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PAOLO VISTO DA LUCA

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UN ANNO CON SAN PAOLO

PAOLO VISTO DA LUCA

Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona

È risaputo che Luca è stato discepolo di Paolo, avendolo seguito durante alcuni suoi viaggi missionari. La sua fortuna consiste proprio nell’aver potuto crescere alla scuola di Paolo, ascoltandone la predicazione e facendo tesoro dei suoi insegnamenti. Se Luca ha ritenuto opportuno scrivere, oltre al terzo Vangelo, anche gli Atti degli Apostoli, lo si deve certamente alla ricchezza di notizie che egli aveva raccolto sul conto di Paolo e al desiderio di trasmettere ai suoi lettori quanto aveva imparato direttamente dal suo maestro. Di Paolo Luca ci offre un ritratto un po’ diverso da quello che ricaviamo dalle sue Lettere: non un ritratto totalmente altro, ma certamente un ritratto più sereno, meno drammatico. Luca infatti racconta, mentre Paolo polemizza; ed è ovvio che, cambiando il genere letterario, cambiano anche le fattezze del personaggio in questione. Forse in Luca gioca l’ammirazione per il maestro e il suo affetto per l’apostolo; certamente egli si è lasciato conquistare dalla forte personalità di Paolo e in qualche modo ne è stato plasmato. Ma quali sono i tratti caratteristici di questo ritratto? Anzitutto dal racconto della seconda parte degli Atti, quella appunto dedicata ai viaggi missionari dell’apostolo, emerge un Paolo che ha molto in comune con gli altri apostoli, (anche lui come i Dodici deve dire ciò che ha visto e udito: cfr. At 22,15), ma lui non ha visto le stesse cose (cfr. At 1,22). La manifestazione che segna la sua conversione è messa in relazione più con altre manifestazioni successive (cfr. At 26,16) che non con le apparizioni ai testimoni nel corso dèi quaranta giorni (cfr. At 1,3). Luca mostra di essere pienamente consapevole di questo fatto ed è forse questa la ragione per la quale egli ha ritenuto suo imprescindibile dovere rendere testimonianza scritta e perenne della viva predicazione di Paolo quale, in parte almeno, egli ha potuto ascoltare. In secondo luogo il Paolo di Luca presenta un’altra nota caratteristica, quella della ufficialità. Mi spiego: Luca riferisce spesso e volentieri ciò che Paolo ebbe a dire e a fare dinanzi alle pubbliche autorità, sia giudaiche (cfr. At 22,1 ss.) sia romane (cfr. At 24,10 ss.; 25,10 ss.; 26,2 ss.); e ciò non emerge in modo altrettanto forte dalle Lettere di Paolo. Questo rilievo ci porta a considerare la rilevanza e l’incidenza sociale che ebbero sia la predicazione sia la presenza di Paolo nei diversi ambienti da lui praticati. Ne risulta che con Paolo il cristianesimo ha varcato decisamente i confini, non solo geografici, della Palestina e, potremmo dire, ha acquisito diritto di cittadinanza nel mondo intero. Questo è il grande vanto di Paolo, non quello di avere inventato o fondato il cristianesimo. Infatti, mentre il genere letterario dei Vangeli è come un unicum nella letteratura antica, quello delle lettere è invece un genere letterario assai comune e quelle di Paolo non hanno nulla da invidiare, per esempio, alle lettere di Seneca. Paolo per Luca costituisce il modello numero uno della missionarietà: nessun apostolo, neppure Pietro che pure ha ricevuto da Gesù il massimo incarico, ha espresso un’ansia missionaria pari a quella di Paolo: instancabile, capace di assommare il lavoro quotidiano alle fatiche della predicazione, sempre pronto a pagare di persona, per amore di colui che lo ha afferrato e strappato da ogni altra attrattiva. «Ecco, ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni» (At 20,22-23). È con questa convinzione che Paolo affronta ogni singola tappa dei suoi viaggi missionari. Rileggendo i racconti lucani dei viaggi missionari di Paolo, se si leggono – come è doveroso fare – in profondità, si ricava un’altra impressione: in essi Paolo appare piuttosto come colui che si è dedicato in primissimo luogo alla plantatio ecclesiarum, cioè alla piantagione della Chiesa di Cristo nelle varie città e regioni pagane nelle quali arrivava come predicatore. Glielo ha detto Gesù stesso: «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22,21). Paolo non è stato un costruttore di Chiese, ma un suscitatore di comunità ecclesiali, che poi ha affidato ad alcuni suoi discepoli e collaboratori. Ma è soprattutto nel discorso agli anziani di Efeso che Paolo ha fatto venire a Mileto (cfr. At 20,18-35) che noi possiamo cogliere quella profonda spiritualità missionaria che lo rende modello insuperabile per ogni evangelizzatore. Per Paolo essere missionario vuol dire assumere l’atteggiamento del servo-schiavo che non può sottrarsi al mandato ricevuto (cfr. anche 1Cor 9,1618); vuol dire sopportare ogni genere di prove per amore del Vangelo; vuol dire non risparmiarsi mai per nessun motivo nelle fatiche fisiche; vuol dire affidarsi in piena fiducia ai disegni della divina provvidenza; vuol dire offrire tutto se stesso in sacrificio gradito a Dio; vuoI dire saper rinunciare a tutto pur di guadagnare qualcuno a Cristo; vuoI dire resistere ai lupi rapaci che cercano solo di danneggiare il gregge; vuoI dire vegliare giorno e notte nella preghiera e nella custodia di coloro che sono stati affidati alle sue cure di pastore; vuol dire esortare e scongiurare nel nome del Signore; vuoI dire credere nella efficacia della Parola; vuol dire testimoniare il proprio disinteresse intrecciando lavoro e predicazione; vuol dire infine porre la propria gioia nel dare più che nel ricevere. A ragione questo discorso è stato qualificato da Jacques Dupont come il testamento pastorale di Paolo perché, a ben considerare, esso racchiude le regole principali di un’azione pastorale ineccepibile. Non è affatto difficile riconoscere in questo discorso i tratti essenziali della spiritualità di san Paolo, tratti che, ovviamente, dovrebbero essere anche quelli della spiritualità di ogni pastore d’anime.

UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

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UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

 Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona  

Chi, nell’intraprendere questo cammino, vuol partire con il piede giusto, farà bene a individuare prima le pagine autobiografiche di Paolo: sono molte e tutte assai belle. Mettendole insieme, una dopo l’altra, si possono ricostruire praticamente tutte le tappe della sua vita e della sua ricerca. È un suggerimento che mi permetto di dare a coloro che sono seriamente intenzionati a conoscere le Lettere di Paolo e non hanno strumenti tecnici e scientifici appropriati. Forse questa è l’unica strada percorribile: chi l’ha già percorsa ne ha ricavato grandi frutti. Tra le molte pagine in cui Paolo parla di se stesso ne scelgo una perché mi sembra la più completa e la più significativa: si tratta di Filippesi 3,1-14. Qui l’autore distingue in modo estremamente chiaro tre momenti della sua vita: il passato (vv. 4-6), il presente (vv. 7-11) e il futuro (vv. 12-14). Dovremmo imparare anche noi, almeno nei momenti più importanti della nostra piccola storia personale, a rileggere la nostra vita alla luce della parola di Dio, se non altro per ringraziare dei doni ricevuti e per chiedere perdono della mancanze commesse e delle omissioni fatte; sempre comunque per innalzare il nostro inno di lode e di ringraziamento al Signore. Paolo non ha mai rinnegato il proprio passato di giudeo, ma solo qui enumera tanti titoli: « Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, quanto a zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’ osservanza della legge» (vv. 5-6). Come Saul, primo re d’Israele di cui porta il nome, Paolo discende dalla tribù di Beniamino, benemerita fra tutte le tribù perché rimasta sempre fedele alla dinastia di Davide. Come tanti suoi coetanei Paolo si era totalmente dedicato al culto di Dio in modo settario e cieco. Come tanti altri ebrei Paolo aveva considerato un privilegio irrinunciabile quello di appartenere alla religione ebraica. Come tanti altri farisei Paolo praticamente aveva fatto della legge – la Torah – un idolo, e ne era divenuto schiavo, con tutte le conseguenze. Per il presente, Paolo si sente portato ad adottare criteri valutativi del tutto nuovi; si direbbe che egli ha dovuto sovvertire la scala dei valori: «Quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo» (v. 7). Ancor più: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (v. 8). Anche per noi, come per lui, si tratta di sapere chi sta al centro della nostra vita, chi abbiamo deciso di mettere al vertice della nostra ricerca. Se è Gesù, allora tutto, nella nostra vita, prende un senso, cioè un significato e un orientamento nuovo; tutto finirà col contribuire alla nostra crescita umana e alla nostra maturità cristiana. Quanto al futuro, Paolo non si avventura in previsioni avventate; si accontenta solo di tenerlo intimamente connesso con il suo presente: «Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perlezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (v. 12). Sembra essere questo l’unico modo corretto anche per noi se vogliamo preparare un futuro che non sia pieno di sorprese negative, bensì ricco dei doni di Dio, quei doni che il Signore, nella sua bontà misericordiosa, non ci lascerà certamente mancare. Nell’epistolario paolino, oltre a questa ci sono molte altre pagine autobiografiche, dalle quali conviene partire per una lettura sistematica dell’intera sua produzione letteraria. Una volta fatto questo primo passo e superate le prime difficoltà, sarà più facile leggere una per una le sue Lettere e comprenderne il significato profondo. Infatti, solo chi si è familiarizzato con il linguaggio e con la psicologia di Paolo può permettersi di leggere le sue Lettere, anche le più difficili; e capirle, entrando In profonda sintonia spirituale con chi scrive. Un’altra annotazione si impone: quella che noi andremo a comporre non sarà una mera elencazione dei dati biografici di Paolo ma sarà quasi una autobiografia spirituale dell’apostolo, tale cioè da farci conoscere la sua identità vera e profonda, quella che egli, a partire dal grande evento di Damasco, ha man mano acquisito per tappe progressive, passando attraverso molteplici prove ed esperienze mistiche che lo hanno assimilato a Cristo, suo Signore.

 

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (3) – LA « CONVERSIONE » DI SAN PAOLO

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE –

Aula Paolo VI

Mercoledì, 3 settembre 2008 

SAN PAOLO (3) – LA « CONVERSIONE » DI SAN PAOLO

Cari fratelli e sorelle,

la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I°, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare “perdita” e “spazzatura” tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo? bbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo “sì” a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere. Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche “illuminazione”, perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11). Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: “Ultimo fra tutti apparve anche a me” (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato” (cfr Rm 1,5); e ancora: “Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro?” (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: “Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco”. In questa “autoapologia” sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto. Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: “Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto” (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo. Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo “io”, ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui “spazzatura”; non è più “guadagno”, ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo. Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l’apostolo dei pagani. Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l’incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.

 

CONVERSIONE DI SAN PAOLO, 25 GENNAIO – UFFICIO DELLE LETTURE

25 GENNAIO : CONVERSIONE DI SAN PAOLO

(lo so sono in ritardo, ma l’Ufficio si può fare in qualsiasi ora)

UFFICIO DELLE LETTURE

INNO

 O apostoli di Cristo,
colonna e fondamento
della città di Dio!

Dall’umile villaggio
di Galilea salite
alla gloria immortale.

Vi accoglie nella santa
Gerusalemme nuova
la luce dell’Agnello.

La Chiesa che adunaste
col sangue e la parola
vi saluta festante;

ed implora: fruttifichi
il germe da voi sparso
per i granai del cielo.

Sia gloria e lode a Cristo,
al Padre e allo Spirito,
nei secoli dei secoli. Amen

1 ant.  Io sono Gesù che tu perseguiti;
duro è per te resistere al pungolo.

SALMO 18 A

I cieli narrano la gloria di Dio, *
    e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il messaggio *
    e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Non è linguaggio e non sono parole, *
    di cui non si oda il suono.
Per tutta la terra si diffonde la loro voce *
    e ai confini del mondo la loro parola.

Là pose una tenda per il sole †
    che esce come sposo dalla stanza nuziale, *
    esulta come prode che percorre la via.

Egli sorge da un estremo del cielo †
    e la sua corsa raggiunge l’altro estremo: *
    nulla si sottrae al suo calore.

1 ant.  Io sono Gesù che tu perseguiti;
duro è per te resistere al pungolo.

2 ant.  Anania, va’ e cerca Saulo:
io l’ho scelto perché annunzi il mio nome
a tutti i popoli.

SALMO 63

Ascolta, Dio, la voce, del mio lamento, *
    dal terrore del nemico preserva la mia vita.
Proteggimi dalla congiura degli empi *
    dal tumulto dei malvagi.

Affilano la loro lingua come spada, †
    scagliano come frecce parole amare *
    per colpire di nascosto l’innocente;

lo colpiscono di sorpresa *
    e non hanno timore.

Si ostinano nel fare il male, †
    si accordano per nascondere tranelli; *
    dicono: «Chi li potrà vedere?».

Meditano iniquità, attuano le loro trame: *
    un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso.

Ma Dio li colpisce con le sue frecce: *
    all’improvviso essi sono feriti,
la loro stessa lingua li farà cadere; *
    chiunque, al vederli, scuoterà il capo.

Allora tutti saranno presi da timore, †
    annunzieranno le opere di Dio *
    e capiranno ciò che egli ha fatto.

Il giusto gioirà nel Signore †
    e riporrà in lui la sua speranza, *
    i retti di cuore ne trarranno gloria.

2 ant.  Anania, va’ e cerca Saulo:
io l’ho scelto perché annunzi il mio nome
a tutti i popoli.

3 ant.  Nelle sinagoghe Paolo annunciava Gesù,
affermando che era il Cristo.

SALMO 96

Il Signore regna, esulti la terra, *
    † gioiscano le isole tutte.
Nubi e tenebre lo avvolgono, *
    giustizia e diritto sono la base del suo trono.

Davanti a lui cammina il fuoco *
    e brucia tutt’intorno i suoi nemici.
Le sue folgori rischiarano il mondo: *
    vede e sussulta la terra.

I monti fondono come cera davanti al Signore, *
    davanti al Signore di tutta la terra.
I cieli annunziano la sua giustizia *
    e tutti i popoli contemplano la sua gloria.

Siano confusi tutti gli adoratori di statue †
    e chi si gloria dei propri idoli. *
    Si prostrino a lui tutti gli dei!

Ascolta Sion e ne gioisce, †
    esultano le città di Giuda *
    per i tuoi giudizi, Signore.

Perché tu sei, Signore, l’Altissimo su tutta la terra, *
    tu sei eccelso sopra tutti gli dei.

Odiate il male, voi che amate il Signore: †
    lui che custodisce la vita dei suoi fedeli *
    li strapperà dalle mani degli empi.

Una luce si è levata per il giusto, *
    gioia per i retti di cuore.
Rallegratevi, giusti, nel Signore, *
    rendete grazie al suo santo nome.

3 ant.  Nelle sinagoghe Paolo annunciava Gesù,
affermando che era il Cristo.

V. Buono e pietoso è il Signore,
V. lento all’ira e grande nell’amore.

PRIMA LETTURA         

Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1,11-24
Rivelò a me il suo Figlio perché lo annunziassi

    Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
    In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia- Ma ero sconosciuto personalmente alle chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.

RESPONSORIO         Cfr. Gal 1,11-12; 2 Cor 11,10.7

R. Il vangelo che annunzio non è modellato sull’uomo: * non l’ho ricevuto da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
V. La verità di Cristo è in me, poiché vi ho annunziato il vangelo di Dio:
R. non l’ho ricevuto da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

SECONDA LETTURA         

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50,477-480)
Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo

    Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3,13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invitava tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2,18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12,10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2,14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
    Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro.
    Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
    Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

RESPONSORIO         Cfr. 1 Tm 1,13-14; 1 Cor 15,9

R. Dio mi ha usato misericordia, perché agivo senza saperlo. * La grazia ha sovrabbondato, insieme alla fede e alla carità, che è in Cristo Gesù.
V. Non merito di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
R. La grazia ha sovrabbondato, insieme alla fede e alla carità, che è in Cristo Gesù.

