Archive pour le 31 janvier, 2008

Luca Signorelli, Dante Alighieri

Luca Signorelli, Dante Alighieri dans immagini Dante

http://www.ac-strasbourg.fr/pedago/lettres/Victor%20Hugo/Notes/Dante.htm

Publié dans:immagini |on 31 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Paolo VI, « Il signore dell’altissimo canto »: Dante Alighieri

dal sito: 

http://www.gliscritti.it/index.html

 

Paolo VI, « Il signore dell’altissimo canto »: Dante Alighieri

 

 Paolo VI mostrò in diversi momenti del suo pontificato un particolare affetto e legame per Dante Alighieri. Nel 1965, sesto centenario della nascita del poeta, donò e fece porre sulla lastra marmorea della sua tomba, in San Francesco a Ravenna, una croce d’oro; e nello stesso anno (come egli stesso ricorda nella Altissimi cantus , par. 15) fece collocare una corona d’oro col monogramma di Cristo nel Battistero di San Giovanni a Firenze, dove Dante era diventato cristiano.
Di questo amore la lettera apostolica “ Altissimi cantus ”, pubblicata il giorno prima della chiusura del Concilio Vaticano II, è una delle prove più eloquenti: anche papa Benedetto XV aveva dedicato l’attenzione del suo magistero al poeta fiorentino, nella ricorrenza della nascita (1921), dando al suo documento addirittura la veste solenne dell’enciclica ( In praeclara summorum ). Paolo VI prosegue in questa attenzione della Chiesa per il suo celebre figlio, e propone una lettura complessiva dell’opera di Dante, di cui mostra un’approfondita conoscenza, ma di cui offre anche un’interpretazione nuova.
Nuova, e polemica, perché cristiana: Paolo VI rivendica con forza la dimensione fondante del cristianesimo dantesco, in opposizione a quanti “hanno sostenuto che la Divina Commedia non fosse poetica quando e dove è impregnata di teologia” (par. 53). Non è difficile riconoscere in questa espressione un’allusione a Benedetto Croce, nel 1965, benché scomparso, ancora influentissimo sulla critica italiana, che aveva sostenuto, nella Poesia di Dante (1921) la “non poeticità” delle parti dottrinali del poema: principio diventato poi un luogo comune della critica dantesca italiana, benché sostanzialmente errato, e scomodo ostacolo alla vera compensione dell’opera.
La lettura del papa è per questo aspetto molto attuale e anticipatrice (oggi nessuno più sostiene la tesi crociana, e si dà invece per scontata l’affermazione di Paolo VI); altrove è invece più datata: ad esempio nell’idea di un “umanesimo” dantesco, cristiano e perciò positivo, in opposizione all’umanesimo “pagano” del Rinascimento (par. 32): è la vecchia visione del Rinascimento proposta da Jacob Burckhardt ( La civiltà del Rinascimento in Italia , 1860), oggi però decisamente abbandonata. Dante non è l’unico cristiano in una civiltà umanistica paganeggiante, ma un uomo ancora medievale, e tuttavia padre degli eccezionali sviluppi successivi della cultura del nostro paese. 

Guido Sacchi 



Paolo VI , Litterae Apostolicae Motu proprio datae « Altissimi cantus » septimo exeunte saeculo a Dantis Aligherii ortu , in Acta Apostolicae Sedis. Commentarium officiale , anno e vol. LVIII, 1966, Città del Vaticano, pp. 22-37. Titolo, titoli intermedi e traduzione redazionali.
« Il signore dell’altissimo canto »: Dante Alighieri
 
