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COMMENTO AL BRANO DI ISAIA 2, 1-5 (prima lettura)

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COMMENTO AL BRANO DI ISAIA 2, 1-5

Pubblicato da Fausto Ferrari

Comunità S. Egidio

Il profeta Isaia ci parla di un mondo in cui regna la pace, in cui tutti i popoli vanno « verso il monte del Signore ». E oggi siamo riuniti per pregare insieme per la pace in tutte le terre. La preghiera ci raccoglie e ci sostiene in una via di pace.
La nostra domanda di pace non viene dal desiderio egoista di preservare il nostro benessere:
come se, succeda quello che succeda, volessimo comunque restare fuori dal problemi e dalle difficoltà di chi vive situazioni di guerra e di violenza. Non c’è un desiderio egoistico di tirarci fuori dalle responsabilità di un aiuto, di una solidarietà, di una vicinanza. La nostra domanda di pace viene dal constatare che tanti, troppi, conflitti sono ancora aperti. E non si fa niente o molto poco per chiuderli, per trasformare « le spade in vomeri » e « le lance in falci », come dice il passaggio del profeta Isaia. Sono i conflitti che si svolgono in tanti Paesi di questo mondo.
Purtroppo la guerra è ancora una realtà in tante parti. Li bisogna intervenire con generosità e con intelligenza, perché la vita di tanti popoli non sia ingoiata da un mostro che tante volte sembra ingovernabile o invincibile. C’è tanto lavoro per gli « uomini di buona volontà ». In tanti Paesi, nel Sud e nel Nord del mondo, si vive preoccupati per il proprio futuro. Anche perché, con il passare degli anni, ci si rende conto che niente di solido è stato costruito nelle relazioni internazionali. Forse abbiamo sprecato quella occasione di costruire un mondo di pace che in certi momenti ci era stata offerta. Ed oggi, purtroppo, la guerra è diventata una realtà diffusa un po’ ovunque come un’oscura malattia.
Com’è possibile un mondo senza guerra? Molti affermano che è impossibile, dicendo che bisogna essere realisti. E aggiungono magari che ci si deve abituare alla guerra, all’uso della forza bellica. Sì, lo sappiamo: il mondo non è ideale. Ci sono minacce di guerra, c’è l’uso del terrorismo, si costruiscono arsenali di morte che finiscono in mani irresponsabili per sete di guadagno degli uni e per follia degli altri. Il mondo è pieno di covi di violenza.
Eppure, la profezia di Isaia che ci parla di un mondo di pace non è solo un sogno. Essa ci indica una strada percorribile. Ed il Signore stesso ci invita a liberarci dal pessimismo e dalla rassegnazione. Le difficoltà del nostro tempo, le minacce, il terrorismo, i regimi bellicosi, i tanti conflitti aperti non sono per noi l’ultima parola.
Il profeta Isaia, in un’epoca antica, segnata anch’essa da tante guerre e conflitti di ogni genere, alzò sul mondo una parola di pace. La nostra preghiera di oggi vuole essere come quell’ »alto monte » di cui parla il profeta, sul quale si costruisce « il tempio del Signore » e a cui « affluiscono tutte le genti ». Non siamo soli nella preghiera. Siamo in comunione con tanti che hanno raccolto in tutto il mondo la stessa intenzione di preghiera e che hanno dato lo stesso appuntamento in tanti Paesi diversi. Davvero siamo su un alto monte cui « affluiscono tutte le genti ».
Questo ci dà la forza e l’audacia per guardare il futuro nostro e dell’umanità. Non è un compito troppo difficile o che spetta solo al potenti, ma è responsabilità di tutti. La preghiera ci chiede di allargare i confini del nostro cuore per ascoltare la voce dei molti popoli che ci invitano a salire oltre noi stessi per chiedere al Signore di indicarci le sue vie e i suoi sentieri.
La parola di Dio ci indica un cammino, lo illumina come una lampada che risplende anche nei tanti luoghi della terra oscurati della guerra. Noi non abbiamo paura di camminare su questa strada di pace. Sappiamo di non essere soli e di incontrare in questo cammino le attese di tanti. E in questa giornata in cui la Chiesa Cattolica celebra la giornata mondiale per la pace ci facciamo prossimi e solidali alla voce di Giovanni Paolo Il, che si è levata contro la cultura della guerra.
L’anno scorso abbiamo celebrato il quarantesimo anniversario della prima enciclica sulla guerra da parte di un papa, quella del Beato Giovanni XXIII, la Pacem in terris, cioè « la pace in tutte le terre ». Giovanni XXIII non si rassegnò alla cultura della guerra inevitabile, nonostante che il mondo fosse carico della minaccia nucleare. La pace non è impotenza; non è egoismo pauroso: e un nuovo nome, un nome eterno, dell’impegno per l’uomo. Questa è la realtà! La pace – diceva Giovanni XXIII – è un « bene comune universale », che appartiene al mondo intero. D’altra parte la guerra – ne siamo convinti – è un male che rischia di contagiarsi ben al di là di quelli che si combattono. Per questo ogni avventura di guerra ci trova pensosi, come ogni esperienza di conflitto ci trova impegnati a cercare la via d’uscita.
Ancora una volta, la nostra preghiera vuole attingere a queste parole impegnative: Pacem in terris! Pace in tutte le terre! E vogliamo unire la nostra voce a quella del Papa Giovanni Paolo Il, che ha fatto sua – in tante occasioni e di fronte a tante minacce – la voce del suo predecessore. E’ la richiesta che viene certamente dal cuore della Chiesa cattolica; ma non solo. E’ una richiesta che condividono i cristiani di tutto il mondo. E sale anche da altre religioni, da tanta gente ragionevole in ogni parte del mondo. E’ la richiesta della pace in tutte le terre!
Per questo oggi alziamo la nostra preghiera e diciamo che la pace è possibile. Oggi comprendiamo meglio che la visione del profeta di un’umanità che trasforma strumenti di guerra e di morte in strumenti di lavoro e di pace non è un sogno irrealizzabile. Come credenti ci rivolgiamo con fiducia al Signore. Sappiamo che Dio ha pensieri di pace e aiuterà e sosterrà l’opera degli operatori di pace.

 

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

 http://www.collevalenza.it/CeSAM/02_CeSAM_0014.htm

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

(C’è Zaccaria invece di Ebrei, è un altro anno liturgico)

« ESSI SI VOLGERANNO A ME CHE HANNO TRAFITTO… IN QUEL GIORNO VI SARA’ UNA FONTANA ZAMPILLANTE » (Zc 12,10; 13,1)

P. Aurelio Pérez fam

All’interno del libro del profeta Isaia si distinguono chiaramente tre parti, di cui la prima (cap. 1-39) è quella propria del profeta Isaia, vissuto nell’VIII sec. a. C., e la seconda (cap. 40-55), ambientata in un quadro storico di quasi due secoli dopo, è quella che contiene i cosiddetti « canti del servo ». L’orizzonte di consolazione, di attesa di liberazione, di speranza di rinnovamento cantato dal « secondo Isaia » durante l’esilio, è dominato dalla misteriosa figura del « servo del Signore », innocente e giusto, chiamato a radunare il popolo disperso e ad essere addirittura luce delle genti, ma attraverso una morte violenta che espia i peccati del popolo. Chi è questo servo? Alcuni lo identificano con il popolo d’Israele, chiamato spesso « servo » del Signore (cf Is 41,8-16; 44,21-23), molti propendono a vedervi una figura storica, l’anonimo profeta che scrive (il secondo Isaia). In ogni modo sono i testi sul servo sofferente e la sua espiazione vicaria quelli che Gesù ha evocato ed ha applicato alla sua missione e passione, soprattutto in quella lectio divina che rilegge tutte le Scritture, fatta personalmente da Lui ai due discepoli di Emmaus dopo la risurrezione (Lc 24,25-32.44-46).

1. Il Signore presenta il suo Servo. Primo canto (Is 42,1-9) L’identità personale di questo servo viene, anzitutto, presentata solennemente dal Signore stesso, che lo qualifica come colui che Egli sostiene, il suo « eletto » in cui si compiace e in cui pone il suo Spirito, per portare il diritto alle nazioni e stabilirlo sulla terra (vv. 1.4). Questa missione universale così grande sarà caratterizzata da uno stile di discrezione, misericordia e compassione, che non scoraggia nessuno, ma nello stesso tempo è fermo e costante nel portare a termine la missione che il Signore gli affida (vv. 2-4). « Io, JHWH, ti ho chiamato nella giustizia e ti ho afferrato per mano, ti ho formato e ti ho stabilito alleanza di popolo e luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, far uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione gli abitatori delle tenebre » (vv. 6-7)

2. Il Servo presenta se stesso e la sua difficile missione Secondo e terzo canto (Is 49,1-7; 50,4-9a) Il Servo stesso presenta, di nuovo in modo solenne, la sua vocazione profetica. Ha coscienza di essere stato « chiamato » (49,1), anzi « plasmato » (49,5) dal Signore fin dal seno materno, non solo per ricondurgli Giacobbe e a Lui riunire Israele, ma anche per essere luce delle nazioni (49,6), affinché la salvezza misericordiosa del Signore arrivi alle estremità della terra e abbracci tutti. Ma si tratta di una vocazione simile a quella di Geremia (cf Ger 1,4-10), caratterizzata da una misteriosa sofferenza, che sembra rendere inutile e destinato al fallimento lo sforzo del profeta (49,4), la cui vita verrà disprezzata e rifiutata (49,7). Ma l’opera del Signore nel suo Servo avrà, alla fine, la meglio e si manifesterà di fronte ai potenti della terra (49,7). Continuando su questa linea, il terzo canto del Servo (50,4-9a), presenta, ancora in termini autobiografici, la sofferenza fisica e morale (v. 6), con dettagli (flagelli, insulti, sputi) che si compiranno alla lettera nella Passione di Gesù. Il Signore che chiama il suo Servo a sostenere gli sfiduciati, lo prepara a questa missione aprendogli l’orecchio alla sua volontà, e il Servo risponde con decisione (vv. 4-5), anzi rende la sua faccia dura come pietra, fiducioso nel Signore (v. 7; cf Ez 3,4-11; Lc 9,11).

