Archive pour le 5 janvier, 2009

Solennità dell’Epifania

Solennità dell'Epifania dans immagini sacre

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6 gennaio 2008 : Papa Benedetto: omelia per la solennità dell’Epifania

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080106_epifania_it.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DELLA EPIFANIA DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Domenica, 6 gennaio 2008 

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi Cristo, Luce del mondo, e la sua manifestazione alle genti. Nel giorno di Natale il messaggio della liturgia suonava così: “Hodie descendit lux magna super terram – Oggi una grande luce discende sulla terra” (Messale Romano). A Betlemme, questa “grande luce” apparve a un piccolo nucleo di persone, un minuscolo “resto d’Israele”: la Vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e alcuni pastori. Una luce umile, come è nello stile del vero Dio; una fiammella accesa nella notte: un fragile neonato, che vagisce nel silenzio del mondo… Ma accompagnava quella nascita nascosta e sconosciuta l’inno di lode delle schiere celesti, che cantavano gloria e pace (cfr Lc 2,13-14).

Così quella luce, pur modesta nel suo apparire sulla terra, si proiettava con potenza nei cieli: la nascita del Re dei Giudei era stata annunciata dal sorgere di una stella, visibile da molto lontano. Fu questa la testimonianza di “alcuni Magi”, giunti da oriente a Gerusalemme poco dopo la nascita di Gesù, al tempo del re Erode (cfr Mt 2,1-2). Ancora una volta si richiamano e si rispondono il cielo e la terra, il cosmo e la storia. Le antiche profezie trovano riscontro nel linguaggio degli astri. “Una stella spunta da Giacobbe / e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17), aveva annunciato il veggente pagano Balaam, chiamato a maledire il popolo d’Israele, e che invece lo benedisse perché – gli rivelò Dio – “quel popolo è benedetto” (Nm 22,12). Cromazio di Aquileia, nel suo Commento al Vangelo di Matteo, mettendo in relazione Balaam con i Magi; scrive: “Quegli profetizzò che Cristo sarebbe venuto; costoro lo scorsero con gli occhi della fede”. E aggiunge un’osservazione importante: “La stella era scorta da tutti, ma non tutti ne compresero il senso. Allo stesso modo il Signore e Salvatore nostro è nato per tutti, ma non tutti lo hanno accolto” (ivi, 4,1-2). Appare qui il significato, nella prospettiva storica, del simbolo della luce applicato alla nascita di Cristo: esso esprime la speciale benedizione di Dio sulla discendenza di Abramo, destinata ad estendersi a tutti i popoli della terra.

L’avvenimento evangelico che ricordiamo nell’Epifania – la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme – ci rimanda così alle origini della storia del popolo di Dio, cioè alla chiamata di Abramo. Siamo al capitolo 12° del Libro della Genesi. I primi 11 capitoli sono come grandi affreschi che rispondono ad alcune domande fondamentali dell’umanità: qual è l’origine dell’universo e del genere umano? Da dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà? Tra i racconti iniziali della Bibbia, compare una prima “alleanza”, stabilita da Dio con Noè, dopo il diluvio. Si tratta di un’alleanza universale, che riguarda tutta l’umanità: il nuovo patto con la famiglia di Noè è insieme patto con “ogni carne”. Poi, prima della chiamata di Abramo si trova un altro grande affresco molto importante per capire il senso dell’Epifania: quello della torre di  Babele. Afferma il testo sacro che in origine “tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole” (Gn 11,1). Poi gli uomini dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra” (Gn 11,4). La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (cfr Gn 11,7-8). Questo significa “Babele”, e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre.

A questo punto inizia la storia della benedizione, con la chiamata di Abramo: incomincia il grande disegno di Dio per fare dell’umanità una famiglia, mediante l’alleanza con un popolo nuovo, da Lui scelto perché sia una benedizione in mezzo a tutte le genti (cfr Gn 12,1-3). Questo piano divino è tuttora in corso e ha avuto il suo momento culminante nel mistero di Cristo. Da allora sono iniziati gli “ultimi tempi”, nel senso che il disegno è stato pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La stessa Chiesa, depositaria della benedizione, è santa e composta di peccatori, segnata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora”. Nella pienezza dei tempi Gesù Cristo è venuto a portare a compimento l’alleanza: Lui stesso, vero Dio e vero uomo, è il Sacramento della fedeltà di Dio al suo disegno di salvezza per l’intera umanità, per tutti noi.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità. E’ l’inizio di un movimento opposto a quello di Babele: dalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione. Scorgiamo così un legame tra l’Epifania e la Pentecoste: se il Natale di Cristo, che è il Capo, è anche il Natale della Chiesa, suo corpo, noi vediamo nei Magi i popoli che si aggregano al resto d’Israele, preannunciando il grande segno della “Chiesa poliglotta”, attuato dallo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la Pasqua. L’amore fedele e tenace di Dio, che mai viene meno alla sua alleanza di generazione in generazione. E’ il “mistero” di cui parla san Paolo nelle sue Lettere, anche nel brano della Lettera agli Efesini poc’anzi proclamato: l’Apostolo afferma che tale mistero “gli è stato fatto conoscere per rivelazione” (Ef 3,3) e lui è incaricato di farlo conoscere.

