materia:
> Nel sinodo e dopo, porta girevole per gli omosessuali
L’arcivescovo argentino Víctor Manuel Fernández, rettore dell’Università Cattolica di Buenos Aires e amico e confidente di papa Francesco, ha così commentato l’esito della discussione sinodale sull’omosessualità, un esito che ha lasciato lui e altri « non soddisfatti per il poco che si è detto » nel documento finale:

« Probabilmente ci è mancata la volontà di dire con papa Francesco: ‘Chi siamo noi per giudicare i gay?’ ».
Per la cronaca, il prossimo 18 febbraio, mercoledì delle Ceneri, sarà in piazza San Pietro, con un gruppo di omosessuali cattolici degli Stati Uniti, Jeannine Gramick, la suora di Notre Dame che assieme al connazionale Robert Nugent, religioso salvatoriano, è stata oggetto nel 1999 di una notificazione della congregazione per la dottrina della fede – di cui Joseph Ratzinger era cardinale prefetto – che ha proibito a entrambi di fare « attività pastorale in favore delle persone omosessuali », poiché « gli errori e le ambiguità » in essi riscontrati sull’insegnamento della Chiesa cattolica in materia « non sono coerenti con un atteggiamento cristiano di vero rispetto e compassione » per quelle persone.

Publié dans:omosessualità, Sandro Magister |on 13 avril, 2015 |Pas de commentaires »

COME ENTRARE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO DI DIO – di Sandro Magister

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COME ENTRARE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO DI DIO

Papa Francesco rompe a sorpresa il suo silenzio sulla liturgia. « È la nube di Dio che ci avvolge tutti », dice. E invoca un ritorno al vero senso del sacro

di Sandro Magister

ROMA, 14 febbraio 2014 – A cinquant’anni dalla promulgazione del documento del concilio Vaticano II sulla liturgia, in Vaticano solennizzano l’avvenimento con un convegno di tre giorni alla pontificia università del Laterano, promosso dalla congregazione per il culto divino, il 18-20 di questo mese.
La liturgia non è apparsa finora in primo piano nella visione di papa Francesco. Nella lunga intervista-confessione a « La Civiltà Cattolica » della scorsa estate, ridusse la riforma liturgica conciliare a questa sbrigativa definizione: « un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta ».
Non una parola di più, se non per il « preoccupante rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione ».
Ma lunedì 10 febbraio, all’improvviso, Jorge Mario Bergoglio ha rotto il silenzio e ha dedicato alla liturgia l’intera omelia della messa mattutina nella cappella di Santa Marta. Dicendo cose che non aveva mai detto in precedenza, da quando è papa.
Quella mattina, nella messa si leggeva il primo libro dei Re, quando durante il regno di Salomone la nube, la gloria divina, riempì il tempio e « il Signore decise di abitare nella nube ».
Prendendo spunto da quella « teofania », papa Jorge Mario Bergoglio ha detto che « nella liturgia eucaristica Dio è presente », in modo ancor « più vicino » che nella nube nel tempio, la sua « è una presenza reale ».
E ha proseguito:
« Quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. La messa non è una rappresentazione, è un’altra cosa. È vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo ».

Più avanti il papa ha detto:
« La liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio, lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. È la nube di Dio che ci avvolge tutti ».
E tornando a un suo ricordo d’infanzia:
« Io ricordo che da bambino, quando ci preparavano alla prima comunione, ci facevano cantare: “’O santo altare custodito dagli angeli”, e questo ci faceva capire che l’altare era davvero custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio ».
Avviandosi alla conclusione, Francesco ha invitato i presenti a « chiedere oggi al Signore che dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia, e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare. Lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni a entrare nel mistero di Dio ».
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L’omelia di papa Francesco del 10 febbraio nella sintesi che ne ha dato « L’Osservatore Romano »:
> A messa senza orologio
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LA COSTITUZIONE DEL CONCILIO VATICANO II SULLA LITURGIA, IL PRIMO DEI DOCUMENTI APPROVATI DA QUELL’ASSISE:
> Sacrosanctum Concilium
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Ed ecco come ne parlò Benedetto XVI nel discorso a braccio al clero di Roma del 14 febbraio 2013, esattamente un anno fa, uno degli ultimissimi atti del suo pontificato:
« Dopo la prima guerra mondiale era cresciuto, nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel messale del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la messa secondo il messale, ed i laici, che pregavano, nella messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare.
« Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse ‘Et cum spiritu tuo’ eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia.
« Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. ‘Operi Dei nihil praeponatur’: questa parola della Regola di san Benedetto (cfr. 43, 3) appare così come la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale: parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del corpo e sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione. Adesso non vorrei entrare nei dettagli della discussione, ma vale sempre la pena tornare, oltre le attuazioni pratiche, al Concilio stesso, alla sua profondità e alle sue idee essenziali.
« Ve n’erano, direi, diverse: soprattutto il mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, e quindi della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della risurrezione. Sempre di nuovo cominciamo il nostro tempo con la risurrezione, con l’incontro con il Risorto, e dall’incontro con il Risorto andiamo al mondo. In questo senso, è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio; interiormente dobbiamo tenere presente questo: che è l’inizio, l’inizio della creazione, è l’inizio della ri-creazione nella Chiesa, incontro con il Creatore e con Cristo risorto. Anche questo duplice contenuto della domenica è importante: è il primo giorno, cioè festa della creazione, noi stiamo sul fondamento della creazione, crediamo nel Dio creatore; e incontro con il Risorto, che rinnova la creazione; il suo vero scopo è creare un mondo che è risposta all’amore di Dio.
« Poi c’erano dei principi: l’intelligibilità, invece di essere rinchiusi in una lingua non conosciuta, non parlata, ed anche la partecipazione attiva. Purtroppo, questi principi sono stati anche male intesi. Intelligibilità non vuol dire banalità, perché i grandi testi della liturgia – anche se parlati, grazie a Dio, in lingua materna – non sono facilmente intelligibili, hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano perché cresca ed entri sempre più in profondità nel mistero e così possa comprendere. Ed anche la Parola di Dio, se penso giorno per giorno alla lettura dell’Antico Testamento, anche alla lettura delle epistole paoline, dei Vangeli: chi potrebbe dire che capisce subito solo perché è nella propria lingua? Solo una formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità ed una partecipazione che è più di una attività esteriore, che è un entrare della persona, del mio essere, nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo ».

Lo dice il papa teologo: la prova di Dio è la bellezza – di Sandro Magister

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Lo dice il papa teologo: la prova di Dio è la bellezza

La bellezza dell’arte e della musica. Le meraviglie della santità. Lo splendore del creato. Così Benedetto XVI difende la verità del cristianesimo, in un botta e risposta con i preti di Bressanone

di Sandro Magister

ROMA, 11 agosto 2008 – Come ogni estate anche quest’anno Benedetto XVI ha incontrato i sacerdoti della regione nella quale si è recato in vacanza. Per un libero colloquio a domanda e risposta.
L’incontro è avvenuto la mattina di mercoledì 6 agosto nella cattedrale di Bressanone, ai piedi delle Alpi, a pochi chilometri dal confine con l’Austria. Il papa ha risposto a sei domande, parlando in parte in tedesco e in parte in italiano, le due lingue ufficiali della regione. L’incontro era a porte chiuse, senza la presenza di giornalisti. La trascrizione integrale del colloquio è stata diffusa due giorni dopo dalla sala stampa vaticana.
I temi proposti al papa sono stati i più vari. Talora anche scottanti. Un sacerdote ha chiesto se è giusto continuare ad amministrare i sacramenti anche a chi si mostra lontano dalla fede. E il papa, nel rispondergli, ha confessato che da giovane era « piuttosto severo », ma poi ha capito che « dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore, che era un Signore della misericordia, molto aperto con i peccatori ».
Un altro ha chiesto se la scarsità di preti non impone di affrontare le questioni del celibato, dell’ordinazione di « viri probati », dell’ammissione delle donne ai ministeri. E il papa ha difeso con forza il celibato come segno del « mettersi a disposizione del Signore nella completezza del proprio essere e quindi totalmente a disposizione degli uomini ».
Qui di seguito sono riprodotte due delle sei domande e risposte. La prima sul nesso tra ragione e bellezza, con suggestivi riferimenti all’arte, alla musica, alla liturgia. La seconda sulla tutela del creato.