3. Il Servo « schiacciato per le nostre iniquità » Quarto canto (52,13-53,12) La missione del Servo di JHWH conoscerà un fallimento bruciante agli occhi umani e un epilogo inatteso. Si tratta di una notizia inaudita. La persecuzione e la passione, che il Servo in persona presentava nel terzo canto, diventano una umiliante condanna a morte, in cui entra senza aprir bocca, « come agnello condotto al macello » (53,7). Martin Buber, ebreo anche lui, ha scritto che « il successo non è uno dei nomi di Dio ». Solamente a distanza, coloro che erano stupiti di lui – «tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo» (52,14) – apriranno gli occhi e «comprenderanno ciò che mai avevano udito» (52,15). Verrà alla luce una rivelazione incredibile: il Servo «castigato, percosso da Dio e umiliato» (53,4cd), questo «uomo dei dolori» è, in realtà, il soggetto nascosto del più alto compiacimento del Signore e della sua volontà di salvezza(1). Viene sottolineato con molta insistenza che la morte ignominiosa del servo innocente, ha nel disegno misterioso del Signore, un carattere vicario: « si è caricato delle nostre sofferenze » (53,4), « è stato trafitto per i nostri delitti… per le sue piaghe noi siamo stati guariti » (53,5, cf vv. 6.8b.11d.12d). Com’era stato all’inizio (52,13-15), così alla fine, è il Signore che dice l’ultima parola sulla sorte e sulla « buona riuscita » e il « successo » (quello secondo Dio) che avrà il Servo(2). La sua morte si rivelerà un’esplosione di vita e il Signore gli darà in premio le moltitudini (53,11-12).

ZACCARIA: Il « trafitto » e la « fontana zampillante » Il libro del profeta Zaccaria si divide in due parti ben distinte(3). La prima parte (cap. 1-8) si occupa, come il profeta Aggeo, della ricostruzione del Tempio e della restaurazione nazionale, ma che aprono all’era messianica, in cui sarà esaltato il sacerdozio rappresentato da Giosuè (3,1-7), ma in cui la regalità sarà esercitata dal « germoglio » (3,8), che 6,12 applica a Zorobabele. I due unti (4,14) governeranno in perfetto accordo. La seconda parte (cap. 9-14), tutta diversa per stile e orizzonte storico, è importante soprattutto per la dottrina messianica: la rinascita della casa di Davide (12), l’attesa di un Re Messia umile e pacifico (9,9-10), l’annunzio misterioso del Pastore rifiutato e valutato trenta sicli d’argento (11,12-13), e del « Trafitto » (12,10), con cui il Signore stesso si identifica, verso cui si volgeranno gli sguardi, e nel cui « giorno » sgorgherà una « fontana zampillante » che laverà il peccato e l’impurità (13,1). Dietro questo misterioso « trafitto » ci sono le figure storiche del santo re Giosia, trafitto proprio nella pianura di Meghiddo, di tutti i profeti e giusti perseguitati, ma soprattutto si staglia la profezia del Messia Gesù trafitto sulla croce, dal cui costato sgorgherà la sorgente della salvezza per tutti. Il Nuovo Testamento citerà o farà allusione a questi capitoli di Zaccaria. (cf Mt 21,4-5; 27,9; Mc 14,27; Gv 19,37).

[1] Cf F. ROSSI DE GASPERIS – A. GARFAGNA, Prendi il Libro e mangia, 3.1, p. 47.

[2] Gli esegeti ritengono che sia più o meno contemporanea della profezia del secondo Isaia anche la “storia di Giuseppe” (Gen 37,2-50,26), segnata da un abbassamento drammatico a cui segue una glorificazione inattesa, attraverso la quale diventa il salvatore dei suoi fratelli malvagi e gelosi. Si ripeta la storia di una “pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo” nel piano di Dio.

[3] Cf LA BIBBIA DI GERUSALEMME, EDB 1992, p. 1546.

I PROFETI MINORI – (RAV L. MEÌR CARO) (letture delle ultime settimane del T.O.)

http://www.aecfederazione.it/profeti_minori.html

I PROFETI MINORI – (RAV LUCIANO MEÌR CARO)

Nella Bibbia ebraica si trovano dodici piccoli libri profetici, collocati nella seconda parte, cioè i Nevihìm, la quale, a sua volta, è divisa in due grandi parti, i profeti anteriori e i profeti posteriori. I profeti anteriori, detti così perché vengono prima, non sono, in realtà, libri profetici, ma libri storici e sono Giosuè, Giudici, Samuele e Re. Sono stati posti fra i profeti, perché, secondo la tradizione, gli autori di questi libri erano ispirati dalla profezia.
I profeti posteriori, invece, sono i profeti veri e propri e sono suddivisi in profeti maggiori e profeti minori; i maggiori sono Isaia, Geremia ed Ezechiele, mentre i minori sono 12.Non sto ad approfondire il discorso su che cosa sia un profeta, perché sarebbe troppo complesso. Nella mentalità popolare ci si immagina un profeta come una specie di indovino, di stregone; niente di più sbagliato. Secondo l’accezione biblica, invece, il profeta è un tale che ha avuto l’ispirazione da parte di Dio di fare o di dire certe cose. Il termine ebraico navì non è nemmeno facilmente traducibile; etimologicamente non si hanno idee molto chiare da dove venga; comunque per navì si intende un qualcosa di anomalo, di anormale – non prendetemi troppo alla lettera. Quindi dire profeta qualche volta potrebbe voler significare un mezzo matto, perché dice delle cose che non stanno in piedi. Se si leggono i libri storici, ne risulta che questi neviìm costituivano una specie di casta, di gruppo, di gente un po’ invasata, di anacoreti, che dicevano o facevano delle cose strane e non facevano parte della società normale.
Il testo della Torà ci pone questa problematica: il profeta va ascoltato e chi non lo ascolta è passibile di pena di morte, perché lui sta parlando in nome di Dio. Nel Deuteronomio però si mette anche in guardia contro i falsi profeti, cioè quelle persone che dicono di aver ricevuto un messaggio da parte di Dio, che devono trasmettere e invece non è vero. I falsi profeti si dividono in due categorie: i falsi profeti in buona fede e quelli in mala fede. Può capitare che una persona, in preda a delle turbe o a qualche cosa di simile, ritenga di aver ricevuto un messaggio divino, che vuole trasmettere e invece questo non è vero, si tratta solo di un parto della sua mente più o meno malata. Basta guardarsi attorno e non è facile trovare di tali persone anche in mezzo a noi. I falsi profeti in mala fede, invece, sono quelli che a scopo di guadagno o per altri motivi propalano dei messaggi, che sanno benissimo che non vengono da Dio. Il testo della Torà dice: « Guai a chi ascolta i falsi profeti, perché attribuiscono a Dio cose che non lo sono ». Ma come si fa a distinguere i falsi dai veri? La Torà dice che quando un profeta dice cose che sono in contrasto con l’insegnamento della Torà oppure dice cose che poi non si avverano, allora è un falso profeta. Ma solo a posteriori possiamo sapere se un tale era vero o falso profeta, in buona fede o in mala fede.Nella Bibbia, poi, il titolo di profeta viene attribuito anche ad Abramo, per esempio. In che senso? Questa attribuzione gli viene fatta, forse da Dio o da qualcuno, in relazione alla storia di Sara, moglie di Abramo e di Avìmelek, re dei Filistei. Essendo Sara molto bella, Abramo, quando andava in mezzo a gente straniera, non diceva mai che lei era sua moglie, ma che era sua sorella; ma Avìmelek la prende e vuole unirsi a lei, ma Dio glielo impedisce. Gli appare in sogno ingiungendogli di restituire la donna al marito, perché è sposato e lui è un navì, un profeta; così facendo il navì pregherà per lui, che potrà guarire. Nella casa di Avìmelek, infatti, tutte le donne erano diventate sterili, con l’arrivo di Sara. Notiamo che per due volte, nella Bibbia, Abramo fa lo stesso errore, per salvare il proprio patrimonio; dove lui va, pensa che tutti siano dei selvaggi, che finiranno per ammazzarlo per conquistarsi sua moglie e così lui dice che lei è sua sorella. Abramo ci viene, così, mostrato nel suo aspetto umano, con le sue punte e i suoi cedimenti.
Nella Bibbia ci sono anche i profeti che non hanno scritto niente, come Elia, del quale ci sono tramandate le gesta.
Ci sono alcuni che sono stati profeti per tutta la vita, come Geremia, designato profeta ancora nell’utero di sua madre; altri diventano profeti solo a un certo punto della vita, come Mosè, che viene chiamato a 80 anni. Altri hanno profetato per un periodo limitato della vita, come Amos, che prima faceva il bovaro e a un certo momento riceve l’incarico da Dio di andare ad annunciare alcune cose al re di Israele e poi ritorna alla sua professione.
Di alcuni profeti non sappiamo nulla, di altri sappiamo che si sono presentati spontaneamente ad essere profeti, come Isaia, che dice, all’interno di una teofania: « Eccomi, manda me! ». Altri, come Mosè, non ne volevano sapere di diventare profeti; Mosè alla fine dice addirittura a Dio: « Trovatene un altro! ». Un qualcosa di simile è capitato anche a Geremia, che durante la sua vita diverse volte si lamenta e vuole mollare tutto. I profeti minori si chiamano così non perché siano meno importanti, ma perché ci è pervenuto meno materiale della loro profezia. E’ avvenuto così perché hanno scritto poco o perché è andata perduta una parte di quello che loro avevano scritto? Ad esempio, se ricordate, anche a Geremia è capitato così, perché il re e le caste sacerdotali hanno bruciato i testi di Geremia, che il suo segretario Barùch aveva scritto.
L’espressione « i dodici » appare già nel Talmud, dove ci si domanda perché abbiano messo tutti insieme questi dodici scritti, visto che sono così diversi. Il Talmud dice che si è fatto così perché i libri piccolini, da soli, sarebbero andati più facilmente perduti. Non sappiamo chi sia stato a fare questa composizione, ma probabilmente sono stati gli uomini della grande assemblea; un organismo nato circa 3, 4 secoli prima dell’era volgare per opera di Esdra, che dopo il ritorno da Babilonia ha cercato di riorganizzare il popolo ebraico anche per cultura e religione. Ha riimposto l’ebraico come lingua di stato, sia nel parlarlo che nello scriverlo; recupera i caratteri antichi, l’alfabeto ebraico. Il paradossale è che ha chiamato questo alfabeto ebraico « assiro »; probabilmente perché i documenti più originali erano conservati da qualche comunità in Assiria. Così pone le basi anche del testo biblico, perché non si sapeva quali fossero i libri validi e quali no. Per tutto questo fonda la « grande assemblea », che, con un lavoro molto lungo, stabilisce il canone della Scrittura.
Sulla successione dei dodici profeti ci sono varie idee; si è seguito, in parte, un ordine cronologico, che vede per primi i più antichi e un ordine di ampiezza. Comunque nella Bibbia ebraica l’ordine è il seguente: Osea, Ioèl, Amos, Ovadià, Ionà, Michà, Nachùm, Habbakùk, Zefanià, Haggài, Zecharià e Malachì. Questi libri sono stati scritti da persone diverse, in tempi diversi e quindi ognuno di loro richiederebbe una disamina particolare.
Alcuni di questi sono quasi contemporanei; il più vecchio dovrebbe essere Amos, ma per una questione di una manciata di anni – siamo attorno al 780 a. E. v. – poi Osea e Isaia dovrebbero essere quasi contemporanei. Da questo periodo si risale fino al periodo del ritorno dall’esilio babilonese e perciò circa nel 400 a. E. v.
Prendiamone uno a caso: Osea. Egli racconta di se stesso che è stato tradito dalla moglie e lo stesso gli è successo con un’altra moglie. A un certo momento Dio gli dice: « Prenditi un’altra moglie che ti darà dei figli di prostituzione »; ma non è chiaro se questa cosa è avvenuta davvero o se è una trasfigurazione di quello che Dio vuole dire per bocca del profeta: come avviene a un uomo, che riceve figli illegittimi da sua moglie, così avviene a Dio nei confronti di Israele, che lo ha tradito. Anche Amos: ce l’ha un po’ con tutti. Dice: « Non sono profeta, né figlio di profeta ». Se la prende coi grandi del suo tempo. Presumibilmente era nato nell’ambiente del regno di Giuda, ma va a profetizzare nel regno di Israele e poi torna a casa sua, al suo mestiere. Molto spesso lo stile del profeta risente della sua professione; così Amos, quando vuol parlare delle donne, che si dedicano con tutte se stesse alla ricerca del lusso, le paragona alle vacche del Bashàn, le migliori. Lo stesso fa Geremia, usando immagini sacerdotali, perché era di famiglia sacerdotale; ad esempio paragona Israele ai sacrifici consacrati a Dio.
Un’altra caratteristica dei profeti è che profetizzavano nei confronti degli ebrei, ma anche nei confronti degli altri popoli dell’Oriente; anche Isaia, Geremia ed Ezechiele fanno così. Amos ce l’ha, ad esempio, con la classe dirigente ebraica, re e sacerdoti, poi con il lusso, ma anche con gli altri popoli.
Un altro leit motiv è l’impostazione: dalle minacce alla consolazione. Dopo che il popolo avrà subito la punizione che si merita, ci sarà la restaurazione, i tempi messianici, felici.
Due parole su Abdia, la cui profezia consta di un solo capitolo, tutto dedicato alla requisitoria contro gli Idumei., una popolazione molto vicina a Israele, cioè Edom, discendenti di Esaù. Erano stanziati a sud-est di Israele ed erano una popolazione molto bellicosa. Abdia si riferisce a un episodio: siamo nel periodo della guerra contro i Babilonesi, nel 580 a. E. v. quando Gerusalemme è stata distrutta e il popolo è stato deportato. Gli Idumei, invece di dare una mano ai loro fratelli ebrei, hanno preso parte attiva contro di loro, ma non per appoggiare i Babilonesi, ma solo per odio verso di loro; sembra si mettessero lungo la strada per attaccare le colonne di profughi, per depredarli e consegnare i fuggiaschi ai nemici. Il profeta dice che saranno puniti molto severamente.
Giona era molto strano e decide di squagliarsela per non fare il profeta. La sua profezia era diretta verso l’Assiria, Ninive, a mille km di distanza e va a buon fine, perché i niniviti si convertono, ma lui si arrabbia con Dio, perché gli sembra di esser stato inutile.
Gioele sembra sia molto antico, ma non c’è alcuna indicazione su di lui. Parla di un’invasione di cavallette che distruggeranno tutto Israele; si tratta di cavallette o di popoli stranieri? Poi parla molto di frequente del « giorno di Dio », che sarà un giorno grande e terribile, quando tutti i poli della terra, per primi gli Ebrei, dovranno rendere conto a Dio del loro operato.
Zaccaria, che opera nel periodo del ritorno dall’esilio babilonese, presenta una profezia divisa in due parti. Da una parte fa riferimento ad avvenimenti contemporanei, dall’altra, invece, ha elementi escatologici di difficilissima interpretazione.
Malachia, che vuol dire « il mio messaggero », agisce in periodo persiano, in un momento favorevole per gli Ebrei, che sono stati fatti tornare in patria da Ciro.
Il vantaggio di questi profeti è che si leggono bene, con facilità e poco tempo.
Daniele non è tra i profeti, nella Bibbia ebraica, perché è considerato un agiografo. Qualcuno dice che è stata fatta questa scelta non perché lui non fosse profeta, ma perché ha vissuto una parte notevole della sua vita in ambiente estraneo ed era molto assimilato alla cultura straniera. Poi è anche un libro molto difficile, soprattutto per la ripetizione di molti numeri; i maestri sono arrivati a dire: Maledetto chi, in relazione al libro di Daniele, conteggia la fine.

