Archive pour le 9 août, 2010

10 agosto: San Lorenzo martire (naturalmente ho messo qualche post anche sul sito « la pagina di San Paolo »

10 agosto: San Lorenzo martire (naturalmente ho messo qualche post anche sul sito

http://www.santiebeati.it/

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GIOVANNI PASCOLI – 10 AGOSTO (TESTO E COMMENTO)

dal sito:

http://balbruno.altervista.org/index-169.html

GIOVANNI PASCOLI – 10 AGOSTO 

TESTO E COMMENTO
 
San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
 San Lorenzo, io lo so perché un così gran numero
di stelle nell’aria serena
s’incendia e cade, perché un così gran pianto
risplende nel cielo.

CARATTERISTICHE DOMINANTI DELLA POESIA:

COMPONIMENTO METRICO : La poesia è composta da sei quartine in cui si alternano endecasillabi e novenari piani in rime alternata. (ABAB CDCD…)

FIGURE RETORICHE D’ORDINE DI SIGNIFICATO : metonimia (il suo nido che pigola)e (al suo nido), similitudine (come in croce) personificazione del Cielo; parallelismo tra la rondine e il padre

FIGURE RETORICHE D’ORDINE: anafora ( ora è la, ora è là; aspettano aspettano), Ritornava una rondine al tetto = iperbato, 

Nella prima strofa : troviamo nei primi due versi una consonanza della lettera L e un’assonanza tra le parole “arde e cade”. Nel primo verso invece troviamo un enjambement.

Nella seconda strofa : contrariamente troviamo in tutta la strofa una consonanza della lettera « R » e nel secondo verso si ha una cesura ad  » uccisero ».

Nella terza strofa: Nel primo verso si ha un enjambement

Nella quarta strofa: Nel secondo verso ci sono due cesure e una rima interna (mondi/inondi).

In tutta la poesia si ha un climax ascendente ed è circolare.

Titolo: Dall’analisi delle poesie pascoliane, per quanto riguarda la funzione del titolo, c’e una forte prevalenza di titoli con fine informativo attraverso i quali il poeta fornisce informazioni riguardanti il tema della poesia stessa. Si può notare anche l’uso non raro di titoli a scopo interpretativo, mediante i quali il Pascoli agevola al lettore la comprensione di ciò che la poesia vuole comunicare.

In questo caso il titolo è informativo e dà il tema

Ambientazione: L’ambientazione è il passato con particolare riferimento alla morte del padre

INTENZIONE COMUNICATIVA

Questa poesia rievoca uno degli eventi più dolorosi della vita di Pascoli. Infatti il giorno di San Lorenzo, ovvero il 10 agosto Pascoli, ricorda la morte del padre assassinato mentre tornava a casa. Attraverso essa il poeta, infatti, vuole comunicare al lettore la sua tristezza per la mancanza del padre assassinato e la accentua mettendo a confronto una rondine abbattuta col cibo nel becco per i suoi rondinini e il padre che ritornava a casa portando due bambole alle figlie, in modo tale da sottolineare l’ingiustizia e il male che prevalgono su questa terra .

Il nido e la casa, per di più svolgono il ruolo di metafora degli unici rapporti d’amore possibili in un mondo d’insidie e di contrasti.

A partecipare a questa tragica situazione vi è, non solo Pascoli in persona, ma anche il Cielo che con, appunto, la notte di San Lorenzo famosa per il fenomeno delle stelle cadenti, raffigura il pianto.

Successivamente la figura del cielo si contrappone a quella della terra. Il cielo è infinito, immortale, immenso, mentre la terra non è altro che un piccolo atomo di dolore.

In conclusione, secondo Pascoli, il cielo di fronte a questo triste fatto invade la terra con un pianto di stelle.

Secondo me, emergono in questa poesia i tre grandi temi di Pascoli su cui, incentrava la sua poesia: il simbolo del nido, la sofferenza e il mistero del male.

