Archive pour le 7 août, 2010

San Domenico di Guzman

San Domenico di Guzman dans immagini sacre

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8 agosto: San Domenico di Guzman: Mi chiamo Domenico e provo a raccontarti qualcosa di me….

dal sito:

http://www.suore-domenicane.pcn.net/sandomenico.htm

San Domenico di Guzman

Fondatore dell’Ordine dei Predicatori

Mi chiamo Domenico e provo a raccontarti qualcosa di me….

Sono nato nel 1170 a Caleruega nella Vecchia Castiglia, in Spagna.

Mio padre, Felice di Guzman, era un grosso proprietario terriero; Felice… forse proprio il suo nome ha lasciato impresso dentro di me il tratto della gioia che sempre segnerà il mio volto!

Mia madre, Giovanna d’Aza era una persona molto riservata e prudente, si prodigava verso i poveri e i bisognosi; la compassione: è questo che mia madre mi ha donato, un cuore per sua natura, grande, accogliente, capace di commuoversi e muoversi verso le sofferenze altrui!

 Si dice che durante la sua gravidanza fece un sogno: il bambino che portava nel grembo sarebbe stato destinato ad un avvenire eccezionale! Infatti,  in sogno, il bimbo le apparve con l’aspetto di un piccolo cane con in bocca una torcia accesa, destinata ad incendiare il mondo…Questo presagiva che avrebbe generato un predicatore di grande valore! Quel bambino sarei stato proprio io, il fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori!!Già, chi l’avrebbe mai detto!!

 Non sarei mai stato capace di prevedere, né tanto meno immaginare il mio futuro nei primi anni della mia vita, anche se spesso mi fermavo a pensare. Mi piaceva spaziare con la mente su quegli orizzonti vastissimi che si aprivano davanti ai miei occhi dagli altipiani di Caleruega…la mia Caleruega! Il colore della terra rossa che si allargava e si allontanava, il cielo blu spesso sgombro di nuvole: mi divertiva e mi attirava questo gioco di colori!

 All’età di sei o sette anni fui affidato a mio zio sacerdote che si prodigò senza misura per insegnarmi a leggere e a scrivere. Appena fui in grado di leggere mi pose tra le mani il salterio; imparai così i salmi, gli inni, i cantici! In quegli anni tutto mi parlava di Dio e mi permetteva di parlare in qualche modo con LUI, almeno questo ricordo che mi diceva mio zio ed io credo che nella sua mente immaginava già per me una fruttuosa carriera ecclesiastica.

 Ricordo di quel periodo la melodia sacra che accompagnava la preghiera e quei piccoli e grandi compiti che mi venivano assegnati, insieme ad altri ragazzini, durante quella che chiamavano “ufficiatura”: quanta solennità e rigore! Mi piaceva! Imparai allora che l’uomo, creatura fragile e indifesa, loda il Dio che l’ha creato e può farlo nella semplicità del canto rivestendo di magnificenza e sobrietà quanto celebra.

 A quindici anni cominciai i miei studi nell’università di Palencia: dialettica, filosofia, teologia e s. Scrittura…Cominciavo a conoscere Dio sui libri…Sì, ma proprio in questi anni ne feci esperienza e capii cosa significava studiare, predicare la Parola: significava innanzitutto incarnarla, viverla!

A Palencia ci fu una carestia! Non ero ricco, ma possedevo libri; possedevo una Bibbia sulla quale avevo annotato tutto quanto ascoltavo durante le lezioni …era preziosa, ma era anche l’unica cosa che potevo vendermi per aiutare quella povera gente affamata! ”Vendi tutto quello che hai e dallo in elemosina!”: quel Dio conosciuto su “quel libro” non era forse lo stesso presente in quella povera gente che moriva?! Amarlo non significava proprio servirlo in quelle persone? Vendetti la mia Bibbia e fui la persona più felice di questo mondo!

 Completati i miei studi, all’età di circa 24 anni entrai nel capitolo dei Canonici Regolari della cattedrale di Osma. Vivevo profondamente immerso nella preghiera, nel ministero, nella vita comune…Sì, non c’era proprio altro che desideravo di più!

