Archive pour la catégorie 'CHIESE DELLA RIFORMA : TEOLOGI'

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

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(predicatori del passato, credo della Chiesa dellea Riforma)

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

DI CHARLES E. GREENAWAY

« La parola che fu rivolta a Geremia da parte dell’Eterno, in questi termini: « Levati, scendi in casa del vasaio, e quivi ti farò udire le mie parole ». Allora io scesi in casa del vasaio, ed ecco egli stava lavorando alla ruota; e il vaso che faceva si guastò, come succede all’argilla in man del vasaio, ed egli da capo ne fece un altro vaso come a lui parve bene di farlo. E la parola dell’Eterno mi fu rivolta in questi termini: O casa d’Israele, non posso io far di voi quello che fa questo vasaio?, dice l’Eterno. Ecco, quel che l’argilla è in mano al vasaio, voi lo siete in mano mia, o casa d’Israele! » (Geremia 18:1-6).

L’uomo è stato creato dalla polvere della terra. Ho osservato il lavoro dei vasai e per me è stato motivo di grande insegnamento. L’argilla non può far nulla e non ha alcun valore.
Siamo soltanto argilla e non possiamo nulla da noi stessi. Soltanto il Vasaio può fare di noi ciò che dobbiamo essere; soltanto Gesù può salvare la tua vita per farti ciò che a Lui è maggiormente gradito. Quell’argilla deve essere estratta e trasportata nella casa del vasaio; se il vasaio vuole lavorarla, deve prima procurarsela. L’argilla è informe, non ha nulla di attraente… senza Gesù siamo privi di qualsiasi bellezza! Egli però scava; nell’argilla si possono trovare anche sassi o altri elementi che fanno parte del terreno, come radici di piante, ecc., ed è proprio per questa ragione che il vasaio la porta a casa. Vi sono tanti cristiani che non vogliono raggiungere la casa del vasaio, preferiscono restare argilla e basta: « Non scavare in me, non togliermi quelle pietre », ma Dio ha un progetto per l’argilla. Perciò la porta in casa e la prima cosa che fa la lava: noi credenti non siamo purificati finché non veniamo lavati con il sangue di Gesù. Non puoi soltanto desiderare di diventare un bel vaso, ma potrai esserlo prima di tutto perché sei stato lavato con il sangue di Gesù. Dopo averla lavata, il vasaio prende l’argilla, la solleva e la scaglia a terra ripetutamente. Così dice il Signore a Geremia: « Guarda come fa il vasaio, fammi fare lo stesso con te! » Perché il vasaio si comporta così? Perché getta l’argilla a terra? In questo modo si disperde tutta l’aria, perché se c’è dell’aria nell’argilla, ovvero nei credenti tutto ciò che non ha valore ed è nocivo, non si potrà mai trarne un vaso. Infatti, una volta posto nel forno, tutti questi vuoti d’aria esplodono e il vaso va in frantumi. Perciò, deve uscire tutto da noi, tutto ciò che appartiene al nostro « io ». Dobbiamo fare molta attenzione agli inutili vuoti d’aria.
Ricordo di aver visto un meraviglioso elefante scolpito nel granito. Un giorno ho incontrato un uomo che aveva conosciuto l’autore di quell’opera stupenda e mi ha raccontato che una volta un visitatore entrò nello studio dello scultore per ringraziarlo di aver fatto un’opera così bella. In quella occasione gli chiese: « Come è possibile ricavare una figura così perfetta da un blocco di granito? ». Lo scultore gli rispose: « Prendi lo scalpello e il martello, vieni qui, vicino a questo blocco di pietra e ti mostrerò come si scolpisce un elefante ». Il visitatore prese il martello con lo scalpello e si avvicinò al marmo e disse: « Cosa debbo fare ora? » , e lo scultore gli rispose: « Togli da quel pezzo di granito tutto quello che non sembra un elefante! ». Finche non abbandoniamo tutto quello che non assomiglia a Gesù non saremo mai un vaso adatto per l’uso del Maestro. Signore aiutaci, spezzaci, modificaci, formaci, fa tutto ciò che vuoi con ciascuno di noi, ma usaci! Vogliamo essere vasi adatti al servizio del Maestro, ma se vogliamo esserlo dobbiamo permettere al Vasaio di lavorarci.

Il vaso sulla ruota
Dopo averla lavata e liberata da tutta l’aria, allora il vasaio mette l’argilla sulla ruota, che comincia a girare, perché l’argilla non può essere assolutamente lavorata se la ruota non gira. Questo è il nostro problema! Non ci piace stare sulla ruota, ci fa male. Qualche volta il vaso si frantuma e il vasaio lo mette di nuovo sulla ruota perché è determinato a farne un’opera adatta per l’uso a cui è destinata. Molti desiderano essere usati da Dio, ma non vogliono rimanere sulla ruota, non vogliono essere formati e non possono diventare ciò che Dio vuole finché non sono disposti a restare sulla ruota.. Oggi c’ è la tendenza ad andare in chiesa per cantare, per pregare, ma non per restare sulla ruota. Se non si rimane sulla ruota il canto svanirà, il desiderio di pregare verrà meno e dobbiamo fare molta attenzione che non ci rechiamo in chiesa soltanto per abitudine. Ogni volta che frequentiamo la riunione di culto e lo Spirito Santo interviene siamo sulla ruota, perché vuole renderci dei vasi migliori, perché ci ama! Non è facile restare sulla ruota, fa male, « fa girare la testa ». Quando scendiamo dalla ruota pensiamo: « Adesso finalmente tutto è passato! ». Quando si diventa più anziani si pensa di conoscere tutte le soluzioni. Ho i capelli bianchi, ho predicato per tanti anni, ho viaggiato su tutte le strade, son passato per la giungla, ho attraversato i deserti, ho scalato montagne e penso che ormai tutto sia concluso. Ma non è così! Negli ultimi due anni, mia moglie ed io, abbiamo affrontato la tempesta, la più grave della nostra vita. Siamo stati grandemente provati: non arriva mai il momento in cui si può scendere dalla ruota! Quel pochino di fede è stata affinata: non si scende mai dalla ruota del Signore perché dobbiamo essere adatti per l’uso del Maestro!