Il nido che intendeva Pascoli era il nucleo familiare, la protezione dei conoscenti più stretti dove ogni uomo può rifugiarsi. Nella poesia il nido è evidenziato bene perché, oltre al padre che tornava alla propria casa, c’è un paragone con una rondine che torna al suo “nido” ; ma entrambi sono aspettati invano dai familiari: questi versi sono, secondo me molto autobiografici perché descrivono una sensazione che lui ha provato veramente. Subentra in questo tema, anche l’amore familiare, la tenerezza e la gioia di un padre che torna a casa con doni, ma per Pascoli, quella sera, c’è stata una mancanza, una delusione, che si riflette sul suo senso di giustizia e nel mistero del male.

PROBLEMATICA AFFRONTATA

I temi che prevalgono in tutte queste poesie sono in primo luogo:

- la morte in parallelo alla forte sofferenza;

- il sentimento di tristezza nei confronti del presente .

Detto ciò, dopo aver quindi, analizzato alcune poesie del Pascoli, possiamo affermare che nella maggior parte dei casi il poeta esprime un profondo desiderio di morte in parallelo alla voglia di rincontrare i suoi cari e di sentirsi per la prima volta finalmente un po’ felice. Infatti come afferma in numerose sue opere, egli non lo è mai stato, e vorrebbe per questo ripararsi dal mondo che lo circonda per aspettare in piena tranquillità la sua pace eterna. Quindi si può dire, che fa riferimento ai ricordi del passato,e soprattutto delle sofferenze e delle pene dell’infanzia. Con questa poesia il poeta vuole trasmettere la sua sofferenza per la morte del padre, evento improvviso, passato, lontano, ma forte ricordo che spinge il poeta a rimanere ancora legato all’illusione di rivedere il genitore un giorno ritornare a casa (sottolineata dall’anafora di “aspettano” e dall’enumerazione per asindeto, la quale crea un’atmosfera di attesa) e, quindi, a non rassegnarsi alla sua perdita. La rassegnazione, infatti, è sostituita dalla necessità del poeta di trovare un colpevole.

COLLEGAMENTO CON ALTRE POESIE

Leggendo le altre poesie ho notato che molte parlano della morte del padre di Pascoli, L’ASSIUOLO, ma una in particolare NOTTE DI NEVE mi ha colpito molto. Leggendo il titolo di questa poesia mi sono chiesta: Come si può associare l’immagine di una notte magica, in cui la neve dolcemente cade, al tema della morte? In apparenza tale paragone sembra insensato, ma per Pascoli, invece, non lo è. Egli, ancora una volta, attraverso la poesia “Notte di neve” (titolo interpretativo), ha voluto esprimere se stesso trovando nella realtà che lo circonda un chiaro esempio della sua sofferenza e del suo desiderio di pace eterna, che può essere esaudito soltanto attraverso l’arrivo della morte tanto attesa. Come si può notare, il bisogno del poeta di “liberarsi” dal proprio dolore e di trovare finalmente la serenità è evidenziato dalla parola chiave “pace”, la cui ripetizione (anafora) nel penultimo verso appare come un grido d’aiuto, che rompe il silenzio della notte. Inoltre, Pascoli “gioca” molto con le associazioni allo scopo di caricare di significato la poesia. Egli, infatti, attraverso l’espressione “bianca oscurità” (ossimoro), sottolinea la contrapposizione e, nello stesso tempo, la somiglianza tra la neve candida e il buio. La prima, di fatto, è vista come un “chiarore ampio e fugace” che esprime la tranquillità, la quiete tanto ricercata dal poeta, mentre l’oscurità (e il “cielo nero”) nasconde agli occhi di quest’ultimo la serenità, mostrandogli, però, l’unica possibilità per porre fine al suo tormento: la morte. Lo stesso discorso vale per l’antitesi (e, anche, personificazione e chiasmo) tra “grida la campana” e “l’ombra tace”. Il grido, infatti, sottolinea la necessità del poeta di trovare la pace, mentre il silenzio richiama l’atmosfera che si crea al momento della morte. Infine, si può affermare che “Notte di neve” è un chiaro esempio di come, si possa trasmettere ciò che è nascosto nel profondo dell’anima.

COLLEGAMENTO CON LA POESIA DELL’AUTORE

Come ho detto sopra Pascoli, in molte poesie costruisce un forte contrasto tra illusione e realtà. Lui tratta soprattutto la morte dei suoi familiari.

