Archive pour la catégorie 'Shoah'

« Suicida sul filo spinato », da Portale Scuola

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Publié dans:immagini, Shoah |on 27 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

LA SHOAH E LA MEMORIA : LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

http://www.la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/poesie.htm

LA SHOAH E LA MEMORIA

(poesie composte nei lager, o successivamente dai sopravvissuti)

LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

In ricordo del mio amato zio Eugenio,
dello zio Jacob e di sua moglie Ilona,
dello zio Ernesto e di sua moglie Ethel, della zia Rachele,
e di tutti i miei familiari uccisi
dai nazisti ad Auschwitz

Nella valle delle ossa secche
Non vi sono tombe, non vi sono lapidi —
I resti pietrificati
Di vittime innocenti della persecuzione
Coperti da macchie di sangue
Sono disseminati ovunque,
Incutendo orrore e sgomento
Sul terreno argilloso.
Fui testimone della loro ingiusta esecuzione —
Vennero portati a forza
Nelle camere di sterminio,
Presi a calci e picchiati da pugni crudeli —
Avevano numeri tatuati sui polsi
E lo Scudo di David sui petti —
Andarono incontro alla morte
Pronunciando la preghiera sacra
Con l’ultimo respiro:
“ASCOLTA ISRAELE, IL SIGNORE È NOSTRO DIO
IL SIGNORE È UNO —”
Martiri coraggiosi della stirpe ebraica,
Membri della mia famiglia,
Compagni di prigionia,
Son passati tanti anni
Da quando ve ne siete andati —
Ma io ricordo ancora il vostro grido disperato:

“Decadranno i nostri corpi,
Marcirà la nostra carne,
Se sopravvivrai ad Auschwitz
Non lasciare, per favore, che su di noi cada l’oblio!”

La mia vita fu risparmiata
Per l’intervento di Dio,
Conosco lo scopo di quella protezione celeste:
Far ritorno con il ricordo
Della vostra sofferenza e del vostro dolore,
Far sì che non siate morti invano,
Esaudire il vostro ultimo desiderio,
Non lasciar mai perire i vostri spiriti coraggiosi —

Magda Herzenberger 

Publié dans:ebraismo, poesie, Shoah |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO XVI AL CAMPO DI AUSCHWITZ-BIRKENAU – 28 maggio 2006

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20060528_auschwitz-birkenau_it.html

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN POLONIA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

VISITA AL CAMPO DI AUSCHWITZ

Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.
Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: « Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro della morte e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa ». Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: « Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell’uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: “Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…”.
Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest’ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell’odio e sotto la violenza fomentata dall’odio.
Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo grido d’angoscia che l’Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d’aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.
Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.
Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria, è il luogo della Shoa. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l’immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C’è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: « Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello » si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte. C’è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l’élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un’altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l’utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c’è la lapide in russo che evoca l’immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: hanno liberato i popoli da una dittatura, ma sottomettendo anche gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell’Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell’intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell’orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: « Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto » (cfr Dan 3,17s.).
Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: « Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare ».
Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell’inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oswiecim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l’Olocausto. C’è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l’Accademia per i Diritti dell’Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell’orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.
L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una « valle oscura ». Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni » (Sal 23, 1-4. 6).

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Shoah |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

6 OTTOBRE 1943: UNA DATA FUNESTA CHE NON VA DIMENTICATA

http://www.focusonisrael.org/2009/10/16/16-ottobre-1943-deportazione-ebrei-roma/

6 OTTOBRE 1943: UNA DATA FUNESTA CHE NON VA DIMENTICATA

NON C’È FUTURO SENZA MEMORIA COLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO
SONO DESTINATI A RIPETERLO

Il 16 ottobre 1943

di Gianluigi De Stefano

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna.
Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

16 ottobre 1943 300×138 16 Ottobre 1943: una data funesta che non va dimenticataÈ il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.
Oggi, documenti fino ad ora segreti, emersi dagli archivi americani, fanno luce su una verità inquietante: il corso degli eventi poteva essere cambiato. Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirla.
Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio mil itare all’operazione.
L’oro di Roma
La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell’oro avvenne non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, al numero 155 che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma almeno formalmente “l’Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” ( è ora sede del Museo Storico della Liberazione).
Kappler non si presentò. Non aveva voluto abbassarsi alla formalità di ricevere quell’oro che aveva estorto. Si era fatto sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura fu eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesa ta veniva registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovavano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell’operazione, mentre Almansi aveva segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate erano nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritarono ancor di più il capitano che si opponeva anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio: cioè ripetere l’operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz diede ordine di ripetere le pesate. Dovette arrendersi alla realtà: i chili erano proprio 50 e gli ebrei non erano imbroglioni.
La retata
La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due avevano già fatto con Kesserling. Non può sapere che già era stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano (Il Vaticano???? Siamo proprio sicuri?….) per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento.
Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e impone la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti. Per quale motivo allora non alzarono un dito per fermare la strage? E Pio XII perché si limitò solo a protestare? Il Papa, in realtà, era sottoposto ad un tacito ricatto: più di 800mila ebrei si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi di tutta Europa, in gran parte occupata dai nazisti (Tacito ricatto???? Mi sembra una ipotesi un pò troppo buona nei confronti di Papa Pio XII…).
Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara a Trastevere alla stazione Tiburtina, da lì ad Auschwitz.

