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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 11. LA SPERANZA NON DELUDE (CFR RM 5,1-5)

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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 11. LA SPERANZA NON DELUDE (CFR RM 5,1-5)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 15 febbraio 2017

La Speranza cristiana – 11. La speranza non delude (cfr Rm 5,1-5)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Fin da piccoli ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Nella mia terra, quelli che si vantano li chiamano “pavoni”. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi. In questo passo della Lettera ai Romani, però, l’Apostolo Paolo ci sorprende, in quanto per ben due volte ci esorta a vantarci. Di cosa allora è giusto vantarsi? Perché se lui esorta a vantarsi, di qualcosa è giusto vantarsi. E come è possibile fare questo, senza offendere gli altri, senza escludere qualcuno?
Nel primo caso, siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede. Paolo vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Tutto è dono! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino.
Paolo però esorta a vantarci anche nelle tribolazioni. Questo non è facile da capire. Questo ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui.
Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai, delude. La speranza non delude! Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento, cioè il fondamento della speranza cristiana, è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito – che è l’amore di Dio – come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. “Ma in questo momento brutto?” – Dio mi ama. “E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?” – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama.
Adesso comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci “canali”, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi: la speranza non delude.

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI, San Paolo |on 15 février, 2017 |Pas de commentaires »

CARLO MARIA MARTINI LE CONFESSIONI DI PAOLO – CONVERSIONE E DELUSIONE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo4.htm

CARLO MARIA MARTINI LE CONFESSIONI DI PAOLO – CONVERSIONE E DELUSIONE

Ci proponiamo di riflettere su come Paolo ha vissuto il periodo che comprende circa dieci anni dall’evento di Damasco. Se collochiamo l’incontro di Damasco verso l’anno 34-35 arriviamo fino al 45-46, che segna l’inizio della prima missione dell’ Apostolo veramente riuscita, a Cipro ed in Asia Minore.
Sono dieci anni di esistenza oscura e difficile.
Paolo non ne parla molto, forse anche per un certo pudore, perché dovrebbe dire delle cose spiacevoli verso la comunità che l’ha accolto: qua e là, però, qualcosa trapela.
Teniamo poi presente che egli incomincia a scrivere dopo 13-14 anni dall’esperienza di Damasco, quando ha ormai raggiunto la maturità e la pienezza del Mistero di Cristo che aveva visto.
Vogliamo capire cosa è successo, perché rappresenta un tipico approfondimento doloroso e insieme costruttivo della conversione fondamentale.
Signore, tu tieni in mano ogni cosa. Tu hai tenuto in mano la vita di Paolo in maniera aperta e grandiosa dal momento della sua conversione. Tu non l’hai mai abbandonato anche nei momenti difficili in cui egli forse non sapeva che cosa gli stava succedendo. Tu ti sei manifestato a lui con amore misericordioso forse proprio là dove stava per abbandonare il ministero. Donaci di comprendere la tua misericordia su di noi perché possiamo, con fiducia, accettare la tua guida, credere nel significato provvidenziale di ciò che è avvenuto e avviene nella nostra esistenza cristiana e sacerdotale. A gloria tua, nella forza dello Spirito, per intercessione di Maria e di tutti i Santi. Amen.
Per la nostra riflessione:
- prima leggeremo i testi;
- poi ci domanderemo qual è la storia che si può ricavare da questi testi;
- in un terzo momento vedremo quali sono le motivazioni dietro la storia;
- ci chiederemo qual è stata l’esperienza di Paolo in quei dieci anni;
- infine concluderemo con una parola su di noi.
I testi« Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. Tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: « Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti? ». Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. Trascorsero cosi parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta. Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Cosi egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo. Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria» (At 9, 19-31).
Già qui si potrebbe notare, un po’ maliziosamente, anche se non è nell’intenzione del testo, che, partito Paolo per Tarso, la Chiesa è in pace; si è tolta di mezzo una persona che creava scompiglio e disturbo.
Un altro testo interessante lo troviamo nella lettera ai Galati: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… si compiacque di rivelare a me suo Figlio… senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni, andai a Gerusalemme per consultare Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: « Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere ». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito» (Gal 1, 15 – 2,1). È un’altra serie di fatti.
Per analogia con questi quattordici anni, aggiungiamo un altro testo: «Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze» (2 Cor 12, 1-5).
Paolo è molto rispettoso nel descrivere l’atmosfera di questi anni, ma qualche volta si scatena. Come, ad esempio, nella lettera ai Filippesi, là dove, ritrovandosi in situazione analoga a quelle già vissute, dice: «Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere! Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Gesù Cristo, senza avere fiducia nella carne, sebbene io possa confidare anche nella carne» (Fil 3, 2-4). Ritornano alcune frasi della lettera ai Galati che fanno pensare ad un collegamento delle emozioni di quel tempo.
La storia dei fatti
Cosa è avvenuto in realtà? Alcuni fatti sono abbastanza evidenti. Dopo la conversione, Paolo comincia a predicare, probabilmente non abitando sempre a Damasco; e qui c’è la sua permanenza in Arabia, forse nei dintorni delle città presso popolazioni arabe, perché la sua presenza non era tanto gradita.
Ad un certo punto le autorità si preoccupano e suscitano una tale opposizione che deve fuggire. Non si legge che la comunità lo abbia né sostenuto né richiamato: rappresentava un fattore di disturbo, anche se lo ammiravano per il suo zelo.
Dopo questa fuga non si ricorda più che sia ritornato a Damasco o abbia di nuovo coltivato quel gruppo di discepoli.
A Gerusalemme succede un po’ la stessa cosa: non dei pericoli clamorosi come quelli di Damasco, e quindi non una fuga cosi avventurosa. Però la sua predicazione diventa via via troppo vistosa, i fratelli si preoccupano di lui e lo riportano in patria. In altre parole, viene ringraziato e rimandato.
Ai due eventi di Damasco e di Gerusalemme segue un periodo di assoluta solitudine in patria e di sconforto. Lo si deduce dal fatto che questo tempo termina con la grande visione di cui parla la seconda lettera ai Corinti, che si può considerare come una ripresa che il Signore fa della prima apparizione di Damasco. La nuova visione della gloria di Dio, della quale forse era stato tentato di dubitare, chiude: un periodo di solitudine e di amarezza.
Riassumendo, i dieci anni dalla prima conversione sono stati anni di difficoltà, di scontri, di disagi provocati dal suo modo troppo focoso di predicare, dal suo esporsi eccessivamente. Sono stati anche anni di solitudine, di silenzio, di sconforto.
Quando Paolo racconta queste cose, le vive ormai nella pienezza del suo secondo ministero, e quindi non vi indugia più.
È interessante notare questa sequenza dei quattordici anni che viene ripetuta due volte. Il primo doppio settenario va dalla conversione alla seconda visita a Gerusalemme.
L’altro doppio settenario è quello indicato nella seconda lettera ai Corinti: tra il momento della visione e il momento in cui scrive la lettera. Mentre scrive, la sua vita gli appare come due periodi sabbatici. Gli Ebrei, infatti, solevano, a quel tempo, calcolare anche gli eventi e la vita secondo un ciclo settenario che corrispondeva al periodo che si concludeva con l’anno sabbatico.
Dopo ventotto anni dalla conversione, Paolo ha imparato a calcolare la vita secondo un ritmo sacro: ha già visto in una luce provvidenziale ciò che gli è avvenuto e si è addirittura accorto che questo coincideva con il computo sacro del tempo. Ma mentre viveva quei periodi intermedi, non aveva ancora la chiarezza del perché la sua vita si svolgesse così.
La storia dei dieci anni dopo Damasco (che copre l’arco dell’età di Paolo dai 25-30 anni ai 35-40 anni) possiamo ricostruirla, dunque, come disagio a Damasco, incomprensione a Gerusalemme, momenti di solitudine e di sconforto.
Le motivazioni dei fatti
Ci chiediamo: durante questo tempo c’è in Paolo qualcosa che non ha girato bene, oppure tutta la colpa è degli altri che non l’hanno capito, l’hanno osteggiato, non l’hanno difeso, hanno preferito disfarsi di lui, non l’hanno saputo valorizzare? Probabilmente, come in ogni cosa umana, il torto sta da entrambe le parti.
È vero che soprattutto i giudeo-cristiani, legati ad una visione angusta dell’apostolato, con molte paure e molte riserve, non l’hanno capito, non l’hanno saputo valorizzare nel timore che il suo modo di agire producesse più danno che vantaggio. Gli avversari poi si sono scagliati contro di lui perché intuivano che era un uomo-chiave. Dai primi e dai secondi, con quegli accordi taciti che talora avvengono, Paolo è stato eliminato.
Al di là di questo, però, io penso che Paolo stesso, interrogato, confesserebbe che qualcosa anche in lui non ha girato del tutto bene. Gli è accaduto ciò che avviene nelle conversioni grandi e rapide, in cui tutto appare nella luce migliore e più pura, e il motivo della conversione non è un cambiamento di bandiera o di campo, ma è la nuova visione della vita che in Gesù gli si presenta: è il totalmente altro, è l’opera di Dio.
Ma quando poi si tratta di riprendere la vita quotidiana, l’uomo si ritrova se stesso, e Paolo si butta nella nuova missione con lo stesso entusiasmo con cui si era buttato in quella precedente, trasferisce il suo zelo da un campo all’altro e ritorna ad appassionarsi dell’opera come se fosse sua.
Allora il Signore permette un periodo di durissima prova di purificazione perché impari che la conversione non gli ha fatto cambiare oggetto di attività, ma ha formato in lui un altro modo di essere, un altro modo di vedere le cose, che deve macerare lentamente prima di integrarsi nella sua personalità.
Le idee erano chiare, le parole anche; però il modo istintivo di agire ritornava ad essere quello di prima.
Facendo queste reinterpretazioni stiamo forse parlando più di noi che di Paolo. Nel cammino della ricerca di Dio noi desideriamo chiarire sempre meglio le nostre motivazioni, ma sappiamo bene che ciò non va d’accordo con l’immediato cambiamento del nostro modo istintivo e possessivo di collocarci in rapporto alle cose e alle situazioni. Questa possessività si trasferisce dal campo materiale al campo spirituale, dal campo degli interessi economici a quello degli interessi dello spirito e ci ritroviamo sempre un po’ noi stessi, sempre bisognosi di purificazione continua, al di là delle parole che diciamo o dei bei concetti che formuliamo.

L’esperienza vissuta da Paolo
Possiamo, a questo punto, chiedere a Paolo: Come hai vissuto questi dieci anni? Che cosa è stata per te questa prova di solitudine e di emarginazione rispetto alla comunità? Che cosa pensavi a Tarso la sera, in riva al fiume,’ quando andavi a passeggiare là, solo, e nessuno ti conosceva e riandavi alla via di Damasco? Che cosa sono state le prime prediche a Gerusalemme mentre ti sentivi tanto lontano da quel mondo, e a un certo punto ti veniva quasi l’idea che tutto fosse stato un sogno? Come hai vissuto questa esperienza drammatica?
Paolo ci ricorda innanzi tutto che non è stato il primo a vivere questa esperienza.
Mosé, cacciato dall’Egitto e dimenticato dal suo popolo, molti secoli prima di lui ha vissuto nel deserto una simile esperienza. Anche Elia si è sentito abbandonato da tutti, è fuggito nel deserto, tremendamente solo.
Parlandoci dei suoi sentimenti, Paolo ci può dire che la prima reazione è stata certamente di indignazione, di rivalsa ed anche di risentimento. Perché perdere le forze e la vita per gente che tratta male, per una Chiesa e per dei cosiddetti fratelli che non ne vogliono sapere? È un risentimento che cova dentro, che non lascia in pace e che alla fine – come sempre accade – diventa anche risentimento contro Dio. Perché Cristo mi ha chiamato con tante parole per poi ridurmi a lavorare nella mia bottega di T arso senza prospettive? C’è veramente un disegno di Dio sulla mia vita oppure sono sogni del passato? Che cosa volevano dire quelle parole che mi erano risuonate all’orecchio (le parole che riprenderà nel discorso ad Agrippa: «Ti sono apparso per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani» – At 26, 16-17)? Il risentimento contro Dio è la difficoltà ad accettare la provvidenza e il modo misterioso e incomprensibile dell’azione divina.
Paolo è passato – possiamo dire con certezza – per questi momenti. Sono momenti attraverso i quali passano i santi. Nessun santo è stato risparmiato da questo travaglio interiore e quindi nemmeno l’Apostolo. Ma dopo l’indignazione e il risentimento, come succede con la grazia di Dio quando la prova viene macerata dentro, emerge la riflessione e nasce una domanda piccola ma capace di squarciare il nero di un cielo che non presenta aperture: «E se ci fosse anche qui una parola provvidenziale di Dio per me? ». Al termine dell’ora media, mi veniva in mente, ascoltando il brano biblico da Giobbe 5, 17-20, che una parola come questa può essere penetrata adagio adagio, quasi come una medicina, nel cuore di Paolo. « Felice l’uomo che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana. Da sei tribolazioni ti libererà e alla settima non ti toccherà il male; nella carestia ti scamperà dalla morte e in guerra dal colpo della spada ».
Lui che certamente leggeva e rileggeva la Scrittura, viene medicato dalla Parola di Dio che anche qui attua la sua funzione di balsamo, di liberazione e di consolazione.
Riascoltandola, la riflessione diventa illuminazione e Paolo rientra in quella luminosa rivelazione che era stato l’incontro di Damasco. Vi rientra secondo due linee che appaiono dalle sue lettere.
a) Una linea è una riflessione escatologica che svilupperà nella 1 Corinti: «Fratelli, il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno» (1 Cor 7, 29 ss.). Paolo ridimensiona il suo zelo appassionato, accorgendosi che si era legato a progetti immediati, mentre il Regno di Dio è al di là e al di sopra di tutto; che le cose per buone e interessanti che siano, passano, « ma è il Signore che rimane.
b) Una seconda linea è una illuminazione: l’opera è di Dio: è Dio che pone tempi e condizioni.
Si attua: per Paolo una seconda espropriazione di sé. La prima, quando aveva buttato dietro di sé i suoi privilegi di fariseo, di ebreo figlio di ebrei. La seconda espropriazione sta nel dover perdere ciò di cui poteva giustamente vantarsi: apostolo dalla parola facile, dal linguaggio persuasivo, focoso, violento, molto superiore alla timida espressione degli altri di Gerusalemme.
Paolo capisce che tutto questo è importante, ma l’opera è del Signore: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone» (Rm 14, 4). Nelle nostre ipotesi le cose dovevano andare in un certo modo, però è il Signore che ha in mano l’opera: «Che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? » (1 Cor 3, 5). E prosegue: «Siamo ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. lo ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3, 5-9). Non siete il « mio» campo, il « mio» edificio: è l’edificio di Dio.
Attraverso le esperienze dolorose Paolo giunge alla percezione molto semplice che Dio è il Signore e che il ministro di Dio si prepara liberando il cuore da tutto ciò che poteva essere successo proprio, divenendo strumento sempre più adatto nelle mani di Dio.
Nella visione del terzo cielo descritta nella seconda lettera ai Corinti, l’Apostolo comprende cose che non sappiamo perché non le abbia volute descrivere. Certamente riprende coscienza dell’assolutezza e della trascendenza indescrivibile del mistero di Dio che gli era diventato così vicino nell’apparizione del Cristo da sembrargli suo, mentre in realtà è al di là di ogni capacità umana di parlarne e di disporne.
È a questo punto che giunge a T arso la notizia che è arrivato Barnaba per dire a Paolo che, se vuole, ad Antiochia c’è una comunità giovane che lo desidera. Gli propone di andare con lui per cominciare a lavorare. È il secondo momento dell’attività apostolica. Egli riprende, in forma nuova, ciò che già dieci anni prima aveva iniziato con tanto zelo ma mettendoci dentro non poco di sé. Nel misterioso disegno di Dio, tutto questo aveva dovuto passare per il fuoco purificatore.
Una domanda per noi
Dopo aver cercato di interpretare la vicenda di Paolo nel suo esilio di Tarso, ci facciamo l’ultima domanda: il nostro zelo per chi è?
È difficile rispondere perché lo zelo è fondamentale nell’impegno apostolico; la parola stessa indica qualcosa che divora, che coinvolge. Proprio perché ci coinvolge tanto, corriamo il rischio della possessività.
- Quando ci siamo convertiti nella seconda maniera?
- Ci sono stati, nella nostra vita, momenti nei quali la prima conversione, la prima integrazione tranquilla delle realtà battesimali nella famiglia, nella parrocchia – pur senza indicare una conversione precisa -, è stata rimessa alla prova, magari in un’esperienza nella quale alcuni aspetti della nostra possessività apostolica sono stati vagliati, passati attraverso il setaccio e forse attraverso difficoltà che ei hanno notevolmente colpito?
- A prescindere da quando il Signore ei ha chiamati alla seconda conversione, qual è la qualità del nostro zelo?
Lo zelo autentico è quello che coinvolge profondamente senza mettere in questione noi stessi. Se siamo respinti o se non troviamo lo sbocco che desideriamo, ciò non deve diventare un problema personale che causa depressioni, sconforti e che porta al limite dell’abbandono o al limite della rassegnazione.
Tutto questo avviene, quasi sempre, perché siamo fatti in maniera che non possiamo buttarci in una cosa senza coinvolgerei in essa e non possiamo coinvolgerei storicamente senza che la nostra figura, anche personale e psicologica, vi sia dentro. Non possiamo vivere le vicende in cui l’opera di Dio si manifesta senza sentircene toccati e talora in maniera dolorosa. Ma è proprio lì che la Provvidenza ei attende e non per rimproverarci. Se Paolo è passato tra queste prove noi non siamo migliori di lui. Se lui si è sentito coinvolto nella propria immagine, capiterà anche a noi. Non ei viene detto di non aspettarci questo tempo: piuttosto, ei è detto che è un tempo provvidenziale, che è tempo di rivelazione del mistero di Dio, che è apparizione di Cristo sulla via di Damasco.
Non ci viene chiesto di essere invulnerabili ma di aprire gli occhi al disegno misericordioso di Dio. Come per Paolo c’è stata una via di misericordia, così anche per noi: in tutte le difficoltà, piccole o grandi, che il nostro coinvolgimento apostolico comporta, c’è una parola misericordiosa di salvezza.
La parola di Giobbe: «Dio ferisce e risana », prova che il Signore ei ama e ei purifica perché vuole fare di noi dei servitori adatti del Vangelo, interiormente liberi.
Chiediamo l’intercessione di Maria. Lei che fin dall’inizio ha vissuto questa libertà ma che ha dovuto integrarla alla sua vita attraverso la sofferenza, domandi al Signore di farei passare attraverso le prove senza che la nostra libertà interiore ne sia condizionata, diminuita, o mortificata. Il Signore ei purifichi e la nostra libertà sia pronta per riprendere ad Antiochia l’esperienza della nuova chiamata di Paolo.

