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LA NECESSITÀ DI SANTITÀ NELLA CHIESA

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(questi commenti non si riferiscono ai testi biblici di domenica prossima, ma sono strettamente correlati)

LA NECESSITÀ DI SANTITÀ NELLA CHIESA

(1 CORINZI 5:1-13) – STUDIO N. 8

 Prima di parlare dell’immoralità della Chiesa di Corinto e della disciplina nella chiesa è utile capire il motivo per cui Dio non può tollerare il peccato. L’opposto di peccato, di impurità, di immoralità è santità! Noi parleremo prima di tutto di questo opposto: parleremo di Dio! Se vogliamo piacere a Dio, e quindi non offenderlo, innanzitutto dobbiamo conoscerlo! Dio è Spirito purissimo, Egli è Santo, è puro e desidera che tale purezza caratterizzi il Suo popolo, la Sua chiesa, i Suoi figli!

1. LA SANTITÀ DI DIO La santità di Dio fra tutte le sue perfezioni è quella che esalta l’eccellenza assoluta della Sua persona!  Nell’A. T. il termine “santità” o “santo” compare come sostantivo, verbo o aggettivo più di 850 volte. Gli studi etimologici suggeriscono almeno due associazioni per la radice di santità qds, è cioè “separazione” e “splendore” secondo altri studiosi la radice traduce anche “tagliare” che esprime l’idea di “separare”, non tanto in modo negativo, come esclusione, ma in modo positivo, come dedicazione, consacrazione.  Dio nella Bibbia si presenta ai suoi servi e al suo popolo come l’Iddio Santo! Solo Isaia per circa trenta volte parla di Dio come del “Santo”! Iddio vuole essere conosciuto soprattutto per la Sua Santità, essendo questo l’attributo con il quale Egli è maggiormente glorificato. Considerare in maniera superficiale Dio e la Sua santità, conduce a considerare altrettanto superficialmente il peccato e la necessità della redenzione in Cristo Gesù!  La santità di Dio non lo rende inavvicinabile, al contrario, Egli è l’Iddio che cerca il peccatore per redimerlo (Isaia 57:15)!  Al tempo stesso, ogni avvicinarsi a Dio, può avvenire soltanto secondo le modalità che Dio stesso ha stabilito. Ogni approccio a Dio che avveniva in altre condizioni era pericoloso: (Esodo 19:12,21,24). Oggi l’unica Via per poterci accostare a Dio è Gesù!  Giovanni dice a proposito di Dio: “Dio è luce e in Lui non vi sono tenebre alcune!” (1 Giovanni 1:5). La santità è lo splendore di Dio, la luce di Dio! È la santità di Dio che ci conquista, perché la luce è la bellezza di Dio stesso: (Esodo 15:11; 1Samuele 2:2).  Noi a volte pensiamo alla Santità di Dio come se Dio ci volesse togliere qualcosa… del buio devo avere paura, non della luce! Apocalisse 15:4 “Tu solo sei santo…“ Solo Dio è Santo! Abbiamo detto che radice di santo è “separato” quindi potremmo tradurre: “tu solo sei separato”, “tu solo sei puro”, nessun altro! Dio è puro, limpido, in Lui non vi è ombra, non vi è sospetto, ci possiamo fidare ciecamente solo di Lui, sempre e comunque!  Nella Bibbia il titolo di maggior onore attribuito a Dio è: “il tuo Santo nome…“! Maria dirà: Luca 1:49.  I serafini (ardenti, quelli che bruciano, ardono d’amore per il Signore) celebrano l’Iddio santo (Isaia 6:3) Tre volte Santo! La purezza di Dio ci attrae, ci riempie, infiamma il nostro cuore d’amore per il Lui!  La Santità di Dio è l’attributo degli attributi! Essa pervade tutti gli altri attributi, tutto quello che fa è santo: l’amore di Dio è santo, la giustizia di Dio è santa (Salmo 98:1)! Nell’A. T. il nome rappresenta il carattere della persona, il braccio rappresenta l’opera che la persona compie!  Il Salmo 99 è il Salmo della Santità di Dio, qua si parla della Sua clemenza, della Sua giustizia, tutto quello che fa è santo!  Dio ama tutti gli uomini, l’amore non è complicità verso il peccato che Egli non tollera assolutamente! Lui ama senza avere secondi fini, così è per tutte le altre cose! Questo fa brillare Dio ancora maggiormente, e quindi per ogni cosa dobbiamo riporre la nostra fiducia nel Signore!  Nella purezza, nello splendore c’è gioia, nelle tenebre c’è tristezza! Dio nella Sua Essenza è separato da tutto quello che è peccaminoso. La Santità è una caratteristica del Suo Essere, della Sua persona, Giobbe affermava: Giobbe 34:10.

2. LA SANTITÀ DEI CREDENTI Nel credente la santità non è sinonimo di perfezione. Sulla terra nessun credente è perfetto! Santità non è sinonimo nemmeno di privazione e quindi di tristezza! Un credente davvero gioioso è un credente che vive la santificazione (Galati 5:22)!  Il vero redente è colui che ha scoperto che più sta vicino al Signore e più sta bene, più si libera delle cose che non vanno e più è gioioso, più ubbidisce al Signore è più si sente libero! La santità è acquistare la gioia, è ricevere pace, non è rinuncia! E rinunciare a che cosa poi? Si rinuncia alla spazzatura: Filippesi 3:8!  Quando si parla di santità spesso la colleghiamo con sacrificio, sacrificio da fare, la colleghiamo a privazione, una serie di cose da non fare, no! Quello è legalismo religioso arido che non porta alcun giovamento, è una vita triste, Dio non ci toglie, Egli dona! La santità per il credente non è nemmeno un apparire con l’aureola, tutti con il sorriso falso, beato, e poi dentro si è lupi rapaci! Santi devono essere i sentimenti del cuore! Gesù ci insegna: Matteo 15:19.  Esteriormente, apparentemente posso sembrare santo, puro, a posto, ma dentro cosa c’è? Nel cuore quali sentimenti nascondo? Il non mettere il Signore al primo posto porta sofferenza!  Santità è purezza! Più siamo vicini al Signore e lo amiamo di più e più l’amore per il Signore caccia via tutti gli altri amori che non servono a nulla! Più amiamo il Signore e più siamo allegri, solari, puri dentro! Puri dai pensieri, separati dal mondo e dal peccato!  Dio è santo è ci attrae con la sua purezza! Il mondo è un’immondizia, è falso, è ambiguo, è bugiardo, ma Dio ci attrae con la Sua purezza, con il Suo amore vero, reale, senza secondi fini… È vero che siamo deboli, incapaci, mancanti, ma la santità ci viene comunicata da Dio! Non la conquistiamo con le nostre forze o capacità! Come la spinta di Archiniede, nel momento in cui facciamo delle preghiere di arresa alla volontà di Dio, nella misura in cui ci abbandoniamo nelle mani del Signore, riceviamo una “spinta” proporzionata alla nostra fede che ci spinge a fare la volontà del Signore e ci dona quelle forze sufficienti per poterlo servire e fare la Sua volontà!  Quando riusciamo per grazia di Dio a confidare completamente nel Signore, noi scopriamo che siamo al sicuro, tranquilli, sereni e nella gioia!

3. LA SANTITÀ RICHIESTA (Esodo 19:5,6; Levitico 11:44,45; 19:2; 1Pietro 1:15,16) La nostra relazione con Dio Santo è fondata sulla nostra santità spirituale, Dio non può tollerare il peccato in quanto è in netto contrasto alla Sua natura che è santità, purezza e desidera che i Suoi figli conservino tale santità, perché vuole avere comunione con loro! Il peccato, l’impurità, crea una barriera tra l’uomo e Dio, crea una separazione, crea la morte spirituale: Isaia 59:1,2.  Siccome Dio vuole continuare ad avere comunione con i suoi figli dopo che essa è stata ristabilita per mezzo di Gesù, ordina di essere santi, di non contaminarsi, di conservarsi puri, proprio per non perdere quella meravigliosa comunione, quel meraviglioso rapporto con il nostro Padre Celeste!  I Corinzi invece non avevano conservato tale purezza, permettevano che alcuni di loro mantenessero atteggiamenti e usanze tipici della società del tempo. La nefasta influenza esercitata dalla cultura filosofica di Corinto e dallo stile di vita licenzioso, immorale, corrotto della popolazione era talmente evidente nella comunità al punto tale da indebolire il rigore morale proprio della Chiesa di Cristo!  Essi tolleravano il peccato e l’apostolo sentì il dovere di richiamarli con molta fermezza, sapendo che una simile debolezza è nociva sia per l’atmosfera spirituale, sia per la forza che per la crescita e per la testimonianza della Chiesa!

SAPIENZA 11,22-12,2 (prima lettura di domenica 31ma T.O.)

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SAPIENZA 11,22-12,2

22 Signore, tutto il mondo davanti a te, è come polvere sulla bilancia,
come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.

23 Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi,
non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento.

24 Poiché tu ami tutte le cose esistenti
e nulla disprezzi di quanto hai creato;
se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata.
25 Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi?
O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza?

26 Tu risparmi tutte le cose,
perché tutte son tue, Signore, amante della vita,
12,1poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.

2 Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli
e li ammonisci ricordando loro i propri peccati,
perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore.

