Archive pour le 24 janvier, 2013

San Paolo Apostolo

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RITORNARE A SAN PAOLO: PERCHÉ MORIRE È UN GUADAGNO

http://www.stpauls.it/coopera/1206cp/ritornareasanpaolo.htm

 RITORNARE A SAN PAOLO

 di Angelo Colacrai, ssp

Perché morire è un guadagno

Paolo insegna la necessità di morire come e con Cristo. Chiunque accoglie Gesù, crocifisso, morto e sepolto, come il Cristo e Signore, accoglie il Figlio risorto, esaltato dal Padre.
La morte è solo una porta di ingresso nella Famiglia di Dio. Già celebrare comunitariamente l’Eucaristia, è koinonía con il Padre e il Figlio, primogenito fra molti fratelli. Per Paolo morire è guadagnare la vita quando è un donarsi come Gesù sulla croce; è lo spendersi e sopraspendersi come liturgo di Cristo, adempiendo la liturgia dell’annuncio perché la famiglia umana divenga offerta gradita, santificata dallo Spirito. Fare l’apostolo è versare la vita, portandosi addosso la morte di Gesù salvatore degli uomini.
Particolari della parete absidale mosaicata della Chiesa di San Paolo Apostolo di Barletta. Nella parte centrale c’è il crocifisso e davanti, stretto al crocifisso, si trova santo Stefano ferito dalle pietre della lapidazione che ancora stanno ai suoi piedi. A sinistra della croce giace il corpo di san Paolo. A destra, guardando la croce, in posizione speculare a san Paolo – caduto con le braccia anch’esse aperte sulla croce – si trova la piscina battesimale in forma di croce.
RITMO A DUE TEMPI
Paolo parla di morte, ma sempre in connessione alla risurrezione e alla vita nuova. Nell’articolazione del suo pensiero intenso, insieme umanistico e teologico, unisce tre termini che singolarmente presi hanno significati opposti.
Paolo riesce a superare questa contraddizione fondamentale del morire, allineandola, meglio facendone il principio di una vita nuova, eterna.
Nell’ordine alfabetico del testo greco, riporto l’elenco (quasi) completo dei termini con cui Paolo insegna il mistero pasquale: – athanasía, un termine usato 3 volte, significa « immortalità ». Nell’AT greco ricorre solo nell’apocrifo 4Mac 14,5; 16,13 e nel libro della Sap 3,4; 4,1; 8,13.17; 15,3. Paolo lo usa in 1Cor 15,53-54; 1Tm 6,16. Nel resto del NT, il termine è sconosciuto. – anazáo, 1 (Rm 7,9), « riprendo vita », indica l’azione del peccato, anch’esso vivo come una realtà micidiale.
– anástasis, 8 (Rm 1,4; 6,5; 1Cor 15,12-13.21.42; Fil 3,10; 2Tm 2,18), la « risurrezione »; – apothneisko, 42 (cfr. Rm 5,7; 6,10; 14,8; 2Cor 5,14-15) significa « muoio ». – aphtharsía, 7 volte nel corpus paulinum, significa « incorruttibilità »; è sconosciuta al resto del NT, mentre ricorre nell’AT greco (4Mac 9,22; 17,12; Sap 2,23; 6,18-19; Rm 2,7; 1Cor 15,42.50.53-54; Ef 6,24; 2Tm 1,10): la vita eterna, percepibile come incorruttibilità, è per coloro che, perseverando nelle opere di bene, dono di sé, cercano gloria e onore che sono attributi divini.
L’aggettivo áphthartos, 4 volte, in Rm 1,23; 1Cor 9,25; 15,52; 1Tm 1,17, significa « incorruttibile » ed è usato anche altrove nell’AT e nel NT (Sap 12,1; 18,4; Mc 16,8; 1Pt 1,4.23; 3,4). Di per sé riferito solo a Dio, Re dei secoli, mentre uomini e donne, animali e cose sono corruttibili o corrotti, pur potendo aspirare all’incorruttibilità della risurrezione come ad una corona regale. La vita dopo la morte è descritta fondamentalmente dal verbo egeíro, usato 41 volte da Paolo (cfr. Rm 4,24; 8,11; 1Cor 15,15-16; 2Cor 4,14; 2Tm 2,8) come il superamento della morte ingloriosa di Gesù crocifisso. Significa « io risorgo ».
Anche l’exanástasis, (solo in Fil 3,11), « risurrezione da » (dai morti) è termine paolino (cfr. il testo greco di Gn 7,4, dove ha un significato opposto: cancellazione degli uomini dalla faccia della terra) come conseguenza immediata del conformarsi alla morte di Gesù.
Anche exegeíro (in Rm 9,17; 1Cor 6,14), « risorgo da », è usato, solo da Paolo nel NT, per indicare la risurrezione dei credenti basata sulla risurrezione del Signore ad opera del Padre.
Davvero conosciamo Cristo crocifisso e Dio che lo esalta, morendo apostolicamente.