Il vaso nel forno
Quando il vaso è tolto dalla ruota, è messo poi nel forno, nella fornace, in mezzo al fuoco, e quando il vasaio li mette nel forno, i vasi non si possono toccare l’uno con l’altro, debbono restare separati. Dio non vuole che ci disintegriamo nel fuoco. Purtroppo, sovente vedo qualcuno che si frantuma perché non comprende che nel fuoco bisogna rimanere soli.
Mia madre aveva ventinove anni e rimase vedova con sei bambini durante il periodo della grande depressione americana. Non aveva nessuno che l’aiutasse, era una vedova senza speranza, praticamente sul lastrico, e per anni attese « sulle sue ginocchia », in silenziosa preghiera. Tornavamo a casa alle due del mattino, non eravamo ancora convertiti al Signore, pian piano salivamo i gradini e arrivavamo vicino alla sua stanza sperando che stesse dormendo, ma ogni volta la sentivamo pregare: « O Dio, abbi misericordia dei miei figli, falli dei vasi adatti per l’uso del Maestro! ». Andavamo a letto e ci sentivamo come Giuda Iscariota. Ma mia madre continuò a pregare per i suoi figli. Ricordo la sera che il Signore mi salvò, perfino quella sera non volevo, ma lei continuava a pregare: mia madre era rimasta sulla ruota! Non ha mai potuto disporre di un anello con brillante, non ha mai indossato un vestito di seta, se voleva accarezzarci doveva tirar fuori dall’acqua le sue mani da lavandaia; lavorava giorno e notte, ma era un vaso adatto per l’uso del Maestro! Rimase sulla ruota, da sola passò attraverso il fuoco, ma visse per vedere i suoi figli andare a piantare « la croce di Cristo » lontano nel mondo!
Rimanete sulla ruota, siate disposti a passare anche attraverso il fuoco, ma alla fine siate un vaso adatto per l’uso del Maestro! Mia madre visse fino a tardissima età, l’ho seppellita due anni fa (1988). Gli ultimi tre anni non mi riconosceva più, entravo e mi chiedeva: « Chi sei? ». « Sono Carlo ». « Carlo è morto », rispondeva. Io piangevo, per tre anni sono andato a visitarla per starle vicino e dirle soltanto: « Ti amo mamma », mi guardava per un po’ e mi diceva: « Anch’io ti amo… ma ti chi sei? ». E questo mi avviliva. Quando morì, una delle inquiline della casa dove abitava mi disse: « Signor Greenaway, sua madre era una donna eccezionale, quando si arriva ad essere anziani come lei si dicono cose incomprensibili, si fanno cose inspiegabili, ma sua madre non era così. La Bibbia era sempre lì, sul suo comodino, accanto a lei, nei momenti di lucidità, che duravano forse venti minuti, afferrava la Bibbia e cominciava a leggere e a parlare delle cose di Dio, e tutte le ricoverate anziane si accomodavano attorno a lei e dopo venti minuti si guardava intorno e si domandava cosa facesse tutta quella gente. Signor Greenaway, sono certa che almeno cinque donne sono in cielo col Signore perché sua madre le ha condotte a Cristo in quei momenti di lucidità » Dio è fedele!
Mio fratello è cresciuto in chiesa, suonava la tromba nell’orchestra. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale fu chiamato alle armi, affrontò la guerra ma una volta finita non è mai più entrato in chiesa. Quello che cerco di dirvi è che la ruota è sempre lì, attuale com’è attuale il fuoco del forno, ma il Maestro, il sommo Vasaio dice ancora: « Cosa posso fare con te, non posso forse fare quello che il vasaio fa a questo vaso? ». Abbiamo pregato per mio fratello. Intanto si è sposato, ha avuto quattro figli che non hanno mai varcato la soglia di una chiesa. Chiamavo mia madre e le domandavo: « Che ne pensi di Melvin? », ella rispondeva: « Mio figlio tornerà al Signore ». « Come lo sai mamma? ». « Dio è fedele », era la risposta. Non ho mai smesso di credere che basta essere un vaso nelle mani di Dio! Soltanto Dio può farci il vaso che vuole che siamo.
Puoi andare a scuola, essere brillante, intraprendere una promettente carriera, ma non sarai mai un vaso ad onore finche non sarai disposto a lasciarti formare dalle Sue stesse mani. Sommo vasaio cosa vuoi fare di me? Mettimi sulla ruota, spezzami, piegami, formami, ma fa che io sia un vaso adatto per il Tuo servizio. Passarono diciassette anni e mio fratello non era ancora tornato al Signore, mia madre diceva: « Ce la farà ». Ricordo che un giorno, mentre lasciavo l’ufficio, mi dissero che c’era una telefonata per me. All’altro capo del filo una voce mi comunicò: « Tuo fratello è morto stamattina ». Piansi ma non per me, non piangevo neanche per lui, era troppo tardi, ma piangevo per mia madre, uno dei vasi di Dio che aveva creduto che quel ragazzo sarebbe tornato al Signore ed ora invece era morto. Dovevo partire per l’Europa la sera stessa, ma desideravo vedere mio fratello. Presi l’aereo e mi recai a Boston; noleggiai un’automobile e mi diressi verso la camera mortuaria; entrai, lo baciai piangendo. Poi sentii che qualcuno mi si era avvicinato, era sua moglie che mi disse: « Carlo, vieni, siediti accanto a me, voglio raccontarti qualcosa, forse ti consolerà. Non capisco nulla di queste cose, ma ieri sera quando stava per coricarsi, Melvin ha baciato i bambini poi è entrato in camera. Si è messo in ginocchio, vicino al letto, e ha cominciato a fare qualcosa che non sapevo facesse: ha alzato le mani verso il cielo iniziando a pregare mentre le lagrime scorrevano sul suo viso. La cosa strana è che tuo fratello ha cominciato a pregare in una lingua che non conoscevo ».
Quel ragazzo era tornato al « calvario », era tornato all’ »alto solaio ». Alcune ore dopo aveva preso l’automobile, l’aveva messa in moto e in un istante aveva reclinato il capo sul volante. Dio è fedele! Rimani sulla ruota! Passa pure attraverso il fuoco, lascia che Egli ti formi e ti renda un vaso che possa essere usato da Lui!
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Tratto da: Scebna e l’uso delle chiavi. Sermoni di Charles E. Greenaway. Adi-Media, Roma 1994

IL BUON PASTORE

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IL BUON PASTORE

di George Whitefield

(credo della Chiesa Anglicana)

« Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano » (Giovanni 10:27-28).

Sermone d’addio

( L’ultimo sermone predicato da Whitefield a Londra, mercoledì 30 agosto 1769
prima della sua ultima partenza per l’America )