Publié dans:ROMA - varie, Shoah |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

VISITA AL MEMORIALE DI YAD VASHEM – DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/may/documents/papa-francesco_20140526_terra-santa-memoriale-yad-vashem.html

PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’INCONTRO A GERUSALEMME TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA – (24-26 MAGGIO 2014)

VISITA AL MEMORIALE DI YAD VASHEM – DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Jerusalem, Lunedì, 26 maggio 2014

“Adamo, dove sei?” (cfr Gen 3,9).
Dove sei, uomo? Dove sei finito?
In questo luogo, memoriale della Shoah, sentiamo risuonare questa domanda di Dio: “Adamo, dove sei?”.
In questa domanda c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio.
Il Padre conosceva il rischio della libertà; sapeva che il figlio avrebbe potuto perdersi… ma forse nemmeno il Padre poteva immaginare una tale caduta, un tale abisso!
Quel grido: “Dove sei?”, qui, di fronte alla tragedia incommensurabile dell’Olocausto, risuona come una voce che si perde in un abisso senza fondo…

Uomo, chi sei? Non ti riconosco più.
Chi sei, uomo? Chi sei diventato?
Di quale orrore sei stato capace?
Che cosa ti ha fatto cadere così in basso?
Non è la polvere del suolo, da cui sei tratto. La polvere del suolo è cosa buona, opera delle mie mani.
Non è l’alito di vita che ho soffiato nelle tue narici. Quel soffio viene da me, è cosa molto buona (cfr Gen 2,7).
No, questo abisso non può essere solo opera tua, delle tue mani, del tuo cuore… Chi ti ha corrotto? Chi ti ha sfigurato?
Chi ti ha contagiato la presunzione di impadronirti del bene e del male?
Chi ti ha convinto che eri dio? Non solo hai torturato e ucciso i tuoi fratelli, ma li hai offerti in sacrificio a te stesso, perché ti sei eretto a dio. Oggi torniamo ad ascoltare qui la voce di Dio: “Adamo, dove sei?”.

Dal suolo si leva un gemito sommesso: Pietà di noi, Signore!
A te, Signore nostro Dio, la giustizia, a noi il disonore sul volto, la vergogna (cfr Bar 1,15).
Ci è venuto addosso un male quale mai era avvenuto sotto la volta del cielo (cfrBar 2,2). Ora, Signore, ascolta la nostra preghiera, ascolta la nostra supplica, salvaci per la tua misericordia. Salvaci da questa mostruosità.
Signore onnipotente, un’anima nell’angoscia grida verso di te. Ascolta, Signore, abbi pietà!
Abbiamo peccato contro di te. Tu regni per sempre (cfr Bar 3,1-2).
Ricordati di noi nella tua misericordia. Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare, di vergognarci di questa massima idolatria, di aver disprezzato e distrutto la nostra carne, quella che tu impastasti dal fango, quella che tu vivificasti col tuo alito di vita.

Mai più, Signore, mai più!
“Adamo, dove sei?”.
Eccoci, Signore, con la vergogna di ciò che l’uomo, creato a tua immagine e somiglianza, è stato capace di fare.
Ricordati di noi nella tua misericordia.

 

Publié dans:Gerusalemme, PAPA FRANCESCO, Shoah |on 26 mai, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – GIOVANNI PAOLO II – IL VIAGGIO IN POLONIA DEL PAPA TEDESCO

http://www.ilregno.it/it/archivio_articolo.php?CODICE=35155

BENEDETTO XVI – GIOVANNI PAOLO II

SULLE ORME DEL PREDECESSORE

IL VIAGGIO IN POLONIA DEL PAPA TEDESCO

Dal papa polacco al papa tedesco: il viaggio di Benedetto XVI in Polonia (25-28 maggio) ha chiarito che il senso di questa successione ruota in definitiva intorno alla «valle oscura» di Auschwitz, che il papa teologo continua a interrogarsi su di essa e a cercare le «orme» del predecessore, mentre la cattolicità polacca non ha difficoltà ad accoglierlo – si direbbe – con lo stesso affetto che riservava al papa polacco. È dal momento dell’elezione – come confidò il 19 maggio dell’anno scorso – che Benedetto XVI riflette sul «provvidenziale disegno divino» che ha voluto che «sulla cattedra di Pietro a un pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia». Quella riflessione ha raggiunto il suo culmine nei quattro giorni della visita e specie nelle ore passate ad Auschwitz-Birkenau.
Vista in prospettiva epocale l’avventura di questi due papi lega la vicenda cristiana di oggi alla grande prova della storia contemporanea: quella dello smarrimento abissale del nazismo. A protagonisti di questo raccordo sono stati chiamati un figlio della nazione che più ha sofferto per quella prova e un altro di quella che più ha fatto soffrire. I due papi – appunto – che si sono succeduti intorno ad Auschwitz e che proprio ad Auschwitz sono voluti andare, l’uno in quanto polacco e l’altro in quanto tedesco, per chiedere a nome di tutti dove fosse Dio e dove fossero gli uomini quando si scatenò l’abisso di quella tragedia.
Quella di Auschwitz-Birkenau è stata l’ultima tappa, prima che il papa ripartisse per Roma. Il viaggio alla ricerca della «fede» del popolo polacco – vista come fondamento della «missione» del predecessore – era iniziato a Varsavia e si era poi sviluppato attraverso le tappe di Czestochowa, Cracovia, Wadowice, Kalwaria Zebrzydowska e il santuario della Divina misericordia, alla periferia di Cracovia, che papa Wojtyla era andato a inaugurare nell’agosto dell’anno 2002. Momenti salienti del pellegrinaggio sono stati – dal punto di vista delle parole pronunciate dal papa – l’omelia della celebrazione di Varsavia e l’incontro con il clero in cattedrale, a Cracovia la celebrazione nel prato di Blonie e ovviamente la visita ad Auschwitz-Birkenau (cf. Regno-doc. 11,2006,337ss).

