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La convivenza umana è inscindibile dalla custodia della terra

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http://www.zenit.org/article-23413?l=italian

La convivenza umana è inscindibile dalla custodia della terra

I Vescovi italiani nel messaggio per la Giornata per la salvaguardia del creato

ROMA, venerdì, 20 agosto 2010 (ZENIT.org).- Esiste un legame profondo e inscindibile che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra. E’ quanto affermano i Vescovi italiani nel messaggio per la 5ª Giornata per la salvaguardia del creato, che si celebrerà il 1° settembre sul tema “Custodire il creato, per coltivare la pace”.

“La Sacra Scrittura – si legge nel testo – ha uno dei punti focali nell’annuncio della pace, evocata dal termine shalom nella sua realtà articolata: essa interessa tanto l’esistenza personale quanto quella sociale e giunge a coinvolgere lo stesso rapporto col creato”.

L’uno e l’altro Testamento convergono “nel sottolineare lo stretto legame che esiste tra la pace e la giustizia”. Nella prospettiva biblica, dunque, “l’abbondanza dei doni della terra offerti dal Creatore fonda la possibilità di una vita sociale caratterizzata da un’equa distribuzione dei beni”.

“Benedetto XVI – ricordano i Vescovi – ha segnalato più volte quanti ostacoli incontrino oggi i poveri per accedere alle risorse ambientali, comprese quelle fondamentali come l’acqua, il cibo e le fonti energetiche”.

“Spesso, infatti, l’ambiente viene sottoposto a uno sfruttamento così intenso da determinare situazioni di forte degrado, che minacciano l’abitabilità della terra per la generazione presente e ancor più per quelle future”.

“Questioni di apparente portata locale – continua il messaggio – si rivelano connesse con dinamiche più ampie, quali per esempio il mutamento climatico, capaci di incidere sulla qualità della vita e sulla salute anche nei contesti più lontani”.

Inoltre, sottolineano i presuli, “è cresciuto il flusso di risorse naturali ed energetiche che dai Paesi più poveri vanno a sostenere le economie delle Nazioni maggiormente industrializzate”.

Anche le guerre – come del resto la stessa produzione e diffusione di armamenti, con il costo economico e ambientale che comportano – “contribuiscono pesantemente al degrado della terra, determinando altre vittime, che si aggiungono a quelle che causano in maniera diretta”.

Dunque, sostengono i Vescovi italiani, “pace, giustizia e cura della terra possono crescere solo insieme e la minaccia a una di esse si riflette anche sulle altre”.

Oggi, si legge poi nel messaggio, “la stessa pace con il creato è parte di quell’impegno contro la violenza che costituirà il punto focale della grande Convocazione ecumenica prevista nel 2011 a Kingston, in Giamaica”.

“Celebriamo, dunque, la quinta Giornata per la salvaguardia del creato – concludono i Vescovi – in spirito di fraternità ecumenica, nel dialogo e nella preghiera comune con i fratelli delle altre confessioni cristiane, uniti nella custodia della creazione di Dio”.

Publié dans:cultura della vita, dalla Chiesa |on 23 août, 2010 |Pas de commentaires »

Intervento della Santa Sede a sostegno dei diritti delle donne

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Intervento della Santa Sede a sostegno dei diritti delle donne

ROMA, mercoledì, 7 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’intervento pronunciato il primo luglio scorso dall’Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, in occasione della sessione sostanziale 2010 del Consiglio economico e sociale, segmento di alto livello, sull’attuazione degli obiettivi e degli impegni concordati a livello internazionale a proposito dell’uguaglianza di genere e della valorizzazione delle donne.

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Presidente,

la sessione di quest’anno è sostanziale e particolarmente pertinente perché prepara il Vertice mondiale sui Millennium Development Goals (Mdg) atteso da tempo. Tutte le donne e le giovani interessate agli Mdg auspicano un maggior riconoscimento del proprio valore e della parità nonché il conferimento di dignità al proprio ruolo nello sviluppo. Qualsiasi deliberazione sulla questione sarà incompleta se non garantirà il progresso delle donne, che sono agenti dinamici di sviluppo nella famiglia, nella società e nel mondo.

Da quando i leader del mondo hanno impegnato i propri governi nell’obiettivo ambizioso di conseguire i Mdg, sono stati compiuti progressi notevoli nell’includere la visione della donna nello sviluppo sia nelle politiche nazionali che in quelle multilaterali. Anche quei Paesi che sono indietro per molti aspetti dello sviluppo  stanno accordando maggiore importanza al ruolo delle donne nella vita pubblica, in particolare nell’arena politica.

La valorizzazione delle donne presuppone una dignità umana universale e, quindi, la dignità  di ogni individuo. Questo concetto implica complementarità fra  uomo e donna, che  significa uguaglianza nelle differenze, laddove uguaglianza e differenza si basano su dati biologici, espressi tradizionalmente dalla sessualità maschile e femminile e sul primato della persona. Il concetto riguarda anche i ruoli da assumere e le funzioni da svolgere nella società. A questo proposito, l’uguaglianza non è uniformità e la differenza non è ineguaglianza.

La valorizzazione delle donne per lo sviluppo significa anche riconoscere i doni e i talenti di ogni donna ed è riaffermata attraverso l’offerta di migliori assistenza sanitaria, educazione e pari opportunità. La valorizzazione delle donne e il rispetto della loro dignità  significano anche onorare la loro capacità di servire e di dedicarsi alla società e alla famiglia attraverso la maternità che implica un amore abnegato e accudente. L’altruismo, la dedizione e il servizio agli altri sono aspetti sani e contribuiscono alla dignità personale. Se l’amore per la vita domestica  si può considerare  un dono particolare delle madri nell’alimentare un autentico rapporto interpersonale nella famiglia e nella società, allora si presterà l’attenzione che giustamente meritano a un’organizzazione del lavoro conciliabile con la famiglia, a congedi per motivi di famiglia e alla ridistribuzione del  fardello del lavoro non retribuito.

La Santa Sede osserva con preoccupazione che le ineguaglianze fra individui e  fra Paesi prosperano e che persistono varie forme di  discriminazione, sfruttamento e oppressione delle donne e delle giovani, che devono essere affrontate attraverso l’offerta di misure di tutela sociale adeguata a loro secondo il contesto nazionale.

Nel settore sanitario bisogna eliminare le ineguaglianze fra uomini e donne e aumentare la capacità di queste ultime di prendersi cura di se stesse, soprattutto ricevendo un’adeguata assistenza sanitaria. Studi scientifici hanno mostrato un miglioramento notevole  nella riduzione della mortalità materna e infantile, rivelando l’importanza della complementarità nell’investire in altre aree importanti per le donne e per le giovani, fra cui l’alimentazione, la salute generale e l’educazione. Il vero progresso delle donne non si raggiunge concentrandosi su una specifica questione sanitaria, tralasciando le altre, ma promuovendo la loro salute generale. Questo implica necessariamente una maggiore attenzione verso malattie specificatamente femminili.

La valorizzazione economica delle donne è essenziale per lo sviluppo economico della famiglia e della società. L’accesso alla terra e alla proprietà, al credito, alle pari opportunità relativamente ai servizi finanziari per le donne contribuiranno a garantire la loro stabilità economica. In questo processo, la famiglia e la comunità devono sostenere questa impresa. Non va trascurata la dimensione etica dello sviluppo delle donne, della loro valorizzazione economica nonché del servizio che rendono alla famiglia.

In modo tragico, la violenza contro le donne, in particolare fra le mura domestiche e sui luoghi di lavoro e la discriminazione in campo professionale, anche per quanto riguarda la retribuzione e la pensione, sono preoccupazioni crescenti. Grazie a politiche nazionali adeguate e a sistemi legali, gli autori di violenza devono essere assicurati  alla giustizia e le donne devono avere la possibilità di una riabilitazione. Alle donne e alle ragazze bisogna garantire il pieno godimento dei diritti civili, politici,  economici, sociali e culturali, inclusi il pari accesso all’educazione e all’assistenza sanitaria.

La mia delegazione sostiene le iniziative a favore di questi diritti, in particolare delle donne immigrate, rifugiate e disabili. Bisogna promuovere campagne  di sensibilizzazione sui diritti umani, soprattutto per le giovani e per le donne, perfino nei primissimi  giorni di scuola  e anche  attraverso un’educazione non formale. La società civile  e le Ong, le associazioni femminili e le organizzazioni basate sulla fede  possono contribuire molto alla diffusione della conoscenza dei diritti umani e a un’educazione di qualità.