Celebrazione vigiliare

TE DEUM

Noi ti lodiamo, Dio, *
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, *
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli *
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo *
il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra *
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico Figlio, *
lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, *
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *
per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria *
nell’assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, *
lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, *
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, *
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, *
non saremo confusi in eterno.

ORAZIONE

    O Dio, che hai illuminato tutte le genti con la parola dell’apostolo Paolo, concedi anche a noi, che oggi ricordiamo la sua conversione, di camminare sempre verso di te e di essere testimoni della tua verità. Per il nostro Signore.

Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio.

RITORNARE A SAN PAOLO: PERCHÉ MORIRE È UN GUADAGNO

http://www.stpauls.it/coopera/1206cp/ritornareasanpaolo.htm

 RITORNARE A SAN PAOLO

 di Angelo Colacrai, ssp

Perché morire è un guadagno

Paolo insegna la necessità di morire come e con Cristo. Chiunque accoglie Gesù, crocifisso, morto e sepolto, come il Cristo e Signore, accoglie il Figlio risorto, esaltato dal Padre.
La morte è solo una porta di ingresso nella Famiglia di Dio. Già celebrare comunitariamente l’Eucaristia, è koinonía con il Padre e il Figlio, primogenito fra molti fratelli. Per Paolo morire è guadagnare la vita quando è un donarsi come Gesù sulla croce; è lo spendersi e sopraspendersi come liturgo di Cristo, adempiendo la liturgia dell’annuncio perché la famiglia umana divenga offerta gradita, santificata dallo Spirito. Fare l’apostolo è versare la vita, portandosi addosso la morte di Gesù salvatore degli uomini.
Particolari della parete absidale mosaicata della Chiesa di San Paolo Apostolo di Barletta. Nella parte centrale c’è il crocifisso e davanti, stretto al crocifisso, si trova santo Stefano ferito dalle pietre della lapidazione che ancora stanno ai suoi piedi. A sinistra della croce giace il corpo di san Paolo. A destra, guardando la croce, in posizione speculare a san Paolo – caduto con le braccia anch’esse aperte sulla croce – si trova la piscina battesimale in forma di croce.
RITMO A DUE TEMPI
Paolo parla di morte, ma sempre in connessione alla risurrezione e alla vita nuova. Nell’articolazione del suo pensiero intenso, insieme umanistico e teologico, unisce tre termini che singolarmente presi hanno significati opposti.
Paolo riesce a superare questa contraddizione fondamentale del morire, allineandola, meglio facendone il principio di una vita nuova, eterna.
Nell’ordine alfabetico del testo greco, riporto l’elenco (quasi) completo dei termini con cui Paolo insegna il mistero pasquale: – athanasía, un termine usato 3 volte, significa « immortalità ». Nell’AT greco ricorre solo nell’apocrifo 4Mac 14,5; 16,13 e nel libro della Sap 3,4; 4,1; 8,13.17; 15,3. Paolo lo usa in 1Cor 15,53-54; 1Tm 6,16. Nel resto del NT, il termine è sconosciuto. – anazáo, 1 (Rm 7,9), « riprendo vita », indica l’azione del peccato, anch’esso vivo come una realtà micidiale.
– anástasis, 8 (Rm 1,4; 6,5; 1Cor 15,12-13.21.42; Fil 3,10; 2Tm 2,18), la « risurrezione »; – apothneisko, 42 (cfr. Rm 5,7; 6,10; 14,8; 2Cor 5,14-15) significa « muoio ». – aphtharsía, 7 volte nel corpus paulinum, significa « incorruttibilità »; è sconosciuta al resto del NT, mentre ricorre nell’AT greco (4Mac 9,22; 17,12; Sap 2,23; 6,18-19; Rm 2,7; 1Cor 15,42.50.53-54; Ef 6,24; 2Tm 1,10): la vita eterna, percepibile come incorruttibilità, è per coloro che, perseverando nelle opere di bene, dono di sé, cercano gloria e onore che sono attributi divini.
L’aggettivo áphthartos, 4 volte, in Rm 1,23; 1Cor 9,25; 15,52; 1Tm 1,17, significa « incorruttibile » ed è usato anche altrove nell’AT e nel NT (Sap 12,1; 18,4; Mc 16,8; 1Pt 1,4.23; 3,4). Di per sé riferito solo a Dio, Re dei secoli, mentre uomini e donne, animali e cose sono corruttibili o corrotti, pur potendo aspirare all’incorruttibilità della risurrezione come ad una corona regale. La vita dopo la morte è descritta fondamentalmente dal verbo egeíro, usato 41 volte da Paolo (cfr. Rm 4,24; 8,11; 1Cor 15,15-16; 2Cor 4,14; 2Tm 2,8) come il superamento della morte ingloriosa di Gesù crocifisso. Significa « io risorgo ».
Anche l’exanástasis, (solo in Fil 3,11), « risurrezione da » (dai morti) è termine paolino (cfr. il testo greco di Gn 7,4, dove ha un significato opposto: cancellazione degli uomini dalla faccia della terra) come conseguenza immediata del conformarsi alla morte di Gesù.
Anche exegeíro (in Rm 9,17; 1Cor 6,14), « risorgo da », è usato, solo da Paolo nel NT, per indicare la risurrezione dei credenti basata sulla risurrezione del Signore ad opera del Padre.
Davvero conosciamo Cristo crocifisso e Dio che lo esalta, morendo apostolicamente.
La morte, cioè, compresa l’esecuzione di una condanna, è un’esperienza cristiana imprescindibile: il termine epithanátios, (1Cor 4,9), « condannato a morte », è autobiografico per Paolo, che, assieme agli altri apostoli come lui, è messo all’ultimo posto.
La morte per scomunica è dunque la migliore, come per Gesù, quella che garantisce la vita nuova. Il verbo záo, « io vivo », è usato almeno 59 volte da Paolo (cfr. Rm 1,17; 6,2; 8,13; 14,8-9; 2Cor 5,15; 13,4; Gal 2,20), per rivelare come « il giusto », o il credente nella croce, viva di fede « per Dio in Cristo Gesù », Signore dei morti e dei vivi – mentre godersi la vita « secondo la carne », vivendo per se stessi, non ha un futuro oltre il proprio io. La « vita » zoa, 37 volte nel corpus paulinum (cfr. 2Cor 2,16; Gal 6,8) indica sia quella presente che la futura. Il verbo zoiogonéo, (1Tm 6,13), « do vita », può usarlo in prima persona, davvero solo Dio mentre zoiopoiéo (Rm 4,17; 8,11; 1Cor 15,22.36.45; 2Cor 3,6; Gal 3,21), « faccio vivere », è almeno in un caso, riferito anche all’ultimo Adamo, a Gesù risorto che divenne e resta per sempre « spirito datore di vita ».
Morire da cristiani e da apostoli, come Paolo, è dunque una necessità. Il sostantivo maschile thánatos, la « morte » (cfr. Rm 5,12; 7,13; 1Cor 15,55; 2Cor 2,16), domina sovrana la storia degli uomini soprattutto dell’AT, fino alla morte sulla croce di Gesù. Il verbo thneisko, 1 (solo in 1Tm 5,6), « muoio », indica la morte di una giovane vedova che si abbandona ai piaceri della vita da single; thnetós (Rm 6,12; 8,11; 1Cor 15,53-54; 2Cor 4,11; 5,4) ricorda quanto ciò che è umano è « mortale ».
MA MORIRE DA CRISTIANI CHE SIGNIFICA?
Nel NT, e anche in Paolo, è usato koimáomai (1Cor 7,39; 11,30; 15,6.18.20.51; 1Ts 4,13-15), da cui la parola « cimitero ». Questo verbo ci induce a considerare la morte come un sonno, « io mi addormento » – anche se la CEI, e non ne comprendo il perché, drammatizza con « io muoio », per Cristo, risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti (= che si sono addormentati).
La morte è comunque una realtà che riduce progressivamente la vitalità personale. Paolo usa infatti anche l’aggettivo nekrós, 43 (cfr. Rm 1,4; 8,11; 1Cor 15,12.29; 2Tm 4,1), « necrotico » e il sostantivo nékrosis (in Rm 4,19; 2Cor 4,10), « necrosi » pensando al corpo del vecchio Abramo e al grembo seccato e sterile della moglie Sara, dai quali, però, per grazia sarà generato Isacco, il figlio della promessa. È però la necrosi di Gesù, sulla croce svuotato della sua dignità, vitalità, giovinezza, che Paolo fa sua nel compimento della missione. Solo questa necrosi, evangelica e apostolica, garantisce la rivelazione di Gesù risorto, Signore della vita.
Paolo inventa il suo linguaggio per indicare questa connessione esistenziale tra morte e vita. Solo lui, in tutta la Bibbia, usa syzáo in Rm 6,8; 2Cor 7,3; 2Tm 2,11, « convivo », per dire che se siamo con-morti con Cristo, in quanto con-crocifissi apostolicamente insieme a lui, crediamo che con-vivremo con lui.
IL MERITO DI UN ESSERE UMANO È CONFORMARSI FEDELMENTE ALLA MORTE DI GESÙ.
Paolo usa anche syzoopoiéo (in Ef 2,5; Col 2,13), « faccio con-vivere » assieme a synapothneisko (in 2Cor 7,3; 2Tm 2,11) « muoio con ». Il contrario è synegeíro, 3 (Ef 2,6; Col 2,12; 3,1), « risorgo con »: chi muore con Cristo risorge con lui.
L’ultimo termine che registriamo in questa lista, è phthartós, in Rm 1,23; 1Cor 9,25; 15,53-54: indica l’essere « soggetto a corruzione ». il corpo,anche quello di Paolo, è corruttibile ossia mortale; ma alla fine si veste d’incorruttibilità e d’immortalità.
Morire con e come Cristo – e vivere e morire come Paolo per la nostra Famiglia Paolina – è una necessità, ma anche merito nella prospettiva dell’esaltazione nella vita stessa del nuovo Adamo, spirituale e immortale, come quella del Padre. Ci è dunque necessario morire per vivere secondo il ritmo delle feste di Pasqua.
LA VITA COME COMPIMENTO
Il Padre chiama all’esistenza figli e cose che ancora non sono e, parallelamente, dà vita a chi, come Abramo e Sara, sono necrotizzati, per generare Isacco, figura di Cristo. Per Abramo, la vita è promessa divina, mantenuta (Rm 4,17) mentre nel corpo sta avanzando la morte.
Credere in Dio Creatore è presupposto della fede cristiana, essendo già fiducioso abbandono in « Colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore ».
LA VIA DIPENDE DAL PADRE E DAL FIGLIO
Per Paolo proclamare la croce è necessario come primo tempo di un ritmo pasquale, quello della promessa che Dio manterrà. Il secondo, della definitiva giustizia che è virtù divina, è appunto quello della risurrezione. Se la vita è compimento di una promessa, o di un patto fedele, la morte è necessaria all’apostolo.
Se, infatti, quand’eravamo nemici, – ragiona Paolo – siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati saremo salvati mediante la sua vita (Rm 5,10). Gesù muore per fedeltà.
Infatti se per la caduta di uno solo, la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo (Rm 5,17).
La morte obbediente, apostolica, di Gesù è principio di vita nuova. Se per il battesimo siamo stati sepolti con lui nella morte, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, anche noi possiamo camminare, per sempre, in una vita nuova (cfr. Rm 6,4).
La morte di Gesù è inscindibile dalla vita. Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, più non muore; la morte non ha potere su di lui. Se Gesù mori, mori per il peccato una volta per tutte; ora vive e vive per Dio e da Dio, per sempre. La morte è finita. Perché se mediante la morte di Cristo, anche noi siamo messi a morte per quanto riguarda la Legge e i precetti, già apparteniamo a un altro Signore, risuscitato dai morti (cfr. Rm 7,4). È la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù. È lo Spirito la stessa vita del Risorto che ci ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rm 8,2).
DISANGUIBAZIONE FINALE
Sempre in Romani, Paolo usa « morte » e « vita » solo a partire dal Crocifisso Risorto. Se la carne di per sé tende alla morte, lo Spirito tende alla vita e alla pace. Ora, se Cristo è in noi, il corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita filiale e fraterna. E se lo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti abita in noi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche a corpi mortali per mezzo dello Spirito che pure abita in noi.
Per Paolo, la vita è spirituale. Infatti, « se vivete secondo la carne, morirete. Ma se, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete ».
La vita è un’indissolubile connessione, la nuova alleanza con Dio in Cristo. « Io sono infatti persuaso – sostiene Paolo – che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che e in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8,38-39). La vita è fedeltà del Creatore e del Salvatore; è relazione familiare, filiale e fraterna con Dio, che non muore.
CAMBIO DI PROSPETTIVA
La vita, ma anche la morte, per Paolo sono termini apostolici. La missione da compiere è diventare per alcuni odore di morte per la morte e per altri odore di vita per la vita (cfr. 2Cor 2,16). Un giudizio è necessario per un ministro della nuova alleanza, – non però della lettera ma dello Spirito; perché la lettera (la Legge) produce la morte, lo Spirito invece dà vita – portando sempre e dovunque nel corpo la morte di Gesù, perché anche la sua vita si manifesti. Poco importa, al presente, l’essere consegnati alla morte; questo avviene perché la vita del Cristo si manifesti. Cosicché se nel ministro agisce la morte, parola della croce, in chi l’accoglie si rivela il Risorto.
VIVERE È CRISTO
La morte dell’apostolo è vangelo. Nella 1Ts, Paolo invita ad attendere il Figlio, che il Padre ha risuscitato, Gesù, che ci libera dall’ira che viene. Vivere è attendere la morte come un incontro definitivo, nuziale. Se crediamo nel vangelo pasquale, allora Dio radunerà con suo Figlio coloro che sono morti. Gesù si è consegnato alla morte perché, « sia che noi vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui » (1Ts 5,10).
E quando il nostro corpo si sarà « abbigliato », anch’esso d’immortalità, si compirà la festa promessa dalla Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria (1Cor 15,54). Allora anche la morte degli apostoli sarà una buona notizia, un annuncio magari in sordina, del Signore che viene, come via, verità e vita per chi lo sta aspettando scomparendo un tantino ogni giorno.

Angelo Colacrai, ssp 

IL PAPA: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO, UN INCONTRO CON CRISTO (2008)

http://www.zenit.org/article-15303?l=italian

IL PAPA: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO, UN INCONTRO CON CRISTO

Catechesi all’udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale nell’aula Paolo VI.

Nel suo discorso, il Papa ha continuato il ciclo di catechesi sulla figura dell’Apostolo Paolo, commentando la conversione di San Paolo.

* * *
Cari fratelli e sorelle,
la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare « perdita » e « spazzatura » tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo?
Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo « sì » a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere.
Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche « illuminazione », perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11).
Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: « Ultimo fra tutti apparve anche a me » (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: « Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato » (cfr Rm 1,5); e ancora: « Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro? » (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: « Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco ». In questa « autoapologia » sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.
Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: « Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto » (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo.
Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo « io », ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui « spazzatura »; non è più « guadagno », ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo.
Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l’apostolo dei pagani.
Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l’incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, ai religiosi e alle religiose, figli spirituali di don Orione, che ricordano quest’anno significative ricorrenze giubilari, come pure ai Missionari del Pontificio Istituto Missioni estere. Cari fratelli e sorelle, vi accolgo volentieri ed auspico di cuore che il vostro pellegrinaggio apporti frutti di bene a voi ed alle vostre comunità. Saluto inoltre i fedeli del Duomo di Oderzo e quelli del Santuario Santi Cosma e Damiano, in Eboli. Cari amici, la sosta presso la tomba di Pietro vi rafforzi nella fede cosicché, di ritorno alle vostre case, possiate rendere testimonianza dell’esperienza spirituale vissuta in questi giorni.
Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, riprendendo dopo le vacanze le consuete attività quotidiane, tornate al ritmo regolare del vostro intimo dialogo con Dio, diffondendo con la vostra testimonianza la sua luce attorno a voi. Voi, cari malati, trovate sostegno e conforto in Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un contatto costante con il Signore che dona la salvezza a tutti e attingete al suo amore perché anche il vostro sia sempre più saldo e duraturo.