ISAIA 35,1-6.8.10 COMMENTO BIBLICO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2035,1-6.8.10

ISAIA 35,1-6.8.10 COMMENTO BIBLICO

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. 2 Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. 3 Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. 4 Dite agli smarriti di cuore: « Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi ». 5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. 6 Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.
8 Ci sarà una strada appianata e la chiameranno « Via santa »; 10 su di essa ritorneranno i riscattati dai Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

COMMENTO
Isaia 35,1-6.8.10
La strada nel deserto
Il testo liturgico è tratto da una raccolta di oracoli chiamata «piccola apocalisse» (Is 34-35), l’ultima di quelle che costituiscono la prima parte del libro di Isaia, situata dopo la seconda raccolta di poemi su Giuda e Israele (Is 28-33) e prima dell’Appendice storica (Is 36-39). Questa raccolta, che fa da pendant alla grande apocalisse (Is 24-27), è certamente tardiva, come attesta il suo genere letterario. Essa abbraccia solo due oracoli: giudizio contro Edom (Is 34) e trionfo di Gerusalemme (Is 35). Questo secondo oracolo preannunzia la seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55) e soprattutto il suo carme iniziale (Is 40) di cui anticipa i temi principali. È probabile quindi che risalga all’epoca e all’ambiente del Deuteroisaia. Il testo liturgico si divide in cinque parti: trasformazione del deserto (vv. 1-2), venuta di JHWH (vv. 3-4), guarigione dei malati (vv. 5-6), la via sacra (v. 8), ritorno dei riscattati (v. 10).
L’oracolo inizia con un invito rivolto da Dio, per bocca del profeta, al deserto: «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo» (vv. 1-2a). Questi versetti ricalcano un motivo attestato nel Deuteroisaia, dove si menziona l’abbondanza di acqua nel deserto e nella terra un tempo arida e senza vegetazione (Is 41,18). L’esultanza del deserto si manifesta attraverso la nascita improvvisa di fiori inconsueti in quella regione. Il deserto di cui si parla è quello che separa la Mesopotamia dalla Palestina: attraverso di esso gli esuli ritornano nella loro terra. Il rifiorire del deserto è un’immagine che viene usata non soltanto per indicare la facilità con cui il deserto viene percorso dagli esuli, ma anche per significa la trasformazione interiore degli esuli, che prendono coscienza di sé e della propria realtà di popolo. All’invito corrisponde una promessa: «Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2b). Il deserto sarà reso simile alle regioni più note per la loro fertilità e vegetazione. La promessa più grande consiste nel vedere la gloria di Dio. Sintatticamente chi avrà questa visione è il deserto, ma l’autore, usando il pronome di terza persona plurale maschile, dimostra di pensare già agli esuli che ritornano. Durante il viaggio nel deserto essi faranno una intensa esperienza di Dio, il quale li aiuterà a comprendere fino in fondo il senso della scelta fatta.
La venuta di JHWH viene nuovamente annunziata mediante un invito fatto a imprecisati ascoltatori: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (vv. 3-4). Dal contesto appare il messaggio è rivolto agli esuli che si sono messi in cammino. Essi sono ancora infiacchiti dal lungo periodo di esilio, non hanno fiducia in se stessi, e soprattutto non hanno la sicurezza di poter riuscire nella loro impresa. Perciò vengono incoraggiati con l’assicurazione della presenza di JHWH che li guida come aveva fatto un tempo con gli israeliti durante l’esodo dall’Egitto. Egli porta con sé da una parte la salvezza, riservata al suo popolo, e dall’altra il castigo per i loro nemici che sono anche i suoi nemici. La ricompensa divina non consiste in un premio guadagnato con le proprie opere buone, ma nella salvezza donata gratuitamente da Dio al suo popolo.
Alla venuta dio JHWH corrisponde la guarigione di persone afflitte da diverse malattie o disabilità: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa» (vv. 5-6). Gli esuli che si mettono in cammino sono paragonati a persone afflitte da mali che impediscono loro la possibilità stessa di fare un lungo cammino a piedi. Nonostante la loro inabilità, essi si mettono in cammino senza difficoltà per raggiungere la meta. La loro guarigione è il simbolo più chiaro della riuscita della loro impresa. La ripresa del tema iniziale del deserto che rifiorisce per l’abbondanza di acque indica nuovamente il successo del piano di Dio.
Dopo una nuova descrizione del deserto che rifiorisce (v. 7) viene annunziata la creazione di una grande strada: «Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa; nessun impuro la percorrerà. Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere e gli ignoranti non si smarriranno» (v. 8). L’immagine della strada è tipica del Deuteroisaia (cfr. Is 40,3; 43,19; 49,11). Essa partecipa della santità di Dio, perché è Dio stesso che la percorre a capo del suo popolo. Con la santità va di pari passo la purezza, che è una prerogativa del popolo rimasto fedele a Dio. Anche chi non conosce la strada, per ignoranza o cattiva volontà, non potrà smarrirsi perché è Dio che guida le carovane dei rimpatriati.
Dopo un ulteriore accenno alla trasformazione del deserto (v. 9) vengono descritti coloro che camminano nella grande strada: «Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10). A coloro che si mettono in cammino viene conferito l’appellativo di «riscattati», in quanto sono considerati come schiavi per la cui liberazione Dio stesso simbolicamente ha pagato un prezzo. Loro prerogativa è la felicità più piena.