 E poi un giorno il vescovo di Osma, Diego, mi chiese di accompagnarlo per una missione diplomatica in Danimarca …E’ stato l’inizio di un’avventura, di una amicizia, di quel sogno che il Signore aveva fatto su di me “fin dal grembo di mia madre!”.

 Diego…mio caro amico, maestro e padre, quanta strada abbiamo fatto insieme, quanti incontri, quanti sogni, progetti….Mio caro Diego!

 Durante quel viaggio abbiamo attraversato la Francia meridionale e visto ed incontrato paesi e persone devastate dall’eresia catara e albigese che in quel periodo dilagava in Europa e si estendeva quasi a macchia d’olio!La gente criticava la Chiesa, il clero in particolare, per la sua condotta ipocrita e incoerente…erano in tanti quelli che si allontanavano!

 Ricordo ancora la notte trascorsa con l’albergatore a Tolosa, ricordo ancora gli sguardi di tutta quella gente che, come lui, non sapeva più a chi o a cosa credere…

 Io e Diego cosa avremmo potuto fare ? Tante domande abitavano il nostro cuore: in che modo annunciare a questa gente la Verità? In che modo fare amare Cristo e la sua Chiesa?

Solo una cosa avremmo potuto fare: prodigarci instancabilmente solo e soltanto per sradicare l’eresia e annunciare Gesù Cristo e il Suo amore per ogni uomo.

 Insieme a Diego, al suo fianco, avevo intuito un altro modo di lottare contro l’eresia, che non era quello di abbracciare la spada come la Chiesa aveva scelto di fare attraverso le crociate, ma quello di predicare, su incarico della Chiesa stessa, secondo la forma apostolica…Questo significava cominciare a vivere come gli apostoli e quindi camminare a piedi nudi, andare a due a due senza portare con sé né oro, né argento; senza nulla possedere al mondo e nulla chiedere; in una parola era necessario diventare mendicanti. Era difficile, ma era anche l’unico modo per essere credibili, per poter avvicinare quella gente e donare loro una parola di amore e speranza!

 Dopo aver ricevuto l’incarico dal Papa di dirigere la predicazione contro l’eresia catara e albigese iniziammo la nostra missione apostolica: Fanjeaux, Prouille, Montpellier, Tolosa, Carcassonne…

 Ad un certo punto della nostra missione, però, Diego, essendo vescovo, dovette rientrare in Castiglia per assolvere ad alcuni incarichi, ma non ritornò più, morì qualche mese più tardi…

 Ancora una dura prova da affrontare! Sperimentai la solitudine fisica perché mi ritrovai completamente solo a portare avanti questa grande missione; sperimentai la solitudine nel profondo del mio animo perché avevo perso un amico, un padre, un maestro, un compagno…

 A Fanjeaux, nella casa vicino alla parrocchia, vissi da solo per dieci anni continuando instancabilmente a predicare per riportare alla fede gli eretici: colloqui, dibattiti pubblici, incontri di ogni tipo…Portavo e custodivo dentro il desiderio di realizzare quanto Dio mi aveva messo nel cuore, e Lui mi dava la forza di andare avanti nonostante sentissi paura, senso di fallimento, solitudine…

 Ma Dio mantiene le sue promesse ed è fedele: a Tolosa alcuni amici si strinsero intorno a me, gente che condivideva lo stesso mio zelo della predicazione per la salvezza delle anime. E a Tolosa nacque il primo nucleo che diede successivamente forma stabile a quello che prenderà il nome di Ordine dei Frati Predicatori, uomini di Dio e totalmente deputati all’annuncio della Sua Parola!

Con il vescovo di Tolosa, Folco, che mi aveva nominato predicatore della diocesi, mi recai a Roma da Papa Onorio III per richiedere l’approvazione ufficiale della “sacra predicazione” (così avevamo chiamato questa prima comunità di Tolosa) e nel dicembre del 1216, il Papa stesso confermerà questo progetto donandoci il nome di frati Predicatori

Non mi bastava tutto questo, si erano raccolti molti giovani intorno a me…l’anno dopo li inviai in tutta Europa, nelle città universitarie, a Parigi, a Bologna perché studiassero e si formassero…il grano marcisce se non viene sparso ovunque!!