La morte, cioè, compresa l’esecuzione di una condanna, è un’esperienza cristiana imprescindibile: il termine epithanátios, (1Cor 4,9), « condannato a morte », è autobiografico per Paolo, che, assieme agli altri apostoli come lui, è messo all’ultimo posto.
La morte per scomunica è dunque la migliore, come per Gesù, quella che garantisce la vita nuova. Il verbo záo, « io vivo », è usato almeno 59 volte da Paolo (cfr. Rm 1,17; 6,2; 8,13; 14,8-9; 2Cor 5,15; 13,4; Gal 2,20), per rivelare come « il giusto », o il credente nella croce, viva di fede « per Dio in Cristo Gesù », Signore dei morti e dei vivi – mentre godersi la vita « secondo la carne », vivendo per se stessi, non ha un futuro oltre il proprio io. La « vita » zoa, 37 volte nel corpus paulinum (cfr. 2Cor 2,16; Gal 6,8) indica sia quella presente che la futura. Il verbo zoiogonéo, (1Tm 6,13), « do vita », può usarlo in prima persona, davvero solo Dio mentre zoiopoiéo (Rm 4,17; 8,11; 1Cor 15,22.36.45; 2Cor 3,6; Gal 3,21), « faccio vivere », è almeno in un caso, riferito anche all’ultimo Adamo, a Gesù risorto che divenne e resta per sempre « spirito datore di vita ».
Morire da cristiani e da apostoli, come Paolo, è dunque una necessità. Il sostantivo maschile thánatos, la « morte » (cfr. Rm 5,12; 7,13; 1Cor 15,55; 2Cor 2,16), domina sovrana la storia degli uomini soprattutto dell’AT, fino alla morte sulla croce di Gesù. Il verbo thneisko, 1 (solo in 1Tm 5,6), « muoio », indica la morte di una giovane vedova che si abbandona ai piaceri della vita da single; thnetós (Rm 6,12; 8,11; 1Cor 15,53-54; 2Cor 4,11; 5,4) ricorda quanto ciò che è umano è « mortale ».
MA MORIRE DA CRISTIANI CHE SIGNIFICA?
Nel NT, e anche in Paolo, è usato koimáomai (1Cor 7,39; 11,30; 15,6.18.20.51; 1Ts 4,13-15), da cui la parola « cimitero ». Questo verbo ci induce a considerare la morte come un sonno, « io mi addormento » – anche se la CEI, e non ne comprendo il perché, drammatizza con « io muoio », per Cristo, risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti (= che si sono addormentati).
La morte è comunque una realtà che riduce progressivamente la vitalità personale. Paolo usa infatti anche l’aggettivo nekrós, 43 (cfr. Rm 1,4; 8,11; 1Cor 15,12.29; 2Tm 4,1), « necrotico » e il sostantivo nékrosis (in Rm 4,19; 2Cor 4,10), « necrosi » pensando al corpo del vecchio Abramo e al grembo seccato e sterile della moglie Sara, dai quali, però, per grazia sarà generato Isacco, il figlio della promessa. È però la necrosi di Gesù, sulla croce svuotato della sua dignità, vitalità, giovinezza, che Paolo fa sua nel compimento della missione. Solo questa necrosi, evangelica e apostolica, garantisce la rivelazione di Gesù risorto, Signore della vita.
Paolo inventa il suo linguaggio per indicare questa connessione esistenziale tra morte e vita. Solo lui, in tutta la Bibbia, usa syzáo in Rm 6,8; 2Cor 7,3; 2Tm 2,11, « convivo », per dire che se siamo con-morti con Cristo, in quanto con-crocifissi apostolicamente insieme a lui, crediamo che con-vivremo con lui.
IL MERITO DI UN ESSERE UMANO È CONFORMARSI FEDELMENTE ALLA MORTE DI GESÙ.
Paolo usa anche syzoopoiéo (in Ef 2,5; Col 2,13), « faccio con-vivere » assieme a synapothneisko (in 2Cor 7,3; 2Tm 2,11) « muoio con ». Il contrario è synegeíro, 3 (Ef 2,6; Col 2,12; 3,1), « risorgo con »: chi muore con Cristo risorge con lui.
L’ultimo termine che registriamo in questa lista, è phthartós, in Rm 1,23; 1Cor 9,25; 15,53-54: indica l’essere « soggetto a corruzione ». il corpo,anche quello di Paolo, è corruttibile ossia mortale; ma alla fine si veste d’incorruttibilità e d’immortalità.
Morire con e come Cristo – e vivere e morire come Paolo per la nostra Famiglia Paolina – è una necessità, ma anche merito nella prospettiva dell’esaltazione nella vita stessa del nuovo Adamo, spirituale e immortale, come quella del Padre. Ci è dunque necessario morire per vivere secondo il ritmo delle feste di Pasqua.
LA VITA COME COMPIMENTO
Il Padre chiama all’esistenza figli e cose che ancora non sono e, parallelamente, dà vita a chi, come Abramo e Sara, sono necrotizzati, per generare Isacco, figura di Cristo. Per Abramo, la vita è promessa divina, mantenuta (Rm 4,17) mentre nel corpo sta avanzando la morte.