In conclusione, Presidente, più la dignità delle donne sarà  tutelata e promossa,  più la famiglia, la comunità e la società verranno veramente promosse.

[L'OSSERVATORE ROMANO - Edizione quotidiana - del 8 luglio 2010]

Publié dans:dalla Chiesa |on 8 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

La risposta ai casi di abusi sessuali (Analisi di padre Federico Lombardi S.I.)

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La risposta ai casi di abusi sessuali

Analisi di padre Federico Lombardi S.I.

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 11 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’analisi di padre Federico Lombardi, S.I., direttore della Sala Stampa vaticana, dal titolo « Dopo la Settimana Santa, tenere la rotta », diffusa dalla « Radio Vaticana ».

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Il dibattito sugli abusi sessuali, e non solo del clero, procede tra notizie e commenti di vario tenore. Come navigare in queste acque agitate conservando una rotta sicura, rispondendo all’evangelico « Duc in altum – Prendi il largo » ?

Anzitutto continuando a cercare la verità e la pace per gli offesi. Una delle cose che colpisce di più è che vengono oggi alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro – a volte di diversi decenni -, ma evidentemente ancora aperte. Molte vittime non cercano compensi economici, ma aiuto interiore, un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale. C’è qualcosa che va ancora capito veramente. Probabilmente dobbiamo fare un’esperienza più profonda di eventi che così negativamente hanno inciso nella vita delle persone, della Chiesa e della società. Ne sono un esempio, a livello collettivo, l’odio e le violenze dei conflitti fra i popoli, che vediamo così difficili da superare in una vera riconciliazione. Gli abusi feriscono a livello personale profondo. Per questo hanno fatto bene quegli episcopati che hanno ripreso con coraggio lo sviluppo delle vie e dei luoghi di libera espressione delle vittime e del loro ascolto, senza dare per scontato che il problema fosse già stato affrontato e superato con i centri d’ascolto già istituiti tempo fa, come pure quegli episcopati o singoli vescovi che con paterno tratto danno attenzione spirituale, liturgica e umana alle vittime. Pare accertato che il numero delle nuove denunce riguardanti gli abusi, come sta avvenendo negli Stati Uniti, diminuisce, ma il cammino del risanamento in profondità per molti comincia solo ora e per altri deve ancora cominciare. Nel contesto dell’attenzione alle vittime, il Papa ha scritto di essere disponibile a nuovi incontri con esse, coinvolgendosi nel cammino di tutta la comunità ecclesiale. Ma è un cammino che per raggiungere effetti profondi deve ancor di più svolgersi nel rispetto delle persone e alla ricerca della pace.

Accanto all’attenzione per le vittime bisogna, poi, continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo conto delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi paesi. Solo così si può pensare di ricostituire effettivamente un clima di giustizia e la piena fiducia nell’istituzione ecclesiale. Si è dato il caso che diversi responsabili di comunità o di istituzioni, per inesperienza o impreparazione, non hanno pronti e presenti quei criteri che possono aiutarli ad intervenire con determinazione anche quando ciò può essere per loro molto difficile o doloroso. Ma, mentre la legge civile interviene con norme generali, quella canonica deve tener conto della particolare gravità morale della prevaricazione della fiducia riposta nelle persone con responsabilità nella comunità ecclesiale e della flagrante contraddizione con la condotta che dovrebbero testimoniare. In questo senso, la trasparenza e il rigore si impongono come esigenze urgenti di una testimonianza di governo saggio e giusto nella Chiesa.

In prospettiva, la formazione e la selezione dei candidati al sacerdozio, e più generalmente del personale delle istituzioni educative e pastorali, sono la premessa per un’efficace prevenzione di abusi possibili. Quella di giungere a una sana maturità della personalità, anche dal punto di vista della sessualità, è sempre stata una sfida difficile; ma oggi lo è ancor di più, anche se le migliori conoscenze psicologiche e mediche vengono in grande aiuto alla formazione spirituale e morale. Qualcuno ha osservato che la maggiore frequenza degli abusi si è verificata nel periodo più caldo della « rivoluzione sessuale » degli scorsi decenni. Nella formazione bisogna fare i conti anche con questo contesto e con quello più generale della secolarizzazione. In fondo si tratta di riscoprire e riaffermare senso e importanza del significato della sessualità, della castità e delle relazioni affettive nel mondo di oggi, in forme molto concrete e non solo verbali o astratte. Quale fonte di disordine e sofferenza può essere la sua violazione o sottovalutazione! Come osserva il Papa scrivendo agli irlandesi, una vita cristiana e sacerdotale può rispondere oggi alle esigenze della sua vocazione solo alimentandosi veramente alle sorgenti della fede e dell’amicizia con Cristo.

Chi ama la verità e l’obiettiva valutazione dei problemi saprà cercare e trovare le informazioni per una comprensione più complessiva del problema della pedofilia e degli abusi sui minori nel nostro tempo e nei vari Paesi, comprendendone l’estensione e la pervasività. Potrà così capire meglio in che misura la Chiesa cattolica condivide problemi non solo suoi, in che misura questi presentano per essa una gravità particolare e richiedano interventi specifici, e infine in che misura l’esperienza che la Chiesa va facendo in questo campo possa diventare utile anche per altre istituzioni o per l’intera società. Su questo aspetto ci sembra in verità che i media non abbiano ancora lavorato a sufficienza, soprattutto nei paesi in cui la presenza della Chiesa ha maggior rilevanza, e su cui quindi si appuntano più facilmente gli strali della critica. Ma documenti quali il rapporto nazionale USA sul maltrattamento dei bambini meriterebbero di essere maggiormente conosciuti per capire quali siano i campi di urgente intervento sociale e le proporzioni dei problemi. Nel solo 2008 negli USA sono stati identificati oltre 62.000 attori di abusi su minori, mentre il gruppo dei sacerdoti cattolici è così piccolo da non essere neppure preso in considerazione come tale.

L’impegno per la protezione dei minori e dei giovani è quindi un campo di lavoro immenso e inesauribile, che va ben aldilà del problema riguardante alcuni membri del clero. Coloro che vi dedicano con sensibilità, generosità e attenzione le loro forze meritano gratitudine, rispetto e incoraggiamento da parte di tutti e in particolare delle autorità ecclesiali e civili. Il loro contributo è essenziale per la serenità e la credibilità del lavoro educativo e di formazione della gioventù nella Chiesa e fuori di essa. Giustamente il Papa ha avuto per loro parole di alto apprezzamento nella lettera per l’Irlanda, ma pensando naturalmente a un orizzonte assai più largo.

Infine, il Papa Benedetto XVI, guida coerente sulla via del rigore e della veracità, merita tutto il rispetto e il sostegno di cui gli giungono ampie testimonianze da ogni parte della Chiesa. Egli è un Pastore all’altezza per affrontare con alta rettitudine e sicurezza questo tempo difficile, in cui non mancano critiche e insinuazioni infondate; senza pregiudizio va affermato che Egli è un Papa che ha parlato molto della Verità di Dio e del rispetto della verità, divenendone un testimone credibile. Lo accompagniamo e impariamo da lui la costanza necessaria per crescere nella verità, nella trasparenza, continuando a tenere ampio l’orizzonte sui gravi problemi del mondo, rispondendo con pazienza allo stillicidio di « rivelazioni » parziali o presunte che cercano di logorare la credibilità sua o di altre istituzioni e persone della Chiesa. Di questo paziente e fermo amore della verità abbiamo bisogno nella Chiesa, nella società in cui viviamo, nel comunicare e nello scrivere, se vogliamo servire e non confondere i nostri contemporanei.

L’esercizio concreto della carità rende credibile la Chiesa (II)

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L’esercizio concreto della carità rende credibile la Chiesa (II)

ROMA, martedì, 31 marzo 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica sull’Amore misericordioso pubblichiamo la seconda parte dell’intervento pronunciato dal Cardinale Nicolás de Jesús López Rodriguez, Arcivescovo di Santo Domingo, al Convegno svoltosi a Collevalenza, dal 27 al 29 ottobre 2006, sulla prima Enciclica di Benedetto XVI, “Deus Caritas Est”.