1. « Tutte le grandi opere d’arte sono una epifania di Dio »

D. – Santo Padre, mi chiamo Willibald Hopfgartner, sono francescano. Nel suo discorso di Ratisbona Lei ha sottolineato il legame sostanziale tra lo Spirito divino e la ragione umana. Dall’altro canto, Lei ha anche sempre sottolineato l’importanza dell’arte e della bellezza. Allora, accanto al dialogo concettuale su Dio, in teologia, non dovrebbe essere sempre di nuovo ribadita l’esperienza estetica della fede nell’ambito della Chiesa, per l’annuncio e la liturgia?
R. – Sì, penso che le due cose vadano insieme: la ragione, la precisione, l’onestà della riflessione sulla verità, e la bellezza. Una ragione che in qualche modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata, sarebbe una ragione accecata. Soltanto le due cose unite formano l’insieme, e proprio per la fede questa unione è importante. La fede deve continuamente affrontare le sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità, come ebbe a dire una volta Tertulliano.
San Pietro, nella sua prima lettera, aveva scritto quella frase che i teologi del medioevo avevano preso come legittimazione, quasi come incarico per il loro lavoro teologico: « Siate pronti in ogni momento a rendere conto del senso della speranza che è in voi » – apologia del « logos » della speranza, un trasformare cioè il « logos », la ragione della speranza, in apologia, in risposta agli uomini. Evidentemente, egli era convinto del fatto che la fede fosse « logos », che essa fosse una ragione, una luce che proviene dalla Ragione creatrice, e non un bel miscuglio, frutto del nostro pensiero. Ed ecco perché è universale, per questo può essere comunicata a tutti.
Ma proprio questo « Logos » creatore non è soltanto un « logos » tecnico. È più ampio, è un « logos » che è amore e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene. E, in realtà, per me l’arte e i santi sono la più grande apologia della nostra fede.
Gli argomenti portati dalla ragione sono assolutamente importanti ed irrinunciabili, ma poi da qualche parte rimane sempre il dissenso. Invece, se guardiamo i santi, questa grande scia luminosa con la quale Iddio ha attraversato la storia, vediamo che lì veramente c’è una forza del bene che resiste ai millenni, lì c’è veramente la luce dalla luce.
E nello stesso modo, se contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono semplicemente, direi, la prova vivente della fede. Se guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente! Essa stessa ci parla, e partendo dalla bellezza della cattedrale riusciamo ad annunciare visivamente Dio, Cristo e tutti i suoi misteri: qui essi hanno preso forma e ci guardano. Tutte le grandi opere d’arte, le cattedrali – le cattedrali gotiche e le splendide chiese barocche – tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi veramente una manifestazione, un’epifania di Dio.
Nel cristianesimo si tratta proprio di questa epifania: che Dio è diventato una velata Epifania, appare e risplende. Abbiamo appena ascoltato il suono dell’organo in tutto il suo splendore e io penso che la grande musica nata nella Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità della nostra fede: dal Gregoriano alla musica delle cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach e quindi a Mozart e Bruckner e così via… Ascoltando tutte queste opere – le Passioni di Bach, la sua Messa in si minore e le grandi composizioni spirituali della polifonia del XVI secolo, della scuola viennese, di tutta la musica, anche quella di compositori minori – improvvisamente sentiamo: è vero! Dove nascono cose del genere, c’è la Verità.
Senza un’intuizione che scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere tale bellezza. Per questo penso che dovremmo sempre fare in modo che le due cose siano insieme, portarle insieme. Quando, in questa nostra epoca, discutiamo della ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà: non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi stiamo lottando per l’allargamento della ragione e quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di totalmente diverso e irragionevole.
L’arte cristiana è un’arte razionale – pensiamo all’arte del gotico o alla grande musica o anche, appunto, alla nostra arte barocca – ma è espressione artistica di una ragione molto più ampia, nella quale cuore e ragione si incontrano. Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità, tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica convincente.

2. « La terra attende uomini che se ne prendano cura come opera del Creatore »
D. – Santo Padre, mi chiamo Karl Golser, sono professore di teologia morale a Bressanone e anche direttore dell’Istituto per la giustizia, la pace e la tutela della creazione. Mi piace ricordare il periodo in cui ho potuto lavorare con Lei alla congregazione per la dottrina della fede. [...] Cosa possiamo fare per portare maggiormente nella vita delle comunità cristiane il senso di responsabilità nei riguardi del creato? Come possiamo arrivare a vedere sempre più insieme la creazione e la redenzione?
R.– Anch’io penso che il legame inscindibile tra creazione e redenzione debba ricevere nuovo rilievo. Negli ultimi decenni la dottrina della creazione era quasi scomparsa in teologia, era quasi impercettibile. Ora ci accorgiamo dei danni che ne derivano. Il Redentore è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua totale grandezza – di Creatore e di Redentore – togliamo valore anche alla redenzione. Infatti, se Dio non ha nulla da dire nella creazione, se viene relegato semplicemente in un ambito della storia, come può realmente comprendere tutta la nostra vita? Come potrà portare veramente la salvezza per l’uomo nella sua interezza e per il mondo nella sua totalità?
Ecco perché, per me, il rinnovamento della dottrina della creazione e una nuova comprensione dell’inscindibilità di creazione e redenzione rivestono una grandissima importanza. Dobbiamo riconoscere nuovamente: Lui è il « Creator Spiritus », la Ragione che è in principio e dalla quale tutto nasce e di cui la nostra ragione non è che una scintilla. Ed è Lui, il Creatore stesso, che è pure entrato nella storia e può entrare nella storia ed operare in essa proprio perché Egli è il Dio dell’insieme e non solo di una parte. Se riconosceremo questo, ne conseguirà ovviamente che la redenzione, l’essere cristiani, o semplicemente la fede cristiana significano sempre e comunque anche responsabilità nei riguardi della creazione.
Venti, trenta anni fa si accusavano i cristiani – non so se questa accusa sia ancora sostenuta – di essere i veri responsabili della distruzione della creazione, perché la parola contenuta nella Genesi – « Soggiogate la terra » – avrebbe portato a quella arroganza nei riguardi del creato di cui noi oggi sperimentiamo le conseguenze. Penso che dobbiamo nuovamente imparare a capire questa accusa in tutta la sua falsità: fino a quando la terra è stata considerata creazione di Dio, il compito di « soggiogarla » non è mai stato inteso come un ordine di renderla schiava, ma piuttosto come compito di essere custodi della creazione e di svilupparne i doni; di collaborare noi stessi in modo attivo all’opera di Dio, all’evoluzione che Egli ha posto nel mondo, così che i doni della creazione siano valorizzati e non calpestati e distrutti.
Se osserviamo quello che è nato intorno ai monasteri, come in quei luoghi siano nati e continuino a nascere piccoli paradisi, oasi della creazione, si rende evidente che tutto ciò non sono soltanto parole, ma dove la Parola del Creatore è stata compresa nella maniera corretta, dove c’è stata vita con il Creatore e Redentore, lì ci si è impegnati a salvare la creazione e non a distruggerla.
In questo contesto rientra anche il capitolo 8 della lettera ai Romani, dove si dice che la creazione soffre e geme per la sottomissione in cui si trova e che attende la rivelazione dei figli di Dio: si sentirà liberata quando verranno delle creature, degli uomini che sono figli di Dio e che la tratteranno a partire da Dio.
Io credo che sia proprio questo che noi oggi possiamo constatare come realtà: il creato geme – lo percepiamo, quasi lo sentiamo – e attende persone umane che lo guardino a partire da Dio. Il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi; inizia dove non esiste più alcuna dimensione della vita al di là della morte, dove in questa vita dobbiamo accaparrarci il tutto e possedere la vita nella massima intensità possibile, dove dobbiamo possedere tutto ciò che è possibile possedere.
Io credo, quindi, che istanze vere ed efficienti contro lo spreco e la distruzione del creato possono essere realizzate e sviluppate, comprese e vissute soltanto là, dove la creazione è considerata a partire da Dio; dove la vita è considerata a partire da Dio e ha dimensioni maggiori – nella responsabilità davanti a Dio – e un giorno ci sarà donata da Dio in pienezza e mai tolta: donando la vita, noi la riceviamo.
Così, credo, dobbiamo tentare con tutti i mezzi che abbiamo di presentare la fede in pubblico, specialmente là dove riguardo ad essa c’è già sensibilità. E penso che la sensazione che il mondo forse ci stia scivolando via – perché siamo noi stessi a cacciarlo via – e il sentirci oppressi dai problemi della creazione, proprio questo ci dia l’occasione adatta in cui la nostra fede può parlare pubblicamente e può farsi valere come istanza propositiva.
Infatti, non si tratta soltanto di trovare tecniche che prevengano i danni, anche se è importante trovare energie alternative ed altro. Tutto questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo un nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro, perché è responsabilità davanti a Colui che è nostro Giudice e in quanto Giudice è Redentore ma, appunto è anche veramente nostro Giudice.
Penso quindi che sia necessario mettere in ogni caso insieme le due dimensioni – creazione e redenzione, vita terrena e vita eterna, responsabilità nei riguardi del creato e responsabilità nei riguardi degli altri e del futuro – e che sia nostro compito intervenire così in maniera chiara e decisa nell’opinione pubblica.
Per essere ascoltati dobbiamo contemporaneamente dimostrare con il nostro stesso esempio, con il nostro proprio stile di vita, che stiamo parlando di un messaggio in cui noi stessi crediamo e secondo il quale è possibile vivere. E vogliamo chiedere al Signore che aiuti noi tutti a vivere la fede, la responsabilità della fede in maniera tale che il nostro stile di vita diventi testimonianza e poi a parlare in maniera tale che le nostre parole portino in modo credibile la fede come orientamento in questo nostro tempo.