[Introduzione]
[ 1. ] Quest’anno ricorre un centenario del signore dell’altissimo canto, di Dante Alighieri, centenario degno di celebrazione: sono trascorsi infatti sette secoli da quando egli nacque a Firenze, città generosa nutrice anche di altri agili e poderosi ingegni.
[ 2. ] È perciò degno e giusto che soprattutto il popolo italiano onori e commemori con grande ossequio e a gara il suo massimo poeta, l’onore luminosissimo della sua letteratura. Egli infatti è il principale creatore della sua lingua e rimane, attraverso le età, protettore e custode della sua civiltà, così come ne espresse e ne rappresentò la forma e l’immagine.
[ 3. ] E invero anche le altre nazioni formate alla civiltà cristiana —— e non sono poche — desiderano partecipare a questa solenne rievocazione, e il nome di Dante, che gode e sempre godrà ovunque della fama di una gloria immortale, ora certamente rifulge ancor di più, quasi fiaccola portata in un luogo più eccelso.
[ 4. ] Ed è pure chiara l’opportunità che la Chiesa cattolica sia presente nel tributare l’onore di una tale lode: essa lo annovera infatti fra gli uomini illustri adorni di valore e di sapienza, inventori di melodie musicali, amanti del bello (1).
[ 5. ] Nell’eccelso coro dei poeti cristiani, dove si distinguono Prudenzio, sant’Efrem Siro, san Gregorio Nazianzeno, sant’Ambrogio vescovo di Milano, san Paolino da Nola, sant’Andrea di Creta, Romano Melode, Venanzio Fortunato, Adamo di San Vittore, san Giovanni della Croce e non pochi altri più recenti, che sarebbe lungo nominare a uno a uno, l’aurea cetra di Dante, la sua armoniosa lira risuonano con una melodia ammirevole per la grandezza dei temi trattati e per la purezza dell’afflato e dell’ispirazione, meravigliosa per il vigore congiunto a una squisita eleganza.
[ 6. ] Per questo — seguendo l’esempio del Nostro Predecessore Benedetto XV, che pubblicò nella ricorrenza del sesto centenario della morte di Dante Alighieri la lettera enciclica In praeclara summorum (2) — anche Noi vogliamo tributare un segno di omaggio all’illustrissimo poeta. E questo non solo per rendergli gloria in questa circostanza passeggera, che s’inserisce nel corso del tempo e subito ne è travolta, ma per perpetuarne in qualche modo la gloria, non con l’erigere un silenzioso e gelido monumento di pietra o di bronzo, ma piuttosto con il far zampillare una fonte che fluisca di acque perenni, sia in sua lode sia a beneficio di una promettente gioventù. Perché i giovani — uno dopo l’altro affidati alla sua scuola e divenuti alunni di un tale maestro — diventino capaci d’illustrare la sua memoria e la sua opera, perché la sua poesia davvero verdeggi nel campo delle discipline letterarie, perché la sua sapienza umana e cristiana si affermi con nuova forza nella tradizione culturale degl’italiani, secondo la consuetudine e l’uso degli antenati che a giustissimo titolo venerarono Dante Alighieri come padre della loro lingua viva.
[ 7. ] Abbiamo istituito perciò — in accordo con le competenti autorità accademiche — un insegnamento o Cattedra di Studi Danteschi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, quel grande ateneo a cui il Nostro venerabile Predecessore Pio XI dedicò tanta cura e tanta sollecitudine, e che i Romani Pontefici suoi successori — e Noi pure, sempre, ma in modo particolare quando svolgemmo il Nostro ministero come arcivescovo in Milano — hanno sempre trattato con grande onore e con pari benevolenza. Stabiliamo perciò motu proprio e per Nostra iniziativa che essa abbia un insegnamento o cattedra che promuova gli Studi Danteschi.
[ 8. ] E Ci dà una grande gioia il fatto che questa fondazione testimoni pubblicamente la singolare venerazione che Noi abbiamo per il cantore della Divina Commedia , venerazione che vogliamo venga accesa con una fiamma inestinguibile e alimentata con maggior forza fra i giovani studenti, che vengono istruiti in quell’ateneo nelle migliori discipline e arti. Ne usciranno — questa è la Nostra speranza — alunni notevoli per l’acume dell’ingegno e per la pietà, essi stessi capaci a loro volta di farsi divulgatori di questi studi, da cui derivano tutte le ricchezze dell’aurea miniera dantesca; e queste ricchezze possano essere note a quanti amano il sapere e offrire alla letteratura delle future generazioni una fioritura rinnovata.
[ 9. ] Qualcuno potrebbe forse chiedere come mai la Chiesa cattolica, per volontà e per opera del suo Capo visibile, si prenda così a cuore di celebrare la memoria del poeta fiorentino e di onorarlo. La risposta è facile e immediata: perché Dante Alighieri è nostro per un diritto speciale: nostro, cioè della religione cattolica, perché tutto spira amore a Cristo; nostro, perché amò molto la Chiesa, di cui cantò gli onori; nostro, perché riconobbe e venerò nel Romano Pontefice il Vicario di Cristo in terra.
[ 10. ] Né rincresce ricordare che la sua voce si sia levata e abbia risuonato duramente contro alcuni Pontefici Romani, e che abbia ripreso con asprezza istituzioni ecclesiastiche e uomini che furono ministri e rappresentanti della Chiesa. Non passeremo sotto silenzio a questo proposito l’inclinazione del suo temperamento, questo aspetto della sua opera. Conosciamo bene infatti quanta e quale fu l’amarezza del suo animo, amarezza che fu tale da non risparmiare ben più duri rimproveri alla sua patria dilettissima, Firenze. Senza dubbio bisogna concedere alla sua arte e alla passione politica, soprattutto perché riprende vizi deplorevoli, una benigna indulgenza, che il compito di giudice e di correttore che egli rivendica a sé gli concilia.
[ 11. ] Del resto è noto e riconosciuto che il suo temperamento così animoso non ha mai scosso la sua ferma fede cattolica e la sua filiale affezione verso la Santa Madre Chiesa.
[ 12. ] Dante è nostro, Ci sia lecito ripetere a ragione, e lo affermiamo non per gloriarci di un tale trofeo per un amore ambizioso e orgoglioso, quanto piuttosto per ricordare a noi stessi il dovere di riconoscerlo tale, e di esplorare nella sua opera le ricchezze inestimabili della forza e del senso del pensiero cristiano, convinti come siamo che solo chi scava nelle segrete profondità dell’animo religioso del sommo poeta può comprendere a fondo e gustare con pari piacere i meravigliosi tesori spirituali nascosti nel poema.

