Archive pour le 30 janvier, 2009

Guarigione del paralitico (immagini rare dal sito)

Guarigione del paralitico (immagini rare dal sito) dans immagini sacre LUK1310%20JHEALS%20CRIPPLEWOMAN%2020%20R%20B%20LE%20SOURD%20GU%C9RISON%20DU%20PARALYTIQUE

LUK1310 JHEALS CRIPPLEWOMAN 20 R B LE SOURD GUÉRISON DU PARALYTIQUE

http://www.artbible.net/rare.html

Publié dans:immagini sacre |on 30 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Preghiera del detenuto

devo dire che ho cercato una preghiera « scritta » da una detenuto, l’idea mi era venuta perché in francese ho trovato molte belle preghiere, forse non ho saputo cercare, però non ne ho trovate, mettto questa, scritta dal Card. Tettamanzi  – ossia X – che, comunque è molto bella:

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=358

Preghiera del detenuto
Sia lode a te, Padre Creatore,
per il dono della vita
che hai affidato alla mia custodia
e accompagni con cura provvidente.
Concedimi di conservare sempre
la consapevolezza della mia dignità,
fa’ che nessuno neghi mai
la ricchezza della mia umanità.

Sia lode a te, Gesù Salvatore,
per il dono della libertà
che tu hai promesso a coloro
che sanno aprirsi alla Verità.
Aiutami a capire
che né catene, né prigione
possono privarmi della gioia
di chiamarmi ed essere figlio di Dio.

Sia lode a te, Spirito Consolatore,
per il dono dell’amore
che mi comunica forza e coraggio
per vedere in ogni uomo il volto del fratello.
Ti affido coloro a cui voglio bene,
ti prego per coloro a cui ho fatto del male;
che in nessuno io veda più un nemico,
che tutti d’ora in poi possano essermi amici.

A te, Trinità beata,
rinnovo l’offerta della mia vita:
perdonami le colpe commesse,
accogli l’impegno a migliorare me stesso,
riaprimi le porte della società umana
perché io possa tornarvi a vivere
nella serenità e nella pace.
Amen.

X Dionigi Tettamanzi
Arcivescovo di Genova

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BANCHETTO PASQUALE E ANTICHE ANAFORE CRISTIANE *

dal sito:

http://www.nostreradici.it/banchetto_anafore.htm

BANCHETTO PASQUALE E ANTICHE ANAFORE CRISTIANE  *

La liturgia cristiana della Parola non ha dimenticato fino ad oggi le sue origini, tanto che possiamo ancor oggi ritrovare in essa alcune tracce dell’antica liturgia sinagogale, che è essenzialmente liturgia della Parola. Non possiamo dire altrettanto per quel che riguarda la seconda parte della Messa, il Sacrificio, che – almeno nel rito romano, sul quale si sono venuti stratificando elementi diversi durante i secoli – non presenta assomiglianze con il rito ebraico, che ha servito di sfondo all’Ultima Cena.

Tuttavia se risaliamo nei secoli, o se allarghiamo lo sguardo oltre la liturgia romana, prendendo in esame le preghiere cristiane che inquadrano il momento centrale della Messa, la Consacrazione (preghiere dette anafore), vi possiamo riscontrare uno schema comune, che possiamo sintetizzare come segue :

la lode a Dio per la creazione;
e per la redenzione compiuta per mezzo di Cristo, e che culmina nella sua passione e morte;
il racconto dell’istituzione dell’Eucarestia, che riproduce la passione, morte e risurrezione di Gesù;
frequentemente l’attesa del ritorno finale di Cristo;
una dossologia finale.
Le anafore quindi si presentavano formate essenzialmente di due parti, la prima a carattere rimemorativo di avvenimenti passati, la seconda costituita dalla riattualizzazione di essi in un avvenimento, che li porta a compimento, e che a sua volta si proietta verso il futuro.

Se consideriamo questo schema alla luce di quello del banchetto pasquale ebraico, non possiamo non riscontrare tra di essi delle assomiglianze strutturali e teologiche che colpiscono.

