Archive pour septembre, 2010

buona notte

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Omelia 1 ottobre 2010 su Luca 10, 13-16

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/757.html

Omelia (03-10-2003) 
padre Lino Pedron

Commento su Luca 10,13-16

Le città di Corazin, di Betsaida e di Cafarnao erano i luoghi nei quali Gesù aveva sviluppato, più che altrove, la sua attività. Di questa attività vengono messi in particolare rilievo i miracoli, nei quali si era manifestata la potenza divina di Gesù. Il centro dell’attività di Gesù era Cafarnao, la « sua città » (Mt 9,1). Ad essa, come alle altre due città, aveva offerto salvezza, potenza e gloria. Ma esse non hanno corrisposto.

Gesù sa che Tiro e Sidone, le due città pagane ritenute il centro del materialismo e dello sfruttamento dei poveri (cfr Is 23,1-11; Ez 26-28), avrebbero fatto penitenza se avesse compiuto in esse i miracoli compiuti a Corazin, a Betsaida e a Cafarnao.

L’esclamazione « Guai a te! » non è una minaccia, ma un grido di compianto e di lamento, « ahimè! » (cfr Lc 6,24ss). E’ il dolore di Dio per il male dell’uomo, il dolore dell’Amore non riamato. La pena del giudizio non è « Guai a te! », ma « Guai a me per te ». Diventa infatti la croce di Cristo, che è l’ »ahimè! » di Dio per l’uomo.

In sé il rifiuto, come ogni altro male, non è direttamente contro Dio, ma contro chi lo rifiuta e così fa il proprio male. Ma come il male dell’amato tocca profondamente chiunque ama, così il male dell’uomo tocca infinitamente il cuore di Dio, perché egli ama l’uomo in modo infinito. Per questo il peccato provoca il lamento e la sofferenza reale di Dio. La croce di Cristo esprime insieme la serietà del suo amore e la gravità del nostro male. Il vero amore, quando non è amato, non minaccia. Non può che lamentarsi e morire di passione. La passione di Dio è infinita come il suo amore.

Da questo si può capire la libertà, ma anche la tremenda responsabilità di rifiutare la salvezza offerta da Dio. Ma, ancor più, il giudizio del rifiuto e il male che ne consegue non ricadono su di noi, ma su di lui che continua ad amare e ad offrirsi, senza lasciarsi condizionare dal nostro rifiuto e dalla durezza del nostro cuore. Infatti « il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui » (Is 53,5), e « colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » ( 2Cor 5,21), e ancora « Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi » ( Gal 3,13). Questo « ahimè! » di Dio è il più forte annuncio della salvezza e non, come qualcuno erroneamente crede, la minaccia della dannazione eterna.

Gesù non condanna Corazin, Betsaida e Cafarnao, ma vuole far comprendere loro la grandezza del dono d’amore che esse hanno rifiutato, perché si ravvedano e l’accolgano. Il fine di ogni parola di Dio all’uomo non è la condanna, ma la conversione.

La missione ha il suo principio e la sua sorgente nell’amore del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr 1Tm 2,3-4). Egli ha mandato il suo Figlio per la salvezza del mondo (cfr Gv 3,16).

Come Gesù è l’apostolo del Padre, così anche noi siamo gli apostoli di Gesù, designati a continuare la sua missione di salvezza. Nei suoi messaggeri è presente Gesù e in Gesù è presente il Padre. La parola detta dai messaggeri, quando parlano secondo il vangelo, è la parola di Gesù e, in definitiva, la parola del Padre: « Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato » (v.16).

Esiste una catena inscindibile tra i messaggeri, Gesù e il Padre. Per la sua mediazione verso il popolo Gesù si serve dei messaggeri. L’uomo viene condotto a Dio dall’uomo.

Tra i due atteggiamenti, ascoltare o disprezzare, non esiste una via di mezzo. Nessuno può restare indifferente di fronte alla parola di Dio. Chi non è con Gesù, è contro di lui. Chi non osserva la sua parola, la rifiuta e la disprezza.

L’annuncio del regno di Dio è la forma più alta di testimonianza cristiana, perché associa alla passione di Cristo: ci espone insieme con lui, inviato a testimoniare l’amore del Padre, al rifiuto, alla persecuzione e alla croce. 