L’azione dello Spirito Santo nella nostra vita (il pensiero di San Paolo) – per la festa della Conversione di San Paolo

http://www.figlididio.it/meditazioni/azione.html

L’azione dello Spirito Santo nella nostra vita

(5 luglio 1956)

DIVO BARSOTTI

Tutto l’Antico Testamento parla dell’era messianica come di un’era che sarebbe venuta nell’effusione dello Spirito su ogni carne, ma per rendersi conto dell’importanza del dono dello Spirito nella vita cristiana basta vedere la Lettera ai Romani e il IV Vangelo che hanno un solo fine: presentare una dottrina dello Spirito Santo.
Nei primi sette capitoli della Lettera ai Romani S. Paolo, dopo aver detto che tanto i giudei quanto i pagani hanno bisogno del Sangue di Cristo, dimostra quali nemici ha vinto Cristo morendo sulla croce: la morte, il peccato, la legge. Ma come si manifesta questa vittoria? Nel dono dello Spirito.
Oggi l’uomo, nel possesso dello Spirito, vive nella libertà dei figli di Dio. La legge del cristiano è lo Spirito Santo che vive nel cuore dell’uomo; non c’è una legge che costringa dall’esterno, soltanto lo Spirito che vive dentro di te e al quale devi abbandonarti è la tua vita e la tua legge.
Sant’Ireneo dice che il Verbo e lo Spirito sono le due mani con cui l’uomo fu plasmato all’inizio e con cui viene plasmato oggi secondo l’immagine di Dio. L’uomo, vivendo come figlio di Dio, supera la morte; l’immortalità è propria di Dio, è il dono della vita divina; e l’immortalità che comporta la resurrezione della carne, è legata al dono dello Spirito. Dio, vivendo nei nostri cuori, cancella il peccato e dà la vita divina.
Il IV Vangelo è tutto ordinato alla promessa del Paraclito che Gesù fa dopo la cena nel suo grande discorso.
S. Giovanni ci vuol dare la storia di Gesù come promessa di quello che sarà la vita sacramentale del cristiano dopo la morte di Lui. Gli uomini sono entrati ormai nell’era escatologica, in cui domina Dio; ma Dio domina per opera dello Spirito Santo, il quale ricorderà agli uomini tutto quello che Gesù ha detto e li farà vivere come Gesù. I discepoli da poveri uomini sono trasformati in Cristo. Tutta la vita di Gesù è ordinata a questo dono, in cui termina il disegno della salvezza.
Secondo alcuni, il dono dello Spirito avviene nel momento in cui Gesù muore, secondo altri nel momento dell’Ascensione. Ma non si può legarlo ad avvenimenti concreti: l’effusione dello Spirito avviene continuamente. Lo Spirito dimora nel mondo, non è intermittente come nel Vecchio Testamento. L’inizio clamoroso e visibile di questa effusione è la Pentecoste, ma in modo invisibile essa s’inizia con la morte di Cristo. S. Giovanni, per dire che Gesù morì, dice che « dette lo Spirito ». L’ultimo suo respiro fu l’atto con cui gli uomini entrano in possesso dello Spirito Santo.
Che cos’è il dono dello Spirito? Per rendersene conto bisogna cercare di penetrare la vita intima di Dio. Ci sono due concezioni del Mistero trinitario. La concezione occidentale vede lo svolgersi della vita divina come un circolo chiuso; la concezione orientale, invece, come una linea retta. Il Padre genera il Figlio e attraverso il Figlio spira lo Spirito Santo. Secondo Sant’Ireneo, la vita divina in quanto vuol comunicarsi all’uomo si manifesta in un processo onde nel Padre vi è il disegno e la volontà, nel Verbo lo strumento, e nello Spirito Santo il termine nel quale quella volontà si compie. Nello Spirito Santo la creazione entra nella vita di Dio. Nell’unità dello Spirito Santo, che ci fa tutti una sola cosa, per Cristo, la Creazione tende al Padre.
Nel Padre vi è il disegno e la volontà, nel Figlio lo strumento della nostra salvezza, e questa salvezza si applica a noi nel dono dello Spirito, che ci applica i meriti di Cristo. Nello Spirito è l’esecuzione del Disegno.
L’unità chiesta da Gesù -ut unum sint – è unità con Dio che l’uomo può realizzare soltanto nel dono dello Spirito. Nel dono dello Spirito tutta la creazione viene assorbita in Dio. Lo Spirito Santo nuovamente ci crea e ci fa uno, ma allora siamo Cristo, e in Cristo torniamo al Padre.
Il cammino dell’anima è il cammino di Dio che ha preso e portato anche te là dove è il principio e il termine di tutto: nel seno del Padre.
Che cos’è dunque il dono dello Spirito? È Dio stesso che in Sé ti accoglie e in cui tu vivi.
L’argomento della nostra meditazione è il dono dello Spirito Santo; ma è troppo vasto e noi dobbiamo cercare di circoscriverlo. E in questo ci aiuterà un brano della Lettera ai Romani (8, 12-17):
« Fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! ». Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo ».
L’Epistola ci descrive la spiritualità che è centrata sul mistero dell’adozione filiale.
Prima di tutto S. Paolo distingue una duplice dipendenza dell’anima umana. Quello che S. Paolo qui sottolinea è dottrina comune di tutto l’antico giudaismo: l’uomo è soggetto a due spiriti e può camminare secondo due vie: la via della vita e la via della morte. La dipendenza dell’anima umana dai due spiriti è già chiaramente insegnata nei libri che sono stati scoperti sulle rive del Mar Morto e che appartenevano agli Esseni. Ma questa dottrina si ritrova anche negli scritti delle prime origini cristiane, in particolare nella Didachè e nella lettera dello Pseudo-Barnaba. Non soltanto però in queste lettere si accenna alle due vie che l’uomo può seguire – questo era proprio di tutte le tradizioni religiose e filosofiche dell’umanità: uno può esser buono o può essere cattivo – è una cosa semplice! La peculiarità di questa dottrina è che, nell’un caso come nell’altro, l’uomo dipende sempre da uno spirito che lo muove.
L’uomo non è mai autonomo, autosufficiente, pienamente indipendente: o è servo di Dio è servo del Maligno. In S. Paolo questa duplice dipendenza dell’uomo si trasforma e divine la dipendenza dalla carne e la dipendenza dallo Spirito. Ma per dipendenza dalla carne non dobbiamo intendere soltanto una dipendenza dagli istinti della nostra carne, si deve intendere invece tutti gli istinti che non sono gli istinti di Dio.
Per carne S. Paolo intende l’uomo in quanto dopo il peccato è divenuto debolezza, è stato vulnerato nel peccato, fatto schiavo del Maligno, è divenuto servo del male.
La libertà dell’uomo di fronte a questa schiavitù, che è la schiavitù al peccato, al demonio, la si ottiene soltanto nel dono dello Spirito: e lo Spirito ci è stato già dato. Ci è stato dato coi Sacramenti – dice S. Paolo. All’uomo rimane però, anche dopo aver ricevuto il dono dello Spirito, una duplice possibilità: di vivere cioè guidato dagli istinti della carne o di vivere guidato dagli istinti nuovi dello Spirito che gli è stato dato.
È questa intanto la condizione dell’uomo quaggiù: mai egli è pienamente redento e mai, d’altra parte, è così estraneo allo Spirito Santo che non possa e non deva sperare nella sua salvezza. Siamo sempre in bilico: la nostra anima è il campo dove si scontrano le due opposte potenze; e non soltanto il campo dove si scontrano, ma anche la posta del gioco, e ognuno dei due cerca di impadronirsi e di possedere interamente quest’anima.
La carne e lo Spirito. Da qui deriva quel carattere drammatico che ha tante volte la vita cristiana – è sempre un combattimento quello che si svolge in noi. E non siamo noi soli a combattere, ma noi piuttosto o da una parte o dall’altra di un esercito che in noi stessi si scontra: il demonio e Dio. Noi dobbiamo sottrarci alle opere della carne, non dobbiamo ascoltare la carne nelle sue suggestioni, quanto cioè l’uomo vecchio, l’uomo non redento, schiavo del male, ci può suggerire. Dobbiamo sottrarci a queste suggestioni. Dobbiamo liberarci da questa schiavitù. E in che modo? Non per una nostra propria forza – l’uomo non è mai autonomo, si diceva. E questo lo comprendeva qualche decennio fa Dostojevskij: l’uomo non può mai essere uomo, per essere uomo bisogna che sia o demonio o Dio.
Per liberarsi da questa schiavitù l’uomo ha bisogno di una forza estranea, perché non potrebbe mai farcela contro un nemico a sé superiore. E qual è questa forza? Lo Spirito Santo. Di qui deriva che la vita cristiana è tutta in dipendenza da questo Spirito che Dio ci ha donato e che agisce in noi e si fa sensibile al nostro cuore per gli effetti della sua grazia.
In un primo tempo, di fronte agli assalti del demonio e agli istinti che dipendono dalla nostra schiavitù al peccato, si oppongono gli angeli custodi.
Ogni anima fin dalla nascita è disputata da due angeli: quello buono e quello cattivo: ma l’angelo buono in questa sua azione nell’anima nostra di cura, di provvidenza, di custodia, di difesa, non oltrepassa mai quelle che sono le possibilità della nostra natura. Bisogna rendersi conto che gli spiriti, secondo anche S. Tommaso d’Aquino, non sono altro che coloro cui è affidata la natura perché essi la facciano agire secondo le proprie leggi. Per questo, l’azione degli spiriti noi non l’avvertiamo mai: noi siamo sempre difesi, custoditi dall’angelo custode, ma questa custodia e questa difesa non l’avvertiamo perché in definitiva si confonde con lo stesso nostro modo naturale di agire; però l’angelo porta la natura ad agire in modo sano, retto. L’angelo cattivo porta ad agire in modo non buono, non retto – è la natura decaduta che diviene complice dello spirito cattivo, mentre invece la natura sana diviene sempre strumento delle operazioni angeliche.
Sicché, praticamente, queste ispirazioni buone, che derivano da una custodia angelica, non le avvertiamo, ma abbiamo motivo di crederci. Quest’azione non si distingue dall’azione della natura sorretta e guidata che oggi certi teologi (che sono stati condannati dall’Enciclica Humani generis) hanno posto in dubbio, come hanno fatto per l’esistenza del diavolo e degli angeli: gli angeli e il diavolo non sarebbero altro che le passioni o le virtù degli uomini. No, veramente le passioni sono il segno, le stigmate del peccato – come dice Clemente Alessandrino – e indubbiamente servono al Maligno, mentre la natura, risanandosi, diviene lo strumento dell’angelo, l’angelo si serve di questa natura e la conduce.
Non si tratta ancora di una direzione dello Spirito di Dio. Intendiamoci, lo Spirito Santo ci è stato donato già con i Sacramenti, ma ancora non vive in noi, o almeno noi non abbiamo questa testimonianza dello Spirito. La testimonianza dello Spirito suppone che l’anima viva già ultra humanum modum. Fintanto che gli angeli ci guidano noi siamo dei bambini, dei bambini che ancora non agiscono nel pieno uso delle loro potenze.
Dice la filosofia scolastica che l’operare segue la natura di ogni essere – operari seguitur esse. Ora, noi già col Battesimo abbiamo ricevuto una partecipazione alla vita divina. Ma il nostro operare risponde veramente a questa natura divina che abbiamo ricevuto? Certo, il nostro operare, nel suo principio, è reso soprannaturale da una grazia che riceviamo – nel suo principio però, non nella sua espressione, nel suo modo. Ora invece, per essere l’operare conforme a natura, bisogna che anche il modo sia conforme alla natura. Un bambino ancora non agisce da uomo pur essendo per natura uomo – bisogna che raggiunga una sua perfezione naturale perché abbia l’uso pieno di questa sua natura e il suo operare sia conforme alla natura ricevuta. Il cristiano ha ricevuto col Battesimo una partecipazione alla Natura divina: è vero che il suo operare risponde, è conforme a questa natura di cui è venuto in possesso?
Fintanto che il nostro operare è umano, non è conforme alla natura che abbiamo ricevuto, perché la natura che abbiamo ricevuto è una partecipazione alla natura di Dio. Bisogna che il nostro agire, il nostro operare sia divino, non umano soltanto. Bisogna che l’uomo agisca non soltanto nel modo umano, ma ultra humanum modum, come dice S. Tommaso d’Aquino.
È qui che interviene lo Spirito Santo. Finora noi lo possedevamo, ma il possesso di questo Spirito era come una potenza che non aveva ancora la capacità di tradursi in atto. Lo Spirito Santo interviene nella vita dell’uomo quando il cristiano diviene maturo, adulto, perfetto. Perché riceviamo il Sacramento della Cresima e lo riceviamo giunti all’uso di ragione? Perché è il Sacramento della perfezione cristiana – dice S. Tommaso d’Aquino. È il Sacramento infatti che ci fa perfetti cristiani, nel senso che ci dà il potere prossimo di agire non più come uomini soltanto, ma come figli di Dio.
Mediante i doni dello Spirito Santo, con la Cresima, se fossimo veramente puri, se fossimo giunti veramente a quella pienezza di grazia (non ancora perfezione) che il Battesimo comporta, immediatamente in noi si metterebbero in atto i doni dello Spirito Santo e saremmo perfetti anche come cristiani. Praticamente, invece, la maggior parte degli uomini rimangono dei bambini, degli infanti nella vita spirituale. Si muore anche a ottant’anni e non si lascia l’età dell’infanzia – si agisce ancora umanamente. Non che si faccia del male, si vive anche una vita di grazia, non si commettono mai peccati mortali, si evitano magari i peccati veniali e abitualmente non vi cadiamo nemmeno – e tuttavia il nostro è uno stato di infanzia. Non quello stato di infanzia che è la perfezione del cristiano, ma uno stato che indica precisamente una immaturità del cristiano, nel senso che, pur avendo dei poteri, delle potenze, l’anima cristiana non ha la capacità di tradurli in atto.
In questo passaggio interviene lo Spirito Santo che tu hai ricevuto nella Cresima, ma che è legato ancora in te da una tua mancanza di fede interiore.
Quando interviene lo Spirito, ordinariamente, attraverso i suoi doni? Quando l’uomo agisce in un modo che è sovrumano, che supera il modo proprio della natura umana. E allora l’anima dà una testimonianza di questa vita di Dio in sé; e allora l’anima ha un suo criterio per riconoscere l’azione di Dio in sé; ha la testimonianza che lo Spirito vive in lei – come dice S. Paolo. Perché? Perché tutto il suo agire dimostra la presenza di Uno più grande di noi nell’anima nostra; dimostra che un Altro ci ha invaso – noi diveniamo lo strumento di un Altro. Dipendiamo anche, nella nostra natura umana, dagli angeli, ma non ci accorgiamo della loro presenza, non possiamo avere testimonianza, certezza, l’esperienza anzi di quest’azione angelica nella nostra vita. Dell’azione dello Spirito in noi dobbiamo invece averla. Se è lo Spirito che agisce, naturalmente l’azione dello Spirito importa sempre in noi questo superamento dei modi umani onde l’anima può avere una certa testimonianza di questa presenza.
Il cristiano perfetto, dunque, è colui la cui vita già trasparisce Dio, già rende testimonianza di Dio: la rende agli altri, la rende anche a sé medesimo, nel senso che il cristiano acquista una certezza, una certa assicurazione di questa presenza di Dio in sé. Per questo, nella vita cristiana dei perfetti sempre abbondano espressioni che indicano una esperienza di questo Dio che in loro vive. Se voi prendete S. Ignazio di Lojola (e non per nulla molto spesso è stato sottoposto all’Inquisizione, avanti di essere fondatore dei Gesuiti, ma già aveva scritto il libretto degli Esercizi e faceva fare gli Esercizi a molti) il termine « sentire » ricorre frequentissimamente; e non solo questo termine, ma la parte più nuova e originale degli Esercizi è precisamente la parte dedicata al discernimento degli spiriti, alla discretio spirituum.
E non è soltanto d’Ignazio, questo, è proprio di tutti i maestri della spiritualità e di tutti i santi. Del discernimento degli spiriti ha trattato il primo grande santo monaco eremita: S. Antonio. Il discorso riportato da S. Atanasio nella sua Vita è un discorso sul discernimento degli spiriti. E non soltanto S. Antonio: è il tema centrale della spiritualità monastica di Cassiano e, nell’Oriente, di di Diadoco di Fotica; nell’Occidente, oltre Sant’Ignazio, se vogliamo avere un testo che ci è sempre fra mano, per riconoscere questo tema basterebbe aprire il libro dell’Imitazione di Cristo, al cap. 54 del Libro II.
Lo Spirito Santo agisce in noi e noi lo sentiamo, lo gustiamo. Le espressioni della vita spirituale sono tali che spesso invocano tutti i sensi dell’uomo a significare e tradurre una esperienza indicibile in sé. Sentire, vedere, gustare, toccare, ascoltare. Tutte queste espressioni ricorrono sempre: si ascolta Dio, si vede Dio, lo si gusta, lo si sente, siamo toccati… – quante volte ricorrono! Che cosa indicano? Indicano chiaramente un’esperienza; non siamo soltanto sul piano della fede, di una fede che viene ricevuta soltanto ex auditu. All’inizio della vita spirituale, di fatto, l’uomo è di fronte a Dio come un estraneo: Dio è estraneo a lui e lui è estraneo a Dio; se Dio parla, gli parla attraverso la Chiesa, ex auditu gli viene la fede e, se Dio comanda, la legge gli viene dall’esterno, attraverso la Chiesa, e l’anima si costringe a una legge esteriore e non sente Dio come legge della sua stessa vita, della sua stessa crescita, del suo stesso essere cristiano che sale, che cresce. Fintanto siamo bambini è così; quando il cristiano comincia ad entrare nell’età adulta, l’età della perfezione, la legge di Dio non è più esteriore, l’uomo non si costringe più ad una legge esteriore, ma si abbandona ad un impulso interiore, ed essendo docile a quello che sente, a quello che vive, egli vive anche la volontà del Signore, perché la volontà di Dio si distingue, sì, dalla sua volontà, ma non è separata, divisa, dalla volontà sua, è sempre più conforme alla divina volontà.
Così ancora per quel che riguarda l’ascoltare la parola di Dio. Prima L’uomo l’ascoltava soltanto ex audito, ora la sente interiormente e tanto la sente che può dar ragione a S. Giovanni l’Apostolo il quale dice: « E voi non avete bisogno che alcuno v’insegni, ma come l’unzione di Dio rimane in voi, così voi rimanete in questa unzione che non è menzognera ». L’unzione, nella I Lettera di S. Giovanni, è precisamente l’azione segreta dello Spirito nel cuore cristiano onde il cristiano ha un suo fiuto, un suo gusto della verità. Non c’è una infallibilità soltanto nel magistero, propria dei Vescovi e del Papa, c’è una infallibilità anche in voi, in tutta la Chiesa: infallibilità discente. Voi non dovete insegnare, ma c’è una infallibilità nel fiutare, nel sentire che quella è la verità. Prima che il Papa avesse definito il dogma dell’Assunzione, questa assunzione di Maria era un dogma per il popolo cristiano. Era una verità sentita e abbracciata e vissuta da tutto il popolo credente che aveva imposto la festa; non la teologia aveva imposto la festa, ma il popolo, piano piano, alla Chiesa. Così per l’Immacolata i teologi eran contro, e non i teologi di piccola taglia, ma i più grandi. S. Bernardo, il dottore mariano per eccellenza, il più grande devoto di Maria, diceva ai canonici di Lione: « Guardatevi bene dall’ammettere questa festa, voi compromettete l’unicità del Mediatore, di Cristo – non potete parlare, altrimenti andate contro la santità di Gesù. Lui solo è il Mediatore, il Redentore… Siete degli eretici se mettete questa festa nel vostro Capitolo ». Questo diceva S. Bernardo.
E dopo S. Bernardo, uno ancor più grande è stato contrario all’immacolato concepimento di Maria: S. Tommaso d’Aquino. Nonostante ciò, la festa dell’Immacolata si è imposta alla Chiesa. Perché? perché la Chiesa, certo, ha una sua infallibilità, infallibilità che non è mai soffocata e compromessa dai teologi, perché questa infallibilità, come l’infallibilità del Magistero è sempre conservata per l’assistenza dello Spirito Santo. Però questa infallibilità dice che la fede non è soltanto una parola che ascolto dal predicatore, è anche una verità che sento interiormente, che magari non so tradurre in un modo preciso, ma la sento; e se gli altri dicono qualche verità che a questa verità non risponde, immediatamente mi metto sulle difese. C’è una pronta difesa dell’anima cristiana di fronte a dagli errori che non sappiamo ribattere, in che modo vincere; ma se uno mi dice che nel Vangelo c’è scritto questo e questo, e quello che mi dice è contrario alla verità, io, anche se non ho letto il Vangelo, anche se non so fare un’esegesi precisa di quel passo, tuttavia sento che non è vero. Si ha un gusto della verità, della verità interiore, perché la legge è divenuta interiore. Tu hai una certa connaturalità con l’Essere divino; lo Spirito Santo, appunto, immergendoti in Dio fa sempre più connaturale la tua anima a Dio stesso – onde Dio non è più un estraneo a te né la sua vita ti rimane estranea, in modo che tu debba piegarti, costringerti, per riceverla, per possederla. No, è invece nella docilità, nell’abbandono a una certa mozione interiore, a un certo gusto interiore che tu invece vieni a possederla sempre di più. Lo Spirito Santo ora vive in te, ma non vive in te come totalmente Altro da te, ma come principio della tua medesima vita, come la tua guida, come Colui che ti dirige, ti domina, ti possiede, e tu divieni strumento nelle sue mani onde Egli – come dicono le Odi di Salomone – suona su te come su di una cetra il suo cantico di amore, sale da te la sua lode a Dio, attraverso di te come da un’arpa – come dicono le Odi di Salomone.