 L’Ordine dei predicatori cominciò così a svilupparsi!

 Nel 1220 e 1221 riunii a Bologna i miei frati per dare delle basi effettive all’ Ordine quelle che tuttora lo caratterizzano: una famiglia di frati – oggi anche di suore, monache e laici -  il cui fine è la predicazione, l’annuncio dellaPparola di Verita che è Cristo perché ogni uomo creda e sia salvo…e questo annuncio si realizza attraverso lo studio, la testimonianza della povertà evangelica e la fraternità della vita comune!

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L’inno dell’apostolo Paolo alla carità di Luigi Accattoli

dal sito:

http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=1044

di Luigi Accattoli

L’inno dell’apostolo Paolo alla carità attualizzato da un giornalista

Castelvenere – sabato 7 febbraio 2009

1 Corinti 13, 1-13

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

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Non faremo una lettura esegetica: non è affar mio. Faremo una lettura da cristiani comuni. Qui abbiamo il vescovo e il parroco, che potrebbero dirci di più. Noi cristiani comuni facciamo una lettura dal punto di vista dell’uomo d’oggi, nella sua lingua media e nella sua media cultura. Ci chiediamo a che cosa penserebbe oggi l’apostolo Paolo dicendo “la carità è paziente, è benigna”. Allora ammaestrava i cristiani di Corinto che si cavavano gli occhi animatamente gareggiando per la leadership della comunità, oggi magari sarebbe colpito dalla sfida tra cristiani che si vituperano con altrettanta animazione a invettive in crociate: “voi di destra, voi di sinistra…”. Sarebbe colpito da questo e da molto altro. Proviamo a chiederci da cosa, seguendo l’inno parola per parola. Per gente semplice quale noi siamo l’inno alla carità è un testo centrale del Nuovo Testamento, come il Simposio di Platone, con il suo elogio dell’eros, è un testo centrale dell’umanesimo greco. E come l’enciclica Deus caritas est di papa Benedetto è un testo centrale per il cristianesimo di oggi. E come le parole di Teresa di Lisieux “Nel cuore della Chiesa mia madre io voglio essere l’amore” sono un dono capitale per ognuno di noi. Teresa e Benedetto ci dicono insieme l’attualità dell’inno di Paolo.

L’inno, come si dice a scuola, lo possiamo dividere in tre parti. E’ detto “inno” perchè ha l’afflato di un canto, di una poesia. E’ uno dei testi in cui Paolo si fa poeta.
Chiameremo la prima parte: il primato della carità, versetti 1-3.
La seconda la chiameremo: natura e opere della carità, versetti 4-7.
La terza: la carità dura per sempre, ovvero l’eternità dell’amore, versetti 8-13.
Siamo probabilmente nel 53 dopo Cristo quando Paolo scrive la Prima lettera ai Corinti: cioè appena venti o quindici anni dopo che i primi cristiani hanno fatto l’esperienza della morte e della resurrezione di Cristo. Prima della redazione dei Vangeli. In questa lettera è la narrazione dell’ultima cena, la prima che sia giunta a noi (capitolo 11).
Incredibile tempismo di Paolo. L’Anno Paolino ci provoca a riflettere sulla posizione principe di Paolo nel Nuovo Testamento.
In questa lettera Paolo parla a una comunità cristiana con forti divisioni interne, simile alla Chiesa di oggi; inserita in una società libertaria, che amava ostentare l’attrazione dei corpi, proprio come la nostra. Tra i cristiani di Corinto c’è “uno che convive con la moglie di suo padre” (5, 1). E’ in questa lettera che Paolo dice: “Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (4, 15). E’ qui che leggiamo le parole consolanti per ogni coppia cristiana: “Il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente” (7, 14). Qui ancora leggiamo: “Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (9, 22). E’ qui il motto “Se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione” (15, 14). Nel vasto mondo di questa lettera vi è come un culmine, che è il nostro inno alla carità. Esso sgorga dal cuore di Paolo in risposta alla diatriba di quella rissosa comunità, lacerata dalla contesa tra i portatori dei carismi di maggiore richiamo: il dono delle lingue, quello delle guarigioni, quello dei miracoli, quello della conoscenza, quello della profezia. Di fronte a tale contesa Paolo dice: “desiderate i carismi più grandi” e subito aggiunge che il più grande è l’amore, “la via più sublime” (12, 31).