È un detto comune e, io credo, giusto, quello che afferma che il malcostume produce buone leggi. Non so se esso si possa o meno applicare ad ogni situazione di questo mondo, ma sono persuaso che sia molto adatto alle realtà spirituali: i modi, le parole, e la condotta malvagia degli uomini sono stati vinti dalla grazia sovrana di Dio, per produrre, ed essere la causa, dei migliori sermoni predicati dal Signore Gesù Cristo.
Si potrebbe immaginare che, essendo egli venuto quale Figlio di Dio, tutti si sarebbero convertiti alla sua predicazione; si potrebbe immaginare che sarebbero stati talmente colpiti dalla presenza dello Spirito di Dio che tutti avrebbero riconosciuto che egli era il Messia che doveva essere suscitato in Israele dopo Mosè. Tuttavia, è raro trovare passi in cui il Signore predicava un sermone e non c’era qualcuno che iniziava a cavillare su quello che diceva; anzi, l’avversione di costoro si manifestava spesso con veemenza. In molte occasioni gli uomini hanno manifestato verso Cristo quell’odio che li avrebbe portati poi a spandere il Suo sangue innocente.
In questo capitolo Gesù dichiara di essere il buon pastore che depone la sua vita per le pecore, eppure gli dicono che è un indemoniato fuori di sé; leggiamo che nasce un dissenso tra i Giudei, e molti di loro dicono: « Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo ascoltate? ». Se il Signore fu servito in questa maniera, cosa dovrebbero aspettarsi i suoi servitori? Altri ancora dicono: « Queste non sono parole di un indemoniato. Può un demonio aprire gli occhi ai ciechi? ».
Tutto ciò non scoraggia il nostro Signore; egli va avanti nella sua opera; e noi non andremo mai, mai avanti nell’opera di Dio fino a che, come il nostro Maestro, saremo disposti a procedere sia di fronte alle critiche che di fronte agli elogi; e dimostriamo al diavolo che non siamo disposti a lasciarci condizionare né dalle sue minacce, né dalle sue lusinghe.
Leggiamo che Cristo si trovava a Gerusalemme per la festa della dedicazione, e che era inverno; la festa durava, credo, sette o otto giorni e commemorava la ricostruzione del tempio e dell’altare, dopo che Antioco li aveva profanati. Questa festa fu certamente istituita dagli uomini e non da Dio, eppure non leggo che il nostro benedetto Signore e Maestro predicò contro di essa; non perse del tempo contro questa tradizione; il suo cuore era rivolto a cose ben superiori; e io credo che quando noi, come lui, siamo ripieni di Spirito Santo, non intratterremo le persone con dispute riguardanti riti e cerimonie, ma proclameremo il puro evangelo, e allora i riti e le cerimonie perderanno la loro importanza.
Il nostro Signore non rifiuta di andare verso la festa; al contrario, egli passa di là, ma non per parteciparvi, quanto piuttosto per avere un’opportunità di gettare la rete dell’evangelo; e anche noi dovremmo seguire questo metodo, invece di disputare. È la gloria del Metodismo che sono passati quarant’anni e, ringrazio Dio, nessuno dei nostri predicatori ha mai scritto un singolo opuscolo che non riguardasse le dottrine essenziali della Scrittura.
Il Signore sfruttava al massimo ogni opportunità; leggiamo che « Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone ». Si potrebbe pensare che gli scribi e i Farisei lo avrebbero chiamato per salutarlo e chiedergli di predicare; ma invece lo lasciarono camminare sotto il portico. Alcuni credono che camminasse da solo. A me sembra di vederlo mentre passeggia osservando il tempio e, pensieroso ed afflitto, prevede la sua imminente distruzione e le calamità che si sarebbero abbattute su Gerusalemme perché non aveva riconosciuto il tempo in cui era stata visitata. Serviva a far vedere alla gente che non aveva paura di loro: passeggia, quasi a volerli invitare a parlargli, e se avessero avuto qualcosa da chiedergli egli era pronto a intervenire; e per mostrare loro, che anche se essi lo odiavano, lui era lì per loro, per predicargli la salvezza di Dio.
Al verso 24 di questo capitolo leggiamo che i Giudei chiesero a Gesù: « Fino a quando ci terrai con l’animo sospeso? ». Essi lo attorniarono mentre passeggiava sotto il portico di Salomone, per attaccarlo. E si adempiva così la profezia del Salmo: « Mi avevano circondato come api » (Salmi 118:12).
Ora, la domanda rivolta a Cristo, « Fino a quando ci terrai con l’animo sospeso? », può sembrare plausibile. In realtà, quegli uomini ritenevano che Gesù agisse come Absalom, il quale cercava con astuzia per accattivarsi il cuore della gente di Israele allo scopo di farsi proclamare Messia. Coloro che hanno la mente carnale hanno sempre interpretato in questo modo le azioni degli uomini pii. Sembra che i Giudei desiderassero che Gesù parlasse loro più apertamente a causa di alcuni dubbi: « Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente ». E non dubito che mentre parlavano con Cristo per ingannarlo, la loro espressione appariva estremamente umile e devota. Se non avesse risposto positivamente, lo avrebbero accusato di essere un codardo; se, invece, avesse confessato di essere il Cristo, lo avrebbero accusato davanti al governatore romano di voler usurpare il posto di Cesare. Il diavolo cerca sempre di far credere che il popolo di Dio, il quale è composto dalle persone più oneste che esistono nel mondo, sia rivoltoso e ribelle ai governanti. « Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente ».
Il nostro Signore non li lascia in attesa, ma subito risponde dicendo: « Io ve l’ho detto, ma voi non credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me ». Se avesse detto: « Io sono il Messia », l’avrebbero accusato; egli sapeva di dover essere « prudente come il serpente e semplice come la colomba » (Matteo 10:16). E aggiunge: « Voi non credete, perché non siete delle mie pecore ». Egli ripete per ben due volte che il loro cuore è incredulo, in quanto la loro incredulità era la cosa che più rattristava il suo cuore.
Il nostro testo continua: « Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano ». Le mie pecore ascoltano la mia voce; pensate di mettermi in difficoltà, di contrariarmi, ma vi sbagliate; non credete in me perché non siete delle mie pecore.
Solomon Stoddard una volta ha predicato sulle parole di Cristo: « Voi non credete, perché non siete delle mie pecore ». Può sembrare un testo che difficilmente si adatta alla predicazione, per convincere coloro che ascoltano! Eppure Dio benedì a tal punto quella predicazione, che duecento persone su trecento furono risvegliate tramite quel sermone: Dio benedica in questa maniera il lavoro di tutti i suoi fedeli ministri.
« Le mie pecore ascoltano la mia voce, e mi seguono ». È importante notare che ci sono solo due tipi di persone menzionati nella Scrittura: non si parla di Battisti e Indipendenti, né di Metodisti e Presbiteriani; no, Gesù Cristo divide il mondo intero in due sole classi, pecore e capre: il Signore ci aiuti a comprendere a quale di esse apparteniamo.
Osserviamo che i credenti sono sempre paragonati a qualcosa che è buono e utile, mentre per gli inconvertiti accade il contrario.
Con l’aiuto di Dio, cercherò di illustrarvi il motivo per cui Cristo chiama i suoi pecore. Le pecore, come sapete, vivono insieme; infatti parliamo sempre di greggi di pecore; sono creature piccole, e il popolo di Cristo può essere chiamato così perché sono piccoli agli occhi del mondo, e ancora di più ai loro stessi occhi. Tra noi non ci sono « molti savi secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili, ma Dio ha scelto le cose stolte del mondo per svergognare le savie; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti » (1 Corinzi 1:26-27). Isaac Watts disse: « Qui vedo un re, e lì un grande uomo, ma il loro numero è esiguo ».
Le pecore sono tra gli animali più innocui e mansueti creati da Dio: oh, voglia il Signore, nella sua infinita misericordia, confermarci che siamo sue pecore, infondendo nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo questo santo atteggiamento di mansuetudine. « Imparate da me », disse il nostro benedetto Signore. A fare cosa? Forse compiere miracoli? No: « Imparate da me, perché io sono mansueto ed umile di cuore » (Matteo 11:29). Un uomo pio disse una volta che se c’era una particolare condizione d’animo che egli desiderava più di ogni altra, questa era l’umiltà; sopportare con mitezza i maltrattamenti, dimenticare e perdonare: e sebbene colpito, per grazia vincere il male col bene. La Scrittura onora Mosè testimoniando che egli era « un uomo molto mansueto, più di chiunque altro sulla faccia della terra » (Numeri 12:3). L’umiltà è necessaria per gli uomini di potere; le persone passionali sono pericolose.