NEL BUIO, UNA LUCE – «LA MIA POTENZA SI MANIFESTA PIENAMENTE NELLA DEBOLEZZA». (2 CORINZI 12,9)

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NEL BUIO, UNA LUCE

EDITORIALE

«LA MIA POTENZA SI MANIFESTA PIENAMENTE NELLA DEBOLEZZA». (2 CORINZI 12,9) 

«Vittoria… disfatta… queste parole non hanno senso. Sotto queste immagini c’è la vita; la vita che prepara altre immagini. Una vittoria indebolisce un popolo, una disfatta ne rianima un altro».      (Antoine de Saint-Exupéry)

     La nostra è un’epoca di grandi risultati e di grandi mete raggiunte! Il progresso e la fiducia nella scienza hanno condotto il genere umano a conquiste che si ritenevano solo cent’anni fa insperate. Abbiamo da poco celebrato il trentesimo anniversario dell’approdo dell’uomo sulla Luna; vent’anni fa iniziava l’inarrestabile ‘rivoluzione informatica’, destinata a entrare capillarmente e di prepotenza nel mondo del lavoro; per non parlare poi delle tante, piccole, ma incisive acquisizioni in ambito bio-medico. Grandi conquiste dunque hanno dinamicizzato la società e i rapporti tra i paesi, hanno aperto nuove frontiere della conoscenza e del sapere, costruendo più sicurezze per il futuro.     Eppure tutto questo non ci ha protetto più di tanto dal vivere esperienze concrete molto umane, dal sapore ancestrale, come quella del fallimento: nella nostra progettualità tutto o in parte può riuscire o compiersi; ma non è escluso ­ e qualche volta ciò accade ­ che tutto si risolva in un insuccesso, in un fallimento, parziale o totale che sia. L’insuccesso ­ a livello personale e sociale ­ è ben vivo e radicato nella nostra società contemporanea. Nessun soggetto ne è esente: può essere l’affermato politico, costretto alle dimissioni a causa di uno scandalo; oppure il popolare attore che, trascorso il periodo di notorietà, cade nel vortice della depressione perché non riesce più a ‘calcare la scena’. Più comunemente: l’affiatata coppia che, dopo anni di matrimonio e di consolidata unione, decide di separarsi; il parroco del paese che, pur avendo dato prova di essere un brillante predicatore ed essersi dimostrato prodigo di cure e attenzioni verso i fedeli, ritorna sulla propria scelta e abbandona il sacerdozio. Si constata con una punta di amarezza che le proprie forze non sono all’altezza del ruolo che si sta svolgendo (prete, religioso, marito, madre, ecc.).     Gente comune e gente importante indistintamente possono fallire, possono accorgersi di aver sbagliato, di aver percorso magari nella loro vita per un tratto (a volte, con tragicità, per tutto il cammino) la strada errata. Istintivamente si cerca di rimuovere la crisi, oppure di minimizzare, di ignorarla, impegnandosi magari in attività febbrili; altrimenti ci si abbandona alla rassegnazione e a praticare forme compensatorie, quasi che il fallimento sia una colpa spassionatamente personale. La psicologia giustamente ci avverte che il fallimento in sé e per sé non è da considerarsi necessariamente colpevole. Certo, può essere originato da una propria debolezza corporea o psichica, da una malattia, da un concorso di sfortunate circostanze che lo stesso soggetto ­ a sua insaputa ­ contribuisce a creare. Ma non è in sé e per sé una colpa.     Come risponde un cristiano con la propria fede davanti al fallimento personale? Con delusione, arrendevolezza, cinismo? Oppure con speranza e attesa? È possibile affrontare in modo cristiano queste esperienze? E la teologia, oltre a proporre situazioni ideali di vita cristiana, che cosa può direi al riguardo?     La comprensione cristiana sul fallimento parte obbligatoriamente da Cristo. La sua vita terrena termina con una sconfitta, con un fallimento, dal punto di vista umano. Questo giovane ebreo trentenne, che socialmente minacciava di destabilizzare i poteri forti locali, viene condannato a morte. Anche lui sulla croce tocca il limite estremo del fallimento (la morte) e vive l’esperienza dell’impotenza: ‘Non può salvare se stesso’, gli gridano ai piedi della croce. Il Figlio piange, urla, ma accetta nella volontà del Padre il limite che sta vivendo. La pietra sul sepolcro è la sconfitta delle sue parole, ormai destinate a restare mute.     Ma è proprio a partire dal suo fallimento che in Gesù si manifesta il ‘successo’ di Dio, è nella debolezza che la potenza divina si dimostra pienamente (cf. 2Cor 12,9). Abbandonandosi a tale destino, Cristo non guadagna nulla di più per sé. Sa e spera che anche in quel momento la sua esistenza ha un senso per il Padre. Nel fallimento della croce ‘si incarna’ l’amore del Padre, un amore che non conosce limiti, trasformando in gloria la sconfitta. E quei segni infamanti del dolore sulla croce, quei segni evidenti della sconfitta diventeranno segni tangibili di fede: non a caso Gesù, apparendo agli Undici, mostra le piaghe sulle mani e sul costato per dipanare le loro paure, i timori e i sospetti.     L’esperienza terrena di Gesù forse non risolleverà più di tanto dal personale dolore davanti a un nostro fallimento. Non giustifica, non spiega i tanti ‘perché’ dei nostri fallimenti. Tuttavia ci induce a pensare che ogni fallimento ­ compreso quello ‘estremo’ alla progettualità umana, qual è la morte ­ non è l’ultima parola della nostra esistenza. Quanto è accaduto a Gesù accende una luce nel nostro piccolo o grande buio personale, annuncia un possibile futuro di gloria.       Il presente numero si divide sostanzialmente in due parti. Nella prima viene data una lettura in chiave psicologica di questa esperienza dell’uomo (GIUSEPPE SOVERNIGO). Il Messia sconfitto come paradigma per la vita cristiana è il tema svolto da PAOLO GIANNONI. Abbiamo chiesto a GIANNINO PIANA  di illustrarci quale particolare linguaggio la nostra religiosità ha sviluppato innanzi a questo tipo di esperienze. La riflessione di ALDO NATALE TERRIN descrive le suggestioni e le soluzioni che prospetta la ‘Deep Ecology’.     La seconda parte del fascicolo è senz’altro un po’ anomala, ma non meno istruttiva della prima. Abbiamo preferito proporre poche teorie per comprendere queste intime situazioni di vita e domandare ad altri di narrare la loro storia personale. Tra le tante esperienze raccontabili, abbiamo scelto quelle di alcuni malati gravi, di coppie sposate e di persone consacrate.

a.f.

Publié dans:meditazioni bibliche, San Paolo |on 3 mars, 2016 |Pas de commentaires »

LA LAICITÀ DEL CREDENTE – IL RAPPORTO CON IL MONDO NELL’EVANGELO DI GESÙ E DI PAOLO

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LA LAICITÀ DEL CREDENTE – IL RAPPORTO CON IL MONDO NELL’EVANGELO DI GESÙ E DI PAOLO