Egli afferma che all’interno di ogni uomo vive un fanciullo che, grazie alla sua innocenza e alla sua sensibilità, è capace di penetrare nel cuore delle cose e di scorgerne il senso profondo. La vera poesia è l’espressione di questo fanciullino che è in noi. Pascoli,inoltre, spiega che il poeta è colui che sa ascoltare ed esprimere quella parte dell’animo che rimane fanciullo e, come un fanciullo, egli sa cogliere la gioia e la malinconia degli eventi.

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festa di San Lorenzo martire: Omelia di Tettamanzi (Genova 1999)

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=451

Non sia dimenticata la memoria dei martiri

Omelia nella Festa di S. Lorenzo (1999)

di Dionigi Tettamanzi
Arcivescovo di Genova

Genova, Cattedrale di S. Lorenzo,
10 aprile 1999

Carissimi,

la Chiesa inizia la celebrazione della Festa di san Lorenzo diacono e martire con queste parole: « Questi è il diacono san Lorenzo, che diede la sua vita per la Chiesa: egli meritò la corona del martirio, per raggiungere in letizia il Signore Gesù Cristo ». Questi quattro versetti dell’antifona d’ingresso, pur nella loro brevità, hanno la forza di delineare in modo profondo ed efficace la figura spirituale di san Lorenzo. Poche pennellate sulla sua vita e sul suo martirio, con il risultato di un quadro affascinante.

1. Diede la sua vita per la Chiesa

Lorenzo è al servizio della Chiesa: questo è il senso del suo operare, anzi del suo stesso essere. Per la verità tocchiamo qui un valore e un’esigenza che ci riguarda tutti, a partire dalle nostre radici cristiane, ossia dal Battesimo che abbiamo ricevuto. Essere battezzati, rinascendo dall’acqua e dallo Spirito, significa divenire membri di Cristo Signore e del suo Corpo che è la Chiesa. E divenendo membri della Chiesa, ossia partecipi della sua vita e della sua missione, i battezzati sono posti al servizio della Chiesa.
Già come cristiano battezzato Lorenzo si qualifica, dunque, come servitore della Chiesa. Ma la sua fondamentale vocazione battesimale ha conosciuto un ulteriore sviluppo particolare con la chiamata ad essere diacono: così a un titolo nuovo e più impegnativo Lorenzo si trova al servizio della Chiesa.
Sì, ma la Chiesa non è una realtà astratta: è realtà concreta, viva; è fatta di persone battezzate ma che vivono in mezzo e in rapporto agli altri. E così il servizio alla Chiesa significa per Lorenzo apertura, attenzione, aiuto a tutti: a quanti sono nella Chiesa e a quanti si rivolgono ad essa. A tutti, certo: senza nessuna esclusione e discriminazione. Ma con la predilezione per i poveri e per gli emarginati. A questi, sin dalle origini della Chiesa, si rivolge il servizio proprio dei diaconi (cfr. Atti 6, 1ss). E così è di Lorenzo, che possiamo definire come l’amico dei poveri.
Ma le parole dell’antifona, che all’inizio abbiamo citato, sono ancora più belle: non si limitano a dire che Lorenzo è stato al servizio della Chiesa, ma dicono più precisamente che egli diede la sua vita per a Chiesa. È questo, in realtà, il senso vero e profondo del servizio. L’apostolo Paolo ci aiuta a comprenderlo quando nella Lettera ai Corinzi – che la liturgia d’oggi ci fa leggere – egli così scrive: « Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia » (2 Corinzi 9, 7 ).
La sorgente del dono è il cuore, e dunque l’amore. Può servire la Chiesa solo chi la sa amare! E il servizio alla Chiesa nei suoi contenuti e nelle sue caratteristiche è definito e misurato dall’amore. Ora all’amore non basta dare le cose che si possiedono: l’amore spinge al dono di sé stessi.
Il dare le cose è senz’altro importante, anzi è del tutto necessario e urgente in una società segnata da troppe ingiustizie, a cominciare da quelle economiche, per le quali alcuni sono ricchi, troppo ricchi e altri invece sono poveri, troppo poveri. Il dare le cose superflue e inutili è allora questione di giustizia prima ancora che di amore. Ma è, questa, una giustizia troppo trascurata, se non persino pesantemente calpestata. L’esperienza infatti insegna che la ricchezza chiude il cuore e gli occhi e le mani: Epulone, il ricco di cui ci parla il vangelo, è così assorto dalla sua porpora e dai suoi quotidiani e lauti banchetti che non s’accorge neppure di Lazzaro che sta in attesa di qualche briciola (cfr. Luca 16, 19ss). L’amore però non si accontenta di dare le cose: ispira e sostiene il dono di sé stessi agli altri. Anzi solo il dono di sé rende possibile il dono delle proprie cose.
Questo dono – precisa ancora l’apostolo – non deve avvenire né con tristezza né per forza: dunque deve avvenire nella gioia e nella libertà. Questo, infatti, è il disegno che Dio ha sull’uomo: « perché Dio ama chi dona con gioia ». Il disegno di Dio definisce l’essere stesso e la vocazione dell’uomo: l’uomo nel suo essere profondo è dono vivente e personale, perché è il frutto dell’amore creatore di Dio, ed è pertanto chiamato a realizzarsi – cioè a diventare sempre più uomo, a crescere in umanità – mediante la donazione di se stesso: L’uomo è quindi un dono che si fa dono, come insegna il luminoso testo conciliare della Gaudium et spes: « L’uomo in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per sé stessa, (e che) non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (per sincerum sui ipsius donum) » (n. 24).