Tutti sapete che le pecore, tra tutte le creature del mondo, sono quelle che tendono a vagare e a smarrirsi più facilmente; il popolo di Cristo può dunque, giustamente, essere rapportato alle pecore; perciò, nell’introdurre il servizio di questa mattina diciamo: « Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via » (Isaia 53:6). Abbandonate un cane o un cavallo: essi troveranno la strada per tornare a casa. Ma non le pecore. Così anche noi, facilmente ci perdiamo e quando distogliamo lo sguardo dal buon pastore cominciamo a vagare qua e là e, avendo perso il senso dell’orientamento, torniamo all’ovile stanchi e feriti.
Ma, al tempo stesso, le pecore sono molto utili. Esse preparano infatti i terreni per la semina; ci forniscono la loro lana per coprirci, e non c’è nulla della pecora che, in un modo o in un altro, non serva a qualcosa: oh, fratelli miei, che il Signore faccia in modo che anche in questo il nostro carattere assomigli a quello delle pecore e ci renda utili nell’opera sua! Il mondo ci accusa di annullare le buone opere perché predichiamo la salvezza per fede; ma è una calunnia. I credenti sono persone che lavorano con le proprie mani per dare quello che possono a tutti coloro che ne hanno bisogno.
Osserviamo anche che Cristo dice: « Le mie pecore ». Oh, sia benedetto Dio per quella piccola grande parola: « mie »! I credenti appartengono a Cristo! Il Padre ci ha eletti in lui: « Il Padre mio, che me le ha date ». Queste pecore furono date da Dio Padre a Gesù Cristo, nel patto che stabilirono prima della fondazione del mondo. La mia preghiera è che coloro che non comprendono queste verità, ricevano più luce. Sono convinto, infatti, che molti di essi siano dei veri credenti. Però, anche se il loro cuore ha sperimentato la grazia, la loro mente ha bisogno di più chiarezza intorno a queste verità. Che Dio ci aiuti ad amarci l’un l’altro con cuore sincero!
Cristo le chiama « le mie pecore »; gli appartengono perché le ha acquistate. Oh, peccatori, peccatori! Questa mattina siete venuti qui per ascoltare una povera creatura dare il suo saluto d’addio, ma vorrei che dimenticaste colui che predica in questo Tabernacolo, perché vorrei portarvi in un altro luogo. Mi direte: « Ma dove vuoi portarci »? Al Calvario! Al Calvario per contemplare il sangue che Cristo ha sparso per acquistare coloro che il Padre gli ha dato. Cristo ha redento gli eletti col suo sangue, soddisfacendo in questo modo la giustizia divina in base al patto che aveva stabilito col Padre. É stato un compito duro e doloroso, ma Cristo fu disposto ad essere ubbidiente fino alla morte della croce, affinché io e voi potessimo scampare dall’ira a venire.
Le pecore sono di Cristo perché nel giorno in cui Dio le visita con potenza esse sono rese capaci di seguire volontariamente il buon pastore: « Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono ». Ponete ben mente a queste cose!
Ecco un’allusione a un pastore. Ora, in alcuni passi della Scrittura, è detto che il pastore « segue » le pecore (2 Samuele 7:8; Salmi 78:71), come avviene qui in Inghilterra. Tuttavia, in Oriente, il pastore solitamente precede il gregge e, col bastone in mano, chiama le pecore in un modo particolare ed esse seguono il suo richiamo. Cristo dice che le sue pecore ascoltano la sua voce. Il Padre fece udire la sua voce e disse: « Questi è il mio amato Figlio in cui mi sono compiaciuto: ascoltatelo ». E in un’altra occasione disse: « In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l’avranno udita vivranno ». Ora, la domanda è: cosa significa udire la voce di Cristo?
Prima di udire la voce di Cristo bisogna udire la voce di Mosè, ovvero la voce della legge di Dio. Non si può giungere al monte Sion se prima non si passa per il monte Sinai! Questa è l’unica via! So che ci sono alcuni che non sono in grado di indicare quando si sono convertiti, ma il modo di operare del Signore non lascia quasi mai in questa incertezza. Coloro che sono stati salvati, prima di vedere la salvezza della croce, hanno udito la condanna della legge. Voglio dire che la chiamata salvifica alla vita è sempre preceduta dal confronto con la legge di Dio. Come quando fa freddo stringiamo di più il nostro cappotto, così la legge fa stringere l’uomo alla sua corruzione (Romani 7:7-9); ma, quando l’Evangelo di Cristo rischiara la sua anima, il peccatore si spoglia della corruzione alla quale era attaccato inseparabilmente e allora Cristo dichiara che i suoi peccati sono rimessi.
I credenti ascoltano la voce di Cristo nel senso che essa, abitualmente, è oggetto dei loro pensieri. Quando erano figli del diavolo ascoltavano continuamente la sua voce, la voce della concupiscenza della carne, della concupiscenza degli occhi e dell’orgoglio della vita. Ma quando Dio li ha chiamati, hanno udito la voce del sangue che parlava di riconciliazione col Padre e da allora vivono ascoltando la voce della Parola e dello Spirito.
Quando uno ascolta veramente la voce di Cristo, la prova è che egli segue il Maestro. Gesù disse: « Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua ». I santi in gloria sono descritti come coloro che hanno seguito l’Agnello ‘dovunque’ (Apocalisse 14:4). Seguire Cristo significa seguirlo ogni istante della nostra vita, in ogni gesto, in ogni parola e in ogni circostanza. Quando il pastore fa un segno col bastone, la pecora segue quell’indicazione. I veri credenti, dopo aver atteso che il buon pastore mostri loro la via col bastone, camminano dietro di lui imitandolo nel modo di pensare, di parlare e di operare.
Ora, fratelli miei, prima di procedere oltre, lasciate che rivolga un appello a coloro che ancora non appartengono al piccolo gregge di Cristo. Spero che il mondo non abbia già catturato i vostri cuori e la vostra attenzione a quest’ora del mattino! Adesso, mentre siete qui, voglio chiedervi se avete la certezza di appartenere a Cristo. Uomo, donna, peccatore, metti la mano sul tuo cuore e rispondimi. Hai mai udito la voce di Cristo così potente da persuaderti a seguirlo rinunciando a te stesso ed affidandoti completamente a lui?
Credo nel profondo del mio cuore (ed è per me motivo di conforto, ora che sto per lasciarvi) di parlare questa mattina ad una moltitudine di persone, di preziose anime, che hanno udito la voce del Figlio di Dio e che, se parlassero ora, direbbero: « Ringraziato sia Dio perché possiamo seguire Cristo con mansuetudine come pecore; sebbene ci vergognamo per tutte le volte che ci siamo allontanati da lui, e per il poco frutto che portiamo ». Se questo è il linguaggio dei vostri cuori, prego che abbiate gioia; benvenuta, benvenuta, cara anima, a Cristo! Oh, sia benedetto il Signore per la ricchezza della sua grazia, per il suo amore sovrano e particolare, che egli ha per te e per me. E se egli vi ha fatto udire la sua voce per mezzo di un povero miserabile peccatore, sia al Signore Gesù Cristo tutta la gloria.
Se appartieni a Cristo, egli sta parlando di te quando dice: « Io conosco le mie pecore ». Cristo conosce il numero delle sue pecore, i loro nomi, egli conosce ognuno di coloro per cui è morto! Se tra costoro ne mancasse soltanto uno, il Padre manderebbe di nuovo il Figlio a prenderlo. Il nostro amato Signore disse: « Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato » (Giovanni 18:9). Cristo conosce i suoi personalmente e li cura uno ad uno. Le sue attenzioni sono così particolari, quasi ci fosse solo quella pecorella al mondo. Agli ipocriti egli dirà: « Io non vi ho mai conosciuti ». Ma egli conosce i suoi santi; i nostri travagli, i nostri dolori e le nostre tentazioni non gli sono sconosciuti. Cristo raccoglie tutte le nostre lacrime come in un contenitore e sa quali prove sosteniamo. Egli conosce la corruzione della nostra vecchia natura, scruta da vicino ogni nostro movimento e fa in modo che non ci perdiamo. Ricordo che il dottor Marryat, predicando, disse: « Dio ha un grande cane da pastore che fa tornare le pecore smarrite ». È vero! Quando i credenti si allontanano da Cristo, Dio sguinzaglia il diavolo e lascia che abbai forte. Satana, invece di raggiungere il suo scopo, viene usato da Dio per recuperare le pecore smarrite.
C’è una preziosa parola che vorrei che notaste: il Signore conosce i suoi! Quale conforto in questo pensiero! A volte pensiamo che egli non oda le nostre preghiere e siamo pronti a credere che si sia dimenticato di noi; ma quale grazia sapere che noi siamo suoi e che egli ci conosce! Quando veniamo accusati ingiustamente e siamo giudicati quello che non siamo, quale pensiero può consolarci e fortificarci se non quello che il Signore ci conosce?
Ma, fratelli, c’è qualcosa di più, qualcosa di ancora migliore: « Io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano ». Oh, che queste parole inondino i vostri cuori di calore e di luce come accadde a me 35 anni fa! Ricordo che ero così restio ad intraprendere il ministero cristiano che non ho pregato per nessun’altra cosa con tanta intensità, non perché volessi fare quel passo, ma perché non volevo farlo! Ho pregato mille volte col sudore che grondava dal mio volto che Dio, nella sua infinita misericordia, impedisse che io entrassi nel ministero prima che lui stesso mi avesse chiamato.