Credere in Dio Creatore è presupposto della fede cristiana, essendo già fiducioso abbandono in « Colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore ».
LA VIA DIPENDE DAL PADRE E DAL FIGLIO
Per Paolo proclamare la croce è necessario come primo tempo di un ritmo pasquale, quello della promessa che Dio manterrà. Il secondo, della definitiva giustizia che è virtù divina, è appunto quello della risurrezione. Se la vita è compimento di una promessa, o di un patto fedele, la morte è necessaria all’apostolo.
Se, infatti, quand’eravamo nemici, – ragiona Paolo – siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati saremo salvati mediante la sua vita (Rm 5,10). Gesù muore per fedeltà.
Infatti se per la caduta di uno solo, la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo (Rm 5,17).
La morte obbediente, apostolica, di Gesù è principio di vita nuova. Se per il battesimo siamo stati sepolti con lui nella morte, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, anche noi possiamo camminare, per sempre, in una vita nuova (cfr. Rm 6,4).
La morte di Gesù è inscindibile dalla vita. Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, più non muore; la morte non ha potere su di lui. Se Gesù mori, mori per il peccato una volta per tutte; ora vive e vive per Dio e da Dio, per sempre. La morte è finita. Perché se mediante la morte di Cristo, anche noi siamo messi a morte per quanto riguarda la Legge e i precetti, già apparteniamo a un altro Signore, risuscitato dai morti (cfr. Rm 7,4). È la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù. È lo Spirito la stessa vita del Risorto che ci ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rm 8,2).
DISANGUIBAZIONE FINALE
Sempre in Romani, Paolo usa « morte » e « vita » solo a partire dal Crocifisso Risorto. Se la carne di per sé tende alla morte, lo Spirito tende alla vita e alla pace. Ora, se Cristo è in noi, il corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita filiale e fraterna. E se lo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti abita in noi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche a corpi mortali per mezzo dello Spirito che pure abita in noi.
Per Paolo, la vita è spirituale. Infatti, « se vivete secondo la carne, morirete. Ma se, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete ».
La vita è un’indissolubile connessione, la nuova alleanza con Dio in Cristo. « Io sono infatti persuaso – sostiene Paolo – che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che e in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8,38-39). La vita è fedeltà del Creatore e del Salvatore; è relazione familiare, filiale e fraterna con Dio, che non muore.
CAMBIO DI PROSPETTIVA
La vita, ma anche la morte, per Paolo sono termini apostolici. La missione da compiere è diventare per alcuni odore di morte per la morte e per altri odore di vita per la vita (cfr. 2Cor 2,16). Un giudizio è necessario per un ministro della nuova alleanza, – non però della lettera ma dello Spirito; perché la lettera (la Legge) produce la morte, lo Spirito invece dà vita – portando sempre e dovunque nel corpo la morte di Gesù, perché anche la sua vita si manifesti. Poco importa, al presente, l’essere consegnati alla morte; questo avviene perché la vita del Cristo si manifesti. Cosicché se nel ministro agisce la morte, parola della croce, in chi l’accoglie si rivela il Risorto.
VIVERE È CRISTO
La morte dell’apostolo è vangelo. Nella 1Ts, Paolo invita ad attendere il Figlio, che il Padre ha risuscitato, Gesù, che ci libera dall’ira che viene. Vivere è attendere la morte come un incontro definitivo, nuziale. Se crediamo nel vangelo pasquale, allora Dio radunerà con suo Figlio coloro che sono morti. Gesù si è consegnato alla morte perché, « sia che noi vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui » (1Ts 5,10).
E quando il nostro corpo si sarà « abbigliato », anch’esso d’immortalità, si compirà la festa promessa dalla Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria (1Cor 15,54). Allora anche la morte degli apostoli sarà una buona notizia, un annuncio magari in sordina, del Signore che viene, come via, verità e vita per chi lo sta aspettando scomparendo un tantino ogni giorno.