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

Che cos’è questa “carità” di cui parla, dopo aver detto “vi mostrerò la via più sublime”? E’ un dono, è una via, ma è anche molto di più: è l’amore, è Dio. Il Dio di Gesù Cristo che un’altra “lettera” del Nuovo Testamento, la Prima di Giovanni, qualifica come “amore”: “Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (4, 16).
Dobbiamo dunque dire “carità”, o dobbiamo dire “amore”? La parola dei testi originali greci è la stessa: “agape”. Noi useremo ambedue le parole italiane, ma diciamo subito che per sentire la forza piena di questo inno, il trasporto con cui esso erompe dal cuore di Paolo, è utile provare a leggerlo mettendo la parola “amore” dove la traduzione della CEI mette “carità”. Perchè nella cultura nostra “carità” e “amore” non sono la stessa cosa.
“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli”: cioè ogni linguaggio, anche quelli sconosciuti agli umani. Mi viene in mente Tolkien, l’autore de Il Signore degli anelli, che fa parlare stregoni e orchetti, hobbit e nani, elfi e kent, uomini selvaggi e troll e ha la bellissima espressione: “Tutte le stirpi dotate di parola”. Ecco dunque, in linguaggio d’oggi, “le lingue degli uomini e degli angeli”.

2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

La carità vale più della profezia, più della conoscenza e più della fede, addirittura più dei miracoli. Qui per certo occorre sostare. Per capire bene.
La fede non è al di sopra di tutto? No, ci dice Paolo, al di sopra c’è la carità, cioè l’amore, cioè Dio. E se anche la fede fosse clamorosamente grande, da operare segni straordinari, non eguaglierebbe comunque l’amore.
Perché la fede mi porta a Dio, mi congiunge al Signore; l’amore invece è Dio: ecco perché è più in alto.
Ed ecco perché è meglio leggere “amore” dove è scritto “carità”.
Ma possiamo usare la stessa parola per dire Dio (Dio è amore) e per dire il dono che ci viene da Dio (Dio ci dona il suo amore) e per dire infine che quel dono siamo chiamati a trasmetterlo ai fratelli (amare gli altri come Dio li ha amati)? Possiamo: questa è la meraviglia cristiana!
C’è come un’attrazione, una calamita che ci destina, ci chiama, ci attrae verso Dio per questa via “sublime”: egli che è amore viene a noi con il suo amore e ci insegna ad amare. Purchè noi accettiamo di aprirgli il cuore, di fargli spazio. Di obbedire all’amore. L’amore obbedisce all’amore.

3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

E’ forse il versetto più importante per noi, la chiave a noi dedicata per permetterci di entrare in questo grande testo cristiano. Una chiave dedicata a noi uomini e donne dell’inizio del terzo millennio, che siamo sensibilissimi all’amore e sensibili alla carità ma tendiamo a ridurla alla beneficienza. Attenzione dunque: la carità non è la Caritas! Non la possiamo ridurre al solo soccorso del bisognoso.
Qui più che mai diviene chiaro che non basta tradurre “carità”, ma bisogna arrivare a tradurre “amore”.
Ecco come il papa nell’enciclica “Deus Caritas est” segnala questo punto decisivo: “San Paolo, nel suo inno alla carità (cfr 1Cor 13) ci insegna che la carità è sempre più che semplice attività: ‘Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova’. Questo inno deve essere la Magna Carta dell’intero servizio ecclesiale; in esso sono riassunte tutte le riflessioni che nel corso di questa Lettera enciclica, ho svolto sull’amore” (34).
Chiediamoci – proviamo a chiederci – che cosa mancherebbe, che cosa potrebbe mancare in una donazione di tutte le proprie sostanze e addirittura della propria vita fatta senza “la carità”. Ci riesce difficile intenderlo, ed è naturale perché si sta parlando indirettamente di Dio e Dio è pur sempre di suo inconoscibile, nonostante la conoscenza “per speculum” che ce ne ha fornita il Cristo. Qui – come in altri passi dell’inno – avvertiamo che Paolo ci parla per paradossi, per iperboli. Per dirci qualcosa che propriamente non si può dire.
Per un tentativo di comprensione ascoltiamo ancora il papa: “L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona” (ivi).