COMMENTO
Sapienza 11,23 – 12,2

La misericordia di Dio
Il libro alessandrino della Sapienza si divide in tre parti. Nella prima si presenta la sapienza come speranza del giusto (1,1-6,25); nella seconda si descrive la natura della sapienza (7,1-10,21); infine nella terza si racconta l’opera della sapienza nella storia della salvezza (11,1–19,22). Quest’ultima parte è una riflessione (midrash) sulle vicende riguardanti l’uscita degli israeliti dall’Egitto, così come sono narrate nel libro dell’Esodo. Dopo un’introduzione (11,1-3) nella quale si indica il tema dell’assistenza prestata dalla sapienza agli israeliti «per mezzo di un santo profeta», Mosè, l’autore elabora sette dittici, in cui contrappone il comportamento di Dio nei confronti degli israeliti a quello da lui riservato agli egiziani. Nel primo dittico (11,4-14), dopo aver enunciato il principio generale secondo il quale Dio punisce i malvagi servendosi degli stessi elementi con cui viene in aiuto ai giusti, la sua attenzione si focalizza sul primo tema, quello dell’acqua che, trasformata in sangue per punire gli egiziani, è fatta scaturire dalla roccia per dissetare gli israeliti. A questo punto si inseriscono due digressioni riguardanti rispettivamente il modo di agire di Dio nella storia (11,15 – 12,27) e l’assurdità dell’idolatria (13,1 – 15,19). Infine l’autore riprende la serie dei dittici riguardanti i fatti dell’esodo (16,1-19,9). Il midrash termina alcune riflessioni conclusive (19,10-21).
Nella prima digressione successiva al primo dittico l’autore mette in luce la moderazione di Dio nei confronti degli egiziani (11,15 – 12,2) e dei cananei (12,3-18). Alla fine dal comportamento divino si ricava una lezione di vita per Israele (12,19-27). Il testo liturgico riporta gli ultimi versetti riguardanti la moderazione di Dio verso gli egiziani. In essi l’autore esprime il suo pensiero rivolgendosi direttamente a Dio in forma di preghiera. Si noti che la liturgia segue la numerazione latina, che è superiore di un numero a quella greca.
Nei versetti precedenti (11,18-22) l’autore aveva sottolineato come, in forza della sua onnipotenza, Dio avrebbe potuto colpire a suo piacimento i peccatori. Il potere divino che si estende a tutte le cose, viene da lui sintetizzato nella prima frase del testo liturgico: «Tutto il mondo infatti davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra» (11,23). Ma in contrasto con tutto ciò, egli afferma che Dio agisce, sì, ma con misericordia: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento» (11,24). Dio compatisce tutti (cfr. Sir 18,13) proprio perché è onnipotente (cfr. Sap 12,16). L’amore di Dio verso la creazione, si manifesta soprattutto nei confronti degli esseri umani. Egli infatti chiude gli occhi sui loro peccati, cioè li perdona: solo chi detiene il potere può esercitare la grazia del perdono. Lo scopo di tale amore è quello di portare l’uomo peccatore alla conversione (cfr. Ez 33,11; 2Pt 3,9; Rm 2,4).
Dopo aver affermato in via di principio la compassione divina, l’autore ne spiega il motivo: «Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata» (11,25). L’unico movente della creazione è stato la bontà di Dio: il suo amore perciò si esercita verso tutti gli esseri così come essi sono, escludendo qualsiasi tipo di odio, avversione, disprezzo e indifferenza. E questo fin da prima della creazione, poiché se Dio avesse avuto avversione per qualcosa non l’avrebbe neppure creata.
L’argomentazione procede poi con due domande retoriche: «Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?» (11,26). Naturalmente la risposta è negativa. Gli esseri di questo mondo non esisterebbero se Dio non li avesse creati e non potrebbero sussistere se Dio non avesse cura di loro. L’amore di Dio per le sue creature non è dunque un amore statico, che si è manifestato una sola volta, nel passato, o che si ferma unicamente alla contemplazione della sua opera; al contrario, l’amore di Dio è attuale, in quanto si rivela in una creazione continua. Il fatto che le creature permangano nell’esistenza, e che si conservino nella loro molteplicità in modo attivo e misterioso, è la prova più tangibile dell’amore continuo di Dio. Ciò dimostra la radicale e continua dipendenza delle creature dal loro Creatore; la sua sovranità e il suo influsso non annullano proprietà e leggi della natura, né le rendono divine nel senso panteistico, bensì le fanno essere ciò che sono.
Lo stesso principio dell’amore di Dio per le sue creature è ripetuto subito dopo con espressioni diverse: «Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita (11,27). Torna qui il tema della clemenza (cfr. 11,24); questa volta, però, oggetto della bontà, della cura o del perdono divino sono tutte le cose, proprietà di Dio. Il fondamento di questa affermazione è stato dato nei versetti precedenti: Dio è creatore di tutto, è il Signore. Egli si qualifica perciò come «amico della vita»: nel linguaggio comune questa espressione si riferisce a colui che ama la propria vita, in senso piuttosto peggiorativo, in quanto implica la paura di morire. Applicato a Dio, ha qui il senso di amore per la vita degli altri, cioè di tutti gli esseri viventi.
Un’altra ragione dell’amore di Dio per tutte le creature è indicata nel versetto seguente: «Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose» (12,1). Lo spirito o soffio divino, incorruttibile e imperituro come Dio stesso, è presente in tutti e in tutte le cose. L’autore aveva già affermato l’idea della presenza vivificante di Dio in tutte le cose per mezzo del suo spirito, identificato con la sapienza (cfr. Sap 1,7; 7,22.24 e 8,1). Il principio della vita, il soffio vitale, viene da Dio; il suo spirito anima ogni vivente: se Dio lo ritira, tutto perisce (cfr. Gn 2,7; 6,3; Gb 27,3; 33,4; 34,14-15; Qo 12,7). Il salmista estende l’azione dello spirito a tutte le cose (cfr. Sal 104,29-30). Nell’ambiente alessandrino questo modo di pensare non poteva destare meraviglia, poiché era nota la concezione stoica di Dio come anima del mondo, come spirito che tutto penetra. L’autore sa cogliere l’aspetto positivo delle dottrine contemporanee, liberandolo dalla loro connotazione panteistica e servendosene per arricchire il pensiero biblico.
La riflessione giunge a termine con una considerazione sulla pedagogia divina nei confronti dei peccatori: «Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore» (12,2). Certamente Dio punisce coloro che sbagliano, li ammonisce con prove e sofferenze, ma non lo fa tutto d’un colpo, bensì a poco a poco, in modo da dare loro la possibilità di rendersi conto dei loro sbagli e di cambiare vita; il tema è quello della pazienza divina che sa attendere e da tempo al peccatore perché possa giungere alla conversione. In Dio quindi il castigo è sempre medicinale, tende alla salvezza e non alla preservazione dell’ordine costituito e tanto meno alla vendetta. Nella sua pedagogia, Dio vuole staccare il peccatore dalla sua malvagità, conquistarne nuovamente la fiducia, e portarlo alla dedizione totale e assoluta verso di sé, cioè alla fede. La pericope termina con il vocativo «Signore», invocazione rispettosa e fiduciosa nei confronti di colui che è creatore e che tutto può, ma che è anche misericordioso.

Linee interpretative
In questo brano si sviluppa il secondo polo del binomio onnipotenza-misericordia di Dio. L’autore parla con Dio, in stile dialogico, dei motivi della sua benignità che si manifesta nel suo modo di agire verso tutti gli uomini. Egli vuole mostrare come la benevolenza di Dio non è effetto di debolezza, ma si basa sulla sua stessa onnipotenza. Un potente di questo mondo è ingiusto perché ambisce maggior potere, teme di perderlo, è dominato dall’avidità, dal timore; è rigido perché non ama il colpevole, teme che gli sfugga. Soprattutto la giustizia umana tende alla conservazione dell’ordine stabilito, colpendo con una pena vendicativa colui che lo trasgredisce.
Dio invece ha il potere supremo non teme nulla, non deve render conto a nessuno, ama i colpevoli, ha tempo, non sbaglia mai. Questi versetti sono un libero commentario alla professione liturgica: «Dio è clemente e compassionevole, paziente e misericordioso» (Es 34,6; Sal 86,15; 103,8; Nm 14,18). Da questo brano emerge dunque un insegnamento positivo e ottimistico. I giudizi storici hanno già reso testimonianza alla volontà salvifica di Dio, che solo in ultima istanza dà luogo al castigo finale. Ciò che l’autore afferma per l’umanità del suo tempo vale anche per quella di oggi: nella sua misericordia Dio vuole la salvezza di tutti e dà a tutti la possibilità di salvarsi. L’elezione di Israele e della Chiesa deve quindi essere vista sempre nel contesto di una salvezza messa a disposizione di tutti, senza eccezioni.

SIRACIDE 35,12-14.16-18

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SIRACIDE 35,12-14.16-18

12 Il Signore è giudice
e non v’è presso di lui preferenza di persone.
13 Non è parziale con nessuno contro il povero,
anzi ascolta proprio la preghiera dell’oppresso.

14 Non trascura la supplica dell’orfano
né della vedova, quando si sfoga nel lamento.
16 Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza,
la sua preghiera giungerà fino alle nubi.

17 La preghiera dell’umile penetra le nubi,
finché non sia arrivata, non si contenta;
18 non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto,
rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità.

COMMENTO
 Siracide 35,15b-17.20-22a
Dio giudice giusto

Il libro del Siracide si divide in due parti, la prima delle quali raccoglie gli insegnamenti della sapienza (1,1 – 42,14) e la seconda descrive gli interventi della sapienza nella natura e nella storia (42,15 – 43,33). La prima di queste due parti si divide a sua volta in due sezioni: a) sapienza e coscienza umana (1,1 – 23,27); b) sapienza e legge (24,1 – 42,14). Il brano liturgico si situa verso la fine della seconda di queste due sezioni. Nella prima parte (vv. 15-17) viene descritta l’attività giudiziale svolta da jhwh; nella seconda invece (vv. 21-22) si sottolinea l’efficacia della preghiera dei poveri. Sono omessi due versetti (vv. 19-20) che interrompono il flusso delle idee.
La prima massima riguarda il potere giudiziale di Dio: «Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone» (v. 15b). Molte volte nella Bibbia Dio è presentato come giudice (cfr. Gn 18,25; Rm 3,6). In quanto giudice Dio si caratterizza per il fatto di non fare preferenza di persone. Per definizione il giudice deve essere imparziale, cioè al di sopra delle parti. Questa imparzialità si manifesta soprattutto nel rapporto con le categorie più disagiate, verso le quali è facile commettere soprusi: «Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento» (vv. 16-17). In campo sociale coloro che sono più facilmente oggetto di soprusi sono i poveri che non hanno i mezzi per opporsi all’oppressione e allo sfruttamento. Fra costoro si situano in primo piano la vedova e l’orfano, i quali sono privi di una famiglia dalla quale nell’antichità derivava soprattutto la sicurezza e la stabilità di una persona. Nei loro confronti è facile che i giudici umani commettano ingiustizie. Ma Dio è dalla loro parte e li difende nei confronti di coloro che li opprimono.
Dopo le massime riguardanti Dio come giudice, viene ora presentata l’efficacia della preghiera a lui rivolta: «La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità» (vv. 21-22). È soprattutto la preghiera di coloro che sono discriminati e oppressi che giunge direttamente a Dio. Essa è talmente insistente da provocare il suo intervento. Il povero è qui identificato con il giusto, cioè la persona innocente, quello che non si è macchiato di soprusi e ingiustizie. Dio non lo abbandona a se stesso, ma interviene per fargli giustizia.