Linee interpretative
L’immagine del deserto che rifiorisce al passaggio degli esuli dà l’idea di un rinnovamento che, partendo dal cuore umano, si estende a tutto il creato. I giudei esuli in Babilonia hanno visto nel loro ritorno nella terra dei loro padri un dono meraviglioso di Dio, che ha adempiuto le sue promesse. Per loro è stato il momento di rifondare il loro stato teocratico, pur sotto la dominazione degli imperi stranieri. Un popolo che ritrova la sua identità e si pone al servizio di tutta l’umanità rappresenta un’enorme spinta verso un progresso in campo non solo spirituale ma anche economico e politico.
Nella realtà però il ritorno dall’esilio non ha comportato l’adempimento delle attese dei rimpatriati, i quali si sono trovati di nuovo immersi nei problemi di sempre. Inoltre essi non hanno saputo superare la tentazione dell’esclusivismo, che li ha portati tendenzialmente a chiudersi in se stessi, difendendosi dagli influssi esterni. Essi così sono stati costretti a proiettare in un futuro imprecisato quella pienezza che avevano atteso per la fine dell’esilio. Essi hanno dovuto capire a loro spese che il regno di Dio non è una realtà che si attua nella storia, ma una meta a cui tendere, mantenendo vivi i valori in cui si crede e cercando continuamente di incarnarli nell’oggi.

 

GIOVANNI PAOLO II – SUI PROFETI: PROCLAMARE LA VERITÀ (1987)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1987/documents/hf_jp-ii_aud_19870225.html

GIOVANNI PAOLO II – SUI PROFETI: PROCLAMARE LA VERITÀ

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 25 febbraio 1987

1. Durante il processo dinanzi a Pilato, Gesù, interrogato se fosse re, dapprima nega di esserlo in senso terreno e politico; poi, richiesto una seconda volta, risponde: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37). Questa risposta collega la missione regale e sacerdotale del Messia alla caratteristica essenziale della missione profetica. Il profeta, infatti, è chiamato e inviato a rendere testimonianza alla verità. Come testimone della verità egli parla in nome di Dio. In un certo senso egli è la voce di Dio. Tale fu la missione dei profeti che Dio mandò lungo i secoli a Israele. È particolarmente nella figura di Davide, re e profeta, che la caratteristica profetica è unita alla vocazione regale. 2. La storia dei profeti dell’Antico Testamento indica chiaramente che il compito di proclamare la verità, parlando a nome di Dio, è anzitutto un servizio in relazione sia al divino mandante, sia al popolo, al quale il profeta si presenta come inviato da Dio. Ne consegue che il servizio profetico è non solo eminente e onorevole, ma anche difficile e faticoso. Ne è un esempio evidente la vicenda occorsa al profeta Geremia, il quale incontra resistenza, rigetto e perfino persecuzione, nella misura in cui la verità proclamata è scomoda. Gesù stesso, che più volte ha fatto riferimento alle sofferenze subite dai profeti, le ha sperimentate personalmente in modo pieno. 3. Questi primi accenni al carattere ministeriale della missione profetica ci introducono alla figura del servo di Dio (“Ebed Jahwe”) che si trova in Isaia (precisamente nel cosiddetto “Deutero-Isaia”). In questa figura la tradizione messianica dell’antica alleanza trova un’espressione particolarmente ricca e importante se consideriamo che il servo di Jahvè, nel quale spiccano soprattutto le caratteristiche del profeta, unisce in sé, in certo modo, anche la qualità del sacerdote e del re. I Carmi di Isaia sul servo di Jahvè presentano una sintesi vetero-testamentaria sul Messia, aperta a sviluppi futuri. Benché scritti tanti secoli prima di Cristo, servono in maniera sorprendente all’identificazione della sua figura, specialmente per quanto riguarda la descrizione del servo di Jahvè sofferente: un quadro così aderente e fedele che si direbbe ritratto avendo sotto gli occhi gli avvenimenti della Pasqua di Cristo. 4. È doveroso osservare che i termini “Servo” e “Servo di Dio” sono largamente impiegati nell’Antico Testamento. Molti eminenti personaggi si chiamano o sono definiti “servi di Dio”. Così Abramo (Gen 26, 24), Giacobbe (Gen 32, 11), Mosè, Davide e Salomone, i profeti. Anche ad alcuni personaggi pagani che svolgono una loro parte nella storia di Israele, la sacra Scrittura attribuisce questo termine: così per esempio a Nabucodonosor (Ger 25, 8-9) e a Ciro (Is 44, 26). Infine tutto Israele come popolo viene chiamato “servo di Dio” (cf. Is 41, 8-9; 42, 19; 44, 21; 48, 20), secondo un uso linguistico di cui troviamo eco anche nel cantico di Maria che loda Dio perché “ha soccorso Israele, suo servo” (Lc 1, 54). 5. Quanto ai Carmi di Isaia sul servo di Jahvè constatiamo anzitutto che essi riguardano non un’entità collettiva, quale può essere un popolo, ma una persona singola, che il profeta distingue in certo modo da Israele-peccatore: “Ecco il mio servo che io sostengo – leggiamo nel primo Carme -, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta . . . non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra . . .” (Is 42,1-4). “Io, il Signore . . . ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42, 6-7). 6. Il secondo Carme sviluppa lo stesso concetto: “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane: il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra” (Is 49, 1-2). “Mi disse: È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe . . . Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 49, 6). “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola” (Is 50, 4). E ancora: “si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui chiuderanno la bocca” (Is 52, 15). “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità” (Is 53, 11). 7. Questi ultimi testi, appartenenti ai Carmi terzo e quarto, ci introducono con impressionante realismo nel quadro del servo sofferente al quale dovremo ancora tornare. Tutto quanto Isaia dice sembra preannunziare in modo sorprendente ciò che all’alba stessa della vita di Gesù predirà il santo vecchio “Simeone”, quando lo saluterà come “luce per illuminare le genti” e insieme come “segno di contraddizione” (Lc 2, 32.34). Già dal Libro di Isaia la figura del Messia emerge come profeta, che viene al mondo per rendere la testimonianza alla verità, e che proprio a motivo di questa verità sarà respinto dal suo popolo, divenendo con la sua morte motivo di giustificazione per “molti”. 8. I Carmi sul servo di Jahvè trovano ampia risonanza “nel Nuovo Testamento”, fin dall’inizio dell’attività messianica di Gesù. Già la descrizione del battesimo nel Giordano permette di stabilire un parallelismo con i testi di Isaia. Scrive Matteo: “Appena battezzato (Gesù) . . . si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui” (Mt 3, 16); in Isaia è detto: “Ho posto il mio spirito su di lui” (Is 42, 1). L’evangelista aggiunge: “Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3, 17) mentre in Isaia Dio dice del servo: “il mio eletto in cui mi compiaccio” (Is 42, 1). Giovanni Battista indica Gesù che si avvicina al Giordano, con le parole: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo” (Gv 1, 29), esclamazione che rappresenta quasi una sintesi del contenuto del terzo e del quarto Carme sul  servo di Jahvè sofferente. 9. Un rapporto analogo lo si trova nel brano in cui Luca riporta le prime parole messianiche pronunziate da Gesù nella sinagoga di Nazaret, quando Gesù legge il testo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 17-19). Sono le parole del primo Carme sul servo di Jahvè (Is 42, 1-7; cf. anche 61, 1-2). 10. Se poi guardiamo alla vita e al ministero di Gesù, egli ci appare come il Servo di Dio, che porta salvezza agli uomini, che li  guarisce, che li libera dalla loro iniquità, che li vuole guadagnare a sé  non con la forza ma con la bontà. Il Vangelo, specialmente quello secondo Matteo, fa spesso riferimento al Libro di Isaia, il cui annuncio profetico viene attuato in Cristo, come quando narra che “Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8, 16-17; cf. Is 53, 4). E altrove: “Molti lo seguirono ed egli guarì tutti . . . perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia: Ecco il mio servo . . .” (Mt 12, 15-21), e qui l’evangelista riporta un lungo brano dal primo Carme sul servo di Jahvè. 11. Come i Vangeli, così anche gli Atti degli Apostoli dimostrano che la prima generazione dei discepoli di Cristo, a cominciare dagli apostoli, è profondamente convinta che in Gesù ha trovato compimento tutto ciò che il profeta Isaia ha annunciato nei suoi Carmi ispirati: che Gesù è l’eletto Servo di Dio (cf. per esempio At 3, 13.26; 4,27.30; 1 Pt 2, 22-25), che compie la missione del servo di Jahvè e porta la Legge nuova, è luce e alleanza per tutte le nazioni (cf. At 13, 46-47). Questa medesima convinzione la ritroviamo quindi nella “Didaché”, nel “Martirio di san Policarpo”, e nella Prima Lettera di san Clemente Romano.

12. Bisogna aggiungere un dato di grande importanza: Gesù stesso parla di sé come di un servo, alludendo chiaramente a Is 53, quando dice: “Il Figlio dell’uomo . . . non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45; Mt 20, 28). Lo stesso concetto egli esprime quando lava i piedi agli apostoli (Gv 13, 4.12-15).

Nell’insieme del Nuovo Testamento, accanto ai brani e alle allusioni al primo Carme del servo di Jahvè (Is 42, 1-7), che sottolineano l’elezione del servo e la sua missione profetica di liberazione, di guarigione e di alleanza per tutti gli uomini, il numero maggiore di testi fa riferimento al terzo e al quarto Carme (Is 50, 4-11; Is 52, 13-53,12) sul servo sofferente. È la medesima idea così sinteticamente espressa da san Paolo nella Lettera ai Filippesi, quando inneggia a Cristo:

“Il quale, pur essendo di natura divina, / non considerò un tesoro geloso / la sua uguaglianza con Dio; / ma spogliò se stesso / assumendo la condizione di servo / e divenendo simile agli uomini . . . / umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 6-8).