I preti spie e le colpe del passato
La visita papale si è svolta mentre era al culmine, in Polonia, la querelle sui «preti spie» del regime comunista e il papa ne ha parlato – senza riferimenti diretti – in un passaggio del discorso al clero di Varsavia, in cattedrale, il giorno stesso dell’arrivo. La Chiesa non deve «negare» le colpe del passato – ha detto Benedetto XVI – e deve «fare penitenza» per esse, come voleva Giovanni Paolo II, ma solo quando ci sono «prove reali» e senza «impancarsi» a giudice delle generazioni precedenti, «vissute in altri tempi e in altre circostanze» e con altre «precomprensioni»: «Crediamo che la Chiesa è santa, ma in essa vi sono uomini peccatori. Bisogna respingere il desiderio d’identificarsi soltanto con coloro che sono senza peccato». Conclusione: «Chiedendo perdono del male commesso nel passato dobbiamo anche ricordare il bene compiuto con l’aiuto della grazia divina che, pur depositata in vasi di creta, ha portato spesso frutti eccellenti».
Sono i criteri prudenziali che il card. Ratzinger aveva fatto valere il 7 marzo 2000, presentando alla stampa il documento della Commissione teologica internazionale La Chiesa e le colpe del passato: questo evidente rinvio e l’assenza di una citazione esplicita dei «preti spie» ha indotto in errore parte della stampa internazionale (che ha pensato a una «revisione» del «mea culpa» giubilare wojtyliano) ma non quella polacca, che ha letto nelle parole del papa un invito alla pacificazione interna alla Chiesa locale, dove tira un forte vento giustizialista. Si deve a questa sollecitazione di papa Benedetto se il card. Dziwisz all’indomani della visita papale ha intimato all’ex cappellano di Solidarnosc, Tadeusz Zalewski, di cessare le sue indagini sui preti «compromessi» e di non procedere alla pubblicazione dei 28 nomi rintracciati, lasciando quel compito alla commissione di «memoria e tutela» costituita dall’episcopato il marzo scorso (cf. Regno-att. 6,2006,154).

Il consenso del predecessore
Il 26 maggio parlando alla folla di Varsavia, in piazza Pilsudski, Benedetto XVI ricorda che da quel luogo papa Wojtyla nel giugno del 1979 aveva invocato il «rinnovamento di questa terra», che poi – durante il suo pontificato – si verificò e arrivò ben oltre i confini polacchi: «Davanti ai nostri occhi sono avvenuti cambiamenti di interi sistemi politici» e «la gente di diversi paesi ha riconquistato la libertà».
Bellezza delle folle polacche per il papa tedesco, risorse della cattolicità! Lo attendono per ore sotto la pioggia a Varsavia, lo festeggiano come un parente sugli spalti del santuario fortezza di Czestochowa, lo cercano con affetto la sera alla famosa finestra dell’arcivescovado di Cracovia. I ragazzi gli gridano che s’affacci, tenendosi per mano. Proprio come facevano con il «loro» papa. Ed egli ricambia tanta generosità evitando di parlare tedesco. Dicono pronunci bene il polacco, che usa per qualche frase di saluto e poi continua in italiano, lasciando a un sacerdote di leggere lo stesso testo in polacco.
La visita a Wadowice è all’insegna del «santo subito», come è scritto su uno striscione all’ingresso della cittadina. Nel suo discorso, papa Ratzinger chiama tre volte «grande» il predecessore, ne loda la «coerenza della fede, il radicalismo della vita cristiana, il desiderio di santità» e conclude: «Mi sono voluto fermare proprio qui a Wadowice, nei luoghi in cui la sua fede si è destata e maturata, per pregare insieme con voi affinché venga presto elevato alla gloria degli altari». Più tardi, a Kalwaria, al termine dell’incontro Dziwisz lo riporta – prendendolo per un braccio – davanti al microfono e gli suggerisce di dire qualcosa alla folla. Il papa gli chiede «in che lingua» e il cardinale gli dice con determinazione: «in italiano». Il papa teologo, che non ama improvvisare, dice: «Anch’io spero, come il caro card. Dziwisz, che il Signore ci conceda presto la beatificazione e la canonizzazione del caro papa Giovanni Paolo II».

