Archive pour le 30 août, 2010

Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

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http://fr.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Ildefonso_Schuster

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Eucaristia, profezia di comunione (Cantalamessa)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23487?l=italian

Eucaristia, profezia di comunione

ROMA, sabato, 28 agosto 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo stralci della relazione del predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, intitolata “Eucaristia, profezia di comunione”, che ha concluso il 27 agosto a Fabriano la 61ª Settimana liturgica nazionale.

* * *

Vorrei riflettere sull’eucaristia come il sacramento che realizza e manifesta la koinonia della Chiesa e nello stesso tempo ne proclama le esigenze. In altre parole, l’eucaristia come profezia, ma anche epifania della comunione ecclesiale. Prendo lo spunto dal seguente noto testo di san Paolo: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1 Corinzi 10, 16-17). La parola «corpo» ricorre due volte nei due versetti, ma con un significato diverso. Nel primo caso, corpo indica il corpo reale di Cristo, nato da Maria, morto e risorto; nel secondo caso, corpo indica il corpo mistico, la Chiesa. Non si poteva dire in maniera più chiara e più sintetica che la comunione eucaristica è sempre comunione con Dio e comunione con i fratelli; che c’è in essa una dimensione, per così dire, verticale e una dimensione orizzontale e che perciò la comunione eucaristica è l’attuazione sacramentale dei due massimi comandamenti della legge: «Amerai il Signore Dio tuo… e il prossimo tuo come te stesso».

Paolo parla dell’eucaristia come comunione con il corpo e il sangue di Cristo. Ma che significano esattamente le parole corpo e sangue? La parola «corpo» non indica, nella Bibbia, una componente, o una parte, dell’uomo che, unita alle altre componenti che sono l’anima e lo spirito, forma l’uomo completo. Così ragioniamo noi che siamo eredi della cultura greca che pensava, appunto, l’uomo a tre stadi: corpo, anima e spirito (tricotomismo). Nel linguaggio biblico, e quindi in quello di Gesù e di Paolo, «corpo» indica tutto l’uomo, in quanto vive la sua vita in una condizione corporea e mortale. «Corpo» indica, dunque, tutta la vita. Gesù, istituendo l’eucaristia, ci ha lasciato in dono tutta la sua vita, dal primo istante dell’incarnazione all’ultimo momento, con tutto ciò che concretamente aveva riempito tale vita: silenzio, sudori, fatiche, preghiera, lotte, umiliazioni, in una parola «il vissuto» esistenziale e storico di Gesù. Cosa aggiunge allora la parola «sangue», se Gesù ci ha già donato tutta la sua vita nel suo corpo? Aggiunge la morte! Il termine «sangue» nella Bibbia non indica, infatti, una parte del corpo, cioè una parte di una parte dell’uomo; indica un evento: la morte. Se il sangue è la sede della vita (così si pensava allora), il suo «versamento» è il segno plastico della morte. Dire che l’eucaristia è il mistero del corpo e del sangue del Signore, significa dire che è il sacramento della vita e della morte del Signore, il sacramento che rende presente nello stesso tempo l’incarnazione e la passione del Salvatore.

Nell’eucaristia non c’è solo comunione tra Cristo e noi, ma anche assimilazione; la comunione non è solo unione di due corpi, di due menti, di due volontà, ma è assimilazione all’unico corpo, l’unica mente e volontà di Cristo. «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito» (1 Corinzi 6, 17).

Nell’eucaristia noi riceviamo il corpo e il sangue di Cristo, ma anche Cristo «riceve» il nostro corpo e il nostro sangue. Gesù, scrive sant’Ilario di Poitiers, assume la carne di colui che assume la sua. Egli dice a noi: «Prendi, questo è il mio corpo», ma anche noi possiamo dire a lui: «Prendi, questo è il mio corpo».

Dare a Gesù le nostre cose — fatiche, dolori, fallimenti e peccati — è solo il primo atto. Dal dare si deve passare subito, nella comunione, al ricevere. Ricevere nientemeno che la santità di Cristo! Se non facciamo questo «colpo di audacia» non capiremo mai «l’enormità» che è l’eucaristia.

Riflettere sull’eucaristia è come vedersi spalancare davanti, a mano a mano che si avanza, orizzonti sempre più vasti che si aprono uno sull’altro, a perdita di vista. L’orizzonte cristologico della comunione si apre infatti su un orizzonte trinitario. In altre parole, attraverso la comunione con Cristo noi entriamo in comunione con tutta la Trinità. Il motivo ultimo di ciò è che Padre, Figlio e Spirito Santo sono un’unica e inseparabile natura divina, sono «una cosa sola».