 

IL NOME DI FRANCESCO, LA REGOLA DI SANT’IGNAZIO E L’ESEMPIO DI GIONA – di Sandro Magister

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IL NOME DI FRANCESCO, LA REGOLA DI SANT’IGNAZIO E L’ESEMPIO DI GIONA

Il nuovo papa dice come e perché ha scelto di chiamarsi come il santo di Assisi. Ma si è già richiamato anche al fondatore della Compagnia di Gesù. E come il profeta, vuole predicare alla moderna Ninive il perdono di Dio. Un’intervista rivelatrice

di Sandro Magister

ROMA, 16 marzo 2013 – Ai seimila giornalisti che questa mattina gremivano l’aula delle udienze, Jorge Mario Bergoglio ha dato una notizia di prima mano.
Ha raccontato come e perché gli è venuto in mente di scegliere come papa il nome di Francesco, proprio mentre in conclave i voti cadevano su di lui:
« Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della congregazione per il clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: ‘Non dimenticarti dei poveri!’. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero… Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! ».

E ha chiuso così:
« Dopo, alcuni [cardinali] hanno fatto diverse battute. ‘Ma tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare…’. E un altro mi ha detto: ‘No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente’. ‘Ma perché?’. ‘Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!’ ».
Per ironia della sorte Clemente XIV, il papa che nel Settecento chiuse l’ordine dei gesuiti al quale Bergoglio appartiene, era francescano.
Papa Francesco, nelle sue prime giornate da papa, non ha mancato però di richiamarsi anche al fondatore del suo ordine, sant’Ignazio di Loyola.
Il 15 marzo, nella messa che ha celebrato di prima mattina nella cappella della Domus Sanctae Martae assieme ad alcuni cardinali, ha improvvisato una breve omelia.
                         E in essa ha citato sant’Ignazio là dove nelle regole del discernimento consiglia che “nel tempo della desolazione non si facciano mai mutamenti, ma si resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano nel tempo della consolazione”.
Altrimenti – ha aggiunto –, se si cede e ci si allontana, quando il Signore torna a rendersi visibile « rischia di non trovarci più ».
Poco prima, nella messa, si era letto il libro della Sapienza là dove gli empi vogliono mettere alla prova il giusto « con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione ». Ma essi « non conoscono i misteriosi segreti di Dio, né credono a un premio per una vita irreprensibile ».
Sull’esigenza racchiusa in quest’ultima parola, « irreprensibile », il papa ha fortemente insistito.
Questa breve omelia non è stata resa pubblica. Ma ne ha riferito Cristiana Caricato su ilsussidiario.net avvalendosi della confidenza di un cardinale che aveva celebrato la messa col papa.
*
Ma oltre a Francesco d’Assisi e a sant’Ignazio, nel « cielo » di Jorge Mario Bergoglio brilla anche il profeta Giona.
In un’intervista del 2007 alla rivista internazionale « 30 Giorni », molto rivelatrice di come egli vede la sua missione di pastore della Chiesa, l’allora arcivescovo di Buenos Aires chiese improvvisamente all’intervistatrice, Stefania Falasca:
« CONOSCE L’EPISODIO BIBLICO DEL PROFETA GIONA? ».
« NON LO RICORDO. RACCONTI », RISPOSE L’INTERVISTATRICE.
E BERGOGLIO:
  »Giona aveva tutto chiaro. Aveva idee chiare su Dio, idee molto chiare sul bene e sul male. Su quello che Dio fa e su quello che vuole, su quali erano i fedeli all’Alleanza e quali erano invece fuori dall’Alleanza. Aveva la ricetta per essere un buon profeta. Dio irrompe nella sua vita come un torrente. Lo invia a Ninive. Ninive è il simbolo di tutti i separati, i perduti, di tutte le periferie dell’umanità. Di tutti quelli che stanno fuori, lontano. Giona vide che il compito che gli si affidava era solo dire a tutti quegli uomini che le braccia di Dio erano ancora aperte, che la pazienza di Dio era lì e attendeva, per guarirli con il suo perdono e nutrirli con la sua tenerezza. Solo per questo Dio lo aveva inviato. Lo mandava a Ninive, ma lui invece scappa dalla parte opposta, verso Tarsis ».
« UNA FUGA DAVANTI A UNA MISSIONE DIFFICILE? », CHIESE L’INTERVISTATRICE.
« No. Quello da cui Giona fuggiva non era tanto Ninive, ma proprio l’amore senza misura di Dio per quegli uomini. Era questo che non rientrava nei suoi piani. Dio era venuto una volta, ‘e al resto adesso ci penso io’: così si era detto Giona. Voleva fare le cose alla sua maniera, voleva guidare tutto lui. La sua pertinacia lo chiudeva nelle sue strutturate valutazioni, nei suoi metodi prestabiliti, nelle sue opinioni corrette. Aveva recintato la sua anima col filo spinato di quelle certezze che invece di dare libertà con Dio e aprire orizzonti di maggior servizio agli altri avevano finito per assordare il cuore. Come indurisce il cuore la coscienza isolata! Giona non sapeva più come Dio conduceva il suo popolo con cuore di Padre ».
« IN TANTI CI POSSIAMO IDENTIFICARE CON GIONA », INTERLOQUÌ L’INTERVISTATRICE.
Bergoglio: « Le nostre certezze possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo. Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l’allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza. È il rischio che corre la coscienza isolata. Di coloro che dal chiuso mondo delle loro Tarsis si lamentano di tutto o, sentendo la propria identità minacciata, si gettano in battaglie per essere alla fine ancor più autoccupati e autoreferenziali ».
« CHE COSA SI DOVREBBE FARE? ».
Bergoglio: « Guardare la nostra gente non per come dovrebbe essere ma per com’è e vedere cosa è necessario. Senza previsioni e ricette ma con apertura generosa. Per le ferite e le fragilità Dio parlò. Permettere al Signore di parlare. Perché in un mondo che non riusciamo a interessare con le parole che noi diciamo, solo la Sua presenza che ci ama e ci salva può interessare. Il fervore apostolico si rinnova se siamo testimoni di Colui che ci ha amato per primo ».
ULTIMA DOMANDA: « PER LEI, QUINDI, QUAL È LA COSA PEGGIORE CHE PUÒ ACCADERE NELLA CHIESA? ».
Bergoglio: « È quella che Henri De Lubac chiama ‘mondanità spirituale’. È il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa. ‘È peggiore – dice De Lubac –, più disastrosa di quella lebbra infame che aveva sfigurato la Sposa diletta al tempo dei papi libertini’. La mondanità spirituale è mettere al centro sé stessi. È quello che Gesù vede in atto tra i farisei: ‘Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri’ ».
*
La parola « mondanità » è tornata più volte, come pericolo anche per « preti, vescovi, cardinali, papi », nella prima omelia pronunciata da Bergoglio dopo la sua elezione a papa, nella Cappella Sistina:
  »Quando camminiamo senza la croce… »
Ma nell’intervista sopra citata c’era anche un altro passaggio nel quale l’allora arcivescovo di Buenos Aires delineava la missione della Chiesa e ne denunciava le tentazioni « gnostiche » e « autoreferenziali ».
Alla domanda su che cosa Bergoglio avrebbe voluto dire al papa e ai cardinali nel concistoro del 24 novembre 2007, al quale non poté partecipare, l’intervista così proseguiva:
R. – Avrei parlato di due cose delle quali in questo momento si ha bisogno, si ha più bisogno: misericordia e coraggio apostolico.
D. – Cosa significano per lei?
R. – Per me il coraggio apostolico è seminare. Seminare la Parola. Renderla a quell’uomo e a quella donna per i quali è data. Dare loro la bellezza del Vangelo, lo stupore dell’incontro con Gesù. E lasciare che sia lo Spirito Santo a fare il resto. È il Signore, dice il Vangelo, che fa germogliare e fruttificare il seme.
D. – Insomma, chi fa la missione è lo Spirito Santo.
R. – I teologi antichi dicevano: l’anima è una navicella a vela, lo Spirito Santo è il vento che soffia nella vela per farla andare avanti, gli impulsi e le spinte del vento sono i doni dello Spirito. Senza la sua spinta, senza la sua grazia, noi non andiamo avanti. Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero di Dio e ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e dal pericolo di una Chiesa autoreferenziale, portandoci alla missione.
D. – Ciò significa vanificare anche tutte le vostre soluzioni funzionaliste, i vostri consolidati piani e sistemi pastorali…
R. – Non ho detto che i sistemi pastorali siano inutili. Anzi. Di per sé tutto ciò che può condurre per i cammini di Dio è buono. Ai miei sacerdoti ho detto: ‘Fate tutto quello che dovete, i vostri doveri ministeriali li sapete, prendetevi le vostre responsabilità e poi lasciate aperta la porta’. I nostri sociologi religiosi ci dicono che l’influsso di una parrocchia è di seicento metri intorno a questa. A Buenos Aires ci sono circa duemila metri tra una parrocchia e l’altra. Ho detto allora ai sacerdoti: ‘Se potete, affittate un garage e, se trovate qualche laico disposto, che vada! Stia un po’ con quella gente, faccia un po’ di catechesi e dia pure la comunione se glielo chiedono’. Un parroco mi ha detto: ‘Ma padre, se facciamo questo la gente poi non viene più in chiesa’. ‘Ma perché?’, gli ho chiesto: ‘Adesso vengono a messa?’. ‘No’, ha risposto. E allora! Uscire da sé stessi è uscire anche dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è di Dio.
D. – Questo vale anche per i laici…
R. – La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati. È proprio una complicità peccatrice. E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane del Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li ritrovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la Chiesa e tutti i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solamente il battesimo e avevano vissuto anche la loro missione apostolica in virtù del solo battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla tenerezza di Dio.
*
A proposito di quest’ultimo riferimento alla centralità del battesimo è esemplare la battaglia che l’allora arcivescovo di Buenos Aires ha combattuto nella Chiesa argentina contro coloro che tendono a negare il battesimo ai nuovi nati di chi è lontano dalla pratica religiosa:
> Andate e battezzate. La scommessa della Chiesa argentina (30.11.2009)

