Archive pour le 30 janvier, 2013

Cristo e i Dodici Apostoli

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COME TRATTIAMO I NOSTRI FIGLI?

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COME TRATTIAMO I NOSTRI FIGLI?

È necessario proporre un nuovo modello formativo che possa risolvere la crisi educativa delle nuove generazioni e ricordare ai genitori le proprie responsabilità verso i figli

Don Anderson Alves
ROMA, Tuesday, 29 January 2013 (Zenit.org).
Attualmente si avverte sempre più una crisi educativa, una “intensa” crisi educativa. Ad un livello generale è possibile constatare che la soglia media di educazione è drasticamente diminuita con la conseguenza di grosse difficoltà nella realizzazione del processo di formazione dei giovani.
Sia i bambini che gli adolescenti imparano sempre meno. L’autorità dei docenti tende a offuscarsi e i giovani, nel pieno di un’apparente energia fisica, avvertono un senso di solitudine e di disorientamento. Ciò accade proprio in un’epoca d’incredibile sviluppo della pedagogia. Mai come in questi tempi ci sono state tante persone a studiare questa scienza con il risultato di così tante teorie pedagogiche. E, soprattutto, la crisi si è intensificata in un periodo di sviluppo materiale, proprio nelle società del benessere.
La nostra tesi quindi è che una delle principali cause della crisi attuale nell’educazione non sia la mancanza di risorse, ma qualcosa di più profondo: ovvero il fatto che non sappiamo più come trattare i nostri figli.
Sino alla metà del secolo scorso, si aveva un’idea ben chiara di cosa fossero i figli: innanzitutto un dono di Dio, un regalo datoci per essere curato con attenzione e affetto, ma anche molta responsabilità. La paternità veniva considerata, dunque, una speciale partecipazione al potere creatore di Dio, e di conseguenza i figli erano trattati con rispetto e la vita accolta con allegria e generosità.
Ciò era dovuto al fatto che il nostro modo di vivere sino ad allora era segnato dagli insegnamenti della cultura giudaico-cristiana. Si seguiva l’esempio di personaggi come Anna (1, Sam. 1), una donna sterile che chiese più volte a Dio un figlio. Dio realizzò il suo desiderio, ascoltando le sue ferventi orazioni, e la donna andava ogni anno al tempio di Israele per ringraziarlo del dono ricevuto. Anna era quindi pienamente cosciente del fatto che la vita umana venisse da Dio e ritornasse a Dio, essendo nulla impossibile a Lui.
A partire dalla rivoluzione del 1968, però, sorse una nuova cultura che abbandonò totalmente la visione biblica. Sigmund Freud sognava un giorno in cui la generazione dei figli si sarebbe separata dalla struttura familiare; un’idea questa che a partire dal 1968 cominciò ad essere sempre più frequente. Da allora, infatti, si infuse nei giovani l’idea che i figli fossero un ostacolo, qualcosa di limitante la propria libertà personale.
I figli cominciarono pertanto ad essere considerati una minaccia e la gravidanza una sorta di malattia da evitare ad ogni costo. Oggi, invece, alle persone, in particolare quelle che non sono più così giovani, è stata inculcata l’idea che i figli siano un “diritto”.
Tra una teoria e l’altra, quindi, i figli vengono considerati o come “minaccia” o come un “diritto”, mai come un dono. E da ciò emergono i problemi più gravi.
Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dal Census Bureau e dall’American Community Survey, 15 milioni di bambini (uno su tre) cresce senza il padre e altri 5 milioni senza la madre. In Gran Bretagna, invece, nel 2012, avere un padre risulta nella top 10 dei regali chiesti a Babbo Natale. Anche in Italia sono oltre 2 milioni e 800 mila i bambini inseriti in famiglie monogenitoriali: 2 milioni e 400 mila circa vivono senza padre e altri 400 mila senza madre [1].