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 11 febbraio 2006

Ho scritto vent’anni fa un libretto sulla laicità del credente: se oggi dovessi tornare sull’argomento, eviterei il termine « laicità », troppo polisemico e ambiguo, sostituendolo con un termine più in sintonia con le testimonianze bibliche, quello di « mondanità ».
L’esperienza dei credenti, dei cristiani nel mondo, è un’esperienza « mondana ». Il termine « mondanità », più che quello di « laicità » è in sintonia con le testimonianze bibliche.
I testi di Paolo su questo tema, sono abbastanza difficili, ma se letti un po’ attentamente, risultano stimolanti anche per noi.
IL « MONDO » PER PAOLO
Innanzitutto, Paolo per « mondo » usa due vocaboli che derivano dal giudaismo greco, non dalla tradizione ebraica più antica, che parla di Mondo come creazione di Dio. Anzitutto « kosmos »: il mondo come realtà bella e ordinata e poi « aion », cioè « il mondo nella sua durata », noi diremmo « le generazioni del mondo che si succedono ».
Soprattutto in Gesù e Paolo, il problema del mondo non è tanto sapere che cos’è il mondo, che cos’è il tempo, ma il rapporto tra noi e mondo. O, in altra prospettiva, che cosa vuol dire il tempo, il mondo per noi.
Nel corso di quest’anno voi analizzate soprattutto il versante dei credenti nel mondo, cioè la presenza dei credenti nella politica e nella società. Io ho scelto dei testi un po’ difficili e anche a prima vista ambigui in Paolo, per riuscire a dire qualche cosa su questo argomento così complesso. Sono testi difficili, ma che bisogna avere il coraggio di affrontare, perché sono anche molto importanti. Certo, Paolo non è l’unico, ma è una presenza abbastanza significativa delle scritture cristiane.
1 Corinzi 5,9-11: la comunità dei credenti dentro la storia
« Vi scrissi nella mia lettera di non mescolarvi con i debosciati, ma non intendevo in ogni caso riferirmi ai debosciati di questo mondo o agli avari, ladri, idolatri. Altrimenti dovreste uscire dal mondo. Vi scrissi invece di non mescolarvi con chi portando il nome di fratello è debosciato o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro: non mangiate neppure insieme a tale persona. »
1 Corinti è una lettera inviata alla chiesa che Paolo aveva fondato a Corinto. Corinto era una città portuale, allora molto importante. La Corinto greca era stata distrutta dai Romani nel 150 circa prima di Cristo, ma poi nel 49 Giulio Cesare l’aveva rifondata come colonia romana. Corinto rappresentava l’incontro di due culture, la greca e la romana. Qui confluivano vari gruppi sociali. Mentre Atene in quel periodo era in crisi, Corinto era la grande città, dove si tenevano anche i giochi panellenici (non solo ad Olimpia!). In quel mondo culturale molto vivo e variegato assistiamo al primo incontro, o scontro per qualche verso, di una comunità cristiana nel mondo, in una città a cultura metropolitana.
In una prima lettera andata perduta alla comunità di Corinto, che Paolo aveva fondato nel 50 circa, vi era questa sorprendente esortazione: « Voi dovete evitare l’incontro con i pornoi ». I pornoi erano i debosciati. Però la parola pornos non vuol dire solo il debosciato sessuale, ma anche, secondo la polemica giudaica, l’idolatra. Gli Ebrei chiamavano « immorali » i pagani che adoravano le divinità. Poiché però Corinto era anche una città eticamente molto corrotta, il significato di questa parola ondeggia tra « idolatria » e « licenziosità etico-morale, sessuale ».
Allora i credenti di Corinto hanno risposto a Paolo, chiedendogli come fosse possibile per loro, che erano un piccolo gruppo di 40-50 persone al massimo in una città che poteva avere trecento-quattrocentomila abitanti, evitare l’incontro con gli idolatri, con i debosciati, con i pagani. E Paolo nella risposta torna sulla sua esortazione precedente e chiarisce che c’è stato un equivoco, un’incomprensione, affermando che non si riferiva ai debosciati di questo mondo, ma ai debosciati che sono fratelli, che appartengono alla comunità. Se i credenti infatti non dovessero mischiarsi con la società, dovrebbero uscire dal mondo. Paolo afferma quindi chiaramente che l’esistenza della comunità cristiana è un’esistenza « nella » società, « nel » mondo. È un’esperienza di chi « fa parte » di questa società, di questa città, del mondo. L’esistenza cristiana non è un’esistenza che si deve vivere in uno spazio separato, al di sopra della società, ma dentro la società, assumendo la rete dei rapporti, assumendo la mescolanza. In Italia si è discusso e si discute sui « meticci », sul « meticciato ». Appena ne ho sentito parlare, ho pensato che l’esempio più chiaro di meticciato è Gesù! Gesù è un meticcio: figlio di Dio e figlio dell’uomo!
LA LETTERA AI GALATI: LIBERI DAL MONDO IDOLATRICO E DALLA LEGGE MOSAICA
Il secondo testo molto più impegnativo e problematico comprende vari brani della lettera ai Galati. Si tratta di una lettera enciclica, perché inviata a diverse comunità della Galazia. La regione galata era stata abitata dal 200 circa a.C. dai Galli, dai Celti, che, venuti dalla Francia, si erano sedentarizzati al centro della penisola anatolica, dando vita ad un regno. Nel 25, con la morte dell’ultimo re dei Galati, Aminta, il regno passò ai Romani, i quali hanno poi costituito con le regioni più vicine la famosa provincia di Galazia, con capitale Ancyra, l’attuale Ankara. Paolo aveva fondato alcune comunità in questa regione, comunità che poi avevano ricevuto la visita di missionari giudeo-cristiani tradizionalisti, o addirittura reazionari. Questi missionari affermavano che il vangelo della libertà di Paolo era un vangelo annacquato, presentato così per avere più facilmente l’adesione dei Galati, mentre il vangelo vero di Gesù Cristo esigeva anche la circoncisione (si rivolgevano a dei pagani) e quindi l’osservanza della legge mosaica.
Paolo scrive a questi Galati, che godevano della libertà di cristiani, cercando di parare la loro ricaduta nella religione mosaica, in cui Cristo era soltanto un’aggiunta. Cristo, in questa concezione, veniva inserito dentro uno schema che riservava la salvezza esclusivamente a coloro che avevano la circoncisione, che cioè osservavano la legge mosaica.
All’inizio di questo testo molto difficile, e anche ambiguo, dice:
« Io Paolo… alle chiese della Galazia. Grazie a voi e pace da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per i nostri peccati… » (Gal 1,4)
In questa affermazione appare una fede cristiana « prepaolina », propria dei giudeo-cristiani, convinti che i sacrifici di espiazione del tempio di Gerusalemme non fossero più il sacramento del perdono, perché sostituiti dalla morte di Gesù, il nuovo sacramento del perdono. I tradizionalisti giudeo-cristiani ritenevano però che Gesù dovesse essere coordinato con la religione mosaica, mentre Paolo vedeva in questo coordinamento una diminuzione della forza salvifica di Cristo. Per Paolo la salvezza non sta nel perdono dei peccati, non dipende dalla conversione, ma è qualcosa di molto più radicale. Infatti il perdono dei peccati risolve solo sul momento la situazione. E allora Paolo, iniziando la sua lettera, per persuadere i suoi ascoltatori della propria fedeltà alla tradizione, nonostante tutta la sua radicalità, riporta anzitutto la formula tradizionale protocristiana della morte di Cristo come sacramento del perdono dei peccati al posto dei sacrifici del tempio, ma per dire subito dopo dove sta esattamente l’azione di Cristo:
« affinché Egli ci riscatti da questo mondo malvagio ».
La salvezza quindi non sta tanto nel perdono dei peccati ma in un evento di liberazione e di riscatto da « questo mondo malvagio ». L’espressione « questo mondo » è abbastanza ambigua e in Paolo di solito ha valore deteriore, peggiorativo. Non indica il mondo nella sua fisicità, ma nel suo rapporto con gli uomini e quindi si riferisce alla storia, alla società. Che cosa sia questo mondo malvagio Paolo lo precisa nel capitolo quarto della lettera: questo mondo è una realtà negativa anzitutto perché è un mondo idolatrico.
Le piccole comunità cristiane come quella di Corinto o come quelle presenti nell’impero romano erano a contatto con un’umanità idolatrica, un’umanità che piegava le ginocchia davanti a realtà create, come se fossero Dio. Allora in Galati 4, riferendosi a questi credenti di Galazia, che si erano convertiti alla sua predicazione, Paolo dice:
« Un tempo voi che non conoscevate (qui conoscere significa riconoscere, non è un atto di conoscenza intellettuale) il Dio creatore eravate schiavi di dei che non sono tali per natura » (Gal 4,8)
L’ambiente in cui Paolo comunica con le sue comunità è idolatrico, è un mondo schiavo di queste divinità, che in realtà sono delle nullità, e che hanno consistenza solo per quelli che le riconoscono.
Abbiamo un testo parallelo in 1Corinti, 8, 5-6, in cui Paolo dice:
« Anche se ci sono dei cosiddetti dei sia in cielo che in terra – come di fatto c’è una quantità di dei e signori -, per noi invece esiste un solo Dio, il Padre… e c’è un solo Signore, Gesù Cristo ».
Ci sono molti dei e molti signori riconosciuti, adorati, venerati, a cui si serve, ma noi credenti in Cristo riconosciamo un solo Dio, il Padre, e un solo signore, Gesù Cristo. Allora gli dei erano i capi delle nazioni, gli imperatori, i signori, che avevano il potere di vita e di morte su tutti.
« Lui ci ha riscattati, liberati da questo mondo malvagio » vuol dire allora che Cristo ci ha liberati da un mondo in quanto espressione idolatrica, in quanto ambiente in cui si piegano le ginocchia davanti a realtà umane, create come se fossero degli dei, da un mondo schiavizzato.
Oggi il mondo idolatrico si manifesta in forme nuove, per esempio nel grande feticcio del mercato. Si parla delle « leggi del mercato » del « libero mercato » come se fossero il decalogo! È un mondo idolatrico, dove si adora il mondo, dove le persone sono sacrificate al mondo, dove le persone si inginocchiano davanti alle leggi del mondo.
E Paolo ci dice: « Cristo ci ha riscattati da questo mondo idolatrico » Questa è la prima caratteristica.
Una seconda caratteristica riguarda la circoncisione e la legge mosaica.
Paolo scrive ai credenti di Galazia, i quali volevano farsi circoncidere, perché i predicatori giudeo-cristiani avversari di Paolo, dicevano che se non si fossero fatti circoncidere, essi non avrebbero avuto la salvezza. Cristo non basta, si deve osservare anche la legge mosaica.
Paolo pone un’equivalenza tra l’idolatria del mondo pagano (« quelli che non conoscono Dio perché sono schiavi di divinità che non sono realmente tali ») e l’adorazione della legge propria del mondo giudaico. La legge mosaica è qui considerata non nella sua derivazione divina, ma in quanto elemento che costituisce il centro dell’esistenza delle persone. I predicatori giudeo-cristiani infatti sostenevano che senza circoncisione, cioè senza l’assunzione della legge mosaica, non c’è salvezza. In questo modo, la legge, e quindi la religione mosaica, viene eretta a dio di questo mondo (gli uomini si definiscono in rapporto al possesso o alla privazione della legge mosaica).
La legge mosaica, la circoncisione, era per natura sua un elemento discriminante, perché quelli che avevano la legge e la osservavano, erano accolti da Dio, erano sulla via della salvezza, mentre quelli che non avevano la legge mosaica, i gentili, i pagani, erano ipso facto considerati peccatori. Lo dice Paolo stesso in Galati 2, quando si rivolge a Pietro, in seguito alla scissione della comunità di Antiochia. Antiochia era una comunità mista, dove le regole della dietetica e della tradizione ebraica non erano osservate, e tutti i credenti mangiavano insieme nella libertà cristiana. Poi erano arrivati alcuni da Gerusalemme, mandati da Giacomo, fratello del Signore Gesù, che sostenevano che non si dovesse mangiare insieme, perché c’erano le regole da rispettare. Pietro aveva ceduto e si era ritirato con quei giudeo-cristiani circoncisi che mangiavano secondo le regole, lasciando soli i poveri pagani convertiti, causando così una scissione nella comunità. Paolo afferma di avere contrastato Pietro a viso aperto, perché il suo comportamento era meritevole di condanna e fonte di scandalo. Così rimprovera Pietro: « Noi giudei che per natura siamo tali e per condizione naturale non siamo dei peccatori provenienti dal mondo dei gentili. » (Gal 2,15)
Mentre i gentili erano nella situazione di essere peccatori (non perché commettessero dei peccati, ne commettevano anche i giudei), i giudei, all’interno del sistema mosaico, avevano i mezzi per ottenere il perdono attraverso il pentimento e i sacrifici espiatori.
Possiamo così comprendere ora pienamente il « Lui ci ha liberati da questo mondo malvagio »: Cristo ci ha liberato da questo mondo idolatrico, in cui impera l’idolatria, l’adorazione delle cose, delle persone, dei capi, delle creature, Cristo ci ha liberato da questo mondo dove vige la regola della discriminazione prodotta dalla legge mosaica, da questo mondo dove si adora la religione.
Altro che la religione civile! Paolo dice che Gesù ci ha riscattati da questo mondo in cui la religione mosaica, (patto sinaitico, riti di espiazione) era discriminante nei confronti di coloro che erano per condizione degli esclusi.
L’evento liberante di Cristo è pertanto un evento liberante dal mondo dell’idolatria e dal mondo delle religioni (anche della religione cattolica!), intendendo per religioni un insieme di credenze, un insieme di riti, di espressioni sociali che sono separanti, escludenti.
In realtà, il mondo giudaico aveva un respiro universalista, che implicava però l’assimilazione dei diversi. I giudei cioè non sostenevano che il loro Dio salvasse solo loro. La salvezza riguardava tutti, anche i gentili, a condizione che i gentili si facessero ebrei, cioè accettassero la circoncisione, come dicevano gli avversari di Paolo, perdendo così la propria identità culturale e diventando altri.
Paolo rappresenta un universalismo qualitativo, e cioè un universalismo che mette sullo stesso piano gli uni e gli altri, gli ebrei che avevano una tradizione monoteistica, la legge, il patto, la circoncisione, il tempio, il culto, e i gentili che non l’avevano. Davanti al Dio di Gesù Cristo, l’uomo delle religioni e l’uomo che non ha nessuna religione, sono parificati.
GALATI 3,27-28: LIBERI IN CRISTO DALLE DIVERSITÀ IDENTITARIE
In Galati 3, 27-28, abbiamo quel testo straordinario di Paolo, che bisognerebbe che fosse pronunciato ogni giorno, soprattutto oggi:
« Sì, quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è giudeo, né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete un solo essere in Cristo Gesù. »
3,27: « Sì, quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… »
L’immagine del vestito era un’immagine tradizionale utilizzata anche nei misteri greci dove si indossava un abito nuovo, come segno di una novità della vita: si chiude una porta alle spalle, al passato, e si apre una porta sul futuro, sulla novità.
« Non c’è giudeo né greco » (era la grande divisione del mondo di allora, monoteisti – politeisti), « non c’è schiavo né libero » (era la grande frattura di tipo sociale, di tipo politico: nelle assemblee delle città greche lì dove si decideva della res pubblica, non potevano prender parte tutti coloro che abitavano nella città, ma solo coloro che avevano il diritto di cittadinanza. Le minoranze etniche, per esempio, erano prive di questo diritto), « non c’è maschio né femmina ».
Non c’è « poiché tutti voi siete un solo essere in Cristo Gesù », avete ricevuto una nuova identità.
Se noi avessimo chiesto a Paolo chi fosse lui, prima di Damasco, avrebbe risposto con molto orgoglio di essere un ebreo, un monoteista, un circonciso, al di dentro del patto di Dio e della sua legge. Se glielo avessimo chiesto dopo, avrebbe risposto di essere « un essere in Cristo ». Paolo è un mistico, non è un moralista. Essere cristiano per Paolo è essere coinvolto dentro il Risorto. Il Risorto è lo Spirito di Dio, è Gesù di Nazareth trasformato, Gesù di Nazareth che ha subito una metamorfosi nella resurrezione, divenendo Spirito che dà la vita.
L’identità cristiana si colloca dentro questo spazio nuovo di vita, che è la signoria di Cristo e che è lo Spirito di Dio.
Allora quando Paolo dice che non c’è giudeo, greco, schiavo, libero, maschio femmina, certamente non vuol dire che queste diversità non esistono più, ma che queste diversità non sono più identitarie, cioè non costituiscono più l’identità della persona. La persona non si definisce più in rapporto a Cristo come ebreo o gentile, schiavo, libero, maschio e femmina: si definisce come uno che è in Cristo, che è dentro questo spazio delle forze nuove della vita di Cristo.
Noi viviamo oggi in Europa e nel mondo un forte ritorno alle affermazioni delle identità. Dopo la caduta dell’impero sovietico abbiamo assistito ad una moltiplicazione di stati in Europa, anche di piccoli stati: la Cecoslovacchia si è divisa in due stati, e poi la Jugoslavia si è frantumata, con la Bosnia, ecc.. C’è una corsa all’identità nazionale o localistica: nel nord dell’Italia all’identità padana. Cristo ci ha liberato dalle identità culturali, dalle identità religiose, dalle identità sociali, dalle identità di genere.
Per Paolo quindi Cristo ci ha liberato dal mondo in quanto idolatrico e da un mondo delle religioni in quanto grandezze separanti e discriminanti. Cristo ci ha liberato dalle diversità identitarie. Le diversità restano, ma non sono più l’identità vera, sono solo delle varianti culturali, religiose, morali, ecc. perché l’identità è un’altra.
GALATI 5,1-2;13: CHIAMATI ALLA LIBERTÀ
La liberazione da questo mondo idolatrico e delle religioni discriminanti e identitarie, è il vangelo, la lieta novella.
Cristo vi ha liberati: il cristianesimo non è un appello all’autoliberazione, ma è un evento di liberazione, un evento di grazia.
Però questo evento di liberazione, che è un dono, è anche un compito, affidato alla nostra responsabilità. L’evento di liberazione non è una situazione data una volta per sempre, ma sollecita il nostro impegno responsabile.
Abbiamo due testi, sempre in Galati, che ripetono la stessa idea:
« Cristo ci ha liberati per una vita di libertà ». (Gal 5,1) E poiché noi siamo stati liberati per la libertà, Paolo esorta: « state saldi dunque ». Ecco la responsabilità: la saldezza nella libertà. Stare saldi vuol dire « non sottoponetevi di nuovo al giogo della schiavitù » (Gal 5,1), che sappiamo essere la schiavitù del mondo idolatrico e del mondo delle religioni separanti.
E in Galati 5, 13 Paolo ripete: « voi infatti, fratelli, siete stati chiamati alla libertà ». Cioè voi siete stati chiamati (da Dio) a poggiare la vostra vita sulla libertà, « soltanto che poi questa libertà non diventi un « aformèn », una base di lancio per la carne. » In questo caso « carne » in Paolo un’esistenza dominata da un dinamismo egocentrico, dall’ego. « Ma al contrario, mediante l’agape, mediante l’amore, siate schiavi gli uni degli altri ». Mediante l’agape, l’amore, che è frutto dello Spirito del Risorto, siamo chiamati e resi capaci di prenderci reciprocamente cura, di farci schiavi gli uni degli altri. La libertà cristiana è una libertà responsabile, solidale, del prendersi reciprocamente cura. È una libertà che consiste in una reciproca schiavitù.
Paolo in questi testi emerge come l’apostolo di un cristianesimo radicale, di un cristianesimo di confine, di un cristianesimo mistico, di un cristianesimo della libertà da un mondo idolatrico, dal mondo delle religioni discriminanti e identitarie.
GALATI 6,11.14-15: UN MONDO NUOVO
In Galati, 6, 11-15, in conclusione della lettera, Paolo parla in prima persona, scrivendo di proprio pugno. Afferma:
« Guardate con che caratteri grossi io scrivo di mia mano »
e tra le cose bellissime che dice, afferma al v. 14:
« Per me non avvenga mai che io mi vanti » (per vantarsi non si intende il vantarsi davanti agli uomini ma il vantarsi davanti a Dio, cioè accampare dei diritti, delle pretese, nei confronti di Dio),
« io mi posso vantare solo di una cosa: della croce del Signore nostro Gesù Cristo ».
La croce per Paolo non è solo la morte, ma è morte e risurrezione. La croce è un simbolo che esprime per un verso il lato tragico e cioè la morte orrenda del crocifisso, la tortura riservata agli schiavi e ai traditori. Il servile supplicium di cui parla Seneca. Per un altro verso la croce è il simbolo della resurrezione dai morti.
Dio ha risuscitato non un sant’uomo, ma il crocifisso, cioè il maledetto, « maledetto colui che pende dal legno » (Deut 21, 23). Questa maledizione Paolo la riporta in Galati 3, capovolgendola: il maledetto è la fonte di benedizione per tutte le genti.
Paolo dice « mi vanto soltanto della croce di Cristo ». Io direi: mi vanto solo di Dio che ha risuscitato il Crocifisso. Questo è il simbolo della croce.
Dice: « Mediante la quale croce, questo evento di Dio che ha risuscitato il crocifisso, il mondo è stato ed è crocefisso per me e io sono morto per il mondo ».
Il mondo di cui parla è sempre il mondo idolatrico, di mondo delle religioni discriminanti, dell’adorazione degli idoli. Paolo in questo testo non dice che il mondo idolatrico, delle religioni discriminanti, delle identità separanti, è morto, non conta più, che noi siamo liberi. No, per Paolo il mondo idolatrico e il mondo delle religioni separanti non hanno alcun influsso su di me.
Questo testo bellissimo riesce anche a farci capire esattamente in che senso Paolo dice che mediante Cristo siamo stati riscattati da questo mondo. Quello che è riscattato è il rapporto, è la dipendenza: non siamo più dipendenti da questo mondo idolatrico, da questo mondo delle religioni discriminanti.
Al versetto 15 dice: « Infatti né la circoncisione, né l’incirconcisione, che erano i due mondi, vale qualche cosa. »
Paolo riconosce che ci sono i circoncisi, ma questo non ha più valore, non è più l’identità delle persone, perché quello che vale è un mondo nuovo, è una creazione nuova.
La nuova creazione è un mondo in cui non c’è più la dipendenza delle persone dall’idolatria e dalla discriminazione. Là dove le persone si liberano dalla schiavitù degli idoli e si liberano dalle religioni discriminanti, lì nasce il nuovo mondo. Il profeta Isaia aveva parlato di « cieli nuovi e terra nuova », noi diremmo di una società nuova. Noi siamo nel mondo, dice Paolo, ma non siamo succubi del mondo idolatrico e del mondo delle religioni discriminanti.