Angelo Colacrai, ssp 

IL PAPA: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO, UN INCONTRO CON CRISTO (2008)

http://www.zenit.org/article-15303?l=italian

IL PAPA: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO, UN INCONTRO CON CRISTO

Catechesi all’udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale nell’aula Paolo VI.

Nel suo discorso, il Papa ha continuato il ciclo di catechesi sulla figura dell’Apostolo Paolo, commentando la conversione di San Paolo.

* * *
Cari fratelli e sorelle,
la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare « perdita » e « spazzatura » tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo?
Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo « sì » a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere.
Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche « illuminazione », perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11).
Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: « Ultimo fra tutti apparve anche a me » (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: « Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato » (cfr Rm 1,5); e ancora: « Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro? » (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: « Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco ». In questa « autoapologia » sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.
Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: « Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto » (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo.
Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo « io », ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui « spazzatura »; non è più « guadagno », ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo.
Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l’apostolo dei pagani.
Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l’incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, ai religiosi e alle religiose, figli spirituali di don Orione, che ricordano quest’anno significative ricorrenze giubilari, come pure ai Missionari del Pontificio Istituto Missioni estere. Cari fratelli e sorelle, vi accolgo volentieri ed auspico di cuore che il vostro pellegrinaggio apporti frutti di bene a voi ed alle vostre comunità. Saluto inoltre i fedeli del Duomo di Oderzo e quelli del Santuario Santi Cosma e Damiano, in Eboli. Cari amici, la sosta presso la tomba di Pietro vi rafforzi nella fede cosicché, di ritorno alle vostre case, possiate rendere testimonianza dell’esperienza spirituale vissuta in questi giorni.
Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, riprendendo dopo le vacanze le consuete attività quotidiane, tornate al ritmo regolare del vostro intimo dialogo con Dio, diffondendo con la vostra testimonianza la sua luce attorno a voi. Voi, cari malati, trovate sostegno e conforto in Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un contatto costante con il Signore che dona la salvezza a tutti e attingete al suo amore perché anche il vostro sia sempre più saldo e duraturo.

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