Il rischio attuale è che gli adulti ritengano i propri figli una specie di “merce”, un sogno consumistico da realizzare in un momento perfettamente determinato. I figli sono ogni volta di più un frutto di calcoli e non piuttosto di amore. Ciò lascia una ferita profonda nei figli stessi.
Soprattutto il non considerare più i figli come dono di Dio ma averli attraverso un risultato tecnico, costituisce un passo significativo verso la destrutturazione delle famiglie e la distruzione dell’educazione. Di fatto succede spesso che i genitori, paradossalmente, tentino di iper-proteggere i figli, cercando di sollevarli da qualsiasi pericolo, ma, al tempo stesso, non hanno nessuna voglia di trovare del tempo per dedicarsi al difficile compito di educarli. I bambini vengono mandati ancora prima a scuola e i professori devono impegnarsi a trasmettere valori che i bambini avrebbero dovuto ricevere invece a casa.
C’è poi un altro grave pericolo: gli adulti cercano di aver figli più per ricevere da questi ultimi un’approvazione che per trasmettere loro un amore totale, gratuito e disinteressato. Molte volte, però, nelle famiglie, succede qualcosa di orribile: i genitori finiscono per comportarsi come bambini, lamentandosi della loro infanzia, e i figli finiscono per comportarsi come adulti, obbligati da tali atteggiamenti [2]. Con un tale ribaltamento dei ruoli nessuno si assume la propria responsabilità familiare, e ciò si riflette sul rendimento dei giovani nelle scuole e Università.
Su questo punto possiamo forse tornare a dare un’occhiata al libro che ha formato la civiltà occidentale: il Vangelo. Esso ci racconta solo una scena dell’adolescenza di Gesù e del suo “processo educativo”. Quando Gesù aveva dodici anni, fu portato al tempio da Maria e da Giuseppe per partecipare alla festa della Pasqua (Lc 2). Quando la famiglia stava per far ritorno a casa, Maria e Giuseppe si distrassero e Gesù, da vero adulto, rimase nel tempio discutendo con i dottori della legge. Rincontratolo, Maria lo riprese, pur sapendo chi le stesse di fronte allo stesso Figlio di Dio: “Figlio che hai fatto? Ecco io e tuo padre ti cercavamo angosciati”. E Gesù dopo aver manifestato la piena consapevolezza della sua identità divina – “Non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” – fa ritorno a casa i genitori e “stava loro sottomesso”.
Davvero impressionante! Maria e Giuseppe non fuggirono dalle proprie responsabilità educative pur sapendo bene che quell’adolescente che avevano di fronte era il Figlio di Dio. E Gesù, vero Figlio di Dio, ritorna a casa con la sua famiglia obbedendo loro in tutto sino all’età di trent’anni. Vediamo così che nella famiglia di Nazareth nessuno rifugge dalle proprie responsabilità, uniti da un vero amore che emerge nell’autorità, nell’umiltà e nel servizio, non nell’autoritarismo o nell’indifferenza.
Sembra perciò che per recuperare il senso di una vera educazione, per affrontare la grave crisi attuale, dobbiamo aiutare le famiglie a considerare la vita come un dono di Dio e, di conseguenza, a trattare i propri figli con diligenza, non delegando tutta la responsabilità educativa ad estranei o a mere intuizioni.
Il compito è arduo, ma può essere realizzato in pieno, specialmente alla luce della fede che per secoli ha illuminato la nostra società. In sostanza, dobbiamo ritornare a seguire il modello della Sacra Famiglia andando al di là dei parametri contraddittori di una “rivoluzione” che ci ha portato soltanto ad un’esaltazione dell’egoismo e dell’irresponsabilità e al conseguente aumento della sofferenza dei più deboli.
*
NOTE
[1] Per i dati cfr.: http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_b.rss?id_oggetto=252815
[2] Cfr. G. CUCCI, La scomparsa degli adulti, «La Civiltà Cattolica», II, 220-232, quaderno 3885, 5/5/2012.