2. Egli meritò la corona del martirio

È ora però di chiederci: da quale radice sono derivati e a quale vertice sono arrivati per Lorenzo la dedizione della sua vita alla Chiesa e il dono di se stesso?
La radice viva è Gesù Cristo: lui è il « diacono » per antonomasia, che serve la Chiesa con il dono della sua vita e di se stesso. Proprio così egli si era autopresentato agli apostoli affascinati dal potere e assetati di dominio: « Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti » (Marco 10, 45). Quello di Gesù è stato un servizio rivolto a tutti, ma in particolare ai peccatori, ai poveri e agli oppressi. E il servizio è consistito nella consegna libera della vita e nel dono disinteressato di se stesso, come ci ricorda l’autore della Lettera agli Efesini: « Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei » (Efesini 5, 25).
Così nel dono della vita e di se stesso alla Chiesa san Lorenzo diventa una imitazione, anzi una riproduzione vivente di Gesù: è infatti per la forza della grazia che Lorenzo vive la sua vocazione battesimale e diaconale di servizio alla Chiesa e in particolare ai poveri. E così è per ogni discepolo del Signore: l’amore che muove al dono della vita, delle cose, di sé stessi parte sì dal nostro cuore, ma solo dopo che questo stesso amore vi è stato riversato gratuitamente dallo Spirito Santo, Spirito di amore (cfr. Romani 5, 5). La radice e la forza del servire, dell’amare, del donare non è l’uomo, ma Dio: Dio con la sua grazia. È questa una convinzione quanto mai lucida e forte in tutta la dottrina e nell’esperienza di vita dell’apostolo Paolo. Anche nella Lettera ascoltata emerge questa convinzione: « Colui che amministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia » (2 Corinzi 9, 10). C’è dunque una spinta, una sollecitazione che ci viene dallo Spirito Santo per vivere la carità e il dono di sé: a noi è chiesto di « camminare secondo lo Spirito » (cfr. Galati 5, 16. 25), di assecondarlo cioè e di permettere che produca abbondanti i suoi « frutti » nella nostra vita per il bene degli altri.
Se Gesù nel suo Spirito è la radice viva da cui Lorenzo ha tratto la grazia di donare la vita e se stesso alla Chiesa, qual è il vertice supremo cui è giunto in questo? È stato il martirio: egli ha liberamente offerto la sua vita con il sangue del martirio. Ad uno sguardo superficiale pare di dover dire che la morte di Lorenzo gli ha strappato la possibilità di servire i poveri della Chiesa: si è così definitivamente fermata la sua carità generosa e operosa. Ma ad uno sguardo capace di scendere nel profondo si deve dire che proprio la morte del martire si fa vita per la Chiesa: costituisce cioè un arricchimento spirituale per la Chiesa di gran lunga superiore all’elargizione dei beni materiali ai poveri. Questa straordinaria fecondità che sboccia dalla morte dei martiri l’aveva scultoreamente espressa Tertulliano con le note parole Sanguis martyrum semen christianorum (Apol. 50, 13). Tertulliano faceva eco alle parole stesse di Gesù, riascoltate nel vangelo d’oggi: « In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto » (Giovanni 12, 24)
Ritorniamo al martirio di san Lorenzo per coglierne il significato più vero e affascinante. Al riguardo risultano molto profonde le parole dell’antifona d’ingresso, che così recita: « Egli meritò la corona del martirio, per raggiungere in letizia il Signore Gesù Cristo ». Nella loro semplicità queste parole ci aprono ad una verità che forse ci sconcerta e non poco: proclamano, infatti, che il martirio è una grazia. Pensate: il martirio è una grazia! Non solo, dunque, il martire è tale perché in lui si dispiega la forza di donazione totale nel sangue propria di Gesù Cristo, che è il vero grande unico martire, da cui deriva tutta la folla dei martiri della Chiesa e dell’umanità. Ma si dice anche che il martire è un privilegiato in senso cristiano, riceve un onore particolare: è uno che riceve la « corona » del martirio. Si possono ora comprendere anche le parole conclusive dell’antifona: col martirio il cristiano « raggiunge in letizia il Signore Gesù Cristo », ossia giunge ad una assimilazione definitiva e perfetta a Cristo. Quell’essere a immagine di Cristo, frutto del Battesimo e della successiva vita cristiana, arriva a pienezza proprio con il martirio.