La prima parte è stata pubblicata il 24 marzo.

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Prima di passare al punto dei responsabili dell´azione caritativa della Chiesa, considero opportuno segnalare qui le note caratteristiche della pastorale della carità che troviamo nel testo pontificio. Sono facilmente identificabili, indicheró, inoltre, i numeri dell´Enciclica in cui si trovano.

Queste note si possono riassumere in un »decalogo » dell´azione caritativa della Chiesa, specialmente degli organismi come Caritas che, nei loro diversi livelli, esprimono l´amore misericordioso di Dio con i più poveri e bisognosi.

In seguito indico le note che deve avere la pastorale della carità secondo Benedetto XVI:

– È umanistica perché si tratta di un servizio ad essere umani che, oltre di una attenzione tecnicamente corretta, « hanno bisogno di umanità » (DCE, 31a); é l´attualizzazione qui ed adesso dell´amore che l´uomo sempre ha bisogno (DCE, 31b). A questo mi sono riferito anteriormente.

– È universale, cioè, supera i confini della Chiesa, é al disopra di partiti ed ideologie e « mai cercherá d´imporre agli altri la fede della Chiesa » (DCE, 31b.c). Il criterio di comportamento é l´attitudine del buon Samaritano che aiuta il bisognoso, chiunque sia (DCE, 25b). Questa apertura per il prossimo, superando i confini nazionali, tende ad estendere il suo orizzonte al mondo intero (Cfr. DCE, 30a).

– È personale in quanto compromette ogni discepolo di Gesù Cristo, ovunque lui sia (DCE, 20).

– È comunitaria in quanto compromette tutta la comunità ecclesiale: la famiglia come Chiesa domestica, la comunità locale, la Chiesa particolare fino a comprendere la Chiesa universale nella sua totalità (DCE, 20).

– È comunione: anima e fomenta la vita in comunione nella stessa Chiesa come famiglia, allo scopo che nessuno dei suoi membri soffra per trovarsi nel bisogno (DCE, 25b).

– È ecumenica, tenendo in conto che … « L´Enciclica « Ut unum sint » ha poi ancora una volta sottolineato che, per uno viluppo del mondo verso il meglio, é necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi » (DCE, 30b).

– È imperativa, poiché « la Chiesa non può mai essere dispensata dall´esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d´altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, per ché l´uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell´amore » (DCE, 29).

– È cooperativa, in quanto favorisce la coordinazione mutua tra gli organismi dello Stato, associazioni umanitarie ed entità ecclesiali, in un clima di trasparenza, allo scopo di favorire l´efficacia del servizio caritativo (DCE, 30b).

– È testimoniale, poichè … « l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità é la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando é tempo di parlare di Dio e quando é giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio é amore (cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare » (DCE, 31c).

– È pianificata, poiché l´amore necessita di un´organizzazione, come preventivo per un servizio comunitario ordinato (DCE, 20). Inoltre, come disse il Papa ai partecipanti in un congresso internazionale organizzato dal Consiglio Pontificio Cor unum, il 23 gennaio 2006: « L´organizzazione ecclesiale della carità non é una forma d´assistenza sociale che si aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa, un´iniziativa che si potrebbe lasciare anche ad altri; forma parte della natura della Chiesa ».

d) In seguito Benedetto XVI si occupa dei responsabili dell´azione caritativa della Chiesa ed indica in primo luogo il Consiglio Pontificio Cor unum, organismo della Santa Sede incaricato dell´orientazione e coordinamento tra le organizzazioni e le attività caritative promosse dalla Chiesa cattolica.

Anche é proprio della struttura episcopale della Chiesa che i Vescovi, come successori degli Apostoli, abbiano nelle Chiese particolari la prima responsabilità di compiere, anche oggi, il programma esposto negli Atti degli Apostoli (cf Atti 2, 42-44): la Chiesa, come famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo d´aiuto reciproco ed allo stesso tempo di disponibilità per servire anche a quanti fuori di lei necessitano aiuto.

Allo stesso modo che facemmo con il decalogo dell´azione caritativa della Chiesa in base agli insegnamenti del Papa in « Deus Caritas est », lo stesso possiamo fare adesso, elaborare seguendo le sue orientazioni, il decalogo di qualità che devono adornare i responsabili della stessa azione caritativa. Alcune le ho appena riferite però le indico nuovamente per completarle con altre che il Santo Padre segnala nel testo dell´Enciclica. Gli agenti pastorali della carità devono:

– Avere capacità professionale. Gli uomini e le donne che realizzano la pastorale della carità devono essere capaci professionalmente perchè il servizio che offrono a quelli che soffrono deve essere un servizio di qualità, pertinente, realizzato nella forma più adeguata e che abbia continuità dopo di badare alle situazioni d´emergenza (DCE, 31a).

– Agire con senso d´umanità. La capacità professionale, di per se non basta, come lo abbiamo visto anteriormente. C´è bisogno di premura cordiale e di dedicazione per il prossimo. « L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo » (DCE, 34).

– Agire con umiltà imitando Cristo. L´umiltà ha vari momenti:

– dare se stessi come un dono: « perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona » (DCE, 34);

– Chi é in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; (DCE, 35);

– ringraziare il Signore di questo dono per poter aiutare il prossimo, poiché non é nessun merito personale né motivo di orgoglio;

– sentirsi uno strumento nelle mani del Signore: « si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli é possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché egli ce ne dà la forza. Fare, però, quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo, questo è il compito che mantiene il buon servo di Gesù Cristo sempre in movimento: « L’amore del Cristo ci spinge » (2 Cor. 5, 14) » (DCE, 35).

– essere, nel nome del Signore, accogliente e misericordioso verso i poveri e verso tutti i bisognosi di conforto e di aiuto, come si ricorda nel Pontificale Romano ai Vescovi nella loro Ordinazione Episcopale (DCE, 32).

– Essere persona di fede: non deve ispirarsi in schemi che pretendono migliorare il mondo seguendo un´ideologia, ma lasciarsi guidare dalla fede che attua per l´amore (Cf. Ga. 5, 6). (DCE, 23).

– Essere persona di preghiera. « La preghiera come mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui un’urgenza del tutto concreta. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo » (DCE, 36).

– Sentirsi mossi dall´amore di Cristo: « Devono essere quindi persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato col suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo. » (DCE, 33). « L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. » (DCE, 34).

– Vivere l´amore ecclesiale. « …la Chiesa in quanto famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo di aiuto vicendevole e al contempo un luogo di disponibilità a servire anche coloro che, fuori di essa, hanno bisogno di aiuto. » (DCE, 32). « Chi ama Cristo ama la Chiesa e vuole che essa sia sempre più espressione e strumento dell’amore che da Lui promana. Il collaboratore di ogni Organizzazione caritativa cattolica vuole lavorare con la Chiesa e quindi col Vescovo, affinché l’amore di Dio si diffonda nel mondo. Attraverso la sua partecipazione all’esercizio dell’amore della Chiesa, egli vuole essere testimone di Dio e di Cristo e proprio per questo vuole fare del bene agli uomini gratuitamente. » (DCE, 33).

– Avere apertura alla dimensione cattolica. « L’apertura interiore alla dimensione cattolica della Chiesa non potrà non disporre il collaboratore a sintonizzarsi con le altre Organizzazioni nel servizio alle varie forme di bisogno; ciò tuttavia dovrà avvenire nel rispetto del profilo specifico del servizio richiesto da Cristo ai suoi discepoli. » (DCE, 34).

– Essere testimoni credibili di Cristo. « Di conseguenza, la miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste proprio nell’amore. È compito delle Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire — come attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio — diventino testimoni credibili di Cristo. » (DCE, 31c)

e) Testimoni dell´amore di Cristo

Benedetto XVI non si accontenta con darci il profilo della pastorale della carità e dei responsabili dell´azione caritativa della Chiesa, ma che ci presenta alla fine una lista di testimoni dell´amore di Cristo, naturalmente un elenco molto rappresentativo però che può essere completato secondo le circostanze del luogo e del tempo.

E ci dice che tra i Santi emerge Maria, Madre del Signore e specchio di santità. Il Vangelo di Luca la mostra affaccendata in un servizio di carità a sua cugina Elisabetta, con cui rimase « tre mesi » (Lc 1, 56) per aiutarla durante la gravidanza.