Santa Teresa di Lisieux

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1 ottobre: Santa Teresa di Lisieux (poesia-preghiera)

dal sito:

http://www.steresa.org/Santa/poesie.htm#Vivere%20d’amore

Santa Teresa di Lisieux

(poesie)

Vivere d’amore

1. Nella sera d’amore Gesù, fuor di parabole, disse: Chi vuole amarmi osservi la mia parola fedelmente, ed io e il Padre mio verremo a visitarlo: prenderemo dimora nel suo cuore, ne faremo la nostra reggia, il nostro vivente soggiorno, perché voglianto ch’egli resti nel nostro amore.

2. Vivere d’amore è custodirti, Verbo increato! Parola del mio Dio! Io t’amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d’amore m’incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore.

3. Vivere d’amore è vivere della tua vita, Re glorioso, delizia degli eletti! Tu vivi per me nascosto in un’ostia… Ed io voglio nascondermi per te, Gesù mio! Occorre solitudine agli amanti, un cuore a cuore che duri notte e giorno: il solo tuo sguardo mi fa beata: io vivo d’amore!

4. Viver d’amore non è già piantar sulla terra, sulla vetta del Tabor, la propria tenda: ma salire con Gesù sul Calvario, ed ambire il tesoro della Croce! Vivrò in cielo esultante quando ogni prova sarà per sempre trascorsa. Ma quaggiù voglio viver d’amore nella sofferenza.

5. Vivere d’amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chieder salario; senza far conti io mi dò, sicura come sono che quando s’ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino che trabocca di tenerezza! e corro leggermente… Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d’amore.

6. Vivere d’amore è sbandire ogni tema, ogni ricordo dei passati errori. Non vedo nemmeno l’impronta d’uno dei peccati, ciascuno è svanito nel fuoco divino. Fiamma sacra, dolcissima fornace, del tuo focolare io fo la mia stanza. E qui a mio piacere canto, Gesù, e vivo d’amore!

7. Vivere d’amore è custodire nel vaso mortale di sé un tesoro. Mio Benamato! debolissima io sono! E tutt’altro che un angelo del cielo. Ma se cado a ogni passo tu mi raggiungi, di volta in volta mi sollevi, mi avvolgi nel tuo abbraccio, e mi dai la tua grazia. Io vivo d’amore!

8. Vivere d’amore è un navigare incessante, seminando nei cuori la gioia e la pace. Pilota amato! M’incita la carità, perché ti vedo in tutte le anime mie sorelle. La carità, ecco la sola mia stella; alla sua luce vogo diritta; e sulla vela è scritto il mio motto: Vivere d’amore!

9. Vivere d’amore, quando assopito è Gesù, è il riposo sui flutti in tempesta; ah non temere, Gesù, che ti svegli, io aspetto in pace l’approdo dei Cieli. Presto la fede squarcerà il suo velo, la mia speranza sarà d’un giorno solo: la carità gonfia e sospinge la mia vela. Ed io vivo d’amore!

10. Vivere d’amore, o mio Divino Maestro, è supplicarti di spandere i tuoi raggi nell’anima eletta e santa del sacerdote ch’egli sia più che un celeste serafino. Proteggi la tua Chiesa immortale, te ne scongiuro ad ogni attimo. Io, figlia sua, m’immolo per lei, e vivo d’amore!

11. Vivere d’amore è rasciugarti il volto e ottenere perdono ai peccatori: che rientrino nella tua grazia, o Dio di amore, e sempre benedicano il tuo nome! Ogni bestemmia mi rintocca nel cuore; e per cancellarla ridico ogni giorno: T’amo e t’adoro, o Nome sacro! e vivo d’amore.

12. Vivere d’amore è imitare Maria Maddalena che bagna di pianti e di preziose essenze i tuoi piedi divini, e li bacia rapita, li asciuga coi lunghi capelli, poi con santa audacia levandosi, anche il dolce tuo volto cosparge d’aroma… Per me, quell’olezzo che innalzo al tuo volto è il mio amore.

13. Vivere d’amore, che strana pazzia! Mi dice il mondo: smettila di cantare! e bada a non sprecare i tuoi aromi, la tua vita, impiegali utilmente! Ma amarti, Gesù, che feconda perdita! Ogni mio aroma è tuo, per sempre. E voglio cantare, lasciando il mondo: Io muoio d’amore!

14. Morir d’amore è il ben dolce martirio di cui vorrei soffrire. Cherubini, accordate i liuti, ché il mio esilio, lo sento, sta per finire… Dardo di fuoco, consumami senza tregua, e feriscimi il cuore in questo triste soggiorno. Divino Gesù, avvera il mio sogno, morir d’amore!

