Archive pour le 11 octobre, 2014

Parabola del Banchetto Nunziale

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Publié dans:immagini sacre |on 11 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

ISAIA 25,6-10A – COMMENTO BIBLICO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2025,6-10

ISAIA 25,6-10A

6 Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto di grasse vivande, per tutti i popoli, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.
7 Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. 8 Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; farà scomparire da tutto il paese la condizione disonorevole del suo popolo, poiché il Signore ha parlato.
9 E si dirà in quel giorno: « Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, 10 poiché la mano del Signore si poserà su questo monte ».

COMMENTO
Isaia 25,6-10
Il banchetto escatologico

Nella prima parte del libro di Isaia (Is 1-39), subito dopo gli oracoli contro le nazioni (cc. 13-23) e prima della seconda raccolta di poemi su Israele e su Giuda (cc. 28-35), si trova una sezione tardiva e piuttosto disorganica di oracoli chiamata «grande Apocalisse» (cc. 24-27) perché riguarda la fine del mondo e il giudizio finale. Al centro di questa raccolta si situa l’oracolo che preannunzia il banchetto degli ultimi tempi. Il testo si divide in tre parti: banchetto finale (v. 6); suoi scopi (vv. 7-8); risposta del popolo (vv. 9-10).
Il banchetto viene così descritto: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (v. 6). Il simbolismo del banchetto è noto nella Bibbia. Qui l’autore si riferisce anzitutto al banchetto dell’alleanza, che i capi di Israele avevano consumato sul monte Sinai al cospetto di JHWH (cfr. 24,9-11). In questo caso però il convito viene preparato direttamente da Dio. Anche qui il banchetto viene imbandito sulla montagna, che indica simbolicamente il luogo in cui Dio ha messo la sua dimora. Diversamente dal banchetto del Sinai però sono presenti qui non solo i rappresentanti di Israele, ma «tutte le nazioni»: l’alleanza escatologica non sarà più limitata a un solo popolo, ma si estenderà a tutta l’umanità, come era stata l’alleanza di Noè (cfr. Gen 9,9). La munificenza dei cibi serviti nel banchetto ne indica l’importanza decisiva nella storia della salvezza. Questo banchetto ricorda quello imbandito dalla Sapienza, al quale sono invitati tutti gli inesperti, senza differenza di religione o di nazionalità (cfr. Pr 9,1-6).
Nel corso del banchetto il Signore indica ai convitati, sotto forma di doni simbolici, gli scopi che intende perseguire. Essi sono quattro. Anzitutto Dio «strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti» (v. 7). Sul monte avviene dunque una nuova rivelazione, analoga a quella che aveva avuto luogo sul Sinai. I protagonisti saranno tutti i popoli (‘ammîm, gôjîm). Non si tratta evidentemente della rivelazione di dottrine astratte, ma di un’esperienza personale di Dio messa alla portata di tutti. In secondo luogo «eliminerà la morte per sempre» (v. 8a). Secondo la Genesi la morte era stata la prima conseguenza del peccato di Adamo (cfr. Gen 3,19). Non si tratta però semplicemente della morte fisica, ma della lontananza da Dio che la morte fisica simboleggia e consacra. Nel banchetto sarà assicurata la vita in quanto comunione con Dio, senza precisazioni circa la morte fisica.
Oltre a cancellare per sempre la morte, «il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (v. 8b). Anche la sofferenza, di qualunque tipo essa sia, fa parte del triste connubio tra peccato e morte. Per questo nel banchetto finale anch’essa verrà eliminata per sempre. Infine «farà scomparire la condizione disonorevole del suo popolo da tutto il paese poiché il Signore ha parlato» (v. 8c). Nonostante la sua ampiezza universale, la profezia non trascura il posto speciale che spetta a Israele nel piano salvifico di Dio. In un universo rinnovato, anche il popolo di Dio verrà restaurato nella sua terra e sarà liberato dalla sua condizione disonorevole, che consiste nella sottomissione alle potenze straniere. La promessa termina con un riferimento alla parola di JHWH che ne garantisce il compimento.
Alla promessa fatta da Dio per mezzo del profeta il popolo reagisce con un piccolo inno di lode che verrà pronunziato «in quel giorno», cioè quando le promesse si saranno realizzate: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza (v. 9). In questa preghiera predomina la speranza in una salvezza che può venire solo dal Signore. Il popolo esprime la sua fede nella parola di JHWH e aspetta solo da lui l’eliminazioni di quei mali che gli impediscono di godere fino in fondo della sua comunione.
Il testo termina con queste parole: «Poiché la mano del Signore si poserà su questo monte» (v. 10). Questa conclusione si ricollega con la frase iniziale. La «mano del Signore» rappresenta la sua potenza che gli permette di intervenire in modo efficace negli eventi di questo mondo. Ma questa potenza non si esercita più nella guerra contro i suoi nemici, bensì nella riconciliazione di tutte le nazioni con lui e tra di loro.