« L´anima mia magnifica il Signore », dice in occasione di questa visita, e con questo esprime tutto il programma della sua vita: non mettere se stessi nel centro, ma lasciare spazio a Dio, a chi trova tanto nella preghiera come nel servizio al prossimo; solo allora il mondo si fa buono.

Tra i Santi elencati dal Papa figurano San Martino da Tours, che definisce « quasi come un´icona » e che mostra il valore insostituibile della testimonianza individuale della carità.

Anche San Francesco d´Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de´ Paoli, Luisa di Marillac, Giuseppe Benito Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione e Teresa da Calcutta. E potrebbe allargarsi molto di più la lista. Tutti e tutte loro continuano ad essere modelli illustri di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà.

La vita dei Santi non comprende soltanto la biografia terrena, ma anche la loro vita ed azione in Dio dopo la morte.

Nei Santi é evidente che, chi va verso Dio, non s´allontana dagli uomini, ma che realmente va vicino a loro.

Il tema che mi é stato chiesto di esporre in questa Relazione è come l´esercizio concreto della carità renda credibile la Chiesa (cf DCE 31-42).

Credo che, secondo quanto abbiamo potuto notare analizzando quello che insegna il Santo Padre, tra le molte opere ed attività che la Chiesa Catolica deve svolgere: predicazione, celebrazione dei

Sacramenti, organizzazione pastorale, lavoro ecumenico, presenza nei mezzi di comunicazione sociale ed altri che hanno senza dubbio gran importanza, nessuna come l´esercizio concreto della carità le da maggior credibilità davanti al mondo. Anzi, questo esercizio caritativo é quello che garantisce la coerenza delle altre attività, come vediamo anche nei vangeli la testimonianza ammirevole di Gesù. Quanto fece ed insegnò il Maestro era avallato ed accreditato dalle sue opere, ed in modo particolare il suo costante amore per i poveri, ammalati, affamati, peccatori ed esclusi dalla società, in un´instancabile attitudine di servizio verso tutti loro, gli davano completa credibilità ed autorità di fronte al popolo, che percepiva il suo insegnamento come diverso da quello degli scribi e farisei.

Per terminare ricordiamo la frase di Paolo VI: « L´uomo contemporaneo ascolta più volentieri quelli che danno testimonianza che a quelli che insegnano … o se ascoltano quelli che insegnano é perchè danno testimonianza » (Discorso ai Membri del Consiglio dei Laici, 2 ottobre 1974).

Publié dans:dalla Chiesa |on 31 mars, 2009 |Pas de commentaires »

L’esercizio concreto della carità rende credibile la Chiesa (I)

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L’esercizio concreto della carità rende credibile la Chiesa (I)

ROMA, martedì, 24 marzo 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica sull’Amore misericordioso pubblichiamo l’intervento del Cardinale Nicolás de Jesús López Rodriguez, Arcivescovo di Santo Domingo, al Convegno svoltosi a Collevalenza, dal 27 al 29 ottobre 2006, sulla prima Enciclica di Benedetto XVI, “Deus Caritas Est”.
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1. Introduzione

L´accoglienza che ha avuto l´Enciclica « Deus Caritas Est » del Santo Padre Benedetto XVI é stata molto ampia nel mondo. Lo dimostra la sua rapida diffusione e le edizioni che si succedono continuamente in molteplici lingue, raggiungendo già vari milioni di esemplari venduti.

Non poteva essere diversamente, anzitutto l´argomento é nello stesso cuore del cristianesimo, lo stesso si può dire delle più profonde aspirazioni di tutta l´umanità, l´amore che é stato cantato da poeti, compositori e scrittori in generale. L´amore che occupa numerose e chissà le piú sublimi pagine della Sacra Scrittura.

Però, anche, per essere questo il primo documento pubblicato dal nostro amato Papa suscita maggior interesse e, direi, una certa curiosità per conoscere quali saranno le linee maestre del suo Pontificato.

Come diceva il Cardinale Renato Martino nella presentazione: « Si tratta indubbiamente di un´Enciclica programmatica, nel senso più nobile e compromesso che deve attribuirsi all´aggettivo programmatico ». Ricordando che Dio é amore, il Santo Padre invita tutti a dirigersi al centro della fede cristiana. Ed aggiunse: « Si tratta di un´Enciclica attraversata . . . da un gran alito spirituale che, di fronte al pericolo di un attivismo sociale e caritativo senza anima, reclama da tutti la coltura delle ragioni e motivazioni spirituali dell´essere Chiesa e dell´essere cristiani, che danno senso e valore al fare ed all´agire.

Prima di passare al tema che mi é stato chiesto di presentare a voi, permettetemi di ritornare su un punto che considero fondamentale nel documento. Mi riferisco alla struttura concettuale ed ai grandi fondamenti dottrinali dell´Enciclica.

Credo che si può affermare che l´asse trasversale che percorre tutto il documento é la proposta di un nuovo umanesimo, centrato nell´Amore incarnato, Gesù Cristo. Il Papa lo tratta in modo esplicito in entrambe le parti.

Nella prima, quando si riferisce alla novità della fede biblica, che permette di scoprire la vera natura dell´essere umano e nella seconda parte, quando parla dell´esercizio dell´amore da parte della Chiesa come « comunità d´amore », il Papa presenta il motivo fondamentale che muove i cristiani nell´esercizio caritativo: « Desidero qui confermare esplicitamente quello che il mio grande predecessore Giovanni Paolo II ha scritto nella sua Enciclica « Sollicitudo rei socialis », quando ha dichiarato la disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare con le Organizzazioni caritative di queste Chiese e Comunità, poiché noi tutti siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell´uomo l´immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità » (DCE, 30b).

In quanto ai grandi fondamenti dottrinali, se ne possono scoprire facilmente tre: antropologico, teologico e socio-politico.

L´Enciclica ha un chiaro fondamento antropologico, tanto nella prima parte quando il Papa afferma che desidera « precisare… alcuni dati essenziali sull´amore che Dio, in modo misterioso e gratuito, offre all´uomo, insieme all´intrinseco legame di quell´Amore con la realtà dell´amore umano »; quanto nella seconda, che cerca di come compiere in forma ecclesiale il comandamento dell´amore al prossimo.

Il fondamento teologico il Papa lo esprime in due aspetti: l´immagine di Dio e l´immagine dell´uomo.

La realtá di Dio si é considerata sempre come un valore immutabile, che non può entrare in crisi. Tuttavia, il processo di secolarizzazione ha messo in crisi non soltanto il fatto religioso ma anche l´immagine di Dio che presenta la teologia e la spiritualità tradizionale.

In una società influenzata dal secolarismo, é necessario riproporre la realtà di Dio, presentando una nuova immagine, più vicina agli uomini ed alle donne del nostro tempo: é necessario capire la realtá dall´autonomia terrena, come impostava il Concilio Vaticano II, ed in costante evoluzione; stabilire un equilibrio armonioso tra immanenza e trascendenza, in cui Dio non é separato dal mondo né dissolto in lui; creare una spiritualità affermativa della creazione e della salvezza (cf Torres Queiruga, Andrés. « Fine del cristianesimo premoderno. Sfide ad un nuovo orizzonte », pag. 26-27).

Il Papa imposta il fondamento socio-politico sottolineando la relazione tra Giustizia e Carità.

Con molta frequenza si presenta, tanto nella Chiesa come nella società, una dicotomía tra giustizia e carità: da una parte, si tende a parlare di una giustizia senza carità o di una giustizia senza amore; e dall´altra parte, di una carità al margine delle relazioni di giustizia.

La giustizia senza carità rimane ridotta al compimento esterno di una norma che é vicina alla crudeltà, come dicevano i romani: « Summum ius, summa iniuria ».

La carità senza giustizia non é autentica, si converte in sterile paternalismo e diventa un pretesto perché i governanti commettano ogni tipo di prepotenza.

La giustizia perché sia realmente tale, necessita di essere animata dall´amore alla dignità dell´essere umano; e la carità, da parte sua, deve precedere la giustizia, la deve ispirare nelle sue profonde motivazioni, sostenere nel suo esercizio e, finalmente, la deve sorpassare nella sua realizzazione posteriore.