15. Morir d’amore, ecco la mia speranza: quando vedrò spezzati i miei lacci, Dio sarà la mia gran ricompensa: non voglio altri beni. Son tutta presa del suo amore, e venga, dunque, a stringermi a sé per sempre. Ecco il mio cielo, il mio destino: Vivere d’amore!

Publié dans:poesie, preghiere |on 30 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

Tutti gli infiniti del mondo

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=126268

Tutti gli infiniti del mondo

Quanto i concetti della matematica possono aiutarci a interpretare le idee e le vicissitudini della vita? E quanto le nostre sensazioni e i nostri pensieri possono influire sullo sviluppo di una scienza rigorosa? La scienza incontra l’infinito in varie occasioni.

          La scienza e la vita ci parlano dell’infinito come certezza e come speranza . Il matematico Roberto Natalini testimonia che buona parte della scienza moderna si fonda non solo sull’idea ma sull’uso dell’infinito. Lo scrittore Erri De Luca chiama in causa il concetto opposto, quello di « finito », e afferma che neanche in carcere, dove stai spalle al muro e faccia alle sbarre, devi darti per « finito ». Recentemente, di fronte a un’assemblea di detenuti, ha detto: «Nessuno consideri la prigione come una « fine in cui finire »».

          Insomma ci si accorge che non solo la conoscenza scientifica ma la stessa vita è potenzialmente ricca di infinito: in tutte le condizioni, anche in quelle che appaiono disperate, è possibile un « nuovo inizio ». Ma «come lettore di scrittura sacra – rileva De Luca – posso dire che l’infinito è caratteristica esclusiva della divinità». Il matematico Roberto Natalini e lo scrittore Erri De Luca partecipano oggi, alle 17 presso la Biblioteca G. Marconi del Cnr (piazzale Aldo Moro, 7 a Roma), all’incontro dal titolo « L’infinito e il limite », che ha luogo nel quadro del progetto « I dialoghi ». E l’infinito è certamente uno dei temi che più reclamano un ritorno a più stretti rapporti tra sapere scientifico e sapere umanistico.

          Quanto i concetti della matematica possono aiutarci a interpretare le idee e le vicissitudini della vita? E quanto le nostre sensazioni e i nostri pensieri possono influire sullo sviluppo di una scienza rigorosa? La scienza incontra l’infinito in varie occasioni. Basta una moltiplicazione appena più complessa di quelle che si fanno a scuola, e i cosiddetti numeri naturali non bastano più. Per non parlare della teoria della relatività e della fisica quantistica, osserva Natalini, che è dirigente di ricerca presso l’Istituto per le applicazioni del calcolo del Cnr. E non esiste soltanto un tipo di infinito: «Bisogna fare i conti con infiniti tipi di infinito».

          C’è una circostanza straordinaria in cui si afferra l’infinito. Quando avvertiamo il tempo, il fluire degli avvenimenti e noi stessi, «precipitiamo dentro di noi in momenti di infinita intensità. Segue una sorta di infinita concentrazione che ci fa presumere di poter avere una percezione infinita e un’anima immortale». E qui Natalini ricorda il film Miracolo a Milano, quando l’indovino ripete a ogni barbone:«Lei non finisce qui. No, no. Chissà dove finirà lei. Diventerà una grande persona. Lei non finisce qui». Ma nella vita c’è una « speranza di infinito »? Nel caso di chi ha fede, risponde De Luca, «è come un tentativo di sporgersi oltre, di guardare un po’più lontano». Nella fotografia, si chiama messa a fuoco all’infinito. «L’idea di infinito spunta quando guardiamo l’orizzonte. Che cosa c’è, dopo? Il credente lo sa. Il non credente si ferma lì».

          De Luca segue l’evoluzione di un ragazzo che era entrato in carcere da mafioso, poi ha studiato e ora è diventato ingegnere informatico. «Ma solo un’esigua minoranza si riscatta. Per gli altri, il tempo della pena resta un carico da buttare a fine percorso». E invece non bisogna rassegnarsi a «dare il tempo per perduto». La salvezza è alla portata di tutti: dipende dalla capacità della persona, dalla spinta che parte da dentro; sta nelle nostre fibre». La parola ora a un fisico insigne, che ha presieduto il Cern di Ginevra e ora è presidente del Cnr: il professor Luciano Maiani. La conoscenza scientifica richiede investimenti, premette.