Publié dans:PAPA FRANCESCO, Sandro Magister |on 20 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Pellegrini del nuovo millennio. Un’indagine rivelatrice – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350353

Pellegrini del nuovo millennio. Un’indagine rivelatrice

È giovane, attivo, istruito. Va poco a messa ma ammira i santi e crede fermamente nella risurrezione. È il profilo del moderno devoto di sant’Antonio da Padova

di Sandro Magister

ROMA, 29 ottobre 2012 – In Italia « esiste nel popolo cristiano un diffuso tesoro di eroismo umile e quotidiano, che non fa notizia ma costruisce la storia ». Questo ha detto in sinodo il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della conferenza episcopale italiana. Aggiungendo che comunque « la gente che incontriamo nelle nostre comunità spesso deve riscoprire la fede o scoprirla ».
È stata pubblicata in questi giorni un’indagine sociologica che dice molto su questo cristianesimo diffuso e dalle forme molteplici che caratterizza « l’eccezione italiana », ma non solo.
L’indagine ha per soggetto i pellegrini che si recano in uno dei santuari più visitati al mondo: la basilica di sant’Antonio a Padova.
Nell’arco di un anno sono circa quattro milioni i visitatori di questo santuario. Ma l’indagine ne ha preso in esame una precisa porzione. Si è concentrata su quei 200 mila pellegrini che sono sfilati davanti al corpo del santo nei sei giorni del febbraio del 2010, da lunedì 15 a sabato 20, nei quali esso è stato reso eccezionalmente visibile.
Erano freddi giorni d’inverno. Ma la fila d’ingresso alla basilica era lunghissima e il cammino durava ore. Accorrevano persone in numero molto maggiore rispetto a quello della precedente ostensione del corpo del santo, nel 1981. Allora erano stati 22 mila al giorno, ora 33 mila.
Il profilo socioreligioso di questi pellegrini rivela tratti sorprendenti.
Il primo di questi riguarda l’età. A prevalere non sono gli anziani ma l’età di mezzo, tra i 45 e i 59 anni, il 36,6 per cento del totale. Ma soprattutto vi sono forti presenze di età più bassa, tra i 30 e i 44 anni, il 26,4 per cento, e giovane, tra i 16 e i 29 anni, il 14,1 per cento.
Rispetto ai cattolici praticanti che vanno a messa ogni domenica in Italia, d’età medio-alta e con due donne su tre, i pellegrini di sant’Antonio appaiono quindi decisamente più giovani. E senza differenze di rilievo tra i sessi.
Il secondo dato sorprendente è l’istruzione. I visitatori del santo risultano più istruiti sia rispetto alla media della popolazione italiana, sia, e in misura ancor più marcata, rispetto ai praticanti regolari. Uno su quattro è laureato e quattro su dieci sono diplomati. Inoltre, sono quasi tutti impegnati in un’attività lavorativa.
Terzo dato. Una larga parte dei pellegrini, circa la metà, vanno a messa solo saltuariamente: a Natale, a Pasqua e in altre rare occasioni.
Ma nello stesso tempo – quarto dato, il più impressionante – mostrano di credere nelle verità centrali del cristianesimo in misura molto maggiore dei praticanti regolari. Ben l’83,4 per cento credono nella risurrezione di Gesù e di tutti. Quando invece nella confinante diocesi di Rovigo un’analoga inchiesta ha riscontrato che credono nella risurrezione solo il 31,4 per cento della popolazione, e solo il 58,5 per cento dei cattolici che vanno a messa tutte le domeniche.
Quinto dato di rilievo, i pellegrini si accostano a sant’Antonio non tanto per implorare una grazia o un miracolo, ma semplicemente per ringraziare, oppure perché cercano in lui una protezione spirituale.
L’inchiesta è più ricca. Ma bastano questi cinque tratti per configurare un profilo di pellegrino che riflette una condizione molto moderna del credere, quella messa in luce dall’opera capitale del canadese Charles Taylor, « L’età secolare ».
È la condizione del credente in una società in cui la fede in Dio è solo una possibilità tra le altre, e in cui tale libertà di scelta non diminuisce la fragilità e precarietà dell’umano.
« In un’epoca in cui vi è una crescente individualizzazione del credere – commenta il professor Alessandro Castegnaro, curatore della ricerca –, non sorprende che si sviluppi una religiosità che forse non è senza Chiesa, ma certamente è con poca Chiesa ».
È una religiosità che viene definita « popolare », ma che non è un residuo del passato. Ha tratti nuovi e moderni. Forse poco elaborati ma semplici e forti, come la fede nella risurrezione e la ricerca nel santo di un faro nel cammino della vita, più che di un taumaturgo.
È una fede semplice, fatta di un contatto diretto col divino, con epicentro i santuari, alla quale le istituzioni territoriali della Chiesa cattolica, le diocesi, le parrocchie, si rapportano con fatica.
Ma è una sfida che obbliga l’intera Chiesa a una capacità inventiva nuova, perché di fenomeni in parte nuovi si tratta. Castegnaro conclude così la sua analisi, nel volume a più voci che presenta i risultati dell’inchiesta:
« È assai probabile che queste forme di religiosità, come hanno avuto un passato, abbiano anche un futuro. Ma esse, per la loro configurazione antropologica e perché Taylor ha fondamentalmente ragione, nei paesi occidentali sono destinate a interessare delle minoranze, sia pur rilevanti e sempre in grado di dar vita a fenomeni di massa. Ben difficilmente sarà ‘la religione del popolo’, come Paolo VI consigliava di chiamare la religione popolare. Essa piuttosto sarà la religione di una parte del popolo, una delle molte figure che assume la religiosità all’interno del più generale processo di pluralizzazione delle forme del credere ».
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Il libro:

« Toccare il divino. Lo strano caso del pellegrinaggio antoniano », a cura di Alessandro Castegnaro e Ugo Sartorio, Edizioni Messaggero, Padova, 2012,
Il 19 ottobre questa inchiesta è stata presentata e discussa in un convegno a Padova su « La religione popolare nella società post-secolare ».
L’inchiesta nella sintesi di Lorenzo Fazzini su « Avvenire » del 12 ottobre 2012:
> In cosa credono i pellegrini del Santo?
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La religiosità « popolare », negli anni del dopoconcilio, è stata largamente oggetto di rifiuto e di condanna in campo teologico e pastorale. Ma già in quegli anni si levarono in sua difesa voci autorevoli come quelle di Joseph Ratzinger e Karl Rahner.

Di recente è intervenuto sull’argomento, con una severa critica di quell’ondata contestatrice, il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti:

> Loreto ovvero la pietà popolare. I fendenti del cardinale Vegliò

Publié dans:Sandro Magister |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI a Malta. L’approdo che salva dal naufragio – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1342937

Benedetto XVI a Malta. L’approdo che salva dal naufragio

Il pianto del papa con le vittime degli abusi sessuali. « Dio non rifiuta nessuno. E la Chiesa non rifiuta nessuno. Tuttavia, nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più perfetti »

di Sandro Magister

ROMA, 19 aprile 2010 – L’atto simbolico più forte del suo viaggio a Malta, Benedetto XVI l’ha compiuto al riparo dai media. È stato il suo pianto con otto vittime di abusi sessuali ad opera di sacerdoti, abusi compiuti su di loro quand’erano in giovanissima età.
Il papa li ha incontrati a porte chiuse, nella nunziatura, poco dopo la messa di domenica 18 aprile. È stato uno degli otto, Lawrence Grech, 35 anni, a riferire del pianto del papa. E anche della propria commozione e del riaccendersi in lui della fede.