4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità.

Nella seconda parte dell’inno Paolo con linguaggio discorsivo e quasi narrativo – non definitorio: Dio non può essere definito – ci indica 15 note o caratteristiche dell’amore: è come una cascata di attributi di crescente intensità, a indicare qualcosa che supera ogni immaginazione – appunto perché è Dio, in definitiva, al centro dell’inno e non semplicemente un carisma o una virtù. Osserva il cardinale Martini (nel volume L’Utopia alla prova di una comunità, Piemme 1998, p. 129) che sette delle note sono positive e otto negative e anche le positive “richiedono un patire più che un agire”. Forse – ipotizza Martini – Paolo vuole segnalarci che “amare non significa fare qualcosa per gli altri, come si pensa abitualmente, ma piuttosto sopportare gli altri come sono” (ivi). “Sopportare” dice, ma io direi accettare, accogliere: un poco come fanno i genitori con i figli, che non li sopportano ma li accolgono. Torneremo su questa pietra di paragone dell’amore oblativo che è quello materno-paterno.
Il modello in questa elencazione è la figura di Gesù che tutto sopporta – per amore – fino alla croce. E a sua volta il comportamento di Cristo rinvia al Padre “ricco di misericordia”.
La carità è paziente come l’amore dei genitori che si alzano anche dieci volte la notte per il bambino che piange;
è benigna la carità: cioè benevola e benefica secondo l’insegnamento di Cristo che passa beneficando quanti incontra – dunque fa festa se viene ritirata una scomunica;
non è invidiosa la carità: per esempio non dice al papa da sinistra “ma quante concessioni stai facendo ai tradizionalisti” – ovvero, da destra: “stai sopportando troppo gli abusi dei novatori”;
non si vanta: qui faccio un esempio in positivo: gli italiani hanno molto operato durante l’occupazione nazista per salvare gli ebrei; mi sono occupato a lungo della materia e non ho mai trovato uno dei salvatori che abbia menato vanto del gesto compiuto;
non si gonfia: si gonfia invece chi giudica gli altri cristiani con commiserazione: “voi di sinistra” non siete a difesa della vita, “voi di destra” non volete l’accoglienza dello straniero; e chi è di centro si gonfia magari due volte: “ma che cristiani siete voi di sinistra e voi di destra, che dimenticate questo e quello? Noi di centro invece…”;
non manca di rispetto: possiamo dire che non siamo d’accordo con il papà di Eluana senza mancargli di rispetto come fa per esempio chi lo definisce “assassino”;
non cerca il suo interesse: perché cerca l’interesse di Cristo e di tutti in Cristo, evitando ogni movimento teso a occupare i primi posti nella vita della comunità;
non si adira come chi dice “ha esagerato e ora gliela facciamo pagare”, parole che vengono lanciate a chi si azzarda a uscire dal coro, in ogni direzione;
non tiene conto del male ricevuto: il comportamento di “misericordia” del papa verso i vescovi lefebvriani, due dei quali l’avevano persino accusato di eresia;
non gode dell`ingiustizia: quando vediamo un ladruncolo che viene ucciso per “eccesso di difesa” – ecco quella è un’ingiustizia – di essa non possiamo compiacerci;
ma si compiace della verità: anche quando non coincide con la nostra opinione, perché Dio è verità e chi dice la verità parla a nome di tutti (avesse anche a toccare argomenti spinosi, come il comportamento dei cattolici in tangentopoli o quello dei preti pedofili).