2 CORINTI 5,14-15: MORIRE CON CRISTO ALLA VITA EGOCENTRICA
Nella seconda lettera ai Corinti, 5,14 Paolo afferma che noi siamo mossi dall’amore di Cristo, cioè che l’amore che Cristo ha per noi ci muove nella vita.
« L’agape di Cristo ci sollecita, ci spinge, spinge noi che giudichiamo questo fatto: uno solo è morto, a favore di tutti. »
Nella liturgia eucaristica abbiamo una traduzione che a mio avviso è non solo infelice, ma è un po’ furbastra. Il testo originale è: « Questo è il mio corpo, (vuol dire: questo sono io) « uper umon » c’è nel testo biblico. Nella messa si dice: « questo è il mio corpo dato in sacrificio per voi ». Il significato greco è: questo sono io che ho dato me stesso a favore vostro, per il bene vostro.
L’inserimento subdolo della parola « sacrificio » avvalora la tradizionale visione cattolica della messa, della cena del Signore, come sacrificio. Ora Paolo è contrario alla concezione sacrificale ed espiatoria della morte in croce di Gesù, concezione che traspare solo in Romani 3, 24-25, e poi in 1Corinti 5, 7.
Paolo qualche volta per ingraziarsi i suoi ascoltatori ripete alcune espressioni tradizionali, per poi però correggerle. La morte di Gesù non è un sacrificio espiatorio, ma un atto di amore per noi: Gesù è morto a favore nostro, per il bene nostro.
Poi Paolo prosegue:
« uno solo è morto per tutti, dunque tutti sono morti ».
Questa consequenzialità ci sconcerta, perché noi avremmo detto più logicamente che poiché uno è morto per tutti, noi otteniamo la vita attraverso la sua morte, e non che « morto uno, morti tutti! » Alla base del versetto c’è la concezione mistica di Paolo, per il quale l’esperienza cristiana è l’esperienza di chi viene inserito dentro il Cristo risorto, di chi entra in comunione col Cristo risorto. La mistica di Paolo non è teocentrica, ma cristocentrica, cioè riguarda l’unione col Cristo risorto. Allora se uno è morto per tutti, tutti quelli che sono in Cristo sono coinvolti nell’evento della sua morte. Questo è il senso.
Cristo non è un individuo isolato, ma ha un valore rappresentativo, che ci coinvolge. Quello che capita a Lui capita ai credenti, perché i credenti sono inseriti in Lui e l’evento suo diventa evento nostro, dei credenti. Lui è morto a favore di tutti, dunque tutti sono morti. In che senso sono morti? Naturalmente il versetto 15:
« Ed egli è morto per tutti, affinché quelli che vivono, i viventi, gli uomini non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto ed è risuscitato per loro ».
La morte di cui si parla è la morte all’ego: non vivono più per se stessi, ma vivono per Cristo e per gli altri. La conseguenza è:
« cosicché noi d’ora in poi non conosciamo più nessuno secondo un giudizio umano, carnale, e se anche noi prima avessimo conosciuto Cristo in modo carnale, d’ora in poi non lo conosciamo più così »,
il rapporto con lui è un nuovo rapporto.
« Di conseguenza se uno è in Cristo, è dentro Cristo, è coinvolto dentro la sua vicenda (questa è la mistica cristocentrica di Paolo), costituisce la cellula del nuovo mondo creato ».
È interessante il parallelismo tra la persona credente che entra nello spazio creato da Cristo e dal suo Spirito e il mondo.
« il vecchio se ne è andato, ecco sorto il nuovo ».
La novità portata da Cristo è esattamente questa: non vivere più centrati nell’ego (introflessione), ma vivere per colui che è morto e risuscitato per noi (estroflessione).
Paolo è partito dalla morte di estroflessione di Cristo: Cristo è morto a favore di tutti, a favore nostro, non a favore di se stesso. E nella sua morte a favore nostro, Lui ha coinvolto noi che moriamo al vivere per noi stessi, in modo da vivere per Lui. Quindi c’è questa partecipazione del credente alla vita di oblatività del Cristo. La novità non sta nell’assetto fisico del mondo, nelle istituzioni, ma la novità concerne l’esistenza, il rapporto.
ROMANI 8,18-25: SOLIDARIETÀ TRA CREDENTI E MONDO
In Romani 8, 18-25, Paolo mette in parallelismo noi e il mondo creato: da una parte noi credenti che abbiamo la primizia dello Spirito il cui frutto è l’agape, la forza con cui si diventa schiavi gli uni degli altri, e dall’altra il mondo creato, con tutta probabilità inanimato. Paolo dopo aver detto che il credente è stato riscattato da questo mondo malvagio, che è morto con Cristo alla sua vita egocentrica e quindi ha ricevuto questa vita di altruismo e di amore, che è libera, ecc., alla fine afferma la comunanza di condizione tra noi e il mondo. Noi gemiamo e il mondo geme, noi aspettiamo e il mondo aspetta. « Noi » e il mondo, la totalità, sono accomunati nell’attesa e nel gemito. Il gemito di cui parla Paolo indica i dolori del parto, le sofferenze che preparano la nuova nascita, non i rantoli della morte. La comunità dei credenti non sta al di fuori del gemito del mondo, del gemito che è sofferenza, ed anche strazio, ma che prelude ad una nuova nascita.
« Non solo: noi gemiamo in attesa del riscatto del nostro corpo ».
Per Paolo noi non abbiamo un corpo, ma siamo un corpo, siamo corporeità. E corporeità significa relazionalità. L’uomo è per essenza relazionalità: relazionalità a Dio, la creatura che riconosce il creatore, e quindi non adora le creature; relazionalità nei confronti degli altri, in questa schiavitù di amore reciproco; relazionalità verso il mondo, cioè noi siamo esseri essenzialmente mondani, per cui la sorte dei credenti, degli uomini è la sorte del mondo. Allora il mondo geme in attesa di essere liberato dalla vacuità dell’essere. Quando leggo questo testo mi viene in mente la vacuità di molte espressioni della nostra vita, l’inconsistenza, la stupidità, il non essere insomma. Il mondo liberato dalla vacuità è l’uomo liberato nella sua relazionalità essenziale a Dio, agli altri e al mondo. Gemiamo noi, geme il mondo creato e geme lo Spirito, con gemiti, dice, inenarrabili. Lo Spirito di Dio, che per Paolo abita nei credenti, è presente nel mondo, ed è presente come principio della trasformazione, della liberazione. E Lui stesso geme in attesa. È straordinario!
La comunità dei credenti non sta sopra, non è in una condizione diversa rispetto agli altri, cioè ai credenti non è risparmiato niente che non sia risparmiato agli altri. L’esistenza dei credenti è un’esistenza nel gemito, nella sofferenza, propria di chi non è arrivato ancora, in un cammino faticoso. In un testo della seconda Corinti Paolo dice: « io porto sempre in giro (Paolo era un missionario) la necrosi di Gesù », il morire di Gesù. Paolo avverte che la sua esistenza di apostolo, ma anche quella dell’insieme di tutti i credenti, è un processo intaccato dalla morte. Per Paolo la morte non è quella che arriva alla fine. La morte è un processo che rende la vita dell’uomo caduca, minacciata, precaria, sofferente, addolorata. Allora ai credenti non è risparmiato niente che non sia risparmiato ad altri. I credenti vivono in questo mondo, i credenti sono stati liberati da Cristo dal mondo idolatrico, dal mondo delle religioni discriminanti. I credenti cioè hanno la primizia dello Spirito ma non sono degli arrivati.
ROMANI 12,1-2: IL CULTO DEI CREDENTI
Paolo, dopo aver esposto il suo vangelo ai Romani nei primi undici capitoli, conclude con un’esortazione: « Io vi esorto ». Paolo, di regola, non comanda, ma esorta. L’esortare è l’atteggiamento del padre nei confronti dei figli, non di un padre padrone. Paolo sollecita, prega, esorta, come un padre esorta i figli.
Vi prego dunque fratelli (adelfòi in questo caso andrebbe tradotto con « fratelli e sorelle »).
Per inciso, Paolo non dice mai « figli miei », o quasi mai. Usa « figli miei » solo in due-tre testi, dove dice: io sono padre in quanto vi ho generati attraverso il vangelo. Quindi è il vangelo l’elemento generativo. Paolo si presenta come un fratello. Quindi, la comunità cristiana per Paolo è una fraternità. Nel mondo greco l’amore tra fratelli era maggiormente considerato, ancor più dell’amore tra marito e moglie.
Non è paolina la concezione della chiesa come « popolo di Dio », introdotta dal concilio su sollecitazione soprattutto di Congar e della scuola francese dei domenicani di Le Saulchoir, che giustamente volevano sottolineare che la comunità dei credenti è in cammino nella storia.
Per Paolo la comunità è una fraternità, una famiglia. Una famiglia non nel suo aspetto di paternità e figliolanza, ma di fraternità. La cosa è talmente interessante, che quando si passa alle lettere pastorali, cioè alle lettere di Tito e di Timoteo, che sono della tradizione paolina, anche lì si trova l’affermazione che la chiesa è famiglia di Dio. Però la famiglia di Dio di cui si parla è costituita dai padri e dai figli, in cui il padre è il grande capo nella famiglia. Tant’è vero che l’autore di queste lettere pastorali sostiene che il presbitero deve saper comandare, tenere sotto controllo i figli e le mogli… La stessa metafora della famiglia viene usata in modo non solo diverso, ma addirittura contrapposto.
Vi esorto dunque fratelli e sorelle mediante i gesti di misericordia di Dio. O ancor più fedelmente: per le viscere materne di Dio. Quello che diventa sollecitante per i credenti sono le viscere materne di Dio, e Paolo è il comunicatore di questi gesti di « visceralità », di « amore viscerale » di Dio. Vi esorto a mettere davanti all’altare, non le offerte sacrificali, ma la vostra esistenza mondana quale vittima sacrificale. Ancora una volta Paolo utilizza in modo non rituale concetti cultuali. Quello che Dio gradisce come offerta viva e santa, come dono è l’esistenza mondana dei credenti, è la loro mondanità, la loro corporeità. E questo è il culto intellettuale. L’offerta che gli uomini fanno a Dio deve essere un’offerta adeguata alla loro natura di esseri intelligenti, di esseri logici, che hanno il logos, la mente, l’intelligenza, il pensiero. Le offerte animali, di esseri che non hanno il pensiero, non sono adeguate alla natura umana.
« Non siate conformisti nei confronti di questo mondo (to aiòni) »,
di questo mondo idolatrico, di questo mondo che adora le religioni discriminanti. Non siate conformisti, ma
dovete operare la metamorfosi che renda nuova la vostra mente, il vostro modo di vedere le cose, in modo che voi possiate discriminare e conoscere quello che è la volontà di Dio, quello che è il bene, quello che piace a Lui ed è perfetto.
È un testo molto pregnante. Essere anticonformisti vuol dire trasformare il modo di guardare il mondo perché corrisponda al volere di Dio. Paolo non dice che dobbiamo seguire la volontà di Dio comunicataci da qualcuno che ritiene di conoscerla a perfezione al posto nostro, ma che « noi » dobbiamo trasformare il nostro modo di vedere, dobbiamo rinnovare la luce della nostra mente in modo da corrispondere a quello che Dio vuole da noi.
dibattito
PAOLO, GESÙ E I NON CREDENTI
Paolo parla solo dei credenti e probabilmente non si è mai posto il problema dei non credenti. È uno spazio vuoto che lui non ha riempito. Chiediamo a lui solo quello di cui si è interessato.
La seconda osservazione da fare è che Paolo quando dice « il credente in Cristo », il Cristo di cui parla è il Risorto. Ecco perché Paolo non ha nessuna attenzione per il Gesù di Nazareth, per il Gesù biografico. Il Gesù risorto è il Gesù di Nazareth, non è un altro, però il Gesù biografico non gli interessa minimamente.
Tant’è vero che di tutte le parole dette da Gesù secondo la tradizione Paolo ne cita espressamente solo due, che non hanno grande peso: « Quelli che sono ministri dell’annuncio devono vivere dell’annuncio », e poi la parola di Gesù sull’indissolubilità matrimoniale. Tutta la teologia di Paolo ruota sulla morte e risurrezione di Gesù. Il resto non gli interessa. Probabilmente Paolo ha trascurato del tutto quello che Gesù ha detto e fatto perché il Gesù delle parole e dei fatti era stato brandito dai suoi avversari, che avevano inserito Gesù dentro il sistema mosaico, come sostenitore dell’osservanza della legge mosaica. C’è qualche cosa di vero in questo.
Però il vero problema per Paolo è la liberazione dal mondo idolatrico, per la quale i gesti e le parole di Gesù non sono efficaci. Paolo ritiene che il cuore dell’uomo non cambia sostanzialmente con i buoni esempi, con le buone parole. La schiavitù del mondo idolatrico, del mondo delle religioni discriminanti è qualcosa di così profondo da non essere scalfita dalle parole e dagli esempi. È necessario il grande gesto liberante di Cristo, del Cristo Risorto. Il Cristo Risorto è molto più potente del Gesù di Nazareth, che aveva a disposizione per influire solo le sue parole e il suo esempio. Nient’altro. Invece il Cristo Risorto ha in mano la potenza dello Spirito, lo Spirito di Dio, lo Spirito creatore.
Essere nel Cristo Risorto, è essere nello Spirito. In Paolo c’è questo parallelismo: noi siamo in Cristo e noi siamo nello Spirito di Cristo, nello Spirito di Dio. Se le cose stanno così, noi potremmo dire allora che per Paolo i credenti non sono quelli che conoscono Gesù di Nazareth, le sue parole, i suoi esempi, ma quelli che sono dentro lo Spirito, quelli che sono animati dallo Spirito. E lo Spirito e il Cristo Risorto non sono una presenza locale, ma universale. Il Gesù di Nazareth poteva influire con la parola e con l’esempio solo su quelli che incontrava in Palestina, mentre per Paolo il Cristo Risorto e lo Spirito possono influire sull’universalità degli uomini. Il Gesù di Nazareth è una grandezza particolare culturalmente situata. Invece il Cristo Risorto che in qualche modo si identifica con lo Spirito è una grandezza universale, è una grandezza che può influire su tutti. Allora, bisogna distinguere tra quello che vuol dire « essere in Cristo » e la confessione cristiana, la credenza cristiana, i sacramenti, la vita associata cristiana. L’essere in Cristo non equivale alla vita associata cristiana. Ecco perché Paolo è radicale, annuncia un cristianesimo di frontiera, un cristianesimo che è possibile anche per quelli che non sono dentro la Chiesa.
Così Paolo, che non si è mai posto il problema dei non credenti con la sua concezione dell’essere nel Cristo Risorto, nello Spirito, propugna un cristianesimo che travalica l’aspetto confessionale.
PAOLO E LA TEOLOGIA DEL SACRIFICIO ESPIATORIO
Se noi intendiamo per sacrificio quella oblatività per cui uno dà la sua vita per amore dell’altro, non esistono problemi. Però nella teologia del sacrificio, il sacrificio è un atto religioso, un atto cioè che coinvolge Dio. Finché noi diciamo che Dio ha dato la sua vita a favore nostro per un atto di amore estremo per noi, d’accordo. Ma se usiamo la parola sacrificio, per dire che Gesù offre la sua vita per il perdono dei nostri peccati, facciamo riferimento alla concezione arcaica di un Dio, che ha bisogno del sangue, della vittima sacrificale. Voglio dire che l’Eucarestia, come la morte di Gesù, secondo Paolo, è al di fuori di questo schema vittimario, delle vittime e dei sacrificatori, dei sacrifici nel senso religioso.
Nel brano della lettera ai Romani Paolo esorta ad offrire le nostre esistenze come sacrificio vivo, non ad offrire vittime sacrificali. La nostra vita mondana è quello che Dio vuole da noi, non le vittime. Se ci sono le vittime, ci sono anche i sacrificatori, i sacrificatori provvidenziali.
So che è una battaglia perduta, però… chissà che grazie ad un concilio si possa tradurre letteralmente durante la Cena del Signore: « Questo sono io che ho dato la mia vita per amore vostro ». Questa è la traduzione corretta. Ecco perché dico che quella traduzione (« offerto in sacrificio per voi ») per un verso non è esatta e per un altro verso è un po’ furba, in quanto inserisce la visione sacrificale dentro il testo.
La critica al culto sacrificale è presente già nella linea profetica. In Isaia si dice: Quando voi venite al tempio e calpestate i miei pavimenti, io volgo la faccia dall’altra parte. Andate fuori, quello che io voglio è giustizia. Simili i testi di Amos. Qui la critica è alla dissociazione tra culto e vita. Paolo introduce un nuovo elemento: non critica la dissociazione ma vuole una sostituzione: l’unica offerta che piace a Dio è la vita mondana, cioè un culto non rituale. Per culto intendiamo un dono, un atto di benevolenza verso Dio, e allora questo atto di benevolenza non è più costituito da riti, ma è costituito dalla vita mondana, dalla vita profana.
religioni discriminanti e fede universale
Paolo polemizza contro la religione mosaica, perché è discriminante, perché discrimina tra quelli che sono dentro e quelli che sono fuori, tra gli inclusi e gli esclusi.
Quando Paolo afferma che dobbiamo uscire dalla religione mosaica, perché la legge, la circoncisione, ecc., sono discriminanti, non vuole rinunciare all’ebraismo e aderire ad un’altra religione. Paolo sostiene che si debba risalire all’indietro, oltre Mosè, perché la vera identità ebraica da mantenere è quella di Abramo, quella di una figura universale: « in te saranno benedette tutte le tribù della terra ».
Al tempo di Gesù il giudaismo aveva « mosaizzato » Abramo, sostenendo che Abramo avesse osservato la legge ancora prima che fosse promulgata (ci sono dei testi molto chiari da questo punto di vista), inserendo quindi l’abramismo dentro il mosaismo. Paolo toglie Abramo dal mosaismo, ritornando all’origine, alla figura abramica, che è figura universale. Per cui le promesse abramitiche, patriarcali, per Paolo, mantengono il loro valore, non solo per i discendenti carnali, gli ebrei, ma per tutti, come era originariamente. La legge non può abrogare la promessa.
L’immagine che Paolo ha di Dio non è quella del Dio legislatore (quello del Sinai), e quindi del Dio sanzionatore, che sanziona il bene e il male con il premio e il castigo, ma quella del Dio promettente, del Dio che promette. E la promessa, dice Paolo, è come un testamento, che è del tutto gratuito: è il padre che dona al figlio un’eredità. Allora, il Dio che Paolo ha vissuto, alla luce di Cristo naturalmente, (grande convergenza in questo tra Gesù e Paolo) è il Dio della promessa, della promessa unilaterale, della promessa incondizionata, della promessa a tutti, agli Ebrei e ai gentili, agli schiavi e ai liberi, ai maschi e alle femmine, agli omosessuali e agli eterosessuali, agli islamici e ai cattolici…
Qui sta la attualità di Paolo, che ha combattuto una battaglia estrema contro una religione che discriminava con la legge e con la circoncisione. Oggi le religioni sono discriminanti con altri fattori. La lotta di Paolo per la liberazione dalla religione mosaica è una lotta di liberazione da tutte le religioni, in quanto e nella misura in cui sono discriminanti. Qui permane l’attualità della distinzione tra fede e religione: Abramo è il padre dei credenti, non dei religiosi. E la fede, a differenza della legge, è una grandezza transculturale, cioè potenzialmente aperta a tutti, a tutti che restano diversi perché il giudeo credente resta giudeo, il gentile credente resta gentile, il maschio maschio e la femmina femmina, ecc. Al posto del Dio legislatore e sanzionatore, al posto delle religioni discriminanti, il Dio abramico della promessa.
LA MORTE ULTIMO NEMICO
Paolo considera la morte non come un fatto fisico, ma come l’ultimo nemico di Cristo e dell’uomo. Alcuni possono accusare Paolo di essere un uomo che non sa accettare la morte, di avere un atteggiamento un po’ infantile di ribellione di fronte ad un fato ineluttabile. In Paolo la morte non è la morte beata di San Francesco, la morte di chi vuole ricongiungersi col suo Signore, quindi la sorella morte. Neppure è il destino nudo e crudo dell’uomo che non può infantilmente rifiutare. Per Paolo la morte è una violenza all’uomo. La morte per lui non è l’ultimo istante della vita, ma ciò che mortifica la nostra vita.
C’è questa spina dentro l’esistenza umana, esposta ogni giorno alla morte: noi portiamo in giro sempre la necrosi di Gesù, e cioè questo processo progressivo che intacca la vita del credente e del non credente, per cui Paolo dice che la morte è il signore del mondo. Questo signore del mondo deve essere detronizzato, in quanto entra in collisione con la signoria di Cristo. È un motivo cristologico. Cristo ha vinto la morte in sé, ma se non vince la morte in noi lui non è più il nostro signore, il nostro signore è la morte. Di fatto in 1 Corinti 15 Paolo riporta l’affermazione dei salmi « finché lui abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi ». L’ultimo nemico, quello più trememdo, quello più spaventoso, è la morte.
Paolo ha una concezione alta della vita e del Dio della vita. Questo Dio della vita deve dire l’ultima parola sui viventi, e non la morte. La risurrezione vuol dire proprio questo. Non per niente al cap. 15 di 1Cor Paolo termina con due citazioni dell’antico testamento: Dov’è o morte il tuo pungiglione? Dov’è o morte la tua vittoria? La morte è stata ingoiata dalla vittoria di Cristo.
Paolo in Romani 5 afferma: « Mediante un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e tramite il peccato la morte… » Noi dobbiamo essere riscattati dal peccato e dalla morte, che sono i due signori che sono entrati nel mondo. Il riscatto dal peccato, dal male oscuro che è l’idolatria, avviene attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. Ma la liberazione dal peccato non è ancora la liberazione dalla morte. Paolo ha collegato peccato e morte, entrati tutti e due nel mondo, ma nella liberazione, allo stato attuale, noi siamo stati liberati solo dal peccato, da questa potenza condizionante a cui possiamo resistere, ma non ancora dalla morte. L’azione liberatrice di Cristo è stata distinta da Paolo in due fasi: la liberazione dal peccato e la liberazione dalla morte. Dal punto di vista antropologico uno può accusare Paolo di un sogno infantile, non tanto di non morire, ma di ritenere che tutta la vita è sotto il segno tenebroso della morte. La morte minaccia ed estenua la vita nelle sofferenze, nei disagi, ma la speranza è la vittoria sulla morte perché Paolo prende sul serio la risurrezione di Cristo e la solidarietà nostra con Cristo. Non basta la vittoria di Gesù sulla sua morte, ma è necessario la vittoria di Gesù sulla nostra morte, se noi siamo identificati con Lui. È la mistica cristocentrica paolina.