Il comunicato ufficiale vaticano ha così descritto l’incontro:
« Il Santo Padre era profondamente commosso dai loro racconti ed ha espresso la sua vergogna e dolore per ciò che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto. Ha pregato con loro ed ha assicurato loro che la Chiesa sta facendo e continuerà a fare tutto ciò che è nelle sue possibilità per accertare le accuse, per portare di fronte alla giustizia i responsabili degli abusi e per mettere in pratica misure efficaci finalizzate alla salvaguardia dei giovani nel futuro. Nello spirito della sua recente lettera ai cattolici dell’Irlanda, ha pregato affinché tutte le vittime di abusi possano sperimentare guarigione e riconciliazione, che diano loro la forza per proseguire il cammino con rinnovata speranza ».
In effetti, il viaggio a Malta è stato compiuto da papa Joseph Ratzinger sotto una pressione mediatica internazionale fortissima, che esigeva da lui dei gesti e delle parole per lo scandalo della pedofilia.
E lui non vi si è sottratto. Ma l’ha fatto con lo stile che gli è proprio.
Non ha mai parlato esplicitamente, in pubblico, della questione della pedofilia. Ha ascoltato, piuttosto, ciò che altri gli hanno detto in proposito: il vescovo della Valletta all’inizio della messa e, nel pomeriggio, un giovane omosessuale, durante l’incontro con i giovani sulla banchina del porto. Quest’ultimo intervento, in particolare, è stato un j’accuse tagliente e circostanziato contro le pecche della Chiesa.
In almeno due occasioni, però, papa Benedetto ha fornito in pubblico la sua chiave di lettura della crisi che ha colpito la Chiesa con lo scandalo della pedofilia.
La prima volta è stata sabato pomeriggio, quando ha brevemente parlato ai giornalisti sull’aereo diretto a Malta.
Per spiegare i motivi del suo viaggio, Benedetto XVI ha ricordato il naufragio di san Paolo a Malta nell’anno 60:
« Penso che il motivo del naufragio parla per noi. Dal naufragio, per Malta è nata la fortuna di avere la fede; così possiamo pensare anche noi che i naufragi della vita possono fare il progetto di Dio per noi e possono anche essere utili per nuovi inizi nella nostra vita ».
E poco oltre ha aggiunto:
« So che Malta ama Cristo e ama la sua Chiesa che è il suo Corpo e sa che, anche se questo Corpo è ferito dai nostri peccati, il Signore tuttavia ama questa Chiesa, e il suo Vangelo è la vera forza che purifica e guarisce ».
La seconda volta è stata domenica pomeriggio, col discorso ai giovani sul molo del porto della Valletta.
Ha detto il papa, in questo discorso:
« San Paolo, da giovane, ha avuto un’esperienza che lo ha cambiato per sempre. Come sapete, un tempo egli era nemico della Chiesa ed ha fatto di tutto per distruggerla. Mentre era in viaggio verso Damasco, con l’intento di eliminare ogni cristiano che vi avesse trovato, gli apparve il Signore in visione. Una luce accecante brillò attorno a lui ed egli udì una voce dirgli: ‘Perché mi perseguiti? Io sono Gesù, che tu perseguiti’ (Atti 9, 4-5). Paolo venne completamente sopraffatto da questo incontro con il Signore e tutta la sua vita venne trasformata. Divenne un discepolo fino ad essere un grande apostolo e missionario. [...]
« Ogni incontro personale con Gesù è un’esperienza travolgente d’amore. Dapprima, come Paolo stesso ammette, aveva ‘perseguitato ferocemente la Chiesa di Dio e cercato di distruggerla’ (cfr. Galati 1, 13). Ma l’odio e la rabbia espresse in quelle parole furono completamente spazzate via dalla potenza dell’amore di Cristo. Per il resto della sua vita, Paolo ha avuto l’ardente desiderio di portare l’annuncio di questo amore fino ai confini della terra.
« Forse qualcuno di voi mi dirà che San Paolo è stato spesso severo nei suoi scritti. Come posso affermare che egli ha diffuso un messaggio d’amore?
« La mia risposta è questa. Dio ama ognuno di noi con una profondità e intensità che non possiamo neppure immaginare. Egli ci conosce intimamente, conosce ogni nostra capacità ed ogni nostro errore. Poiché egli ci ama così tanto, egli desidera purificarci dai nostri errori e rafforzare le nostre virtù così che possiamo avere vita in abbondanza. Quando ci richiama perché qualche cosa nelle nostre vite dispiace a lui, non ci rifiuta, ma ci chiede di cambiare e divenire più perfetti. Questo è quanto ha chiesto a San Paolo sulla via di Damasco. Dio non rifiuta nessuno. E la Chiesa non rifiuta nessuno. Tuttavia, nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più perfetti.
« San Giovanni ci dice che questo amore perfetto scaccia il timore (cfr. 1 Giovanni 4, 18). E perciò dico a tutti voi ‘Non abbiate paura!’. Quante volte ascoltiamo queste parole nelle Scritture! Sono state indirizzate dall’angelo a Maria nell’Annunciazione, da Gesù a Pietro, quando lo ha chiamato ad essere un discepolo, e dall’angelo a Paolo la vigilia del suo naufragio. A quanti di voi desiderano seguire Cristo, come coppie sposate, genitori, sacerdoti, religiosi e fedeli laici che portano il messaggio del Vangelo al mondo, dico: non abbiate paura! Certamente incontrerete opposizione al messaggio del Vangelo. La cultura odierna, come ogni cultura, promuove idee e valori che sono talvolta in contrasto con quelle vissute e predicate da nostro Signore Gesù Cristo. Spesso sono presentate con un grande potere persuasivo, rinforzato dai media e dalla pressione sociale da gruppi ostili alla fede cristiana. È facile, quando si è giovani e impressionabili, essere influenzati dai coetanei ad accettare idee e valori che sappiamo non sono ciò che il Signore davvero vuole da noi. Ecco perché dico a voi: non abbiate paura, ma rallegratevi del suo amore per voi; fidatevi di lui, rispondete al suo invito ad essere discepoli, trovate nutrimento e aiuto spirituale nei sacramenti della Chiesa.
« Qui a Malta vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro Paese difenda sia il bambino non ancora nato, come pure promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no all’aborto e al divorzio. Vi esorto a mantenere questa coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del matrimonio e della vita famigliare per una società sana. A Malta e a Gozo le famiglie sanno come valorizzare e prendersi cura dei loro membri anziani ed infermi, ed accolgono i bambini come doni di Dio. Altre nazioni possono imparare dal vostro esempio cristiano. Nel contesto della società europea, i valori evangelici ancora una volta stanno diventando una contro-cultura, proprio come lo erano al tempo di San Paolo.
« In quest’Anno Sacerdotale, vi chiedo di essere aperti alla possibilità che il Signore possa chiamare alcuni di voi a darsi totalmente al servizio del suo popolo nel sacerdozio e nella vita consacrata. Il vostro paese ha dato molti eccellenti sacerdoti e religiosi alla chiesa. Siate ispirati dal loro esempio e riconoscete la profonda gioia che proviene nel dedicare la propria vita all’annuncio del messaggio dell’amore di Dio per tutti, senza eccezione ».
Naufragio e ferite, odio e volontà di distruggere… Ma per papa Benedetto davvero tutto è grazia e promessa di guarigione, « anche gli attacchi del mondo ai nostri peccati ».
Possono essere la mano di Dio che « desidera purificarci dai nostri errori e rafforzare le nostre virtù, così che possiamo avere vita in abbondanza ».

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Sandro Magister |on 17 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Musica nuova e antica, dalla selva del Paraguay (di Sandro Magister)

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350137

Musica nuova e antica, dalla selva del Paraguay

Il meglio del barocco europeo sposato alle tradizioni popolari dei guaranì sudamericani. Un capolavoro di « inculturazione » del Vangelo, ideato dai gesuiti del Seicento e riproposto oggi da musicisti del luogo. Una lezione per le Chiese della vecchia Europa

di Sandro Magister

ROMA, 4 gennaio 2012 – Gli angeli musicanti dell’illustrazione qui sopra sono scolpiti sulle mura absidali di una chiesa in rovina, in una località sperduta del Paraguay.
È la chiesa di quella che fu una delle più straordinarie Riduzioni edificate dai gesuiti nei secoli XVII e XVIII in un vastissimo territorio che appartiene oggi a Paraguay, Argentina, Brasile e Bolivia: la Riduzione di Trinidad.
Lì gli angeli musicanti non erano pura decorazione. La musica – anzitutto la musica sacra – era parte costitutiva della missione dei gesuiti e della vita della popolazione del luogo, convertita al cattolicesimo.
Ed era musica di altissima qualità. Al pari delle splendide architetture barocche delle chiese delle Riduzioni. Quella di Trinidad fu opera di Gian Battista Primoli, il maggior architetto gesuita operante nel sud dell’America, nella prima metà del Settecento.
I guaranì che abitavano quelle terre erano un popolo semiprimitivo. Ma i gesuiti non abbassarono affatto il messaggio evangelizzatore a un livello rozzo ed elementare, presumendo con ciò di adattarlo ai loro ascoltatori. Fecero l’opposto. Offrirono a quel popolo quanto di più elevato e bello c’era nel cristianesimo, sia nei contenuti che nelle forme. Avevano intravisto nei guaranì un innato talento musicale e una straordinaria attrattiva per il bello. E quindi coniugarono il meglio delle arti e della musica del barocco europeo con la sensibilità e le tradizioni musicali ed artistiche di quelle terre fin lì inesplorate.
E ne venne uno dei più impressionanti esempi di « inculturazione » del Vangelo che l’espansione del cristianesimo abbia mai prodotto in due millenni.
Di questa straordinaria creatività musicale si sapeva. Gli angeli musicanti dei bassorilievi di Trinidad ne erano un indizio. Ma è solo dal 1972, grazie a un fortunato ritrovamento di antichi spartiti in un luogo remoto della Bolivia, che quella musica non è più un mistero.
Il gesuita Domenico Zipoli fu forse, nel Seicento, il più geniale creatore di questo genere musicale nuovo, che fuse il più raffinato barocco europeo con le risonanze della tradizione vocale e strumentale guaranì, a livelli di qualità che stavano alla pari o persino superavano la musica sacra che si cantava nelle cattedrali d’Europa.
Il film « Mission » diretto da Roland Joffé e interpretato da Robert De Niro e Jeremy Irons, Palma d’Oro a Cannes nel 1986, ha fatto ascoltare da un largo pubblico alcune meraviglie sonore delle Riduzioni. Ma oggi questa musica sta conoscendo una rifioritura soprattutto grazie a musicisti del luogo che tornano ad eseguirla, non solo in America latina, ma anche in altre parti del mondo. Il maestro paraguayano Luis Szarán è il più impegnato in quest’opera. Si reca di frequente anche in Italia, dove collabora con vari cori ed ensemble concertistici.
Ma per sapere di più di questa affascinante avventura, non c’è che da leggere l’articolo che segue, uscito su « L’Osservatore Romano » del 28 dicembre 2011.
Ne è autore Giampaolo Romanato, professore di storia della Chiesa all’Università di Padova e membro del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, ma anche autore di importanti studi sulle Riduzioni, di cui ha spesso visitato le impressionanti rovine.
La riscoperta di questa magnifica stagione musicale non vale solo per diletto, o per gusto esotico. Da essa si ricava la lezione che il professor Romanato dice nella riga conclusiva del suo scritto:
« Una lezione che può insegnare qualcosa anche alla povera e stanca musica liturgica delle nostre antiche chiese d’Europa ».
__________