Il silenzio di Dio e le polemiche
Infine la visita al campo di sterminio. Il «papa tedesco» non poteva «non venire qui», ad Auschwitz, per sostare «sconvolto» e «oppresso» in «sbigottito silenzio», davanti alla «innumerevole schiera» delle vittime di un «cumulo di crimini» che non ha «confronti nella storia» e per alzare poi una «domanda ad alta voce di perdono e riconciliazione». Papa Benedetto s’interroga sul «silenzio» di Dio: «Dov’era in quei giorni? Perché egli ha taciuto?» (cf. in questo numero a p. 365). Ma la sua visita a «questo luogo di orrore» non può non essere caratterizzata dalla sua nazionalità tedesca, di questa parla ed è su queste parole che si appunteranno le critiche: perché ha attribuito la diretta responsabilità dello sterminio a «un gruppo di criminali», scagionandone il popolo che da esso fu «usato e abusato». Ecco le parole tanto criticate: «Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco. Figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato e abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio».
Come già papa Wojtyla, papa Ratzinger ha pregato davanti al Muro della morte ed è sceso nella cella dove morì Kolbe. In più del predecessore, ha incontrato le dodici carmelitane del Centro di dialogo e di preghiera (realizzato fuori del recinto di Auschwitz nel 1992) e ha partecipato a Birkenau a un incontro di preghiera interconfessionale con un gruppo di ex prigionieri, nel corso del quale è stato cantato il Kaddish ebraico.
Nel discorso di Auschwitz Benedetto XVI non aveva nominato Hitler, il nazismo, l’antisemitismo e i sei milioni di ebrei mandati allo sterminio e ne erano venute critiche, ed ecco che all’udienza generale di mercoledì 31 maggio dice tutto questo, rievocando le tappe del viaggio: «Proprio in quel luogo tristemente noto in tutto il mondo ho voluto sostare prima di far ritorno a Roma. Nel campo di Auschwitz-Birkenau, come in altri simili campi, Hitler fece sterminare oltre sei milioni di ebrei. Non dimentichi l’odierna umanità Auschwitz e le altre « fabbriche di morte » nelle quali il regime nazista ha tentato di eliminare Dio per prendere il suo posto! Non ceda alla tentazione dell’odio razziale, che è all’origine delle peggiori forme di antisemitismo!».
Tra i tanti che hanno criticato papa Ratzinger per le parole dette e per quelle non dette nel campo di sterminio, ricordo Daniel Goldhagen (Corriere della sera 29.5.2006), Gian Enrico Rusconi (La Stampa 30.5), Lucio Caracciolo e Jürgen Habermas (La Repubblica 30.5), Riccardo Di Segni (La Stampa 1.6). Tra quelli che l’hanno difeso segnalo Peter Schneider (La Repubblica 29.5), Ernesto Galli della Loggia (Corriere della sera 30.5), Gianni Baget Bozzo (Il Giornale 30.5), Benedetto Carucci Viterbi (Il Foglio 31.5), Franco Cardini (Avvenire 31.5). Una difesa appassionata – «Sono tedesco anch’io» – delle parole del papa ha fatto il card. Walter Kasper in margine all’inaugurazione della libreria EDB in via della Conciliazione, il 31 maggio (cf. in questo numero a p. 372): «Il discorso è stato di altissimo livello, straordinario. Un papa tedesco che va ad Auschwitz compie un cammino molto difficile. Chi ha visto il suo volto in quel momento capisce che cosa io voglia dire. È essenziale ciò che ha detto, non ciò che non ha detto».
Suggerisco due letture a chi è interessato ad approfondire l’idea che l’uomo Ratzinger si è fatto del nazismo, in oltre sessant’anni di dolorosa riflessione: L’Europa in guerra e dopo la guerra1 e i primi cinque capitoli de La mia vita. Autobiografia.2 Vi appare chiaro che non gli si può attribuire un’intenzione banalmente assolutoria del proprio popolo.
Critiche analoghe a quelle che hanno colpito il discorso tenuto da Benedetto XVI ad Auschwitz-Birkenau erano state indirizzate – da ambienti intellettuali, ebraici e non – a ognuno dei grandi gesti di avvicinamento agli ebrei, o di ripensamento della Shoah, compiuti negli anni da Giovanni Paolo II: dalla visita ad Auschwitz (1979) a quella alla sinagoga di Roma (1986), alla preghiera al Muro del pianto (2000). Ma oggi non c’è nessuno che non citi quei fatti come «positivi» e si può immaginare che anche la visita del papa tedesco al campo di sterminio realizzato dai tedeschi sarà ritenuto da tutti, domani, come un evento straordinario.

Luigi Accattoli

1 J. Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, San Paolo, Milano 2004,75-80.

2 J. Ratzinger, La mia vita. Autobiografia, San Paolo, Milano 1997.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Shoah |on 12 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

« UN CRISTIANO NON PUÒ ESSERE ANTISEMITA! » – DISCORSO DI PAPA FRANCESCO ALLA DELEGAZIONE DELLA COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA

http://www.zenit.org/it/articles/un-cristiano-non-puo-essere-antisemita–2

« UN CRISTIANO NON PUÒ ESSERE ANTISEMITA! »

DISCORSO DI PAPA FRANCESCO ALLA DELEGAZIONE DELLA COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA

CITTA’ DEL VATICANO, 11 OTTOBRE 2013 (ZENIT.ORG)

Papa Francesco ha ricevuto oggi in Udienza una delegazione della Comunità Ebraica di Roma, in occasione del 70° anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma, avvenuta il 16 ottobre del 1943.