Linee interpretative
La presentazione di Dio come giudice giusto è molto rassicurante, ma porta con sé il rischio di considerare Dio come il garante dell’ordine pubblico, che subentra a riparare i danni causati dall’ingiustizia umana. Dio invece deve essere considerato come l’energia positiva che opera in questo mondo, conducendolo verso un fine di salvezza. La sua azione il più delle volte resta nascosta e sconosciuta. È proprio della fede riscoprire al di sotto delle cose che capitano in questo mondo una forza di bene che guida gli eventi umani verso un fine di pace e di amore. È proprio questa visione ottimistica della realtà che dà la forza per combattere contro il male, dovunque si manifesti, senza lasciarsi travolgere da esso o scoraggiare dai fallimenti che si sperimentano.
Non è evidente a prima vista che le preghiere dei poveri e degli oppressi siano esaudite da Dio. I fatti che capitano ogni giorno sembrano smentire questa ingenua affermazione. Tuttavia bisogna riconoscere che, pur credendo che Dio agisce potentemente nelle vicende di questo mondo,  noi non sappiamo nulla delle modalità del suo intervento. Solo in base alla fede si può affermare che Dio è dalla parte degli ultimi e lo si può dimostrare nella misura in cui si è disponibili a impegnarsi fino in fondo in loro favore. L’amore di Dio verso gli ultimi si manifesta soprattutto nel comportamento concreto di quanti credono in lui.

DIMANCHE 20 OCTOBRE – COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT: 2 TIMOTEO 3, 14-4, 2

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

DIMANCHE 20 OCTOBRE : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

SECONDA LETTURA – 2 TIMOTEO 3, 14-4, 2

(traduzione dal francese di un Gadget di Google)

Domenica scorsa, si legge nella seconda lettera a Timoteo, un inno in onore di Cristo: « Ricordati che Gesù Cristo, risorto dai morti. » Oggi, potremmo dire che si legge un inno in onore della Scrittura. Cerchiamo di essere chiari, ciò che St. Paul chiama la Scrittura, è ciò che noi oggi chiamiamo l’Antico Testamento. Più volte, in lettere a Timoteo, abbiamo indovinato un conflitto persistente nella comunità di Efeso, dove Timoteo, ed è anche a causa di questo conflitto che Paolo chiede a Timoteo di rimanere in Efeso, egli essere in grado di contare su di fedeli custodi della Parola. Le prime righe di testo di oggi « , è necessario attenersi a ciò che vi è stato insegnato » implica che gli altri non rimangono fedeli agli insegnamenti ricevuti e vanno fuori strada . altro
 Così possiamo riassumere il passaggio in tre frasi: in primo luogo, si deve ricaricare nella Scrittura. In secondo luogo, dobbiamo proclamare la Parola. In terzo luogo, questa dichiarazione deve essere effettuata al fine di costruire la comunità. In primo luogo, abbiamo bisogno di rilassarsi nelle Scritture, nel vero senso della parola « ricaricare » la Scrittura è la nostra origine, la nostra traduzione dice: « è necessario attenersi a ciò che vi è stato insegnato, » ma possiamo lì per ascoltare una raccomandazione di fissità, che non è affatto di Paul. La parola per parola come « rimane in quello che hai imparato » la fede non è un oggetto ma ha un supporto vitale, una « casa » ai sensi di San Giovanni.
 Timoteo ha colpito in questa fonte di Scrittura dalla sua infanzia: il padre era greco e pagano, ma sua madre, Eunice, e la nonna materna, Lois, erano ebrei: essi hanno introdotto nel Vecchio Testamento, e quando sua madre convertito al cristianesimo, non ha smesso di frequentare il corso di Scrittura. Altri maestri iniziati Timoteo e Paolo sottolinea questo aspetto della comunità l’accesso alla Scrittura. Uno non scopre la sola Bibbia, ma nella Chiesa. Ancora una volta, troviamo in Paolo il tema della trasmissione della fede, quello che viene chiamato in teologia « Tradizione »: tradere, in latino, significa « passaggio »: « Vi ho dato quello che ho ‘ anch’io ho ricevuto « (nel senso non ho inventato nulla) Paolo dice nella lettera ai Corinzi, l’ apostolo è inviato al servizio di una parola che non è la sua. In fede, nessuno di noi è un fondatore, un innovatore, noi siamo anelli di una catena. Ovviamente, è fondamentale che questa trasmissione è fedele. Poco prima, nella stessa lettera, Paolo disse a Timoteo: « Che cosa hai udito da me in presenza di molti testimoni affidano a uomini fedeli che a loro volta in grado di insegnare di nuovo in d altra. . « (2 Tm 2, 2)
 che segue è molto importante: Paolo dice: « Le Scritture hanno il potere di comunicare a voi la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede che abbiamo in Gesù Cristo »: è dire con questo che l’Antico Testamento conduce direttamente a Gesù Cristo. Per Paolo, come per i primi apostoli , Gesù ha reclutato tra gli ebrei, era una bazzecola. Si ricorda che durante il suo processo a Gerusalemme, Paolo ha sostenuto che proprio perché era un Ebreo era diventato un cristiano.
 Paolo continua: « tutte le Scritture sono ispirate da Dio »; prima di essere un dogma affermato dalla Chiesa, questa frase era quindi già la fede di Israele. Questo spiega il rispetto è sempre circondato i libri sacri in ogni sinagoga.  » Grazie alle Scritture, l’uomo di Dio saranno ben armati, che sarà dotato di tutto il necessario.  » Così l’attrezzatura del cristiano: Scrittura nella fedeltà all’insegnamento ricevuto, « Bisogna attenersi a ciò che vi è stato insegnato, avete riconosciuto come vero, sapendo quali sono i maestri hai insegnato.  » L’attrezzatura del cristiano, quindi è Scrittura e la Tradizione per essere in grado di trasmettere a sua volta. Per passare, e questa è la seconda scheda di Paolo a Timoteo, dobbiamo avere il coraggio di annunciare la Parola, questo è il primo, forse l’unico compito di un dirigente della Chiesa. Il problema è grave e Paolo impiega formula quasi incredibile: « Davanti a Dio e davanti a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi ei morti, vi chiedo solennemente, a nome della sua manifestazione e il suo regno: la proclamazione della Parola. ..  »
 Ancora una volta, Paolo si riferisce alla manifestazione di Cristo, e il suo regno: il compimento del piano di Dio è veramente l’anno in cui Paolo non ha mai lasciato gli occhi. E altrove in greco, Paolo dice: « Proclamate il Logos », la parola in Giovanni è il Verbo, Gesù stesso. Tradurre, se prendiamo sul serio l’evento e il Regno di Cristo, dobbiamo instancabilmente proclamare la Parola. Corso della vita di Paolo, dopo la sua conversione, è stata dedicata a questo compito: « Annunciare il Vangelo è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo ! . « (1 Cor 9, 16)
 Ma ci vuole coraggio per annunciare la Parola, dobbiamo accettare di essere ben accolto, « intervenire in tempo e contro il tempo, denunciare il male, biasimo incoraggia » c vale a dire, non esita a giudicare ciò che si vede … Egli conclude in quello del clima che si deve fare (e questo è il terzo punto): con grande pazienza e la voglia di imparare. Anche in questo caso troviamo un sempre presente enfasi in Paolo, la preoccupazione che costituisce la comunità, è l’unica cosa che conta.

DI GIANFRANCO RAVASI – L’ALLENAMENTO PER CHI VUOLE SALIRE, TEOLOGIA E MISTICA DELLA MONTAGNA BIBLICA

http://www.reginamundi.info/rassegna-stampa-cattolica/rassegna-stampa.asp?codice=851