Ci resta da dire della dimensione orizzontale della comunione eucaristica, la comunione con il corpo di Cristo che è la Chiesa e, in senso diverso, tutti gli uomini. Il pane eucaristico realizza l’unità delle membra di Cristo tra di loro, significandola. Ciò che i segni del pane e del vino esprimono sul piano visibile e materiale — l’unità di più chicchi di frumento e di una molteplicità di acini d’uva — il sacramento lo realizza sul piano interiore e spirituale. Lo realizza non però da solo, automaticamente, ma con il nostro impegno. In questo senso si può dire che l’eucaristia è «profezia» di comunione: nel senso che spinge ad essa, ne proclama le esigenze. Io non posso più disinteressarmi del fratello nell’accostarmi all’eucaristia; non posso rifiutarlo, senza rifiutare Cristo stesso e staccarmi, io, dall’unità. Il Cristo che viene a me, nella comunione, è lo stesso Cristo indiviso che va anche al fratello che è accanto a me; egli, per così dire, ci lega gli uni agli altri, nel momento in cui ci lega tutti a sé.

Si insiste giustamente sul fatto che l’eucaristia presuppone la piena comunione ecclesiale, ma non si dovrebbe tacere il ruolo che l’eucaristia, per sua natura, è destinata a svolgere nel promuovere la stessa comunione e in particolare la comunione tra tutti i cristiani. Essa non è solo effetto, ma anche causa di unità. Affrettare il giorno in cui potremo davvero «condividere lo stesso pane» e così mostrare che siamo «un corpo solo», è l’ardente aspirazione di tutti i credenti in Cristo.

[L'OSSERVATORE ROMANO - Edizione quotidiana - del 28 agosto 2010]

30 agosto : Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90231

Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

30 agosto
 
Roma, 18 gennaio 1880 – Venegono, Varese, 30 agosto 1954

Nacque a Roma il 18 gennaio 1880, divenne monaco esemplare e, il 19 marzo 1904, venne ordinato sacerdote nella basilica di San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione cassinese, poi priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura. L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di san Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica. Il 15 luglio1929 fu creato cardinale da papa Pio XI e il 21 luglio fu consacrato arcivescovo di Milano nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa ambrosiana fino al 30 agosto 1954, data della sua morte, avvenuta presso il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 12 maggio 1996. (Avvenire)

Etimologia: Alfredo = guidato dagli elfi, dall’anglosassone
Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: A Venegono vicino a Varese, transito del beato Alfredo Ildefonso Schuster, vescovo, che, da abate di San Paolo di Roma elevato alla sede di Milano, uomo di mirabile sapienza e dottrina, svolse con grande sollecitudine l’ufficio di pastore per il bene del suo popolo.

Nato a Roma il 18 gennaio 1880 da Giovanni, caposarto degli zuavi pontifici, e da Maria Anna Tutzer, fu battezzato il 20 gennaio. Rimasto all’età di undici anni orfano di padre, e viste le sue doti per studio e la sua pietà, fu fatto entrare dal barone Pfiffer d’Altishofen nello studentato di S. Paolo fuori le mura. Ebbe come maestri il Beato Placido Riccardi e don Bonifacio Oslander che l’educarono alla preghiera , all’ascesi e allo studio (si laureò in filosofia al Collegio Pontificio di Sant’Anselmo a Roma).
Fu monaco esemplare e il 19 marzo 1904 venne ordinato sacerdote in San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però in se la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione Cassinese, successivamente priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura (1918). L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di San Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi innumerevoli impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica.
Gli infiniti impegni lo porteranno dalla cattedra di insegnante alla visita, come Visitatore Apostolico, dei Seminari. Il 26 giugno 1929 fu nominato da papa Pio XI arcivescovo di Milano; il 15 luglio lo nomina cardinale e il 21 luglio lo consacra vescovo nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa Ambrosiana. Prese come modello il suo predecessore il Santo vescovo Carlo Borromeo e di lui imitò anzitutto lo zelo nel difendere la purezza della fede, nel promuovere la salvezza delle anime, incrementandone la pietà attraverso la vita sacramentale e la conoscenza della dottrine cristiana. A testimonianza di ciò sono le numerose lettere al clero e al popolo, le assidue visite pastorali, le minuziose e dettagliate prescrizioni specialmente in ordine al decoro del culto divino, i frequenti sinodi diocesani e i due congressi eucaristici. La sua presenza tra il popolo fu continua e costante. Per questo non mancò mai ai riti festivi in Duomo, moltiplicò le consacrazioni di chiese e altari, le traslazioni di sacre reliquie, eccetera. Allo stremo delle forze si era lasciato persuadere dai medici di trascorrere un periodo di riposo. Scelse come luogo il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle, mistica cittadella di preghiera e studio.
Qui si spense il 30 agosto 1954 congedandosi dai suoi seminaristi con queste parole: “ Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. ha paura, invece, della nostra santità”.
Pochi giorni dopo, l’impressionante corteo che accompagnava la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano confermava che “ quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”. Il processo di beatificazione ebbe inizio nel 1957 e si concluse nel 1995 con l’approvazione del miracolo ottenuto per sua intercessione: la guarigione di suor Maria Emilia Brusati, da glaucoma bilaterale. La proclamazione solenne di beatificazione è del 12 maggio 1996. La memoria liturgica è il 30 agosto.