3. Il martirio è una grazia

Il martirio come grazia, come grande grazia: sarà sconcertante, scandaloso per la nostra mentalità « mondana », ma è la verità! E questa ci chiede di disporci ad accogliere tale grazia, sforzandoci anzitutto di comprenderla. La strada da seguire è quella che il Papa ripetutamente ci propone, in particolare in vista del Giubileo: si tratta di tenere viva la memoria dei martiri. Così scrive nella Bolla di indizione del Giubileo: « Non sia dimenticata la loro testimonianza. Essi sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore. Il martire, soprattutto ai nostri giorni, è segno di quell’amore più grande che compendia ogni altro valore. La sua esistenza riflette la parola suprema pronunciata da Cristo sulla croce: ‘Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno’ (Luca 23, 34). Il credente che abbia preso in seria considerazione la propria vocazione cristiana, per la quale il martirio è una possibilità annunciata già nella Rivelazione, non può escludere questa prospettiva dal proprio orizzonte di vita. I duemila anni dalla nascita di Cristo sono segnati dalla persistente testimonianza dei martiri » (Incarnationis mysterium, 13).
Queste ultime parole del Papa sono un invito a guardare non solo al passato, ma anche al presente. In realtà, così egli prosegue: « Questo secolo poi, che volge al tramonto, ha conosciuto numerosissimi martiri soprattutto a causa del nazismo, del comunismo e delle lotte razziali o tribali. Persone di ogni ceto sociale hanno sofferto per la loro fede pagando col sangue la loro adesione a Cristo e alla Chiesa o affrontando con coraggio interminabili anni di prigionia e di privazioni d’ogni genere per non cedere ad una ideologia trasformatasi in un regime di spietata dittatura. Dal punto di vista psicologico, il martirio è la prova più eloquente della verità della fede, che sa dare un volto umano anche alla più violenta delle morti e manifesta la sua bellezza anche nelle più atroci persecuzioni » (Ibid.).
Il Papa chiede ancora di cantare durante il Giubileo la nostra gratitudine al Signore per il dono dei martiri: « Inondati dalla grazia nel prossimo anno giubilare, potremo con maggior forza innalzare l’inno di ringraziamento al Padre e cantare: Te martyrum candidatus laudat exercitus… Per questo la Chiesa in ogni parte della terra dovrà restare ancorata alla loro testimonianza e difendere gelosamente la loro memoria… » (Ibid.).
E infine le parole che ribadiscono la verità del martirio come grazia, anzi come grazia che non si può escludere dal proprio orizzonte di vita: « L’ammirazione per il loro martirio si coniughi, nel cuore dei fedeli, con il desiderio di poterne seguire, con la grazia di Dio, l’esempio qualora le circostanze lo richiedessero » (Ibid.).
Confessiamolo: sono parole che ci turbano profondamente. Che possano accendere dentro di noi almeno una generosità più grande nel seguire Gesù Cristo, nel servire la Chiesa, nell’amare il nostro prossimo! Ci sproni e ci aiuti san Lorenzo, diacono e martire.