L’ALLENAMENTO PER CHI VUOLE SALIRE, TEOLOGIA E MISTICA DELLA MONTAGNA BIBLICA

DI GIANFRANCO RAVASI

Tre monti nominati nella Bibbia hanno un rilievo, un’incidenza tutta particolare. Cominciamo col « monte Sion ». Cominciamo di qui, anche se non è il primo dal punto di vista logico, non soltanto perché il monte Sion riassume in sé tutta la tensione verso l’alto delle pagine bibliche – come abbiamo potuto vedere anche attraverso lo sguardo che si leva verso l’alto e verso il monte, l’unico che può dare la salvezza – ma anche perché col monte Sion è stato identificato da parte della tradizione ebraica e cristiana prima e poi anche da parte di quella musulmana, un altro monte, che è radicale per tutte e tre le religioni monoteiste, ovvero il monte di Abramo, il monte Moria, monte che non è rintracciabile in nessun atlante.
Faremo solo tre considerazioni essenziali. La prima: l’identificazione tra Sion e monte Moria. Che cos’è il monte Moria? È per eccellenza il monte della fede. Sappiamo che nel racconto del capitolo 22 della Genesi, una pagina tra l’altro di straordinaria fragranza non solo teologica, ma anche narrativa, Abramo si trova di fronte alla prova più ardua della sua fede. Dio infatti lo invita quasi a smentire se stesso: Isacco non era forse il figlio della promessa e quindi il dono di Dio per eccellenza? Come andare contro la promessa stessa di Dio per ordine dello stesso Dio, uccidendo Isacco, cancellando per ciò stesso il senso della promessa? Si tratta qui, dunque, di un’esperienza che è l’esperienza più lacerante possibile, più tenebrosa. In quel momento appare un Dio amato e crudele allo stesso tempo e Abramo deve credere in lui correndo il rischio estremo, il rischio dell’assurdo, perdendo tutte le ragioni del credere, comprese le ragioni stesse della fede, cioè il figlio suo, dono di Dio. È per questo motivo che l’autore sacro, nel descrivere i tre giorni di viaggio per ascendere le pendici del monte Moria, mette in scena un dialogo tra Abramo e suo figlio continuamente ritmato sulle relazioni di paternità e filiazione: « padre mio », « figlio mio », si dicono continuamente tra di loro, aggrappandosi all’unico valore che essi hanno, quello della paternità e della filiazione, cioè a un valore umano, in quanto non c’è più ormai alcun valore evidente di fede che possa aiutare in questo pellegrinaggio verso l’assurdo. E lassù sul monte, alla fine, si consuma il dramma.
Come sappiamo questa pagina della Genesi ha avuto un commento straordinario in un’opera di grande finezza filosofica e teologica, Timore e tremore di Soeren Kierkegaard. Il filosofo danese fa una considerazione a mio avviso molto interessante nel parlare del monte Moria-Sion come monte della fede. Egli ricorda come questo viaggio, questa ascesa al monte sia sicuramente il paradigma per eccellenza del vero credere e commenta questa considerazione utilizzando un’immagine che tra l’altro appartiene al mondo dell’Oriente. Egli dice che quando la madre deve svezzare il suo bambino si tinge di nero il seno perché il piccolo non l’abbia più a desiderare; in quel momento il bambino odia sua madre perché gli toglie la sorgente del suo piacere, del suo cibo, del suo alimento; in quel momento il bambino sente che la madre in un certo senso lo costringe ad andare lontano da lei. Questo è un gesto che alla madre costa; vi sono, come sappiamo, delle madri che questo gesto non lo fanno mai. Tutti abbiamo conosciuto nella vita qualche persona di cui si usa dire che non ha avuto mai il cordone ombelicale staccato da sua madre; si tratta di quelle persone incapaci, sempre timorose, che sempre hanno bisogno di tornare al grembo della madre, che hanno paura del mondo. La madre, dunque, quando stacca il figlio da sé, compie un gesto che a lei costa, ma alla fine risulta un gesto d’amore perché in quel momento il figlio diventa finalmente una creatura libera che cammina per il mondo da sola.
Il gesto che Dio fa sul monte Moria vuol significare dunque che il credere deve essere frutto totale e assoluto di una decisione libera dell’uomo, non dipendere cioè dall’aver ricevuto dei doni, con la relativa certezza quindi che il credere sia simile a un evento economico, un dare e ricevere. È per questo motivo allora che nel finale si dà del monte Moria un’etimologia che, come spesso succede nelle etimologie bibliche, filologicamente non è probabilmente fondata: secondo tale etimologia il significato del termine sarebbe « là sul monte Dio provvede »; è dunque il monte della provvidenza di Dio, dell’amore di Dio nei confronti della sua creatura, è il luogo nel quale Dio vede che ormai la fede di Abramo è totale e assoluta, pronta anche a strapparsi il figlio dalle proprie viscere.
Seconda considerazione a proposito del monte Sion. Facciamo riferimento a Isaia (2, 1-5). Si tratta di una pagina anche questa di grande bellezza letteraria, è il grande Isaia, il Dante della letteratura ebraica. Qui si rappresenta il monte Sion avvolto di luce mentre delle tenebre planetarie, potremmo dire, si stendono su tutto il mondo. All’interno di questa oscurità si muovono processioni di popoli e queste processioni hanno come punto di riferimento questo monte, che certo non è il più importante della terra. I popoli vengono da regioni diverse, salgono il monte, il monte della parola di Dio, e una volta che sono saliti in Sion ecco che lasciano cadere dalle mani le armi; le spade vengono trasformate in vomeri e le lance in falci e Isaia dice: « Essi non si eserciteranno più nell’arte della guerra ». Sion diventa il luogo nel quale tutti i popoli della terra convergono e là fanno cadere l’odio e costruiscono invece la pace; cancellano la guerra e costruiscono un mondo di armonia.
E qui, per inciso, possiamo osservare come il testo di Isaia sia attuale; sempre nella storia di Israele le pietre di Sion sono striate di sangue, e ancor più, purtroppo, ai nostri giorni. Tutti i popoli hanno dunque, come dice la Bibbia, diritto di cittadinanza in Sion, non solo gli Ebrei; e tutti i popoli, quando trasformano i vomeri in spade, gli strumenti per lavorare la terra in strumenti di guerra, compiono un atto blasfemo nei confronti del sogno di Dio.
Nel salmo 87 possiamo incontrare una ulteriore conferma a quanto abbiamo appena detto. Troviamo qui una formula che in ebraico è ripetuta tre volte, anche se con una variazione: jullad sham / jullad bah, « tutti là sono nati / in essa sono nati » tutti i popoli della terra. Questa formula, tecnicamente parlando, era la formula propria dell’anagrafe, dell’iscrizione nei registri di una città. Nel salmo in questione l’elenco delle nazioni, dei luoghi che vengono citati, è in pratica la planimetria del mondo allora conosciuto; si va da Rahab, che indica l’Egitto, a Babel, che indica Babilonia, la superpotenza occidentale e quella orientale, quindi. Viene nominata anche la Palestina, i Filistei, anche loro con diritto di cittadinanza in Gerusalemme; vengono nominati tutti i popoli della terra, anche i più remoti: tutti trovano in Gerusalemme il loro luogo di nascita, tutti hanno un diritto nativo in Gerusalemme. Alla fine il poeta immagina che tutti questi popoli così diversi tra loro siano in Sion e siano là cantando e danzando, ripetendo questa loro professione d’amore nel monte Sion, il monte del tempio: « In te sono tutte le nostre sorgenti ».
Terza considerazione: dopo il monte della fede e il monte della pace, ecco ora profilarsi in Sion il monte di Dio per eccellenza, il monte dell’incrocio e dell’abbraccio tra Dio e l’uomo. È bellissimo il termine con cui viene definito nella Bibbia il tempio; di per sé è il termine che viene usato quando si parla del santuario mobile nel deserto, lo si chiama in ebraico ‘ohel mo’ed, cioè « la tenda dell’incontro », naturalmente la tenda dell’incontro degli Ebrei tra di loro: è, infatti, il luogo dell’assemblea, qahal in ebraico, l’assemblea dei figli di Israele. Ma è anche il luogo dell’incontro e dell’abbraccio dell’uomo con Dio. Possiamo osservare allora come il santuario di Sion non corrisponda ai templi magici: qui si tratta dell’incrocio, dell’intreccio, dell’abbraccio di due libertà. Tant’è vero che, se Israele è peccatore, Dio non è costretto a stare nel tempio di Sion. Conosciamo la riflessione che fanno, ad esempio, i profeti Geremia ed Ezechiele a proposito della presenza di Dio in Sion. Secondo Geremia, se Sion si trasforma in una spelonca di ladri, Dio allora non è più lì, non è costretto nel perimetro sacro e consacrato, quasi per una costrizione magica.
È significativo il capitolo ottavo del Primo Libro dei Re dove si parla della grande preghiera di dedicazione del santuario di Sion che Salomone pronuncia dopo aver eretto il tempio. Vi sono due frasi che ora riporteremo e che mostrano veramente come lì si compia il mo’ed, cioè l’incontro, il convegno. Al versetto 27 si dice: « I cieli e i cieli dei cieli, o Signore, non ti possono contenere, quanto meno questa casa che io ho costruita! ». Dio, che è infinito, non può essere compreso nel perimetro sacro di un tempio, Dio non può essere costretto magicamente a essere lì, ma come si dice al versetto 30: « Ascolta la supplica del tuo (…) popolo, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali dal luogo della tua dimora ». Possiamo qui osservare come Dio giunga dalla sua dimora celeste, che è il simbolo appunto della trascendenza, ad ascoltare il grido che l’uomo eleva verso di lui: ecco allora che il tempio di Sion diventa il luogo del dialogo.
Di Sion abbiamo dato dunque tre definizioni: in primo luogo monte della fede, della fede più pura, più assoluta, sotto il nome di monte Moria, il monte sul quale Abramo, padre di Israele, padre della nostra fede di cristiani, padre attraverso Ismaele dell’Islam, compie il suo atto di fede. Ciò che è importante qui non sono le opere, ma il suo atto di fede in Dio, fede pura e totale. Seconda definizione: luogo della pace, del sogno di Dio in un’umanità che si incrocia e si riunisce in Sion. Infine, terzo momento, luogo dell’intreccio delle mani di Dio e dell’uomo attraverso il santuario.
Passiamo ora al secondo monte che costituisce un momento obbligato di riflessione: il monte Sinai, un monte evidentemente carico di risonanze, a proposito del quale vorrei però anche in questo caso indicare solamente tre dimensioni. La prima: il Sinai è il luogo della teofania, della grande manifestazione del Dio misterioso. « Sul far del mattino vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte, un suono fortissimo di tromba, tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da terrore » (Esodo, 19-26). Siamo di fronte alla celebrazione per eccellenza del tremendum di Dio, è il luogo questo nel quale Dio ci fa scoprire tutta l’impotenza dell’uomo – chi è stato sul Sinai riesce anche a intuirlo proprio nell’atmosfera stessa di questo monte, monte solitario, monte desolato, arido, attraversato dal vento, prosciugato dall’incandescenza del sole, mutevole anche per i cangianti colori delle sue pietre durante la giornata.
Seconda riflessione: è anche il luogo della « teo-logia », cioè non solo della manifestazione, dell’apparizione di Dio, ma anche della parola di Dio. A questo proposito vorrei ricordare, oltre al Decalogo che ci giunge da questo monte – le dieci parole fondamentali sulle quali si organizza ancora la nostra pur dispersa e tante volte anche disordinata e distratta società – soprattutto un bellissimo versetto del quinto libro della Bibbia, il Deuteronomio, laddove Mosè, ricordando quell’esperienza, dice: « Il Signore vi parlò dal fuoco, voi udivate soltanto qôl devarîm [cioè una voce di parole, un suono di parole], ma non vedevate alcuna figura », non c’era nessuna temunah, nessuna figura, zulatî qôl, ma « soltanto una voce ». Bellissima questa intuizione che ci ricorda come sul monte noi scopriamo soltanto la voce circondata dal silenzio. Eccoci dunque a una seconda esperienza fondamentale: la parola da scoprire sul monte, la « teo-logia ».
In terzo luogo vorrei porre l’accento su di un vocabolo che non è evidentemente nella Bibbia e neppure è normalmente usato nella teologia; è un vocabolo coniato da Pierre Teilhard de Chardin per parlare del manifestarsi di Dio che si riflette in noi: egli utilizza il termine « diafania ». Teofania, teologia e ora diafania, ovvero il passare di un Dio « diafano » attraverso di noi, attraverso la terra, attraverso il monte in questo caso.
È dunque per questo motivo che il Sinai diventa anche il luogo dell’intimità di Dio, non unicamente del Dio terribile, affatto diverso da noi, totalmente altro, non soltanto del Dio che ti dà la sua parola, ma anche del Dio che persino si adatta a te, entrando misteriosamente accanto a te con tenerezza.
A questo punto non possiamo allora prescindere da due riferimenti biblici molto significativi. Innanzitutto quella bellissima, indimenticabile esperienza di Elia sul monte Horeb – un altro nome per il Sinai – che viene descritta nella Bibbia nel primo libro dei Re. Dio non si presenta qui con l’apparato teofanico, pur legittimo, Dio non è nel vento che spacca la roccia, non è nel fulmine, nella folgore, non è nel terremoto che sommuove la terra, ma semplicemente Dio è in « un mormorio di vento leggero ». In ebraico tutto ciò viene espresso con tre parole, tre parole che sono veramente un capolavoro anche dal punto di vista dell’intuizione: Elia scopre soltanto qôl demamah daqqah, cioè qôl « voce, suono », demamah « silenzio », daqqah « sottile ». Dio diventa una voce di silenzio sottile, un silenzio « bianco » che riassume in sé tutti i colori, come il bianco riassume tutto lo spettro cromatico. Dio si adatta talmente da avvolgerci pacatamente con la quiete del silenzio. Un’esperienza appunto che anche il laico, incontrando il silenzio, prova sulla montagna.
L’altro riferimento è al Sinai cristiano, cioè al monte delle Beatitudini. Come sappiamo gli esegeti spiegano che seppur la tradizione l’abbia identificato con quel bellissimo poggio che si affaccia sul lago di Tiberiade, in realtà si tratta di un monte teologico più che di un monte orografico, topografico. Tant’è vero che una parte del discorso che Matteo mette sul monte, Luca, nel capitolo sesto del suo Vangelo, lo ambienta in un luogo pianeggiante, campestre. Le Beatitudini probabilmente sono enunciate in un’area attorno alla sponda del lago di Tiberiade, abbiamo però bisogno di collocarle proprio su un monte, il monte della teofania, della teologia, della diafania perché in Matteo Cristo diventa il nuovo Mosè, il Mosè per eccellenza, che raccoglie e compendia tutto l’insegnamento di Mosè. Noi sappiamo che Gesù fa riferimento proprio ai testi del Sinai portandoli all’estreme conseguenze, radicalizzandoli, mostrando la vicinanza assoluta di Dio che, attraverso le Beatitudini e il discorso della montagna, si presenta come il Dio d’amore, della pienezza, della intimità assoluta. Lutero usava un’espressione paradossale in latino, persino ironica potrebbe apparire, per rappresentare Cristo in quel momento. Egli diceva che sul monte delle beatitudini Cristo è Mosissimus Moses, è il Mosè all’ennesima potenza. Tutto quello che Mosè aveva rappresentato ora Cristo ce lo rappresenta mostrandoci non solo la trascendenza, non solo la parola di Dio ma anche la sua intimità.
Giungiamo così al terzo e ultimo monte della Bibbia. Il monte che ora citeremo, quasi inesistente dal punto di vista orografico, è un punto di passaggio obbligato per noi cristiani: si tratta infatti del Golgota, del Calvario. Un monte che di sua natura è, come abbiamo detto, irrilevante – chi è stato a Gerusalemme sa che il monte è inglobato ormai all’interno della basilica del Santo Sepolcro -: si tratta di uno sperone roccioso di sei o sette metri, chiamato Golgota, in aramaico « cranio », probabilmente per la sua forma tondeggiante, o forse perché lì vicino c’erano le sepolture dei condannati a morte. L’etimologia qui ora non ci interessa; vogliamo però sottolineare come in Occidente tutti, anche coloro che non hanno nessuna fede in Cristo, sanno che cos’è il Calvario (traduzione latina della parola aramaica Golgota), tanto che l’espressione « un calvario di sofferenze » è diventata un modo di dire comune.
Se analizziamo questo luogo, soprattutto attraverso la teologia dei Vangeli e in particolare del quarto Vangelo, ci accorgiamo che esso è, sì, il monte della morte ma anche, a ben vedere, il monte della vita; è il monte dell’umanità, della tragedia di un Dio che assume la finitudine fino al punto da bere il calice della sofferenza, della solitudine, della tristezza, del silenzio di Dio (« Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? »); ma è insieme anche il luogo nel quale Giovanni già ci mostra la gloria dell’elevazione, della resurrezione. Il Calvario è già anche il monte dell’ascensione, è già il monte degli Ulivi, è il monte anche della glorificazione, dell’esaltazione, della speranza. Il Calvario è dunque insieme monte del dolore e del sangue e monte della gloria e dell’infinito. A questo punto giungiamo a capire come il Calvario riesca a riassumere quelle due dimensioni a cui sempre abbiamo fatto riferimento. Sul monte infatti è sempre Dio che noi cerchiamo, però siamo noi a salire, siamo noi che con la nostra fatica ascendiamo.
Vorrei concludere parlando della mistica della montagna. Sappiamo infatti come tutta la tradizione mistica abbia usato spesso la montagna come una parabola. Voglio qui accennare – sperando che magari qualcuno abbia l’occasione di riprendere in mano o di leggerlo se non l’ha mai fatto – a un libro, in verità arduo e che, tra l’altro, ha come punto di riferimento un monte biblico: intendo riferirmi alla Salita del monte Carmelo, uno dei capolavori, insieme con il Commento al Cantico dei Cantici, di Giovanni della Croce, Juan de la Cruz.
Giovanni della Croce scrive questo libro nel 1578, libro che poi non completa. È un testo raffinatissimo dal punto di vista della ricerca intellettuale, ma anche soprattutto dal punto di vista della mistica, un testo carico di simboli, ma anche di esperienze interiori. È curioso tra l’altro come il santo abbia disegnato più volte – tant’è vero che ne esistono più copie di sua mano e molte altre fatte dai suoi discepoli – un bozzetto del monte Carmelo, micrografandolo poi con scritte che indicano i vari percorsi, i vari itinerari di ascesi, di purificazione oltre che di illuminazione. Questo disegno, con le indicazioni relative al percorso di salita rappresentato in maniera folgorante, Giovanni lo dava alle suore di cui era confessore perché lo tenessero nel loro libro di preghiere.
Nel descrivere questa salita al monte egli inizia con una poesia, dichiarando di volerla poi commentare, mentre in realtà ne commenterà effettivamente solo una strofa. Nel monte Carmelo, il monte di Elia, il monte della sfida con l’idolatria (1 Re, 18), il monte dell’ordine carmelitano a cui Giovanni apparteneva, egli riassume tutta una serie di significati insieme ascetici e mistici. Il termine « ascesi » a noi purtroppo evoca solo l’idea della fatica, della purificazione in senso negativo; questo non è del tutto vero in quanto qui l’ascesi si intreccia già con la mistica.
« Ascesi » infatti, come dice il termine greco àskesis, non vuol dire « penitenza », ma semmai « esercizio ». Pensiamo ad esempio all’acrobata, a quei disegni così improbabili che egli fa e che sfidano le leggi stesse della fisica; l’acrobata compie tutto ciò con estrema facilità perché alla base c’è un esercizio che alla fine diventa creatività, disegno. E pensiamo anche alla professione della ballerina. Osservandone gli eleganti e dinamici tratti nell’atto della danza ci si rende conto di cosa voglia dire riuscire a costruire l’equilibrio sulla punta di un piede, che cosa comporti tutto quel gioco di movimenti che anche in questo caso rappresentano una sfida continua alle leggi della fisica. Per lei, però, tutto ciò non avviene ora attraverso il calcolo e la fatica, ma semmai attraverso un libero abbandono che produce e suppone divertimento e creatività.
Questa è l’ascesi, è fatica indubbiamente, è esercizio pesante, ma alla fine giunge a essere grande creatività che è al tempo stesso grande libertà.