Questo “mistero” della fedeltà di Dio costituisce la speranza della storia. Certo, esso è contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l’umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi. La Chiesa è, nella storia, al servizio di questo “mistero” di benedizione per l’intera umanità. In questo mistero della fedeltà di Dio, la Chiesa assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso. Infatti resta sempre valida la parola di Dio rivelata per mezzo del profeta Isaia: “… le tenebre ricoprono la terra, / nebbia fitta avvolge le nazioni; / ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te” (Is 60,2). Quanto il profeta annuncia a Gerusalemme, si compie nella Chiesa di Cristo: “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60,3).

Con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità. Anche oggi, tuttavia, resta in molti sensi  vero quanto diceva il profeta: “nebbia fitta avvolge le nazioni” e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza  può essere solo Dio … non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” (Enc. Spe salvi n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto. Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile. Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio. Il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!

di Sandro Magister : A Gaza il Vaticano alza bandiera bianca

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/213171

A Gaza il Vaticano alza bandiera bianca

Hamas nega a Israele il diritto di esistere. Ma per la diplomazia pontificia lo stato ebraico sbaglia a difendere con le armi la propria vita. Il Custode della Terra Santa svela le ragioni che sottostanno alla politica della Chiesa nel Vicino Oriente

di Sandro Magister  

ROMA, 4 gennaio 2009 – Nei giorni delle festività natalizie Benedetto XVI è intervenuto più volte contro la guerra che ha per epicentro Gaza.

Ma le sue parole sono cadute nel vuoto. Insuccesso non nuovo per le autorità della Santa Sede, ogni volta che si confrontano con la questione di Israele.

In più di tre anni di pontificato, Benedetto XVI ha innovato in ciò che riguarda i rapporti tra le due fedi, la cristiana e l’ebraica. Ha innovato anche a rischio di incomprensioni e contrarietà, sia tra i cattolici sia tra gli ebrei.

Ma nel frattempo poco o nulla sembra essere cambiato nella politica vaticana nei confronti di Israele.

La sola variante, marginale, è negli accenti. Fino a un paio d’anni fa, con il cardinale Angelo Sodano segretario di stato e con Mario Agnes direttore dell’ »Osservatore Romano », le critiche a Israele erano incessanti, pesanti, a tratti sfrontate. Oggi non più. Col cardinale Tarcisio Bertone la segreteria di stato ha ammorbidito i toni e sotto la direzione di Giovanni Maria Vian « L’Osservatore Romano » ha cessato di lanciare invettive e ha allargato gli spazi del dibattito religioso e culturale.

Ma la politica generale è rimasta la stessa. Di certo le autorità della Chiesa cattolica non difendono l’esistenza di Israele – che i suoi nemici vogliono annientare ed è la vera, ultima posta in gioco del conflitto – con la stessa esplicita, fortissima determinazione con cui alzano la voce in difesa dei principi “innegoziabili” riguardanti la vita umana.

Lo si è visto nei giorni scorsi. Le autorità della Chiesa e lo stesso Benedetto XVI hanno levato la loro voce di condanna contro « la massiccia violenza scoppiata nella striscia di Gaza in risposta ad altra violenza » solo dopo che Israele ha iniziato a bombardare in quel territorio le postazioni del movimento terroristico Hamas. Non prima. Non quando Hamas consolidava il suo dominio feroce su Gaza, massacrava i musulmani fedeli al presidente Abu Mazen, umiliava le minuscole comunità cristiane, lanciava ogni giorno decine di missili contro le popolazioni israeliane dell’area circostante.

Nei confronti di Hamas e della sua ostentata « missione » di cancellare lo stato ebraico dalla faccia della terra, di Hamas come avamposto delle mire egemoniche dell’Iran nel Vicino Oriente, di Hamas come alleato di Hezbollah e della Siria, le autorità vaticane non hanno mai acceso l’allarme rosso. Non hanno mai mostrato di giudicare Hamas un rischio mortale per Israele, un ostacolo alla nascita di uno stato palestinese, oltre che un incubo per i regimi arabi dell’area, dall’Egitto alla Giordania all’Arabia Saudita.

Su « L’Osservatore Romano » del 29-30 dicembre, in un commento di prima pagina firmato da Luca M. Possati e controllato parola per parola dalla segreteria di stato vaticana, si è sostenuto che « per lo stato ebraico la sola idea di sicurezza possibile deve passare attraverso il dialogo con tutti, persino per chi non lo riconosce ». Leggi: Hamas.