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10 agosto – San Lorenzo martire: La gloria di san Lorenzo.

dal sito:

http://www.unavoce-ve.it/pg-10ago.htm

10 AGOSTO – SAN LORENZO, DIACONO E MARTIRE

La gloria di san Lorenzo.

(L’anno liturgico di dom Prosper Guéranger)

La Chiesa romana, dice sant’Agostino, ci raccomanda questo giorno, veramente trionfale, in cui san Lorenzo schiacciò il mondo fremebondo. Roma intera è testimone di quella gloriosa e immensa moltitudine di virtù, varia come i fiori, di cui è cinta la corona di Lorenzo.
« Come voi già sapete, egli apparteneva, in questa chiesa, all’ordine dei diaconi. È là che egli amministrò il sangue prezioso di Cristo, è là che versò il proprio sangue per il nome di Cristo. Amò Cristo nella sua vita e lo imitò con la sua morte » (Discorso 304, n. 1).
Il santo Dottore ha riassunto in queste brevi parole l’essenziale della vita di san Lorenzo. A Roma, lui stesso aveva assistito per parecchie volte all’anniversario del santo Martire, celebrato sempre con splendore (Discorso 303, n. 1). Infatti, come i santi Apostoli, san Lorenzo aveva il privilegio di una Vigilia solenne, in ricordo di quella notte gloriosa in cui subì il martirio.
Durante l’Alto Medioevo, si celebrava, il 10 agosto, una messa sulla tomba e un’altra più solenne, nella basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, costruita da Costantino. In detta basilica figurava già una iscrizione che può essere considerata come la più antica testimonianza storica su san Lorenzo:

Sferze, ugne, fiamme, tormenti, catene,
Solo la fede di Lorenzo ha potuto vincerle.
Damaso supplicante colma questi altari di doni
Ammirando i meriti del glorioso martire [1].

Malgrado la sua brevità, questa iscrizione acquista un interesse particolare data la sua antichità: fu redatta da san Damaso un secolo circa dopo la morte di san Lorenzo. Ben presto una leggenda circondò questa morte straordinaria: sant’Ambrogio ne cita già alcuni episodi. Quanto a sant’Agostino, è sempre con alcune precauzioni oratorie che riferisce ai suoi fedeli le circostanze della vita o del martirio di san Lorenzo.

Il Diacono.

Al tempo di Papa Sisto II (m. 258), san Lorenzo era uno dei sette diaconi romani. A Roma, il numero dei diaconi restò per lungo tempo limitato a sette, uno per ogni regione ecclesiastica. Oltre al ministero dell’altare e dell’assistenza al Papa, i diaconi romani avevano la cura dell’amministrazione dei beni temporali della Chiesa romana. Tale funzione faceva di essi dei personaggi importanti e accadeva sovente che il Papa venisse scelto fra i diaconi, piuttosto che tra i sacerdoti.

Il Martire.