PORTARE IL PESO DEL DOLORE : GIOBBE, DAL MISTERO DEL MALE AL MISTERO DI DIO, RAVASI

http://www.fondazionegraziottin.org/pdf/articoli.php?ART_TYPE=SPIRIT&EW_FATHER=17829

PORTARE IL PESO DEL DOLORE : GIOBBE, DAL MISTERO DEL MALE AL MISTERO DI DIO

Tratto da:<br />GIANFRANCO RAVASI, PORTARE IL PESO DEL DOLORE,
Edizioni San Paolo, 2013, p. 49-59

Guida alla lettura

Nell’ultima parte del volumetto “Portare il peso del dolore”, Gianfranco Ravasi tira le somme sul messaggio del libro di Giobbe: ne analizza il contenuto a tre livelli – il mistero dell’uomo, del dolore, di Dio – e arriva a concludere che, nonostante le apparenze e il giudizio comune, il vero argomento dello scritto non è il secondo (il mistero del dolore) ma il terzo (il mistero di Dio).
Ravasi sottolinea come quella di Giobbe sia innanzitutto una triplice storia: di un uomo, con tutti i limiti esistenziali e morali degli uomini; di un credente, che non si accontenta delle soluzioni confezionate dalla religione per spiegare l’enigma del male senza mettere in discussione la natura di Dio; di un sofferente che, dall’esperienza angosciante di un dolore inspiegato e inspiegabile, saprà trarre la forza di «esaltare la necessità della fede».
Posto a confronto con il mistero del male Giobbe rifiuta la “tecnologia” della retribuzione, per la quale ogni sofferenza è sanzione automatica di peccati personali, e tenta di aprire «una nuova riflessione che coinvolga Dio in modo positivo»: al punto che secondo Ravasi – e qui sta secondo noi la forza dirompente e scandalosa del libro, la sua difficoltà quasi inaccessibile – si può affermare che per Giobbe «il mistero del male deve condurre a Dio in un modo molto più genuino di quanto lo faccia l’esistenza del bene».
Condurre a Dio: è questo il vero cuore del libro. Troppo spesso confuso con uno svelamento del mistero del dolore (che, vale la pena ripeterlo, rimane tale anche al termine del racconto), Giobbe è in realtà un libro di pura teologia: «La questione centrale dell’opera non è il male di vivere, ma il come poter credere e in quale Dio credere nonostante l’assurdo della vita». La risposta è che esiste una ‘etzah, una razionalità divina superiore e incomprensibile, che «riesce a collocare in un progetto ciò che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto, cioè il male». Alla fine, perciò, Giobbe riuscirà a cogliere non «l’incastro perfetto del male nella trama della storia e dell’essere», bensì «il volto di colui che questo incastro realizza non secondo quanto noi supponiamo ma secondo il suo disegno trascendente». E a questo punto si abbandonerà al disegno divino.
Conclusione forse troppo facile, per la nostra sensibilità moderna, come troppo facile, insoddisfacente e contraddetta dalla realtà era ed è la dottrina della retribuzione. Ma questo non deve sorprenderci: Giobbe vive in un mondo le cui coordinate culturali sono troppo distanti dalle nostre, in un mondo che non poteva in alcun modo prescindere da Dio e che nelle mani di Dio affidava anche il non-senso della vita. Il vero valore di una comprensione corretta della vicenda, quindi, non sta tanto nella possibilità di ricavarne risposte accettabili anche per noi, donne e uomini di oggi, ma nel rendersi conto, senza deformazioni devote, di ciò che realmente afferma sul tema del dolore, della malattia e della morte uno dei capisaldi della letteratura sapienziale di tutti i tempi. In altre parole, quello che per Giobbe era un punto d’arrivo spirituale ed esistenziale, per noi è una semplice acquisizione culturale. Semplice, ma non irrilevante, soprattutto per i credenti:
la conoscenza di ciò che questo libro dice, e soprattutto di ciò che non dice, è infatti un buon antidoto contro i cattivi maestri, contro coloro che – come gli amici di Giobbe – tentando di spiegare l’esistenza del male finiscono per trasmettere un’immagine perversa di Dio e della vita.
Il filosofo francese Philippe Nemo nel suo libro “Job ou l’excès du mal” (Parigi 1978, p. 111) ha dato questa felice definizione di Giobbe: «Giobbe tutto intero è il nome divino». Il vertice, infatti, dell’itinerario della ricerca del grande sofferente non è la soluzione ad una questione umana ma è nel «vedere Dio con i miei occhi», rifiutando tutte le spiegazioni di seconda mano, tutto il «sentito dire» (42,5). Per questo il messaggio dell’opera, anche se si snoda dall’intreccio tra l’uomo, il mondo, il male, la società e Dio, ha come meta ultima Dio, la sua parola, la sua teofania, la sua contemplazione.
Il mistero dell’uomo
Giobbe è innanzitutto la storia di un uomo, di un credente, di un sofferente. E’ la storia di un uomo: da questo volume si possono estrarre molti materiali per rappresentare la condizione umana, spesso affidati alla forza dei simboli. C’è un senso fortissimo ed esistenziale del limite umano: «L’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come fiore sboccia e subito è avvizzito, come ombra svanisce e mai si arresta» (14,1-2). Egli abita «tende di argilla e nella polvere ha fondamento» (4,19), «l’uomo, questo verme, l’essere umano, questo lombrico» (25,6). Non è solo un limite esistenziale ma anche morale: «Può il mortale essere giusto dinanzi a Dio, puro l’uomo dinanzi al suo Creatore?» (4,17). «Chi può estrarre il puro dall’impuro? Nessuno!» (14,4). L’uomo, infatti, è “nit’ab” e “ne’elah” (15,16): i due aggettivi evocano due simboli piuttosto realistici, il primo sottintende la reazione istintiva di fronte a qualcosa di ripugnante e disgustoso, il secondo, invece, significa “acido”, “alterato” e indica perciò una sopravvenuta corruzione o deformazione (vedi gli argomenti a fortiori sulla corruzione dell’uomo in 4,17-19 e 15,14-16 o 25,4-6).
Giobbe è, però, anche la storia di un credente. In ogni istante della sua storia drammatica, anche di fronte alla sua più cupa disperazione e alle sue più dure urla quasi blasfeme contro Dio, Giobbe non cessa di essere un credente. Anzi, la sua storia è per eccellenza quella della ricerca di Dio, evitando tutte le scorciatoie della teologia codificata e semplificata. Egli non abbandona mai questo filo anche nel silenzio più totale di Dio, anche nell’abisso dell’assurdo, ed è per questo che alla fine «i suoi occhi lo vedono»; ed è per questo che alla fine Dio, ignorando le accuse e le proteste, preferisce la fede nuda di Giobbe alla compassata religiosità dei suoi avvocati difensori teologi: «La mia ira si è accesa contro di voi perché non avete parlato di me con fondamento come il mio servo Giobbe» (42,7). Un forte senso di Dio pervade tutto il libro: «Nella sua mano Dio stringe l’anima di ogni vivente e il respiro dell’uomo di carne… Ciò che egli demolisce nessuno lo può ricostruire, chi egli incarcera nessuno lo può liberare. Se blocca le acque, tutto si inaridisce, se le sblocca si inonda la terra» (12,10.14-15). Il cammino di Giobbe è, quindi, quello di un credente che attraverso l’oscurità vuole giungere all’approdo della luce e del dialogo col suo Signore.
Ma Giobbe è anche e ininterrottamente la storia di un sofferente. È questa la dimensione evidente che non ha bisogno di essere illustrata. Il dolore d’altra parte, per tutte le teologie mature, è il banco di prova della fiducia in Dio e nella vita. Famoso è il quadro di base tracciato da Epicuro in un frammento conservato dal “De ira Dei” dello scrittore latino cristiano Lattanzio (c. 13): se Dio vuole togliere il male e non può, allora è debole (e quindi non è Dio); se può e non vuole, allora è radicalmente ostile nei confronti dell’uomo; se non vuole e non può, allora è debole e ostile; se vuole e può, perché esiste il male e perché esso non viene eliminato da Dio? I più diversi tentativi di soluzione e di spiegazione del dilemma Dio e/o il dolore costellano tutta l’avventura del pensiero umano. La stessa Bibbia, come si è visto, ci offre uno spettro molto variegato di soluzioni che tentano di circoscrivere qualche faccia di questo mistero. Giobbe usa questo campo di battaglia, il più difficile per la fede, proprio per esaltare la necessità della fede. La sua rappresentazione della sofferenza non è, quindi, romantica o esistenziale, ma sostanzialmente canalizzata al mistero di Dio.
Il mistero del male
Su questo grande interrogativo certamente Giobbe si attesta, ma non con lo scopo di metterlo a tema né tanto meno di risolverlo “razionalmente”. Nella Bibbia c’è, come si è detto, lo sforzo di penetrare in questa cittadella inafferrabile: c’è una proposta propria dei libri biblici storici, c’è una visione profetica, c’è una lettura caratteristica del Deuteronomio, c’è una interpretazione apocalittica, c’è una presentazione salmica legata alle suppliche del Salterio, c’è poi la grande proposta neotestamentaria vincolata alla morte di Cristo e alla sua pasqua. Giobbe tiene nel suo mirino soprattutto la proposta della letteratura biblica sapienziale (presente soprattutto nel libro dei Proverbi), codificata nella teoria della retribuzione che largo spazio avrà anche nel resto della teologia di Israele. Come si è detto, secondo questa teoria ogni sofferenza è sanzione di peccati personali. La sua applicazione può rivestire forme differenti: retribuzione terrena e personale (Pr 11,21.31; 19,17; Gb 22,2), retribuzione collettiva (Sir 11,20- 28; Qo 9,5), retribuzione immediata, retribuzione differita (Sal 37,10; 49,17; 73,18-19; Gb 8,8ss; Sir 11,26-28), retribuzione nell’oltrevita (Sap 3). Giobbe rifiuta questa “tecnologia” morale come insufficiente a spiegare storia ed esistenza. Egli adotta la realtà del male lasciandola nella sua forza di scandalo, nella sua provocazione bruta vanamente coperta dai veli retributivi proposti dai suoi amici teologi che dialogano con lui.
Ma la sua polemica e la sua sincerità nei confronti della soluzione sapienziale classica hanno lo scopo di sgombrare il terreno da ogni soluzione ipocrita e semplificatoria. Su questo terreno del male, “la rocca dell’ateismo”, come scriveva il drammaturgo tedesco Georg Büchner, Giobbe vuole aprire una nuova riflessione che coinvolga Dio in modo positivo. In un certo senso potremmo dire che per Giobbe il mistero del male, che egli fa balenare in tutta la sua tragica violenza e verità, deve condurre a Dio in un modo molto più genuino di quanto lo faccia l’esistenza del bene. Il poeta biblico è fermamente convinto che il male, proprio perché mistero, non può essere “razionalizzato”, addomesticato attraverso un facile teorema teologico. Il male e il dolore urlano con tutta la loro forza contro la mente dell’uomo. Ma il poeta biblico è altrettanto fermamente convinto che esiste una ‘etzah (38,2), una “razionalità” da mistero, cioè superiore e totalizzante, quella di Dio: essa riesce a collocare in un progetto ciò che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto, cioè il male.
Il mistero di Dio
Siamo giunti, così, al vero cuore del libro. Giobbe è uno scritto “teologico” nel senso pieno del termine. Fondamentale è l’oscillazione tra la ricerca spasmodica di Dio dei cc. 3-27 e l’esaltante esperienza di Dio dei cc. 38-39 / 40-42. Giobbe resta contemporaneamente teso verso la disperazione e la bestemmia a cui lo conduce “logicamente” la sua intelligenza e verso la speranza e l’inno di lode a cui lo conduce la scoperta di Dio. Dio, infatti, vuole far balenare l’impossibilità di ridurre il suo “progetto” ad un semplice schema.
Giobbe riconosce, davanti alla sfilata dei segreti cosmici che gli vengono presentati da Dio nei suoi discorsi, di non essere in grado di sondare che qualche particella microscopica, mentre Dio sa percorrerli con la sua onniscienza e onnipotenza. Lo sfidato, Dio, diventa a sua volta sfidante nei confronti dell’uomo facendogli intuire che la “logica” di Dio è onnicomprensiva e ben più autentica di quella limitata della creatura, che si sente continuamente “insensata” e inceppata nel suo procedere. Alla fine, perciò, agli occhi di Giobbe non appare l’incastro perfetto del male nella trama della storia e dell’essere, bensì il volto di colui che questo incastro realizza non secondo quanto noi supponiamo ma secondo il suo disegno trascendente. E a questo punto Giobbe si abbandona al disegno divino: «Se pure corressi per mari stranieri tornerò sempre a far naufragio nel tuo, Signore» (M. Pomilio).
Giobbe diventa, in questa luce, una grande catechesi sulla fede pura e sul vero volto di Dio contro ogni compromesso e contraffazione anche teologica. Come si è detto, per Giobbe è insufficiente ogni lettura “umana”, perché l’analisi del mistero dell’uomo e del male è condotta in modo funzionale rispetto al vertice tematico autentico che è divino. La centralità del «vero Dio misconosciuto dall’uomo vecchio» (D. Barthélemy) è giustificabile in Giobbe a livello letterario e tematico. A livello esterno, letterario, perché Dio è sempre presente nell’opera come atteso, come interlocutore desiderato, anche se assente come parte in causa: «Oh, se sapessi dove incontrarlo, come arrivare sino al suo trono! Esporrei davanti a lui la mia causa con la bocca colma di argomenti. Conoscerei finalmente con quali discorsi mi replica, capirei che cosa mi deve comunicare» (23,3-5).
La stessa struttura del libro rivela questa tensione di fondo: la rivelazione e i discorsi finali del Signore sono la conseguenza logica e l’esito risolutivo del dialogo e della sfida che l’uomo-Giobbe lancia nel c. 31. Lo stesso “mediatore” sognato a un certo punto da Giobbe perché funga da arbitro neutrale nella contesa tra l’uomo e Dio non può che essere Dio stesso, perché nessuno può essere arbitro superiore rispetto a Dio. Si può dire con l’esegeta Jean Lévêque che Giobbe vive la sua prova «come una domanda su Dio ed è solo a Dio che vuole porla». E, come si è ripetuto, il senso ultimo di questo itinerario a delta ramificato non è quello di rendere ragione del mistero del dolore in sé preso, quanto piuttosto quello di dire «cose rette» su Dio (42,7). In altri termini: la questione centrale dell’opera non è il male di vivere, ma il come poter credere e in quale Dio credere nonostante l’assurdo della vita. Contro il razionalismo della teoria retributiva, contro il razionalismo teologico degli amici, Giobbe ribadisce la necessità della gratuità della fede, e l’esigenza del “vedere” attraverso un’autentica esperienza di fede (cfr. Sal 73,17).