PAOLO PP. VI : PETRUM ET PAULUM APOSTOLOS

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19670222_petrum-et-paulum.html

PETRUM ET PAULUM APOSTOLOS

ESORTAZIONE APOSTOLICA DI SUA SANTITÀ

Nel XIX centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo

PAOLO PP. VI

VENERABILI FRATELLI SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZION

I santi Apostoli Pietro e Paolo sono giustamente considerati dai fedeli come colonne primarie non solo di questa Santa Sede Romana, ma anche di tutta la Chiesa universale del Dio vivo. Riteniamo, perciò, di fare cosa consona al Nostro ministero Apostolico esortando voi tutti, Venerabili Fratelli, a promuovere, spiritualmente a Noi uniti, ciascuno nella propria diocesi, una devota celebrazione della memoria, diciannove volte centenaria, del martirio, consumato in Roma, tanto dell’apostolo Pietro scelto da Cristo a fondamento della sua Chiesa, e primo Vescovo di quest’alma Città, quanto dell’apostolo Paolo, dottore delle Genti (Cf 1 Tm 2,7), maestro e amico della prima comunità cristiana in Roma.
La data di questa memorabile ricorrenza non può essere sicuramente fissata, in base ai documenti storici. È certo che i due apostoli furono martirizzati a Roma durante la persecuzione di Nerone, che infierì dall’anno 64 al 68. Il martirio è ricordato da san Clemente, Successore dello stesso Pietro nel governo della Chiesa Romana, nella sua lettera ai Corinzi, ai quali propone i validi esempi dei due atleti: Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte (1 Epistula ad Corinthios, V, 1-2: ed. FUNK 1, p. 105).
Ai due Apostoli Pietro e Paolo fece corona un gran numero di persone (Cf TACITO, Annales, XV, 44) che costituisce la primizia dei martiri della Chiesa Romana, come scrive lo stesso Clemente: A questi uomini che vissero santamente si aggiunse una grande schiera di eletti, i quali, soffrendo per invidia molti oltraggi e torture, furono di bellissimo esempio a noi (Epistula ad Corinthios, VI, 1: ed. FUNK 1, p. 107).
Noi, poi, lasciando alle erudite discussioni la precisa determinazione della data del martirio dei due Apostoli, abbiamo scelto, per le celebrazioni centenarie, l’anno corrente, seguendo in ciò l’esempio del Nostro venerato Predecessore Pio IX, il quale volle solennemente ricordare nel 1867 il martirio di san Pietro.
E poiché la prima comunità cristiana di Roma esaltò insieme il martirio di Pietro e Paolo, e la Chiesa in seguito fissò la commemorazione anniversaria dell’uno e dell’altro Apostolo in un’unica festa liturgica (29 giugno), Noi abbiamo pensato di unire insieme, in questa celebrazione centenaria, il glorioso martirio dei Principi degli Apostoli.
E che Noi pure siamo tenuti a richiamare il ricordo di questo anniversario lo dice l’abitudine, ormai universalmente diffusa, di commemorare persone e fatti, che lasciarono un’impronta di sé nel corso del tempo, e che, considerati nella distanza degli anni trascorsi e nella vicinanza delle memorie superstiti, offrono a chi saggiamente li ripensa e quasi li rivive, non vane lezioni circa il valore delle cose umane, forse più palese ai posteri che oggi lo scoprono, che non ai contemporanei, che allora non sempre e non tutto lo compresero. L’educazione moderna al senso della storia a tale ripensamento facilmente ci piega, mentre il culto delle sacre tradizioni, elemento precipuo della spiritualità cattolica, stimola la memoria, accende lo spirito, suggerisce i propositi, per cui una ricorrenza anniversaria si traduce in una lieta e pia festività, infonde il desiderio della riviviscenza delle antiche venerande vicende, e apre lo sguardo sull’orizzonte del tempo passato e futuro, quasi che un disegno segreto lo unificasse e ne segnasse nella futura comunione dei santi il suo estremo destino. Questa spirituale esperienza sembra a noi doversi particolarmente effettuare mediante la rievocazione dei due sommi Apostoli Pietro e Paolo, che alla temporale mortalità pagarono col martirio per Cristo il loro umano tributo, e che dell’immortalità di Cristo trasmisero a noi e fino agli ultimi posteri sacramento perenne la Chiesa, guadagnando per sé l’eredità incorruttibile, incontaminata e inalterabile, riservata nei cieli (Cf 1 Pt 1,4).
E tanto più Ci piace commemorare con voi, Venerati Fratelli e Figli carissimi, questo anniversario, quanto maggiormente questi beati Apostoli Pietro e Paolo sono non solo Nostri, ma vostri altresì: essi sono gloria di tutta la Chiesa, perché delegati delle Chiese, gloria di Cristo (2 Cor 8,23) e da essi esce tuttora per tutta la Chiesa la voce: «Noi siamo il vostro vanto, come voi sarete il nostro» (Cf 2 Cor 1,14). Che se questo tragico e benedetto suolo romano raccolse il loro sangue e custodì, inestimabili trofei, le loro tombe, e alla Chiesa di Roma toccò l’incomparabile prerogativa di assumere e di continua re la loro specifica missione, questa non ha per fine la Chiesa locale, sì bene la Chiesa intera, consistendo principalmente quella missione nel fungere da centro della Chiesa stessa e nel dilatarne la visibile e mistica circonferenza ai confini dell’universalità; l’unità cioè e la cattolicità, che in virtù dei santi Apostoli Pietro e Paolo hanno nella Chiesa di Roma la loro precipua sede storica e locale, sono proprietà e sono note distintive di tutta la vera e grande Famiglia di Cristo, sono doni di tutto il Popolo di Dio, per il quale la viva e fedele tradizione romana li custodisce, li difende, li dispensa e li accresce.
Per questo il Nostro invito, oltre che per la nostra diletta diocesi di Roma «di cui sono i celesti patroni», è per voi tutti, che siete Successori degli Apostoli e Pastori della Chiesa universale, in quanto componenti con Noi quel Collegio episcopale, che il recente Concilio Ecumenico, con tanta ricchezza di dottrina e con tanti presagi di futuri incrementi ecclesiali, illustrò; è per voi, fedeli e ministri tutti della santa Chiesa; e così via, a Dio piacendo, per tutti i fratelli che, sebbene non ancora in piena comunione con Noi, sono tuttavia insigniti del nome cristiano, e che ben volentieri sappiamo cultori della memoria e dello spirito dei due Apostoli. In particolare ricordiamo con viva soddisfazione del Nostro animo che le venerande Chiese Orientali celebrano solennemente nelle loro liturgie i due Corifei degli Apostoli, e ne mantengono vivo il culto tra il popolo cristiano. Ci piace altresì rilevare come presso le Chiese e le Comunità Ecclesiali separate dell’Occidente sia viva l’idea dell’apostolicità, che la presente celebrazione mira a vedere sempre più perfetta ed operante, e che san Paolo esprime con quelle mirabili parole: Edificati sopra il fondamento degli apostoli (Ef 2,20).
In che cosa consiste praticamente il Nostro invito? Come insieme celebreremo il significativo anniversario? È costume di questa Sede Apostolica, quando intende rendere solenne e universale qualche singolare ricorrenza, elargire qualche beneficio spirituale (e non Ci rifiutiamo dal farlo anche in questa occasione); ma questa volta, più che donare, Ci piace domandare; più che offrire, vogliamo chiedere. E la Nostra domanda è semplice e grande: Noi vi preghiamo tutti e singoli, Fratelli e Figli Nostri, di voler celebrare la memoria dei santi Apostoli Pietro e Paolo, testimoni con la parola e col sangue della fede di Cristo, con un’autentica e sincera professione della medesima fede, quale la Chiesa da loro fondata e illustrata ha raccolto gelosamente e autorevolmente formulata. Una professione di fede vogliamo a Dio offrire, al cospetto dei beati Apostoli, individuale e collettiva, libera e cosciente, interiore ed esteriore, umile e franca. Vogliamo che questa professione salga dall’intimo di ogni cuore fedele e risuoni identica e amorosa in tutta la Chiesa.
Quale migliore tributo di memoria, d’onore, di comunione potremmo offrire a Pietro e a Paolo che quello della fede stessa, che da loro abbiamo ereditata?
Voi sapete benissimo che il Padre stesso celeste rivelò a Pietro chi era Gesù: il Cristo, il Figlio del Dio vivo, il Maestro e il Salvatore da cui a noi deriva la grazia e la verità (Cf Gv 1,14), la nostra salvezza, il cuore della nostra fede; voi sapete che sulla fede di Pietro riposa tutto l’edificio della santa Chiesa (Cf Mt 16,16-19); voi sapete che quando molti abbandonavano Gesù, dopo il discorso di Cafarnao, fu Pietro che, a nome del Collegio Apostolico, proclamò la fede in Cristo Figlio di Dio (Cf Gv 6,68-69); voi sapete che Cristo medesimo si è fatto garante con la sua personale preghiera dell’indefettibilità della fede di Pietro, ed ha a lui affidato l’ufficio, nonostante le sue umane debolezze, di confermare in essa i suoi fratelli (Cf Lc 22,32); e voi anche sapete che la Chiesa vivente ha preso inizio, disceso lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, con la testimonianza della fede di Pietro (Cf At 2,32-40).
Che cosa potremmo a Pietro domandare a nostro vantaggio, a Pietro offrire a suo onore, se non la fede, donde ha origine la nostra spirituale salute, e la nostra promessa, da lui reclamata, d’essere forti nella fede? (1 Pt 5,9)
A voi è parimente noto quale assertore della fede è stato san Paolo: a lui la Chiesa deve la dottrina fondamentale della fede come principio della nostra giustificazione, cioè della nostra salvezza e dei nostri rapporti soprannaturali con Dio; a lui la prima determinazione teologica del mistero cristiano, a lui la prima analisi dell’atto di fede, a lui l’affermazione del rapporto tra la fede, unica e inequivocabile, e la consistenza della Chiesa visibile, comunitaria e gerarchica. Come non invocarlo nostro perenne maestro di fede; come non chiedere a lui la grande e sperata fortuna della reintegrazione di tutti i cristiani in un’unica fede, in un’unica speranza, in un’unica carità dell’unico Corpo Mistico di Cristo? (Cf Ef 4,4-16) E come non deporre sulla sua tomba di «Apostolo e martire» il nostro impegno di professare con coraggio apostolico, con anelito missionario, la fede, ch’egli alla Chiesa, al mondo, con la parola, con gli scritti, con l’esempio, col sangue, insegnò e trasmise?
Così che arride a Noi la speranza che la commemorazione centenaria del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo si risolva principalmente per tutta la Chiesa in un grande atto di fede. E vogliamo ravvisare in questa ricorrenza la felice occasione che la divina Provvidenza appresta al Popolo di Dio per riprendere esatta coscienza della sua fede, per ravvivarla, per purificarla, per confermarla, per confessarla. Non possiamo ignorare che di ciò l’ora presente accusa grande bisogno. È pur noto a voi, Venerati Fratelli e Figli carissimi, come, nella sua evoluzione, il mondo moderno, proteso verso mirabili conquiste nel dominio delle cose esteriori, e fiero d’una cresciuta coscienza di sé, sia incline alla dimenticanza e alla negazione di Dio, e sia poi tormentato dagli squilibri logici, morali e sociali, che la decadenza religiosa porta con sé, e si rassegni a vedere l’uomo agitato da torbide passioni e da implacabili angosce: dove manca Dio manca la ragione suprema delle cose, manca la luce prima del pensiero, manca l’indiscutibile imperativo morale, di cui l’ordine umano ha bisogno (Cf S. AGOSTINO, De civ. Dei, 8, 4: PL 41, 228-229; Contra Faustum, 20, 7: PL 43, 372).
E mentre vien meno il senso religioso fra gli uomini del nostro tempo, privando la fede del suo naturale fondamento, opinioni esegetiche o teologiche nuove, spesso mutuate da audaci, ma cieche filosofie profane, sono qua e là insinuate nel campo della dottrina cattolica, mettendo in dubbio o deformando il senso oggettivo di verità autorevolmente insegnate dalla Chiesa, e, col pretesto di adattare il pensiero religioso alla mentalità del mondo moderno, si prescinde dalla guida del magistero ecclesiastico, si dà alla speculazione teologica un indirizzo radicalmente storicistico, si osa spogliare la testimonianza della Sacra Scrittura del suo carattere storico e sacro, e si tenta di introdurre nel Popolo di Dio una mentalità cosiddetta post-conciliare, che del Concilio trascura la ferma coerenza dei suoi ampli e magnifici sviluppi dottrinali e legislativi con il tesoro di pensiero e di prassi della Chiesa, per sovvertirne lo spirito di fedeltà tradizionale e per diffondere l’illusione di dare al cristianesimo una nuova interpretazione arbitraria e isterilita. Che cosa resterebbe del contenuto della nostra fede e della virtù teologale che la professa, se questi tentativi, emancipati dal suffragio del magistero ecclesiastico, avessero a prevalere?
Ed ecco che a confortare la nostra fede nel suo autentico significato, a stimolare lo studio delle dottrine enunciate dal recente Concilio Ecumenico, e a sorreggere lo sforzo del pensiero cattolico nella ricerca di nuove e originali espressioni, fedeli tuttavia al deposito dottrinale della Chiesa, nello stesso senso e nello stesso modo di intendere (Cf VINCENZO LERINO, Commonitorium, 1, 23: PL 50, 668; D.-S. 3020), giunge sulla ruota del tempo questo anniversario Apostolico, il quale offre ad ogni figlio della santa Chiesa la felice opportunità: di dare a Gesù Cristo Figlio di Dio, Mediatore e Perfezionatore della rivelazione, l’umile e sublimante risposta: io credo, cioè il pieno assenso dell’intelletto e della volontà alla sua Parola, alla sua Persona, alla sua missione di salvezza (Cf Eb 12,2; CONC. VAT. I, Cost. dogm. de fide catholica, c. 3: DA. 3008, 3020; CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, n. 5: AAS 57 (1965), p. 7; CONC. VAT. П, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, nn. 5, 8: AAS 58 (1966), pp: 819, 821); e di onorare così quei sommi testimoni di Cristo, Pietro e Paolo, rinnovando l’impegno cristiano d’una sincera e operante professione della loro e nostra fede, e ancora pregando e lavorando per la ricomposizione di tutti i cristiani nell’unità della medesima fede.
Noi non intendiamo indire a tal fine un particolare Giubileo, quando appena è stato celebrato quello da Noi stabilito a conclusione del Concilio Ecumenico; ma fraternamente esortiamo voi tutti, Venerati Fratelli nell’Episcopato, a voler illustrare con la parola, a voler onorare con particolari solennità religiose, a voler soprattutto recitare solennemente e ripetutamente con i vostri sacerdoti e con i vostri fedeli il «Credo», in una o in altra delle formule in uso nella preghiera cattolica.
Ci piacerà sapere che il «Credo» è stato recitato espressamente, ad onore dei santi Pietro e Paolo, in ogni cattedrale, presenti il Vescovo, il Presbiterio, gli alunni dei Seminari, i Laici cattolici militanti per il regno di Cristo, i Religiosi e le Religiose, e quanto più numerosa possibile la santa assemblea dei fedeli. Analogamente faccia ogni Parrocchia per la propria comunità; e parimente ogni casa religiosa. Così suggeriamo che tale professione di fede sia, in un giorno stabilito, emessa in ogni singola casa ove dimori una famiglia cristiana, in ogni associazione cattolica, in ogni scuola cattolica, in ogni ospedale cattolico e in ogni luogo di culto, in ogni ambiente e in ogni riunione, ove la voce della fede possa esprimere e rinfrancare l’adesione sincera alla comune vocazione cristiana.
Noi rivolgiamo una particolare esortazione agli studiosi della Sacra Scrittura e della Teologia, affinché vogliano contribuire col magistero gerarchico della Chiesa a preservare la vera fede da ogni errore, ad approfondirne le insondabili profondità, a spiegarne rettamente il contenuto, a proporne i sani criteri di studio e di divulgazione. Similmente diciamo ai predicatori, ai maestri di religione, ai catechisti.
L’anno centenario commemorativo dei santi Pietro e Paolo sarà in tale modo l’anno della fede. Affinché la sua celebrazione abbia una certa simultaneità, Noi vi daremo inizio con la festa degli Apostoli medesimi, il 29 giugno prossimo venturo, e procureremo, fino allo scadere della medesima data dell’anno successivo, di renderlo fecondo di particolari commemorazioni e celebrazioni, tutte improntate al perfezionamento interiore, allo studio approfondito, alla professione religiosa, all’operosa testimonianza di quella santa fede senza la quale è impossibile piacere a Dio (Eb 1,6), e mediante la quale speriamo di raggiungere la promessa salvezza (Cf Mc 16,16; Ef 2,8; ecc.).
Dando a voi, Venerati Fratelli e diletti Figli, questo annuncio pieno di spirituali prospettive e di consolanti speranze, sicuri di avervi tutti solidali in piissima comunione, nel nome e con la potestà dei beati Apostoli e martiri Pietro e Paolo, sulle cui tombe riposa e fiorisce questa Chiesa Romana, erede, alunna e custode dell’unità e della cattolicità da loro qui per sempre incentrate e fatte scaturire, di gran cuore vi salutiamo e vi benediciamo.
Roma, presso S. Pietro, 22 febbraio, nella festa della Cattedra di san Pietro apostolo, dell’anno 1967, quarto del Nostro Pontificato.