MUSICA SACRA NELLE « RIDUZIONI » DEI GESUITI

di Gianpaolo Romanato
Quando ho visitato per la prima volta le rovine delle Riduzioni – le missioni pensate quattro secoli fa dai gesuiti per la popolazione guaranì in Paraguay, Argentina, Brasile e Bolivia, oggi dichiarate dall’UNESCO patrimonio dell’umanità – sono rimasto stupefatto dalla grandiosità degli edifici, dall’imponenza dell’impianto urbanistico, dalla cura artistica delle chiese, ancora ben visibili nonostante le distruzioni avvenute nell’Ottocento, dopo l’indipendenza dei paesi sudamericani.
Perché tanta attenzione per l’effetto scenografico, per l’impatto visivo, in un ambiente semiprimitivo com’era quello in cui vivevano i guaranì? « Perché – mi spiega Luis Szarán – questo era lo strumento per conquistare i guaranì, il cui universo culturale era molto ridondante, con riti simili a quelli barocchi ».
Szarán è oggi il più noto musicista del Paraguay, direttore dell’Orchestra sinfonica della città di Asunción. Con il progetto dei « Sonidos de la Tierra » porta la musica nei più remoti villaggi paraguayani con l’obiettivo di elevare la cultura e la sensibilità dei giovani attraverso l’arte. Un progetto grandioso, che attualmente coinvolge 150 villaggi e 12 mila giovani.
Ma è anche uno studioso appassionato delle Riduzioni. « Sono nato a Encarnación – dice – dove sorgeva la Riduzione di Itapuá, ho giocato da bambino fra le rovine di Trinidad, la Riduzione più grandiosa e impressionante. Questi villaggi fanno parte della mia vita prima che della mia professione. D’altronde il Paraguay è impensabile senza le Riduzioni e l’opera dei gesuiti. La lingua guaranì si è salvata grazie a loro e oggi è lingua ufficiale come lo spagnolo, sebbene i guaranì non siano più del 2 per cento della popolazione del paese. È un caso unico in tutta l’America latina ».
È quindi un omaggio alle sue stesse origini la splendida colonna sonora che ha composto per accompagnare lo spettacolo di suoni e luci allestito tra le rovine di Trinidad dopo il restauro del complesso compiuto dall’architetto genovese Ettore Piras e aperto al pubblico nel 2009 alla presenza del presidente della repubblica. Le musiche sono disponibili in un cd pubblicato dalla Missionsprokur della Compagnia di Gesù di Norimberga.
Luis Szarán ha studiato in Italia, a Roma e a Siena, e qui torna spesso. Lo incontro a Bassano del Grappa, nella sontuosa cornice barocca della Pieve di Santa Maria in Colle, dove ha appena concluso un concerto.
« Le Riduzioni uniscono molte esigenze. I gesuiti – spiega – dovevano controllare i guaranì, questi dovevano vivere in forme che non snaturassero la loro cultura, i villaggi dovevano armonizzarsi con l’ambiente ed essere difendibili, raggiungibili, integrati, gestibili economicamente. L’idea ha impiegato un secolo e mezzo a concretizzarsi. Quando i gesuiti furono espulsi ed iniziò la loro decadenza, nella seconda metà del Settecento, le Riduzioni avevano appena raggiunto la forma definitiva, tanto che Jesús, in Paraguay, quella oggi meglio conservata, non era ancora stata ultimata e presenta alcune caratteristiche nuove, a conferma che il progetto era in continua evoluzione. Il modello si allargò a nord, in Bolivia, dove fra i chiquitos sorsero molti villaggi analoghi, costruiti in legno e non in muratura. Questi si sono salvati, protetti dal loro isolamento. Sono ancora abitati, la gente ci vive quasi come allora. Bisogna andare in questa regione, oggi anch’essa dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, per capire davvero cos’è stato, e cos’è ancora, il ‘sacro esperimento’. Qui si suona ancora la stessa musica di tre secoli fa, si fabbricano violini con la tecnica insegnata dai gesuiti ».
Ed è appunto in Bolivia, dove ritmi e modi di vita sono simili a quelli di allora, che Szarán ha trovato il tassello mancante della storia delle Riduzioni: la musica.
Era ben nota agli storici la straordinaria perizia musicale raggiunta dai guaranì. Ne scrisse Benedetto XIV in un’enciclica del 1749. Ed era ben noto che in ciascuna Riduzione esisteva una scuola musicale – un vero e proprio conservatorio – contornato da un florido artigianato che produceva ogni genere di strumenti, dai violini agli organi, dalle arpe alle trombe. Ciò che si ignorava era il genere di musica che suonavano i guaranì sotto la guida dei gesuiti.
L’ignoranza è durata fino a una quarantina d’anni fa. Fu nel 1972, infatti, che l’architetto svizzero Hans Roth, responsabile del restauro delle Riduzioni boliviane, nella provincia di Chiquitos, trovò per caso in un cassone abbandonato un’innumerevole quantità di spartiti musicali. Erano le musiche composte per le Riduzioni dai musicisti gesuiti – soprattutto Domenico Zipoli (Prato 1688-Cordoba 1726) e Martin Schmid (Zurigo 1694-Lucerna 1772) – e da sconosciuti artisti guaranì, portati a un livello tale di raffinatezza da diventare essi stessi ottimi compositori. Considerati carta straccia, gli spartiti giacevano nell’incuria più totale.
Quel ritrovamento, cui poi se ne aggiunsero altri, avvenuti in chiquitania e anche nel centro-nord del paese, nella provincia di Moxos, rappresentò il maggior evento della musicologia latino-americana. Migliaia di pagine di composizioni che ci hanno restituito la straordinaria esperienza di multiculturalismo musicale – probabilmente unica nella storia – avvenuta in queste terre tre secoli fa: la fusione del più raffinato barocco europeo con le risonanze della tradizione vocale e strumentale locale.
Il Festival Internacional de Música Renacentista y Barroca Americana, ormai la principale manifestazione musicale della Bolivia, è stato una conseguenza della scoperta di Roth. La prossima edizione si terrà dal 26 aprile al 6 maggio 2012 e coinvolgerà tutte le sei Riduzioni della chiquitania, partendo da Santa Cruz de la Sierra.
Fra i musicologi che si sono dedicati alla trascrizione di quegli spartiti, un’opera difficile e complessa dato lo stato di degrado della carta, bisogna ricordare il polacco Piotr Nawrot dell’Università di Poznan e, appunto, Luis Szarán.
Da allora il maestro paraguayano ha potuto aggiungere queste musiche al suo repertorio. Musiche che egli sa interpretare con il vigore e la passione che solo un artista nato nella stessa terra dei guaranì, che ne conosce l’anima e ne parla la lingua, è in grado di offrire. Poi l’incontro con due gruppi musicali italiani, il coro « Academia Ars Canendi » guidato dal soprano Manuela Meneghello e il Gruppo d’Archi Veneto condotto dalla violinista Fiorella Foti, entrambi con sede a Treviso, ha aperto a questo repertorio le porte delle chiese e delle sale da concerto europee. I due complessi hanno posto infatti le musiche di Zipoli, Martin Schmid e degli anonimi autori guaranì al centro dell’interesse, facendone il perno della loro proposta concertistica.
È dopo uno di questi concerti che incontro il maestro Szarán. « La musica – spiega – entrò subito nelle Riduzioni, ma divenne una pratica generalizzata e istituzionalizzata con l’arrivo di Anton Sepp, un gesuita sudtirolese, di Caldaro, che era un provetto musicista e aveva fatto parte, prima di venire in Paraguay, alla fine del Seicento, del coro della corte imperiale di Vienna. Fu Sepp che specializzò gli indios nella fabbricazione di ogni tipo di strumenti musicali. La musica divenne il cemento delle Riduzioni, come ha mostrato con grande efficacia il film ‘Mission’, e come mostrano gli straordinari bassorilievi scolpiti sulle pareti dell’abside della chiesa di Trinidad, raffiguranti angeli con i tratti dei guaranì che suonano vari strumenti: violini, violoncelli, trombe, cembali e un organo ».
Si deve a Sepp la costruzione del primo organo interamente fabbricato in America latina, destinato alla riduzione di Yapeyú. Poi arrivò in Sudamerica Zipoli, che perfezionò questa musica portandola al livello della migliore arte europea. Le lettere e le cronache dei gesuiti che operarono nelle Riduzioni non mancano mai di parlare dell’incredibile perfezione raggiunta dai musicisti guaranì. Nelle chiese del Paraguay, scrive uno di loro, José Cardiel, « si ascolta una musica migliore di quella che si può sentire nelle più celebri cattedrali d’Europa ».
Con la fine delle missioni e l’espulsione dei gesuiti, nel 1774, questo patrimonio fu in gran parte disperso. Le Riduzioni del Paraguay furono semidistrutte, con tutti gli arredi che le impreziosivano, mentre sopravvissero, protette dal loro isolamento, quelle della Bolivia, dove è avvenuto il ritrovamento degli spartiti originali. Si salvò in parte la musica, che è diventata tutt’uno con la cultura popolare tanto in Paraguay quanto in Bolivia. Nelle Riduzioni della chiquitania si continua a fabbricare violini e a suonare musica barocca come si faceva allora.
Nei concerti che eseguono Szarán con il Coro « Academia Ars Canendi » e il Gruppo d’Archi Veneto vengono proposti tra l’altro due esempi, che non è esagerato definire folgoranti, dell’incredibile mescolanza di generi musicali avvenuta in quest’angolo appartato del Sudamerica grazie alla paziente pedagogia dei gesuiti delle Riduzioni.
Il primo è la Misa Guarayo. I guarayo sono una popolazione di ceppo guaranì che vive nel sud della Bolivia. Questa messa, di composizione ottocentesca, fonde un impianto armonico europeo con canti popolari locali in lingua guaranì e sottofondo di percussioni. L’effetto, anche per la fragorosa esecuzione che propongono gli esecutori, è di straordinaria efficacia.
Il secondo è costituito da un motivo popolare della Settimana Santa, i canti « de los Estacioneros », anch’essi in lingua guaranì, risalenti alla fine del Settecento. Sono litanie guidate da un « cantador » a ogni stazione di un percorso teoricamente infinito tra un villaggio e l’altro. Un pezzo che alterna il coro a voci soliste con effetti di rara suggestione.
La fine delle Riduzioni non è stata, insomma, la fine di quella « nazione musicale » che era e continua a essere il Paraguay. Da questo paese americano, che celebra quest’anno il bicentenario della propria indipendenza, giunge una lezione che può insegnare qualcosa anche alla povera e stanca musica liturgica delle nostre antiche chiese d’Europa.