* Don Anderson Alves è sacerdote della diocesi di Petrópolis, Brasile. E’ dottorando in Filosofia presso alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma

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PAPA BENEDETTO: « UN ATTEGGIAMENTO DI PAZIENZA, MITEZZA E AMORE È IL VERO MODO DI ESSERE POTENTE »

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« UN ATTEGGIAMENTO DI PAZIENZA, MITEZZA E AMORE È IL VERO MODO DI ESSERE POTENTE »

Le parole di Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTà DEL VATICANO, Wednesday, 30 January 2013 (Zenit.org).
L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana il Papa ha continuato il ciclo di catechesi dedicato all’Anno della fede. L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica. Riportiamo di seguito le parole del Pontefice:
***
Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi di mercoledì scorso ci siamo soffermati sulle parole iniziali del Credo: « Io credo in Dio ». Ma la professione di fede specifica questa affermazione: Dio è il Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra. Vorrei dunque riflettere ora con voi sulla prima, fondamentale definizione di Dio che il Credo ci presenta: Egli è Padre.
Non è sempre facile oggi parlare di paternità. Soprattutto nel mondo occidentale, le famiglie disgregate, gli impegni di lavoro sempre più assorbenti, le preoccupazioni e spesso la fatica di far quadrare i bilanci familiari, l’invasione distraente dei mass media all’interno del vivere quotidiano sono alcuni tra i molti fattori che possono impedire un sereno e costruttivo rapporto tra padri e figli.
La comunicazione si fa a volte difficile, la fiducia viene meno e il rapporto con la figura paterna può diventare problematico; e problematico diventa così anche immaginare Dio come un padre, non avendo modelli adeguati di riferimento. Per chi ha fatto esperienza di un padre troppo autoritario ed inflessibile, o indifferente e poco affettuoso, o addirittura assente, non è facile pensare con serenità a Dio come Padre e abbandonarsi a Lui con fiducia.
Ma la rivelazione biblica aiuta a superare queste difficoltà parlandoci di un Dio che ci mostra che cosa significhi veramente essere « padre »; ed è soprattutto il Vangelo che ci rivela questo volto di Dio come Padre che ama fino al dono del proprio Figlio per la salvezza dell’umanità. Il riferimento alla figura paterna aiuta dunque a comprendere qualcosa dell’amore di Dio che però rimane infinitamente più grande, più fedele, più totale di quello di qualsiasi uomo.
«Chi di voi, – dice Gesù per mostrare ai discepoli il volto del Padre – al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono» (Mt 7,9-11; cfr Lc 11,11-13). Dio ci è Padre perché ci ha benedetti e scelti prima della creazione del mondo (cfr Ef 1,3-6), ci ha resi realmente suoi figli in Gesù (cfr 1Gv 3,1). E, come Padre, Dio accompagna con amore la nostra esistenza, donandoci la sua Parola, il suo insegnamento, la sua grazia, il suo Spirito.
Egli – come rivela Gesù – è il Padre che nutre gli uccelli del cielo senza che essi debbano seminare e mietere, e riveste di colori meravigliosi i fiori dei campi, con vesti più belle di quelle del re Salomone (cfr Mt 6,26-32; Lc 12,24-28); e noi – aggiunge Gesù – valiamo ben più dei fiori e degli uccelli del cielo! E se Egli è così buono da far «sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e … piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45), potremo sempre, senza paura e con totale fiducia, affidarci al suo perdono di Padre quando sbagliamo strada. Dio è un Padre buono che accoglie e abbraccia il figlio perduto e pentito (cfr Lc 15,11ss), dona gratuitamente a coloro che chiedono (cfr Mt 18,19; Mc 11,24; Gv 16,23) e offre il pane del cielo e l’acqua viva che fa vivere in eterno (cfrGv 6,32.51.58).
Perciò l’orante del Salmo 27, circondato dai nemici, assediato da malvagi e calunniatori, mentre cerca aiuto dal Signore e lo invoca, può dare la sua testimonianza piena di fede affermando: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (v. 10). Dio è un Padre che non abbandona mai i suoi figli, un Padre amorevole che sorregge, aiuta, accoglie, perdona, salva, con una fedeltà che sorpassa immensamente quella degli uomini, per aprirsi a dimensioni di eternità.