Prendiamo in esame l’anafora di Ippolito, dottore della Chiesa di Roma del III sec., dove i temi sono trattati con la sobrietà propria della liturgia romana e appaiono quindi in tutta la loro chiarezza:

« Noi ti rendiamo grazie, o Dio, per il prediletto Tuo Servo, Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai mandato per salvarci, redimerci ed evangelizzarci la Tua volontà, lui che è il Tuo inseparabile Verbo, per mezzo del quale hai fatto ogni cosa e l’hai trovata buona;
che hai inviato dal cielo nel seno della Vergine;
che nel suo seno si è incarnato, e si rivelò come Tuo Figlio nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine;
che adempiendo la Tua volontà e acquistandoti un popolo santo, stese le sue mani nella passione, per liberare dal castigo coloro che hanno creduto in Te.

Quando fu consegnato, lui volendolo, alla passione,
per distruggere la morte,
per spezzare le catene del diavolo,
per calpestare l’inferno,
per illuminare i giusti,
per stringere la (nuova) alleanza,
e manifestare la risurrezione,

prese del pane e rendendo grazie, disse: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo che per voi sarà spezzato’; similmente (disse) sul calice: ‘Questo è il mio Sangue che per voi sarà sparso. Quando fate questo, fatelo in mia memoria’.
…Per il Quale sale a Te e al Figlio, nell’unità dello Spirito Santo, gloria e onore nella Tua santa Chiesa, ora e per tutti i secoli dei secoli. Amen » (1).

La preghiera presenta all’inizio una breve sintesi della storia della salvezza, nella quale tuttavia riscontriamo una differenza di prospettiva di fronte a quella narrata nel banchetto ebraico: se nel testo cristiano, la storia della salvezza comincia con la creazione del mondo, considerato come primo atto salvifico di Dio, il testo ebraico inizia con la « creazione » del popolo eletto, chiamato dal Signore nella persona del suo capostipite, il patriarca Abramo, quando ancora non era che « un arameo errante ». La liturgia ebraica resta fedele alla formulazione delle più antiche sintesi della storia della salvezza che si trovano nella Bibbia, mentre quella cristiana si dimostra qui erede dello spirito profetico; è presso i profeti – in particolare presso Isaia, che la storia della salvezza subisce un cambiamento di prospettiva e, rotto il cerchio della storia d’Israele, comprende in sé anche la creazione, la creazione che è la prima manifestazione della potenza di Dio e della Sua bontà che vuole gli uomini salvi. Il cerchio della storia d’Israele più che rotto viene allargato e assume proporzioni cosmiche, per cui la creazione alle origini non è che il primo atto di un lungo sviluppo, che condurrà alla vocazione di Abramo e arriverà alla liberazione d’Israele e alla conquista della Terra, e infine all’avvento del Messia.

La concezione cristiana vede nella redenzione per opera di Cristo quel compimento che la creazione primigenia attendeva e di cui essa quasi portava in se l’esigenza. Quel compimento si attualizza nel banchetto eucaristico, che riproduce il Sacrificio di Cristo, e ripetendo l’atto centrale della storia della salvezza, la sintetizza in se stesso. La redenzione è già qui, la redenzione messianica, attesa per la fine dei tempi.

Nelle stringate parole della dossologia finale ritroviamo, in forma essenziale e teologicamente perfetta, quella lode a Dio che l’ebreo, con ridondanza prettamente orientale, esprimeva con i salmi di lode e con la « benedizione del canto ».

Uno schema simile si ritrova nella liturgia siro-caldaica o persiana, quella conosciuta sotto il nome di Addeo e Maris, che si ritengono essere stati discepoli di Tommaso apostolo ed evangelizzatori della regione di Edessa; si tratta di una liturgia assai antica, anche se redatta non prima degli inizi del VII seco, diffusa nella Siria nord-orientale e ancora viva presso alcuni piccoli gruppi cattolici. La mentalità orientale, diversa da quella occidentale, si rivela qui nella forma dossologica più ampia e ridondante, al disotto della quale tuttavia ritroviamo lo stesso schema della storia della salvezza:

« Degno di essere lodato da ogni bocca e di essere glorificato da ogni lingua, degno di essere adorato e glorificato da ogni creatura è l’adorabile e glorioso Nome, poiché Tu creasti il mondo con la Tua grazia e i suoi abitanti con la Tua bontà, e salvasti il mondo con la Tua misericordia, concedendo la Tua grazia ai mortali »…

Esposti così i due momenti essenziali della storia della salvezza, segue il Sanctus, che si ritiene essere qui un’interpolazione, e si continua:

« Noi Ti ringraziamo, o Signore, anche noi Tuoi servi, deboli, fragili e miserabili, perché ci hai elargito un aiuto grande oltre ogni dire, vivificando la nostra umanità con la Tua divinità, esaltando il nostro basso stato e restaurandolo caduto, e innalzando la nostra umanità dimenticando le nostre colpe, giustificando i nostri trascorsi, illuminando le nostre menti »…

Ma il più grande atto che Dio ha compiuto per gli uomini è stato il Sacrificio di Cristo, attualizzato nella celebrazione eucaristica:

« E noi pure, o mio Signore, noi Tuoi deboli, fragili e miserabili servi, i quali si sono radunati insieme nel Tuo Nome e stanno dinanzi a Te, e hanno ricevuto per tradizione l’esempio che ci hai dato »… La « riunione nel Nome di Dio » è la sinassi eucaristica, che anche se solo accennata con scarne parole costituisce il centro di tutta l’anafora, dopo della quale si passa a una preghiera, con cui si implorano i benefici effetti della Comunione:

«Venga, o mio Signore, il Tuo Santo Spirito e si posi su questa offerta dei Tuoi servi, la benedica e la consacri perché serva a noi, o mio Signore, per il perdono delle offese e per la remissione dei peccati e per la grande speranza della risurrezione dai morti e per la nuova vita nel Regno dei Cieli con coloro che sono stati accetti al Tuo cospetto »; e si conclude come d’abitudine con una dossologia:

…« Per tutta questa meravigliosa dispensazione (di doni fatta) a noi, Ti ringraziamo e Ti lodiamo incessantemente nella Tua Chiesa, redenta dal prezioso sangue del Tuo Cristo, con aperta bocca e faccia elevata, innalzando lode, onore, adorazione, confessione al Tuo vivente e vivificante Nome, ora e sempre e per tutti i secoli ».

Se passiamo a considerare un altro filone della stessa liturgia orientale, quella siriaca di Giacomo, che rispecchia l’antico rito gerosolomitano, diffuso anch’esso nella Siria nord-occidentale, vediamo che le linee generali non cambiano: si parte dalla lode di Dio creatore, si ricorda la caduta dell’uomo, in occasione della quale il Signore si mostrò Padre misericordioso, aiutando l’umanità peccatrice per mezzo della Legge e dei profeti prima e mandando poi il Figlio, perché rinnovasse negli uomini la Sua immagine; il Figlio poi « quando stette per accettare volontariamente la sua morte vivificante per mezzo della Croce, senza peccato, a vantaggio di noi peccatori, nella notte in cui fu tradito, o piuttosto consegnò se stesso per la vita e la salvezza del mondo, prese il pane »…

Mentre però nelle anafore di Ippolito e di Addeo e Maris, l’attesa del ritorno glorioso di Cristo non è espressa chiaramente, qui, nella preghiera che segue immediatamente la consacrazione, leggiamo:
« E noi peccatori ricordando le sue sofferenze vivificatrici, la sua Croce salvatrice, la sua morte e sepoltura e la risurrezione il terzo giorno dalla morte, la sua sessione alla destra Tua, suo Dio e Padre, e il suo secondo e glorioso e terribile avvento, quando egli verrà a giudicare i vivi e i morti, quando rinnoverà ogni uomo secondo le sue opere, offriamo a Te, o Signore »…

L’attesa del ritorno di Cristo, quando « Dio sarà tutto in tutti » è qui esplicita e, insieme con gli atti salvifìci compiuti da Gesù durante la sua prima venuta, costituisce l’oggetto per cui l’uomo offre al Padre il sacrificio di lode.

Le cose non sono molto diverse nella tradizione siro-antiochena documentata nelle Costituzioni Apostoliche (IV sec.), in cui, come abbiamo detto, tutti gli studiosi sono d’accordo nel riconoscere un evidente carattere ebraico. La storia della salvezza parte anche qui dalla creazione e viene presentata in forma ampia e dettagliata, menzionandone i personaggi più rappresentativi; essa arriva a un momento cruciale, che si riattualizza nel banchetto eucaristico, e a sua volta il momento presente si proietta verso il futuro: « Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, annuncerete la mia morte, fino a che io venga. Perciò ricordando la sua passione e morte, la risurrezione dai morti e il ritorno in cielo, così pure il suo futuro secondo avvento, nel quale con gloria e potenza verrà a giudicare i vivi e i morti e a dare a ciascuno secondo le proprie opere, offriamo a Te, re e Dio, questo pane e questo calice »… La storia della salvezza, anche se arrivata al suo momento culminante, è tuttora storia in cammino, fino a che « egli venga ».