          La ricerca italiana è in difficoltà per tanti motivi. Sono diminuiti gli investimenti in infrastrutture, in personale umano e in cervelli. «Questo è il problema. Molta attenzione è stata posta in questi anni sulle regole, che devono essere buone, e sul merito che va riconosciuto. Ma senza investimenti non si va avanti. Gli anni Sessanta videro una fioritura senza precedenti della ricerca italiana, fenomeno dovuto proprio alla presenza di notevoli investimenti. Nascevano allora il nucleare, le imprese spaziali, la fisica delle particelle elementari e le nuove tecnologie della medicina. Occorre riprendere questa strada sapendo che la ricerca è la base dello sviluppo». Al rilancio sarà molto utile un dialogo tra i due saperi, scientifico e umanistico. «Ho sempre pensato che siano due facce della stessa medaglia – osserva Maiani –. La cultura è cultura scientifica e filosofica.

          Al Cnr in questi giorni stiamo lanciando un programma che dovrà coniugare gli sviluppi delle neuroscienze e della genetica con il sapere giuridico, per stabilire in che modo le nuove conoscenze possano essere inglobate nella nostra cultura giuridica. Una questione di vastissime dimensioni e molto attuale che ci fa toccare con mano la necessità di gettare un ponte tra i due saperi e di mantenerlo ben aperto».

(Quaderni Cannibali) Maggio 2010 – autore: Luigi Dell’Aglio

Publié dans:scienza e fede |on 30 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI RICORDA LA FIGURA DI SANTA MATILDE DI HACKEBORN