E sullo stesso numero del giornale vaticano – in una dichiarazione anch’essa concordata con la segreteria di stato – il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, dopo aver deplorato la « sproporzionata » reazione militare di Israele, ribadiva lo stesso concetto: « Dobbiamo avere l’umiltà di sederci attorno a un tavolo e di ascoltarci l’uno con l’altro ». Non una parola su Hamas e sul suo pregiudiziale rifiuto di accettare la stessa esistenza di Israele.

Nessun rilievo, invece, ha dato « L’Osservatore Romano » alle contemporanee dichiarazioni del capo del governo della Germania, Angela Merkel, secondo cui « è un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio » e la responsabilità dell’attacco israeliano a Gaza è « chiaramente ed esclusivamente » di Hamas.

Affermando ciò, il cancelliere tedesco ha rotto il coro di deplorazione che si è levato puntualmente anche questa volta da molte cancellerie – e dal Vaticano – dopo che Israele aveva esercitato con le armi il suo diritto all’autodifesa. In Italia, l’esperto di geopolitica che più ha dato risalto alla presa di posizione di Angela Merkel, sul quotidiano « La Stampa », è stato Vittorio E. Parsi, professore di politica internazionale all’Università Cattolica di Milano e fino a pochi mesi fa commentatore di punta di « Avvenire », il giornale della conferenza episcopale italiana. Su « Avvenire », Parsi aveva scritto due anni fa, all’epoca della guerra in Libano, un editoriale dal titolo « Le ragioni di Israele », nel quale diceva:

« L’amara realtà è che, nella regione mediorientale, la presenza di Israele è ritenuta ‘provvisoria’, e la garanzia della sopravvivenza dello stato ebraico è riposta – per quanto sia amaro dirlo – nella sua superiorità militare ».

Il problema è che la « provvisorietà » dello stato di Israele è pensiero condiviso da una parte significativa della Chiesa cattolica. Ed è questo pensiero a influire sulla politica vaticana nel Vicino Oriente, a bloccarla su vecchie opzioni prive di efficacia e a impedirle di afferrare le novità che pur sono divenute evidenti in questi giorni, tra le quali la crescente, fortissima avversione ad Hamas dei principali regimi arabi e degli stessi palestinesi dei Territori, oggettivamente più vicini oggi alle ragioni di Israele di quanto non lo sia il Vaticano.

* * *

Sul concetto della « provvisorietà » di Israele e sul suo influsso nella Chiesa cattolica è illuminante un libro-intervista uscito in questi giorni in Italia con il Custode della Terra Santa, il francescano Pierbattista Pizzaballa.

Padre Pizzaballa, in carica dal 2004, è assieme al nunzio e al patriarca latino di Gerusalemme uno dei più autorevoli rappresentanti della Chiesa cattolica in Israele. Ed è anche quello che si esprime con più libertà.

Ebbene, premesso che i cristiani in Terra Santa sono oggi solo l’1 per cento della popolazione e sono quasi tutti palestinesi, padre Pizzaballa ricorda che « i cristiani sono stati protagonisti fino a pochi decenni fa delle cosiddette lotte risorgimentali arabe » in Palestina, in Libano, nella Siria. Oggi essi « non contano più nulla, politicamente, nel conflitto israelo-palestinese », dove hanno molto più peso le componenti islamiste. I cristiani hanno però conservato quel « rifiuto ad accettare Israele » che persiste in una larga parte del mondo arabo.

Una prova di questo rifiuto, aggiunge Pizzaballa, è stata l’opposizione agli accordi fondamentali e allo scambio di rappresentanze diplomatiche stabiliti nel 1993 tra la Santa Sede e lo stato d’Israele:

« Non è stato facile per la Chiesa locale accettare la svolta. Il mondo cristiano di Terra Santa è prevalentemente arabo-palestinese, quindi non era così scontato il consenso. E questo rende il gesto della Santa Sede ancor più coraggioso. Ricordo molto bene i problemi che ci furono, le paure, i commenti che non erano affatto entusiastici. Sembrava quasi un tradimento delle ragioni dei palestinesi, perché da parte palestinese si è sempre vista la storia di Israele come la negazione delle proprie ragioni ».

E ancora:

« Nel febbraio 2000 c’è stato l’accordo della Santa Sede anche con l’Autorità Palestinese, che ha un po’ calmato quella paura ».

Ma un’idea di fondo è rimasta:

« Quando si dice che se Israele non ci fosse non ci sarebbero tutti questi problemi, sembra quasi che Israele sia la fonte di tutti i mali del Medio Oriente. Non credo che sia così. È un dato di fatto, comunque, che Israele non è ancora stato accettato dalla stragrande maggioranza dei paesi arabi ».