Se abbiamo riportato per lo più brani di antichi rituali, non dobbiamo per questo pensare che lo schema che siamo venuti tracciando sia un bel pezzo da museo, relegato in alcune liturgie, cadute da lungo tempo in disuso. Se la liturgia di Addeo e Maris – come abbiamo detto – è tuttora in uso, anche se presso gruppi ristretti, anche la liturgia siriaca di Giacomo ad es., è viva ancor oggi, e i siro-maroniti che in parte si ricollegano ad essa, dopo la Consacrazione, esprimono ancor oggi la loro attesa del ritorno di Cristo: « Ricordiamo, o Signore, la tua morte, confessiamo la tua risurrezione e aspettiamo la tua se- conda venuta; da te imploriamo misericordia e pietà e domandiamo il perdono dei peccati. Abbracci noi tutti la tua misericordia » ( trad. P. Sfair) .

A differenza del banchetto ebraico, che attende per « quel giorno » -secondo l’espressione profetica – l’avvento del Messia, quello cristiano, di ieri e di oggi, si volge verso l’attesa di un avvenimento che ha già avuto inizio e che deve soltanto arrivare al suo momento conclusivo. Ambedue messianici, ambedue dinamicamente volti verso l’avvenire, banchetto ebraico e cristiano si differenziano però per quel che riguarda l’oggetto della loro attesa e della loro speranza; l’uno attende il realizzarsi di un avvenimento, l’altro ne ricorda l’inizio nel passato e attende che si compia: il Messia è già venuto e se ne attende il glorioso ritorno.

Potremmo così sintetizzare le assomiglianze e le differenze che siamo venuti osservando nella struttura del banchetto pasquale e delle anafore:

banchetto pasquale ebraico
 anafore cristiane
 
1) lode a Dio per la « creazione » del popolo d’Israele al tempo di. Abramo;
 1) lode a Dio per la creazione del mondo;
 
2) lode a Dio per la redenzione d’Israele, per mezzo di Mosè;
 2) lode a Dio per la redenzione dell’umanità mezzo di Cristo;
 
3) riattualizzazione della salvezza d’Israele in ciascun ebreo che partecipa al banchetto;
 3) riattualizzazione della salvezza nell’Eucarestia;
 
4) attesa della venuta del Messia;
 4) attesa del ritorno del Messia;
 
5) salmi di lode.
 5) dossologia finale.
 

Se le analogie tra banchetto pasquale e anafore cristiane fossero dovute solo a cause accidentali, sarebbero limitate ad alcuni casi particolari, ma il fatto che esse si ritrovino in ambienti diversi non può non indurci a pensare che le due istituzioni siano legate tra loro da concezioni teologiche simili, anche se viste in prospettive diverse: la concezione cioè di un Dio attivo artefice della storia del Suo popolo, nel corso della quale interviene continuamente e in modo particolare in alcuni momenti decisivi, di un Dio che guida la storia verso una meta precisa, verso il giorno in cui la conoscenza del Signore riempirà tutta la terra « come le acque riempiono il mare », il giorno in cui nel mondo ci sarà il « Signore unico e il Suo Nome unico ».

Una simile concezione teologica, fondamentale presso i cristiani e presso gli ebrei, non poteva mancare di imprimere la sua impronta anche sulla prassi cultuale. E a noi interessa qui sottolineare come, anche nel momento essenziale della sua vita di fedele, il cristiano possa sentire che le radici di essa affondano nella vita religiosa ebraica, costituendo un legame che è determinato certamente dall’eredità comune dell’Antico Testamento, ma anche da una affinità di prassi liturgica, che persiste attraverso i secoli.

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(1) Trad. Righetti, o.c.

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[*] Fonte: Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.XI, Editrice Studium – Roma, 1966

Publié dans:ebraismo |on 30 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Chi nega la Shoah non sa nulla della Croce di Cristo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17024?l=italian

Chi nega la Shoah non sa nulla della Croce di Cristo

Commento del portavoce vaticano nell’editoriale di « Octava Dies »

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 23 gennaio 2009 (ZENIT.org).-  Negare la Shoah vuol dire non sapere nulla della Croce di Cristo. E’ quanto afferma padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa vaticana, nell’editoriale dell’ultimo numero di « Octava Dies », il settimanale del Centro Televisivo Vaticano, da lui stesso diretto.