Così è lo Spirito. E allora viene che non tanto sei tu che ami, ti sforzi, che tendi a Dio, che lo vuoi, quanto invece è lo Spirito, che è il Soggetto primo delle tue operazioni. Dio agisce, vive, attraverso di te – tu sei lo strumento, l’organo attraverso il quale Egli medesimo vive. Certo, tu costringi sempre questa vita divina, sempre tu la soffochi un poco, nella misura della tua poca fede, del tuo poco abbandono. Perciò la cooperazione dell’uomo consisterà nell’aprirsi, nell’abbandonarsi docilmente a quest’azione divina, sicché i tuoi concetti, i tuoi poveri ragionamenti umani, i tuoi piccoli affetti umani non debbano costringere, limitare, soffocare questa vita immensa che vuole aprirsi un varco attraverso di te, che vuol trovarsi un vaso sempre più proporzionato alla sua ampiezza divina, alla sua immensità, alla sua divina grandezza. Tutto il tuo atto consisterà non tanto nel fare quanto nel patire, non tanto nel muoverti quanto nel lasciarti portare. Tutta la cooperazione dell’anima è una pura passività di fronte al Signore. Quella passività che si esprime magnificamente nella parola di Maria Santissima: « Ecco la serva del Signore: si faccia di me secondo la tua parola »…
Lo Spirito Santo dunque entra in azione quando l’anima è giunta a una certa sua perfezione morale, quando la natura è risanata, quando noi ci siano già sottratti alle suggestioni del male, almeno in modo abituale, perché mai siamo totalmente redenti, intendiamoci bene, siamo sempre più o meno soggetti a delle suggestioni, e degli istinti che non soltanto sono della nostra natura, ma anche della nostra natura decaduta. Però, quando l’anima è giunta a una certa perfezione, interviene, come si diceva, lo Spirito; e allora l’anima vive già la vita di Dio, la esperimenta in sé. E noi dobbiamo abbandonarci alle mozioni dello Spirito, aprirci alla sua luce, affidarci al suo magistero. Non più la nostra intelligenza, ma il dono del Consiglio; non più la nostra volontà, ma il dono della Sapienza; non più i nostri modi di agire, ma invece quello che il dono della Forza, della Pietà o il dono del Timor di Dio ci suggeriscono volta per volta; e in quello che questi doni ci suggeriscono noi non abbiamo mai una piena spiegazione sul piano naturale ed umano – supera quello che è il nostro modo di pensare e di agire, di giudicare. Tu sei portato, ma non sai dove, eppure devi abbandonarti a Colui che ti guida.
Come riconoscere gl’istinti divini? Specialmente all’inizio di questa nuova vita più alta, più spirituale, in cui l’anima non ha altro dovere che la docilità all’azione dello Spirito, come riconoscere l’azione dello Spirito Santo? Mi sembra che si possa riconoscerla da due criteri fondamentali. Bisognerebbe rendersi conto che lo Spirito Santo e il Verbo sono le mani di Dio, onde Egli plasma l’uomo secondo l’Immagine. Lo Spirito Santo dunque ci crea secondo un disegno divino, conforme a un modello divino e il modello divino è Cristo, perché è Lui l’Uomo secondo l’Immagine. Conformes fieri imagini Filii sui dice S. Paolo. Questo è il termine: farci conformi all’Immagine del Figlio suo.
Ma se lo Spirito deve operare questa nova creazione secondo il divino Modello, qual è il criterio per riconoscerlo? La continuità. Dio ti conduce in una sola direzione, e ti muove continuamente: c’è continuità nella direzione e nel tempo. L’uomo è mutevole, successivo nei pensieri e nel volere: Dio è immutabile nel suo disegno. Tu non sai dove vai e puoi anche cambiar mèta, ma quando cambiamo c’è sempre da temere che subentri la passione umana. Può darsi che lo Spirito operi un cambiamento nella nostra vita, ma non è detto che abbia cangiato il Signore; siete voi che siete cangiati nei confronti di Dio, non che Dio sia cangiato nei vostri confronti. La continuità di questa mozione divina rimane: rimane come criterio fondamentale del nostro vivere. E intendiamoci bene: non saremo mai santi che nella misura che ci abbandoneremo a questa mozione che ci porterà in un certo senso. Voi potete magari cercare di contrattare con Dio una vostra libertà, una vostra indipendenza da Lui cercando di compensare con qualche altra cosa quello che vi chiede. Ma anche in questo caso non sarete mai santi. Voi potete moltiplicare le vostre mortificazioni, digiunare tutti i giorni, mettervi il cilicio… non sarete mai santi se non vi abbandonerete a quella che è l’azione del Signore, dello Spirito Santo. Non sarete mai santi!
Bisogna abbandonarsi a questa azione. Non ci facciamo santi secondo il nostro disegno, ma soltanto incarnando, realizzando un piano di Dio, ma soltanto conformando sempre più la nostra volontà alla Volontà del Signore. Docilità allo Spirito: non intralciamo l’opera sua! Anche le virtù possono essere d’intralcio: si cerca di far tanto bene per non fare quello che il Signore vuole, che può essere anche meno, ma ci costa di più perché importa una nostra rinuncia. Ci iscriviamo all’Azione Cattolica, diventiamo dirigenti di Azione Cattolica, poi facciamo tanto bene intorno a noi, carità… poi moltiplichiamo i nostri atti di virtù, le nostre devozioni, novene, meditazioni… però non vogliamo, no, lasciare la famiglia, certi impegni di vita mondana, certe amicizie… E il Signore magari vuole proprio questo, e tutto quello che gli dai in cambio non vale nulla, sentirai sempre nel tuo cuore questa chiamata, Dio non è soddisfatto, tu non rispondi alla tua vocazione, quello che fai è perduto. Facessi anche miracoli, quello che fai è perduto, non ti crea, tu non aumenti nella tua vita, perché l’aumento della tua vita deriva solo dall’azione della grazia. Fintanto che non eri condotto dallo Spirito potevi giungere ad una certa perfezione, perfezione della natura umana risanata in cui tu sei chiamato ad agire, ma in questo caso tu non avverti lo Spirito. Giunti però ad una certa perfezione cristiana, a uno stato abituale di grazia, a una certa purificazione interiore anche riguardo ai peccati veniali… ecco, tu avverti lo Spirito Santo. Ora non puoi più essere tu a comandare il cammino. Cosa disse Gesù a S. Pietro? Anche S. Pietro voleva fuggire: « Un altro ti condurrà ».
E siamo veramente condotti da un Altro. E se ci lasceremo condurre da quest’Altro noi cresceremo, altrimenti rimarremo sempre allo stesso livello. La moltiplicazione dei nostri atti non ci farà superare lo stato di natura, di natura redenta, ma di natura; non ci porterà mai a vivere ultra humanum modum, cioè in questo aumento progressivo continuo di assimilazione a Dio che lo Spirito opera.
È nella pura docilità all’azione di Dio che l’anima cresce. Non sono le moltiplicazioni delle preghiere, non sono le mortificazioni che noi facciamo, non è nulla di tutto questo che ci fa crescere: è la docilità allo Spirito Santo. Docilità che ci può chiedere anche la mortificazione, ma può anche non chiederla, almeno quella che noi intendiamo, ce ne chiede altre che noi non siamo disposti ad offrire. Il Signore ti potrà chiedere anche meno preghiera o una preghiera diversa da quella che tu fai e, anche in questo, quante volte l’anima resiste! L’anima è chiamata ad una preghiera più semplice, di puro sguardo, e l’anima ha paura di abbandonarsi alle attrattive divine e rimane legata alle sue devozioni, ai suoi modi di preghiera cui era rimasta fino ad allora fedele, fedele a certi libri, a certe letture, a certi metodi, a certe preghiere. Non ci si lascia, non ci si abbandona all’azione dello Spirito.
Il primo criterio è la continuità. Ascoltate interiormente, ma fate silenzio nell’intimo vostro; guardate di mantenere l’anima vostra in una pura quiete. Redi anima mea ad tranquillitatem tuam dice il Salmo: ricomporre l’anima nostra in una grande pace interiore. Allora noi ascolteremo quello che Dio ci dice, noi sentiremo che quello che ci dice oggi ce l’ha detto dieci anni fa, cinquant’anni fa, e ancora noi non l’abbiamo compiuto e, forse, sempre abbiamo resistito. Oggi dobbiamo abbandonarci.
Nulla cambia in Dio. Egli rimane, Lui che è l’amore. Abbandonati a Lui. La continuità è il primo segno.
Ma un altro segno noi possediamo, ed è la pace. Abbandonandoti a Dio non vi può esser contrasto tra Dio e te, non puoi sentire alcuna resistenza, l’anima tua si ricompone sempre di più. C’è un’inquietudine, naturalmente, propria dell’uomo: l’uomo non può mai essere soddisfatto di sé: se fosse così non sarebbe più cristiano, perché appunto il cammino del cristiano non conosce mai meta, dal momento che noi siamo chiamati ad assomigliare a Dio, ad essere come Dio. Eppure l’anima possiede la pace, possiede la pace in Dio a cui si abbandona.
Volta per volta l’anima è portata più su, ma è nell’esser portata che trova la pace; non tanto in quello che l’anima possiede, in quello che ha raggiunto, ma nel fatto che si è abbandonata a questo istinto che, continuo, le fa superare volta per volta dei limiti nuovi per portarla più su, per innalzarla al Signore.
Si è detto che S. Ireneo paragona il Verbo e lo Spirito alle mani stesse di Dio, onde Dio plasmò il primo Adamo; egli dice che Dio mai lasciò Adamo, mai: l’ha tenuto sempre nelle sue mani, perché una volta caduto egli potesse essere riplasmato secondo l’Immagine, secondo il disegno che Dio aveva progettato. Di questo noi dobbiamo renderci conto.
Dio non ha mai lasciato Adamo. Siamo nelle mani di Dio. L’azione dello Spirito Santo non è soltanto continua nel senso che Egli ci conduce in una direzione sola, che Egli ci muove secondo un suo disegno preciso, ma nel senso che Egli mai lascia di condurci, mai Egli interrompe questa sua guida divina.
Non solo noi dobbiamo adorare Dio che è presente nell’anima nostra, non soltanto dobbiamo renderci conto che siamo tempio vivente di Dio. Dobbiamo anche renderci conto che tutto quello che abbiamo ricevuto da Lui deve essere istante per istante da Lui mosso, da Lui usato, adoperato.
Dobbiamo essere non soltanto il tempio di Dio, ma lo strumento della sua azione, perché Dio non abita in noi statico, fermo; non abita in noi perché lo adoriamo. Egli abita in noi per agire, soprattutto per trasformarci e renderci simili a Lui.
Quale responsabilità è la nostra di sottrarci alla sua azione! Conviene per noi ascoltarlo, è necessario rimanere docili alla sua azione, ma dobbiamo anche renderci conto che questa docilità non può interrompersi mai. Se in un istante noi compiamo una nostra volontà, un nostro desiderio, noi ci separiamo dal Signore: Egli tutto vuole da noi. Istante per istante Egli esige questa dedizione totale dell’anima, questa docilità piena dello spirito.
Come vivere questa docilità continua e perfetta? Certo, la prima cosa che si esige dall’anima perché tutto questo sia possibile, è che noi manteniamo un grande raccoglimento, un grande silenzio interiore e una interiore e perfetta libertà. La mozione dello Spirito è una parola che ci illumina, una parola che Egli ci dice, un comando che Egli ci dà – comando però che porta insieme una forza, un impulso che ci muove. E se l’azione di Dio è parola, Egli aspetta da noi l’attenzione, una vigilanza umile e pura onde noi l’ascoltiamo, onde noi non lasciamo perdere nessuna sua parola. In perfetta calma interiore, in perfetta pace dello spirito, l’anima deve riposare per accogliere questa divina parola, come un giorno l’accoglieva Maria Maddalena, ai piedi di Gesù: Sedendo ai piedi di Gesù, ella ascoltava le sue parole.
Non soltanto si impone questo raccoglimento interiore continuo. Non possiamo mai allontanarci da Dio, mai fare vacanza: siamo con Lui, con Lui dobbiamo rimanere, in ogni istante, ovunque andiamo, qualunque cosa facciamo. Non siamo con Lui soltanto quando siamo in chiesa: siamo con Lui anche al mercato; non soltanto Egli ci parla nell’orazione, ma anche quando stiamo spazzando la casa, anche quando camminiamo per le strade. La nostra anima deve mantenersi in attenzione a Lui che ci parla.
Ma perché la sua parola abbia la capacità di muoverci e veramente ci spinga, ci porti, ci sollevi, bisogna che l’anima, oltre che l’attenzione pura a questa divina parola, conservi una sua interiore libertà: bisogna non essere attaccati a nulla. Nella misura che noi siamo attaccati a qualcosa, lo Spirito di Dio non ha potere di muoverci, e noi rimaniamo fermi, nonostante che Egli ci inviti.
Quante volte abbiamo lasciato perdere la grazia proprio per questa mancanza di libertà interiore! Certo, Dio può vincere le resistenze delle nostre anime: Egli è il Creatore, è onnipotente. Ma Dio si adatta alla nostra debolezza e povertà; Egli ci muove delicatamente, in segreto, con una dolcezza, una pace interiore che esige da parte dell’anima la più perfetta libertà. Bisogna essere totalmente disponibili a Lui. Ad Elia, Dio non parla attraverso l’uragano o il terremoto, parla attraverso il leggero soffio dell’aria. Soltanto se l’anima sarà libera e leggera questo soffio la potrà portare.
Diceva S. Vincenzo de’ Paoli: « Mai io ho avuto grandi illuminazioni da parte di Dio, grandi grazie che mi abbiano sconvolto fino nell’intimo: Dio mi ha sempre parlato con un linguaggio che sembrava il mio medesimo, mi ha sempre illuminato con una luce che era appena un raggio, un raggio però che bastava al mio cammino, a illuminare quel passo che io dovevo fare, nel momento che Egli credeva ».
Non possiamo pretendere che Egli ci illumini sull’avvenire, che Egli ci muova con una forza straordinaria a compiere un atto comune. Siccome noi progrediamo nelle vie del Signore con una continuità mirabile, che ripete nell’ordine soprannaturale le leggi dell’ordine naturale, cioè si progredisce lentamente, si matura lentamente, così l’azione di Dio si adatta alla nostra povertà. Egli potrebbe spezzare le nostre resistenze, ma invece preferisce sciogliere lentamente tutti i legami, muoverci secondo il nostro passo.
Mantenerci liberi. Non deve esserci nulla che ci faccia opporre resistenza a Lui.
Quante volte facciamo delle riserve! quante volte, credendo di obbedire a Dio, obbediamo al subcosciente! La psicanalisi ha illuminato molto in questo campo. La paura della responsabilità fa sì che tanti non si sposino e credano magari di avere una vocazione religiosa; molti entrano nel sacerdozio perché obbediscono a un senso di infantilismo; molti credono di amare Dio e invece obbediscono a motivi di interesse, entrano nello stato religioso per destare ammirazione e affetto… Non possiamo liberarci da questo complesso di istinti che non conosciamo bene neanche noi, dalle insidie del nostro temperamento; bisogna darci a Dio così come siamo, ma bisogna che l’azione dello Spirito ci penetri fino in fondo. Noi non possiamo pretendere di conoscerci, ma lo Spirito Santo ci conosce. Non sappiamo qual è la via del Signore, ma quel che importa è che crediamo alla saggezza dello Spirito, che ci rendiamo conto che la nostra vita è nelle mani di un Altro che solo può condurci alla perfezione.
Abbiamo detto che uno dei criteri per riconoscere l’azione dello Spirito Santo è la continuità. Dio ha su di te un disegno fin dall’eternità. Ti ha chiamato a un ideale perché, cooperando con Lui, tu potessi raggiungerlo. Non ti resta che seguire questo cammino. Se tu, che ti sei consacrato in questa famiglia religiosa, ti credessi ora chiamato al Carmelo, questo desiderio sarebbe un’ispirazione diabolica, del Maligno, fino a prova contraria. Credere di dover entrare in un’altra congregazione religiosa più perfetta, che ha più santi… sono tutte illusioni diaboliche. Egli già vi ha chiamato qua: com’è che ci siete venuti? Se riandate un poco al passato, voi vedete che tutto si è fatto quasi senza di noi; nessuno di noi sapeva dove Dio ci avrebbe condotto, né ora lo sappiamo. Ora abbiamo imparato precisamente questo: che siamo nelle mani di Uno che sa, e ci possiamo affidare a Lui, sentiamo di poterci affidare a Lui, ed è precisamente nel lasciarci portare da Lui che la nostra vita si costruisce, che noi siamo veramente edificati come tempio di Dio.
Continuità. Certo, se voi foste venuti qui per sfuggire a un’altra chiamata di Dio, questa chiamata vi avrebbe lasciato sempre un’inquietudine interna e mai la pace. Voi invece avete sentito il contrario, che solo quando l’anima vostra si abbandonava senza difese alle esigenze di Dio, che si esprimevano per voi nella spiritualità della Comunità e in ciò che la Comunità richiedeva, voi avete sentito allora che la vostra anima si quietava e riceveva la luce.
Continuità nel cammino di Dio. Non cercate altra cosa, non chiedete altra via, non guardate altra luce. Continuità nel seguire la voce: una voce che per voi tutti è uguale e che per ciascuno di voi è diversa. È uguale per tutti voi che vivete nella Comunità, ma ciascuno di voi raggiungerà la santità solo realizzando quanto la Comunità vuole da lui. Una voce che per ognuno è diversa perché, pur essendo uguale la perfezione che viene proposta, ognuno di voi la realizzerà in un suo modo, con un suo timbro personale. I santi, pur essendo di una sola famiglia religiosa, sono anche fra loro diversi. Così voi. E voi dovete mantenervi docili all’azione dello Spirito che si esercita in tutta la Comunità, e dovete essere docili all’azione di Dio che si esprime e vi muove anche nell’intimo vostro. Non potete pretendere che lo Spirito Santo agisca in voi indipendentemente dalla Comunità. E via via che matura la Comunità, matura anche la vostra anima, che acquista luce, acquista forza e certezza. E proprio vivendo intensamente la vita di questo progresso, di questa vitalità che è propria di tutta la famiglia religiosa, la vostra vocazione particolare e personale si chiarirà, e voi l’adempirete. Non sarà nulla di nuovo, sarà tutto quello che voi sapevate all’inizio, ma che sapevate in modo vago e confuso, e che invece giorno per giorno si chiarisce, si delinea più preciso.
Che cosa sapevate all’inizio? Forse era soltanto poesia, ma una poesia che in fondo vi chiedeva tutto e praticamente vi chiedeva così poco: vi chiedeva soltanto l’entusiasmo dei vostri anni giovanili. Ora invece c’è forse meno poesia, ma quanto più chiaro l’ideale! Come veramente si fa più concreto il vostro dono al Signore!
Vivete in un’umile docilità all’azione continua dello Spirito che vi porta sempre avanti, sempre a una luce maggiore, a una dedizione più piena, a una immolazione sempre più pura di tutti voi stessi. Questo voi dovete vivere, questo!
Lo Spirito Santo è all’opera. Quello che si compie nell’intimo di ciascun uomo è più grande di quello che si compie nell’universo intero sul piano della natura. « Il grado di bene di una sola anima è più grande di tutto il bene dell’universo », dice S. Tommaso d’Aquino. Pensate alla grandezza dell’opera di Dio nella creazione! La creazione oggi esce dalle mani di Dio: la creazione non è un atto onde Dio intervenne milioni di secoli fa per suscitare le cose dal nulla; questo atto continua. Se Dio sospendesse per un istante il suo atto creatore, tutto l’universo franerebbe nel nulla! E come Dio è continuamente al lavoro (e lo dice Gesù nel Vangelo di S. Giovanni: Come il Padre continuamente opera, così anch’io), come Dio è continuamente al lavoro nella creazione del mondo, così è continuamente al lavoro nell’anima tua. E questo lavoro è più importante, più sacro, più grande, e impegna di più l’onnipotenza, la sapienza, l’amore di Dio, di tutto il lavoro dell’universo. Pensa dunque con quale delicatezza tu devi abbandonarti al Signore e con quale senso di responsabilità.
D’altra parte, mentre la creazione non resiste all’opera di Dio, tu puoi resistergli. Ecco tutto il potere dell’uomo: quello di intralciare questa onnipotenza, di rendere in qualche modo inefficace la volontà stessa dell’Onnipotente.
Con quale delicatezza noi dobbiamo abbandonarci al Signore! Con quale umiltà dobbiamo accogliere la parola di Dio, con quale docilità dobbiamo affidarci all’azione della grazia, giorno per giorno… Perché giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto Dio lavora; non c’è mai un istante in cui Dio cessi di lavorare in te: se Dio cessasse di lavorare in te, cesserebbe di essere in te, perché l’essere di Dio è il suo operare. Egli è in te per operare, non è in te per essere soltanto, ma per crearti, per rinnovarti, per farti simile a Sé e riempirti di Sé.
Diceva Suor Elisabetta della Trinità: « Com’è serio ogni minuto! Costa il Sangue di Cristo! ».
Ogni minuto costa Dio stesso, perché il prezzo del tempo è Dio: in ogni istante tu lo ricevi, tu devi riceverlo; in ogni istante tu puoi anche chiuderti e rifiutarti, e lo rifiuti nella misura che a questa grazia non ti abbandoni, e lo rifiuti e ti chiudi nella misura che tu non sei docile a Dio, non lo ascolti o non lo accogli in te.
Dobbiamo aprirci, dunque, con umiltà e con amore, a questo Dio che ci chiede soltanto di lasciarci amare da Lui, che vuole darci Se stesso e farci come Egli ci vuole.