7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Tutto copre: anche la mancanza di documenti dell’immigrato clandestino, come certamente faranno i medici cristiani nonostante la norma che è stata introdotta con il pacchetto sicurezza e che li autorizza alla delazione.
Tutto crede: anche le giustificazioni di comportamenti apparentemente ingiustificabili, proprio come fanno i genitori con i figli, tanto che la loro testimonianza non vale in tribunale.
Tutto spera: anche il risveglio di Eluana, per la quale proprio oggi è stato interrotto il sostentamento nutrizionale.
Tutto sopporta: nella 2Timoteo 2, 10 Paolo dice “tutto sopporto per amore degli eletti” – pensate a una donna abbandonata dal marito che non sparla di lui con i figli: che cioè sopporta il tradimento per non trasmettere veleno ai figli che ama.
Queste quattro assolutizzazioni o “totalità” ci dicono quanto sia esigente l’amore cristiano. Ecco una considerazione di papa Benedetto che ci ha proposto il 26 novembre scorso, in una delle catechesi dedicate all’Anno paolino, con riferimento al nostro inno: “L’amore cristiano è quanto mai esigente poiché sgorga dall’amore totale di Cristo per noi: quell’amore che ci reclama, ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, sino a tormentarci, poiché costringe ciascuno a non vivere più per se stesso, chiuso nel proprio egoismo, ma per ‘Colui che è morto e risorto per noi’ (cfr 2 Cor 5,15). L’amore di Cristo ci fa essere in Lui quella creatura nuova (cfr 2 Cor 5,17) che entra a far parte del suo Corpo mistico che è la Chiesa”.
Attualizzo per chi è padre o madre: essere cristiani vuol dire tendere ad avere con ogni persona che incontriamo la stessa “benevolenza” che abbiamo verso i nostri figli.

8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

Poiché l’amore è divino, anzi è Dio stesso, esso non avrà mai fine: non può finire e resterà quando ogni altra realtà sarà finita. Cioè avrà raggiunto il suo fine. Cioè sarà ricapitolata in Dio. Insomma, alla fine ci sarà solo l’amore. Dio sarà tutto in tutti e tutto sarà in Dio. Cioè tutto sarà amore.
Io qui vedrei un argomento per la salvezza finale d’ogni creatura. Ma lasciamo questo ai teologi.
L’intenzione di Paolo è di indurre i litigiosi cristiani di Corinto a mirare in alto, lasciando le dispute su che cosa valga di più, la profezia o le lingue. Egli dice: badate che tutto questo per cui vi combattete finirà e intanto nella vostra diatriba sacrificate l’amore, che mai finirà!
Potremmo applicare il richiamo di Paolo alla grande disputa che divide oggi i cristiani: se privilegiare la solidarietà sociale, la pace, l’accoglienza degli stranieri; o la difesa della famiglia, della vita e della libertà educativa. Paolo ci direbbe: tutto questo finisce, cercate piuttosto l’amore che “non avrà mai fine”.
Non è lo stare a sinistra o a destra che fa la differenza, ma il fatto che vi si stia o non vi si stia in nome dell’amore, cioè per amare. Gli schieramenti politici sono modalità per prendersi cura della costruzione della società, ragionevolmente tutte valide, purché perseguite nell’amore! E c’è una riprova per sapere se lo si fa con amore o no: non ci muove l’amore se il richiamo ai valori cristiani lo svolgiamo per prevalere sui cristiani di altri schieramenti invece che per convincere della loro bontà chi cristiano non è.

11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto.

Qui Paolo ci invita a guardare alla nostra vita cristiana come a una crescita nell’avvicinamento al Signore, fino a quando lo vedremo “faccia a faccia”. E ci incoraggia anche, a non perderci d’animo di fronte alle difficoltà che incontriamo nella politica, nelle professioni, nell’educazione dei figli, nella partecipazione alla vita della Chiesa, perché in un certo senso l’amore non può essere sconfitto, essendo eterno. Esso “vince sempre anche se al momento questo non appare: ciò che si è fatto con amore e per amore non avrà mai fine, anche se in questo mondo non viene riconosciuto” (Carlo Maria Martini, l.c., p. 131).
Potremmo applicare questo spunto sull’amore che non va mai perduto, che capitalizza in Dio, alla fatica e anche ai fallimenti di noi genitori: quanto avremo dato ai figli in denaro e case e libri e fatica e libertà e severità, tutto finirà, ma resterà solo l’amore che gli avremo trasmesso; e quello resterà oltre ogni fallimento nostro e oltre ogni ribellione loro.
Lo possiamo applicare – questo spunto dell’amore che non si perde – anche alle persone che amano senza essere riamate, o che continuano ad amare chi non è più sulla terra: il loro amore non va perduto.