« La Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo ». Con queste parole, ha ricordato il sacerdote gesuita, al termine dell’udienza di mercoledì 28 gennaio, il Papa ha ripreso la profonda meditazione del suo discorso nel campo di concentramento di Auschwitz.

Il Pontefice, ha osservato padre Lombardi, “non ha solo condannato ogni forma di oblio e di negazione della tragedia dello sterminio di sei milioni di ebrei, ma ha richiamato i drammatici interrogativi che questi eventi pongono alla coscienza di ogni uomo e di ogni credente”.

“Perché è la fede nella stessa esistenza di Dio che viene sfidata da questa spaventosa manifestazione della potenza del male – ha continuato –. La più evidente per la coscienza contemporanea, anche se non la sola”.

“Benedetto XVI lo ha riconosciuto lucidamente nel discorso di Auschwitz, facendo sue le domande radicali dei salmisti a un Dio che appare silente ed assente”.

“Di fronte a questo duplice mistero – della potenza orribile del male, e dell’apparente assenza di Dio – l’unica risposta ultima della fede cristiana è la passione del Figlio di Dio”.

“Queste sono le questioni più profonde e decisive dell’uomo e del credente di fronte al mondo e alla storia – ha aggiunto il portavoce vaticano –. Non possiamo e non dobbiamo evitarle e tanto meno negarle. Se no, la nostra fede è ingannevole e vuota”.

“Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio, né della Croce di Cristo. Tanto più è grave, quindi, se la negazione viene dalla bocca di un sacerdote o di un vescovo, cioè di un ministro cristiano, sia unito o no con la Chiesa cattolica”, ha poi concluso.

Publié dans:dalla Chiesa, ebraismo, Shoah |on 30 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno 2122819871_8a01712953

An Odd Statured Black-bellied Whistling Duck With A Brood Of Ducklings

http://animalphotos.info/a/topics/animals/birds/black-bellied_whistling_duck/

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 30 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

San Vincenzo de’Paoli : « A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio ? »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/30/2009#

San Vincenzo de’Paoli (1581-1660), sacerdote, fondatore di comunità religiose
Colloqui ; avvisi a A. Durand, 1656

« A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio ? »
Non abbiate questa passione di voler apparire come superiore o come il maestro. Non sono d’accordo con una persona che mi diceva, pochi giorni fa, che per condurre bene e mantenere la propria autorità, uno doveva fare vedere che era il superiore. O mio Dio! Il nostro Signore Gesù Cristo non ha parlato così ; ci ha insegnato tutto il contrario, con la sua parola e il suo esempio, dicendoci che egli era venuto non per essere servito ma per servire gli altri, e che colui che vuole essere il maestro deve essere il servo di tutti (Mc 10,44-45)…

Con lo scopo di parlare secondo lo Spirito di Gesù, riconoscendo che la vostra dottrina non è vostra ma quella del Vangelo, imitate la semplicità  delle parole e delle similitudini del nostro Signore quando parlava al popolo. Quante meraviglie egli poteva insegnare ! Quanti segreti aveva scoperto ! Perché lui, in persona, era la Sapienza eterna del Padre suo. Eppure, vedete come parla di una maniera intelligibile, come utilizza delle similitudini familiari : un aratore, un vignaiolo, un campo, una vigna, una rete, un granello di senape. Questo è il modo con il quale dovete parlare se volete farvi capire da coloro ai quali annuncerete la parola di Dio.

Dovete anche essere molto attenti a stare in una posizione di dipendenza riguardo alla condotta del Figlio di Dio… Quando vi occorrerà agire, domandatevi : « Questo è conforme alla maniera del Figlio di Dio ? » Se troverete che così é, dite : « Facciamo pure così ! » Invece se è tutto l’opposto, dite : « Non mi comporterò certo così! » E quando si tratterà di agire, dite al Figlio di Dio : « Signore, se tu fossi al mio posto, come faresti in questo caso ? Come istruiresti quella gente ? Come verresti in aiuto a quel malato nello  spirito o nel corpo ? » … Cerchiamo di fare in modo che Gesù Cristo regni dentro di noi

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 30 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

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