Per questo il Papa afferma che « L’amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore ». Così a tutti, però specialmente ai cristiani, corrisponde compiere non solo alle esigenze della giustizia, ma anche « captare le necessità degli altri nel più profondo del loro essere, per farle proprie ».

Se s´identifica la carità con la pratica di iniziative volontarie di beneficenza, l´azione sociale del cristiano si riduce a qualcosa di marginale, che non ha incidenza nella trasformazione della società, perdendo il suo contenuto più profondo d´amore per l´essere umano che tende a portarlo alla pienezza, passando da « condizioni meno umane a condizioni più umane ».

2. Il profilo specifico dell´attività caritativa della Chiesa

Una forma privilegiata di fare vita la fede che professiamo é l´attività pastorale, animata dalla carità, di profonda fondatezza biblica, vincolata allo stesso processo di liberazione del popolo di Israele dalla schiavitú d´Egitto, quando Dio ascolta le grida del popolo vede la sua situazione, lo libera dalla terra in cui era sottomesso e lo guida, attraverso di un´esperienza comunitaria, verso una nuova terra (cf Es 3, 7.15; Dt. 5, 6). Oggi anche la Chiesa, nuovo popolo di Dio, per mezzo di una pastorale animata dalla carità e da una pastorale della carità, compie la missione che il Signore le affidó di evangelizzare gli uomini e donne di tutti i confini della terra.

A questo proposito, il Papa constata che l´aumento di diverse organizzazioni che lavorano a favore dell´uomo nelle sue necessità, si spiega dal fatto che l´imperativo dell´amore al prossimo é stato inciso dal Creatore nella natura stessa dell´uomo.

Quando il Santo Padre parla dell´esercizio dell´amore da parte della Chiesa come « comunità d´amore » si riferisce alla carità come manifestazione dell´amore trinitario che deve animare tutta la vita pastorale nelle comunità ecclesiali.

Lo scopo della carità nella vita pastorale della Chiesa é la ricerca instancàbile del bene integrale dell´essere umano: « cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana ».

É molto importante che l´attività caritativa della Chiesa mantenga tutto il suo splendore e non si diluisca in un´organizzazione assistenziale generica, convertendosi semplicemente in una delle sue varianti.

Ed in seguito il Papa si domanda, quali sono gli elementi che costituiscono l´essenza della carità cristiana? E risponde con i seguenti punti:

a) Secondo il modello offerto dalla parabola del buon Samaritano, la carità cristiana é dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata: gli affamati devono essere saziati, i nudi vestiti, i malati curati in vista della guarigione, i carcerati visitati, ecc.

Come un esempio concreto di ciò, ricordo quando Madre Teresa di Calcutta fu invitata al Congresso Eucaristico Internazionale di Filadelfia nel 1976. Lei doveva pronunziare, assieme al famoso Arcivescovo di Olinda-Recife Dom Helder Camara, una conferenza sulla fame nel mondo. L´Arcivescovo, che era molto competente, parlerebbe sul problema della fame in senso generale e Madre Teresa presenterebbe la parte pratica. Fu una presentazione molto applaudita per la forma brillante in cui entrambi parlarono, oltre al prestigio degli espositori.

Alla fine furono invitati a partecipare in una specie di pannello in cui si doveva analizzare il problema. A tutti ci sorprese la risposta di Madre Teresa: In quello che voi teorizzate sulla fame e risolvete il problema, io me ne vado ad alimentare gli affamati che mi aspettano.

Credo che é la miglior maniera d´illustrare quello che il Papa termina di dirci: « la carità cristiana é dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione ». E si potrebbero presentare migliaia di esempi simili in cui tante religiose ed altri consacrati assieme ad una legione di laici sono tutti i giorni, in decine di migliaia d´istituzioni benefiche nel mondo, offrendo ammirevoli esempi di autentica carità cristiana con gli affamati, gli ignudi, gli ammalati, i carcerati.

A questo proposito Benedetto XVI dice che le organizzazioni caritative, cominciando dalla Caritas devono fare il possibile per mettere a disposizione i mezzi necessari e, sopratutto, gli uomini e donne che svolgono queste missioni.

E presenta l´esempio concreto di quelli che soffrono, com´é indispensabile offrire a loro una attenzione del cuore da persone professionalmente competenti. Questa deve essere la prima condizione.

Però questa non basta da sola. Infatti essendo esseri umani e gli esseri umani necessitano sempre qualcosa di più che una premura tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell´attenzione del cuore.

Chi lavora nelle istituzioni caritative della Chiesa deve distinguersi per non limitarsi a realizzare con destrezza il più conveniente in ogni momento, ma per la sua dedicazione all´altro che esce dal cuore.

Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori é necessaria anche, e sopratutto, la « formazione del cuore »: occorre condurli a quell´incontro con Dio in Cristo, che susciti in loro l´amore e apra il loro animo all´altro, così che, per loro, l´amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per cosí dire dall´esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell´amore (cf Gal 5,6).

b) L´attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma é attualizzazione qui ed ora dell´amore di cui l´uomo ha sempre bisogno.

Benedetto XVI segnala che i tempi moderni, sopratutto dal XIX

secolo, sono dominati da una filosofia del progresso con diverse varianti la cui forma più radicale é il marxismo.

Parte della strategia marxista é la teoria dell´impoverimento: chi in una situazione di potere ingiusto aiuta l´uomo con iniziative di carità si pone di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire sopportabile, almeno fino ad un certo punto.

Viene cosí frenato il potenziale rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore.

Perciò la carità viene contestata ed attaccata come sistema di conservazione dello status quo.

In realtá, aggiunge il Papa, questa é una filosofia disumana. L´uomo che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro, un futuro la cui effettiva realizzazione rimane almeno dubbia.

La verità é che non si puó promuovere l´umanizzazione del mondo rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano.

La realizzazione storica del marxismo dimostró la crudeltà di questo sistema, che rinfacciava al mondo e particolarmente al mondo cristiano essere unito a una mistica, secondo i suoi ideologi, nociva ed antiquata.

A un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipedentemente da strategie e programmi di partito.

Il programma cristiano, continua il Papa, il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù, é un « cuore che vede ». Questo cuore vede dove c´é bisogno di amore e agisce in modo conseguente.

Ovviamente alla spontaneità del singolo deve aggiungersi, quando l´attività caritativa é assunta dalla Chiesa come iniziativa comunitaria, anche la programmazione, la previdenza, la collaborazione con altre istituzioni simili.

c) La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo.

L´amore e gratuito, non viene esercitato per raggiungere altri scopi.

Naturalmente questo non significa che l´azione caritativa debba prescindere di Dio e di Cristo.

Non possiamo dimenticare che sempre è in gioco tutto l´uomo e sappiamo che con molta frequenza la radice più profonda della sofferenza é precisamente l´assenza di Dio.

Chi esercita la carità in nome della Chiesa, dice il Papa, mai cercherá d´imporre agli altri la fede della Chiesa.

Il cristiano sa quando é tempo di parlare di Dio e quando é opportuno tacere su di Lui, lasciando che parli solo l´amore.

Sa che « Dio é amore » (1 Gv 4, 8) e che si fa presente proprio nei momenti in cui non si fa più che amare.

Quindi, la migliore difesa di Dio e dell´uomo consiste precisamente nell´amore.

Le organizzazioni caritative della Chiesa hanno la missione di rafforzare questa consapevolezza nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire, come attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio, diventino testimoni credibili di Cristo.

[La seconda parte verrà pubblicata il 1° aprile 2009]

Publié dans:dalla Chiesa |on 24 mars, 2009 |Pas de commentaires »

Cardinale Sarr: contro l’Aids in Africa serve educazione

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http://www.zenit.org/article-17668?l=italian

Cardinale Sarr: contro l’Aids in Africa serve educazione

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 24 marzo 2009 (ZENIT.org).- Per combattere l’Aids in Africa è necessaria soprattutto l’educazione, ha dichiarato il Cardinale senegalese Théodore-Adrien Sarr alla « Radio Vaticana ».

Il porporato, Arcivescovo di Dakar, ha ricordato come dal 1995 in Senegal, su richiesta dell’allora Presidente Abdou Diouf, le comunità religiose cristiana e musulmana si siano impegnate nella lotta contro l’Aids.