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

http://camcris.altervista.org/green_vaso.html

(predicatori del passato, credo della Chiesa dellea Riforma)

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

DI CHARLES E. GREENAWAY

« La parola che fu rivolta a Geremia da parte dell’Eterno, in questi termini: « Levati, scendi in casa del vasaio, e quivi ti farò udire le mie parole ». Allora io scesi in casa del vasaio, ed ecco egli stava lavorando alla ruota; e il vaso che faceva si guastò, come succede all’argilla in man del vasaio, ed egli da capo ne fece un altro vaso come a lui parve bene di farlo. E la parola dell’Eterno mi fu rivolta in questi termini: O casa d’Israele, non posso io far di voi quello che fa questo vasaio?, dice l’Eterno. Ecco, quel che l’argilla è in mano al vasaio, voi lo siete in mano mia, o casa d’Israele! » (Geremia 18:1-6).

L’uomo è stato creato dalla polvere della terra. Ho osservato il lavoro dei vasai e per me è stato motivo di grande insegnamento. L’argilla non può far nulla e non ha alcun valore.
Siamo soltanto argilla e non possiamo nulla da noi stessi. Soltanto il Vasaio può fare di noi ciò che dobbiamo essere; soltanto Gesù può salvare la tua vita per farti ciò che a Lui è maggiormente gradito. Quell’argilla deve essere estratta e trasportata nella casa del vasaio; se il vasaio vuole lavorarla, deve prima procurarsela. L’argilla è informe, non ha nulla di attraente… senza Gesù siamo privi di qualsiasi bellezza! Egli però scava; nell’argilla si possono trovare anche sassi o altri elementi che fanno parte del terreno, come radici di piante, ecc., ed è proprio per questa ragione che il vasaio la porta a casa. Vi sono tanti cristiani che non vogliono raggiungere la casa del vasaio, preferiscono restare argilla e basta: « Non scavare in me, non togliermi quelle pietre », ma Dio ha un progetto per l’argilla. Perciò la porta in casa e la prima cosa che fa la lava: noi credenti non siamo purificati finché non veniamo lavati con il sangue di Gesù. Non puoi soltanto desiderare di diventare un bel vaso, ma potrai esserlo prima di tutto perché sei stato lavato con il sangue di Gesù. Dopo averla lavata, il vasaio prende l’argilla, la solleva e la scaglia a terra ripetutamente. Così dice il Signore a Geremia: « Guarda come fa il vasaio, fammi fare lo stesso con te! » Perché il vasaio si comporta così? Perché getta l’argilla a terra? In questo modo si disperde tutta l’aria, perché se c’è dell’aria nell’argilla, ovvero nei credenti tutto ciò che non ha valore ed è nocivo, non si potrà mai trarne un vaso. Infatti, una volta posto nel forno, tutti questi vuoti d’aria esplodono e il vaso va in frantumi. Perciò, deve uscire tutto da noi, tutto ciò che appartiene al nostro « io ». Dobbiamo fare molta attenzione agli inutili vuoti d’aria.
Ricordo di aver visto un meraviglioso elefante scolpito nel granito. Un giorno ho incontrato un uomo che aveva conosciuto l’autore di quell’opera stupenda e mi ha raccontato che una volta un visitatore entrò nello studio dello scultore per ringraziarlo di aver fatto un’opera così bella. In quella occasione gli chiese: « Come è possibile ricavare una figura così perfetta da un blocco di granito? ». Lo scultore gli rispose: « Prendi lo scalpello e il martello, vieni qui, vicino a questo blocco di pietra e ti mostrerò come si scolpisce un elefante ». Il visitatore prese il martello con lo scalpello e si avvicinò al marmo e disse: « Cosa debbo fare ora? » , e lo scultore gli rispose: « Togli da quel pezzo di granito tutto quello che non sembra un elefante! ». Finche non abbandoniamo tutto quello che non assomiglia a Gesù non saremo mai un vaso adatto per l’uso del Maestro. Signore aiutaci, spezzaci, modificaci, formaci, fa tutto ciò che vuoi con ciascuno di noi, ma usaci! Vogliamo essere vasi adatti al servizio del Maestro, ma se vogliamo esserlo dobbiamo permettere al Vasaio di lavorarci.