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23887?l=italian

BENEDETTO XVI RICORDA LA FIGURA DI SANTA MATILDE DI HACKEBORN

Intervento in occasione dell’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 29 settembre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo dell’intervento pronunciato da Papa Benedetto XVI questo mercoledì mattina in Piazza San Pietro in Vaticano in occasione dell’Udienza generale.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlarvi di santa Matilde di Hackeborn, una della grandi figure del monastero di Helfta, vissuta nel XIII secolo. La sua consorella santa Gertrude la Grande, nel VI libro dell’opera Liber specialis gratiae (Il libro della grazia speciale), in cui vengono narrate le grazie speciali che Dio ha donato a santa Matilde, così afferma: « Ciò che abbiamo scritto è ben poco in confronto di quello che abbiamo omesso. Unicamente per gloria di Dio ed utilità del prossimo pubblichiamo queste cose, perché ci sembrerebbe ingiusto serbare il silenzio, sopra tante grazie che Matilde ricevette da Dio non tanto per lei medesima, a nostro avviso, ma per noi e per quelli che verranno dopo di noi » (Mechthild von Hackeborn, Liber specialis gratiae, VI, 1).
Quest’opera è stata redatta da santa Gertrude e da un’altra consorella di Helfta ed ha una storia singolare. Matilde, all’età di cinquant’anni, attraversava una grave crisi spirituale, unita a sofferenze fisiche. In questa condizione confidò a due consorelle amiche le grazie singolari con cui Dio l’aveva guidata fin dall’infanzia, ma non sapeva che esse annotavano tutto. Quando lo venne a conoscere, ne fu profondamente angosciata e turbata. Il Signore, però, la rassicurò, facendole comprendere che quanto veniva scritto era per la gloria di Dio e il vantaggio del prossimo (cfr ibid., II,25; V,20). Così, quest’opera è la fonte principale a cui attingere le informazioni sulla vita e spiritualità della nostra Santa.
Con Lei siamo introdotti nella famiglia del Barone di Hackeborn, una delle più nobili, ricche e potenti della Turingia, imparentata con l’imperatore Federico II, ed entriamo nel monastero di Helfta nel periodo più glorioso della sua storia. Il Barone aveva già dato al monastero una figlia, Gertrude di Hackeborn (1231/1232 – 1291/1292), dotata di una spiccata personalità, Badessa per quarant’anni, capace di dare un’impronta peculiare alla spiritualità del monastero, portandolo ad una fioritura straordinaria quale centro di mistica e di cultura, scuola di formazione scientifica e teologica. Gertrude offrì alle monache un’elevata istruzione intellettuale, che permetteva loro di coltivare una spiritualità fondata sulla Sacra Scrittura, sulla Liturgia, sulla tradizione Patristica, sulla Regola e spiritualità cistercense, con particolare predilezione per san Bernardo di Chiaravalle e Guglielmo di St-Thierry. Fu una vera maestra, esemplare in tutto, nella radicalità evangelica e nello zelo apostolico. Matilde, fin dalla fanciullezza, accolse e gustò il clima spirituale e culturale creato dalla sorella, offrendo poi la sua personale impronta.
Matilde nasce nel 1241 o 1242 nel castello di Helfta; è la terza figlia del Barone. A sette anni con la madre fa visita alla sorella Gertrude nel monastero di Rodersdorf. È così affascinata da quell’ambiente che desidera ardentemente farne parte. Vi entra come educanda e nel 1258 diventa monaca nel convento trasferitosi, nel frattempo, ad Helfta, nella tenuta degli Hackeborn. Si distingue per umiltà, fervore, amabilità, limpidezza e innocenza di vita, familiarità e intensità con cui vive il rapporto con Dio, la Vergine, i Santi. È dotata di elevate qualità naturali e spirituali, quali « la scienza, l’intelligenza, la conoscenza delle lettere umane, la voce di una meravigliosa soavità: tutto la rendeva adatta ad essere per il monastero un vero tesoro sotto ogni aspetto » (Ibid., Proemio). Così, « l’usignolo di Dio » – come viene chiamata – ancora molto giovane, diventa direttrice della scuola del monastero, direttrice del coro, maestra delle novizie, servizi che svolge con talento e infaticabile zelo, non solo a vantaggio delle monache, ma di chiunque desiderava attingere alla sua sapienza e bontà.
Illuminata dal dono divino della contemplazione mistica, Matilde compone numerose preghiere. È maestra di fedele dottrina e di grande umiltà, consigliera, consolatrice, guida nel discernimento: « Ella – si legge – distribuiva la dottrina con tanta abbondanza che non si è mai visto nel monastero, ed abbiamo, ahimé! gran timore, che non si vedrà mai più nulla di simile. Le suore si riunivano intorno a lei per sentire la parola di Dio, come presso un predicatore. Era il rifugio e la consolatrice di tutti, ed aveva, per dono singolare di Dio, la grazia di rivelare liberamente i segreti del cuore di ciascuno. Molte persone, non solo nel Monastero, ma anche estranei, religiosi e secolari, venuti da lontano, attestavano che questa santa vergine li aveva liberati dalle loro pene e che non avevano mai provato tanta consolazione come presso di lei. Compose inoltre ed insegnò tante orazioni che se venissero riunite, eccederebbero il volume di un salterio » (Ibid., VI,1).
Nel 1261 giunge al convento una bambina di cinque anni di nome Gertrude: è affidata alle cure di Matilde, appena ventenne, che la educa e la guida nella vita spirituale fino a farne non solo la discepola eccellente, ma la sua confidente. Nel 1271 o 1272 entra in monastero anche Matilde di Magdeburgo. Il luogo accoglie, così, quattro grandi donne – due Gertrude e due Matilde –, gloria del monachesimo germanico. Nella lunga vita trascorsa in monastero, Matilde è afflitta da continue e intense sofferenze a cui aggiunge le durissime penitenze scelte per la conversione dei peccatori. In questo modo partecipa alla passione del Signore fino alla fine della vita (cfr ibid., VI, 2). La preghiera e la contemplazione sono l’humus vitale della sua esistenza: le rivelazioni, i suoi insegnamenti, il suo servizio al prossimo, il suo cammino nella fede e nell’amore hanno qui la loro radice e il loro contesto. Nel primo libro dell’opera Liber specialis gratiae, le redattrici raccolgono le confidenze di Matilde scandite nelle feste del Signore, dei Santi e, in modo speciale, della Beata Vergine. E’ impressionante la capacità che questa Santa ha di vivere la Liturgia nelle sue varie componenti, anche quelle più semplici, portandola nella vita quotidiana monastica. Alcune immagini, espressioni, applicazioni talvolta sono lontane della nostra sensibilità, ma, se si considera la vita monastica e il suo compito di maestra e direttrice di coro, si coglie la sua singolare capacità di educatrice e formatrice, che aiuta le consorelle a vivere intensamente, partendo dalla Liturgia, ogni momento della vita monastica.