13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

E’ come se Paolo dai tumultuosi e petulanti cristiani di Corinto sentisse venire l’obiezione che anche la fede e la speranza non si perdono e durano. Ed ecco la sua risposta: quando saremo in Dio cesseranno anche la fede e la speranza, ma sempre resterà l’amore e dunque esso è più grande. Perché viene da Dio, perché è Dio. E perché Dio è all’inizio e alla fine, alfa e omega.
In conclusione di nuovo ci affidiamo all’insegnamento del papa e in particolare a queste parole dell’enciclica Deus caritas est che dovremmo memorizzare: “L’amore è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire. L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine e somiglianza di Dio. Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente enciclica” (n. 39).
Ogni uomo è capace di amore, anche il non credente. E l’amore è frequente e lo Spirito lo suscita dove vuole. A noi il compito di accompagnare quel soffio, di accoglierlo in noi, di risvegliarne la percezione nei nostri contemporanei e di affidarci con fiducia alla sua pedagogia. “L’amore cresce attraverso l’amore” dice ancora Benedetto nella sua enciclica (n. 18) fino alla pienezza finale in Dio.

Publié dans:giornalisti, San Paolo |on 7 août, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia 8 agosto 2010: Pellegrini nella dispersione:

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=10287

Pellegrini nella dispersione

don Marco Pratesi 

XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (12/08/2007)

Vangelo: Lc 12,32-48 (forma breve: Lc 12,35-40)  

La prima lettura è parte della vasta rilettura dell’uscita dall’Egitto che leggiamo nel Libro della Sapienza ai cc. 10-19. Com’è abituale nella Bibbia, l’autore ripercorre i fatti di ieri con l’occhio all’oggi, cercando e trovando in essi luce per il presente. Egli si rivolge alla comunità ebraica in diaspora, in particolare ad Alessandria d’Egitto, intendendo da un lato accogliere molti stimoli che gli vengono dalla cultura ellenistica (di cui c’è ampia traccia nel libro); dall’altro rafforzare il senso di identità e di appartenenza degli ebrei in diaspora.
Rievocando in tono lirico l’uscita dall’Egitto, la lettura ci presenta alcune peculiarità del « popolo che appartiene al Signore » (salmo responsoriale).
È un popolo che, come il suo padre Abramo, è in cammino, e cammino sconosciuto. Popolo straniero e pellegrino, il suo cammino è ignoto ma non affidato al caso, rischiarato e guidato com’è da un sole che non brucia e non fiacca: la colonna di fuoco, che rappresenta la torah, la legge, la Parola di Dio. Un popolo al quale i padri hanno lasciato la luce della profezia, e posto sulle labbra i loro antichi canti pasquali (qui specificamente l’hallel, Sal 112-117, e più in generale tutto il Salterio).
Un popolo che accoglie e sperimenta nella storia l’intervento di Dio, che è sempre anche giudizio, cioè salvezza per gli uni e rovina per gli altri; e nel contempo appello, ulteriore chiamata a camminare verso Dio. Un popolo che, nello scatenarsi di questo giudizio, è protetto dalla devastazione del male grazie al sacrificio dell’agnello pasquale.
Un popolo che forma un organismo unico, dove beni e mali sono condivisi.
Questo è l’Israele di Dio che l’autore propone agli ebrei dispersi tra i pagani; ma questa è anche la Chiesa, che vive forestiera e pellegrina, disseminata nelle città degli uomini (cf. 1Pt 1,1) in cammino verso un’altra patria (cf. Fil 3,20; Eb 11,13), nel mondo senza appartenere al mondo (cf. Gv 17,14-16). La tradizione monastica orientale parla a tale proposito della xenitìa, la virtù che è il « vivere come stranieri ».
Di questo cammino verso l’ignoto è guida e luce colui che ha detto: « Io sono la luce del mondo, chi mi segue non cammina al buio » (Gv 8,12), Parola fatta carne; e il suo Spirito, che annunzia il piano di Dio nella storia e ne dispiega via via il senso, particolarmente attraverso la Parola dei due Testamenti, nella quale tutto è già detto, ma la cui comprensione cresce insieme alla Chiesa (cf. Dei Verbum 8).
In questo esodo nasce un popolo asperso e salvato dal sangue dell’agnello (cf. Eb 12,24; 1Pt 1,2), il quale tutti i giorni con Maria canta l’attuarsi del giudizio di Dio che disperde i superbi ed esalta i poveri (cf. Lc 1,51-52), e che da questo Magnificat è chiamato sempre di nuovo a convertirsi alle vie di Dio.
In questo esodo si forgia un popolo che, nato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito, è chiamato a formare un cuor solo e un’anima sola avendo tutto in comune (cf. At 4,32).
Così, nella custodia fedele di questi doni impegnativi che in modo definitivo ne specificano l’identità, la Chiesa potrà essere sale della terra, senza diluirsi e dileguarsi nella dispersione del mondo.