Riprendiamo di seguito le parole rivolte dal Pontefice ai presenti.

***
Cari amici della Comunità ebraica di Roma,

Shalom!

Sono contento di accogliervi e di avere così la possibilità di approfondire e di allargare il primo incontro avuto con alcuni vostri rappresentanti lo scorso 20 marzo. Saluto tutti con affetto, in particolare il Rabbino Capo, Dottor Riccardo Di Segni, che ringrazio per le parole che mi ha rivolto. Anche per quel ricordo del coraggio del nostro padre Abramo quando lottava col Signore per salvare Sodoma e Gomorra: « e se fossero trenta, e se fossero venticinque e se fossero venti… » E’ proprio una preghiera coraggiosa davanti al Signore. Grazie. Saluto anche il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Dottor Riccardo Pacifici, e il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Dottor Renzo Gattegna.
Come Vescovo di Roma, sento particolarmente vicina la vita della Comunità ebraica dell’Urbe: so che essa, con oltre duemila anni di ininterrotta presenza, può vantarsi di essere la più antica dell’Europa occidentale. Da molti secoli dunque, la Comunità ebraica e la Chiesa di Roma convivono in questa nostra città, con una storia – lo sappiamo bene – che è stata spesso attraversata da incomprensioni e anche da autentiche ingiustizie. E’ una storia, però, che, con l’aiuto di Dio, ha conosciuto ormai da molti decenni lo sviluppo di rapporti amichevoli e fraterni.
A questo cambiamento di mentalità ha certamente contribuito, per parte cattolica, la riflessione del Concilio Vaticano II, ma un apporto non minore è venuto dalla vita e dall’azione, da ambo le parti, di uomini saggi e generosi, capaci di riconoscere la chiamata del Signore e di incamminarsi con coraggio su sentieri nuovi di incontro e di dialogo.
Paradossalmente, la comune tragedia della guerra ci ha insegnato a camminare insieme. Ricorderemo tra pochi giorni il 70° anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma. Faremo memoria e pregheremo per tante vittime innocenti della barbarie umana, per le loro famiglie. Sarà anche l’occasione per mantenere sempre vigile la nostra attenzione affinché non riprendano vita, sotto nessun pretesto, forme di intolleranza e di antisemitismo, a Roma e nel resto del mondo. L’ho detto altre volte e mi piace ripeterlo adesso: è una contraddizione che un cristiano sia antisemita. Un po’ le sue radici sono ebree. Un cristiano non può essere antisemita! L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna!
Quell’anniversario ci permetterà anche di ricordare come nell’ora delle tenebre la comunità cristiana di questa città abbia saputo tendere la mano al fratello in difficoltà. Sappiamo come molti istituti religiosi, monasteri e le stesse Basiliche Papali, interpretando la volontà del Papa, abbiano aperto le loro porte per una fraterna accoglienza, e come tanti cristiani comuni abbiano offerto l’aiuto che potevano dare, piccolo o grande che fosse.
In grande maggioranza non erano certo al corrente della necessità di aggiornare la comprensione cristiana dell’ebraismo e forse conoscevano ben poco della vita stessa della comunità ebraica. Ebbero però il coraggio di fare ciò che in quel momento era la cosa giusta: proteggere il fratello, che era in pericolo. Mi piace sottolineare questo aspetto, perché se è vero che è importante approfondire, da entrambe le parti, la riflessione teologica attraverso il dialogo, è anche vero che esiste un dialogo vitale, quello dell’esperienza quotidiana, che non è meno fondamentale. Anzi, senza questo, senza una vera e concreta cultura dell’incontro, che porta a relazioni autentiche, senza pregiudizi e sospetti, a poco servirebbe l’impegno in campo intellettuale. Anche qui, come spesso amo sottolineare, il Popolo di Dio ha un proprio fiuto e intuisce il sentiero che Dio gli chiede di percorrere. In questo caso il sentiero dell’amicizia, della vicinanza, della fraternità.
Spero di contribuire qui a Roma, come Vescovo, a questa vicinanza e amicizia, così come ho avuto la grazia – perché è stata una grazia – di fare con la comunità ebraica di Buenos Aires. Tra le molte cose che ci possono accomunare, vi è la testimonianza alla verità delle dieci parole, al Decalogo, come solido fondamento e sorgente di vita anche per la nostra società, così disorientata da un pluralismo estremo delle scelte e degli orientamenti, e segnata da un relativismo che porta a non avere più punti di riferimento solidi e sicuri (cfr Benedetto XVI, Discorso alla Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010, 5-6).
Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita e invoco con voi la protezione e la benedizione dell’Altissimo per questo nostro comune cammino d’amicizia e di fiducia. Possa Egli, nella sua benevolenza, concedere ai nostri giorni la sua pace. Grazie.