Il vaso sulla ruota
Dopo averla lavata e liberata da tutta l’aria, allora il vasaio mette l’argilla sulla ruota, che comincia a girare, perché l’argilla non può essere assolutamente lavorata se la ruota non gira. Questo è il nostro problema! Non ci piace stare sulla ruota, ci fa male. Qualche volta il vaso si frantuma e il vasaio lo mette di nuovo sulla ruota perché è determinato a farne un’opera adatta per l’uso a cui è destinata. Molti desiderano essere usati da Dio, ma non vogliono rimanere sulla ruota, non vogliono essere formati e non possono diventare ciò che Dio vuole finché non sono disposti a restare sulla ruota.. Oggi c’ è la tendenza ad andare in chiesa per cantare, per pregare, ma non per restare sulla ruota. Se non si rimane sulla ruota il canto svanirà, il desiderio di pregare verrà meno e dobbiamo fare molta attenzione che non ci rechiamo in chiesa soltanto per abitudine. Ogni volta che frequentiamo la riunione di culto e lo Spirito Santo interviene siamo sulla ruota, perché vuole renderci dei vasi migliori, perché ci ama! Non è facile restare sulla ruota, fa male, « fa girare la testa ». Quando scendiamo dalla ruota pensiamo: « Adesso finalmente tutto è passato! ». Quando si diventa più anziani si pensa di conoscere tutte le soluzioni. Ho i capelli bianchi, ho predicato per tanti anni, ho viaggiato su tutte le strade, son passato per la giungla, ho attraversato i deserti, ho scalato montagne e penso che ormai tutto sia concluso. Ma non è così! Negli ultimi due anni, mia moglie ed io, abbiamo affrontato la tempesta, la più grave della nostra vita. Siamo stati grandemente provati: non arriva mai il momento in cui si può scendere dalla ruota! Quel pochino di fede è stata affinata: non si scende mai dalla ruota del Signore perché dobbiamo essere adatti per l’uso del Maestro!

Il vaso nel forno
Quando il vaso è tolto dalla ruota, è messo poi nel forno, nella fornace, in mezzo al fuoco, e quando il vasaio li mette nel forno, i vasi non si possono toccare l’uno con l’altro, debbono restare separati. Dio non vuole che ci disintegriamo nel fuoco. Purtroppo, sovente vedo qualcuno che si frantuma perché non comprende che nel fuoco bisogna rimanere soli.
Mia madre aveva ventinove anni e rimase vedova con sei bambini durante il periodo della grande depressione americana. Non aveva nessuno che l’aiutasse, era una vedova senza speranza, praticamente sul lastrico, e per anni attese « sulle sue ginocchia », in silenziosa preghiera. Tornavamo a casa alle due del mattino, non eravamo ancora convertiti al Signore, pian piano salivamo i gradini e arrivavamo vicino alla sua stanza sperando che stesse dormendo, ma ogni volta la sentivamo pregare: « O Dio, abbi misericordia dei miei figli, falli dei vasi adatti per l’uso del Maestro! ». Andavamo a letto e ci sentivamo come Giuda Iscariota. Ma mia madre continuò a pregare per i suoi figli. Ricordo la sera che il Signore mi salvò, perfino quella sera non volevo, ma lei continuava a pregare: mia madre era rimasta sulla ruota! Non ha mai potuto disporre di un anello con brillante, non ha mai indossato un vestito di seta, se voleva accarezzarci doveva tirar fuori dall’acqua le sue mani da lavandaia; lavorava giorno e notte, ma era un vaso adatto per l’uso del Maestro! Rimase sulla ruota, da sola passò attraverso il fuoco, ma visse per vedere i suoi figli andare a piantare « la croce di Cristo » lontano nel mondo!
Rimanete sulla ruota, siate disposti a passare anche attraverso il fuoco, ma alla fine siate un vaso adatto per l’uso del Maestro! Mia madre visse fino a tardissima età, l’ho seppellita due anni fa (1988). Gli ultimi tre anni non mi riconosceva più, entravo e mi chiedeva: « Chi sei? ». « Sono Carlo ». « Carlo è morto », rispondeva. Io piangevo, per tre anni sono andato a visitarla per starle vicino e dirle soltanto: « Ti amo mamma », mi guardava per un po’ e mi diceva: « Anch’io ti amo… ma ti chi sei? ». E questo mi avviliva. Quando morì, una delle inquiline della casa dove abitava mi disse: « Signor Greenaway, sua madre era una donna eccezionale, quando si arriva ad essere anziani come lei si dicono cose incomprensibili, si fanno cose inspiegabili, ma sua madre non era così. La Bibbia era sempre lì, sul suo comodino, accanto a lei, nei momenti di lucidità, che duravano forse venti minuti, afferrava la Bibbia e cominciava a leggere e a parlare delle cose di Dio, e tutte le ricoverate anziane si accomodavano attorno a lei e dopo venti minuti si guardava intorno e si domandava cosa facesse tutta quella gente. Signor Greenaway, sono certa che almeno cinque donne sono in cielo col Signore perché sua madre le ha condotte a Cristo in quei momenti di lucidità » Dio è fedele!
Mio fratello è cresciuto in chiesa, suonava la tromba nell’orchestra. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale fu chiamato alle armi, affrontò la guerra ma una volta finita non è mai più entrato in chiesa. Quello che cerco di dirvi è che la ruota è sempre lì, attuale com’è attuale il fuoco del forno, ma il Maestro, il sommo Vasaio dice ancora: « Cosa posso fare con te, non posso forse fare quello che il vasaio fa a questo vaso? ». Abbiamo pregato per mio fratello. Intanto si è sposato, ha avuto quattro figli che non hanno mai varcato la soglia di una chiesa. Chiamavo mia madre e le domandavo: « Che ne pensi di Melvin? », ella rispondeva: « Mio figlio tornerà al Signore ». « Come lo sai mamma? ». « Dio è fedele », era la risposta. Non ho mai smesso di credere che basta essere un vaso nelle mani di Dio! Soltanto Dio può farci il vaso che vuole che siamo.
Puoi andare a scuola, essere brillante, intraprendere una promettente carriera, ma non sarai mai un vaso ad onore finche non sarai disposto a lasciarti formare dalle Sue stesse mani. Sommo vasaio cosa vuoi fare di me? Mettimi sulla ruota, spezzami, piegami, formami, ma fa che io sia un vaso adatto per il Tuo servizio. Passarono diciassette anni e mio fratello non era ancora tornato al Signore, mia madre diceva: « Ce la farà ». Ricordo che un giorno, mentre lasciavo l’ufficio, mi dissero che c’era una telefonata per me. All’altro capo del filo una voce mi comunicò: « Tuo fratello è morto stamattina ». Piansi ma non per me, non piangevo neanche per lui, era troppo tardi, ma piangevo per mia madre, uno dei vasi di Dio che aveva creduto che quel ragazzo sarebbe tornato al Signore ed ora invece era morto. Dovevo partire per l’Europa la sera stessa, ma desideravo vedere mio fratello. Presi l’aereo e mi recai a Boston; noleggiai un’automobile e mi diressi verso la camera mortuaria; entrai, lo baciai piangendo. Poi sentii che qualcuno mi si era avvicinato, era sua moglie che mi disse: « Carlo, vieni, siediti accanto a me, voglio raccontarti qualcosa, forse ti consolerà. Non capisco nulla di queste cose, ma ieri sera quando stava per coricarsi, Melvin ha baciato i bambini poi è entrato in camera. Si è messo in ginocchio, vicino al letto, e ha cominciato a fare qualcosa che non sapevo facesse: ha alzato le mani verso il cielo iniziando a pregare mentre le lagrime scorrevano sul suo viso. La cosa strana è che tuo fratello ha cominciato a pregare in una lingua che non conoscevo ».
Quel ragazzo era tornato al « calvario », era tornato all’ »alto solaio ». Alcune ore dopo aveva preso l’automobile, l’aveva messa in moto e in un istante aveva reclinato il capo sul volante. Dio è fedele! Rimani sulla ruota! Passa pure attraverso il fuoco, lascia che Egli ti formi e ti renda un vaso che possa essere usato da Lui!
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Tratto da: Scebna e l’uso delle chiavi. Sermoni di Charles E. Greenaway. Adi-Media, Roma 1994

TESTO E COMMENTO A ISAIA 66,18-21

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2066,18-21

TESTO E COMMENTO A ISAIA 66,18-21

TESTO

Così dice il Signore: 18 « Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. 19 Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti, ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni.
20 Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme, dice il Signore, come i figli di Israele portano l’offerta su vasi puri nel tempio del Signore. 21 Anche tra essi mi prenderò sacerdoti e leviti ».

COMMENTO A ISAIA 66,18-21

Una salvezza per tutti
Il testo liturgico è ricavato dalla terza parte del libro di Isaia, chiamato Terzo Isaia (Is 56-66), che consiste in una raccolta di oracoli composti dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. Esso si trova al termine della quarta e ultima raccolta del libro (Is 63-66). Questa si apre con un brano apocalittico (63,1-6), cui fa seguito una lunga meditazione sulla storia di Israele (63,7 – 64,11); dopo una polemica nei confronti dell’idolatria di Israele (65,1-7) e un testo in cui si contrappone la salvezza dei giusti alla rovina dei malvagi (65,8-16), è affrontato il tema apocalittico della nuova creazione (65,17 – 66,24). Nel contesto di quest’ultima parte del libro, il testo liturgico porta un contributo notevole in quanto annunzia la riunione di tutti i popoli intorno al monte di Sion, divenuto centro universale e segno di salvezza per tutta l’umanità.
Il brano inizia con un oracolo in cui Dio stesso dice che cosa sta per fare: «Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti di Tarsis, Put, Lud, Mesech e Ros, Tubal e di Grecia, ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni» (vv. 18-19). Richiamandosi all’annunzio della venuta di JHWH per giudicare il mondo (cfr. v. 15), il testo sottolinea che la condanna dei popoli non costituisce l’unico scopo dell’intervento divino. Il Signore viene anzitutto per radunare tutti i popoli e tutte le lingue e promette anche a loro che vedranno la sua gloria, cioè avranno anche loro accesso alla salvezza. Il «segno» posto fra i popoli è probabilmente la presenza in mezzo ad essi dei giudei.
La lista dei popoli, ricavata da Ez 27,10-13; 38,2, contiene nomi che risvegliano l’immaginazione di terre lontane e lingue diverse. Essa serve a situare la promessa in un grandioso scenario geografico che rievoca l’universalità delle genti. Vengono nominate Tarsis, che si trova in Sardegna o nella Spagna meridionale, Put che è situata in Egitto, Lud in Asia Minore, Mesech, Ros e Tubal vicino al mar Nero e infine la Grecia e in particolare le colonie ionie sulla costa occidentale dell’Asia Minore e delle isole. Queste nazioni non hanno sentito parlare di JHWH e non sono ancora venute a contatto con lui. Perciò la presenza fra loro della diaspora giudaica è interpretata come uno strumento per portare nel mondo la conoscenza di JHWH. Questa affermazione è certamente in favore del proselitismo giudaico la cui attività si faceva sentire in tutto il mondo allora conosciuto.
L’autore spiega poi quale sarà la conseguenza dell’intervento divino: «Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme, dice il Signore, come i figli di Israele portano l’offerta su vasi puri nel tempio del Signore» (v. 20). In questo versetto si riprende l’immagine del pellegrinaggio escatologico delle nazioni a Gerusalemme e al tempio. È questa una delle idee centrali del Terzo Isaia (cfr. Is 60,1-22; 62,1-9), che preannunzia la venuta a Gerusalemme delle nazioni straniere che portano i loro doni all’unico vero Dio. Qui invece le nazioni non portano doni materiali, ma riconducono alla loro terra tutti i giudei che erano ancora dispersi in tutte le parti del mondo.
Infine Dio indica in prima persona quello che intende fare: «Anche tra essi mi prenderò sacerdoti e leviti, dice il Signore» (v. 21). Questa conclusione è molto rivoluzionaria in quanto indica il superamento di un sacerdozio che appartiene unicamente al popolo di Israele ed è appannaggio della casta sacerdotale. Ormai tutti potranno essere ammessi al servizio del tempio, anche se appartengono a popolazioni straniere che per diritto non potevano entrare neppure nei cortili più interni del tempio.