«Perché il suo amore è per sempre», come continua a ripetere in modo litanico, ad ogni versetto, il Salmo 136 ripercorrendo la storia della salvezza. L’amore di Dio Padre non viene mai meno, non si stanca di noi; è amore che dona fino all’estremo, fino a sacrificio del Figlio. La fede ci dona questa certezza, che diventa una roccia sicura nella costruzione della nostra vita: noi possiamo affrontare tutti i momenti di difficoltà e di pericolo, l’esperienza del buio della crisi e del tempo del dolore, sorretti dalla fiducia che Dio non ci lascia soli ed è sempre vicino, per salvarci e portarci alla vita eterna.
È nel Signore Gesù che si mostra in pienezza il volto benevolo del Padre che è nei cieli. È conoscendo Lui che possiamo conoscere anche il Padre (cfr Gv 8,19; 14,7), è vedendo Lui che possiamo vedere il Padre, perché Egli è nel Padre e il Padre è in Lui (cfr Gv 14,9.11). Egli è «immagine del Dio invisibile» come lo definisce l’inno della Lettera ai Colossesi, «primogenito di tutta la creazione… primogenito di quelli che risorgono dai morti», «per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati» e la riconciliazione di tutte le cose, «avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (cfr Col 1,13-20).
La fede in Dio Padre chiede di credere nel Figlio, sotto l’azione dello Spirito, riconoscendo nella Croce che salva lo svelarsi definitivo dell’amore divino. Dio ci è Padre dandoci il suo Figlio; Dio ci è Padre perdonando il nostro peccato e portandoci alla gioia della vita risorta; Dio ci è Padre donandoci lo Spirito che ci rende figli e ci permette di chiamarlo, in verità, «Abbà, Padre» (cfr Rm 8,15). Perciò Gesù, insegnandoci a pregare, ci invita a dire « Padre nostro » (Mt 6,9-13; cfr Lc 11,2-4).
La paternità di Dio, allora, è amore infinito, tenerezza che si china su di noi, figli deboli, bisognosi di tutto. Il Salmo 103, il grande canto della misericordia divina, proclama: «Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (vv. 13-14). E’ proprio la nostra piccolezza, la nostra debole natura umana, la nostra fragilità che diventa appello alla misericordia del Signore perché manifesti la sua grandezza e tenerezza di Padre aiutandoci, perdonandoci e salvandoci.
E Dio risponde al nostro appello, inviando il suo Figlio, che muore e risorge per noi; entra nella nostra fragilità e opera ciò che da solo l’uomo non avrebbe mai potuto operare: prende su di Sé il peccato del mondo, come agnello innocente, e ci riapre la strada verso la comunione con Dio, ci rende veri figli di Dio. È lì, nel Mistero pasquale, che si rivela in tutta la sua luminosità il volto definitivo del Padre. Ed è lì, sulla Croce gloriosa, che avviene la manifestazione piena della grandezza di Dio come « Padre onnipotente ».
Ma potremmo chiederci: come è possibile pensare a un Dio onnipotente guardando alla Croce di Cristo? A questo potere del male, che arriva fino al punto di uccidere il Figlio di Dio? Noi vorremmo certamente un’onnipotenza divina secondo i nostri schemi mentali e i nostri desideri: un Dio « onnipotente » che risolva i problemi, che intervenga per evitarci le difficoltà, che vinca le potenze avverse, cambi il corso degli eventi e annulli il dolore.
Così, oggi diversi teologi dicono che Dio non può essere onnipotente altrimenti non potrebbe esserci così tanta sofferenza, tanto male nel mondo. In realtà, davanti al male e alla sofferenza, per molti, per noi, diventa problematico, difficile, credere in un Dio Padre e crederlo onnipotente; alcuni cercano rifugio in idoli, cedendo alla tentazione di trovare risposta in una presunta onnipotenza « magica » e nelle sue illusorie promesse.