« Abbiamo detto che avremmo potuto predicare, esortare in favore dell’astinenza e della fedeltà e l’abbiamo fatto, sia i cristiani che i musulmani. E se oggi il tasso di contagio dell’Aids rimane basso in Senegal, penso che sia grazie alle comunità religiose che hanno insistito sulla morale e sui comportamenti morali », ha spiegato.

« Siccome non credo che il profilattico possa debellare l’Aids, penso che rimanga veramente valido il nostro appello all’astinenza e alla fedeltà e quindi ai valori morali e all’osservanza dei costumi sessuali ».

Anche se ha riconosciuto che in alcuni Paesi del continente africano potrebbero esserci delle difficoltà « perché ci sono usanze diverse », il porporato sostiene che « in ogni caso è necessario sapere che l’Africa è variegata e che ci sono delle società africane che conoscono molto bene il concetto dell’astinenza, della fedeltà e che lo coltivano » e che « è necessario aiutarle a continuare a coltivarlo ».

Quanto al Senegal, ha confessato di temere che « se si iniziassero a distribuire dosi massicce di profilattici ai nostri giovani questo non li aiuterebbe e sarebbe più difficile controllarsi e rimanere fedeli fino al matrimonio ».

« Penso che aiutare la gente attraverso l’educazione, ad imparare lo sforzo di controllarsi, rimanga un contributo valido per la prevenzione dell’Aids », ha commentato.

Secondo il Cardinale Sarr è « un peccato che, invece di riflettere su come il Papa è stato accolto e su tutto quello che ha vissuto con le popolazioni del Camerun e dell’Angola, alcuni media abbiano messo l’accento quasi esclusivamente sulla questione del profilattico e dell’aborto ».

« In questo viaggio ci sono state cose belle che è necessario trasmettere e invece alcuni non hanno trovato niente di meglio da fare che alimentare polemiche », che peraltro « sono state gonfiate, sovradimensionate rispetto al resto del contenuto » della visita papale.

A questo proposito, il Cardinale ha dichiarato che « diventa sempre più necessario che l’Occidente e gli occidentali smettano di pensare che soltanto loro siano depositari della verità, che soltanto quello che loro concepiscono come modo di vedere e di fare, sia valido ».

Quanto a lui, il porporato ha detto che ciò che rimarrà nella sua mente del viaggio papale è che « se il Papa ha sollevato questi due problemi dell’aborto e dei profilattici, forse è stato per ricordare sia a noi africani e in special modo a noi Vescovi d’Africa che pensare con la nostra testa e per noi stessi è meglio; vivere il Vangelo ed i valori del Vangelo per promuoverli da noi stessi, quei valori che ci sembrano sempre nostri ».

« In ogni caso, io mi sono impegnato a lavorare perché noi possiamo esprimerci e dimostrare che abbiamo modi di vedere e di agire che sono validi, anche se sono diversi da quelli che alcuni propongono », ha concluso.

Publié dans:dalla Chiesa |on 24 mars, 2009 |Pas de commentaires »

L’aborto, un “terribile veleno » nella cultura contemporanea

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17555?l=italian

L’aborto, un “terribile veleno » nella cultura contemporanea

Un Arcivescovo brasiliano esorta a denunciare la cultura abortista

BELO HORIZONTE, lunedì, 16 marzo 2009 (ZENIT.org).- L’Arcivescovo di Belo Horizonte (Minas Gerais), monsignor Walmor Oliveira de Azevedo, mette in guardia contro il “terribile veleno” del relativismo che intossica la società e chiede di denunciare “coraggiosamente” la cultura abortista.

“Il relativismo etico che fermenta nella cultura contemporanea sta soppiantando il senso inviolabile nel modo di considerare la vita umana”, afferma il presule in un articolo inviato a ZENIT.

Per questo, osserva, “l’orizzonte è purtroppo popolato da avvenimenti barbari come lo stupro di bambini, qualsiasi tipo di sfruttamento sessuale, violenze orribili e l »abominio della desolazione’ della cultura abortista che tiene conto delle considerazioni e delle procedure presenti nella società”.

L’Arcivescovo spiega che il “risultato nefasto” del “relativismo che regna incontrastato” è che “lo stesso ‘diritto’ smette di esserlo, perché non è più fondato solidamente sull’inviolabile dignità della persona, ma è soggetto alla volontà del più forte”.

“In questo modo e per discredito delle sue regole, la democrazia cammina sulla via di un sostanziale totalitarismo”.

“Lo Stato smette di essere la ‘casa comune’, dove tutti possono vivere secondo principi di sostanziale uguaglianza – afferma –, e si trasforma in uno Stato tiranno, che presume di poter disporre della vita dei più deboli e indifesi, dal bambino non ancora nato all’anziano, in nome di un’utilità pubblica che, in realtà, non è altro che l’interesse di alcuni”.

“Quando una maggioranza parlamentare o sociale decreta la legittimità dell’eliminazione, anche a certe condizioni, della vita umana ancora non nata, forse non assume una decisione ‘tirannica’ contro l’essere umano più debole e indifeso?”, chiede.

L’Arcivescovo ritiene necessario “denunciare coraggiosamente la cultura abortista”. “La società deve prendere coscienza del fatto che il veleno del relativismo è grave quanto altri veleni che corrodono il tessuto di una società giusta e solidale”.

Secondo il presule, bisogna “ricomporre la coscienza diluita dal relativismo con il recupero di valori e con il confronto con le pene dovute per la correzione di casi e situazioni”.

“Questa idea guida il cuore del discepolo di Gesù Cristo e indica la via perduta che l’umanità di questo terzo millennio deve ritrovare”.

“Il riferimento insostituibile è: la vita è un dono gratuito di Dio, dono e compito di cui dobbiamo aver cura in tutte le sue tappe, dalla fecondazione alla morte naturale, senza relativismi. Solo con questo impegno e per questa via si genererà la nuova cultura della vita”, conclude infine.

Publié dans:dalla Chiesa |on 16 mars, 2009 |Pas de commentaires »

Il cardinale Bertone: il Concilio Vaticano II è la chiave per capire il pontificato di Benedetto XVI

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http://www.cardinalrating.com/cardinal_12__article_8255.htm

Il cardinale Bertone: il Concilio Vaticano II è la chiave per capire il pontificato di Benedetto XVI
Jan 30, 2009

Conferenza ieri pomeriggio del cardinale Tarcisio Bertone su “Le linee portanti del Magistero di Papa Benedetto XVI”, ospitata dal Circolo di Roma nel 60.mo anniversario di questa prestigiosa istituzione culturale fondata dall’allora sostituto della Segreteria di Stato, mons. Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. Il servizio di Roberta Gisotti:

“Un’opera in costruzione”, difficile offrirne “un quadro esaustivo” ha premesso il cardinale Bertone. “Tre anni e alcuni mesi sono ancora pochi per tracciare un bilancio” del pontificato di Benedetto XVI. Ma alcuni “elementi costitutivi”, appaiono già – ha osservato il porporato – quale “leit motiv” di questo magistero. E’ stato lo stesso Joseph Ratzinger ad esprimere da subito la sua “volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II”, sulla scia dei “predecessori – aveva sottolineato all’indomani della sua elezione – “in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa”. Dunque “è indispensabile partire proprio dal Concilio Vaticano II – ha detto il segretario di Stato Vaticano – “per capire il magistero dell’attuale Pontefice”.

Benedetto XVI ha spiegato che “di questo straordinario evento ecclesiale si sono come cristallizzate nel periodo post-conciliare due diverse interpretazioni, tra loro contrastanti”. “L’una – secondo il Papa – ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre visibilmente, ha portato frutti”. La prima è l’ermeneutica ovvero l’interpretazione – che il Benedetto XVI definisce “della discontinuità e della rottura”, la seconda è l’interpretazione “del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, “che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. Se la prima interpretazione ritiene “il Concilio una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova”, per Benedetto XVI ciò “è assurdo perché la Costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore”. “Non la rottura ma la fedeltà dinamica è l’orientamento” – il Papa indica – “deve guidare la recezione del Concilio perché porti frutti nuovi di santità e rinnovamento sociale”.