Linee interpretative
Questo testo del Terzo Isaia, composto con ogni probabilità in un periodo che precede le guerre maccabaiche, dimostra una grande apertura universalistica. JHWH è il Dio di tutte le nazioni e si serve dei giudei sparsi in mezzo alle nazioni per farsi conoscere anche da loro. Di fronte alla rivelazione di JHWH le nazioni si mostrano anche più zelanti dei giudei stessi, in quanto sono proprio loro che prendono l’iniziativa di recarsi a Gerusalemme e portano con se i giudei ancora esitanti a mettersi in cammino.
Il pellegrinaggio delle nazioni al tempio di Gerusalemme resta il simbolo più significativo dell’universalismo giudaico, secondo il quale il popolo eletto è sempre al centro del progetto di Dio. Ma il fatto che anche dalle nazioni straniere vengono presi sacerdoti e leviti significa che la barriera etnica è ormai superata e le nazioni entrano a pieno titolo nel popolo di Dio degli ultimi tempi. Resta pur sempre però una visione in cui la salvezza si realizza mediante la conversione di tutte le nazioni a un’unica forma religiosa, quella di Israele. L’idea di una sinfonia di nazioni, religioni e culture che collaborano alla realizzazione di un mondo migliore senza perdere la propria identità non appare ancora all’orizzonte.

PRIMA LETTURA : QOELET 1,2; 2,21-23 – COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Qoelet%201,2;%202,21-23

QOELET 1,2; 2,21-23

1,2 Vanità delle vanità — dice Qoèlet — vanità delle vanità, tutto è vanità. 2,21 Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.
22 Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose, il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità!

COMMENTO
Qoelet 1,2; 2,21-23
Tutto è vanità
Il libro da cui è riportata la presente lettura è designato con il nome (o appellativo) del suo presunto autore, in ebraico Qohelet, nome oggi in genere preferito alla sua traduzione greca Ekklesiastês, Ecclesiaste. Nel canone ebraico questo libro si situa nella sezione degli Scritti dove fa parte, insieme con Rut, Cantico dei cantici, Lamentazioni, Ester, dei cinque volumi (meghillôt) che nella liturgia ebraica vengono utilizzati nelle principali festività dell’anno.
Il Qohelet è un piccolo libro, pieno di dubbi, scritto da un autore disincantato, il quale riflette sul significato e sulla caducità della vita umana, mettendo in questione idee e luoghi comuni della tradizione biblica e soprattutto sapienziale. Esso suscita numerosi problemi circa le circostanze e modalità della sua composizione, ma soprattutto circa il suo contenuto che, mentre lo pone in stretta contiguità con Giobbe, lo allontana da gran parte della letteratura sapienziale e, più in genere, biblica. Il suo genere letterario si avvicina a quello di una raccolta di pensieri che ruotano intorno ad un certo tema, ma che mantengono in gran parte la loro autonomia.
Il libro si apre con il titolo e un prologo (Qo 1,1-11). L’autore passa poi a descrivere, nella prima parte del libro, la vanità di tutte le cose (1,12-6,9); in un breve brano che occupa la posizione centrale del libro, l’autore esprime i limiti di ogni essere umano (6,10-12). Egli poi, nella seconda parte del libro, mette a fuoco soprattutto i limiti della conoscenza umana (7,1 – 11,6). Lo scritto termina con una conclusione (11,7 – 12,8) e un epilogo (12,9-14). Il testo utilizzato dalla liturgia, l’unico di cui essa fa uso, è ricavato dal prologo (1,2) e dall’inizio della prima parte del libro (2,21-23).
La frase iniziale del brano liturgico è quella in cui si compendia tutta la riflessione dell’autore: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità» (1,2). Essa è una dichiarazione di principio: tutto è «vanità» (hebel). Questo termine significa propriamente «vapore», «alito» e designa qualcosa di vuoto, effimero, senza consistenza. La forma raddoppiata («vanità delle vanità»), usata in ebraico per indicare il superlativo, significa che si tratta di una vanità totale, senza eccezione o rimedio.
In questo versetto l’autore dice per la prima volta, dopo il titolo, il suo nome, Qohelet, che riappare altre sei volte nel seguito del libro (1,2.12; 7,27; 12,8.9.10) e non è mai utilizzato al di fuori di esso. Il suo significato è incerto. Dal punto di vista morfologico sembra un participio presente femminile qal del verbo qahal (convocare, adunare): se così fosse esso significherebbe «colui che raduna l’assemblea», ma non risulta che il verbo sia mai usato in questa forma. È più probabile invece che si tratti di un aggettivo sostantivato derivato da qahal (assemblea, riunione), il cui significato sarebbe «uomo dell’assemblea». È questo anche il significato del termine greco Ecclesiaste (da ekklesia, assemblea) con cui è stato tradotto.
Nel brano successivo riportato dalla liturgia, l’autore, dopo aver affermato di essere giunto al punto di disperare in cuor suo per tutta la fatica che aveva sostenuto sotto il sole (v. 20), ne dà questo motivo: «chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male» (v. 21). Se uno si impegna a fondo nella vita, può ottenere dei buoni risultati in campo materiale. Ma alla morte, tutto quello che ha accumulato non gli serve più, anzi deve lasciarlo magari a uno che invece non ha saputo impegnarsi nella vita e non ha messo da parte nulla. L’autore ritiene ciò una grande vanità.
L’autore aggiunge poi un altro motivo del suo pessimismo: «Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!» (vv. 22-23). Anche durante la sua vita, l’uomo paga il suo successo in campo economico con preoccupazioni e affanni, al punto tale che perde persino la possibilità di riposare nella notte. Qoelet conclude che anche questo è una grande vanità, perché si sacrifica per le cose materiali quel poco di piacere che potrebbe avere in questa vita.

Linee interpretative
Il Qoelet è spesso accusato di pessimismo o di scetticismo. Oggi si afferma sempre più l’interpretazione che vede in questo strano personaggio un «predicatore della gioia». È vero, egli mette in discussione tanti luoghi comuni e critica come falsi tanti ideali che l’uomo si propone quaggiù. Spesso la sapienza non è apprezzata, specialmente quando si combina con la povertà, ma essa è pur sempre superiore alla stoltezza o alla forza (9,13-18). Pur senza eccedere, la giustizia deve essere ricercata (7,16-18). Il saggio è più forte di dieci potenti che governano la città, anche se non bisogna illudersi: nessuno è così giusto da non peccare mai (7,19-22). Come un saggio tradizionale, Qohelet raccomanda anche l’impegno attivo e dinamico in ogni campo, perché negli inferi non vi sarà più nulla (9,10). Egli si scaglia contro la pigrizia (10,14-20) e invita ad accettare il rischio e ad assumersi le proprie responsabilità (11,1-6).
Ma soprattutto egli esorta al godimento di tutto ciò che la vita presenta di buono e gradevole, nella convinzione che si tratta di un dono di Dio (cfr. 2,24; 3,12-13; 5,17; 8,15; 9,7-9; 11,7-9), anche se invita a tener sempre presente che anche questo è «vanità» (2,1). Qoelet concepisce l’esistenza dell’uomo come un essere nel tempo, come una possibilità che gli è data solo nello scorrere del presente, e che per ciascuno si concluderà nella morte. Ma, pur nella sua precarietà, l’uomo può sperimentare la sua esistenza terrena come un’esperienza di felicità.
In questa prospettiva bisogna capire lo spirito religioso del Qoelet. Egli presenta Dio come una realtà trascendente e misteriosa, che ha creato il mondo e lo dirige in un modo che per gli esseri umani è del tutto inintelligibile. Dio non è un dio lontano e nascosto o addirittura arbitrario, ma il Dio di Israele, che toglie all’uomo l’illusione di poter comprendere la propria vita senza mettere in conto il suo agire misterioso. Di fronte a lui l’uomo non può far altro che temerlo, cioè sottomettersi alla sua volontà. Dio agisce nel mondo con lo scopo di far sì che «si abbia timore di lui» (3,14). Dopo aver esortato il lettore a non essere troppo saggio o troppo stolto, egli afferma che chi teme Dio riesce in tutte le cose (7,16). Infine egli esprime la sua convinzione secondo cui «saranno felici coloro che temono Dio» (8,12-13).