Una volta, a Gloucester (ricordo molto bene quel luogo e ogni volta che sono a Gloucester e passo di lì alzo gli occhi, guardo la finestra e penso al giaciglio sul quale mi sono disteso), ho detto: « Signore, non posso predicare. Mi gonfierò d’orgoglio e cadrò nella condanna del diavolo. Signore, è meglio che passi ancora un po’ di tempo ». Ho chiesto a Dio di permettermi di passare ancora due o tre anni ad Oxford perché avevo intenzione di preparare circa 150 sermoni allo scopo di cominciare con una buona riserva di materiale e più serenità. Pregavo e supplicavo Dio e dicevo: « Signore, non sono adatto a predicare la tua Parola, non mandare me, non mandarmi adesso ». Scrissi ai miei amici chiedendo loro di pregare allo stesso modo, ma tutti insistevano che io entrassi nel ministero nonostante non avessi ancora compiuto 22 anni. Tutti i miei tentativi si rivelarono vani e fu allora che queste parole benedirono grandemente il mio cuore: « Le mie pecore ascoltano la mia voce, e nessuno le rapirà dalla mia mano ».
Voglia Dio che queste parole possano produrre nel vostro cuore lo stesso effetto che produssero nel mio! Il nostro amato Signore sapeva che saremmo sempre stati attanagliati dal dubbio e che avremmo temuto di non raggiungere la beatitudine celeste; perciò ha dichiarato: « Io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano ».
Il nostro testo fa tre dichiarazioni. Cristo afferma di conoscere le sue pecore. Inoltre, dice che non periranno mai. Anche se i credenti spesso pensano che periranno a causa della propria corruzione e della propria concupiscenza, Cristo dice: « Non periranno mai ». Se le ho chiamate fuori dal mondo e le ho unite e me, come posso abbandonarle all’inferno e alla morte? Gesù Cristo ha donato ai suoi la vita eterna. La sua promessa è per noi una certezza, un pegno, una garanzia della gloria eterna e lo Spirito Santo che ci è stato dato è il ‘sigillo’ della nostra eredità. In terzo luogo, Cristo promette ai credenti che nessuno li rapirà dalla sua mano. Egli li protegge con la sua mano, cioè mediante la sua infinita potenza. Chi potrà impedire al buon pastore di curare le sue pecore?
C’è sempre qualcuno o qualcosa che tenta di rapire i credenti dalla mano di Cristo. Il diavolo, la concupiscenza della carne, degli occhi e l’orgoglio della vita cercano di dividere i cristiani dal loro amato Salvatore. Oh fratelli! Non siamo noi stessi che molte volte diamo una mano a questi nemici affinché riescano nel loro intento? Ma nessuno può rapirci dalla mano di Cristo, nemmeno la corruzione e la debolezza del nostro cuore! « Io do loro vita eterna », dice Cristo, « vado in cielo a preparare loro un luogo, così saranno sempre con me ». Quali promesse! Quale certezza di fede! Nessuno può rapirci dalla mano di Cristo! La nostra vita è sicura nelle sue mani! Non c’è un passo migliore a sostegno della dottrina della perseveranza finale dei credenti. Mi meraviglio che ci siano alcuni cristiani sinceri che si oppongano a questo insegnamento. Quanto a me, affido me stesso, i miei cari e tutte le pecore di Cristo alla protezione del suo eterno amore.
Questa mattina, mentre venivo qui attraversando la città, mi sembrava di essere come un condannato a morte. Quando sono sceso dalla carrozza e vi ho visti affrettarvi al luogo del nostro incontro, mi siete apparsi come coloro che accorrono al luogo dell’esecuzione. Quando mi stavo cambiando l’abito preparandomi per predicare, ho pensato che stavo per dare spettacolo alla folla spargendo il mio sangue per il nome del Signore Gesù Cristo! Invoco Dio quale testimone, gli angeli, i cieli e la terra che non ho evitato di soffrire per il nome del Signore! Avrei potuto accettare le numerose offerte che ho ricevuto come, ad esempio, i due distretti che il vescovo Benson mi ha offerto quando non avevo ancora 22 anni, ma ho rifiutato! Oh Signore, tu lo sai! Tu lo sai che non ho cercato il mio interesse né il mio benessere, ma che dal principio del ministero ho scelto di soffrire per Cristo e che oggi, in questa grande città, questo è ancora il mio sentimento!
Pensavo anche che Giacobbe, quando attraversò il Giordano aveva, almeno, il suo bastone, ma io, quando cominciai i miei studi ad Oxford, non avevo nemmeno quello. Non avevo amici, non avevo servi, non avevo nessuno che potesse aiutarmi ad ambientarmi. Dio solo, lo Spirito Santo si compiacque di prendersi cura di me affinché predicassi il nome di Cristo ai peccatori. E fino ad oggi, sostenuto dalla potenza divina, ho continuato ad annunciare Cristo e i miei sentimenti verso l’opera di Dio e verso il suo popolo sono rimasti gli stessi. Le due congregazioni di cui mi sono preso cura in questa città sono care allo stesso modo al mio cuore. Dio mi ha onorato grandemente concedendomi di potergli dedicare due edifici affinché il suo nome venisse adorato.
Quando mi sono recato in Georgia la prima volta, ho affidato tutti i miei pesi di Londra nelle mani di Dio. Allora, potevo predicare praticamente in tutte le chiese di Londra e c’erano sempre dodici o quattordici tutori dell’ordine che sorvegliavano l’entrata per impedire che troppe persone si riversassero in chiesa. Centinaia di persone mi proposero di stabilirmi a Londra, ma ho sempre rifiutato queste offerte perché volevo annunciare il nome di Cristo in terre straniere e rimanere un pellegrino sulla terra. Spero e prego che ancora oggi questo sia il sentimento che mi spinge a partire ancora una volta.
Ora sono giunto alla parte più difficile del discorso. Questa mattina, quando sono uscito di casa, avevo paura di non essere in grado di sopportare questo momento, ma prego che il Signore mi sostenga e mi aiuti anche mentre ci diciamo addio. Questa è la tredicesima volta che mi accingo ad attraversare l’oceano e a quest’età penso che avrò qualche problema. Sebbene tutta la mia forza non è ormai altro che debolezza. sono pienamente convinto che questa sia la volontà di Dio. La pace che sopravanza ogni intelligenza riempie il mio cuore! Nelle mani del Padre rimetto il mio spirito! Sia questo anche il vostro sentimento e chiedete al Signore che guardi il mio cuore e che nulla possa rapirmi dalla sua mano. Mi aspetto molte tentazioni, soprattutto a bordo. Satana, infatti, attende sempre questo appuntamento, ma colui che mi ha preservato nel passato mi proteggerà anche questa volta e mi libererà dal maligno.
Ringrazio Dio che lascio l’opera di Londra in un buono stato, nella pace e nella quiete. Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera è che nessuno vi rapisca dalla sua mano. Siate voi a testimoniare contro di me se ho cercato di trarre discepoli dietro a me! Dov’è quel ministro della Parola che può dire che mi ha sentito sconsigliare o vietare a qualcuno di recarsi ad ascoltare un qualsiasi vero predicatore dell’Evangelo? Ringrazio Dio che mi ha aiutato a fortificare le mani di tutti, anche se poi qualcuno si è vergognato di me. Vi confesso che sono convinto che il Signore sarà con me e mi fortificherà rispondendo così alle suppliche che gli avete rivolto in mio favore. Se la nave dovesse affondare e io dovessi annegare, mentre le onde mi sommergeranno dirò: « Oh Signore, guarda i miei cari a Londra, guarda i miei cari fratelli in Inghilterra, che nessuno li rapisca dalla tua mano ».
Oh fratelli miei, non dubito che qualcuno di voi sarà chiamato alla casa del Padre prima del mio ritorno. Ma, miei amati fratelli, e voi tutti presenti, che importa? Cristo ci ha donato vita eterna; ci separeremo, ma per incontrarci di nuovo e per l’eternità. Adesso non riuscirei a salutarvi, sarebbe troppo doloroso guardarvi mentre camminate allontanandovi da me. Fra breve, però, non ci sarà più bisogno di dirci addio ed ogni lacrima sarà asciugata dai nostri occhi. Voglia Dio che nessuno di coloro che adesso stanno piangendo per la mia partenza pianga nel giorno in cui compariremo al cospetto di Dio per essere giudicati. Se qualcuno di voi non è ancora parte del gregge del Signore, che il Padre vi attiri ora a Gesù Cristo! Affrettatevi peccatori, affrettatevi! Non rifiutate di ascoltare colui che vi parla dal cielo! Venite, gustate e vedete quanto è buono il Signore. Voglia il grande pastore delle pecore trarvi a sé! Se non avete mai ascoltato la voce di Cristo, prego che possiate udirla adesso! Quale conforto sarebbe per me sapere che il mio ultimo sermone tra voi è stato usato da Dio per risvegliare alcuni peccatori dal sonno della morte! Sia questo per voi un vero sermone d’addio, affinché possiate dire addio al mondo, alla concupiscenza della carne, degli occhi e all’orgoglio della vita! Venite! Venite! Al Signore Gesù Cristo; vi lascio a lui.
E voi, care pecorelle del Signore, che già siete nelle sue mani, oh possa Dio guardarvi dalla confusione e dallo sviamento; vi conduca sempre ai piedi di Cristo; non importa chi è il vostro pastore, fintanto che siete sotto la cura e la guida del sommo pastore e vescovo delle anime vostre.