Nella preghiera liturgica Matilde dà particolare risalto alle ore canoniche, alla celebrazione della santa Messa, soprattutto alla santa Comunione. Qui è spesso rapita in estasi in una intimità profonda con il Signore nel suo ardentissimo e dolcissimo Cuore, in un dialogo stupendo, nel quale chiede lumi interiori, mentre intercede in modo speciale per la sua comunità e le sue consorelle. Al centro vi sono i misteri di Cristo verso i quali la Vergine Maria rimanda costantemente per camminare sulla via della santità: « Se tu desideri la vera santità, sta’ vicino al Figlio mio; Egli è la santità medesima che santifica ogni cosa » (Ibid., I,40). In questa sua intimità con Dio è presente il mondo intero, la Chiesa, i benefattori, i peccatori. Per lei Cielo e terra si uniscono.
Le sue visioni, i suoi insegnamenti, le vicende della sua esistenza sono descritti con espressioni che evocano il linguaggio liturgico e biblico. Si coglie così la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura, che era il suo pane quotidiano. Vi ricorre continuamente, sia valorizzando i testi biblici letti nella liturgia, sia attingendo simboli, termini, paesaggi, immagini, personaggi. La sua predilezione è per il Vangelo: « Le parole del Vangelo erano per lei un alimento meraviglioso e suscitavano nel suo cuore sentimenti di tale dolcezza che sovente per l’entusiasmo non poteva terminarne la lettura … Il modo con cui leggeva quelle parole era così fervente che in tutti suscitava la devozione. Così pure, quando cantava in coro, era tutta assorta in Dio, trasportata da tale ardore che talvolta manifestava i suoi sentimenti con i gesti … Altre volte, come rapita in estasi, non sentiva quelli che la chiamavano o la muovevano ed a mala pena riprendeva il senso delle cose esteriori » (Ibid., VI, 1). In una delle visioni, è Gesù stesso a raccomandarle il Vangelo; aprendole la piaga del suo dolcissimo Cuore, le dice: « Considera quanto sia immenso il mio amore: se vorrai conoscerlo bene, in nessun luogo lo troverai espresso più chiaramente che nel Vangelo. Nessuno ha mai sentito esprimere sentimenti più forti e più teneri di questi: Come mi ha amato mio Padre, cosi io vi ho amati (Joan. XV, 9) » (Ibid., I,22).
Cari amici, la preghiera personale e liturgica, specialmente la Liturgia delle Ore e la Santa Messa sono alla radice dell’esperienza spirituale di santa Matilde di Hackeborn. Lasciandosi guidare dalla Sacra Scrittura e nutrire dal Pane eucaristico, Ella ha percorso un cammino di intima unione con il Signore, sempre nella piena fedeltà alla Chiesa. E’ questo anche per noi un forte invito ad intensificare la nostra amicizia con il Signore, soprattutto attraverso la preghiera quotidiana e la partecipazione attenta, fedele e attiva alla Santa Messa. La Liturgia è una grande scuola di spiritualità.
La discepola Gertrude descrive con espressioni intense gli ultimi momenti della vita di santa Matilde di Hackeborn, durissimi, ma illuminati dalla presenza della Beatissima Trinità, del Signore, della Vergine Maria, di tutti i Santi, anche della sorella di sangue Gertrude. Quando giunse l’ora in cui il Signore volle attirarla a Sé, ella Gli chiese di poter ancora vivere nella sofferenza per la salvezza delle anime e Gesù si compiacque di questo ulteriore segno di amore.
Matilde aveva 58 anni. Percorse l’ultimo tratto di strada caratterizzato da otto anni di gravi malattie. La sua opera e la sua fama di santità si diffusero ampiamente. Al compimento della sua ora, « il Dio di Maestà … unica soavità dell’anima che lo ama … le cantò: Venite vos, benedicti Patris mei … Venite, o voi che siete i benedetti dal Padre mio, venite a ricevere il regno … e l’associò alla sua gloria » (Ibid., VI,8).
Santa Matilde di Hackeborn ci affida al Sacro Cuore di Gesù e alla Vergine Maria. Invita a rendere lode al Figlio con il Cuore della Madre e a rendere lode a Maria con il Cuore del Figlio: « Vi saluto, o Vergine veneratissima, in quella dolcissima rugiada, che dal Cuore della santissima Trinità si diffuse in voi; vi saluto nella gloria e nel gaudio con cui ora vi rallegrate in eterno, voi che di preferenza a tutte le creature della terra e del cielo, foste eletta prima ancora della creazione del mondo! Amen » (Ibid., I, 45).
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale pensiero ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto con affetto i fedeli della diocesi di Belluno-Feltre, accompagnati dal loro Pastore, Mons. Giuseppe Andrich, e convenuti a Roma per pregare sulla tomba del Servo di Dio Giovanni Paolo I in occasione dell’anniversario della sua morte. Saluto gli alunni del Pontificio Collegio Internazionale « Maria Mater Ecclesiae » di Roma, assicurando per ciascuno un ricordo nella preghiera, perché il Signore li ricolmi sempre dei suoi doni di grazia. Saluto, inoltre, i partecipanti al pellegrinaggio dei Giovani del Movimento dei Focolari, promosso in occasione della beatificazione di Chiara Badano e li invito, sull’esempio della nuova Beata, a proseguire nell’impegno di adesione a Cristo e di testimonianza evangelica.
Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. L’odierna festa degli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele e quella imminente dei santi Angeli Custodi, ci spingono a pensare alla provvida premura con cui Dio si occupa di ogni persona umana. Sentite accanto a voi, cari giovani, la presenza degli Angeli e lasciatevi guidare da loro, affinché tutta la vostra vita sia illuminata dalla Parola di Dio. Voi, cari ammalati, aiutati dai vostri Angeli Custodi, unite le vostre sofferenze a quelle di Cristo per il rinnovamento spirituale dell’umana società. E voi, cari sposi novelli, ricorrete sovente all’aiuto dei vostri Angeli Custodi, affinché possiate crescere nella costante testimonianza di un amore autentico
.