segue domani perché è interessante ma un po’ lungo (non lo conoscevo proprio, mi è capitato per caso)

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Antonio Zichichi: l’alleanza tra fede e scienza è possibile

30/01/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-13343?l=italian

Antonio Zichichi: l’alleanza tra fede e scienza è possibile 

Intervista dopo la mancata visita del Papa a “La Sapienza”

Paolo Centofanti

 ROMA, mercoledì, 30 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Il professor Antonio Zichichi, Presidente della World Federation of Scientists, sostiene che una alleanza tra fede e scienza è possibile. 

In una intervista a ZENIT, il noto scienziato ha affermato che l’opposizione alla visita di Benedetto XVI all’Università “La Sapienza” di Roma è stata la manifestazione di una cultura “pre-aristotelica”. 

Zichichi ha lavorato nell’ambito della fisica subnucleare presso i laboratori Fermilab di Chicago e CERN di Ginevra, dove nel 1965 ha coordinato il gruppo di ricerca che ha scoperto un antinucleo di deuterio (nucleo di antideuterio), nucleo di antimateria. Nel 1963 ha fondato presso Erice il Centro “Ettore Majorana” di cultura scientifica. 

È stato Presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. Attualmente è docente emerito di Fisica superiore all’Università di Bologna. 

Parlando del rapporto tra scienza e fede, tema affrontato da Benedetto XVI nel suo interevento all’Udienza generale di questo mercoledì, il professor Zichichi ha ricordato che i risultati raggiunti dalla scienza odierna sarebbero impensabili senza “quell’atto di fede e di umiltà intellettuale, maturato nel cuore della cultura cattolica con Galileo Galilei”. 

Cos’è per lei la ragione? 

Zichichi: Noi siamo l’unica forma di materia vivente a cui è stato dato il privilegio del dono della ragione; ed è grazie alla ragione che la forma di materia vivente cui noi apparteniamo ha potuto scoprire il linguaggio, la logica e la scienza. 

Esistono infatti centinaia di migliaia di forme di materia vivente, vegetale ed animale, ma nessuna di esse ha saputo scoprire la memoria collettiva permanente – meglio nota come linguaggio scritto – né le forme di logica rigorosa come la matematica o la scienza che, tra tutte le logiche possibili, è quella che ha scelto il Creatore per fare l’Universo così come possiamo vederlo e studiarlo, e noi stessi. 

Una logica che ci è permesso di studiare e capire ma che nessuno sarà mai in grado, anche minimamente, di alterare. Senza ragione non avremmo potuto scoprire la scienza, questa straordinaria avventura intellettuale, iniziata solo 400 anni fa, con Galileo Galilei e le prime Leggi fondamentali della natura da lui scoperte. 

Galilei le chiamava “Impronte del Creatore”, impronte che potevano anche non esistere. Invece lui era convinto che esistessero, e che fossero presenti sia nelle stelle, sia nella materia “volgare” come le pietre, nelle quali in quel tempo tutti erano certi che non fosse possibile trovare verità fondamentali. È proprio studiando le pietre che Galilei iniziò a cercare quelle impronte, per un atto di fede nel Creatore. 