Publié dans:Sandro Magister |on 9 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

« Veni Creator Spiritus ». Per una ecologia dell’uomo (Sandro Magister)

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/213106

« Veni Creator Spiritus ». Per una ecologia dell’uomo

E dell’uomo creato maschio e femmina. Nel discorso prenatalizio alla curia romana Benedetto XVI contesta l’ideologia del « gender ». E spezza una lancia a difesa della più osteggiata delle encicliche, la « Humanae Vitae »

di Sandro Magister

ROMA, 24 dicembre 2008 – Augurando due giorni fa un felice Natale alla curia romana, Benedetto XVI si è rivolto in realtà all’intera Chiesa e al mondo. Come già negli anni precedenti, anche questa volta nel discorso prenatalizio egli ha volto mettere in evidenza alcune linee maestre del suo pontificato.
Nel 2005 il fuoco del discorso fu l’interpretazione e l’attuazione del Concilio Vaticano II, così come il rapporto tra continuità e rinnovamento, nella Chiesa.
Nel 2006 il papa pose al centro la questione su Dio. Inoltre, prendendo spunto dal suo viaggio a Istanbul, formulò nel modo più chiaro la sua visione del rapporto con l’islam, proponendo al mondo musulmano quel percorso già compiuto dal cristianesimo sotto la sfida dell’Illuminismo.
Nel 2007 Benedetto XVI mise a fuoco l’urgenza per la Chiesa di porsi in stato di missione con tutti i popoli della terra.
Quest’anno, prendendo spunto dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney e dal sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, papa Joseph Ratzinger ha sviluppato una riflessione sullo Spirito Santo, la più « dimenticata » – aveva detto a Sydney – delle tre persone della divina trinità, eppure supremamente incidente sulla vita dell’uomo e del cosmo.
L’intero discorso può essere letto nel sito web del Vaticano, man mano tradotto nelle diverse lingue, mentre qui di seguito ne è riportato il blocco più importante. In esso Benedetto XVI riflette dapprima sulla Giornata Mondiale della Gioventù, e poi sullo Spirito Santo.
A proposito della Giornata Mondiale della Gioventù il papa rovescia il giudizio corrente – sostenuto anche da « voci cattoliche » – che riduce tali incontri a « una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il papa quale star ». No, dice. Il papa è « totalmente e solamente vicario » dell’unica presenza che conta, quella di Gesù crocifisso e risorto.
Quanto allo Spirito Santo, Benedetto XVI insiste anzitutto sul suo essere « creatore ». Il cosmo ne porta i segni in quanto « struttura matematica », ordinata, e per questo intelligibile alle moderne scienze della natura. Ma anche l’uomo ha in sé i segni dell’ordinamento del creato. Il suo essere uomo e donna « non è una metafisica superata » e il matrimonio è « sacramento della creazione ». L’ideologia del « gender », che affida al singolo individuo l’arbitrio sul proprio sesso, in realtà finisce col distruggere invece che proteggere. È di una « ecologia dell’uomo » che si ha necessità, oltre che della natura. Il rispetto dell’ordine della creazione « non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione ».
In forza di queste considerazioni, sul finire del capoverso dedicato allo Spirito creatore papa Ratzinger esalta con parole vibrate l’enciclica di Paolo VI « Humanae Vitae », perché difende « l’amore contro la sessualità come consumo, il futuro contro la pretesa esclusiva del presente e la natura dell’uomo contro la sua manipolazione »
E con ciò respinge le contestazioni ultimamente rivolte contro questa enciclica da un cardinale di spicco, Carlo Maria Martini.

Ecco dunque la parte maggiore del discorso letto dal papa il 22 dicembre 2008 alla curia romana riunita nella Sala Clementina:

« La fede nello Spirito creatore è un contenuto essenziale del Credo cristiano »