PAOLO PP. VI

Publié dans:Papa Paolo VI, San Paolo, San Pietro |on 17 mars, 2015 |Pas de commentaires »

LIBERATI PER RESTARE LIBERI – GALATI 5,1-26

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LIBERATI PER RESTARE LIBERI – GALATI 5,1-26

CAMMINO DI SPRITUALITÀ 2012/2013 – DOMENICA 17 FEBBRAIO

La fede, il cammino di fede è un cammino di libertà. Nella Bibbia la libertà è sempre una questione di relazione liberi da…, liberi per… forse poco si è considerato che le Scritture sono un grande messaggio di libertà, di liberazione. Nella libertà l’uomo si mostra immagine di Dio, si sottrae alla schiavitù degli idoli; questa libertà ci è data solo da Cristo, è la “libertà per la quale Cristo ci ha liberati” (Gal 5,1). E’ una libertà che è liberazione da ogni legalismo, da ogni intolleranza, da ogni assolutismo. La comunità del Signore se non vuole contrastare lo Spirito deve assecondare questa libertà che nasce dall’ascolto obbediente di una vita filiale autentica. Leggiamo ora il testo: davvero Dio è la libertà dell’uomo, è Dio l’amore dell’uomo e l’uomo è immagine di Dio quando è persona, è amore e libertà.
Paolo è estremamente attento a riflettere e ad annunciare libertà. Nei testi del N. T il sostantivo eleutheria è usato 16 volte da Paolo (su 23) .
E’ la grande sfida che Paolo porta nell’esperienza apostolica. Contestato, Paolo rivendica la sua completa ed esclusiva dipendenza da Dio: è la sua azione libera e gratuita che guida la storia della salvezza. “Apostolo non da uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (Gal 1,1; cfr 1 Cor 1,1).
Questo brano di Paolo riprende e conclude il tema precedentemente trattato della libertà cristiana dalla legge e fa da ponte di passaggio alla parte esortativa della Chiesa. Paolo ha di fronte forti opposizioni e contrasti. E Paolo, di fronte ai tentativi di compromesso tra fede cristiana e legalismo giudaico, reagisce opponendo un netto out- out. Si tratta di scegliere tra circoncisione–legge e Cristo-fede. I Galati avvertono che Cristo porta una novità radicale, che è in rottura con la prativa giudaica imposta. Si pensi che i giudaizzanti premevano nel dire che la circoncisione era segno dell’elezione del popolo di Dio e non se ne poteva fare a meno.
Paolo reagisce con radicalità perché vi è in gioco una questione di principio che è quello di non rinnegare l’esclusivo ruolo salvifico di Cristo morto e risorto (v. 2.36); interpreta il cristianesimo in chiave di gratuità e di dono (cfr v. 4).
Come si avverte questo richiamo teologico di Paolo è di estrema attualità.
Il v. 1 ha valore programmatico perché si dichiara che Gesù è il protagonista di questo evento di liberazione (cfr Gal 3,13 : 4,5). Il fine del gesto di dedizione totale del crocefisso è “per una vita di libertà”. Ecco perché vi è un forte richiamo a vivere un’esistenza libera. La fede in Gesù Cristo fa compiere l’esodo dalla terra di schiavitù e in Gesù ci è consegnata la responsabilità di vivere da uomini liberi, di costruire una storia nuova.
Il nostro esodo dalla schiavitù si è realizzato come grazia nel battesimo (3.27) perché lì ci si è immersi in Cristo morto e risorto, godendo del dono di un ‘esistenza libera e che annuncia che la fede è un evento di liberazione. Si noti che non è un punto di arrivo per Paolo, ma un punto di partenza. Ci rende responsabili personalmente e nella storia che viviamo. Non possiamo fare altro che custodire la libertà interiore che è la gioia della gratuità, del non possedere e dell’essere totalmente dedicati a questa novità, toccando nella storia che si vive questa passione di libertà.
Paolo invita alla vigilanza, cioè di non ricadere nel passato; la libertà interiore chiede di non ritornare agli idoli, a qualsiasi forma di idolatria.
Si noti che la libertà era un grande ideale politico delle città greche; lo stoicismo l’aveva anche trasferita sul piano esistenziale, con un ascetismo personale. Paolo la inserisce nel suo sistema teologico: la fede è il dono della salvezza donata da Dio per mezzo di Gesù Cristo. Potremmo dire che la fede è il dono della salvezza in Cristo, è esperienza di libertà. Paolo contrasta il legalismo giudaico. Per noi è offerto una sguardo di libertà che ci indica un orizzonte di pienezza di vita che lasci alle spalle qualsiasi dominio del peccato. Accogliere la libertà significa convertirci. La libertà è più profonda di noi stessi, potremmo dire. E’ una scelta che attraversa contrasto e lotte. Cristo si è consegnato alla morte “per strapparci al malvagio mondo presente” (v1,4).
E’ un esodo radicale da un’esistenza fondata su se stessi e su un falso sentimento di onnipotenza, di bastare a se stessi. Si respira libertà in una vita qualificata dalla logica dell’accoglienza del dono reciproco, della “fede operante mediante l’amore” (v. 6).
Un teologo protestante Barth, commentando la lettera ai Romani dice “Il Vangelo ci annuncia la trasformazione della nostra creaturalità in libertà” . Libertà che solo un Padre Vero può fondare e suscitare. La resurrezione attesta l’eccesso gratuito e appassionato dell’amore di Dio. La crocefissione è una tortura, il segno universale di come il male, quando si afferma, sottopone alla storia l’essere umano e le creature. Il male può catturare, torturare, mandare a morte la vita creata e il Figlio stesso di Dio ma non può cancellare né l’uno, né l’altro.
Il mistero pasquale è un evento che ci riguarda in profondità. La fede è questo sentirci raggiunti da questa radicalità. Bonhoffer afferma: “Solo quando si conosce l’impronunciabilità del nome di Dio si può anche pronunciare finalmente il nome di Gesù Cristo, solo quando si amano la vita e la terra, al punto tale che sembra che con esse tutto sia perduto e finito, si può credere alla risurrezione dei morti e a un mondo nuovo”.
Paolo in questa lettera dice che i credenti liberi dalla legge si aspettano il compimento ultimo della salvezza mossi dallo Spirito e grazie alla fede (v. 59).
Questo è l’unico passo paolino in cui la giustificazione appare oggetto di speranza finale. Vuol dire che la libertà è avvertita anche come attesa, che mette in tensione positiva il presente con il futuro. Affidarsi al dinamismo dello Spirito significa essere trascinati in una speranza di cui si intravvedono i segni. Paolo, nell’inno alla carità ,dirà appunto fede, speranza e carità. E il futuro escatologico, il compimento finale è la carità, questo amore che non ha di fronte la morte, vinta per sempre.Ecco perché di fronte a questo scenario diventa insignificante il fatto di essere circoncisi o no, il ritualismo legalista; per la vita ultima non ha nessun peso essere circoncisi o no, conta solo “la fede operante mediante l’amore”. Fede non è un assenso intellettuale, ma un’adesione che coinvolge la vita, le imprime orientamento operativo. La fede genera comportamenti e gesti di amore, é un’energia creatrice. Insomma, le fede non è un sentimento consolatorio, imprime un dinamismo di libertà, è operosa. Dire che la fede è dono non sollecita un atteggiamento passivo ed essa va accolta e contemplata. Ci apre a un nuovo campo di azione, si traduce in opera di amore. “Per mezzo dell’amore mettetevi gli uni a servizio degli altri” (5,14).
Il contrasto è tra chi opera chiuso in se stesso o per propri tornaconti e chi invece si rapporta agli altri nella logica del dono e del disinteresse (5,13-6,10). Paolo non è tra i difensori del quietismo spirituale. Ma va detto che l’operosità non è accanto al credere, ma esprime la nostra esistenza di fede.
La Chiesa operosa deve vivere di questa profezia. I vv 7-12 si applicano alla Chiesa dei Galati e Paolo si esprime con una concretezza senza mezzi termini. Vi sono ricordi del passato, del presente, riferimenti oppositori, espressioni fiduciose, invettive. Vi è una dimostrazione del modo personale con cui Paolo vive la crisi. I Galati erano incamminati bene ma ad un certo punto sorge un intoppo. Non è certamente opera di Dio che li ha chiamati a libertà (v. 13), ma per opera di imbonitori da non prendere alla leggera perché la loro azione è corrosiva. Non va sottovalutata e capita che questi versetti contengano un’attualità anche per noi. Paolo non gira attorno ai problemi perché ha un grande amore per la comunità e si sente apostolo e guida proprio in nome del Vangelo Saranno pochi questi oppositori, ma non vanno sottovalutati. Appare comunque fiducioso (v. 10) , anche perché il Signore che non fa mancare il suo aiuto, ma contrasta decisamente gli oppositori, non elude il conflitto. Il suo amore per la comunità non lo fa tacere e per questo usa toni accesi (vv. 11-12), proprio perché quegli oppositori vorrebbero annullare la scandalosa iniziativa di Dio di offrire all’umanità la salvezza che è Cristo maledetto dalla Legge. E’ una scandalosa novità rivelata dalla fiducia di Gesù. Per questo sono nemici della Croce di Cristo “che vadano a farsi castrare”. Frase durissima, se si tiene conto che la castrazione era impedimento alla partecipazione al popolo di Dio. (Deut. 23,2),. Insomma, equivale a una scomunica. Ma anche si smitizza il segno dell’appartenenza al popolo di dio dell’A.T.
E a questo punto Paolo si pone da pedagogo un problema vero “senza legge come si fa?”. Non vuole che venga interpretato, la sua teologia della libertà in chiave libertinistica. Non si promuove uno spontaneismo selvaggio e incontrollato? Non si erge a norma il capriccio personale? Non si riduce tutto “ciascuno fa quello che gli piace?” non si permette così il dominio della carne, cioè dell’egocentrismo e della sfrenata ricerca di se stessi e del proprio tornaconto? Sono interrogativi anche questi di grande rilevanza proprio perché Paolo ha superato il legalismo religioso, proprio perché Paolo ha superato illegalismo sviluppa una lotta contro la degenerazione antinomistica della libertà cristiana.
Coniuga libertà e amore. Il credente è stato liberato da Cristo e reso libero di amare (5,13 -15). E’ il dinamismo operativo suscitato dalla fede che contrasta lo spirito della carne che fa ripiegare su se stessi. E’ dunque l’operare nel gratuito che respinge gli impulsi negativi ed egoistici. Paolo, da grande educatore nella fede, sviluppa l’antitesi Spirito-carne (5,16-25).
Il Vangelo paolino significa libertà di amare, capacità di donarsi e accogliere il dono degli altri. E’ un evento di liberazione per grazia che impegna in un cammino di persone libere. La libertà di amare poggia sulla liberazione dalla chiusura in se stessi. La libertà cristiana è un servizio reso per amare non oppressivo. Si tratta di accogliere questi versetti come esortazione precisa anche per il nostro cammino quaresimale. Per Paolo, a differenza degli stoici, è un essere liberi per gli altri, non vivendo come individui autosufficienti. Ma forse conviene che ciascuno di noi abbia la forza e la gioia di iniziare un cammino quaresimale individuando un programma di vita spirituale concreto come Paolo ha fatto con i Galati. La nuova vita dei credenti, che nel battesimo e per la fede hanno partecipato all’essere di Cristo morto e risorto, passa attraverso anche la morte e la rinuncia “Ora chi appartiene a Cristo ha crocefisso la carne con le sue passioni e concupiscenze”.
”Se viviamo animati dallo spirito dobbiamo seguire lo spirito”.
Il cammino quaresimale inizia.