Poiché apparteneva alla gerarchia della Chiesa, san Lorenzo cadeva sotto il colpo del rescritto di Valeriano, datato nel 258. Questo atto ordinava l’esecuzione capitale di ogni vescovo, sacerdote o diacono su semplice costatazione della loro identità. San Sisto era stato colpito dalla persecuzione: nel corso di una cerimonia liturgica nel cimitero di Callisto era stato arrestato e decapitato. Più o meno nello stesso tempo erano stati uccisi sei diaconi.
San Lorenzo restò quindi solo. Ma anche lui non doveva tardare molto per rendere a Cristo la testimonianza del sangue.
I persecutori in questo caso avevano un motivo d’interesse: san Lorenzo infatti restava il solo depositario dei beni della Chiesa romana. Secondo sant’Ambrogio, fu intimato a san Lorenzo di consegnare i tesori della Chiesa. Dopo tre giorni di indugio, il diacono presentò al giudice, in oro e argento, i poveri soccorsi per le sue cure caritatevoli. E sant’Agostino concludeva: « Le grandi ricchezze dei cristiani sono i bisogni degli indigenti ».
Basterebbe questo episodio per spiegare che san Lorenzo fu torturato tre giorni dopo san Sisto? Egli infatti fu consegnato ai carnefici nella notte dal 9 al 10 agosto. Con « grande ardore spirituale e un fermo coraggio » [2], san Lorenzo subì il terribile supplizio del fuoco. È vero che « il raffinamento della crudeltà consistente nel bruciare il paziente a fuoco lento su una graticola era contrario alla tradizione romana » [3]. Ma non c’è tradizione che tiene quando la passione delle ricchezze ha traviato la coscienza d’un giudice e non si saprebbe, in nome di un principio generale, rigettare un fatto particolarmente spiegabile con le circostanze riportate più in alto. Il supplizio del fuoco fu d’altronde adoperato a Lione nel 177. Noi abbiamo infine, per quanto riguarda san Lorenzo, la testimonianza di san Damaso riportata più sopra. Senza dubbio, si è minimizzata l’importanza di questo epigramma vedendovi « l’enumerazione delle torture classiche ». Tuttavia, un’altra iscrizione di san Lorenzo in Damaso, che si voleva scartare perché « impossibile a datare », sarebbe, secondo un archeologo romano contemporaneo, antichissima e con molta probabilità dello stesso Papa Damaso [4].
È con la fede, dice il testo, che Lorenzo ha sormontato il tormento delle fiamme in mezzo alle quali passa la strada che conduce al cielo.
Sant’Agostino attribuisce la vittoria di san Lorenzo alla sua eminente carità: « Messo sulla graticola, egli fu bruciato in tutte le membra, fu tormentato dalle pene atrocissime delle fiamme, superando tuttavia tutte le sofferenze del corpo con la forza della carità ».
D’altra parte, il santo Dottore ci lascia intravedere, in termini ammirabili, quelli che dovettero essere gli ultimi istanti del martirio: « La vita del tempo si spegne, ma la vita eterna ne prende il posto. Quale grande dignità e quale sicurezza nel partire gioioso di quaggiù, per raggiungere la gloria in mezzo ai tormenti e alle torture; di chiudere per un istante quegli occhi con i quali vedevamo gli uomini e il mondo e riaprirli subito dopo per vedere Dio…  » (Discorso 303, n. 2).

Preghiera a san Lorenzo.

« Tre volte felice il Romano che ti onora nel luogo in cui riposano le tue ossa! Egli si prosterna nel tuo santuario; bocconi a terra, l’innaffia di lacrime e vi versa i suoi voti. O san Lorenzo è là che noi andiamo a cercare il ricordo delle tue sofferenze, perché tu hai due palazzi in cui dimori: quello del corpo sulla terra, quello dell’anima nel cielo. Il cielo, ineffabile città che ti fa membro del suo popolo, che, nelle file del suo eterno senato, pone sulla tua fronte la corona civica! Con le tue gemme risplendenti appari come l’uomo che la Roma celeste elesse a perpetuo console! Le tue funzioni, il tuo credito, la tua potenza si rivelano agli entusiasmi dei cittadini romani esauditi nelle suppliche che ti hanno presentato. Qualsiasi richiesta viene ascoltata; tutti pregano in libertà, formulano i loro voti; nessuno riporta con sé il suo dolore.
Sii sempre pronto a soccorrere i figli della città regina: che essi abbiano un fermo appoggio nel tuo amore di padre; che trovino in te la tenerezza e il latte del seno materno. Ma tra essi, tu l’onore di Cristo, ascolta anche l’umile postulante che confessa la sua miseria e rigetta le sue colpe. Io mi so indegno, lo riconosco, indegno di essere esaudito da Cristo; ma protetti dai Martiri, si può ottenere il rimedio ai propri mali. Ascolta uno che ti supplica: nella tua bontà, sciogli le mie catene, liberami dalla carne e dal mondo! » [5].