Tutto il nostro progresso sta nel vivere come figli dinanzi al Volto del Padre. E ci dice S. Paolo: « Sono figli di Dio coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio ». Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filli Dei.
Esser mossi dallo Spirito vuol dire per noi essere figli. Siamo figli solo nella misura in cui siamo docili alla sua azione divina. L’opera dello Spirito è precisamente il farci a immagine di Gesù, il trasformarci nel Cristo.
L’azione dunque dello Spirito Santo ci mette in rapporto col Figlio Unigenito, con Cristo Signore. E come ci mette in rapporto con Cristo? Prima di tutto ci fa incontrare Gesù. È lo Spirito Santo che ravviva in noi ciò che la fede ci aveva insegnato. Quello che noi finora avevamo imparato attraverso l’insegnamento della Chiesa ora acquista una vita, una luce nuova, diventa vivo ogni mistero. Non che noi ne abbiamo una comprensione piena: il mistero rimane mistero, eppure diviene più luminoso e più vivo, come se la prima volta non l’avessimo conosciuto.
Ora, l’azione dello Spirito Santo per prima cosa ci fa incontrare Gesù. Come ce lo fa incontrare? Per incontrarci con Lui bisogna che Egli a noi divenga presente. Si potrebbe dire che vi sono quattro modi in cui può avvenire l’incontro tra l’anima e Cristo:
1) Gesù è presente in noi perché per la fede abita nell’anima di ciascuno di noi.
2) Vi è una presenza di Cristo che è propria di ogni uomo: Hai veduto un fratello, hai veduto il Signore. Ogni uomo non soltanto ci rappresenta il Signore, ma veramente lo rende per noi presente, in un modo certo molto misterioso, che non sappiamo nemmeno definire, ma reale.
3) C’è un modo di incontrare Gesù nella Chiesa, perché: Chi ascolta voi ascolta me. Nella Chiesa è presente il Mistero di Cristo; l’anima può incontrarsi con Gesù precisamente attraverso il suo rapporto con la Chiesa.
4) L’uomo poi incontra Gesù nel Mistero eucaristico, perché nel Mistero eucaristico Gesù è presente.
In quanti modi l’anima può incontrare il Signore! Lo Spirito Santo vuole che noi incontriamo Gesù in questo quadruplice modo.
Prima di tutto dobbiamo riconoscerlo in noi. Che cos’è la vita spirituale, secondo gli insegnamenti degli antichi, se non la nascita del Logos, del Verbo, nell’anima nostra? se non il vivere di Cristo in noi? Non è questo l’insegnamento di Paolo? Se mediante la fede Gesù abita nel cuore dell’uomo, la vita cristiana che altro sarà se non il crescere di Cristo nell’anima nostra fino alla sua perfetta età? Proprio così l’uomo si incontra prima di tutto con Dio. All’uomo si sostituisce un Altro e l’anima sente che un Altro la invade, la domina, la penetra tutta. Un Altro l’assume e fa dell’uomo il suo corpo onde Egli vive; e tutta la vita dell’anima tende precisamente a realizzare quanto S. Paolo diceva di sé: Vivo io e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Non siamo più soli, non soltanto perché Dio abita in noi come in un tempio, ma perché il Verbo di Dio in qualche modo ci assume e noi diveniamo il suo medesimo corpo; e attraverso di noi Egli vive, e via via che noi cresciamo nella vita spirituale, sempre più Egli ci invade, ci penetra tutti; sempre più la sua anima, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, la sua volontà, si sostituiscono alla nostra volontà, ai nostri pensieri, ai nostri affetti, ai nostri modi di vedere, ai nostri sentimenti. Hoc sentite in vobis quod est in Cristo Jesu.
È un crescere di Cristo in noi per una imitazione che non moltiplica l’esemplare – tanti Gesù – ma piuttosto ci assimila sempre più al Signore, ci fa sempre più una sola cosa con Lui, tanto che all’estremo noi siamo trasformati nel Cristo. Ed è questo il primo incontro che l’anima fa col Signore: non più come un estraneo, ma come un amico, uno sposo, l’anima dell’anima sua, come un altro se stesso o, piuttosto, come il vero se stesso.