Publié dans:ebraismo, PAPA FRANCESCO, Shoah |on 12 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

Beatrice Auricchio, Bambini dietro filo spinato

Beatrice Auricchio, Bambini dietro filo spinato dans immagini

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Publié dans:immagini, Shoah |on 26 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

per il 27 gennaio il giorno della memoria – Primo Levi: il dovere della memoria

http://www.repubblicaletteraria.it/PrimoLevi.html

Primo Levi: il dovere della memoria 

di Tina Borgogni Incoccia

Fino dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz, Primo Levi sentì l’esigenza di raccontare la sua esperienza infernale e, subito dopo il ritorno, provò l’impulso immiediato e violento di farne “gli altri” partecipi, forse per liberarsi di un peso insopportabile da sostenere.
Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, /  voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango / che non conosce pace / che lotta per mezzo pane / che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una  donna, / senza capelli e senza nome / senza più forza di ricordare / vuoti gli occhi e freddo il grembo / come una rana d’inverno.
Così leggiamo nella poesia che costituisce l’avantesto di Se questo è un uomo.
Scrisse il libro di getto, con l’incubo di non essere ascoltato e creduto. In realtà, nella frenesia vitale di riappropriazione dell’esistenza, caratteristica di tutti i dopoguerra, non c’era troppa voglia di voltarsi indietro e riaffondare nell’orrore del passato. Il libro, rifiutato da Einaudi, trovò finalmente un editore che ne stampò soltanto duemilacinquecento copie, di cui appena millecinquecento vendute, soprattutto a Torino, città dell’autore. Italo Calvino ne fece una buona recensione sull’“Unità”, ma Levi, convinto ormai del fallimento della sua aspirazione alla scrittura, si impegnò a svolgere con scrupolo soltanto la sua professione di chimico.
Dieci anni dopo, furono i giovani a risvegliare in lui la vocazione sopita.
Invitato nel 1956 a partecipare ad una mostra sulla deportazione, egli si vide circondato dai ragazzi che volevano sapere, volevano sentirlo raccontare. La sua parola, concisa, senza sbavature, con l’evidenza efficace della verità dei fatti raccontati, trovò finalmente gli ascoltatori attenti che egli avrebbe voluto incontrare nei primi anni del suo ritorno a casa.
L’editore Einaudi, nuovamente sollecitato, si decise finalmente a pubblicare il libro, nella collana dei Saggi (1958) e da allora esso fu ristampato e tradotto in tante lingue del mondo. A questo libro ne seguirono altri: La tregua, Vizio di forma, La chiave a stella, Se non ora, quando?, I sommersi e i salvati, che confermarono in Primo Levi la sua vocazione di scrittore e gli fecero ottenere premi e riconoscimenti in Italia e all’estero.
Egli era tornato dai campi di sterminio nell’ottobre del 1945, dopo un viaggio lungo e avventuroso attraverso la Russia, viaggio che descrisse nel suo secondo libro La tregua, pubblicato nel 1963 e premiato a Venezia col Campiello. Il racconto, scritto con intenti letterari, cioè con una più accurata elaborazione formale, con una maggiore variatà di argomenti, con note anche ironiche e scherzose che potevano rendere più piacevole la lettura, ha avuto nel 1997 una trasposizione filmica, realizzata dal regista Francesco Rosi nel decennale della morte dell’autore.
Nessun libro di Levi raggiunse comunque l’efficacia del primo, scritto con l’impeto febbrile dovuto all’urgenza della sua prima disperata testimonianza. Ad Auschwitz, durante la deportazione, le S.S. avevano ironicamente sentenziato: Se anche sopravviverete, non vi crederà nessuno. Si sbagliavano profondamente.
Levi attribuiva la sua sopravvivenza a vari fattori: egli conosceva abbastanza il tedesco e questo gli permetteva di capire gli ordini con immediatezza. Data la sua laurea in Chimica lo avevano utilizzato in un laboratonio dove soffriva meno il freddo e i disagi materiali. Si era inoltre ammalato provvidenzialmente di scarlattina quando, nel 1945, avvicinandosi i Russi, i prigionieri furono fatti spostare a Buchenwald e a Mathausen dove morirono quasi tutti, mentre i malati furono abbandonati al loro destino.
Pochi furono i superstiti, perché inumane erano le condizioni di vita del campo. Nella lotta per sopravvivere ognuno era ferocemente e disperatamente solo, tutto teso con selvaggia pazienza e con qualsiasi mezzo, a ritagliarsi un angolo minuscolo di privilegio, un grammo in più di pane, un lavoro meno sfibrante. Gli altri, i sopraffatti dalle fatiche, dall’inedia, dal freddo, erano destinati a soccombere, ad essere eliminati, ormai distrutti e già morti prima di andare nelle camere a gas, perché troppo stanchi.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto _ scrive Levi _ e se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occbi non si possa leggere traccia del pensiero.
E, sempre a proposito di Auschwitz, Levi afferma:
Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuta. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.                                                                                                                                   
In mezzo a tanta desolazione, avvertiamo però ad un tratto nelle sue pagine la sferzata di energia che può provenire dalla forza morale emanata dalla grande poesia.
Levi sta lavorando con altri all’interno di una grande cisterna interrata con poca luce e la polvere di ruggine che gli brucia le palpebre. Arriva Jean, il prigioniero alsaziano che gode nel Kommando di una posizione particolare, perché è il più giovane (lo chiamano il Pikolo) e può scegliere chi lo accompagnerà a ritirare, con il carretto, la marmitta di cinquanta chili con il rancio giornaliero. Viene scelto Levi. Il ragazzo ha simpatia per lui, conosce bene il francese e vorrebbe imparare l’italiano.
Il tragitto è di circa un chilometro, ma Jean sceglie la via più lunga. E’ una chiara e tiepida mattinata di giugno e all’orizzonte si delineano i Carpazi bianchi di neve. Levi sceglie per la sua lezione il canto di Ulisse (Inferno, XXVI). Deve parlare di Dante, di Beatrice, di Virgilio. Il Pikolo è attentissimo e Levi comincia a declamare: Lo maggior corno della fiamma antica… Gli anni del Liceo sono purtroppo lontani e qualche verso è inesorabilmente dimenticato. L’episodio è lungo e il tempo passa velocemente. Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma a Levi preme arrivare alla terzina che sta fissa e luminosa nella sua memoria.                                              
Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza (1).
(1) voce arcaica, per conoscenza