di Benedetto XVI

[...] Della presenza della Parola di Dio, di Dio stesso nell’attuale ora della storia si è trattato [oltre che nel Sinodo] anche nei viaggi pastorali di quest’anno: il loro vero senso può essere solo quello di servire questa presenza. In tali occasioni la Chiesa si rende pubblicamente percepibile, con essa la fede, e perciò almeno la questione su Dio. Questo manifestarsi in pubblico della fede chiama in causa ormai tutti coloro che cercano di capire il tempo presente e le forze che operano in esso.
Specialmente il fenomeno delle Giornate Mondiali della Gioventù diventa sempre più oggetto di analisi. [...] Analisi in voga tendono a considerare queste giornate come una variante della moderna cultura giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il papa quale star. Con o senza la fede, questi festival sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così si pensa di poter rimuovere la questione su Dio. Ci sono anche voci cattoliche che vanno in questa direzione valutando tutto ciò come un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede e sulla presenza del Vangelo nel nostro tempo. Sarebbero momenti di una festosa estasi, che però in fin dei conti lascerebbero poi tutto come prima, senza influire in modo più profondo sulla vita.
Con ciò, tuttavia, la peculiarità di quelle giornate e il carattere particolare della loro gioia, della loro forza creatrice di comunione, non trovano alcuna spiegazione. Anzitutto è importante tener conto del fatto che le Giornate Mondiali della Gioventù non consistono soltanto in quell’unica settimana in cui si rendono pubblicamente visibili al mondo. C’è un lungo cammino esteriore ed interiore che conduce ad esse. La croce, accompagnata dall’immagine della Madre del Signore, fa un pellegrinaggio attraverso i paesi. La fede, a modo suo, ha bisogno del vedere e del toccare. L’incontro con la croce, che viene toccata e portata, diventa un incontro interiore con Colui che sulla croce è morto per noi. L’incontro con la croce suscita nell’intimo dei giovani la memoria di quel Dio che ha voluto farsi uomo e soffrire con noi. E vediamo la donna che Egli ci ha dato come Madre. Le Giornate solenni sono soltanto il culmine di un lungo cammino, col quale si va incontro gli uni agli altri e insieme si va incontro a Cristo. In Australia non per caso la lunga Via Crucis attraverso la città è diventata l’evento culminante di quelle giornate. Essa riassumeva ancora una volta tutto ciò che era accaduto negli anni precedenti ed indicava Colui che riunisce insieme tutti noi: quel Dio che ci ama sino alla Croce. Così anche il papa non è la star intorno alla quale gira il tutto. Egli è totalmente e solamente vicario. Rimanda all’Altro che sta in mezzo a noi. Infine la liturgia solenne è il centro dell’insieme, perché in essa avviene ciò che noi non possiamo realizzare e di cui, tuttavia, siamo sempre in attesa. Lui è presente. Lui entra in mezzo a noi. È squarciato il cielo e questo rende luminosa la terra. È questo che rende lieta e aperta la vita e unisce gli uni con gli altri in una gioia che non è paragonabile con l’estasi di un festival rock. Friedrich Nietzsche ha detto una volta: « L’abilità non sta nell’organizzare una festa, ma nel trovare le persone capaci di trarne gioia ». Secondo la Scrittura, la gioia è frutto della Spirito Santo (Galati 5, 22): questo frutto era abbondantemente percepibile nei giorni di Sydney. Come un lungo cammino precede le Giornate Mondiali della Gioventù, così ne deriva anche il camminare successivo. Si formano delle amicizie che incoraggiano ad uno stile di vita diverso e lo sostengono dal di dentro. Le grandi Giornate hanno, non da ultimo, lo scopo di suscitare tali amicizie e di far sorgere in questo modo nel mondo luoghi di vita nella fede, che sono insieme luoghi di speranza e di carità vissuta.
La gioia come frutto dello Spirito Santo: e così siamo giunti al tema centrale di Sydney che, appunto, era lo Spirito Santo. In questa retrospettiva vorrei accennare in maniera riassuntiva all’orientamento implicito in tale tema. Tenendo presente la testimonianza della Scrittura e della Tradizione, si riconoscono facilmente quattro dimensioni del tema « Spirito Santo ».
1. C’è innanzitutto l’affermazione che ci viene incontro dall’inizio del racconto della creazione: vi si parla dello Spirito creatore che aleggia sulle acque, crea il mondo e continuamente lo rinnova. La fede nello Spirito creatore è un contenuto essenziale del Credo cristiano. Il dato che la materia porta in sé una struttura matematica, è piena di spirito, è il fondamento sul quale poggiano le moderne scienze della natura. Solo perché la materia è strutturata in modo intelligente il nostro spirito è in grado di interpretarla e di attivamente rimodellarla. Il fatto che questa struttura intelligente proviene dallo stesso Spirito creatore che ha donato lo spirito anche a noi, comporta insieme un compito e una responsabilità. Nella fede circa la creazione sta il fondamento ultimo della nostra responsabilità verso la terra. Essa non è semplicemente nostra proprietà che possiamo sfruttare secondo i nostri interessi e desideri. È piuttosto dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci e con ciò ci ha dato i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione. Il fatto che la terra, il cosmo, rispecchino lo Spirito creatore, significa pure che le loro strutture razionali che, al di là dell’ordine matematico, nell’esperimento diventano quasi palpabili, portano in sé anche un orientamento etico. Lo Spirito che li ha plasmati è più che matematica: è il Bene in persona che, mediante il linguaggio della creazione, ci indica la strada della vita retta.
Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio. Ciò che spesso viene espresso ed inteso con il termine « gender », si risolve in definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo riguarda. Ma in questo modo vive contro la verità, vive contro lo Spirito creatore. Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione. Grandi teologi della Scolastica hanno qualificato il matrimonio, cioè il legame per tutta la vita tra uomo e donna, come sacramento della creazione, che lo stesso Creatore ha istituito e che Cristo – senza modificare il messaggio della creazione – ha poi accolto nella storia della sua alleanza con gli uomini. Fa parte dell’annuncio che la Chiesa deve recare la testimonianza in favore dello Spirito creatore presente nella natura nel suo insieme e in special modo nella natura dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Partendo da questa prospettiva occorrerebbe rileggere l’enciclica « Humanae vitae »: l’intenzione di papa Paolo VI era di difendere l’amore contro la sessualità come consumo, il futuro contro la pretesa esclusiva del presente e la natura dell’uomo contro la sua manipolazione.
2. Solo qualche ulteriore breve accenno circa le altre dimensioni della pneumatologia. Se lo Spirito creatore si manifesta innanzitutto nella grandezza silenziosa dell’universo, nella sua struttura intelligente, la fede, oltre a ciò, ci dice la cosa inaspettata, che cioè questo Spirito parla, per così dire, anche con parole umane, è entrato nella storia e, come forza che plasma la storia, è anche uno Spirito parlante, anzi, è Parola che negli Scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento ci viene incontro. Che cosa questo significhi per noi, l’ha espresso meravigliosamente sant’Ambrogio in una sua lettera: « Anche ora, mentre leggo le divine Scritture, Dio passeggia nel Paradiso » (Ep. 49, 3). Leggendo la Scrittura, noi possiamo anche oggi quasi vagare nel giardino del Paradiso ed incontrare Dio che lì passeggia: tra il tema della Giornata Mondiale della Gioventù in Australia e il tema del Sinodo dei Vescovi esiste una profonda connessione interiore. I due temi « Spirito Santo » e « Parola di Dio » vanno insieme. Leggendo la Scrittura apprendiamo però anche che Cristo e lo Spirito Santo sono inseparabili tra loro. Se Paolo con sconcertante sintesi afferma: « Il Signore è lo Spirito » (2 Corinzi 3, 17), appare non solo, nello sfondo, l’unità trinitaria tra il Figlio e lo Spirito Santo, ma soprattutto la loro unità riguardo alla storia della salvezza: nella passione e risurrezione di Cristo vengono strappati i veli del senso meramente letterale e si rende visibile la presenza del Dio che sta parlando. Leggendo la Scrittura insieme con Cristo, impariamo a sentire nelle parole umane la voce dello Spirito Santo e scopriamo l’unità della Bibbia.
3. Con ciò siamo ormai giunti alla terza dimensione della pneumatologia che consiste, appunto, nella inseparabilità di Cristo e dello Spirito Santo. Nella maniera forse più bella essa si manifesta nel racconto di san Giovanni circa la prima apparizione del Risorto davanti ai discepoli: il Signore alita sui discepoli e dona loro in questo modo lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il soffio di Cristo. E come il soffio di Dio nel mattino della creazione aveva trasformato la polvere del suolo nell’uomo vivente, così il soffio di Cristo ci accoglie nella comunione ontologica con il Figlio, ci rende nuova creazione. Per questo è lo Spirito Santo che ci fa dire insieme col Figlio: « Abba, Padre! » (Giovanni 20, 22; Romani 8, 15).
4. Così, come quarta dimensione, emerge spontaneamente la connessione tra Spirito e Chiesa. Paolo, in Prima Corinzi 12 e in Romani 12, ha illustrato la Chiesa come Corpo di Cristo e proprio così come organismo dello Spirito Santo, in cui i doni dello Spirito Santo fondono i singoli in un tutt’uno vivente. Lo Spirito Santo è lo Spirito del Corpo di Cristo. Nell’insieme di questo Corpo troviamo il nostro compito, viviamo gli uni per gli altri e gli uni in dipendenza dagli altri, vivendo in profondità di Colui che ha vissuto e sofferto per tutti noi e che mediante il suo Spirito ci attrae a sé nell’unità di tutti i figli di Dio. « Vuoi anche tu vivere dello Spirito di Cristo? Allora sii nel Corpo di Cristo », dice Agostino a questo proposito (Tract. in Jo. 26, 13).
Così con il tema « Spirito Santo », che orientava le giornate in Australia e, in modo più nascosto, anche le settimane del Sinodo, si rende visibile tutta l’ampiezza della fede cristiana, un’ampiezza che dalla responsabilità per il creato e per l’esistenza dell’uomo in sintonia con la creazione conduce, attraverso i temi della Scrittura e della storia della salvezza, fino a Cristo e da lì alla comunità vivente della Chiesa, nei suoi ordini e responsabilità come anche nella sua vastità e libertà, che si esprime tanto nella molteplicità dei carismi quanto nell’immagine pentecostale della moltitudine delle lingue e delle culture.
Parte integrante della festa è la gioia. La festa si può organizzare, la gioia no. Essa può soltanto essere offerta in dono; e, di fatto, ci è stata donata in abbondanza: per questo siamo riconoscenti. Come Paolo qualifica la gioia frutto dello Spirito Santo, così anche Giovanni nel suo Vangelo ha connesso strettamente lo Spirito e la gioia. Lo Spirito Santo ci dona la gioia. Ed Egli è la gioia. La gioia è il dono nel quale tutti gli altri doni sono riassunti. Essa è l’espressione della felicità, dell’essere in armonia con se stessi, ciò che può derivare solo dall’essere in armonia con Dio e con la sua creazione. Fa parte della natura della gioia l’irradiarsi, il doversi comunicare. Lo spirito missionario della Chiesa non è altro che l’impulso di comunicare la gioia che ci è stata donata. Che essa sia sempre viva in noi e quindi s’irradi sul mondo nelle sue tribolazioni: tale è il mio auspicio alla fine di quest’anno. Insieme con un vivo ringraziamento per tutto il vostro faticare ed operare, auguro a tutti voi che questa gioia derivante da Dio ci venga donata abbondantemente anche nell’anno nuovo. [...] _________

Publié dans:Sandro Magister |on 5 octobre, 2011 |Pas de commentaires »
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