L’anima deve incontrarsi con Gesù anche nel rapporto con tutti gli uomini. Com’è più misterioso questo incontro con Cristo! eppure, come più concreto e reale!
Io non posso sottrarmi mai a questo incontro con Cristo nei miei fratelli; ma fintanto che lo Spirito Santo non agisce, non illumina, non muove il cuore, è soltanto per la fede che io riconosco in ogni fratello il Signore. Quando lo Spirito Santo invece vive in me, mi trascina, mi illumina, mi porta, mi dirige, non è più soltanto perché la fede me lo insegna che io riconosco negli altri il Signore, ma veramente gli altri divengono il segno della Sua presenza, traspariscono Dio, traspariscono veramente la Sua presenza, e divengono agli occhi miei veramente trasparenti. E io vedo e amo in tutti il Signore. Ogni mio rapporto con gli altri diviene un mio rapporto con Gesù, diviene in me un modo di vivere la mia comunione con Cristo. Il rapporto dell’inferiore con il superiore è il rapporto di Maria con il suo Salvatore; il rapporto fra amici è il rapporto di Gesù coi discepoli; il rapporto fra gli sposi è il rapporto fra Cristo e la Chiesa. Come concreta è questa comunione con Gesù, ma come misteriosa! La mia parola, prima di giungere agli altri giunge a Dio; quel che faccio agli altri, lo faccio a Lui: Quel che avete fatto a uno di questi miei piccoli, l’avete fatto a me.
Questo rapporto con tutti gli uomini deve anch’esso portarmi a una intimità col Signore così grande che non potrei pensarla maggiore. Per portarmi poi a vivere nel mio rapporto con gli altri l’amore stesso di Gesù per gli uomini tutti, deve portarmi a vedere negli altri Gesù, sicché, come diceva Agostino, nel mio rapporto con gli altri si realizza il mistero di Cristo che ama Se stesso. Dal momento che nel mio amore per gli altri è Gesù che ama, nel mio amore, nel mio rapporto con gli uomini praticamente si realizza in qualche modo l’unità del Corpo Mistico: tutti non siamo più che uno, siamo Gesù.
Comunione la più grande, la più mirabile, forse, se non ce ne fosse una maggiore; comunione che, comunque, noi difficilmente potremmo pensarla più grande. L’unità del Corpo Mistico si realizza in questo rapporto; ognuno di voi è uno solo: è Gesù. Ed io che vi amo sono Lui. In tutti noi non vive più che Uno, tutti noi non siamo più che Uno: non ci si può dividere, non ci si può distinguere senza in qualche modo essere noi sottratti a questa unità. Possono gli altri sottrarsi appunto perché non amano, ma tu che sei cristiano devi tutti amare, e di un solo amore: del Suo.
Si è detto altre volte che noi dobbiamo amare tutti di un medesimo amore: sì, dell’amore di Dio. Io non posso far distinzioni, differenze, dal momento che devo vedere in tutti il Signore. Se vedessi negli altri soltanto degli uomini, li amerei soltanto per i meriti loro; ma poiché in ognuno io debbo amare Cristo, poiché in ognuno devo ritrovare e amare Gesù, il mio amore per gli altri non può essere che uno solo, uguale per tutti.
E non soltanto questo mio amore deve essere uguale per tutti, ma deve anche essere tale che io in ogni istante totalmente mi dono. Perché, se posso amare limitatamente, di un amore più o meno grande, ciascuno di voi, secondo il merito più o meno grande che ciascuno di voi può possedere, di fronte a Dio ogni misura cade: l’unico modo di amare Dio è di amarlo senza misura, dice S. Bernardo. Se in voi tutti io debbo amare Gesù, il mio amore per voi non deve conoscere confine, non solo per voi tutti insieme, ma per ciascuno in particolare. Io devo amare anche il cattivo con tutto il mio amore, essere disposto anche a morire per lui, così come debbo amare il brutto e il bello, il virtuoso e il vizioso, l’ignorante e il sapiente, anche se il modo di amarli sarà diverso. Non diverso nell’intensità, perché ad ognuno tu devi dare tutto te stesso, ma diverso nel modo. Io non posso dare al Papa un tozzo di pane, e non sa che farsene di una mia riverenza il povero che ha fame. Amare dunque diversamente nel modo, ma non nell’intensità, perché sia all’uno che all’altro tu devi dare nulla di meno che te stesso. Devi morire per ciascuno, perché l’amore con cui devi amare gli altri, ha detto Gesù, è il Suo medesimo amore: Amatevi come io vi ho amato. È il Suo amore medesimo, e non solo l’esempio: è l’amore onde anche noi in Cristo si ama.
È Gesù dunque che attraverso di noi ama, e non ama in ciascuno di noi che Sé. Ed è in questo amore, dunque, che noi non siamo che uno, una sola unità: Cristo, il Cristo totale.
Attraverso questo amore, come noi totalmente ci portiamo negli altri, così gli altri, amandoci, si portano totalmente in noi e avviene quella immanenza reciproca che in qualche modo rinnova il mistero della cointimità divina, della « circuminsessione », per dire un termine teologico, onde il Padre è tutto nel Figlio e il Figlio tutto nel Padre. Voi dovete vivere tutti, ciascuno, l’uno nell’altro – è questa l’unità che deve prodursi , l’amore cristiano.

Lo Spirito Santo non porta soltanto a riconoscere Gesù nei propri fratelli e ad amarli con l’amore stesso di Cristo in tal modo da compiere questa mirabile unità, ma ci fa riconoscere Cristo nella Chiesa. Cristo vive nella Chiesa, dobbiamo rendercene conto. Per chi non ha fede, gli uomini di Chiesa sono uomini, e quanto uomini! tante volte più miseri degli altri, tante volte mediocri, deboli, incapaci. Eppure, se lo Spirito Santo ti illumina , ti muove, ecco tu lo vedi: nella Chiesa è presente il Signore: tu lo vedi nel Vescovo, lo veneri nel Papa.
E il nostro rapporto con gli uomini e con la Chiesa è un rapporto che in qualche modo è più concreto e più libero da illusioni di ogni altro rapporto, da ogni altra comunione con Lui. Una comunione con Gesù nel Sacramento eucaristico si presta a molte maggiori illusioni di una comunione con Cristo attraverso questo rapporto d’amore con i fratelli e nella Chiesa.
C’è un rapporto con Cristo nei fratelli e nella Chiesa che è assolutamente di necessità per la salute: se io non amo sono nella morte, dice S. Giovanni l’Apostolo. Anche se vivo fuori dalla Chiesa sono nella morte, non posso essere salvo. Ma una cosa è vivere nella Chiesa e avere un certo rapporto d’amore coi fratelli, altra cosa è riconoscere nei fratelli il Signore, per illuminazione divina: non saperlo soltanto per fede, e per fede non avere verso nessuno né odio, né risentimento, né rancore, né amarezza, ma veramente amarli come si ama Gesù. Per arrivare a questo, solo lo Spirito Santo ci può aiutare; vivendo in noi ce ne può dare il potere, perché è solo lo Spirito santo che, vivendo in noi, fa sì che anche in noi ci siano gli stessi sentimenti di Gesù.
Questo rapporto con Cristo è più concreto e più libero da illusioni. Bisogna saper riconoscere Gesù anche nella Chiesa, amarlo, onorarlo, adorarlo: nella Chiesa Egli continua la sua missione, continua a lavorare per la salvezza del mondo; attraverso gli uomini della Chiesa Egli rende presente la sua Redenzione, la sua Morte di Croce, la sua autorità, la sua predicazione, la sua parola. Nella parola del Papa tu ascolti la parola divina, nell’azione del Papa e del sacerdote vedi presente l’azione stessa di Cristo. Il sacerdote che consacra fa presente il Mistero della Croce, il Papa che parla fa presente nel suo Magistero, in qualche modo, la Parola stessa di Dio in quanto è infallibile e veritiera. In questa tua visione e consapevolezza tu vivi una tua comunione con Cristo ancora presente e operante nel mondo, e ti unisci a Lui operante nel mondo, e vivi con Lui questo suo atto, questa sua Redenzione, questo suo lavoro immenso di salvezza del mondo.
Questa è, in fondo, la mistica di S. Ignazio di Lojola. Nella sua visione di Cardonnet egli ha visto precisamente questo: Gesù non è soltanto Colui che sotto Ponzio Pilato morì per la salvezza degli uomini, ma è anche Colui che, risorto da morte, vive ancora in mezzo a noi il suo mistero di amore, la sua missione di salvezza, predicando, soffrendo, morendo per gli uomini; e tutto questo non solo nel Mistero eucaristico, ma anche nel Mistero della Chiesa che giorno per giorno insegna, soffre e muore nei suoi martiri.
Questo ha veduto S. Ignazio. E per lui la visione della Chiesa, il sentire cum Ecclesia, si identifica alla sua unione con Cristo. È qui che egli è giunto veramente alla più alta santità, perché l’unione nostra con Cristo deve realizzarsi sempre in questo quadruplice rapporto. Certo, ognuno di noi vive in modo particolare uno di questi rapporti, anche se non esclude gli altri. Escludere gli altri vuol dire non essere cristiani, perché non si può escludere il nostro rapporto con Cristo nell’amore del prossimo. Ma chi di noi realizza veramente nel prossimo la presenza di Cristo in modo da vivere questo amore totale in ogni fratello? Un S. Camillo de Lellis, che va in estasi davanti a un malato. Non certamente noi, che tante volte siamo sgarbati o indifferenti, superficiali o leggeri, nei nostri rapporti fraterni. Eppure, anche qui quanto ci sarebbe da fare! Com’è lungo il cammino a cui ci sforza lo Spirito! È un cammino di unità. È lo Spirito Santo che, vivendo e operando in noi questa unione con Cristo, mostrandoci Cristo in ogni fratello e facendoci amare Cristo in ogni fratello, compie questa unità, Lui che è l’anima del Corpo Mistico.

Il cristiano vive ancora un altro rapporto: il rapporto con Cristo nel Mistero eucaristico. E anche questo, per precetto divino, è di necessità per la salvezza: Chi non mangerà la mia carne e non berrà il mio sangue non avrà la vita in sé, dice Gesù. Non avrà la vita eterna.
Noi dobbiamo incontrarci con Lui, dunque, anche nel Mistero eucaristico. E anche in questo caso, chi è se non lo Spirito Santo che veramente ci conduce? Lo sappiamo che nell’Eucarestia è presente Gesù, ma una cosa è saperlo per fede, ex auditu, dal Magistero della Chiesa, e altra cosa è realizzare questa Presenza, realizzarla e sentire la fame di Cristo Eucarestia, realizzarla e sentire il bisogno di vivere sempre alla Sua Presenza, realizzarla e sentire la necessità di una partecipazione sempre più intima al Mistero della Croce, alla Messa, al Sacrificio redentore. Realizzare questa Presenza, vivere questo incontro, questa comunione d’amore, onde la tua partecipazione a Cristo che muore e che risorge divenga lentamente tutta la tua vita, e tu veramente sia trasformato in Lui per trasformazione di amore: questo è opera dello Spirito Santo.
Ecco l’opera dello Spirito. È lo Spirito che ti conduce. Tu non sai attraverso quali modalità e per quali vie giungerai, ma sai che la meta è una sola: essere figli del Padre nello sguardo stesso di Cristo. E non possiamo essere davanti al Volto del Padre se non trasformati in Gesù. E la nostra trasformazione nel Cristo avviene attraverso questo incontro con Lui: incontro con Lui che abita il mondo, che è presente in ogni fratello, che è presente nella Chiesa, che è presente nell’Eucarestia. Incontro che è soltanto l’inizio di un rapporto di amore, di una trasformazione di amore onde al termine, attraverso questi rapporti, l’uomo non soltanto vive una comunione con Cristo, ma si trasforma realmente in Lui. Vive una comunione con Cristo nel rapporto coi fratelli, nel rapporto con la Chiesa, nella Comunione eucaristica, e attraverso questa comunione con gli uomini può giungere alla medesima trasformazione in Cristo quando il suo amore sarà così pieno e così uguale verso gli uomini tutti da essere Gesù che ama attraverso di lui e ama Gesù in tutti, operando così davvero la sua trasformazione in Cristo e la sua unità con tutta la Chiesa, l’unità del Corpo Mistico.
E questa comunione con Cristo realizzata nella Chiesa deve arrivare a tal punto da trasformarci ugualmente in Cristo: nel sacerdote, in Cristo che insegna, che dirige la Chiesa, che lavora, che continua la stessa sua missione. Ma in qualche modo così anche in voi, perché anche in voi continua la missione di Cristo. Voi vi incontrate nella Chiesa nella misura che vi sentite investiti da Essa anche davanti agli uomini, e cooperate a questa missione che è la sua, e vivete questa missione che è la sua, che è anzi la missione stessa di Gesù.
E così la vostra comunione con Gesù Eucarestia realizza al termine una vostra unità col Signore, perché attraverso l’Eucarestia voi dovete giungere a una vostra trasformazione in Gesù.
Così, davvero, noi siamo figli di Dio, perché mossi dallo Spirito giungiamo a questa pienezza. Anche i Padri dicevano che lo Spirito santo imprime in noi il suo suggello, e il suggello dello Spirito è l’immagine stessa del Figlio.
Divenire un solo Cristo; divenire, tutti noi, Gesù: ecco la nostra vocazione. È vero che la nostra vita cristiana ci impone di vivere come figli dinanzi al Padre Celeste, ma è anche vero che il Padre Celeste non ha che un Figlio: l’Unigenito. Gesù non è il Primogenito, ma il Figlio Unigenito del Padre. Si chiama anche « Primogenito fra molti fratelli », ma questi altri fratelli non sono sul suo medesimo piano; sono fratelli suoi e figli di Dio soltanto se sono in Lui, se sono trasformati in Lui.
Il Padre Celeste non ha che un solo Figlio. Noi dunque, se vogliamo vivere la vita dei figli, la vivremo soltanto se saremo trasformati in Lui, nel Cristo. A questa trasformazione d’amore che ci rende « uno solo » con Gesù, può portarci solo lo Spirito Santo, solo lo Spirito Santo la compie, e noi potremo giungervi soltanto nella misura della nostra docilità alla sua azione divina.
Ecco quello che il Signore ci insegna. Non si può separare lo Spirito dal Figlio, come non si può separare il Figlio dal Padre.
La vita cristiana è docilità allo Spirito, affinché si compia il disegno divino di assumere tutti nel Cristo onde, divenuti un solo Corpo in Cristo, divenuti in qualche modo un solo Figlio, noi viviamo dinanzi al Volto del Padre.
Cristo! Ecco la nostra vita. Per me vivere è Cristo. Cristo: ecco quello che dobbiamo essere. Dobbiamo perdere ogni nome, ogni nostra indipendenza e autonomia, per non essere più nostri, per essere in qualche modo una umanità che Egli assume e nella quale Egli vive il suo stesso Mistero.
E questa comunione con Cristo, appunto per questa presenza molteplice e misteriosa di Gesù, deve essere compiuta in ogni momento, perché in ogni momento noi dobbiamo vivere nella Chiesa, in ogni momento siamo in rapporto con gli uomini, in ogni momento possiamo vivere con Cristo Eucarestia, perché in ogni modo e in ogni momento noi portiamo Gesù nel nostro cuore.
Tutto il cammino dell’anima sta in questo essere trasformata dallo Spirito a immagine del Figlio, per vivere davanti al Volto del Padre. Ma quanto è lungo il cammino e quanta la nostra pochezza! Occorre la nostra docilità all’azione dello Spirito, e invece siamo attaccati a tante cose, e la nostra anima è così distratta!
Dio stesso ci offre l’esempio della nostra risposta in Maria. Quale virtù possiamo imparare da Lei se non la docilità, l’abbandono a Dio? S. Giovanni della Croce dice che « nessun movimento vi fu in Nostra Signora che non fosse di Spirito Santo ».
Maria non fu mai distratta: tutta l’anima sua era attenta alla Parola di Dio. La sua cooperazione all’azione della grazia fu la sua passività, che si esprime nelle sue parole: « Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la sua parola ». Non « farò », ma « si faccia »: non posso fare altro che offrirmi a Dio perché operi in me.
Che cosa imparare da Maria se non questo abbandono? Mettiamoci nelle mani di Dio, lasciamoci guidare da Lui; ci conduca per la tenebra o per la luce, per la gioia o per la sofferenza, faccia di noi quello che vuole: dobbiamo essere indifferenti, accettare tutto con la stessa pace, con lo stesso amore. Tutto deve essere uguale per noi, perché tutto porta il segno della sua volontà. Questo ci insegna Maria.
« Non pongo condizioni alla tua volontà, non mi sottraggo ai pesi di cui vuoi caricarmi ». Ecco l’esempio da tenere sempre davanti: più che la verginità di Maria e la sua umiltà, questa docilità, questo raccoglimento senza fondo, questo ascoltare la Parola di Dio.
Non scoraggiamoci! L’esempio è altissimo, ma Maria non è soltanto un esempio, è anche Madre, Madre di Gesù e di tutti coloro che devono somigliargli. Se dobbiamo essere figli di Dio, lo saremo soltanto se ci assimiliamo a Lei.
È Maria che ci genera nel suo Figlio. Diamoci a Lei, entriamo nel suo cuore.
Rivogliamoci a Lei come figli deboli e impotenti: ci ottenga Lei quel che da soli non possiamo ottenere. Le mamme amano di più i figli malati. Che Ella ci prenda e ci renda come ci vuole il Signore, ci ottenga Lei questa trasformazione.
Siamo tuoi figli, Maria, e poiché siamo tuoi figli vogliamo diventare Gesù. Per opera dello Spirito Santo concepisti Gesù, per opera dello Spirito Santo rendici simili a Cristo. La tua maternità deve continuare generandoci. Trasformati in Cristo, saremo un’anima sola con Lui.