Gianfranco Ravasi, nato nel 1942 a Merate (Lecco) e ordinato sacerdote nel 1966, è stato per molti anni Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Nel settembre 2007, dopo essere stato nominato da Benedetto XVI Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra, è stato consacrato Arcivescovo Titolare di Villamagna di Proconsolare. A lungo docente di esegesi dell’Antico Testamento nella Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e di Ebraico nel Seminario arcivescovile milanese, è membro di numerose accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, oltre che autore di diversi volumi. Collabora con i quotidiani L’Osservatore Romano, Il Sole 24 Ore, Avvenire, con il settimanale Famiglia Cristiana e con il mensile Jesus. Il 20 novembre 2010 è stato creato Cardinale da Benedetto XVI.

I PROFETI – ISAIA: L’INCONTRO CON LA GRANDEZZA

http://www.apostoline.it/riflessioni/profeti/ISAIA.htm

I PROFETI – ISAIA: L’INCONTRO CON LA GRANDEZZA

di LUIGI VARI, biblista

Il profeta Isaia, certamente il più famoso tra i profeti, quello che abbiamo più occasione di ascoltare la domenica a Messa, è certamente difficile da presentare. Isaia è complesso, non si legge tutto d’un fiato, ha bisogno di tempo e di studio. Il libro che noi chiamiamo « Isaia » è specchio della complessa attività di questo personaggio e del grande movimento che da esso si è originato. Il libro di Isaia infatti è più una biblioteca che un libro, in quanto contiene tre libri almeno, che gli studiosi chiamano rispettivamente ISAIA, DEUTEROISAIA (secondo Isaia) e TRITOISAIA (terzo Isaia). Questo significa che nel nome di Isaia si è sviluppato un movimento che ha superato la sua vita.
Pensare che quest’uomo abbia influito tanto nell’esperienza del suo popolo da essere diventato uno a cui rifarsi, come un caposcuola, ci rende curiosi e ci spinge ad un incontro umile con un personaggio che deve essere stato straordinario.

Con gli occhi di Dio
Isaia inizia il suo ministero nel 740 e deve averlo esercitato per almeno 40 anni, quando erano re Acaz e poi Ezechia. Anche lui, come tutti, vive la storia del suo tempo e cerca di leggerla con gli occhi di Dio. Vuole che a guidare le scelte del popolo siano criteri profondi, quali quelli della fedeltà all’alleanza, ed inevitabilmente si trova di fronte ad altri modi di lettura che sembrano essere più intelligenti, ma che portano il popolo alla rovina.
Quello che colpisce in Isaia è l’intensità dell’esperienza di Dio, visto in tutta la sua grandezza: « io vidi il Signore seduto su un trono molto elevato, la sua gloria riempiva il tempio » (Is 6,1), la grandezza di Dio spaventa il profeta: « io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono ed in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito » (6,5). La grandezza, però, non è lontananza, Dio è il Santo, ma è il Santo che si preoccupa del suo popolo: « chi manderò e chi andrà per noi? » e che cerca qualcuno che abbia il coraggio di essere sua presenza fra la gente. La grandezza di Dio prima spaventa e poi coinvolge il profeta che accetta: « Eccomi, Signore, manda me ».
Ogni incontro con Dio è incontro con la grandezza: mai fine a se stessa, ma che ci raggiunge e si impegna con la nostra debolezza per sollevarci.
Il profeta è chiamato a lasciarsi coinvolgere da questa grandezza e dunque a condividere con Dio l’amore per il suo popolo, a farsi carico delle difficoltà che il popolo vive e a difenderlo dalle minacce. Il profeta è grande della grandezza di Dio quando diventa presenza che solleva, capacità di farsi carico e di condividere, di essere presente quando Dio ha bisogno di entrare nella storia dell’uomo.

Liberarsi dalla paura
Isaia inizia il suo cammino di profeta e scopre che il popolo è segnato dallo scoraggiamento, paralizzato dalla paura. Cerca allora di dare coraggio e si rivolge al re Acaz: « Veglia e stà calmo, il tuo cuore non deve indebolirsi a causa di questi due resti di tizzoni fumanti » (7,4). L’immagine di « tizzone fumante » dice la morte, la debolezza mortale. Dio incoraggia il suo popolo, lo libera dalla paura, invitandolo a guardare con occhio attento il motivo della paura e a rendersi conto che è, per molti versi, ingiustificata. Non è facile, però, liberarsi dalla paura. Si tratta di fare scelte segnate dalla fede,si tratta di avere il coraggio di accantonare i calcoli che ci rendono sicuri. È il dramma di sempre: quanto ci si può fondare su Dio per le scelte che riguardano la nostra vita? Il re è invitato da Isaia a correggere la propria politica e a fidarsi di Dio. Che cosa deve fare un re? Capita spesso di dover notare una sorta di sorriso compassionevole di fronte alla parola di Dio, un sorriso di sufficienza che tende a relegare Dio nella schiera degli ingenui che non faranno mai storia; capita quando si nega alla Parola di illuminare le nostre scelte, quando non si riconosce la possibilità che il punto di vista di Dio possa essere quello giusto anche se contrasta con il nostro giudizio spesso reso debole dalla paura. E quando questo capita, quando neghiamo a Dio la concretezza noi neghiamo la sua grandezza, per cui il profeta afferma: « se voi non vi terrete fermi (se non vi fidate del giudizio di Dio), voi non sarete tenuti fermi » (7,9: lettura della CEI: se voi non crederete non sussisterete), l’alternativa è fra l’essere fondati e l’essere sbattuti da ogni vento.
Acaz si trova davanti a questo dilemma, ma Dio non lo lascia solo; lo invita chiedere un segno: « Il Signore parlò ancora ad Acaz in questi termini: »Domanda un segno per te al Signore tuo Dio, domandalo negli abissi o sulla sommità del cielo » . Acaz rispose: « Io non lo domanderò e non metterò il Signore alla prova » (Is 7,10-12).
Il segno non è necessariamente un miracolo, è qualcosa di verificabile nel tempo. Acaz viene invitato a scegliere, ma senza rinunciare alla possibile verifica; qui scatta il dramma: il re non vuole nessun segno! La paura che rende il re incapace di decidere per il bene viene scelta come stato di vita, come situazione permanente.
A questo punto la storia sembrerebbe chiusa alla speranza, il rifiuto sembra condannare l’uomo alla paura perpetua; la paura, la paralisi diventano incapacità di fare il bene.