Che il Signore Iddio vi preservi, faccia risplendere su voi la luce del suo volto e vi dia pace. Amen.

Sofferenza e promessa (Rom 8,18-25)

http://www.riforma.net/predicazioni/annate/1995/pr950210.htm

Sofferenza e promessa (Rom 8,18-25)

« Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sapppiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza » (Ro. 8:18-25).

L’attuale sofferenza degli esseri umani e della natura comporta una causa precisa. Iddio nella sua grazia ha cominciato a rigenerare la realt_. Si vive perci_ nell’attesa fiduciosa della trasformazione della realt_, sopportando il presente e seminando segni di speranza.
I. Le nostre sofferenze e la nostra speranza.
« Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi « (18).
1. Le sofferenze del momento presente (18a). Paolo considera le sofferenze del vivere in questo tipo di mondo. Include le sofferenze di ogni tipo e certamente l’accento _ posto su quelle particolari sofferenze che provengono dal voler vivere coerentemente la propria fede (opposizioni, persecuzioni ecc.).
Esse trovano origine dalle « maledizioni » che sono conseguenza del peccato umano (Ge. 3) ed includono le conseguenze negative dello squilibrio nei rapporti con i propri simili e con la natura, la sofferenza fisica e la morte, come pure le conseguenze « legali » dell’aver infranto il patto che ci legava a Dio.
Particolarmente dure erano allora quelle causate dall’opposizione del mondo verso i cristiani, i quali intendevano vivere secondo il modo di pensare, di parlare e di agire coerente con la volont_ rivelata di Dio.
I cristiani del nostro tempo non riescono neanche ad immaginare quanto dure fossero le sofferenze dei primi cristiani, considerati spazzatura della societ_, discriminati ed emarginati, disprezzati, perseguitati, torturati, uccisi, situazioni vissute ancora in diverse parti del mondo d’oggi e delle quali spesso non siamo consapevoli.
2. La gloria futura (18b). Per quanto pesanti possano essere queste sofferenze, se noi le mettiamo sul piatto della bilancia e le confrontiamo con quanto Dio, nella sua grazia, ha riservato per noi per il futuro, esse appaiono leggere e sopportabili. Queste sofferenze sono poca cosa in confronto a ci_ che ci attende per promessa di Dio: la gloria eterna.
Essa _ il superamento degli attuali limiti, contraddizioni, disfunzioni, una nuova qualit_ di vita e di esperienza, una nuova misura di capacit_ e possibilit_, una nuova consapevolezza della nostra comunione con la Persona e i propositi di Dio.
La gloria che ci sar_ manifestata gi_ esiste nella persona del Cristo glorificato, ma poi anche noi ne saremo coinvolti. Sar_ una gloria che verr_ impartita anche a noi, alla quale parteciperemo e di fronte alla quale non saremo semplici spettatori.
II. Anche il creato condivide sofferenza e speranza.
« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio » (19). Non siamo solo noi ad essere in questa situazione, anche la creazione nel suo complesso ne condivide la tensione.
1. La sua grande aspettativa. Paolo qui personifica la creazione, proprio come facevano i profeti quando dicevano che i fiumi battono le mani. L’intero mondo viene rappresentato come una persona che con grande ed intensa aspettativa, con mani tese e testa alzata (fervida, ardente attesa, Fl. 1:20), che non vede l’ora del giorno futuro di gloria quando i figli di Dio avranno raggiunto il culmine della loro redenzione e saranno rivelati come tali. La loro gloria per il momento _ nascosta, ma sar_ presto rivelata e manifestata (« E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore » 2Co. 3:18). La creazione aspetta questo perché sar_ ristabilita alla primordiale libert_ e lustro. Allora giungeranno « i tempi della consolazione da parte del Signore » (At. 3:20).
E’ difficile immaginarci questa « simpatia mistica » della natura fisica, descritta qui in modo poetico, con l’opera della grazia ma chi lo possiamo intuire.
2. Le sue attuali sofferenze. « essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa » (20a). Bisogna proprio essere ciechi e incoscienti per non accorgerci che viviamo in un mondo che non funziona pi_ come dovrebbe, un mondo squilibrato e malato, sporco e corrotto, un mondo ferito a morte e sull’orlo della distruzione, e questo per causa di chi? Dell’essere umano che non sa vivere come si conviene ed amministrare lo stesso suo habitat.
Il « contagio » del nostro proprio male si _ diffuso oltre i confini della nostra vita, e l’intera creazione sembra esserne stata coinvolta. Il creato _ interdipendente, ci_ che accade in un’area avr_ ripercussioni anche nell’altra.
Se l’arroganza umana ripudia la sua vera condizione, il terreno verr_ pure « maledetto » a causa sua (Ge. 3:17). Non si possono isolare le conseguenze del peccato. L’interdipendenza delle diverse parti del mondo di Dio _ cos_ reale che l’uomo sfrenato nella sua follia fa si che pure la natura ne sia « frustrata ».
La creazione _ stata soggetta a vanit_, _ diventata vuota, ha perduto il suo significato originale, non raggunge il fine a cui essa era destinata quando l’essere umano non assume verso di essa le responsabilit_ che gli erano state affidate.. La sua « caducit_ » non era implicita ad essa o voluta, ma _ causata dall’effetto del peccato umano per volere di Dio. Dio, a causa del peccato umano, ha maledetto la creazione e l’ha soggetta alla vanit_ ed alla corruzione (Ge. 3:17; 4:12; Le. 26:19,20).
Ora la natura « cerca senza trovare ».
Dio ha posto la creazione sotto il dominio dell’uomo, e quando l’uomo _ decaduto, la creazione ha perduto la cura che avrebbe dovuto ricevere. E’ orfana. Ora viene abusata.
3. La sua speranza (20b,21). « …e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio ». Benché sia decaduta, _ rimasta per_ una speranza. All’uomo decaduto _ stata fatta una promessa di redenzione finale e la creazione viene rappresentata nell’atto di condividere questa speranza. C’_ motivo di aspettarsi che la creazione ritorni alla condizione di quando era stata creata, anzi, in una condizione migliore.
La natura stessa possiede, nel sentimento delle sue immeritate sofferenze una sorta di presentimento della sua futura liberazione. Sebbene soggetta a « vanit_ » (corruzione e morte) vi rimane ancora la speranza della liberazione finale. La condizione presente _ « schiavit_ alla corruzione ». La speranza _ liberazione dalla schiavit_. Nel giorno in cui verr_ rivelata una tale gloria, « tutte le cose verranno fatte nuove » (Ap. 21:1). Anche la natura condivider_ quella libert_, che nei figli di Dio verr_ accompagnata da indicibile gioia. Un tempo la creazione era libera dalla vanit_ (frustrazione), schiavit_ e corruzione, cos_ sar_ ancora alla risurrezione generale (At. 3.19,21; 2 Pi. 3:13). Nonostante il peccato di uomini e di angeli, il piano originale di Dio verr_ ristabilito e non sar_ pi_ suscettibile alla corruzione.
4. Una realt_ certa. « Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (22). Se prima la creazione era rappresentata come un uomo afflitto da un pesante fardello, ora _ rappresentata da una donna in attesa di partorire. La natura _ qui rappresentata come sofferente dei dolori del parto. Che sia travagliata _ certo, c’_ agitazione e grido di liberazione dovunque. Forse non potr_ comprendere i suoi guai, e forse nemmeno ci_ che desidera, ma il significato _ che _ caduta, e geme anelando ad essere liberata. Si ode dalla creazione ci_ che qualcuno ha definito come « una grande sinfonia di sospiri ».
Sa che essa pure verr_ coinvolta dalla rigenerazione delle creature umane. Questi gemiti e afflizioni non sono vani, sono una profezia del tempo di liberazione in cui « vi saranno nuovi cieli e nuova terra dove abiter_ la giustizia » (Ap. 21:1). Quando la maledizione sar_ completamente rimossa dall’uomo, come lo sar_ quando la condizione di fiogli di Dio verr_ pienamente rivelata, essa verr_ rimossa anche dalla creazione; per questo essa sospira. La speranza _ latente.
III. La caparra della gloria
« essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (23).
1. Non una vana illusione. Ci_ che attendiamo non _ una pia ma vana speranza. I cristiani fin da ora possono godere della caparra dello Spirito (2 Co. 1:22; 5:5; Ef. 1:14). Non solo il mondo, ma i cristiani, sebbene abbiano le « primizie dello Spirito » (la giustizia, gioia, pace che i credenti hanno in questa vita), un pregustare del ricco e pieno raccolto, « gemono ». C’_ l’attesa intensa di quella pienezza che dovr_ ancora venire. Essi sono stati gi_ adottati, ma non hanno ancora ricevuto la piena eredit_.
Quando verr_ la pienezza dell’adozione, noi non avremo pi_ questi poveri nostri corpi, deboli, fragili, soggetti al peccato, al decadimento ed alla morte, ma corpi spirituali (2 Co. 5:2) (perfetta liberazione dal peccato e dalla miseria, cf. Lu. 21:28; Ef. 4:30.
Lo Spirito Santo venne nel gran giorno di Pentecoste e le Sue benedizioni perdurano nei doni morali e spirituali concessi ai figli di Dio (1 Co. 12-14; Ga. 15:22). E pi_ grandi ancora dovranno venire. Come la natura anche noi abbiamo i nostri « gemiti ». Verr_ la nostra piena « adozione »: « la redenzione del nostro corpo ». Avremo quindi completa redenzione sia dell’anima che del corpo.
2. Una speranza viva. « Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? » (24). Sebbene noi crediamo con certezza che vi sar_ tale redenzione o salvezza e che essa ci appartiene, secondo le promesse di Dio, per il momento non ne abbiamo ancora pieno possesso. La salvezza che ora abbiamo in speranza. Il nostro _ ancora « il corpo vecchio ».
Noi siamo salvati in speranza, attraverso la speranza, in vista della speranza (della redenzione del nostro corpo). Quando siamo divenuti cristiani siamo stati salvati. Non che abbiamo ricevuto tutti i frutti della salvezza, ma abbiamo ricevuto la promessa di tutti, persino della redenzione del corpo.
3. Un’attesa perseverante. « Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza » (25). Se indubbiamente speriamo la redenzione e la salvezza, che non sono ancora in vista, allora _ convenevole che noi sopportiamo con pazienza i mali e le sofferenze che oggi patiamo; la speranza _ sempre accompagnata dall’attesa paziente delle cose sperate (1 Ts. 1:3; Eb. 4:12; 10:36).
La speranza ha il proprio benedetto ministero. Se speriamo in una ventura piena realizzazione, possiamo lavorarvi su ed aspettarla con pazienza. L’anima senza speranza dispera.
Calvino diceva: « tutte le promesse dell’Evangelo al riguardo della gloria della risurrezione svaniscono, a meno che non passiamo la nostra vita attuale sopportando con pazienza la tribolazione e la croce », ma pure seminando semi di speranza.