* * *

Se Israele non ci fosse, o se comunque non agisse come agisce… Va tenuto conto che simili pensieri corrono non soltanto tra i cristiani arabi, ma anche tra esponenti di rilievo della Chiesa cattolica che vivono fuori della Terra Santa e a Roma.

Uno di questi, ad esempio, è il gesuita Samir Khalil Samir, egiziano di nascita, islamologo tra i più ascoltati in Vaticano, che in un suo « decalogo » di due anni fa per la pace in Medio Oriente ha scritto:

« La radice del problema israelo-palestinese non è religiosa né etnica; è puramente politica. Il problema risale alla creazione dello stato d’Israele e alla spartizione della Palestina nel 1948 – a seguito della persecuzione organizzata sistematicamente contro gli ebrei – decisa dalle grandi potenze senza tener conto delle popolazioni presenti in Terra Santa. È questa la causa reale di tutte le guerre che ne sono seguite. Per porre rimedio a una grave ingiustizia commessa in Europa contro un terzo della popolazione ebrea mondiale, la stessa Europa, appoggiata dalle altre nazioni più potenti, ha deciso e ha commesso una nuova ingiustizia contro la popolazione palestinese, innocente rispetto al martirio degli ebrei ».

Detto questo, padre Samir sostiene comunque che l’esistenza di Israele è oggi un dato di fatto che non può essere rifiutato, indipendentemente dal suo peccato d’origine. Ed è questa anche la posizione ufficiale della Santa Sede, da tempo favorevole ai due stati israeliano e palestinese.

In subordine all’accettazione di Israele, permane tuttavia, in Vaticano, una ulteriore riserva. Non sull’esistenza dello stato, ma sui suoi atti. Tale riserva è espressa nelle forme e nelle occasioni più varie e consiste nel ripetere, ogni volta che scoppia un conflitto, il giudizio che gli arabi sono vittime e gli israeliani oppressori. Anche il terrorismo islamista è ricondotto a questa causa di fondo:

« Molti problemi attribuiti oggi quasi esclusivamente alle differenze culturali e religiose trovano la loro origine in innumerevoli ingiustizie economiche e sociali. Ciò è vero anche nella complessa vicenda del popolo palestinese. Nella Striscia di Gaza da decenni la dignità dell’uomo viene calpestata; l’odio e il fondamentalismo omicida trovano alimento ».

Ad esprimersi così – ultimo tra le autorità vaticane – è stato il cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio della giustizia e della pace, in un’intervista a « L’Osservatore Romano » del 1 gennaio 2009.

Non una parola sul fatto che Israele si è ritirato da Gaza nell’estate del 2005 e che Hamas vi ha preso il potere con la forza nel giugno del 2007.

__________
Il libro:

Pierbattista Pizzaballa, « Terra Santa », intervista di Giorgio Acquaviva, Editrice La Scuola, Brescia, 2008, pp. 122, euro 9,00.

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buona notte

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Guglielmo di Saint-Thierry : « Vedrete il cielo aperto »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/05/2009#

Guglielmo di Saint-Thierry (circa 1085-1148), monaco benedettino poi cistercense
Meditativae orationes, VI, 5-7 ; SC 324, 109

« Vedrete il cielo aperto »
Se basta che due o tre siano riuniti nel tuo nome per vedere te in mezzo a loro (Mt 18,20)…, cosa dire di quel luogo dove hai riunito tutti i santi che « hanno sancito con te l’alleanza offrendo un sacrificio », e sono divenuti come « il cielo che annunzia la tua giustizia » ? (Sal 49, 5-6)

Il discepolo che tu amavi non è stato l’unico a trovare il cammino che sale al cielo ; non a lui solo è stata mostrata una porta aperta nel cielo (Ap 4,1). Infatti, con la tu stessa bocca hai dichiarato a tutti : « Io sono la porta : se uno entra attraverso di me, sarà salvo » (Gv 10,9). Sei dunque tu la porta, e secondo quello che hai aggiunto, apri a chiunque vuole entrare.

A noi però che siamo sulla terra, a cosa giova vedere una porta aperta nel cielo, se non abbiamo il mezzo per salirvi ? Risponde San Paolo : «  Colui che discese è lo stesso che anche ascese » (Ef 4,9). Chi è costui ? L’amore. Infatti, Signore, dai nostri cuori l’amore ascende verso di te, perché l’amore è disceso da te verso di noi. Perché ci hai amati, sei disceso fino a noi ; amandoti potremo ascendere fino a te. Tu che hai detto : « Sono la porta », ti prego, in nome tuo, apriti davanti a noi ! Vedremo allora più chiaramente di quale dimora sei la porta, e quando e a chi tu apri.

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