L’Emmanuele: il segno della fedeltà di Dio
Isaia, profeta, scopre allora che LA STORIA È DI DIO, che l’uomo è di Dio: « Ascoltami dunque, casa di Davide, è troppo poco per voi affaticare gli uomini, che voi volete affaticare anche il mio Dio? Il Signore vi darà lui stesso un segno, ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele » (7,10-14).
L’Emmanuele è, nella lettura dei Vangeli (Mt 1,23) e della tradizione cristiana, lo stesso Cristo che viene così ad essere il segno della fedeltà di Dio, della speranza, della liberazione dalla paura per l’uomo che cammina ogni giorno aggredito da tanti tipi di tenebra.
Cristo è la luce che orienta il cammino: »il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che abitavano in terre tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia (…) poiché un bimbo è nato per noi, ci è stato dato un figlio (…) consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace ».
Isaia è molto più ricco di quanto non appaia da queste poche righe; ma io penso che in questa parte di profezia che abbiamo incontrato ci siano elementi di grande riflessione per l’attualità della nostra vita. Le domande del re e le sue paure sono spesso anche le nostre, come è nostra a volte la paura, una paura dalla quale ci lasciamo sedurre. Isaia indica la fedeltà di Dio, la speranza, la fiducia come strada di uscita dalla paura e ci invita a verificare vivendo la verità di Dio e delle sue parole; verità che per noi è Cristo.
C’è una poesia di Brecht che forse può dare un’idea non solo della tristezza di un cuore senza speranza, ma anche di come sia necessario e grande l’annuncio dell’Emmanuele e della gioia che lo accompagna.
« Non vi fate sedurre/ non esiste ritorno/ il giorno sta alle porte,/ già è qui vento di notte./Altro mattino non verrà.// Non vi lasciate illudere/ che è poco, la vita,/ bevetela a gran sorsi/ non vi sarà bastata/ quando dovrete perderla.// Non vi date conforto:/ vi resta poco tempo./ Chi è disfatto marcisca./ La vita è la più grande:/ nulla sarà più vostro.// Non vi fate sedurre/ da schiavitù e da piaghe:/ che cosa vi può ancora spaventare?/ Morire con tutte le bestie./ E non c’è niente dopo ».

(B. Brecht, Poesie e Canzoni, R. Leiser e F Fortini, 1961 Torino).

Con questa poesia concludiamo il nostro incontro con il profeta Isaia lasciando alle sue parole, soprattutto quelle sull’Emmanuele, il compito di dissipare l’angoscia o la tristezza che da questa lettura potrebbe nascere nel nostro cuore. 

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

http://www.collevalenza.it/CeSAM/02_CeSAM_0014.htm

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

« ESSI SI VOLGERANNO A ME CHE HANNO TRAFITTO… IN QUEL GIORNO VI SARA’ UNA FONTANA ZAMPILLANTE » (Zc 12,10; 13,1)

P. Aurelio Pérez fam

All’interno del libro del profeta Isaia si distinguono chiaramente tre parti, di cui la prima (cap. 1-39) è quella propria del profeta Isaia, vissuto nell’VIII sec. a. C., e la seconda (cap. 40-55), ambientata in un quadro storico di quasi due secoli dopo, è quella che contiene i cosiddetti « canti del servo ».
L’orizzonte di consolazione, di attesa di liberazione, di speranza di rinnovamento cantato dal « secondo Isaia » durante l’esilio, è dominato dalla misteriosa figura del « servo del Signore », innocente e giusto, chiamato a radunare il popolo disperso e ad essere addirittura luce delle genti, ma attraverso una morte violenta che espia i peccati del popolo.
Chi è questo servo? Alcuni lo identificano con il popolo d’Israele, chiamato spesso « servo » del Signore (cf Is 41,8-16; 44,21-23), molti propendono a vedervi una figura storica, l’anonimo profeta che scrive (il secondo Isaia). In ogni modo sono i testi sul servo sofferente e la sua espiazione vicaria quelli che Gesù ha evocato ed ha applicato alla sua missione e passione, soprattutto in quella lectio divina che rilegge tutte le Scritture, fatta personalmente da Lui ai due discepoli di Emmaus dopo la risurrezione (Lc 24,25-32.44-46).

1. Il Signore presenta il suo Servo.

Primo canto (Is 42,1-9)
L’identità personale di questo servo viene, anzitutto, presentata solennemente dal Signore stesso, che lo qualifica come colui che Egli sostiene, il suo « eletto » in cui si compiace e in cui pone il suo Spirito, per portare il diritto alle nazioni e stabilirlo sulla terra (vv. 1.4).
Questa missione universale così grande sarà caratterizzata da uno stile di discrezione, misericordia e compassione, che non scoraggia nessuno, ma nello stesso tempo è fermo e costante nel portare a termine la missione che il Signore gli affida (vv. 2-4).
« Io, JHWH, ti ho chiamato nella giustizia e ti ho afferrato per mano, ti ho formato e ti ho stabilito alleanza di popolo e luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, far uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione gli abitatori delle tenebre » (vv. 6-7)

2. Il Servo presenta se stesso e la sua difficile missione

Secondo e terzo canto (Is 49,1-7; 50,4-9a)
Il Servo stesso presenta, di nuovo in modo solenne, la sua vocazione profetica. Ha coscienza di essere stato « chiamato » (49,1), anzi « plasmato » (49,5) dal Signore fin dal seno materno, non solo per ricondurgli Giacobbe e a Lui riunire Israele, ma anche per essere luce delle nazioni (49,6), affinché la salvezza misericordiosa del Signore arrivi alle estremità della terra e abbracci tutti.
Ma si tratta di una vocazione simile a quella di Geremia (cf Ger 1,4-10), caratterizzata da una misteriosa sofferenza, che sembra rendere inutile e destinato al fallimento lo sforzo del profeta (49,4), la cui vita verrà disprezzata e rifiutata (49,7). Ma l’opera del Signore nel suo Servo avrà, alla fine, la meglio e si manifesterà di fronte ai potenti della terra (49,7).
Continuando su questa linea, il terzo canto del Servo (50,4-9a), presenta, ancora in termini autobiografici, la sofferenza fisica e morale (v. 6), con dettagli (flagelli, insulti, sputi) che si compiranno alla lettera nella Passione di Gesù. Il Signore che chiama il suo Servo a sostenere gli sfiduciati, lo prepara a questa missione aprendogli l’orecchio alla sua volontà, e il Servo risponde con decisione (vv. 4-5), anzi rende la sua faccia dura come pietra, fiducioso nel Signore (v. 7; cf Ez 3,4-11; Lc 9,11).

3. Il Servo « schiacciato per le nostre iniquità »

Quarto canto (52,13-53,12)
La missione del Servo di JHWH conoscerà un fallimento bruciante agli occhi umani e un epilogo inatteso. Si tratta di una notizia inaudita. La persecuzione e la passione, che il Servo in persona presentava nel terzo canto, diventano una umiliante condanna a morte, in cui entra senza aprir bocca, « come agnello condotto al macello » (53,7). Martin Buber, ebreo anche lui, ha scritto che « il successo non è uno dei nomi di Dio ».
Solamente a distanza, coloro che erano stupiti di lui – «tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo» (52,14) – apriranno gli occhi e «comprenderanno ciò che mai avevano udito» (52,15). Verrà alla luce una rivelazione incredibile: il Servo «castigato, percosso da Dio e umiliato» (53,4cd), questo «uomo dei dolori» è, in realtà, il soggetto nascosto del più alto compiacimento del Signore e della sua volontà di salvezza(1). Viene sottolineato con molta insistenza che la morte ignominiosa del servo innocente, ha nel disegno misterioso del Signore, un carattere vicario: « si è caricato delle nostre sofferenze » (53,4), « è stato trafitto per i nostri delitti… per le sue piaghe noi siamo stati guariti » (53,5, cf vv. 6.8b.11d.12d).
Com’era stato all’inizio (52,13-15), così alla fine, è il Signore che dice l’ultima parola sulla sorte e sulla « buona riuscita » e il « successo » (quello secondo Dio) che avrà il Servo(2). La sua morte si rivelerà un’esplosione di vita e il Signore gli darà in premio le moltitudini (53,11-12).

ZACCARIA: Il « trafitto » e la « fontana zampillante »
Il libro del profeta Zaccaria si divide in due parti ben distinte(3). La prima parte (cap. 1-8) si occupa, come il profeta Aggeo, della ricostruzione del Tempio e della restaurazione nazionale, ma che aprono all’era messianica, in cui sarà esaltato il sacerdozio rappresentato da Giosuè (3,1-7), ma in cui la regalità sarà esercitata dal « germoglio » (3,8), che 6,12 applica a Zorobabele. I due unti (4,14) governeranno in perfetto accordo.
La seconda parte (cap. 9-14), tutta diversa per stile e orizzonte storico, è importante soprattutto per la dottrina messianica: la rinascita della casa di Davide (12), l’attesa di un Re Messia umile e pacifico (9,9-10), l’annunzio misterioso del Pastore rifiutato e valutato trenta sicli d’argento (11,12-13), e del « Trafitto » (12,10), con cui il Signore stesso si identifica, verso cui si volgeranno gli sguardi, e nel cui « giorno » sgorgherà una « fontana zampillante » che laverà il peccato e l’impurità (13,1). Dietro questo misterioso « trafitto » ci sono le figure storiche del santo re Giosia, trafitto proprio nella pianura di Meghiddo, di tutti i profeti e giusti perseguitati, ma soprattutto si staglia la profezia del Messia Gesù trafitto sulla croce, dal cui costato sgorgherà la sorgente della salvezza per tutti. Il Nuovo Testamento citerà o farà allusione a questi capitoli di Zaccaria. (cf Mt 21,4-5; 27,9; Mc 14,27; Gv 19,37).

[1] Cf F. ROSSI DE GASPERIS – A. GARFAGNA, Prendi il Libro e mangia, 3.1, p. 47.

[2] Gli esegeti ritengono che sia più o meno contemporanea della profezia del secondo Isaia anche la “storia di Giuseppe” (Gen 37,2-50,26), segnata da un abbassamento drammatico a cui segue una glorificazione inattesa, attraverso la quale diventa il salvatore dei suoi fratelli malvagi e gelosi. Si ripeta la storia di una “pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo” nel piano di Dio.

[3] Cf LA BIBBIA DI GERUSALEMME, EDB 1992, p. 1546.

MEDITAZIONE SU ISAIA 55,1

http://erikaprovinzano.com/2009/02/meditazione-su-isaia-551/

MEDITAZIONE SU ISAIA 55,1

Isaia 55,1
“O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte.”