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di  tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Forse il messaggio è arrivato perché riguarda tutti gli uomini in travaglio e Jean è intelligente. La conclusione avviene in fretta perché è tardi e sono arrivati alla cucina; sono ormai nella fila, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos.

Infin che il mar fu sopra a noi ricbiuso.

L’ultimo verso è pronunciato prima dell’annuncio ufficiale che la zuppa del giorno è di cavolo e rape: kraut und rüben.
Tina Borgogni Incoccia

Primo Levi, Se questo è un uomo. La tregua, Torino, Einaudi tascabili, 1999.

 Primo Levi: la materia e la letteratura

27 gennaio 2002. Giornata della memoria per le vittime dell’odio razziale
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

OGGI 19 APRILE ISRAELE E TUTTO IL MONDO EBRAICO FANNO MEMORIA DELLA SHOAH

http://www.lanzone.it/Shoah/Schede/insurr.htm

OGGI 19 APRILE ISRAELE E TUTTO IL MONDO EBRAICO FANNO MEMORIA DELLA SHOAH

L’insurrezione del ghetto di Varsavia. (19 aprile)

Tra i rarissimi episodi di resistenza degli ebrei contro le persecuzioni e lo sterminio attuati dai nazisti, l’insurrezione del ghetto di Varsavia (o di quanto restava di esso) fu certamente il più significativo per la sua valenza simbolica.
La resistenza interna al ghetto di Varsavia si costituì nell’inverno del 1941, per iniziativa del Zukunft (« l’Avvenire »), organizzazione giovanile del Bund (« Lega »), il partito socialista ebraico attivo in Polonia già nell’anteguerra. La scelta dell’inverno del 1941 per abbozzare una qualsivoglia forma di resistenza non fu casuale: i massacri degli ebrei dell’Europa orientale ebbero inizio soltanto dopo il giugno del 1941, ovvero dopo l’aggressione tedesca all’URSS. Nel febbraio del 1941 giunsero a Varsavia, tramite i canali di comunicazione delle organizzazioni politiche ebraico-polacche, le prime notizie sulle pratiche di sterminio attuate nel campo di Chelmno e sulle fucilazioni di massa avvenute in Bielorussia e in Ucraina. Il Zukunft decise di pubblicare un foglio clandestino per diffondere le notizie conosciute su tali pratiche tra gli ebrei, in maggioranza rassegnati a subire le persecuzioni e ignari del destino che veniva riservato loro.
Nel gennaio del 1942 le diverse organizzazioni politiche ebraiche tennero una conferenza unitaria all’interno del ghetto. Le organizzazioni Hashomer Hatzair (associazione di scoutismo ebraico di ispirazione sionista, fondata nel 1915) e Hechalutz (organizzazione giovanile del movimento sionista) proposero di creare un movimento di lotta comune, mentre il Zukunft, pur concordando sulla necessità di dar vita ad una vera e propria resistenza armata, cercò di raccordare le iniziative politiche interne al ghetto con la resistenza polacca e soprattutto con il Partito Socialista Polacco.
Mentre l’organizzazione della resistenza seguiva percorsi tortuosi anche per evitare di essere scoperta e distrutta sul nascere dai tedeschi, vennero messi in circolazione fogli d’informazione il cui scopo era quello di diffondere la consapevolezza della necessità di resistere con ogni mezzo ai nazisti. Soltanto il Zukunft pubblicava nell’inverno 1941-1942 ben 6 giornali clandestini: Der Werker (« Il Risveglio », settimanale, in yiddish), Biuletjn (« Il Bollettino », mensile, in polacco), Cajtfragn (« Problemi del Tempo », pubblicazione irregolare, in yiddish), Za nasza i wasza wolnosc (« Per la nostra libertà e la vostra », mensile, in polacco), Jungt Sztime (« La voce di giovani », mensile, in yiddish) e Nowa Mlodziez (« Nuova gioventù », mensile, in polacco).
Questa diffusione di stampa clandestina, sebbene molto difficile nelle condizioni vigenti nel ghetto, ebbe una importanza indiscutibile, poiché costituiva un chiaro segnale dell’esistenza almeno di frange di ebrei disposti a resistere ad ogni costo alle violenze naziste.