“Ricucire i fili strappati della rete di Cristo che è la Chiesa: ecco lo scopo” – ha proseguito il cardinale Bertone – dei vari interventi di Benedetto XVI “tendenti alla riconciliazione e all’unità dei cattolici”. In questa chiave è possibile leggere la “Lettera ai Cinesi”, così anche la più larga facoltà concessa di utilizzare la liturgia romana anteriore alla riforma di Paolo VI, ed infine il gesto di rimettere la scomunica ai quattro vescovi ordinati senza mandato pontificio da mons. Lefebvre. Evidente per il segreterio di Stato vaticano anche “l’incessante tensione del Pontefice” verso “l’ecumenismo” e “il paziente dialogo” interculturale e interreligioso, che per essere autentico – afferma Benedetto XVI – deve evitare cedimenti al relativismo, al sincretismo”.

Publié dans:dalla Chiesa, Papa Benedetto XVI |on 6 février, 2009 |Pas de commentaires »

Chi nega la Shoah non sa nulla della Croce di Cristo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17024?l=italian

Chi nega la Shoah non sa nulla della Croce di Cristo

Commento del portavoce vaticano nell’editoriale di « Octava Dies »

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 23 gennaio 2009 (ZENIT.org).-  Negare la Shoah vuol dire non sapere nulla della Croce di Cristo. E’ quanto afferma padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa vaticana, nell’editoriale dell’ultimo numero di « Octava Dies », il settimanale del Centro Televisivo Vaticano, da lui stesso diretto.

« La Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo ». Con queste parole, ha ricordato il sacerdote gesuita, al termine dell’udienza di mercoledì 28 gennaio, il Papa ha ripreso la profonda meditazione del suo discorso nel campo di concentramento di Auschwitz.

Il Pontefice, ha osservato padre Lombardi, “non ha solo condannato ogni forma di oblio e di negazione della tragedia dello sterminio di sei milioni di ebrei, ma ha richiamato i drammatici interrogativi che questi eventi pongono alla coscienza di ogni uomo e di ogni credente”.

“Perché è la fede nella stessa esistenza di Dio che viene sfidata da questa spaventosa manifestazione della potenza del male – ha continuato –. La più evidente per la coscienza contemporanea, anche se non la sola”.

“Benedetto XVI lo ha riconosciuto lucidamente nel discorso di Auschwitz, facendo sue le domande radicali dei salmisti a un Dio che appare silente ed assente”.

“Di fronte a questo duplice mistero – della potenza orribile del male, e dell’apparente assenza di Dio – l’unica risposta ultima della fede cristiana è la passione del Figlio di Dio”.

“Queste sono le questioni più profonde e decisive dell’uomo e del credente di fronte al mondo e alla storia – ha aggiunto il portavoce vaticano –. Non possiamo e non dobbiamo evitarle e tanto meno negarle. Se no, la nostra fede è ingannevole e vuota”.

“Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio, né della Croce di Cristo. Tanto più è grave, quindi, se la negazione viene dalla bocca di un sacerdote o di un vescovo, cioè di un ministro cristiano, sia unito o no con la Chiesa cattolica”, ha poi concluso.

Publié dans:dalla Chiesa, ebraismo, Shoah |on 30 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

S. LYONNET: LA PREGHIERA AL PADRE: ABBÀ, PADRE! (Ef 1, 3-6)

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http://oratoriotirano.files.wordpress.com/2008/11/abba_padre_-_lyonnet_2.doc

LA PREGHIERA AL PADRE: ABBÀ, PADRE!
(Efesini 1,3-6)

S. LYONNET

 Per penetrare più a fondo nella concezione paolina della preghiera ne esamineremo una, che forse è tra le più caratteristiche di quante se ne incontrano nelle lettere dell’Apostolo: quella che dà inizio alla lettera agli Efesini e si estende per undici versetti (Ef. 1,3-14). San Paolo ha riunito in essa i temi essenziali della rivelazione cristiana, e, poiché sembra che si sia ispirato a una delle preghiere giudaiche che gli erano più familiari, questo passo offre oltre tutto il vantaggio di permetterci un confronto quanto mai istruttivo fra questa rivelazione e quella che più le si avvicina perché l’annuncia e la prefigura, quella cioè dell’A.T. Ci soffermeremo per ora solo sui primi quattro versetti di questa «benedizione» che apre la lettera agli Efesini, cercando di precisare in quale senso Dio vi è chiamato Padre:

Benedetto sia il Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni sorta di benedizioni spirituali nei cieli, nel Cristo.
In lui egli ci ha scelti fin dalla creazione del mondo per essere santi e immacolati alla sua presenza, nell’amore, predestinandoci ad essere per lui figli di adozione per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà, in lode della gloria della sua grazia di cui ci ha gratificati nell’Amato.

  Non solo la forma letteraria, ma i temi evocati nel corso di questa preghiera e perfino certe formule tipiche richiamano stranamente la seconda ‘benedizione’ che mattina e sera nella liturgia del tempio precedeva la recita ufficiale della professione di fede dell’israelita: «Ascolta, Israele! il Signore, tuo Dio, è unico: amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore…». Come l’inno di ringraziamento paolino, questa preghiera è interamente consacrata a celebrare l’amore per il suo popolo di Colui che è Dio e Padre. Tra tutte le preghiere del rituale giudaico essa è quella in cui il termine ‘amore’ ricorre più frequente, la sola che inizia e finisce con esso. Eccone l’inizio e la fine:
 
Con un amore eterno ci hai amati, o Signore, nostro Dio; con una pietà estrema e sovrabbondante hai avuto pietà di noi, o Padre nostro, nostro Re… Ci hai eletti tra tutti i popoli… affinché ti lodassimo e proclamassimo che tu sei unico nell’ amore.
Benedetto sii tu, Signore che hai eletto il tuo popolo d’Israele nell’amore! Benedetto sia il Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo.