GIOVANNI PAOLO II – CANTICO: 1CR 29,10-13 “SOLO A DIO L’ONORE E LA GLORIA” (2001)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2001/documents/hf_jp-ii_aud_20010606_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

MERCOLEDÌ 6 GIUGNO 2001

CANTICO: 1CR 29,10-13 “SOLO A DIO L’ONORE E LA GLORIA”

LODI LUNEDÌ 1A SETTIMANA

1. “Sii benedetto, Signore, Dio di Israele, nostro Padre” (1 Cr 29,10). Questo intenso cantico di lode, che il primo libro delle Cronache pone sulle labbra di Davide, ci fa rivivere l’esplosione di gioia con cui la comunità dell’antica alleanza salutò i grandi preparativi fatti in vista della costruzione del tempio, frutto di un impegno comune del re e di tanti che si erano prodigati con lui. Avevano quasi gareggiato in generosità, perché questo esigeva una dimora che non era “destinata a un uomo, ma al Signore Dio” (1Cr 29,1).
Rileggendo dopo secoli quell’evento, il Cronista intuisce i sentimenti di Davide e quelli di tutto il popolo, la loro gioia e la loro ammirazione per quanti avevano dato il loro contributo: “Il popolo gioì per la loro generosità, perché le offerte erano fatte al Signore con cuore sincero; anche il re Davide gioì vivamente” (1Cr 29,9).
2. Tale è il contesto in cui nasce il cantico. Ma esso non si sofferma che brevemente sulla soddisfazione umana, per porre subito al centro dell’attenzione la gloria di Dio: “Tua, Signore, è la grandezza… tuo è il regno…”. La grande tentazione che sta sempre in agguato, quando si realizzano opere per il Signore, è quella di mettere al centro se stessi, quasi sentendosi creditori di Dio. Davide invece attribuisce tutto al Signore. Non è l’uomo, con la sua intelligenza e la sua forza, l’artefice primo di quanto si è realizzato, ma Dio stesso.
Davide esprime così la profonda verità che tutto è grazia. In certo senso, quanto è stato messo a disposizione per il tempio, non è che la restituzione, oltretutto estremamente esigua, di quanto Israele ha ricevuto nell’inestimabile dono dell’alleanza stipulata da Dio con i Padri. Nella stessa linea Davide dà merito al Signore di tutto ciò che ha costituito la sua fortuna, sia in campo militare che politico ed economico. Tutto viene da Lui!
3. Di qui lo slancio contemplativo di questi versetti. Sembra che all’autore del Cantico non bastino le parole, per confessare la grandezza e la potenza di Dio. Egli lo guarda innanzitutto nella speciale paternità mostrata a Israele, “nostro padre”. È questo il primo titolo che esige la lode “ora e sempre”.
Nella recita cristiana di queste parole non possiamo non ricordare che questa paternità si è rivelata in modo pieno nell’incarnazione del Figlio di Dio. È lui, e solo lui, che può parlare a Dio chiamandolo, in senso proprio e affettuosamente, “Abbà” (Mc 14,36). Al tempo stesso, attraverso il dono dello Spirito, ci viene partecipata, la sua filiazione che ci rende “figli nel Figlio”. La benedizione dell’antico Israele per Dio Padre acquista per noi l’intensità che Gesù ci ha manifestato insegnandoci a chiamare Dio “Padre nostro”.
4. Lo sguardo dell’autore biblico si allarga poi dalla storia della salvezza al cosmo intero, per contemplare la grandezza di Dio creatore: “Tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo”. E ancora: “Tu ti innalzi sovrano su ogni cosa”. Come nel Salmo 8, l’orante del nostro Cantico alza il capo verso la distesa sterminata dei cieli, allarga poi lo sguardo stupito sull’immensità della terra, e tutto vede sottoposto al dominio del Creatore. Come esprimere la gloria di Dio? Le parole si accavallano, in una sorta di incalzare mistico: grandezza, potenza, gloria, maestà, splendore; e poi ancora forza e potenza. Tutto ciò che di bello e di grande l’uomo sperimenta, deve essere riferito a Colui che è all’origine di ogni cosa e tutto governa. L’uomo sa che quanto possiede è dono di Dio, come sottolinea Davide proseguendo nel Cantico: “E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Ora tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato” (1Cr 29, 14).
5. Questo sfondo della realtà come dono di Dio, ci aiuta a coniugare i sentimenti di lode e di riconoscenza del Cantico con l’autentica spiritualità “offertoriale” che la liturgia cristiana ci fa vivere soprattutto nella celebrazione eucaristica. È quanto emerge dalla duplice preghiera con cui il sacerdote offre il pane e il vino destinati a diventare il Corpo e Sangue di Cristo: “Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna”. La preghiera è ripetuta per il vino. Analoghi sentimenti sono suggeriti sia dalla Divina Liturgia bizantina che dall’antico Canone Romano,quando nell’anamnesi eucaristica esprimono la consapevolezza di offrire in dono a Dio le cose da Lui ricevute. 6. Un’ultima applicazione di questa visione di Dio è compiuta dal Cantico guardando all’esperienza umana della ricchezza e del potere. Entrambe queste dimensioni erano emerse mentre Davide predisponeva il necessario per costruire il tempio. Poteva essere una tentazione per lui stesso quella che è una tentazione universale: agire come se si fosse arbitri assoluti di ciò che si possiede, farne motivo di orgoglio e di sopruso verso gli altri. La preghiera scandita in questo Cantico riporta l’uomo alla sua dimensione di “povero” che tutto riceve.
I re di questa terra non sono allora che immagine della regalità divina: “Tuo è il regno, Signore”. I facoltosi non possono dimenticare l’origine dei propri beni: “Da te provengono ricchezza e gloria”. I potenti devono saper riconoscere in Dio, la sorgente “di ogni grandezza e potere”. Il cristiano è chiamato a leggere queste espressioni, contemplando con esultanza Cristo risorto, glorificato da Dio “al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione” (Ef 1,21). Cristo è il vero Re dell’universo.

LA VITA È IL MANTELLO DI DIO – (STUDIO SUL PROFETA ELISEO, memoria facoltativa il 14 giugno)

http://www.vangelodellavita.it/la-parola-e-la-vita/tempo-ordinario-anno-c/117-la-vita-e-il-mantello-di-dio.html

LA VITA È IL MANTELLO DI DIO 

(STUDIO SUL PROFETA ELISEO, memoria facoltativa il 14 giugno)

“Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello . Quello lasciò i buoi e corse dietro ad Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, poiché sai che cosa ho fatto per te”. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.” (1Re 19,16b.19-21).
“Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,1.13-18).
“(…) Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”.
Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,51-62).
La liturgia di questa XIII Domenica del T. O. ci fa subito incontrare una parola alquanto comune, una parola chiave, un filo conduttore con cui lo Spirito Santo ha ricamato il tessuto dei testi proposti: la parola “ mantello ” (1Re 19,19).
Il suo significato biblico è illustrato dal racconto della vocazione di Eliseo, nella prima Lettura.
La storia di Eliseo, infatti, comincia con un mantello gettato a sorpresa su di lui da parte del profeta Elia, in cammino lungo la strada che costeggia il campo che egli sta arando con ben ventiquattro buoi (il numero esagerato indica che Eliseo è un contadino benestante).
Quello di Elia è un gesto simbolico che sta a significare l’irreversibile chiamata di Dio: “Il mantello è simbolo del carisma profetico; esso è gettato sulle spalle dell’eletto in una specie di investitura divina” (G. Ravasi).
Ha così inizio la nuova vita di Eliseo al servizio del Signore e del profeta Elia.
Salutati parenti ed amici con un banchetto d’addio, Eliseo segue fedelmente Elia fino al giorno della sua misteriosa dipartita da questa vita, quando sarà trasportato in alto da un carro di fuoco.
A questo punto, caduto per terra dal carro, ricompare il mantello, che Eliseo raccoglie subito gridando “ Padre mio, padre mio ..” (2Re 2,11-13).
Lo spirito del Maestro prende allora definitivo possesso del discepolo, come da padre a figlio primogenito.
La brusca investitura profetica di Eliseo è così commentata dal card. Martini: “ nessuna parola, nessun tentativo di convinzione, ma solo un gesto violento dal significato chiarissimo. Il mantello è simbolo della persona e, in qualche modo, anche dei suoi diritti. Gettare il mantello su qualcuno costituisce un segno di acquisto, di desiderio di alleanza” (C.M.M., “ Il Dio vivente, riflessioni sul profeta Elia” , p.118).
Simbolo della persona, il mantello fa pensare anche al dono-chiamata della vita, che ognuno riceve da Dio senza venire interpellato.
Ciò non toglie che, come il mantello di Elia, anche la vita sia un dono fatto alla libertà dell’uomo, un dono “gettato” su di lui per essere accolto e custodito come il più prezioso di tutti i doni ed il più necessario ed impegnativo dei compiti, se davvero l’uomo vuole vivere felice e realizzare se stesso nell’amore.
E’ quanto suggerisce oggi Paolo: “ Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! ” (Gal 5,13).
L’ironia fin troppo realistica di Paolo non suona esagerata, se pensiamo non solo alla nostra situazione sociale e politica, ma anche alle tristissime incomprensioni e divisioni tra coloro che un unico carisma o una comune vocazione (un solo mantello !) ha costituito fratelli ed operai del regno di Dio.
Occorre precisare che nel vocabolario dell’Apostolo, “ carne ” significa genericamente ogni comportamento dettato da un sentire egocentrico e disordinato. Atteggiamento, questo, che non scaturisce da quella vera libertà che è la capacità di amare nella verità al modo di uno stile di accoglienza, di ascolto senza pregiudizi e nel dominio di sè.
Un esempio “carnale” di essere e di agire, lo da’ oggi la reazione istintiva di Giacomo e Giovanni, contrariati dal rifiuto opposto a Gesù dai Samaritani: “ Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi ?” (Lc 9,54). I due discepoli avevano oggettivamente ragione, ma Gesù “ si voltò e li rimproverò ” (Lc 9,55).
La ricetta di Paolo per discernere e dominare ogni genere di passione disordinata, è semplice ed efficace: “ Vi dico, dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. (…) Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge ” (Gal 5,16.18).
“ La forza del peccato è la Legge ”, scrive altrove Paolo (1Cor 15,56); ed egli per primo sperimenta quanto doloroso sia il peccato di divisione dai suoi fratelli ebrei, tanto zelanti per l’osservanza della Legge da voler uccidere lui che ne va proclamando il compimento in Gesù Cristo.
Ma che significa camminare “ secondo lo Spirito ”?
Vuol dire “ al passo ” dello Spirito, seguendo umilmente il cammino e gli esempi del Signore per entrare nello spazio immenso della sua dolce e trasformante amicizia.
Una chiamata assoluta, tanto affascinante quanto esigente, a giudicare dalle parole di Gesù a colui che chiedeva solo di congedarsi da quelli di casa propria: “ Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio ” (Lc 9,60).
Una simile radicalità non è disumana, ma intrinseca e necessaria alla missione profetica.
Questa, per altro, gode della legge pedagogica della gradualità , come fa intendere la vicenda stessa di Eliseo con la dinamica misteriosa del mantello , in un primo tempo gettatogli sulle spalle da Elia, ma poi “recuperato” a terra dallo stesso Eliseo nel momento del congedo definitivo da lui, come se in precedenza glielo avesse restituito.
Infatti, “ si ha l’impressione, pur se il testo non lo dice, che Eliseo abbia ridato il mantello al grande maestro, per indicare che deve prima imparare, deve prima assimilare i suoi insegnamenti di vita . Di fatto, questo mantello sarà consegnato definitivamente ad Eliseo nel momento del rapimento in cielo di Elia.” (C.M.M., id., p. 120).
E’ quest’ultima spiegazione pedagogica che ci consente di tornare al mantello come simbolo della persona e della vita, per osservare che la pienezza della verità sulla vita umana, da comunicare gradualmente al passo di chi ascolta, è comunque e per tutti solo quella rivelata dalla Parola di Gesù. Ne farà esperienza certa chiunque voglia avvicinarsi a Lui con la fede umile ed audace di quella donna malata, che “ udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male ” (Mc 5,25-29).

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