Nel giugno del 1942 le autorità naziste ordinarono allo Judenrat di Varsavia di pubblicare il decreto che ingiungeva a circa 380.000 ebrei di recarsi nella Umschagplatz, raccordo ferroviario ai confini del ghetto, per dare inizio ad una operazione di Umsiedlung. Pochi giorni dopo la pubblicazione del decreto, il presidente del Judenrat, Czerniakov, si suicidò, non sopportando la vergogna di essere stato costretto a collaborare attivamente alla distruzione annunciata degli ebrei rinchiusi nel ghetto. Il gesto di Czerniakov, peraltro, lasciava pochi dubbi agli ebrei che avessero voglia di comprendere cosa stava per accadere: il presidente del Judenrat aveva collaborato con le autorità tedesche al solo scopo di salvare gli abitanti del ghetto; il suo suicidio era la più evidente testimonianza che egli stesso non riteneva possibile raggiungere lo scopo che si era prefissato.
Il suicidio di Czerniakov segnò un punto di svolta per la resistenza interna al ghetto. Mentre da Treblinka, per mezzo della resistenza polacca, giungevano le prime notizie sul destino riservato agli ebrei deportati, le organizzazioni giovanili ebraiche decisero di dare un chiaro segnale della loro esistenza e di de-legittimazione di ciò che restava dello Judenrat e delle sue istituzioni: il 20 agosto 1942, mentre erano ancora in corso i rastrellamenti nazisti per la deportazione, Szerynski, capo della polizia ebraica del ghetto, venne gravemente ferito in un attentato: si trattava di un avvertimento a tutti i membri della polizia ebraica, che nei giorni del rastrellamento avevano attivamente collaborato con i nazisti.
Il 20 ottobre 1942 i diversi organismi politici che nell’anno precedente avevano diffuso la stampa clandestina si unirono tra loro, formando l’Organizzazione Ebraica di Combattimento (OEC), sotto la guida di Mordechai Anielewicz. L’OEC iniziò immediatamente a reperire armi leggere per il tramite della resistenza socialista polacca e pochi giorni dopo la sua costituzione diede inizio alle azioni armate: il 29 ottobre 1942 venne ucciso in un attentato Jacob Lejkin, nuovo capo della polizia ebraica del ghetto e il 29 novembre venne gravemente ferito Jacob First, membro del Judenrat incaricato di collaborare con i tedeschi alle deportazioni.
Ma la fase decisiva della resistenza ebraica ebbe inizio il 18 gennaio 1943, quando i tedeschi accerchiarono e bloccarono il ghetto, cercando di avviare la seconda fase delle deportazioni. A quell’epoca restavano nel ghetto non più di 40.000 ebrei (su circa 600.000) scampati alle deportazioni di luglio e agosto. Quando i tedeschi cercarono di penentrare nel ghetto per dare inizio ai rastrellamenti, si trovarono di fronte ad una inattesa resistenza armata e furono costretti a desistere per non subire perdite indesiderate. Da quel momento e sino all’aprile del 1943, l’OEC assunse di fatto il controllo del ghetto, contrastando qualunque azione tedesca
Il 19 aprile 1943 ebbe inizio l’attacco finale dell’esercito tedesco contro il ghetto di Varsavia. Malgrado l’evidente disparità delle forze in campo e la totale inadeguatezza dell’equipaggiamento militare dell’OEC (i rivoltosi disponevano di un centiunaio di pistole, meno di cento fucili e di rudimentali bombe « Molotov » costruite con mezzi di fortuna), i combattenti ebrei opposero una strenua resistenza alle truppe tedesche, guidate dal generale delle SS Stroop. Malgrado l’intervento dei carri armati, diverse centinaia di tedeschi e di ucraini ausiliari delle SS vennero uccisi. Il 6 maggio, vista la pessima piega presa dagli eventi, il generale Stroop ordinò alle sue truppe di cannoneggiare e di incendiare il ghetto.
L’8 maggio i tedeschi circondarono il comando dell’OEC, i cui dirigenti preferirono suicidarsi piuttosto che farsi catturare. Soltanto un piccolissimo numero di rivoltosi riuscì a sfuggire all’accerchiamento, utilizzando il sistema fognario per raggiungere la parte « ariana » di Varsavia. Al termine dei combattimenti, il 10 maggio 1943, il ghetto era stato letteralmente raso al suolo. Ciò nonostante, gli insorti erano riusciti ad ottenere un risultato straordinariamente importante, almeno sul piano simbolico. Non solo avevano dimostrato che la resistenza era impossibile: il loro esempio testimoniava del fatto che una opposizione più decisa alle violenze da parte di tutti gli ebrei avrebbe forse reso impossibile la realizzazione dello sterminio.

Publié dans:Shoah |on 19 avril, 2012 |Pas de commentaires »
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