Un atto di fede e di umiltà, che ci ha permesso di arrivare oggi, in soli quattro secoli, a concepire l’esistenza del « supermondo »: la più alta vetta delle conoscenze scientifiche galileiane, quindi del sapere rigoroso, nell’immanente. Le frontiere stesse del supermondo confermano quanto dicevo prima, ovvero che siamo l’unica forma di materia vivente dotata di ragione. 

Sono state attribuite al Pontefice false dichiarazioni di condanna nei confronti di Galileo Galilei, poi smentite. Come pensa che Papa Benedetto XVI veda realmente la figura di Galileo Galilei? 

Zichichi: Per Papa Benedetto XVI, la ragione è al centro della cultura del nostro tempo. Il suo pensiero su Galileo Galilei è stato mistificato, estrapolando una citazione di Feyerabend (che dichiarava giusta la condanna a Galilei), da un discorso che in realtà mirava a sostenere proprio la tesi opposta. E proprio in Galilei, il Pontefice vede una unione ideale tra scienza e fede. 

Il 6 aprile 2006, alla domanda di un giovane che partecipava in Piazza San Pietro a un incontro in preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù, Benedetto XVI rispose che “il grande Galileo” Galilei considerava la Natura e la Bibbia due libri scritti dallo stesso Autore. Il libro della Natura in lingua matematica, perché per costruire l’Universo è necessario il rigore della matematica; la Bibbia, essendo parola di Dio, doveva invece essere scritta in linguaggio semplice e accessibile a tutti, come debbono essere i valori della nostra esistenza, che è una simbiosi della sfera immanentistica e della sfera trascendentale. 

Cos’è la scienza? 

Zichichi: La scienza, ci ricorda Benedetto XVI, nasce dall’atto galileiano di umiltà intellettuale: Colui che ha fatto il mondo è più intelligente di tutti noi, scienziati, filosofi, artisti, matematici, nessuno escluso. Per conoscere quale logica abbia scelto il Creatore per creare il mondo e noi stessi c’è una sola possibilità: porGli domande in modo rigoroso. È questo il significato di “esperimento di stampo galileiano”, e da qui nasce la scienza galileiana, che esige rigore e riproducibilità. 

Se nel 1965 avessi potuto dimostrare l’esistenza dell’antimateria nucleare solamente con carta e penna e utilizzando il rigore della matematica, non avrei avuto bisogno di fare un esperimento estremamente difficile e per il quale fu necessario inventare un circuito elettronico speciale, che misurasse i tempi di volo delle particelle subnucleari con precisioni fino ad allora mai ottenute: frazioni di miliardesimi di secondo. 

Per fare una scoperta scientifica è quindi necessario arrendersi alla superiorità intellettuale del Creatore di tutte le cose visibili e invisibili, e realizzare un esperimento. È stato così per l’antimateria nucleare, come per tante altre scoperte. 

Ogni scoperta è stata ottenuta sempre dopo un esperimento che ha richiesto almeno un’invenzione tecnologica, come ad esempio il più potente rivelatore di neutroni, che ha permesso di scoprire una formidabile proprietà dell’Universo subnucleare: l’enorme divario esistente tra le miscele mesoniche vettoriali e quelle pseudoscalari. Non è una proprietà banale delle strutture subnucleari ma il risultato delle leggi che governano l’Universo le cui regolarità e le cui leggi nessun filosofo, logico matematico, pensatore, nessuno, aveva saputo prevedere. 

Se fosse sufficiente il rigore logico-matematico per comprendere com’è strutturato l’Universo subnucleare, non avremmo bisogno di costruire strutture complesse e gigantesche come la nuova macchina che entrerà in funzione entro la fine di quest’anno al CERN di Ginevra: una pista magnetica lunga 27 km, con una quantità enorme di rivelatori, cosa finora mai realizzata, per avere una risposta alla domanda: “com’era l’Universo un decimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang”? 

Lei parla spesso della necessità di umiltà intellettuale nella ricerca scientifica…. 

Zichichi: Se non fosse per l’atto di umiltà intellettuale del padre della scienza moderna, saremmo rimasti fermi, chissà per quanti secoli ancora, a ciò che pensavano i nostri antenati: basta essere intelligenti per capire com’è fatto il mondo. 

Nel corso di diecimila anni, dall’alba della civiltà al sedicesimo secolo, tutte le culture si erano illuse di sapere decifrare il Libro della natura senza mai porre una sola domanda al Suo Autore. Ecco perché a nessuna cultura era toccato il privilegio di scoprire una Legge fondamentale della natura. 