  Lo sguardo dell’Apostolo si ferma prima di tutto sulla persona del Padre, anche se la lettera è tutta intesa a esaltare il primato di Cristo. Al Padre viene rivolta direttamente la lode, così come da lui procedono tutti i benefici che si appresta ad elencare; egli ci ha eletti nell’amore (v. 4), ci ha predestinati ad essere suoi figli (v. 4), ci ha elargito la sua grazia (vv. 6,7,8), ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà salvifica (v. 9) e ha realizzato in Gesù Cristo il disegno prestabilito (v. 10). Da lui tutto proviene e a lui tutto deve ritornare, poiché tutto è «per la lode della sua gloria», secondo la formula che Paolo ripete a tre riprese (VV.5,12,14), come per scandire una ad una le strofe di questo canto di riconoscenza. È vero che il Cristo viene nominato ad ogni versetto, ma non a lui è rivolta direttamente la preghiera: egli è mediatore. Certo il Nuovo Testamento non ignora la preghiera a Cristo (per es. Atti 7,59). Ma ciò che propriamente distingue il cristiano dall’israelita, non è il fatto che egli invoca Cristo in luogo di Jahvé, ma piuttosto che invoca Jahvé «nel nome di Gesù» (1), cioè, come pare, in unione con lui (2), così che la sua preghiera diventa la stessa che Gesù rivolge al Padre, come quando la liturgia prega: per Dominum nostrum Iesum Christum (3).
  San Paolo poi non si contenta, come la preghiera giudaica, di dare a Dio il titolo di Padre, ma volutamente precisa: «Padre di nostro Signore Gesù Cristo». Tutto procede da Dio in quanto è Padre non del popolo d’Israele, ma del suo unico Figlio: in lui ci ha eletti nell’amore, per lui ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi, favore incomparabile che ci ha accordato «nell’Amato», colui che la lettera ai Colossesi (1,3) chiamava «il Figlio del suo amore». L’amore di Dio sorgente della nostra filiazione non è solo l’amore – per quanto grande fosse – con cui secondo l’Antico Testamento Dio amava Israele, suo «figlio primogenito» (Es. 4,22), ma è l’amore stesso con cui il Padre ama il suo Figlio unico.
  Nessuno mai aveva potuto sospettar ciò; l’israelita sapeva di essere amato da Dio come da un padre (4), anzi più che da una madre (5); ma aveva sempre una gran cura di evitare ogni possibile confusione tra questa paternità fondata su una elezione del tutto gratuita e la paternità più o meno «naturalista» che i pagani attribuivano di fatto ai loro dei, a Zeus o Giove (cioè «Iupiter», ossia Zeus-padre). Perciò, a differenza di costoro, l’Antico Testamento non ha mai una preghiera in cui il fedele si rivolga a Dio chiamandolo «Padre»: lo invoca col titolo di Dio, Signore, Salvatore, Redentore, con quello di Padre mai (6). L’invocazione è vero, appare in epoca più recente, per esempio nella liturgia giudaica, cioè quando il pericolo di confusione era scomparso; ma la preoccupazione di salvaguardare il carattere assolutamente unico della paternità divina non vien meno. Un ragazzo ebreo era solito rivolgersi a suo padre col titolo di abbà cioè «padre» o, forse meglio, «papà»; ma rivolgendosi a Dio un ebreo dirà generalmente abinu, «padre nostro», e per lo più aggiungerà qualche altro titolo, come «nostro re», «nostro signore», oppure una qualifica come «che sei nei cieli». Studi recenti hanno mostrato che l’ebreo non diceva mai abbà.
Apriamo ora il vangelo, ed eccoci davanti a una scena del tutto diversa. Non solo Cristo invoca suo Padre col titolo abbà, ma praticamente non ne conosce un altro. Per lo più gli evangelisti hanno la traduzione greca pater, ma San Marco ha tenuto a riprodurre l’originale aramaico abbà (Mc 14,36) (7) che certamente va messo ovunque il testo greco porta pater, oppure o pater (Padre, o: il Padre), segnatamente in San Giovanni (8) e nella preghiera di Cristo in croce riferita da San Luca: Padre, perdona loro, perché non sanno ciò che fanno (Lc. 23,34). Se egli grida: Mio Dio perché mi hai abbandonato? (Mt.27,46; Mc. 15,34), non è perché Dio non gli appare più come un «padre», ma perché si propone di citare alla lettera l’inizio del Salmo 22, che del resto «termina in un’azione di grazie per la liberazione attesa» (Bibbia di Gerusalemme). E poco appresso, quando si accontenterà di ispirarsi a un’espressione biblica presa da un altro salmo senza voler fare una vera e propria citazione, là dove il salmista aveva detto «Signore» sulla sua bocca verrà spontaneo abbà: «Padre, nelle tue mani io rimetto il mio spirito» (9).
  Potrebbe anzi darsi che il Cristo abbia iniziato a rivelare ai suoi discepoli il mistero della sua filiazione divina appunto servendosi di questa invocazione così caratteristica. Comunque, la prima volta che i vangeli riferiscono una preghiera di Cristo, a due riprese ricorre sulle sue labbra il termine «Padre» cioè abbà: Io ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto questo ai sapienti e agli scaltri e l’ hai rivelato ai semplici. Sì, Padre, perché questo è stato il tuo beneplacito! (Mt. 11,25-26; Lc. 10,21). Ma soprattutto la solenne dichiarazione che segue immediatamente sembra proprio destinata nel pensiero di Gesù a spiegare e quasi a giustificare agli occhi degli ascoltatori un’invocazione così inaudita da parte di un giudeo, che si rivolge non più al padre terreno, ma a Dio stesso: Tutto mi è stato dato dal Padre mio e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, così come nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui il quale il Figlio vuol rivelarlo (Mt 11,27; Lc 10,22).
  Ma ciò che più sorprende non è che Cristo nella sua preghiera si rivolga a Dio chiamandolo abbà – come se fosse la cosa più naturale – ma che questa invocazione sia diventata la preghiera anche del più umile cristiano. Infatti S. Paolo è esplicito: La prova che siete figli, scrive ai Galati, è che Dio ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: Abbà, Padre (Gal 4,6). E ai Romani: Avete ricevuto uno Spirito di figli adottivi che ci fa gridare: Abbà, Padre (Rm 8,15). Si capisce che San Marco, abbia tenuto a riprodurre il termine aramaico abbà, e che per pronunciare un’invocazione siffatta sia necessario aver prima ricevuto lo Spirito del Figlio. Ma questo ci fa capire quanta differenza distingua la nostra filiazione da quella conosciuta nell’Antico Testamento: questa si basava sull’elezione, la nostra non si concepisce che in funzione e in dipendenza dalla filiazione «naturale» del Figlio unico. Dio ci ha predestinati ad essere per lui figli di adozione per mezzo di Gesù Cristo in quanto è Padre di nostro Signore Gesù Cristo (10).
  È però vero che Cristo, secondo San Matteo, ha insegnato ai discepoli a pregare dicendo non come lui abbà, ma come i Giudei: «Padre nostro» cioè abinu, e ad aggiungere anche, come essi facevano, «che sei nei cieli» (Mt 6,9). Se la preghiera abbà esigeva una giustificazione sulle sue labbra, come avrebbe potuto dir loro di primo acchito: «quando pregate, dite come me: abbà»? Il compito di «condurli verso la verità tutta intera» (Gv 16,13) era riservato allo Spirito. San Paolo ci insegna che lo Spirito Santo ha messo sulle labbra e nei cuori dei discepoli il termine abbà, «Padre». E San Luca, sostituendo al «Padre nostro che sei nei cieli» di San Matteo il semplice «Padre», che sicuramente rende abbà, intendeva probabilmente precisare il senso che i cristiani istruiti dallo Spirito davano alla formula ricevuta da Cristo e insegnarci a caricare l’espressione giudaica di tutta la confidenza, la tenerezza e l’amore che riempivano il cuore di un fanciullo quando si rivolgeva a suo padre dicendogli «papà» (11), o più ancora tutta la confidenza, la tenerezza e l’amore che riempiva il cuore di Cristo quando si rivolgeva a Dio dicendogli abbà, «Padre». Nessuna meraviglia che la liturgia, introducendo la solenne recita del Pater nella messa latina, parli di audacia: «osiamo dire» (audemus dicere). Singolare audacia è infatti ardire di assumere nei riguardi di Dio proprio lo stesso atteggiamento espresso da quel termine abbà, che poteva prendere il Figlio unico e prediletto nei riguardi del Padre suo. Ma è un’audacia legittima. Benedetto sia il Dio e Padre di nostro Signor Gesù Cristo che ci ha predestinati ad essere per lui figli di adozione per mezzo di Gesù Cristo!
 
Note
[1]. Si paragoni la formula di Ef. 5,9 (preghiere indirizzate al Signore») e quelle del passo parallelo di Col. 3,16 (preghiere indirizzate «a Dio nel nome di nostro Signore Gesù Cristo»).
[2]. Cfr. Giov. 14,13 e la nota della Bibbia di Gerusalemme.
[3]. Cfr. J. GUILLET, L’action de graces du Fils, nel periodo «Christus» n. 16 (1957) pp. 438-453 e Le Christ prie en moi: ibid. n. 19 (1958), pp. 150-165; oppure Jésus Christ hier et aujourd’bui (collana «Christus» n. n), cap. 9 e 16.
[4]. Così Deut. 32,6; Is. 63,16; 64.7; Ger. 31,20.
[6]. La sola vera eccezione è Sap. 14,3: «è la tua provvidenza, o Padre, che lo guida».
[5]. Così Is.49,14-16; cfr. 66,3; Sal. 27,10.
[7]. La lingua aramaica era la lingua usuale dei Giudei di Palestina al tempo di Gesù, e la lingua di Gesù stesso.
[8]. Così Giov. 11,41; 12,27-28; e la preghiera sacerdotale del cap. 17 (VV.I,5,1I,21,24,25).
[9]. Lc. 23,46, che cita Sal. 31,6.
[10]. Ef. 1,3-4. Cfr. 2 Cor. 1,3.
[11]. Confronta la parola di santa Teresa del Bambin Gesù a sua sorella, il 5 giugno 1897: «Se un mattino mi trovaste morta, non datevi pena; papà, il buon Dio, sarebbe semplicemente venuto a cercarmi» (Novissima verba, p. 28).

Tratto da:
“Dieci meditazioni su San Paolo”
PAIDEIA EDITRICE BRESCIA

Titolo originale dell’opera: lnitiatian à la Dactrine Spirituelle de Saint Paul
Dix méditations sur le texte des Epitres
Traduzione italiana di Felice Montagnini – 1° edizione: dicembre
1965

Publié dans:dalla Chiesa, preghiere, San Paolo |on 9 janvier, 2009 |Pas de commentaires »
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