U.S.F.P.V.

Omelie» di san Giovanni Crisostomo: Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo

ho scelto, per oggi, la seconda lettura dall’Ufficio delle letture:

FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50, 477-480)

Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo
Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro.
Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

In missione con San Francesco e San Paolo (25 gennaio festa della Conversione di San Paolo)

dal sito:

http://www.ecodellemissioni.it/

In missione con San Francesco e San Paolo

Dal Convegno Nazionale servizio missioni ad gentes
“La missione evangelica nella regola francescana” Assisi, 26 aprile 2008
Per il C.A.M. erano presenti il Segretario, P. Corrado Trivelli,
P. Flavio Evangelisti e alcuni giovani collaboratori laici

Appunti di P. Dino Dozzi

Il 2008-2009 è stato scelto come ottavo centenario della protoregola di san Francesco (o Regola non bollata, Rnb) e come bimillenario della nascita di san Paolo. Non siamo certissimi né della prima né della seconda data, ma ciò che conta è l’opportunità che abbiamo di collegare due giganti del cristianesimo, nel denominatore comune della missione evangelica, indubbiamente centrale in entrambi i personaggi.

1. LA MISSIONE EVANGELICA NELLA REGOLA FRANCESCANA
Il Vangelo è la Regola delle regole per tutti, ma ogni spiritualità sottolinea qualche aspetto particolare, che viene poi chiamato il carisma specifico di quella spiritualità. Anche Francesco legge il Vangelo “a modo suo”, omettendo alcune cose e sottolineandone altre. Per quanto riguarda la missionarietà, che cosa Francesco omette e che cosa sottolinea dei Vangeli e di Paolo? In Rnb XIV-XVII Francesco presenta la “magna charta” della missionarietà.
1.1 – Annunciatori del Vangelo da minori
Tutti e quattro i brani evangelici di missione sottolineano con forza i poteri che Gesù dà ai suoi inviati per cacciare i demoni e guarire i malati (Mc 6,7b; Lc 9,1-2) e mettono in risalto il comando di Gesù di andare a predicare e annunciare il Regno di Dio. Anche nel “vangelo” di Paolo che troviamo nelle sue lettere, grande spazio viene dato alla predicazione (“Guai a me se non predicassi il vangelo!”: 1Cor 9,16).
In Rnb XIV-XVII tutti i poteri che Gesù dà agli apostoli vengono tralasciati. E viene relativizzato anche il comando di andare a predicare: certo, Francesco predica e Rnb XVII è un piccolo manuale di predicazione, ma egli preferisce la predica del buon esempio (“operibus praedicent”: Rnb XVII,3). Illuminante in proposito è l’esegesi di Ez 3,18.
Nella sua “magna charta” della missionarietà ecco invece quello che Francesco sottolinea: non portare nulla con sé se non lo Spirito del Signore, vivere come pecore in mezzo ai lupi per amore del Signore, non gloriarsi di alcun bene ma riferirlo-restituirlo solo a Dio.
Rnb XIV,1 presenta l’elenco evangelico delle cose da non portare con sé non solo nella vita apostolica e missionaria: tale elenco non attinge solo dai testi evangelici di missione (Mt 10,1-42; Lc 9,1-6.10; e 10,1-20; Mc 6,7-13.30-32), ma anche da Mt 5-7: i frati non dovranno portare con sé neppure il diritto di difendere i propri diritti. Una modalità fondamentale della sequela di Cristo sarà la testimonianza del Regno di Dio consistente nel non portare nulla con sé se non lo Spirito del Signore: l’efficacia dell’apostolato non deriva da ciò che si porta. Il “nihil portent per viam” se non lo Spirito del Signore, per Francesco è già in se stesso annuncio del Regno di Dio in quanto proclamazione gioiosa di incondizionata fiducia in Dio e fare spazio allo Spirito del Signore, l’unico evangelizzatore nostro e di tutti.
In Rnb XVI,1 leggiamo: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. La frase è preceduta da un semplicissimo “dice il Signore”. Le pecore in mezzo ai lupi vengono sbranate; i fratelli debbono andare in mezzo ai “lupi” coscienti che “chi perderà la sua vita per me la salverà per l’eternità”. Se il Signore li invia come pecore in mezzo ai lupi, è perché lui stesso è già andato volontariamente “come pecora al macello” (Atti 8, 32) e ha verificato che è questa la strada per la vita eterna.
Il vivere come pecore in mezzo ai lupi per amore del Signore non è solo o tanto una conseguenza della sequela evangelica di Cristo e della testimonianza del Regno di Dio, ma è in se stesso sequela di Cristo e testimonianza del regno di Dio, perché sequela del Signore sulla via del Calvario, con la croce sulle spalle. È una modalità sconcertante, ma è quella scelta dal Signore per la salvezza dell’umanità e per questo proposta come fondamentale.
In Rnb XVII,5-6 tutti i fratelli, indipendentemente dal ruolo o dall’ufficio che hanno, vengono scongiurati di umiliarsi in tutto, di non gloriarsi, né di godere dentro di sé, né di esaltarsi interiormente “per le buone parole e opere, anzi per alcun bene che Dio fa o dice o opera talvolta in loro e per mezzo di loro”. Tutto il bene e ogni bene viene da Dio; i fratelli non sono altro che strumenti di cui Dio si serve per fare del bene. L’avverbio temporale “talvolta” relativizza ulteriormente l’importanza dello strumento. I fratelli dovranno restare al loro posto, senza neppure porsi il problema dei risultati: a questi, infatti, c’è un Altro che pensa. I frati dovranno seguire Cristo, annunciare il Regno di Dio e invitare alla penitenza-conversione non gloriandosi di alcun bene, ma riferendolo sempre e solo a Dio. E questa sarà vera vita evangelica alla sequela di Cristo e vera evangelizzazione in quanto testimonia Dio come sorgente unica di ogni bene, la sua signorìa totalmente accettata, la penitenza-conversione come un affidarsi incondizionato a lui.
Nel leggere il Vangelo Francesco tralascia ciò che si riferisce alla forza, al potere, ai risultati e sottolinea gli atteggiamenti e le parole di Gesù che fanno riferimento all’umiltà, alla povertà, alla minorità. I suoi frati li chiama “frati minori”.
1.2 – Annunciatori del Vangelo da fratelli
Per Francesco, la grande scelta è quella della fraternità, universale e incondizionata. Il programma evangelico di Francesco si può riassumere così: minori sempre e di tutti per essere fratelli sempre e di tutti. Le due eccezioni al divieto rigidissimo di ricevere denaro che troviamo nella Rnb – per i fratelli infermi e per i lebbrosi: Rnb VIII, 3.10 – rivelano che la fraternità è più importante della minorità, e la minorità è in funzione della fraternità. Francesco vuol vivere da minore sempre e di tutti per poter vivere da fratello sempre e di tutti. Questo rivela non solo una precisa gerarchia di valori, ma anche una concezione della fraternità che, volendo includere tutti e avendo bisogno di esprimersi concretamente nella condivisione di vita con tutti, non può far a meno di porre coraggiosamente i frati a livello degli ultimi.
Francesco propone una missionarietà fatta di vita da fratelli minori. Si tratta di un tipo di missionarietà sempre attuale. Nessuno mai ha visto Dio. Ma c’è uno specchio che riflette il mistero di Dio: è il nostro modo di stare con gli altri. Questo significa la frase di Paolo: “Vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (2Cor 13,11). Noi possiamo conoscere Dio nella misura in cui ci riconosciamo reciprocamente e rispettiamo le nostre diversità. Prima di parlare di Dio dobbiamo parlare di noi. La reale sfida odierna per tutti è quella della convivenza con l’alterità, con la diversità.
Dio è il grande Altro, il radicalmente diverso da noi: c’è una finestra che si apre sul mistero di questo grande Altro: è il volto dei tanti altri, dei tanti diversi da me, che incontro. La diversità è il luogo umano per conoscere il mistero di Dio. Il Dio della fede cristiana è uno ma non è solo, perché all’interno della sua unità c’è la sussistenza delle persone, cioè dell’alterità. La pace, al di là di tutte le accezioni a volte un po’ idealistiche, evanescenti e sentimentali di questa parola, è la convivenza rispettosa con tutti nell’alterità. Diventa allora comprensibile quella frase che può apparire scioccante: Quando devo insegnare chi è Dio, non devo parlare di Dio, devo parlare della pace che dobbiamo avere tra noi. Con Paolo possiamo dire che tutto il mistero di Dio, di Cristo, del vangelo e della Chiesa confluisce in un insieme di persone che, animate dalla fede, hanno tra di loro relazioni fraterne. Il problema biblico, teologico e pastorale fondamentale non è dunque la custodia del passato, ma l’incarnazione storica continua del vangelo in una concreta e visibile fraternità evangelica. Per questo la fraternità è così importante per Francesco.
L’uomo nuovo descritto da Paolo è figlio e fratello, capace di leggere se stesso e gli altri in un solo corpo animato da un solo Spirito, nella complementarietà e nella riconoscenza, con la vocazione-identità della comunione divina e fraterna. I rapporti fraterni non sono un “optional” per chi ha accolto il vangelo nella sua vita: accogliere il vangelo significa vivere la fraternità evangelica. Questa fraternità evangelica è il risultato, la conseguenza, il frutto dell’accoglienza del vangelo. È il vangelo, infatti, a darci la bella notizia che Dio è nostro Padre, ci ama e ci perdona, e che noi siamo figli suoi e fratelli tra di noi. Il vangelo presenta a tutti l’invito e la possibilità di vivere con gioia e riconoscenza da figli di Dio e da fratelli tra di noi.
Una comunità in comunione (una fraternità evangelica) è il frutto dell’azione evangelizzatrice di Dio e, proprio in quanto tale, diventa soggetto evangelizzatore: “Solo una comunità che vive e celebra in se stessa il mistero della comunione può essere soggetto di una efficace evangelizzazione” (Comunione e Comunità, 3). La missionarietà di Francesco si esprime anche nell’annuncio evangelico, ma soprattutto con una vita evangelica da fratelli minori.
1.3 – Annunciatori del vangelo nello “spirito di Assisi”
La sfida dell’Islam al cristianesimo c’era già nel secolo XIII. La risposta francescana fu di due tipi, che possiamo collegare a due città: Marrakech in Marocco e Damietta in Egitto. Siamo nel 1219. Da Siviglia i primi missionari francescani partono per il Marocco. Arrivano a Marrakech e, nella piazza della città, incominciano a predicare: “Maometto è un vile schiavo del diavolo: vi sta conducendo per la strada sbagliata e menzognera alla morte eterna, all’inferno dove egli è con tutti coloro che lo hanno ascoltato”. Berardo e i suoi compagni saranno i primi martiri francescani, i martiri di Marrakech.
Nello stesso anno 1219 Francesco si trova a Damietta in Egitto nel campo dei crociati, dove si sta combattendo contro “i figli del diavolo, la spazzatura da cui bisogna ripulire i luoghi santi e l’umanità”. Approfittando di una tregua, Francesco passa nel campo opposto e va a parlare direttamente al sultano, il quale non si converte, ma ascolta Francesco con attenzione e rispetto e lo lascia ripartire libero.
C’è un abisso tra Marrakech e Damietta. Per i frati del Marocco Maometto è il nemico, per Francesco i musulmani con cui va a dialogare sono dei fratelli separati. A Damietta Francesco non affronta un sistema, ma incontra delle persone. Il sultano lo riceve con grande cortesia. I cronisti del XIII secolo hanno trovato più facile esaltare il martirio dei frati a Marrakech che la via nuova aperta da Francesco a Damietta, e lungo i secoli i francescani hanno tentennato tra Marrakech e Damietta: molti frati sono vissuti in pace in mezzo ai musulmani, ma non hanno avuto gli onori della cronaca come altri più zelanti che trovarono così la palma del martirio.
I missionari cappuccini di oggi quel dei due stili vogliono scegliere tra Marrakesh e Damietta?
Ecco alcune piste per fare nostro lo stile di Francesco a Damietta.
Rinunciare definitivamente alla guerra santa e al razzismo religioso
Nell’orto degli ulivi Gesù dice che potrebbe chiedere dodici legioni di angeli, ma preferisce essere ucciso piuttosto che uccidere. Ai missionari tra i saraceni ed altri infedeli Francesco in Rnb XVII, 6 dice che “non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani”. Ne deriva uno stile missionario improntato alla tolleranza, al dialogo, alla minorità.
Uscire dalle mura
Il regno di Dio non si impone; il nostro scudo è la fede, dice san Paolo, e non un muro tra fedeli e infedeli. Francesco d’Assisi ha portato pace fra tante città dell’Italia centrale, ma ancor più ha scavalcato delle mura: quelle che tenevano fisicamente esclusi i lebbrosi, quelle che tenevano moralmente esclusi i briganti, quelle che tenevano spiritualmente esclusi gli infedeli. Per incontrare i lebbrosi, Francesco è andato al di là delle mura di Assisi, giù nella pianura; per incontrare i banditi è andato più lontano, nella foresta; per incontrare i musulmani è andato al di là del mare e della cristianità.
Aprire le porte alla cortesia di Dio
Il libro dei Fioretti fa dire a san Francesco che “la cortesia è un attributo di Dio”. Con la sua presenza tra i credenti musulmani Francesco apriva le porte alla cortesia di Dio che ci rispetta sempre. L’incontro dell’altro nella cortesia è un elemento costitutivo della missione e, anche senza troppe proclamazioni religiose, allarga la tenda del regno invisibile di Dio. A Damietta Francesco ha mancato il martirio per la cortesia; a Marrakech quei primi frati sono riusciti ad avere il martirio per l’oltraggio al Profeta dell’Islam. Quel martirio, in quei tempi di crociate, dalla maggioranza è stato apprezzato, ma questo non vuol dire che fosse più evangelico. A Damietta Francesco ha intuito che l’incontro era più importante del martirio. Damietta è l’incontro senza martirio; Marrakech è il martirio senza incontro. Marrakech è l’opposizione di due ghetti; Damietta è l’incontro sulla riva dell’altro.
Iniziare un cammino comune
A Damietta 1219 corrisponde Assisi 1986. Davanti alla Porziuncola, là dove Francesco aveva iniziato e concluso la sua avventura fraterna con i suoi fratelli e le sue sorelle minori, il Papa, circondato da tanti altri capi religiosi, così introdusse una delle giornate più importanti del secondo millennio: “Ho scelto Assisi come luogo della nostra giornata di preghiera per la pace per il significato particolare dell’uomo santo venerato qui, san Francesco, conosciuto e rispettato da tante persone nel mondo intero come un simbolo di pace, di riconciliazione e di fraternità”. Veniva restituita la visita: Damietta veniva ad Assisi, ad incontrare l’uomo dell’incontro, sulla sua riva. Il 28 settembre Giovanni Paolo II aveva detto: “Le nostre differenze sono numerose e profonde. In passato spesso sono state motivo di lotte dolorose. La fede comune in Dio ha un valore fondamentale: facendoci riconoscere tutte le persone come creature di Dio, essa ci fa scoprire la fraternità universale. Per questa ragione, con il nostro incontro di Assisi, vogliamo iniziare un cammino comune”.
Nella prospettiva del Vaticano II da rileggere e nello “spirito di Assisi”, ci viene affidato un compito estremamente impegnativo ed esaltante: annunciare il vangelo con lo stile di Francesco, nello “spirito di Assisi”.
1.4 – Dall’evangelo della paternità di Dio all’evangelo della figliolanza e della fraternità di tutti gli uomini
In tutti gli scritti san Francesco esprime la sua fede e la sua vita, il suo modo di leggere e di interpretare il vangelo. Ma c’è una pagina di questi scritti che possiamo chiamare il “Magnificat” di san Francesco, “il suo vangelo”. Si tratta del capitolo XXIII della sua prima regola, la Regola non bollata. È qui che Francesco canta il suo Dio, onnipotente, santo, creatore, salvatore, oltre il quale nient’altro si può desiderare e volere, nient’altro può piacere e soddisfare. “Per te stesso ti rendiamo grazie”, dice a Dio; e poi lo ringrazierà o lo magnificherà per le grandi cose che ha fatto, fa e farà per tutti. Troviamo qui il cammino di Francesco dall’evangelo della paternità di Dio, all’evangelo della figliolanza e della fraternità di tutti gli uomini: tutti figli dello stesso padre e dunque tutti fratelli tra di noi. Dall’evangelo della paternità di Dio deriva l’evangelo della figliolanza e della fraternità di tutti gli uomini. È questo cammino che troviamo espresso in Rnb XXIII, non in forma teorica e schematica, ma come frutto, come riflesso, come effetto, come esperienza, come profumo. Sono frutto, riflesso, effetto dell’incontro con l’evangelo la gioia traboccante, l’ammirazione sconfinata, il ringraziamento inarrestabile, la lode estasiata che permeano ogni parola di questo testo. Chi scrive è immerso nell’esperienza dell’evangelo: sente in ogni fibra del suo essere la paternità di Dio, la propria figliolanza, la fraternità universale. Le parole non gli bastano per esprimere e comunicare l’intensità dell’esperienza evangelica che sta vivendo.
Francesco “piccolo” (cf. Testamento 41.49: FF 127.131), e i suoi “frati minori, servi inutili”, hanno ricevuto la rivelazione evangelica di Gesù: hanno scoperto Dio come Padre e in lui hanno scoperto se stessi come figli. È il tesoro che hanno trovato, e le parole, pur tante e straordinarie che fluiscono dal cuore e dall’intelligenza, non sembrano bastare ad esprimere la preziosità di quanto hanno scoperto, e nasce allora l’esortazione: “Nient’altro dunque desideriamo, nient’altro vogliamo, nient’altro ci piaccia e ci soddisfi se non …” (Rnb XXIII, 27). Ed è tanta la gioia che non possono tenerla solo per se stessi: sentono la necessità e l’urgenza di comunicare a tutti questo evangelo, questa notizia straordinaria. L’elenco dettagliato e interminabile di Rnb XXIII, 16-22 (ma cf. anche l’inizio della Lettera ai Fedeli: FF 179) rivela la commovente preoccupazione che nel mondo intero qualcuno possa restare escluso dal venire a conoscenza di questa notizia straordinaria: Dio è Padre, noi siamo figli suoi e fratelli tra di noi.
1.5 – Dalla contemplazione all’evangelizzazione
Che cos’è la contemplazione? È vedere e sentire in questo modo Dio, la storia della salvezza, se stessi, i propri limiti, gli altri e tutto ciò che esiste.
Che cos’è l’evangelizzazione? È comunicare ciò che si vede e si sente nella contemplazione.
Rnb XXIII è un esempio di limpida e autentica contemplazione; ed è pure un esempio di evangelizzazione straordinariamente efficace.
La vera evangelizzazione avviene sempre per contagio di esperienza: la contemplazione fornisce l’esperienza di Dio, l’evangelizzazione è la partecipazione di tale esperienza. La contemplazione è condizione imprescindibile dell’evangelizzazione, perché solo se evangelizzati si può evangelizzare. Sempre, ma soprattutto oggi, più che di maestri si avverte il bisogno di testimoni.