buona notte

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Closeup – frutta catena Cholla cactus di Andrew Schmidt

http://www.publicdomainpictures.net/browse-category.php?page=380&c=&s=1

Omelia 7 agosto 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18990.html

Omelia (07-08-2010) 
Monaci Benedettini Silvestrini

La forza della fede

« Nulla è impossibile a Dio »: Egli è l’onnipotente, il suo stesso pensiero è in sé creativo. A chi agisce nel suo nome viene dato il potere di compiere le sue stesse opere. Egli ha promesso che chi crede in Lui farà anch’egli le opere che lui fa; anzi ne farà di più grandi di queste. In questo contesto comprendiamo la delusione e l’amarezza di Gesù sentendo dire da un padre che implora la guarigione del figlio malato: « L »ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo ». Deve costatare di avere a che fare con una generazione incredula e perversa e con discepoli ai quali deve dire di non aver potuto scacciare quel demonio « per la loro poca fede ». È significativo che Gesù non chiede ai suoi e a noi una fede eroica, ma ci dice semplicemente: «se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: « Spòstati da qui a là », ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile». Dobbiamo ricordarci però che i doni di Dio, e la fede è sicuramente uno dei più importanti, sono conservati in vasi di argilla e sono simili alle lampade delle vergini che attendono l’arrivo dello sposo nel cuore della notte: devono essere opportunamente alimentate e con prudenza bisogna conservare sempre una scorta di olio. Ciò significa concretamente: la pratica della vita cristiana, la frequente partecipazione ai sacramenti, le opere buone, la carità fraterna. Ricordiamoci sempre il primo dei comandamenti: « Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. » Così quel granellino di fede potrà germogliare anche in ciascuno di noi, anzi, crescere e fruttificare. 

San Tommaso Moro : « Credo, aiutami nella mia incredulità » (Mc 9,24)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100807

Sabato della XVIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 17,14-20
Meditazione del giorno
San Tommaso Moro (1478-1535), statista inglese, martire
Dialog of Comfort against Tribulation

« Credo, aiutami nella mia incredulità » (Mc 9,24)

        « Signore, aumenta la nostra fede » (Lc 17, 6). Meditiamo le parole di Cristo e diciamo ciascuno tra sè e sè : Se non permettessimo alla nostra fede di intiepidire, anzi di raffreddare, di perdere la sua forza sparpagliando i nostri pensieri in futilità, cesseremmo di attribuire importanza alle cose di questo mondo e raccoglieremmo la nostra fede in un’angoletto del nostro animo.

        Allora la semineremmo come un grano di senapa nel giardino del nostro cuore, dopo aver sradicato tutte le erbacce, e il germoglio crescerebbe. Con una salda fiducia nella parola di Dio, solleveremo un monte di afflizioni, mentre se la nostra fede è vacillante, non sposterà nemmeno un monticello. Per concludere questo colloquio, direi che, poiché ogni conforto spirituale presuppone una base di fede, e nessuno salvo Dio può darla, non dobbiamo mai cessare di domandargliela.

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