Linee interpretative
Il pasto sacro significa nella Bibbia la comunione che si instaura tra Dio e i presenti, i quali sperimentano al tempo stesso una profonda comunione reciproca. L’esperienza che il popolo aveva fatto nel convito dell’alleanza ai piedi della santa montagna era stata tenuta viva lungo i secoli dai banchetti sacri che accompagnavano i sacrifici di comunione. In questo contesto sorge l’attesa del banchetto escatologico che rappresenta lo scopo a cui tende tutta la storia della salvezza. Questo banchetto assume una dimensione universale. Se è vero che Dio ha fatto un’alleanza con il popolo di Israele e si è manifestato ad esso in un modo speciale, è pur vero che Egli non fa preferenza di persone e intende elargire la sua salvezza a tutta l’umanità. Il dono di una salvezza universale viene proiettato agli inizi della storia, cioè al momento della creazione, e poi al momento finale, in cui tutte le promesse si compiranno. Questa visione escatologica non deve però essere presa in senso temporale: l’intervento di Dio all’inizio e alla fine indica, come sottolinea il banchetto della Sapienza, il costante agire di Dio nella storia per la salvezza di tutti. In questo contesto il particolarismo che affiora spesso in Israele può essere considerato come un incidente di percorso.
La salvezza prospettata nella profezia del banchetto escatologico ha come primo effetto una pace duratura che consiste non solo nell’assenza di guerra, ma anche e soprattutto in rapporti nuovi tra le persone. Essa comporta l’eliminazione della sofferenza e della morte, cioè una vita piena, liberata da tutti i condizionamenti fisici e morali. La salvezza è dunque essenzialmente una dimensione dello spirito, che però si espande alla vita associata, producendo progresso e sviluppo a tutti i livelli. Uno degli aspetti più importanti del messaggio biblico consiste nel saper unificare la dimensione spirituale con quella materiale dell’esistenza umana. La salvezza è dunque un bene prettamente terreno, anche se il suo compimento viene rimandato simbolicamente al momento finale della storia, in un mondo nuovo che allora verrà creato da Dio ad analogia del paradiso terrestre da cui i primi progenitori erano stati allontanati.

OMELIA – 28A DOMENICA A: ECCO, HO PREPARATO IL MIO PRANZO, VENITE ALLE NOZZE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/28a-Domenica-A/07-28a-Domenica-A-2014-LD.htm

12 OTTOBRE 2014 | 28A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

ECCO, HO PREPARATO IL MIO PRANZO, VENITE ALLE NOZZE

In questa XXVIII domenica del tempo ordinario la liturgia ci propone un’immagine molto famigliare, ci propone l’immagine del banchetto. Il banchetto, in ogni tempo e in ogni cultura riveste sempre un segno importante di comunione tra coloro che ne sono chiamati a farne parte.
Ed è proprio con l’immagine del banchetto, che è proposta dalla Scrittura in questa domenica, che essa ci mostra quale sia la dinamica che il Signore stesso utilizza per manifestare il suo disegno di salvezza.
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, ci mostra nei dettagli il modo con cui il Signore prepara il banchetto per tutti i popoli. Una descrizione accurata delle cibarie e delle bevande, ma non solo. L’agire del Signore stesso è volto non solo ad un’immediato soddisfacimente dei bisogni primari, ma tende ad un’azione globale che và a soddisfare quel desiderio di salvezza racchiuso nel cuore di chi crede e spera nella sua azione.