2 – LA MISSIONE EVANGELICA IN SAN PAOLO
Pur nella distanza cronologica e culturale, quanti parallelismi si potrebbero scoprire tra la missione evangelica di Francesco e quella di Paolo. Alcuni esempi:
- L’uomo nuovo di Romani e l’uomo dal cuore nuovo di Rnb XXII: entrambi sono frutto della Parola e dello Spirito
- Paolo è un costruttore di comunità (Chiese),Francesco è un costruttore di fraternità
- “La preoccupazione per tutte le Chiese” (2Cor 11,28) è la stessa espressa da Francesco nell’inizio della sua lettera a tutti i fedeli: “Poiché sono servo di tutti, sono tenuto a servire tutti e ad amministrare le fragranti parole del mio Signore” (Lettera ai fedeli 2: FF 180). Stessa coscienza di essere servo di Gesù Cristo e suo strumento per far giungere la parola a tutti, stesso entusiasmo missionario, stessa coscienza che la parola continua a farsi carne nelle comunità cristiane.
Ma vorrei attirare l’attenzione solo un punto che Paolo stesso presenta come fondamentale per la sua missionarietà al servizio del vangelo.
Paolo: annunciatore del vangelo della croce
Paolo è l’apostolo per eccellenza, il primo grande missionario, il primo a verbalizzare il messaggio evangelico, colui che ha portato il messaggio di Cristo in quasi tutto il bacino del Mediterraneo. Questo grande apostolo e missionario nelle due lettere ai Corinzi (le lettere dell’apostolato) ci descrive il contenuto e la modalità del suo annuncio missionario, che potremmo riassumere nell’ossimoro “il vangelo della croce”.
La parola della croce viene giudicata debolezza-stoltezza da chi va in perdizione; ma per chi si salva è invece fortezza-potenza di Dio. Cristo crocifisso è scandalo per chi cerca miracoli (giudei) e stoltezza per chi cerca spiegazioni razionali (pagani), ma per i chiamati è potenza di Dio e sapienza di Dio. Possiamo riassumere così l’argomentazione serrata e i tanti ossimori di 1Cor 1,17-2,5: la croce di Cristo, simbolo del potente e sapiente progetto salvifico di Dio, ma espressione d’impotenza e d’infamante follia per gli uomini, costituisce il contenuto della predicazione cristiana, configura l’aspetto della comunità dei credenti, determina la forma del messaggio apostolico, qualifica la persona stessa del predicatore. Davvero “Dio ha scelto ciò che è debole per confondere i forti” (1Cor 1,27-28).
Mentre in 1Cor 1,18-2,5 la contrapposizione debole-forte si riferisce alle modalità salvatrici ed evangelizzatrici scelte da Dio (il Crocifisso, il vangelo della croce), in 2Cor 12,7-10 riguarda direttamente la persona stessa di Paolo e la sua autopercezione e, di riflesso, l’esperienza di ogni cristiano. Paolo sente tanto debilitante questa “spina nella carne” che: “Tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me”. La fortezza desiderata da Paolo consiste nel non avere questa “spina nella carne”. Ma il Signore gli risponde: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. È da questa risposta che si può mettere a fuoco tutto l’apostolato paolino. Paolo, pur partendo da un’esperienza personale, intende porre un principio generale che aveva già sostanzialmente presentato in 1Cor 1,17-2,5.
La risposta del Signore ha aperto gli occhi a Paolo e ha letteralmente capovolto il suo modo di giudicare le situazioni: quello che prima gli appariva debolezza e impedimento da cui chiedere la liberazione ora gli è stato rivelato “forte” in quanto condizione indispensabile per il manifestarsi della potenza di Dio. Per questo, Paolo può quindi vantarsi e compiacersi di quelle “debolezze”. Dalla “fortezza debole” precedente Paolo è passato alla “debolezza forte” attuale: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. Ma di quale debolezza si tratta qui?
In 1Cor 1,18-2,5 Paolo mette in contrapposizione la debolezza forte di Dio e la fortezza debole dell’uomo. La croce di Cristo, il vangelo della croce, la chiamata di Dio e la predicazione di Paolo a Corinto esprimono la debolezza degli strumenti di cui Dio si serve, ma è una debolezza solo apparente; in realtà è una debolezza forte perché attraverso di essa arriviamo a Gesù Cristo, il solo che “per noi è sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (cf. 1Cor 1,30). Di fronte alla “debolezza forte” di Dio sta la “fortezza debole” dell’uomo, una fortezza basata sulle prove convincenti della logica o della storia; ma questa fortezza dell’uomo è solo apparente; in realtà è una fortezza debole perché impedisce di giungere a Gesù Cristo il solo che “per noi è sapienza, giustizia, santificazione e redenzione”.
In 2Cor 12,7-10 troviamo in contrapposizione la fortezza debole desiderata da Paolo e la debolezza forte da lui scoperta. Mentre in 1 Cor la contrapposizione è tra come vede le cose Dio e come le vede l’uomo, in 2Cor la contrapposizione è tra come vedeva le cose Paolo prima della rivelazione ricevuta e come le vede dopo la rivelazione. Ma quello che appare fondamentale non è tanto la realtà giudicata in modo diametralmente opposto (la croce di Cristo in 1 Cor e la “spina nella carne” di Paolo in 2Cor), quanto piuttosto l’occhio che guarda, cioè il criterio, la chiave di lettura. E questo occhio-criterio nei due brani è lo stesso, è quello della fede.
Paolo non si gloria di qualsiasi debolezza ma di quella debolezza che è letta con fede, cioè come umile riconoscimento della propria insufficienza e quindi come umile richiesta di salvezza. È solo questa la debolezza che permette alla potenza di Dio di esprimersi: è questo “il vangelo della croce”. E bisogna sottolineare anche “il vangelo della gratuità”, messo in evidenza dall’insistenza con cui Paolo ricorda che “Dio ha scelto” proprio ciò che umanamente appare debole, insignificante, inadatto, per rivelarsi e salvare.
1Cor 1,29 offre la spiegazione di questo sconcertante agire di Dio: “Perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”. Paolo proclama qui la fine di ogni possibile umana autoglorificazione. D’ora in poi l’unica glorificazione-sapienza sarà nella croce di Cristo. La debolezza-inadeguatezza dello strumento fa risaltare la potenza di Dio. È questa gratuità che viene sottolineata anche in 1Cor 1,30: per opera di Dio “voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione”.
Ma è soprattutto “il vangelo della fede” che Paolo intende presentare. Tutto il brano 1Cor 1,17-2, 5 trova la sua conclusione nell’ultima frase, estremamente sintetica ed efficace: “Perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. 1Cor 1,31 riprende l’esortazione a gloriarsi non di sé ma solo del Signore: il concetto si trova già in Ger 9,22-23, e l’espressione verrà ripresa testualmente da Paolo in 2 Cor 10,17. Gloriarsi di sé significherebbe non riconoscere che la salvezza ci viene da fuori, da Dio, gratuitamente, in Cristo Gesù, e quindi significherebbe precludersi la possibilità stessa della salvezza.
In 1Cor 1,18 sono messe a confronto le due valutazioni opposte della “parola della croce”: stoltezza per quelli che vanno in perdizione, potenza di Dio per quelli che si salvano. La valutazione sembra dipendere dalla sorte (persi o salvati); in realtà, è la sorte che dipende dalla valutazione diversa della croce: giudicare la croce e il discorso su di essa “stoltezza” porta alla perdizione; giudicare la croce e il discorso su di essa “potenza di Dio” porta alla salvezza. Non riconoscere nella croce di Cristo la potenza di Dio che può salvarci, significa svuotarla proprio di quella stessa potenza. La fede è la chiave di lettura per riconoscere come provvidenziali le sconcertanti scelte di Dio.
La sconcertante possibilità provvidenziale del “vangelo della croce” offerto da Dio all’uomo diventa effettiva provvidenza divina solo nella fede, che permette di leggere la debolezza umana come spazio umilmente disponibile ad essere riempito dalla gratuita e salvifica ricchezza di Dio. Quando mi riconosco debole e sono umilmente riconoscente a Dio della mia debolezza, è allora che sono forte della fortezza che gratuitamente Dio esprime in me.
Paolo, il primo autore del Nuovo Testamento, sottolinea l’aspetto sconcertante dell’agire di Dio che ha voluto salvare l’uomo attraverso la croce di Cristo, simbolo di ogni crisi, di ogni debolezza, di ogni sconfitta, di ogni sofferenza. Ma è proprio e solo attraverso la croce di Cristo che arriva la salvezza per tutti. La fede è il luogo dove la croce di Cristo non viene vanificata, o considerata come incidente di percorso o male inevitabile, ma viene riconosciuta e accolta come vangelo, vangelo della croce. Il tema è profondamente collegato con i capisaldi della teologia paolina: la gratuità della salvezza offerta da Dio all’uomo in Cristo morto e risorto, e la fede come grande condizione per l’accoglienza di essa; ne sottolinea l’aspetto sconcertante, ma, infine, anche gratificante. “Quando sono debole è allora che sono forte” appare felice ed esperienziale traduzione paolina delle beatitudini evangeliche.

Conclusione
La missione evangelica di Paolo è caratterizzata dall’annuncio del vangelo della croce; la missione evangelica di Francesco è caratterizzata dalla vita evangelica di fratelli minori; come l’annuncio paolino non esclude certo la testimonianza della sua vita, così la vita evangelica di Francesco non esclude l’annuncio verbale. Nella vita e nell’annuncio evangelico di Paolo e di Francesco continua a rivivere Cristo: “Non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20)
P. Dino Dozzi è teologo e biblista, docente di Sacra scrittura presso diversi istituti teologici, direttore della rivista francescana Messaggero Cappuccino, autore di varie pubblicazioni di approfondimento e divulgazione sulla lettura biblica e sulla spiritualità francescana, tra cui “Così dice il Signore”, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2000.

Publié dans:FESTE DI SAN PAOLO APOSTOLO |on 24 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Lettera di san Paolo ai Presbiteri (per il 25 gennaio festa della Conversione di San Paolo)

dal sito:

http://www.teologiabenedettine.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1062:approfondimenti-bibbia-lettera-di-san-paolo-ai-presbiteri&catid=97:archivio-approfondimenti-bibbia&Itemid=130

Lettera di san Paolo ai Presbiteri

di Guglielmoni L. – Negri F.

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti.
«Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16).
La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso.
In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico
Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli.
Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore.
San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità.
Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia.
L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore
Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio.
Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio.
Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis.
Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per»
L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione.
Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni.
Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione.
Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa.
Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi.
A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza
A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna.
Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne».
Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione
Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo.
Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9).
Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero.
Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare.
Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo
Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo.
La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora.
La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto.
Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata.
La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori

Publié dans:FESTE DI SAN PAOLO APOSTOLO |on 24 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

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