Archangel Gabriel flying (bello eh? è il mio onomastico!!!)

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 30 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

30 settembre : San Girolamo

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Publié dans:immagini sacre |on 29 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

A SAN GIROLAMO : PREGHIERA E INNO

dal sito:

http://www.sangirolamo.rimini.it/patrono/index.html

A SAN GIROLAMO : PREGHIERA E INNO

PREGHIERA

Padre del cielo,
nostro Creatore,       
la tua bontà e la tua gloria
risplendono in San Girolamo,
dottore della Chiesa e
padre nella fede.

Signore Gesù,
Verbo del Padre,
semina ancora in noi la Parola
e con la guida di San Girolamo
ne gusteremo ogni dolcezza.

Spirito Santo,
Fiamma d’amore,
accendi in noi il cuore e la mente
con le virtù di San Girolamo:
l’amore allo studio delle Sacre Scritture,
la fortezza nel sacrifico
la perseveranza nella preghiera,
la pazienza nelle prove,
la sollecitudine nelle opere di carità.

Compiendo il bene  della santa Chiesa,
non ci sfiori il pensiero
della gloria umana
ma solamente la gioia 
di piacere a Te,
Padre,  Figlio e Spirito Santo.

Amen.

 INNO DEDICATO A  SAN GIROLAMO 
 
CON LA VELA TESA                    

 
1. Quando la mia mente
non trova ciò che vale,
vive di illusioni
e senza più sperare.
Si chiude in se stessa
e nelle sue paure,
ma sogna cose vere
e quelle più sicure.
 
Con la vela tesa
al soffio dello Spirito,
attraversa il mare
la barca della vita,
senza più paure
si lascia portare,
va verso l’infinito.
 
2. La fedeltà dei martiri,
come una vela tesa
al soffio dello Spirito,
fa crescere la Chiesa;
gli onori e le ricchezze
rallentano il suo passo,
la rendono più tiepida,
incline al compromesso.
 
Guarda le tempeste,
le lacrime e i dolori,
passano le cose
e passano gli onori,
ma una cosa è certa:
l’amore di Cristo
è l’unico che resta.
 
(finale)   L’amore di Cristo
    è l’unico che resta.

Publié dans:Inni, Padri della Chiesa e Dottori |on 29 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

30 settembre : San Girolamo

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/272.html

30 settembre : San Girolamo

Sacerdote e Dottore della Chiesa

BIOGRAFIA
San Girolamo nacque verso il 340 a Stridone, ai confini con la Pannonia (Ungheria). I suoi genitori lo mandarono a completare gli studi a Roma. Qui fu battezzato da Papa Liberio all’età di circa 20 anni. Un soggiorno a Treviri l’aveva messo in contatto con i monaci, ne ritrova altri ad Aquileia ed egli stesso se ne va a vivere in un deserto della Saria, dove si dà ad una vita di mortificazione estremamente dura e allo studio dei libri sacri. E’ ordinato sacerdote ad Antiochia. Morì nel 419 o 420. Il suo corpo riposa a Santa Maria Maggiore. San Girolamo ha tradotto la Bibbia, fissando in massima parte il testo latino della Volgata che la chiesa ha adottato come versione ufficiale. Il suo vasto sapere, i suoi commenti sulla Sacra Scrittura ed il vigore con il quale ha combattuto le eresie del suo tempo gli hanno meritato il titolo di dottore della Chiesa.