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[1] A. Ferrua, Epigrammata damasiana (Città del Vaticano, 1942), p. 167.
[2] Sacram. Leon., Mense Aug., XXI.
[3] Anal. Bolland. (1933), p. 50.
[4] A. Ferrua, Epigrammata damasiana, p. 168. L’apostrofe di san Lorenzo al suo carnefice: « Rivolta e mangia » sembra improntata agli atti dei santi di Dorostorum martirizzati nell’epoca in cui, precisamente, furono redatti gli Atti di san Lorenzo.
[5] Prudent. ubi supra.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 958-961

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buona notte

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Bella chiesa di Windows Stained di Shari Weinsheimer

http://www.publicdomainpictures.net/browse-category.php?page=120&c=effetti-di-luce&s=9

Omelia 9 agosto 2010 : In spirito e verità (Santa Benedetta della Croce)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13324.html

Omelia (09-08-2008) 
Monaci Benedettini Silvestrini
 
In spirito e verità (Santa Benedetta della Croce)

Come la regina Ester nel brano della prima lettura di oggi, anche Santa Teresa Benedetta della Croce, ha cercato e trovato rifugio nel Signore. La preghiera che segue, nei suoi tratti essenziali, sicuramente è stata ripetuta innumerevoli volte come accorata invocazione, particolarmente da coloro che sorretti dalla fede, hanno dovuto sperimentare la dura prova del dolore e della più cocente passione. Nei campi di sterminio o di fronte all’oppressione violenta del dolore in tutte le sua svariate manifestazioni, è bello e confortante pregare così: « Ricordati, Signore; manifèstati nel giorno della nostra afflizione e a me da’ coraggio, o re degli dèi e signore di ogni autorità. Quanto a noi, salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non altri che te, Signore! ». Fa eco nel brano evangelico il dialogo della Samaritana con Gesù. Lei ha la gioia e l’onore di ascoltare la grande novità che Cristo stesso viene a proclamare: « Credimi, donna… è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. » Si allude alla conversione di Santa Teresa Benedetta, alla sua santità eroica, al suo incontro personale con Gesù Cristo, alla missione che Lei ha dato e sta ancora dando nella chiesa e nel mondo. Adorare Dio in spirito e verità, non è però soltanto un annuncio ecumenico o una rara dote dei santi, vuole essere un monito per tutti noi: dobbiamo esprimere la nostra preghiera e testimoniare con tutta la nostra vita quello spirito che è grazia santificante in noi e quella verità che è Cristo stesso vivo e in perenne comunione con noi.

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein]: Sommo Sacerdote della nuova Alleanza

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100809

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) Martire, Compatrona dell’Europa, festa : Mt 25,1-13
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
La Preghiera della Chiesa, 61s

Sommo Sacerdote della nuova Alleanza

Ogni anima umana è un Tempio di Dio : Questo ci apre una prospettiva ampia e nuova. La vita di preghiera di Gesù è una chiave per capire la preghiera della Chiesa. Cristo ha partecipato al servizio divino del suo popolo, adempiuto [nel Tempio] pubblicamente, e secondo le prescrizioni della Legge… Ha stabilito la relazione più stretta fra questa liturgia e l’offerta della sua persona, donandole così il suo senso pieno e vero, quello cioè di un omaggio di azione di grazie della creazione verso il Creatore. In questo ha portato la liturgia dell’antica Alleanza a compiersi nella liturgia della nuova Alleanza.

Gesù non ha soltanto partecipato al servizio divino pubblico prescritto dalla Legge. Più numerose ancora sono i riferimenti fatti dai vangeli alla sua preghiera solitaria, nel silenzio della notte, sulle cime selvatiche dei monti, nei luoghi deserti (Mt 14,23 ; Mc 1,35 ; etc). Quaranta giorni e quaranta notti di preghiera hanno preceduto la vita pubblica di Gesù (Mc 4,15). Egli si è ritirato nella solitudine della montagna per pregare prima di scegliere i suoi dodici apostoli (Lc 6,12) e di mandarli in missione. Nell’ora del Monte degli Ulivi, si è preparato per andare fino al Gòlgota. Il grido che rivolge a suo Padre nell’ora più faticosa della sua vita ci è svelato in poche brevi parole. Queste parole… sono come un fulmine che rischiara per noi in un istante la vita più intima dell’anima di Gesù, il mistero insondabile del suo essere uomo-Dio e del suo dialogo col Padre.

Questo dialogo certamente è durato per tutta la sua vita senza mai interrompersi. Cristo pregava interiormente non solo quando si ritirava in disparte, a distanza dalla folla, ma anche quando dimorava fra gli uomini.

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