Riconoscere di avere sete.
Sentirsi inadeguati per avvicinarsi.
Non mi avvicinerei mai a un chioschetto dove vedo che vendono bibite se so di non avere nemmeno 1 euro in tasca. Non posso aspettarmi che la mia sete sia un problema del venditore di bibite.
“Chi non ha denaro venga ugualmente”: è come se il Signore prendesse in esame tutte le domande che uno si pone in cuor suo davanti a una vetrina. È come se il Signore fosse dentro al negozio e ti invitasse ad entrare: “Tu! Si proprio tu! Dico a te: tu che non hai denaro… entra comunque! Vieni! Compra senza denaro tutto quello che vuoi.”
Vino e Latte: supefluo e necessario.
Chi ha detto che nel negozio di Dio c’è solo lo stretto indispensabile? In Dio c’è ogni sorta di abbondanza. Lui ha creato ogni cosa. Lui possiede ogni cosa.
Comprare senza denaro. Il denaro ti da il potere di possedere qualcosa.
Quando compri hai la chiara percezione del “legittimo possesso”. Se non hai denaro senti che certe gioie, certe soddisfazioni ti sono precluse. Nel peggiore dei casi, anche le cose necessarie alla sopravvivenza ti sono precluse.
Vino e Latte:
Il vino è la bevanda degli Adulti e il latte è la bevanda dei bambini. Ce n’è per tutti.
Il bambino non conosce il principio alla base dell’acquisto e cioè che ci vogliono i soldi per comprare ad esempio il latte. Per un bambino, il fatto che una cosa sia davanti a lui, è sufficiente perchè ne rivendichi la proprietà.
Ma il Signore non parla solo di latte, ma parla anche di vino: se da adulto, posso accettare che il Signore renda gratuito il “latte” (perchè lo riconosco come alimento indispensabile), il fatto che faccia lo stesso con il “vino” (con una cosa che è per così dire superflua) mi confonde, e in un certo senso mi spiazza.
Come a dire: “capisco che tu mi regali il latte, ma perchè anche la coca-cola? Perchè li poni sullo stesso piano?”
Se entrassi in un negozio dove ogni cosa che voglio comprare è gratuita, diventerebbe il mio negozio preferito! :) Insomma, perchè spendere soldi quando hai trovato un posto in cui c’è tutto ed è anche gratis?
Sembra che il Signore mi dica: “Prendi TUTTO da me”. E quello che mi tenta umanamente, è proprio il fatto che ci sia scritto GRATIS.
Ma ne traggo un altro insegnamento: la scritta “GRATIS”, mi mostra che il Signore è un abile esperto di marketing! :) Conosce cos’è che attira la clientela e cos’è che crea “fidelizzazione della clientela”.
Nell’antico testamento c’è chi si è venduto la primogenitura per un piatto di lenticchie.
Dio conosce le nostre debolezze e per evitare che barattiamo la nostra “regalità” di Figli di Dio, per le cose che a questo mondo vogliono tutti, inventa un sistema per cui è sicuro di non perderci: cioè, ci da lui tutto, a patto che restiamo vicini a Lui.
Una mamma, se vede un figlio che cerca di arrivare a tutti i costi a qualcosa che vuole, che cosa dice? “Fermo! Aspetta! …ora te lo da la mamma!” Questo per la mamma è garanzia che il figlio non corra nessun pericolo, ed è garanzia di stimolare la fiducia del figlio nella “sua grazia”.
In parole povere il Signore ci riempie le tasche di caramelle per evitare che desideriamo quelle degli sconosciuti :)
Ancora una volta “i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri”.
I supermercati normalmente, mettono sul banco degli assaggini per fidelizzare la clientela: ti permettono di provare una piccolissima parte dei loro prodotti perchè tu ti convinca di quello che ti possono offrire e finisca per acquistare sempre da loro.
Il negozio di Gesù è differente: gli assaggini sono la gratuità di tutti i prodotti e il vero prodotto che lui vuole che tu abbia, è la sua amicizia. Essere amici di Dio, non solo ti garantisce sempre cibi di prima qualità sulla tua tavola, ma l’onore di ricervere queste primizie direttamente dalle mani di Dio onnipotente, che è l’unico vero proprietario di ogni cosa, perchè l’ha creata.
“Perchè vi affannate per ciò che mangerete e per come vestirete? Il Padre vostro sa che ne avete bisogno”. Ed essendo lui il proprietario di tutto perchè mi preoccupo per come farò?
Ho ancora paura che qualcosa sfugga al suo controllo, ma nulla può sfuggire al controllo di chi ha creato tutto, perchè nulla ci sarebbe se non l’avesse creata Lui.
Prendiamo ad esempio un acquario: immaginiamo che io sia un pesce che Dio ha desiderato tanto; mi ha presa, mi ha messa nell’acquario. Io nuoto dentro l’acquario. Ci sono piante, sassi, oggetti vari… e altri pesci. Tutte cose che sono lì non indipendentemente da Dio, ma sempre e solo perchè Dio le ha prese e ce le ha messe dentro.
Ad un certo punto, incontro un pirana: la mia reazione immediata è quella di scappare, temendo che Dio non sappia quanto male può farmi un pirana essendo io solo un pesce rosso. Ma come posso credere che Dio non sappia che in quell’acquario c’è un pirana? Non ce l’ha forse messo lui?
E mi domando: credo con tutta me stessa che la mia storia è sotto il “controllo” di Dio?
Divido gli eventi della mia vita, passati, presenti e soprattutto futuri: in quanti degli eventi della mia vita, percepisco la Signoria di Cristo? E in quanta della mia vita sono terrorizzata dal credere che sia sotto il dominio della casualità?
“Tutto è stato posto sotto i suoi piedi!”
Se è così, ed è così, ecco allora cosa devo fare: devo organizzare tutta la mia vita di modo che ogni cosa sia posta sotto la Signoria di Cristo.
Ed ecco subito affacciarsi le prime paure: i miei progetti di evangelizzazione! Come farò a realizzare i miei progetti di Evangelizzazione?
Lo faccio per te, è vero, ma credo di essere sola in questo. Se solo riuscissi a ricordare che il progetto di evangelizzazione è prima di tutto il tuo, crederei senza esitare che TU, unico vero proprietario di ogni cosa, puoi provvedermi tutto ciò di cui ho bisogno.
Ecco che ho sete, ho sete di fare qualcosa per te… ma non ho denaro. Tu mi darai l’acqua.
Ecco che ho fame, ho fame di servirti… e tu mi provvedi sia il vino, sia il latte.
Ecco allora come questa Tua Parola, parla oggi al mio cuore:
“O voi tutti che avete una qualunque necessità venite a prendere quello che vi serve, chi non ha denaro venga ugualmente.”
“Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”
Perdona la mia poca fede Signore e permettimi ancora di sedere davanti alla tua Signoria, per contemplarti, adorarti e così permetterti di prendere il posto che ti spetta come Signore della mia vita.

Amen,
Erika.

UN PROFETA CHE CONSOLA (ISAIA 40-55)

http://www.taize.fr/it_article8161.html

UN PROFETA CHE CONSOLA (ISAIA 40-55)

Come descrivere un uomo che è rimasto completamente anonimo? I capitoli da 40 a 55 del libro d’Isaia costituiscono una piccola raccolta di testi profetici che formano una netta unità letteraria, ma il cui autore si è cancellato dietro il suo messaggio. Non si sa né il suo nome né il posto da dove parla. Si sa solamente che il suo messaggio si situa attorno al 538 prima di Cristo, l’anno in cui Ciro, re dei Persiani, ha permesso agli Ebrei esiliati a Babilonia di ritornare al loro paese. Il nome di «Secondo Isaia» gli è stato dato perché il suo pensiero s’ispira a una tradizione che risale al grande profeta Isaia (VIII secolo).
Questo Secondo Isaia doveva annunciare un avvenimento assolutamente inconcepibile: un piccolissimo popolo, un «resto» che non contava forse più di 15.000 persone, avrebbe attraversato il deserto, avrebbe vissuto un nuovo Esodo (43,16-21) per giungere a Gerusalemme. Non stupisce il fatto che gli ascoltatori siano rimasti increduli. Un popolo deportato era spesso condannato a scomparire, e i settant’anni d’esilio hanno dovuto creare un profondo scoraggiamento: si supponeva che l’alleanza che Dio aveva voluta con in suoi fosse stata annullata e che Dio ne aveva abbastanza di loro.
Con quali argomenti vincere questo scoraggiamento? Se Dio è eterno, la sua sapienza deve anch’essa avere delle risorse di cui abbiamo nessuna idea, e la sua forza deve essere propriamente inesauribile (40,27-31). E il profeta è ricorso a delle immagini ancora più forti: una madre può dimenticare suo figlio (49,14-15), un uomo può respingere la donna che è stato il grande amore della sua giovinezza (54,6-7)?
Le prime parole di questa piccola raccolta sono ripetute con insistenza: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (40,1). Dopo il tempo di una estrema desolazione, il popolo deve essere «consolato», cioè sarà messo nella condizione di cessare le sue lamentazioni, di rimettersi in piedi e ritrovare coraggio. Questo popolo ha un bel credersi alla fine, la consolazione deve mostrare che dal cuore di Dio scorre un avvenire.
L’immagine che i credenti si erano fatta di Dio si è purificata attraverso l’estrema prova dell’esilio, come ci si può rendere conto anche leggendo il libro di Giobbe. Quando il Secondo Isaia parla di Dio, non vi si trovano più gli accenti d’ira, né minacce, né affermazioni autoritarie. Dio ama, e ama senz’altra ragione che il suo amore (43,4; 43,25). Si direbbe che ormai non può che amare (54,7-10). Se ristabilisce il suo popolo sulla sua terra e nella sua città, questo ristabilimento avrà un’eco in tutte le nazioni (45,22; 52,10), poiché è il Dio universale (51,4). Nella scelta completamente gratuita di un popolo unico, nel perdono quasi ancora più gratuito del ritorno dall’esilio, la sua alleanza con questo popolo è stata come trascesa. Il re dei Persiani può allora ricevere il titolo di «Unto», messia (45,1), e il vero ministero di mediazione tra Dio e gli esseri umani sarà affidato ad un umile Servo.
Questo Servo rifletterà i tratti del suo Dio. Non solo non s’imporrà (42,1-5), ma sarà personalmente vulnerabile allo scoraggiamento dei suoi (49,4-6). A coloro che ridono di lui risponderà con nessuna parola dura (50,5-6). Egli stesso, restando all’ascolto di Dio come il più umile dei credenti (50,4), arriverà a prendere su di sé tutta l’incredulità che lo circonda (53,12), sull’esempio di quel Dio che ha «portato» il popolo attraverso tutta la storia (46,3-4).

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