Ma la fede in Dio onnipotente ci spinge a percorrere sentieri ben differenti: imparare a conoscere che il pensiero di Dio è diverso dal nostro, che le vie di Dio sono diverse dalle nostre (cfr Is 55,8) e anche la sua onnipotenza è diversa: non si esprime come forza automatica o arbitraria, ma è segnata da una libertà amorosa e paterna.
In realtà, Dio, creando creature libere, dando libertà, ha rinunciato a una parte del suo potere, lasciando il potere della nostra libertà. Così Egli ama e rispetta la risposta libera di amore alla sua chiamata. Come Padre, Dio desidera che noi diventiamo suoi figli e viviamo come tali nel suo Figlio, in comunione, in piena familiarità con Lui.
La sua onnipotenza non si esprime nella violenza, non si esprime nella distruzione di ogni potere avverso come noi desideriamo, ma si esprime nell’amore, nella misericordia, nel perdono, nell’accettare la nostra libertà e nell’instancabile appello alla conversione del cuore, in un atteggiamento solo apparentemente debole – Dio sembra debole, se pensiamo a Gesù Cristo che prega, che si fa uccidere.
Un atteggiamento apparentemente debole, fatto di pazienza, di mitezza e di amore, dimostra che questo è il vero modo di essere potente! Questa è la potenza di Dio! E questa potenza vincerà! Il saggio del Libro della Sapienza così si rivolge a Dio: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi; chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono… Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita» (11,23-24a.26).
Solo chi è davvero potente può sopportare il male e mostrarsi compassionevole; solo chi è davvero potente può esercitare pienamente la forza dell’amore. E Dio, a cui appartengono tutte le cose perché tutto è stato fatto da Lui, rivela la sua forza amando tutto e tutti, in una paziente attesa della conversione di noi uomini, che desidera avere come figli. Dio aspetta la nostra conversione.
L’amore onnipotente di Dio non conosce limiti, tanto che «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rm 8,32). L’onnipotenza dell’amore non è quella del potere del mondo, ma è quella del dono totale, e Gesù, il Figlio di Dio, rivela al mondo la vera onnipotenza del Padre dando la vita per noi peccatori. Ecco la vera, autentica e perfetta potenza divina: rispondere al male non con il male ma con il bene, agli insulti con il perdono, all’odio omicida con l’amore che fa vivere.
Allora il male è davvero vinto, perché lavato dall’amore di Dio; allora la morte è definitivamente sconfitta perché trasformata in dono della vita. Dio Padre risuscita il Figlio: la morte, la grande nemica (cfr 1 Cor 15,26), è inghiottita e privata del suo veleno (cfr 1 Cor 15,54-55), e noi, liberati dal peccato, possiamo accedere alla nostra realtà di figli di Dio.
Quindi, quando diciamo « Io credo in Dio Padre onnipotente », noi esprimiamo la nostra fede nella potenza dell’amore di Dio che nel suo Figlio morto e risorto sconfigge l’odio, il male, il peccato e ci apre alla vita eterna, quella dei figli che desiderano essere per sempre nella « Casa del Padre ». Dire «Io credo in Dio Padre onnipotente», nella sua potenza, nel suo modo di essere Padre, è sempre un atto di fede, di conversione, di trasformazione del nostro pensiero, di tutto il nostro affetto, di tutto il nostro modo di vivere.
Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore di sostenere la nostra fede, di aiutarci a trovare veramente la fede e di darci la forza di annunciare Cristo crocifisso e risorto e di testimoniarlo nell’amore a Dio e al prossimo. E Dio ci conceda di accogliere il dono della nostra filiazione, per vivere in pienezza le realtà del Credo, nell’abbandono fiducioso all’amore del Padre e alla sua misericordiosa onnipotenza che è la vera onnipotenza e salva.
[Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. Ai pellegrini polacchi e arabi ha detto:]
Pozdrawiam przybylych na audiencje pielgrzymów polskich. Rok Wiary jest szczególna okazja, by uswiadomic sobie, ze Bóg jest naszym Ojcem. Ta prawda czyni nas radosnymi swiadkami Ewangelii! Pamietajmy o niej takze w chwilach naszych zyciowych doswiadczen, kryzysów i cierpienia. Bóg jest zawsze z nami, prowadzi nas i pragnie naszego dobra. Niech bedzie pochwalony Jezus Chrystus.
Saluto cordialmente i pellegrini polacchi venuti a quest’udienza. L’Anno della fede è un’occasione particolare per rendersi consapevoli che Dio è nostro Padre. Questa verità ci renda testimoni gioiosi del Vangelo! Ricordiamoci di essa anche nei momenti di prova, di crisi e di sofferenza che la vita ci porta. Dio è sempre con noi, ci guida e desidera il nostro bene. Sia lodato Gesù Cristo.
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Il Papa prega per tutte le persone di lingua araba. Dio vi benedica tutti.
[Si è poi rivolto ai fedeli in lingua slovacca e ceca dicendo:]
Zo srdca pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z Ošcadnice, Bánoviec nad Bebravou a z Univerzity Komenského z Bratislavy.
Bratia a sestry, prajem vám, aby svetlo Evanjelia osvecovalo všetky kroky vášho ivota a ochotne udelujem Apoštolské Poehnanie kadému z vás a vašim drahým vo vlasti.
Pochválený bud Jeiš Kristus!
Saluto di cuore i pellegrini slovacchi, particolarmente quelli provenienti da Ošcadnica, Bánovce nad Bebravou e dall’Università Komenský di Bratislava.
Fratelli e sorelle, mentre vi auguro che la luce del Vangelo illumini tutti i passi della vostra vita, volentieri imparto la Benedizione Apostolica a ciascuno di voi ed ai vostri cari in Patria. Sia lodato Gesù Cristo!
Srdecnezdravímpoutníky z Ceskérepubliky. S duverou se odevzdejtelásceBohaOtce a jehomilosrdnéspasitelnémoci.
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini della Repubblica Ceca. Vivete nell’abbandono fiducioso all’amore di Dio Padre e alla sua misericordiosa onnipotenza che salva.
[L'ultimo saluto è andato, infine, ai fedeli in lingua italiana. A loro il Papa ha indirizzato queste parole:]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Vescovi amici del Movimento dei Focolari. Cari Confratelli, insieme con voi saluto anche quanti parteciperanno agli incontri organizzati in diverse regioni del mondo. Assicurando la mia preghiera, auspico che il carisma dell’unità a voi particolarmente caro, possa sostenervi e animarvi nel vostro ministero apostolico.
E saluto i fedeli dell’Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsiconuovo, accompagnati dal loro Pastore Mons. Agostino Superbo. Cari amici, continuate a dedicare ogni sforzo perché sia curata, ugualmente nelle città come nei centri minori, una solida istruzione religiosa, perché tutti siano preparati a ricevere con frutto i Sacramenti, indispensabile nutrimento della crescita nella fede.
La presenza a questo incontro delle Autorità civili della Basilicata, alle quali rivolgo un deferente saluto, mi offre l’opportunità di esprimere la mia viva riconoscenza a quanti si sono prodigati per l’allestimento del suggestivo presepio, collocato in questa Piazza, che è stato ammirato dai numerosi pellegrini, anche da me con grande gioia, quale espressione dell’arte lucana.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ricorre domani la memoria liturgica di san Giovanni Bosco, sacerdote ed educatore. Guardate a lui, cari giovani, come a un autentico maestro di vita. Voi, cari ammalati, apprendete dalla sua esperienza spirituale a confidare in ogni circostanza in Cristo crocifisso. E voi, cari sposi novelli, ricorrete alla sua intercessione per vivere con impegno generoso la vostra missione di sposi. Grazie.

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