JÜRGEN MOLTMANN (Un teologo all’ombra della Croce)

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus/0709je/0709je50.htm

JÜRGEN MOLTMANN

Un teologo all’ombra della Croce

di Claudia Milani 

È considerato uno dei più grandi pensatori cristiani viventi. Si è confrontato con il dramma di Auschwitz, con le ingiustizie del mondo, con la sfida della teologia al femminile. Oggi Jürgen Moltmann dice: «Il protestantesimo è solo la mia provenienza, l’ecumenismo è il mio futuro».
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». L’intera produzione teologica di Jürgen Moltmann può essere considerata un’interpretazione di questa frase evangelica, che costituisce la linea guida della sua theologia crucis. A partire dalle riflessioni condotte ne Il Dio crocifisso, il teologo tedesco, già docente presso le Università di Bonn e Tübingen, presenta un Dio capace di soffrire con l’uomo e per l’uomo, un Dio che accetta di mettersi in gioco a fianco della creatura. Ma la morte di Croce non è l’ultima parola: se è vero che «Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato» (Romani 8,34), allora la vittoria vale più della sconfitta e si apre per Moltmann la possibilità di una teologia della speranza che pone al centro la mattina di Pasqua e la Resurrezione di Cristo.
Il rapporto tra la Croce e la Resurrezione, la (presunta) fine della storia, l’ecumenismo e lo stato del dialogo interreligioso, il problema del male radicale e il tema di una « teologia di genere » sono alcuni degli argomenti su cui abbiamo chiesto l’opinione del noto teologo protestante.
Professor Moltmann, lei è uno dei più grandi teologi tedeschi viventi. Un altro importante teologo tedesco, che oggi è Papa, ha di recente scritto un libro su Gesù di Nazaret: che cosa pensa di questo libro? Lo ha letto?
«No, non l’ho ancora letto, e perciò non posso nemmeno pensare nulla di positivo o negativo in proposito».
Nell’ultimo libro di Ratzinger, e più in generale in tutta la riflessione teologica dell’attuale Pontefice, viene sottolineato il legame tra cristianesimo e cultura ellenistica: anche lei è dell’opinione che questo legame sia così importante?
«Questo legame è importante per l’Europa, ma non lo è per il cristianesimo extraeuropeo: cioè, esso rappresenta il percorso del cristianesimo nel mondo romano-ellenistico, con cui si giunge alla fusione tra cristianesimo e pensiero greco che Joseph Ratzinger ha evidenziato. Non riguarda però la cristianità siriana, la cristianità persiana, quella armena e quella che si situa al di fuori di questo circolo culturale: perciò questo legame è corretto solo se viene delimitato. E in secondo luogo, questo è il paradigma medievale di Tommaso D’Acquino, ma non il paradigma moderno del nuovo concetto di ragione di Immanuel Kant, di Hegel e del pensiero scientifico moderno. Perciò questo approccio è storicamente corretto e io lo accetto storicamente, ma non rappresenta il pensiero moderno e la sintesi di cristianesimo e pensiero moderno».
Quindi lei pensa che non esista una sola forma di cristianesimo, bensì diversi modi di essere cristiani?
«Sì, se si va in Africa o in Asia diventa chiaro che c’è un cristianesimo costantiniano e uno non-costantiniano».
Il pensiero di Jürgen Moltmann potrebbe essere definito come una «teologia della speranza», a partire da uno dei suoi testi più importanti. Ma quale teologia della speranza e quale teologia in generale sono oggi possibili, in un’epoca in cui, come dice Fukujama, possiamo parlare di «fine della storia»?
«Fukujama si è sbagliato e lo ha capito lui stesso: non si trattava di fine della storia. Lui dava una particolare interpretazione di Hegel, secondo cui la storia sarebbe giunta alla fine e non ci sarebbero più contraddizioni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica non si è più vista alcuna contraddizione nei confronti del mondo capitalistico democratico dell’Occidente. Nel frattempo abbiamo però fatto esperienza di altre contraddizioni, in particolare tra il mondo occidentale e il mondo islamico: non siamo quindi affatto arrivati alla fine della storia. Inoltre, dal punto di vista teologico, solo la venuta di Cristo pone fine alla storia: fino a quel momento non siamo contenti».
A questo proposito possiamo dire che l’Europa, e più in generale l’Occidente, vivono oggi l’urgente problema del dialogo con le religioni non cristiane, specialmente con l’islam. Lei vede la possibilità di un’apertura in questo campo o crede a un irrigidimento delle religioni?
«Per uno sguardo sull’islam bisognerebbe chiedere ai cristiani che vivono nei Paesi islamici. Non rivolgersi al cristianesimo europeo, bensì ai cristiani copti in Egitto, ai siriani in Siria, e così via. Per quanto ne so, non esiste un dialogo tra musulmani e cristiani in Egitto, benché i musulmani vengano spesso invitati a Milano per fare dialogo. Come se i cristiani vivessero solo in Europa: e questo non è vero!».
Lei è un teologo protestante ma, al pari di altri teologi della Riforma, è stato considerato anche un ispiratore della teologia cattolica. Lo stato di salute del dialogo ecumenico non sembra oggi molto buono. Qual è la sua diagnosi in proposito?
«Il protestantesimo è solo la mia provenienza, l’ecumenismo è il mio futuro. Per questo non mi interessa se uno è cattolico, ortodosso o metodista: voglio formulare una teologia cristiana, perciò traggo volentieri spunto anche dal mondo cattolico e da quello ortodosso. Il dialogo ecumenico tra Roma e il protestantesimo al momento non gode di buona salute, quello tra i teologi cattolici e quelli ortodossi è molto buono e anche quello tra teologi evangelici e ortodossi. A maggio sono stato in Romania, ad Alba Julia, e ho trovato un grande accordo proprio sulle difficili questioni della dottrina trinitaria e della cristologia. E inoltre, sul fianco sinistro del protestantesimo, c’è anche il grande movimento pentecostale, che deve essere incluso nel dialogo ecumenico. Non si tratta di sette, come spesso e volentieri le definiscono i vescovi cattolici in America latina, bensì di un esteso movimento pentecostale con una nuova esperienza dello Spirito Santo. Esso fa indubbiamente anche degli errori, ma è sempre così nel mondo, e con questo movimento dobbiamo cercare un dialogo. Se il dialogo non va avanti con Roma, bisogna trovare un’altra soluzione».
La sua è una teologia molto attenta alle sfide del presente, al riscatto dei deboli di fronte ai potenti e perfino ai problemi ecologici. Che cosa rappresenta per lei la dimensione politica della teologia?