MARTIROLOGIO
Memoria di san Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa: nato in Dalmazia, nell’odierna Croazia, uomo di grande cultura letteraria, compì a Roma tutti gli studi e qui fu battezzato; rapito poi dal fascino di una vita di contemplazione, abbracciò la vita ascetica e, recatosi in Oriente, fu ordinato sacerdote.Tornato a Roma, divenne segretario di papa Damaso e, stabilitosi poi a Betlemme di Giuda, si ritirò a vita monastica. Fu dottore insigne nel tradurre e spiegare le Sacre Scritture e fu partecipe in modo mirabile alle varie necessità della Chiesa.Giunto infine a un’età avanzata, riposò in pace.

DAGLI SCRITTI…
Dal «Prologo al commento del Profeta Isaia» di san Girolamo, sacerdote
L’ignoranza delle Scritture é ignoranza di Cristo

Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: «Scrutate le Scritture» (Gv 5, 39), e: «Cercate e troverete» (Mt 7, 7), per non sentirmi dire come ai Giudei: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio» (Mt 22, 29). Se, infatti, al dire dell’apostolo Paolo, Cristo é potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che nin conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo. Perciò voglio imitare il padre di famiglia, che dal suo tesoro sa trarre cose nuove e vecchie, e così anche la Sposa, che nel Cantico dei Cantici dice: O mio diletto, ho serbato per te il nuovo e il vecchio (cfr. Ct 7, 14 volg.). Intendo perciò esporre il profeta Isaia in modo da presentarlo non solo come profeta, ma anche come evangelista e apostolo. Egli infatti ha detto anche di sé quello che dice degli altri evangelisti: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace» (Is 52, 7). E Dio rivolge a lui, come a un apostolo, la domanda: Chi manderò, e chi andrà da questo popolo? Ed egli risponde: Eccomi, manda me (cfr. Is 6, 8).
Ma nessuno creda che io voglia esaurire in poche parole l’argomento di questo libro della Scrittura che contiene tutti i misteri del Signore. Effettivamente nel libro di Isaia troviamo che il Signore viene predetto come l’Emmanuele nato dalla Vergine, come autore di miracoli e di segni grandiosi, come morto e sepolto, risorto dagli inferi e salvatore di tutte le genti. Che dirò della sua dottrina sulla fisica, sull’etica e sulla logica? Tutto ciò che riguarda le Sacre Scritture, tutto ciò che la lingua può esprimere e l’intelligenza dei mortali può comprendere, si trova racchiuso in questo volume. Della profondità di tali ministeri dà testimonianza lo stesso autore quando scrive: «Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere, dicendogli: Léggilo.
Ma quegli risponde: Non posso, perché é sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere, dicendogli: Léggilo, ma quegli risponde: Non so leggere» (Is 29, 11-12). (Si tratta dunque di misteri che, come tali, restano chiusi e incomprensibili ai profani, ma aperti e chiari ai profeti. Se perciò dai il libro di Isaia ai pagani, ignari dei libri ispirati, ti diranno: Non so leggerlo, perché non ho imparato a leggere i testi delle Scritture. I profeti però sapevano quello che dicevano e lo comprendevano). Leggiamo infatti in san Paolo: «Le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti» (1 Cor 14, 32), perché sia in loro facoltà di tacere o di parlare secondo l’occorrenza. I profeti, dunque, comprendevano quello che dicevano, per questo tutte le loro parole sono piene di sapienza e di ragionevolezza. Alle loro orecchie non arrivavano soltanto le vibrazioni della voce, ma la stessa parola di Dio che parlava nel loro animo. Lo afferma qualcuno di loro con espressioni come queste: L’angelo parlava in me (cfr. Zc 1, 9), e: (lo Spirito) «grida nei nostri cuori: Abbà, Padre» (Gal 4, 6), e ancora: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore» (Sal 84, 9).

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 29 septembre, 2010 |Pas de commentaires »
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