Scrive papa Benedetto XVI:
« Vi è chi, avendo deciso che « Dio è morto », dichiara « dio » se stesso, ritenendosi l’unico artefice del proprio destino, il proprietario assoluto del mondo. Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l’uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire.
Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, dichiara Dio « morto », è veramente più felice? Diventa veramente più libero?
Quando gli uomini si proclamano proprietari assoluti di se stessi e unici padroni del creato, possono veramente costruire una società dove regnino la libertà, la giustizia e la pace? Non avviene piuttosto – come la cronaca quotidiana dimostra ampiamente – che si estendano l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione?
Il punto d’arrivo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa. Quando Dio parla, sollecita sempre una risposta; la sua azione di salvezza richiede l’umana cooperazione; il suo amore attende corrispondenza ».
San Paolo, nella seconda lettura, ci mostra quale sia la condizione di chi si sente libero, perché stato liberato dall’azione salvifica di Cristo. La forza di cui egli ci parla, non è una forza « bruta », intesa come potenza schiacciante, ma la forza di cui Paolo si rende testimone è la forza dell’amore. Una forza che davvero può tutto ma solo se non è sganciata da Colui che la dona; una forza, dunque, riflessa e non nativa.
La forza dell’amore può realmente tutto, come san Paolo ci mostra con la sua vita, ormai egli che ha fatto in modo di plasmare la sua vita su e in questa forza può dire di essere una creatura libera, non condizionata nel suo agire, che si sa’ fare povera o ricca, sazia o deficitaria. Questa forza è anche quella che sostenta e sostiene la vita di ogni credente che la lascia sviluppare.
Il brano di Vangelo proposto dall’evangelista Matteo, ci mostra che tutta l’azione parte da un re e dalle sue scelte. Gli inviti che egli fa’, sono del tutto gratuiti; Dio chiama pressantemente a far parte del suo Regno, a far parte anzitutto della relazione gioiosa con lui. Ma, nessuno fra coloro che sono chiamati a entrare in rapporto gioioso con il re, dunque con il Signore Dio, è abilitato a pensare che la sua scelta resterà senza conseguenza.
Infatti, il rifuto reiterato, nei contenuti e nei modi, dell’invito alla festa di nozze fa notare il contrasto tra l’ampia volontà di accoglienza divina e la scelta, di tutt’altro segno, operata dagli uomini. La chiamata indiscriminata agli angoli delle strade, discende dalla consapevolezza che il « progetto di Dio » non si interrompe, nonostante le mancante adesioni dei chiamati privilegiati.
Il disegno di Dio non fallisce, sono gli invitati che possono fallire; per cui la chiamata non garantisce l’elezione, perché non tutte le scelte e gli agire sono compatibili con la via proposta dal Dio di Gesù Cristo, cioè la semplice accettazione dell’invito a fare parte del Regno è necessaria, ma non sufficiente. Tutti chiamati, ma non tutti pienamente rispondenti a Dio (nella libertà), in quanto fedeltà e amore sono necessari, non opzionali, e costantemente necessari, giorno dopo giorno.
La condizione di fondo in cui ogni credente in Gesù Cristo è chiamato, è la gioia, perché questa parabola è un’allegoria della caratteristica di fondo della vita cristiana in tutti i suoi momenti qualificanti. Non si tratta di un invito all’irresponsabilità, alla superficialità, alla presa di distanza da tutte le situazioni drammatiche e dolorose che la vita quotidiana di ognuno e del mondo intero porta in sé. Se fosse così, ciò vorrebbe dire che la gioia con cui il vangelo di Gesù invita è pura evasione dalla realtà, una sorta di « anestetizzante » che ha una tradizione bimillenaria.
La gioia è una forza. È una sfida. È qualcosa che afferra il cristiano quando celebra l’eucaristia e lo costringe ad andare a recarla in un mondo senza pace e senza gioia. In questa prospettiva, indossare l’abito « nuziale » significa prendere la fisionomia normale, ordinaria dei giorni comuni della vita. È, infatti, attraverso la concretezza dell’esistenza di ciascuno e vivendo nel legame amoroso con Dio che tutto questo si realizza.
Si parla di banchetto e quindi convivialità. Di cibo, ma anche di amicizia, gioia d’incontrarsi, di comunicare sogni, desideri, emozioni. Corpo e spirito insieme, bocca e cuore. Cose materiali che diventano doni, sacramenti di fraternità. Piatti appetitosi, caraffe traboccanti di vini eccellenti e di occhi che non si limitano al piatto, ma vanno a cercare lo sguardo dell’altro.
Tale condizione non rende portacolori della tristezza del mondo, ma sollecita a farsi portatori al mondo del sorriso di Dio. Non si può tramandare, tutto è pronto. Davanti all’appello del Vangelo non ci è permesso essere distratti, non ci sono cose più importanti da fare che vivere in semplicità e franchezza la logica di un banchetto che non escude a monte nessuno, ma che richiede di vivere condividendo la sua totale gratuità.

Luca Desserafino sdb

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