«Johann Baptist Metz e io nel 1967-1968 abbiamo inaugurato il significato politico della nuova teologia di fronte ad Auschwitz. Non deve più accadere nel cristianesimo che non si reagisca apertamente a un tale crimine contro l’umanità. Ci dobbiamo intromettere là dove viene venerata la morte e distrutta la vita: questo intendevamo per teologia politica. Non volevamo una politicizzazione della teologia, ma una sorta di teologia profetica».
Il suo discorso teologico si è confrontato spesso con il problema del male, in particolare con quel male radicale che è stata l’esperienza di Auschwitz: lei che risposta ha dato, o ha cercato di dare, a questo problema? Come si può credere ancora in Dio dopo Auschwitz?
«E a chi si deve credere dopo Auschwitz, se non a Dio? Se si dicesse « Dopo Auschwitz non si può più credere in Dio », allora Hitler avrebbe annientato non solo il popolo ebraico, ma anche il Dio d’Israele: e che il Dio d’Israele rida di Hitler, io non lo credo proprio. Questa non è un’idea mia, ma del mio amico Emil Fackenheim, il quale dice che dopo Auschwitz bisogna credere in Dio, altrimenti si darebbe una vittoria postuma a Hitler. Ma anche per me ciò vale come un postulato. Il testo Il Dio crocifisso è la mia risposta ad Auschwitz e all’orrore che io stesso ho vissuto durante la guerra».
Da questo punto di vista, qual è per lei il valore della Croce? Che significato ha la morte di Cristo per Dio Padre, da un lato, e per l’uomo di oggi, dall’altro?
«In primo luogo va detto che Cristo non è morto solo per i peccatori, ma anzitutto per le vittime dei peccatori. Ho formulato questa idea insieme alla teologia della liberazione: nella teologia dei peccatori noi vediamo sempre solo i colpevoli, che fanno il male, si pentono e trovano la Grazia. Ma che ne è delle vittime? Di questo fino a oggi si è parlato troppo poco. Ma Cristo è diventato uomo ed è stato crocifisso per poter vivere con coloro che stanno all’ombra della Croce, il popolo dei crocifissi, come hanno detto Ellacuría e poi Sobri no. Questo è il primo passaggio: Cristo porta i peccati del mondo, Cristo porta le sofferenze del mondo. E il secondo passaggio è quello di vedere un legame tra la Crocifissione e la Trinità, poiché Gesù è morto col grido « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt 27,46; Mc 15,34) e quindi ha sperimentato l’abbandono di Dio e Dio Padre ha provato il dolore per la morte del Figlio. Cristo ha vissuto la morte nell’abbandono, il Padre è sopravvissuto alla morte del Figlio: questa è la situazione del Venerdì santo, che Hans Urs von Balthasar ha descritto in maniera così approfondita e a cui la Pasqua dà risposta».
Qual è la visione di Moltmann sull’uomo contemporaneo?
«Dell’uomo moderno ho l’impressione che non ami la vita nel modo corretto: per questo fa esperimenti con embrioni e feti, come se fossero il primo stadio della vita umana e non degli esseri umani veri e propri. L’umanità deve essere rispettata anche nel suo stadio originario, adamico: questo per me è più importante delle ricerche staminali per le malattie degli anziani o per la demenza. Nel mondo moderno, in cui si sorvola su tutto, si dovrebbe rafforzare l’amore per gli stadi iniziali della vita. Questo è importante anche in rapporto al terrorismo del mondo islamico. Il mullah Omar e i talebani in Afghanistan hanno detto: « La vostra gente ama la vita, i nostri giovani amano la morte ». Questo è puro fascismo. Uno dei generali fascisti di Franco ha gridato una volta a un suo soldato: « Viva la muerte! »; questo era anche il grido delle SS ed è una cosa insopportabile. Al contrario, l’amore per la vita deve essere così forte da farci protestare contro la morte anche quando non riguarda noi personalmente, ma solo gli israeliani in Israele e i palestinesi a Gaza».
La sua riflessione teologica si è sviluppata nei decenni anche a partire dal dialogo teologico con sua moglie, Elisabeth Moltmann Wendel: che differenza vede nel pensare la teologia « in coppia », rispetto a chi argomenta in solitudine?
«Non esiste un pensiero in solitudine, il pensiero teologico è sempre un dialogo: un dialogo con gli altri, soprattutto con fratelli e padri, ma anche con madri e sorelle. Noi abbiamo iniziato una teologia di dialogo fra uomini e donne, anche con le nostre quattro figlie e questo ha portato molti frutti. Più fruttuoso di quanto potrebbe essere fare teologia solo fra uomini, perché questi sono solo il cinquanta per cento dell’umanità, e anche perché quattro occhi vedono meglio di due».

Claudia Milani

Teologia in movimento tra dramma
e speranza
Jürgen Moltmann nasce nel 1926 ad Amburgo da una famiglia da lui definita «secolare», ma la Seconda guerra mondiale lo avvicina in maniera inaspettata alla fede, tanto che lui stesso dirà «non fui io a trovare Cristo, ma Cristo a trovare me». Durante la prigionia in Gran Bretagna inizia gli studi di teologia, che terminerà a Göttingen: qui conosce la teologa Elisabeth Wendel, che diventerà poi sua moglie. Divenuto pastore, dal 1963 insegna presso l’Università di Bonn, quindi dal 1967 al 1994 è docente di Teologia sistematica presso l’Università di Tübingen. Nel 1964 scrive Teologia della speranza opera in cui, in alternativa alle posizioni di Barth e Bultmann, l’intera rivelazione viene letta alla luce del «principio speranza» desunto dal pensiero di Ernst Bloch, ma superato in direzione della speranza cristiana. Segue Il Dio crocifisso (1972) in cui, contro l’idea dell’impassibilità di Dio, Moltmann elabora una teologia della croce basata sull’asserto che «se Dio fosse fondamentalmente incapace di soffrire, sarebbe anche incapace di amare» (M. Douglas Meeks). In La Chiesa nella forza dello Spirito (1975) vengono esplorate, con forte spirito ecumenico, le implicazioni di questa teologia per la Chiesa. In questa fase, la teologia di Moltmann è contraddistinta dal dialogo tra cristianesimo e marxismo e dal confronto ecumenico e si pone «in dialogo serrato, ma non acritico, con le teologie della liberazione latinoamericana, nera e con la teologia minju sudcoreana. Più tardi diventerà centrale anche il confronto con il femminismo» (Fulvio Ferrario) e l’elaborazione di una «teologia politica» insieme a Johann Baptist Metz.
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Nel 1980 Moltmann inizia a proporre una «teologia in movimento, dialogo, conflitto» attraverso quelli che lui stesso definisce Contributi sistematici alla teologia: il centro focale di questi contributi è la teologia trinitaria, a partire da un approccio molto critico rispetto alle teorie di Barth e Rahner. Dei Contributi fanno parte: Trinità e Regno di Dio (1980), Dio nella creazione (1985), La via di Gesù Cristo (1989), Lo Spirito della vita (1991), L’avvento di Dio (1995), Esperienze di pensiero teologico (1999).

Publié dans:CHIESE DELLA RIFORMA : TEOLOGI |on 29 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

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