Archive pour le 28 août, 2010

Dimanche 22 août 2010, 21ème dimanche ordinaire C : Évangile

Dimanche 22 août 2010, 21ème dimanche ordinaire C : Évangile dans immagini sacre 20100822_v

http://www.evangile-et-peinture.org/index.php?op=edito

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XXII Domenica del Tempo Ordinario, 29 agosto 2010, Omelia: La Vita ha scelto l’ultimo posto

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23484?l=italian

La Vita ha scelto l’ultimo posto

XXII Domenica del Tempo Ordinario, 29 agosto 2010

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 27 agosto 2010 (ZENIT.org).- “Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare, ed essi stavano ad osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Disse poi a colui che lo aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua giusta ricompensa alla risurrezione dei giusti” (Lc 14,1.7-14).

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male. Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio” (Sir 3,19-21.30.31).

Non è un caso che Gesù racconti la parabola della scelta dei posti a tavola in un giorno di festa, un sabato, mentre egli si trova ormai a Gerusalemme. Lo sfondo, infatti, è quello dell’ultima Cena, nella quale lui, il Signore e Maestro, si alzerà da tavola, si cingerà le vesti e si metterà a lavare i piedi dei discepoli esterrefatti, invitandoli poi ad imitare il suo sconcertante esempio di umiltà e di servizio.

Invitato dunque ad un banchetto in casa di uno dei capi dei farisei, Gesù ne approfitta per impartire agli altri commensali una lezione per così dire “autobiografica” di vita. Luca fa subito notare che: “essi stavano ad osservarlo” (Lc 14,1). Per comprendere il motivo di questi sguardi attenti è necessario comprendere chi erano i farisei.

Il termine “fariseo” significa “separato”: nel senso rituale di presa di distanza da tutto ciò che era impuro dal punto di vista dell’osservanza della Legge. Un’osservanza che Gesù ha bollato spesso come ipocrisia, in quanto si accontentava dell’apparenza esteriore, trascurandone il cuore che è l’amore a Dio e al prossimo. I farisei non erano sacerdoti, ma conoscevano bene la Legge di Mosè: per questo erano tenuti in grande considerazione presso il popolo, di più basso livello religioso, culturale e sociale.

Il giudizio critico di Gesù nei loro confronti non si limitava alla cerchia intima dei discepoli, ma era da lui manifestato apertamente davanti alla gente, come una sferza sulla loro superbia (Lc 18,10-14), la loro avidità (Mc 12,40), la loro ambizione (Mc 23,5s) e la loro ipocrisia (Mt 15,3-7). I farisei, infatti, si opponevano a Gesù e alla sua pretesa di essere stato mandato da Dio per annunziare un nuovo messaggio, al di sopra delle strettoie formalistiche della Legge. Per questi motivi quel sabato, giorno per eccellenza dell’osservanza rituale, “essi stavano a guardarlo”, con il desiderio di coglierlo in fallo.

Ed ecco che, con fine psicologia ed abile pedagogia, Gesù si preoccupa di correggere tale loro atteggiamento, a partire da un gesto di compassione nei confronti di un ammalato di idropisia (edema generalizzato del corpo) che egli guarisce sotto i loro occhi, miracolo che inaugura il banchetto descritto oggi da Luca e che infrangeva il divieto del sabato (Lc 14,2-6).

Mostrando ai farisei la sua bontà, Gesù vorrebbe sciogliere il loro cuore indurito inducendolo alla compassione verso il povero obeso, e alla condivisione della sua gioia di essere stato guarito, rinunciando così all’ipocrita e disumana osservanza che essi stessi pretendevano circa il precetto del sabato.

E’ chiaro che il Signore non tradisce la verità del sabato, ma vuol liberare i farisei da quella ideologia religiosa che contraddice e falsifica profondamente il significato del riposo sabbatico, prescritto dalla Legge.

A partire da tutto ciò, il messaggio di Gesù ad ognuno di noi è esattamente quello odierno del Siracide: “Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti” (Sir 3,17-19).