don Virginio Colmegna

BRANO BIBLICO SCELTO – 1 TESSALONICESI 5,16-24

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Tessalonicesi%205,16-24

BRANO BIBLICO SCELTO – 1 TESSALONICESI 5,16-24

Fratelli, 16 state sempre lieti, 17 pregate incessantemente, 18 in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
19 Non spegnete lo Spirito, 20 non disprezzate le profezie; 21 esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.
25 Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 26 Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

COMMENTO
1 Tessalonicesi 5,16-24
Preghiera e servizio nello Spirito

La lettera ai cristiani di Tessalonica è stata scritta da Paolo, durante il suo secondo viaggio missionario, poco dopo aver raggiunto Corinto (verso il 52). Essa si apre con un breve prescritto (1,1) a cui fa seguito un lungo ringraziamento (1,2-3,13); vengono poi alcune direttive su temi specifici di vita cristiana (4,1-5,24), seguite dal postscritto (5,25-28). Il testo liturgico fa parte delle esortazioni che concludono le direttive su temi specifici (5,12-24). Dopo aver raccomandato ai tessalonicesi di avere rispetto per i responsabili della comunità, di correggere gli indisciplinati e incoraggiare i deboli, di non rendere male per bene (cfr. vv. 12-15), Paolo fa prima tre esortazioni generali (vv. 16-18), poi mette in guardia i destinatari da errori circa l’uso dei carismi (vv. 19-22) e infine li esorta alla perfezione (vv. 23-24).
e tre esortazioni generali riguardano rispettivamente la gioia, la preghiera e il ringraziamento Anzitutto Paolo invita i tessalonicesi alla gioia (chairete) (v. 16). Già precedentemente aveva motivato il suo ringraziamento iniziale appellandosi alla gioia con cui essi, benché pressati da ostilità e avversità, avevano accolto l’annunzio evangelico (cfr. 1,6). Ora li esorta a far sì che questa gioia non venga mai meno, neppure in futuro. Con la gioia deve andare di pari passo una preghiera continua (adialeiptôs) (v. 17). Infine raccomanda loro il ringraziamento «in ogni cosa» (en panti) (v. 18). Lo sguardo rivolto a Dio nella preghiera per impetrare i suoi doni è lo stesso con cui i tessalonicesi devono saper riconoscere con gratitudine la sua presenza benefica in tutti i risvolti della loro vita.
In secondo luogo l’apostolo focalizza la sua attenzione sulle manifestazioni carismatiche della chiesa. Egli si esprime con due imperativi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate i doni della profezia» (vv 19-20). Dal suo modo di esprimersi sembra che Paolo non si limiti a mettere in guardia circa un pericolo possibile, ma esorti a interrompere un comportamento deviante già in atto. È probabile che nella comunità di Tessalonica si fosse già verificata una non meglio precisata diffidenza e repressione nei confronti dello slancio profetico suscitato dallo Spirito. La parola viva del profeta, che individua i segni dei tempi e sollecita i credenti a una fedeltà concreta e attuale (cfr. 1Cor 14,3), non deve essere soppressa neppure quando può non fare comodo agli ascoltatori.
D’altra parte però l’apostolo, sapendo che in questo campo si possono commettere errori o prendere abbagli, esorta: «Esaminate (dokimazete) ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male» (vv. 21-22). Nessuna preclusione aprioristica dunque, ma neppure indiscriminata accettazione di ciò che viene proposto, bensì una saggia verifica per fare ciò che è bene e astenersi da ogni male. Anche il profeta deve sapersi mettere in questione e dimostrare la bontà dei suoi interventi (cfr. 1Cor 14,32-33).
Infine Paolo pronunzia una preghiera di supplica (vv 23-24) con la quale conclude la seconda parte della lettera così come aveva già terminato la prima (cfr. 3,11-13). Egli si rivolge al Dio della pace perché porti a compimento nei destinatari la sua opera santificatrice, e questo in vista del giorno ultimo della venuta di Cristo. Bisogna che essi possano presentarsi al suo tribunale con le carte in regola, puri da ogni compromesso con il male. Per esprimere la totalità della persona il testo parla di «spirito, anima e corpo». Questa espressione fa pensare alla visione filosofica greca secondo la quale l’uomo è composto di tre principi, la vita superiore (lo spirito), la vita inferiore (anima), la dimensione materiale (il corpo). Sembra però che si tratti solo di un’imitazione del modo di dire greco, che nulla toglie alla concezione biblica, che punta sempre sulla totalità dell’essere umano. La preghiera termina con un riferimento alla fedeltà di Dio: «Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (v. 24). La fiducia dei credenti non ha nulla da spartire con la spavalda sicurezza di chi confida nelle proprie risorse, ma si basa unicamente sulla affidabilità del Padre.

Linee interpretative
La gioia rappresenta una dimensione importante della vita cristiana. Essa non consiste in una vana esaltazione, ma nella sensazione profonda di pace che accompagna la scoperta del senso della propria vita. Questa gioia trova la sua fonte nella preghiera, perché solo nel rapporto con Dio si capisce a fondo se stessi e gli altri. Il fatto che l’apostolo insista su una preghiera incessante fa comprendere che essa non consiste nella recita di formule, ma in uno stare davanti a Dio, con la percezione costante del suo progetto e delle sue manifestazioni nella storia. La preghiera serve soprattutto a cogliere il senso del Mistero e a orientare le scelte fondamentali della vita. Perciò essa deve essere continua.
Accanto alla preghiera Paolo raccomanda una grande apertura ai doni dello Spirito, che agisce soprattutto mediante l’esercizio della profezia. Sono proprio i profeti che tengono desti nella comunità i valori evangelici e stimolano i fratelli a vivere in piena sintonia con essi. Dai profeti viene anche la possibilità di incarnare il messaggio nella vita quotidiana. La mancanza di una dimensione profetica rischia di appiattire la comunità e di trasformarla in un club di amici senza alcun impatto sul mondo circostante. Certo non manca mai il rischio che sorgano falsi profeti, i quali possono portare la comunità su strade sbagliate. La vigilanza è dunque necessaria. Tutta la comunità deve reagire attivamente alle stimolazioni dei profeti, senza mai dare per scontata l’attendibilità evangelica dei loro messaggi. Nulla è più lontano dalla mentalità di Paolo di una comunità che si lascia trascinare inconsciamente da pochi scalmanati. Ma allo stesso modo egli rifugge dall’idea di un gruppo talmente istituzionalizzato da non saper più cogliere le sfide di un mondo che cambia

PAPA FRANCESCO, QUARESIMA 2014, 2COR 8,9

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/lent/documents/papa-francesco_20131226_messaggio-quaresima2014.html

(ho cercato il passo di San Paolo ed il motore di ricerca mi ha proposto questo – tra altro)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA QUARESIMA 2014

SI È FATTO POVERO PER ARRICCHIRCI CON LA SUA POVERTÀ (CFR 2 COR 8,9)

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo
Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22).
Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2).
Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29).
È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.

La nostra testimonianza
Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo.
Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione.
Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera.
Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana.

Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.
Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Dal Vaticano, 26 dicembre 2013

Festa di Santo Stefano, diacono e primo martire

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO, San Paolo |on 24 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

NON PREOCCUPARTI DI NULLA

http://www.rosee.org/page81.html

ARTICOLO MENSILE: NON PREOCCUPARTI DI NULLA

(traduzione Google dal francese)

Rallegratevi in ogni momento qualsiasi cosa il Signore è per voi. Sì, dico, rallegro. Fatti conoscere dalla vostra gentilezza verso tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Si fa a mettere in ansia per nulla, ma in ogni cosa, esporre le vostre richieste a Dio. Invia lui le vostre preghiere e richieste, in lui come dicendo il vostro riconoscimento. E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà il vostro cuore e le vostre menti in Cristo Gesù. Infine, fratelli, nutrono la mente da tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, degno di amore o di approvazione, tutto ciò che merita rispetto e la lode. Ciò che avete imparato, ricevuto da me, che cosa avete sentito dire e ho visto lui, metterlo in pratica. Poi il Dio che dona la pace sarà con voi . Filippesi 4: 4-9

E ‘facile dire non ti preoccupare di nulla Filippesi 4: 6, ma è la Parola di Dio ci dice. Si tratta di un suggerimento? È un ordine? Ad ogni modo, Dio ci consiglia e abbiamo ordinato, che è alla nostra portata. Il Signore non chiede mai le cose al di là della nostra portata. Egli conosce i nostri limiti, le nostre debolezze, eppure questo è ciò che chiediamo.

La preoccupazione è negativo: si toglie la nostra pace, che ci impedisce di dormire, può anche causare malattie di degradazione fisica o mentale. La preoccupazione è un peso che toglie la nostra pace. Naturalmente vogliamo sbarazzarci delle nostre preoccupazioni, ma come?

Paolo scrive ai Filippesi, mentre era in prigione. Ha vissuto queste cose è per questo che consiglia e perché vogliamo ricevere e vivere.

Rallegratevi nel Signore, sempre, di nuovo gioire Filippesi 4: 3

Paolo chiarisce che è nel Signore. Guardate al Signore. Abbiamo fiducia in lui e Pietro ci dice che la nostra fede è molto più preziosa dell’oro. Abbiamo preoccupazioni materiali, perdita di nostra proprietà, anche la nostra salute, ma abbiamo ancora la fede in Cristo, più prezioso che i tesori della terra.
Gesù nei suoi momenti difficili ha mantenuto la gioia; Come? I nostri occhi su Gesù, il quale per la gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra di Dio. Ebrei 12: 2 Qual è stata la gioia di Gesù era se avrebbe tornare alla destra di Dio e con la sua morte, moltitudini sarebbero stati con lui in eterno.

La nostra gioia deriva dai nostri occhi incentrata su Gesù. Il salmista dice: Quando volgiamo lo sguardo verso di lui, non vi è raggiante di gioia . Cercare il volto di Dio, la comunione con Gesù ha vinto e si sedette alla destra di Dio.
Se vogliamo vivere nella gioia, dobbiamo sbarazzarci delle nostre preoccupazioni. Come?

La preghiera di rendimento di grazie
, ma in tutte le cose possiamo pregare per ogni cosa. Alcuni non hanno il coraggio di pregare per problemi al giorno per i loro piccoli problemi. Egli ritiene che il grande Dio dell’universo non è interessato nel nostro piccolo fastidio. Ricordate che Dio è nostro padre e tutta la nostra vita interessi. Dio non ha creato anche piccoli insetti e lui non ci avrebbe aiutato nei nostri piccoli problemi. E condividere con lui è quello di avere più comunione con Lui.

Fare le vostre richieste a Dio Una buona domanda da porsi: è che si tratta di una necessità o è un capriccio? Dio parla bene alle nostre esigenze. A volte siamo preoccupati per cose inutili, quindi lascia perdere. Ma se si tratta di un bisogno, farlo conoscere a Dio. Alcuni non chiedono Dio e il loro ragionamento umano, si dice che Dio conosce tutti i nostri bisogni, in modo che non si aspettano di ricevere. Dio vuole che noi abbiamo contatti con lui, stavamo parlando di lui. Parliamo delle nostre esigenze con estranei, perché non parlare con il vostro Padre celeste. Non si riceve, perché non si chiede Jacques ha detto nella sua lettera.

Attraverso la preghiera e la supplica Sai cosa disse Gesù in preghiera. Quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà. Matteo 6: 6 Il Padre celeste è nel segreto, e Lui vi aspetta quando vede sei arrivato, vede il suo bambino che viene a lui a parlare. Questo è ciò che il Padre ama, la presenza e la fiducia di suo figlio. Si capisce perché la preoccupazione va? Questa è la presenza del Padre ci rassicura. Suppliche, preghiere vengono ripetute. Non abbiate paura di ritornare a Dio con la stessa preghiera fino a che non si sente.

Con ringraziamento. Dio si aspetta il riconoscimento del suo bambino. I genitori si applicano a dire grazie al loro bambino. Dio si aspetta il nostro ringraziamento e non è vietato dire grazie in anticipo per quello che ci darà. La pace di Dio mantiene i nostri cuori e le menti Se siamo attenti a ciò che dice la Parola, ecco come sarà la pace su di noi per tenerci al posto di preoccupazione, ma in modo da pregare, rendere grazie a Dio. Il risultato: la pace di Dio verrà a voi per tenervi. Sarà una barriera tra voi e preoccupazione.

Sarà come un guardiano al tuo cuore così cattivi pensieri e sentimenti negativi non entrano in te. Non si capisce perché i problemi prima che si sarà in pace. Questa pace sovrasta i nostri pensieri. Fidati la pace di Dio, piuttosto che la vostra intelligenza. Ci vuole umiltà per arrivare e deve avere l’atteggiamento di un bambino che non si preoccupa se sa che il suo papà e la sua mamma si prende cura di tutto. I vostri pensieri e cuori saranno conservati in Gesù Cristo, in comunione con lui. Le preoccupazioni degli Stati Uniti dalla presenza di Cristo, la pace ci riporta a Lui.