buona notte

buona notte dans OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥

Portland Bill Lighthouse

http://www.freefoto.com/browse/11-28-0?ffid=11-28-0

Omelia per il 30 agosto 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10540.html

Omelia (03-09-2007) 
mons. Vincenzo Paglia

Dopo le tentazioni nel deserto, Gesù iniziò a parlare. E cominciò dalla periferia della Palestina, da Nazareth. Si presenta nella sinagoga del suo villaggio nel giorno di sabato durante un’abituale preghiera, cui prendono parte le autorità religiose del luogo e le persone più devote e anche più fanatiche, forse. Non era certo la prima volta che Gesù vi entrava. L’evangelista ricorda che era una sua «consuetudine». Può darsi che altre volte si fosse «alzato per leggere». Ma fu la prima volta che si esprimeva in quel modo. Prese il brano del profeta Isaia ove si parla della liberazione dei prigionieri, della vista ridata a ciechi, della evangelizzazione fatta ai poveri. Era la buona notizia che annunciava Isaia. Ma, chiuso il rotolo, Gesù comincia questa sua prima predica con un avverbio: «Oggi»; e poi continua: «Oggi si è adempiuta questa scrittura per voi che mi ascoltate». La reazione degli ascoltatori fu decisamente ostile: «Sentendo queste cose, coloro che erano presenti nella sinagoga furono presi dall’ira e, alzatisi, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fino in cima al monte sul quale era situata la loro città per farlo precipitare giù». Possiamo chiederci da dove veniva uno sdegno così violento, tanto da spingere quegli uomini religiosi all’omicidio? Aveva forse, Gesù, toccato qualche interesse di fondo? Aveva dato fastidio a qualcuno sì da dover essere eliminato? No. Il problema era nel fatto che un concittadino, ossia uno di loro, che conoscevano e avevano visto crescere, parlava con autorità sulle cose della vita, sulle trasformazioni da operare nei cuori. A questo resistono gli abitanti di Nazareth. Il fatto che uno di loro diventi diverso, pur essendo identico a loro, suona come un’accusa implicita, insopportabile. Ed è questa la loro incredulità. Non si tratta di dubbi teorici, ma del rifiuto che Dio parli e operi nella vita di ogni giorno. Egli proclamava un «anno di grazia», ossia la fine di tutte le sperequazioni, la fine delle ingiustizie createsi man mano tra gli uomini, la fine delle oppressioni degli uni sugli altri. E questo «anno di grazia» iniziava quel giorno. 

Giovanni Paolo II : «Oggi»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100830

Lunedì della XXII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Lc 4,16-30
Meditazione del giorno
Giovanni Paolo II
Lettera Apostolica « Novo millennio ineunte », 4 

«Oggi»

        « Noi ti rendiamo grazie, Signore Dio onnipotente » (Ap 11,17)… Penso alla dimensione della lode, innanzitutto. È da qui infatti che muove ogni autentica risposta di fede alla rivelazione di Dio in Cristo. Il cristianesimo è grazia, è la sorpresa di un Dio che, non pago di creare il mondo e l’uomo, si è messo al passo con la sua creatura, e dopo aver parlato a più riprese e in diversi modi « per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio » (Eb 1,1-2).

        In questi giorni! Sì, il Giubileo ci ha fatto sentire che duemila anni di storia sono passati senza attenuare la freschezza di quell’« oggi » con cui gli angeli annunciarono ai pastori l’evento meraviglioso della nascita di Gesù a Betlemme: « Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore » (Lc 2,11). Duemila anni sono passati, ma resta più che mai viva la proclamazione che Gesù fece della sua missione davanti ai suoi attoniti concittadini nella sinagoga di Nazareth, applicando a sé la profezia di Isaia: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi » (Lc 4,21). Duemila anni sono passati, ma torna sempre consolante per i peccatori bisognosi di misericordia — e chi non lo è ? — quell’« oggi » della salvezza che sulla Croce aprì le porte del Regno di Dio al ladrone pentito: « In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso » (Lc 23,43).  

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