Non solo li rivela a loro, ma, tramite tale loro volto mite, anche a quelli che non conoscono i segreti di Dio e vanno in cerca della verità. Vi sono alcune verità che, pur essendo semplici ed evidenti (come ad esempio la verità del valore assoluto ed intangibile della vita umana fin dal suo inizio nel concepimento) sono nascoste ai “sapienti e ai dotti” di questo nostro tempo, per il fatto che costoro non sono disposti ad accoglierle nel loro cuore con la semplicità e l’umiltà dei piccoli (Mt 11, 25).

Tale “dotta sapienza” non è tanto la conoscenza scientifica o la preparazione culturale, ma l’atteggiamento inesorabile ed impenetrabile di coloro che, mentre annunciano la verità, danno l’impressione di voler ascoltare solo se stessi, assumendo un atteggiamento intransigente. Esso, in realtà, non è dettato dalla necessaria coerenza e fedeltà alla verità, ma da una “specifica” mancanza di umiltà (riguardante il loro stretto campo di competenza), cosa possibile anche in chi, pur avendo già fatto per tanti altri aspetti la scelta evangelica dell’ultimo posto, è davvero libero dal vizio capitale della superbia.

In tal modo, però, i deboli non sono aiutati a camminare nella verità. La carmelitana santa Teresa di Gesù, Dottore della Chiesa, giunta ai vertici mistici del matrimonio spirituale, scrive: “Non dico soltanto che non si debba mentire, ma che camminiamo nella verità innanzi a Dio e innanzi agli uomini in tutte le circostanze possibili, specialmente col non volere che ci ritengano più di quello che siamo, e con dare a Dio quello che è di Dio, e a noi quello che è nostro nelle opere che facciamo. Mi chiedevo una volta perché Dio ami tanto l’umiltà, e mi venne in mente, all’improvviso, senza alcuna mia riflessione che ciò dev’essere perché egli è somma Verità, e che l’umiltà è verità” (“Castello interiore”, VI Mansioni. Cap 10, 6-7).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Ormai Te solo amo (Sant’Agostino, preghiera)

dal sito:

http://www.santagostinopavia.it/agostino/testi.asp

Sant’Agostino (preghiera)

10. Ormai Te solo amo

Ormai io te solo amo, te solo seguo, te solo cerco e sono disposto ad essere soggetto a te soltanto, poiché tu solo con giustizia eserciti il dominio ed io desidero essere di tuo diritto. Comanda ed ordina ciò che vuoi, ti prego, ma guarisci ed apri le mie orecchie affinché possa udire la tua voce. Guarisci ed apri i miei occhi affinché possa vedere i tuoi cenni. Allontana da me i movimenti irragionevoli affinché possa riconoscerti. Dimmi da che parte devo guardare affinché ti veda, e spero di poter eseguire tutto ciò che mi comanderai. Sento che devo ritornare a te; a me che picchio si apra la tua porta; insegnami come si può giungere fino a te. Tu mostrami la via e forniscimi ciò che necessita al viaggio. Se con la fede ti ritrovano coloro che tornano a te, dammi la fede; se con la virtù, dammi la virtù; se con il sapere, dammi il sapere. Aumenta in me la fede, aumenta la speranza, aumenta la carità. (Soliloqui I, 1.5)

Publié dans:preghiere, Sant'Agostino |on 28 août, 2010 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino, Le Confessioni – Libro nono: Lettura dei Salmi (stralcio)

dal sito:

http://www.augustinus.it/italiano/confessioni/index2.htm

SANT’AGOSTINO

LE CONFESSIONI : LIBRO NONO

Lettura dei salmi

4. 8. Quali grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide, questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni sentimento d’orgoglio! Novizio ancora al tuo genuino amore, catecumeno ozioso in villa col catecumeno Alipio e la madre stretta al nostro fianco, muliebre nell’aspetto, virile nella fede, vegliarda nella pacatezza, materna nell’amore, cristiana nella pietà, quali grida non lanciavo verso di te leggendo quei salmi, quale fuoco d’amore per te non ne attingevo! Ardevo del desiderio di recitarli, se potessi, al mondo intero per abbattere l’orgoglio del genere umano. Ma lo sono, cantati nel mondo intero, e nessuno si sottrae al tuo calore 37. Come era violento e aspro di dolore il mio sdegno contro i manichei, che tosto si mutava in pietà per la loro ignoranza dei nostri misteri, dei nostri rimedi, per il loro pazzo furore contro un antidoto che avrebbe potuto salvarli! Avrei voluto averli vicini da qualche parte in quel momento, e che a mia insaputa osservassero il mio volto, udissero le mie grida mentre nella quiete di quelle giornate leggevo il salmo quarto, e percepissero l’effetto che producevano in me le sue parole: Ti invocai e mi esaudisti, Dio della mia giustizia; nell’angustia mi apristi un varco. Abbi pietà di me, Signore, esaudisci la mia preghiera 38; ma che udissero a mia insaputa, altrimenti avrebbero potuto intendere come dette per loro le parole che intercalavo a quelle del salmo. Invece davvero non le avrei dette, o le avrei dette diversamente, se avessi sentite su me le loro orecchie e i loro occhi; o, se dette, non le avrebbero intese quali le dicevo a me e fra me innanzi a te, espressione dell’intimo sentimento della mia anima.

Riflessioni sul salmo quarto

4. 9. Rabbrividii di paura e insieme ribollii di speranza e giubilo nella tua misericordia 39, Padre; e tutti questi sentimenti si esprimevano attraverso i miei occhi e la mia voce alle parole che il tuo spirito buono 40 dice rivolto a noi: « Figli degli uomini, fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna? » 41. Io avevo amato appunto la vanità e cercato la menzogna, mentre tu, Signore, avevi già esaltato il tuo Santo 42, risuscitandolo dai morti e collocandolo alla tua destra 43, affinché inviasse dal cielo chi aveva promesso 44, il Paracleto, spirito di verità 45. L’aveva già inviato 46, ma io lo ignoravo. L’aveva già inviato, per essere già stato esaltato risorgendo dai morti 47 e ascendendo al cielo 48. Prima lo Spirito non era stato ancora dato, perché Gesù non era stato ancora glorificato 49. Grida il profeta: « Fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna? Sappiate che il Signore ha esaltato il suo Santo » 50; grida: « Fino a quando », grida: « Sappiate », e io per tanto tempo, ignaro, amai la vanità e recai la menzogna. Perciò un brivido mi corse tutto all’udirlo 51. Ricordavo di essere stato simile a coloro, cui sono rivolte queste parole; gli inganni che avevo preso per verità, erano vanità e menzogna. Perciò feci risuonare a lungo, profonde e forti, le mie grida nel dolore del ricordo. Oh, se le avessero udite coloro che amano tuttora la vanità e cercano la menzogna! Forse ne sarebbero rimasti turbati e l’avrebbero rigettata; tu li avresti esauditi, quando avessero levato il loro grido verso di te 52, poiché morì per noi della vera morte della carne Chi intercede per noi 53 presso di te.

4. 10. Al leggere: « Adiratevi e non peccate » 54, quanto mi turbavo, Dio mio! Avevo ormai imparato ad adirarmi contro me stesso dei miei trascorsi per non peccare in avvenire, e con giusta ira, perché in me non peccava per mezzo mio una natura estranea, della razza delle tenebre, secondo le asserzioni di coloro che, non adirandosi contro se stessi, accumulano un patrimonio d’ira per il giorno dell’ira e della proclamazione del tuo giusto giudizio 55. Il mio bene non era più fuori di me, né lo cercavo più in questo sole con gli occhi della carne. Quanti pretendono di avere gioia fuori di sé, facilmente si disperdono, riversandosi sulle cose visibili e temporali 56 e lambendo la loro apparenza con immaginazione famelica. Oh se, spossati dal digiuno, chiedessero: « Chi ci mostrerà il bene? » 57. Rispondiamo loro, e ci ascoltino: « In noi è impresso il lume del tuo volto, Signore » 58. Non siamo noi il lume che illumina ogni uomo 59, ma siamo illuminati da te per renderci, da tenebre che fummo un tempo, luce in te 60. Oh se vedessero nel loro interno l’eterno, che io, per averlo gustato 61, fremevo di non poter mostrare a loro; se mi portassero il cuore, che hanno negli occhi, quindi fuori di loro, lontano da te, e chiedessero: « Chi ci mostrerà il bene? ». Là infatti, ove avevo concepito l’ira contro me stesso, dentro, nella mia stanza segreta, ove ero stato punto dalla contrizione 62, ove avevo immolato in sacrificio la parte vecchia di me stesso 63 e fidando in te avevo iniziato la meditazione del mio rinnovamento, là mi avevi fatto sentire dapprima la tua dolcezza e avevi messo la gioia nel mio cuore 64. Gridavo, leggendo esteriormente queste parole e comprendendole interiormente, né volevo moltiplicarmi nei beni terreni, divorando il tempo e divorato dal tempo, mentre avevo nell’eterna semplicità un diverso frumento e vino e olio 65.