Non credere nel male, ma quello che è
i fratelli resto, tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, degno approvazione, virtuoso e lodevole, è l’oggetto dei nostri pensieri. I pensieri sono il cuore del nostro cibo e la nostra vita spirituale. Non deve dominare i nostri pensieri noi, ma la Parola di Dio ci dice di orientare i nostri pensieri, per dar loro da mangiare ciò che è buono. Se ho passato un’ora a guardare un film violento o impuro, è sicuro che i pensieri malvagi venire a vivere nel mio cuore e anche i miei sogni. Parlando di Gesù, il profeta Isaia poteva dire: Chi è cieco, è sordo come il mio servo! Ci sono alcune cose che Gesù non voleva sentire o vedere. Che sono poco puliti. Ci sono alcune cose che un cristiano non deve guardare, non ascoltare. Nell’Antico Testamento, la legge richiedeva di non mangiare certe carni perché erano impuri. Ma egli dirà che non è il cibo che ci contaminano, ma i pensieri che vengono dal cuore. Noi non accetteremmo mangiare mangiare in un piatto sporco, cibo sporco. . Non accettare nutrire i nostri pensieri con la corruzione del nostro mondo

La pratica della Parola di Dio Paolo cita quattro modi per arricchire la loro vita spirituale: Ciò che avete imparato: Apriamo la Parola, si sente un predicatore di imparare cose sul nostro cammino con Dio. Un figlio di Dio è chiamato a imparare sempre da Dio.

Che cosa si riceve: Quando ascoltiamo il messaggio della Parola di Dio, possiamo rifiutare pensando che non è per noi. Dobbiamo accogliere con tutto il cuore che ci dice la Parola, dobbiamo fare un messaggio di benvenuto dalla Parola di Dio, anche quando ci prende nel nostro modo di agire.
Ciò che avete sentito: « Ci peggior sordo di chi non vuol sentire « , dice un proverbio. Ascoltiamo senza sentire. Quando impariamo, dobbiamo tenere in memoria, nel cuore. Deve salire a bordo della Parola nel suo cuore.

E quello che hai visto in me: Ci sono alcuni messaggi che passano più forte perché sono visti. L’esempio vivente di Paolo, le sue lotte, il suo amore per i credenti, sincero affetto per il popolo di Dio fosse visibile. La pratica e la vita vissuta, la sua testimonianza sono stati messaggi per i figli di Dio.

Praticate. Questa non è una novità, ci sono bambini che amano leggere la Parola di Dio, sono felici quando leggono un buon libro cristiano, sentito un buon predicatore. Hanno solo piace, ma sono sorpreso dal fatto che le preoccupazioni e le preoccupazioni sono ancora lì e che ricevono nessun aiuto da parte di Dio. Paolo insiste sul fatto che l’esortazione e finisce per dare un ordine: Practise. Il medico scrive una prescrizione per curare la sua malattia, si acquista il farmaco. Questo è un bene, ma se non si prendono regolarmente come è scritto sulla prescrizione, che cosa serve? E ‘lo stesso con la guida della Parola. Jacques combattere questo atteggiamento nella Chiesa primitiva: facitori della Parola di Dio, e non si limita ad ascoltare. Perché se uno ascolta la parola di Dio e non pratica, è come un uomo che guarda in uno specchio la sua faccia naturale, e, dopo aver guardato, se ne va, e dimenticare come esso è. Jacques 1: 22 a 24. Immaginate la mattina si accede al bagno, si guarda allo specchio e si va senza lavarsi, senza pettinatura … Vuoi osare, e si va al lavoro o uscire città?

Il Dio della pace, che cammina con noi
E Dio sia con voi PACE. Quale migliore protezione contro le nostre preoccupazioni. Quando Dio vede che abbiamo tutte queste cose, il Dio che ci ha riconciliati con Cristo, Colui che ha fatto la pace con noi attraverso il sacrificio di Gesù, ci accompagnano. Che amiamo Dio, che è nostro Padre è sempre in pace. Se mi rivolgo il mio sguardo al mio Padre celeste, al Dio della Pace, vedo che il mio Dio che conosce la mia situazione meglio di me, riposa in pace, allora perché sono io che vado a preoccuparsi. . Io lo scarico delle mie preoccupazioni, so che veglia su di me, per cui condivido la pace di Dio
Lasciamo che la Parola di Gesù conclude: Chi di voi da preoccuparsi, può aggiungere un’ora sola di la sua vita? Quindi non preoccupatevi per il domani. Ogni giorno come viene. Cercate prima il regno e la giustizia; e saranno date tutte queste cose vi. Matteo 6: 25-34. di Edward Kowalski  

PAOLO DI TARSO EDUCATORE E MAESTRO

http://www.stpauls.it/coopera/0906cp/0906cp18.htm

PAOLO DI TARSO EDUCATORE E MAESTRO

L’Apostolo delle genti ha saputo portare il Vangelo con ardente novità. Ma è stato anche essere un grande formatore di cristiani. Nei suoi scritti troviamo insegnamenti ancora validi su come educare i giovani.
Paolo ha davvero molto da dirci, oltre che per aver messo al centro della sua vita Gesù Cristo, anche per il grande lascito all’umanità, di cui tutti siamo chiamati a farne tesoro.
Paolo di Tarso fu essenzialmente un operatore della parola, e in lui si incontrano e si fondono due grandi civiltà della parola: quella greca e quella ebraica. Dopo l’evento di Damasco nascono la predicazione di Cristo, la comunicazione dell’annuncio salvifico, l’educazione ai valori umani ed ai principi etici universali. Predicare, comunicare, educare: sono le tre azioni principali legate alla parola, che in Paolo trovano piena e feconda concretizzazione.
Paolo « parla », dunque. Ma, per noi, soprattutto « scrive »: allora la scrittura non era diffusa e le conoscenze venivano tramandate oralmente dagli anziani ai giovani.
Nel bimillenario della sua nascita, vogliamo rileggere in chiave educativa le Lettere scritte dall’Apostolo delle genti, per prendere più piena consapevolezza del suo pensiero, pedagogico in particolare, e per attualizzare, nell’oggi e in maniera feconda, il suo insegnamento..

Paolo educatore appassionato
Paolo è stato un educatore. Maestro di umanità, di virtù, di valori: « magister » nel senso più autentico del termine. Il libro degli Atti ci racconta come nelle primitive comunità cristiane c’erano dei « maestri » (didscaloi), cioè persone dedite all’insegnamento (e impegnate nello studio). « C’erano nella Chiesa di Antiochia profeti e maestri: Barnaba, Simone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno di infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo » (At 13,1).
L’insegnamento per un credente di quel tempo nasceva dallo studio delle Scritture. Studio che a Paolo non è servito soltanto per rafforzare la sua cultura personale, ma anche a far maturare l’intera personalità dell’uomo nuovo, che si era manifestato in lui. Il corpus delle sue Lettere, ci consegna una eredità pedagogica, davvero ricca che interpella anche la scuola d’oggi. Quelle stesse sollecitazioni educative rivolte da Paolo all’uomo del suo tempo, rimangono, dopo duemila anni, di pregnante attualità.
San Paolo è insieme teologo e filosofo: nel suo discorso nell’Areopago di Atene (At 17,16-34) si rivolge ad un attento uditorio di filosofi epicurei, che esaltavano la cultura dell’effimero e del piacere, e di filosofi stoici con la loro visione panteistica del mondo. Con le ammonizioni, le esortazioni, le indicazioni, ha dimostrato di essere anche un valente pedagogo. Passione per l’uomo, quale immenso capolavoro di Dio, ma anche attenzione per i suoi problemi comportamentali nella quotidianità dell’agire.
Ma Paolo è anche un esempio da imitare, perché ha accompagnato la predicazione della Parola con la testimonianza della vita. I paradigmi fondamentali del suo stile pedagogico sono la conoscenza e l’ascolto. Ascoltare la voce dello Spirito e conoscere una Persona, Cristo il Risorto. Non quindi una dottrina o una teoria, sebbene affascinanti e coinvolgenti, ma una Persona.
Ma in Paolo è fondamentale anche l’ascolto degli altri, ovvero dei ragionamenti dei cosiddetti « gentili », e la conoscenza dei fatti, delle circostanze, degli eventi per portarli a sostegno dei suoi convincimenti. In lui è sempre presente l’incontro con l’altro, il dialogo con gli altri. Ad Atene con il discorso all’Areopago, egli si apre al diverso, allo scettico, alla cultura dominante nella città greca. Incontra gli altri, che non sono ancora cristiani, non per strapparli alla loro cultura ed imporne una nuova, antitetica rispetto alla loro, ma per discutere, argomentare e colloquiare. Paolo adotta i loro punti di vista sui quali innesterà, con dolcezza e senza forzature, la vera e propria azione di cambiamento.
Paolo dialoga con le culture del suo tempo, dialoga con i collaboratori, primo tra tutti con Tito e Timoteo, ai quali indirizza tre lettere; dialoga con la gente comune, da convertire al cristianesimo.
Tenendo conto della sua matrice giudaica, della sua lingua greca, della sua prerogativa di civis romanus, Paolo è l’uomo delle tre culture.
Gli Atti degli Apostoli (19,9ss) riferiscono dell’incontro di Paolo con i giovani a Efeso e dell’insegnamento « a tutti quelli, giudei e greci, che abitavano in Asia nella scuola di Tiranno », un noto retore della città. Insegnamento che « durò per due anni », Nelle ore più calde della giornata. Instancabile educatore, dunque. Annunciando il Vangelo parla ovunque: nelle sinagoghe dei giudei e nelle piazze e nelle scuole delle città pagane. Inoltre Paolo, è bene sottolinearlo, non soltanto parla ma anche scrive, rivolgendosi ad intere comunità.
Il messaggio pedagogico di San Paolo non poggia, quindi, solo sulla tradizione (parádosis), cioè sulla trasmissione verbale di un annuncio codificato da altri (Paolo non ha mai incontrato direttamente Gesù Cristo), ma viene anche rafforzato dalla sapienza (sophia), dalla intelligenza di argomentare per iscritto le verità del kerygma, sia per gli iniziati (i pagani da convertire), sia per i più progrediti nella fede, che hanno già conosciuto la bontà misericordiosa di Dio.
La tradizione e l’intelligenza sapienziale stanno, quindi, alla base del suo insegnamento, che è rivolto soprattutto a consolidare forti legami tra le generazioni.

I consigli per i giovani
Circa il rapporto educativo tra i genitori ed i figli, che troviamo troviamo dei riferimenti specifici nelle Lettere inviate alle comunità di Corinto, di Colossi e di Efeso, e al suo collaboratore Timoteo.
Nella Seconda Lettera ai Corinzi (2Cor 12,14), Paolo si sofferma sul tema del « sostentamento ». Considerato non solo dal punto di vista materiale, ma anche morale. I genitori ad essere invitati a sostenere i figli e non viceversa. I padri non esauriscono mai i loro compiti di guida, sostegno e incoraggiamento.
La Lettera ai Colossesi (Col 3,20s) contiene una doppia esortazione educativa. La prima è rivolta ai figli: sono chiamati, in modo categorico, ad ubbidire ai genitori, ciò è gradito al Signore.
L’ubbidienza raccomandata ai giovani verso i genitori non è servile, di cieca sottomissione, ma una assunzione di reciproca responsabilità. Vive nell’affetto reciproco, nella stima e nello scambievole aiuto. Giacché anche gli adulti hanno qualcosa da apprendere da una corretta relazione.
Si ubbidisce non sotto la paura di eventuali punizioni o, viceversa, con la prospettiva di una ricompensa, bensì come bisogno interiore per rafforzare la propria personalità. Con Simone Weil, potremmo dire che « l’ubbidienza è un bisogno vitale dell’anima umana » ed inoltre « essendo un nutrimento necessario all’anima, chiunque ne sia definitivamente privo, è malato ».

L’esortazione per i genitori
La seconda esortazione educativa è rivolta ai padri. Il « non provocate » sta per « non esasperate », che presuppone il dialogo tra le generazioni, tra gli adulti e i giovani. A sua volta il dialogo favorisce, anzi richiede e pretende il confronto, quindi offre la disponibilità a rivedere le proprie posizioni, che non inficia l’autorevolezza. L’espressione « non si perdano di coraggio » equivale a « non scoraggiate ». Lo scoraggiamento porta dritto dritto al disinteresse ed elimina, peggio annulla, tutti le gratificazioni che sono essenzialmente di natura morale>>.
Non va dimenticata la circostanza che le riunioni cristiane (le ekklesìai) attestate nelle Lettere paoline, avvenivano in case private. La casa è, quindi, per Paolo il luogo naturale dell’incontro (talvolta anche dello scontro) tra i padri e i figli, lo spazio entro il quale far circolare ammonizioni, esortazioni, raccomandazioni.
Nei versetti 6,1-4 della Lettera agli Efesini, ritorna il richiamo all’obbedienza dei figli nei confronti dei genitori da praticare nel nome del Signore, un’esortazione con la quale Paolo sottolinea l’obbedienza di figli di Cristo, che si ottiene già con la grazia del battesimo.
L’ammonizione « non esasperate » (quasi identica al « non scoraggiate » di Colossesi) è posta in modo diretto, non è un semplice consiglio. L’esasperazione provoca l’ira, che arriva a sfociare anche in « bestemmie e oltraggi ». Torna qui la necessità del dialogo, dell’incontro, delle relazioni tra le persone.
Nella Prima Lettera a Timoteo, nei versetti 5,1-8, si scopre un’altra indicazione educativa.
L’invito è rivolto agli anziani ed ai giovani. Gli uni e gli altri membri della stessa famiglia. Gli anziani sono i padri e le madri, i fratelli e le sorelle sono i figli. In questi versetti Paolo riprende il valore del quarto comandamento, già esaminato nella Lettera agli Efesini (6,1-3). L’ammonimento di Paolo non è solo morale, ma questa volta anche materiale. Ai genitori in difficoltà va restituito, ovvero contraccambiato il bene ricevuto da piccoli.
Questo scambio di doni per Paolo non va inteso come compassione, commiserazione, bensì come la pietas romana, come riconoscimento, presa d’atto, dei doveri dei figli verso i genitori. La compassione diventa, allora, com-passione, cioè capacità di condivisione, di partecipazione l’uno con l’altro.

L’eredità pedagogica di Paolo
Ed è indubbio che anche l’educazione per essere valida ed efficace, deve togliere di mezzo la durezza del cuore, la casualità dei gesti, l’estemporaneità degli interventi: insomma tutto ciò che può essere d’ostacolo alla crescita umana dei figli, e dei giovani in genere. I quali per essere educati (nel senso di educati bene), debbono essere continuamente destinatari di esortazioni e di orientamenti.
Correzione (paideia) ed ammonizioni (nuthesia) sono vocaboli particolarmente forti nel linguaggio biblico. La paideia è la disciplina che usa tutti i mezzi per riportare i figli sulla retta via; l’ammonizione è il richiamo fatto con parole. Il binomio paideia-nuthesia indica, dunque, l’opera educativa del pedagogo delle scuole greco-romane, che però deve essere temperata nel Signore: anche per l’educazione il modello da imitare è sempre Cristo.
Nella Lettera agli Ebrei (attribuita a Paolo solo a partire dal secondo secolo), si legge che « ogni correzione sul momento, è vero, appare causa non di gioia, ma di dolore, ma più tardi porta in cambio un frutto pacifico di giustizia » (Eb 12,11). Chi ti vuol bene – recita un adagio popolare – ti fa piangere, chi ti vuol male, invece, ti fa ridere.
La correzione, dunque, non va intesa come costrizione (fare o non fare una cosa), ma come aiuto a non rimanere imbrigliati nell’errore, a risollevarsi e a riprendere la giusta via.
Come per San Paolo, il grande desiderio del Beato Alberione era di raggiungere tutti, per formare l’uomo a immagine di Cristo.
Come per San Paolo, il grande desiderio del Beato Alberione era di raggiungere tutti,
per formare l’uomo a immagine di Cristo.

Paolo, un modello da imitare
Quale conclusione si può trarre da questi brevi cenni tratti dall’epistolario paolino sull’educazione? San Paolo rimane un modello educativo da riscoprire. Un apostolo anche per il nostro tempo: egli è per noi un faro di luce, che rischiara le tetre ombre del disagio che vive oggi la scuola.
L’educazione al vero, al bene, al bello non è forse il cardine di quel pensiero pedagogico, che affonda le sue radici nella matrice personalistica cristiana sviluppatasi lungo il secolo scorso?
E allora possiamo concludere con l’esortazione rivolta da San Paolo ai Filippesi: « Tutto quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica » (Fil 4,8-9).

Teobaldo Guzzo 

Publié dans:San Paolo, Santi |on 6 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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