Oggi la scienza è arrivata alla soglia del supermondo, per quell’atto di fede e di umiltà intellettuale, maturato nel cuore della cultura cattolica con Galileo Galilei, che Giovanni Paolo II, il 30 marzo 1979, in Vaticano, presenti i rappresentanti dei fisici di tutta Europa, definì figlio legittimo e prediletto della Chiesa cattolica. 

Con il suo coraggio intellettuale e spirituale Giovanni Paolo II riportò finalmente a casa i tesori della scienza galileiana che sono autentiche conquiste della cultura cattolica. E Benedetto XVI di questi tesori è oggi il massimo custode nella continuità culturale del Suo apostolato con quello di Giovanni Paolo II. 

Questo si collega all’alleanza tra scienza e fede da lei sempre sostenuta? 

Zichichi: Papa Giovanni Paolo II, spalancando le porte della Chiesa cattolica alla scienza galileiana, dette vita a questa grande alleanza tra fede e scienza. Una allenza di cui è prova la frase “scienza e fede sono entrambe doni di Dio” incisa su ferro ed esposta agli scienziati di tutto il mondo al Centro di cultura scientifica “Ettore Majorana” a Erice. 

La cultura del nostro tempo è detta moderna, ma in effetti è pre-aristotelica, come è provato da quella lettera cui hanno aderito, prima 67 persone che oggi sono diventate – mi  è stato detto – molte migliaia. 

Insegna però Enrico Fermi che la scienza è fondata sulla meritocrazia, non sui numeri di chi sottoscrive una presunta verità. Non si possono mettere ai voti le “Forze di Fermi” né l’equazione di Dirac. Né le leggi che continuiamo a scoprire nell’Universo subnucleare. La democrazia va bene per la politica, non per le verità scientifiche. Se vivessimo – come pretende la cultura dominante atea – nell’era della scienza quella lettera sarebbe rimasta con zero firme: non sarebbe mai stata scritta. Le radici di quella lettera sono nella cultura del nostro tempo che – come dicevo prima – è detta moderna mentre in effetti è pre-aristotelica. Infatti né la logica rigorosa né la scienza sono ancora entrate nel cuore di questa cultura che – come ha scritto Papa Benedetto XVI nel discorso preparato per la visita a “La Sapienza” – “costringe la ragione ad essere sorda al grande messaggio che viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza. Così facendo questa cultura agisce in modo da non permettere più alle radici della ragione di raggiungere le sorgenti che ne alimentano la linfa vitale”. 

La sintesi più bella del pensiero di Papa Benedetto XVI è incisa nella cupola della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma, dove c’è un’altra famosa frase di Giovanni Paolo II: “La scienza ha radici nell’Immanente ma porta l’uomo verso il Trascendente”. Negare a Benedetto XVI il diritto di portare ai giovani il messaggio della grande alleanza tra fede e scienza è stato un atto di oscurantismo, non di laicità. 

Publié dans:Fede e scienza |on 31 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno pinkcarnationawp8

Carnation Dianthus caryophyllus

http://www.geocities.com/TheTropics/Island/6801/mark/marks.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 31 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Dare frutto del trenta, del sessanta e del cento per uno

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/

San Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorsi, n° 6 ; CCL 103, 32 ; SC 175, 327

Dare frutto del trenta, del sessanta e del cento per uno

Fratelli, ci sono due specie di campi: uno è il campo di Dio, l’altro è il campo dell’uomo. Hai la tua tenuta; anche Dio ha la sua. La tua tenuta è la terra; la tenuta di Dio è la tua anima. È forse giusto che coltivi il tuo campo e lasci incolto il campo di Dio? Coltivi la tua terra, e non coltivi la tua anima, forse perché vuoi mettere in ordine la tua proprietà e lasciare incolta la proprietà di Dio? È forse giusto questo? Forse Dio merita che trascuriamo la nostra anima che egli ha tanto amata? Ti rallegri al vedere la tua terra ben coltivata; perché non piangi al vedere la tua anima incolta? I campi della nostra tenuta ci faranno vivere alcuni giorni in questo mondo; la cura della nostra anima ci farà vivere senza fine in cielo…

Dio si è degnato di affidarci la nostra anima come sua tenuta; mettiamoci dunque all’opera con tutte le nostre forze con il suo aiuto, perché quando verrà a visitare la sua tenuta, egli la trovi ben coltivata e perfettamente in ordine. Che vi trovi una messe invece di rovi; che vi trovi vino invece di aceto; grano invece di zizzania. Se vi troverà ciò che piace ai suoi occhi, ci darà in cambio le ricompense eterne; invece i rovi saranno destinati al fuoco.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 31 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

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