4. 11. Il verso seguente strappava un alto grido dal mio cuore: Oh, nella pace, oh, nell’Essere stesso…: oh, quali parole: … mi addormenterò e prenderò sonno 66! Chi potrà mai resisterci, quando si attuerà la parola che fu scritta: La morte è stata assorbita nella vittoria 67? Tu sei veramente quell’Essere stesso, che non muti 68; in te è il riposo oblioso di tutti gli affanni 69, poiché nessun altro è con te né si devono cogliere le altre molteplici cose che non sono ciò che tu sei; ma tu, Signore, mi hai stabilito, unificandomi nella speranza 70. Leggevo e ardevo e non trovavo modo di agire con quei morti sordi, al cui novero ero appartenuto anch’io, pestifero, aspro e cieco nel latrare contro le tue Scritture dolci del dolce miele celeste, e del lume tuo luminose 71. Mi consumavo, pensando ai nemici di tanto scritto 72.

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buona notte

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Meadow Clary

http://www.floralimages.co.uk/index1.htm

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San Giovanni Crisostomo: Fare fruttare i doni ricevuti

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100828

Sabato della XXI settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 25,14-30
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo di Matteo, 78, 2-3; PG 58, 713-714

Fare fruttare i doni ricevuti

        Nella parabola dei talenti, Gesù vuole rivelarci la pazienza del nostro Padrone. Ma, secondo me, vi accenna anche alla risurrezione … Prima di tutto, i servi che rendono il denaro con l’interesse dichiarano senza tergiversare ciò che viene da loro e ciò che viene dal loro padrone. Il primo dice : « Signore, mi hai consegnato cinque talenti » e il secondo : « Signore, mi hai consegnato due talenti ». Riconoscono, in questo modo, il fatto che il loro padrone abbia dato loro i mezzi per realizzare un’operazione vantaggiosa. Gliene sono grati e portano al suo credito la totalità della somma che è in loro possesso. Cosa risponde allora il padrone ? « Bene, servo buono e fedele (poiché si riconosce l’uomo buono dalla sua sollicitudine per il prossimo), … prendi parte alla gioia del tuo padrone ».

        Ma non è lo stesso per il servo cattivo…Quale è la risposta del padrone ? « Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri », cioè occorreva parlare, esortare, consigliare. « Però, risponde l’altro, la gente non mi ascolterà ». Il padrone risponde : « Non è affar tuo … Avresti potuto, per lo meno, depositare quel denaro in banca e lasciare che io lo ritiri, e l’avrei ritirato con l’interesse – intende con questa parola le opere che procedono l’ascolto della parola – Avevi soltanto da compiere la parte più facile del lavoro, e lasciarmi la più difficile ». Ecco come questo servo venne meno al suo compito … Come sarebbe a dire ? Chi ha ricevuto per il bene altrui la grazia della parola e dell’insegnamento eppure non ne fa uso, si farà togliere questa grazia. Quanto al servo zelante, attirerà su di lui una grazia più abbondante, così come l’altro perderà quella che ha ricevuto.

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