Archive pour le 6 octobre, 2014

angolo per la preghiera

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NOI, I NOSTRI FIGLI, E CRISTO

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IL CAMMINO CRISTIANO

NOI, I NOSTRI FIGLI, E CRISTO

STUDIO TRATTO DAL SITO WWW.CRISTIANIEVANGELICI.COM

Essere dei genitori, impegnati nel portare i nostri figli a Cristo, è sicuramente fra i compiti più difficili da affrontare, sostenere e superare. Assistiamo, purtroppo, al fallimento dei figli di famiglie di credenti che conosciamo. Come possiamo agire meglio? E, osservando invece quelle famiglie che “ce l’hanno fatta”, ci domandiamo: qual è stato il loro segreto? Il nostro Creatore ha provveduto a fornirci un libro d’istruzioni: la Bibbia. È necessario fare tutto il possibile per mettere questi insegnamenti in pratica:

A. ESSERE INTERESSATI ALLA SALVEZZA DEI NOSTRI FIGLI
Può sembrare banale questo primo punto, ma mi chiedo: quanto veramente siamo interessati alla salvezza dei nostri figli? Questo desiderio è prioritario su tutte le altre cose?
Leslie Miller, nel suo libro sull’educazione dei bambini, dice: “È una tragedia vedere che molti genitori cristiani, siano maggiormente interessati al lavoro, alla casa, agli affari e al successo che non al benessere spirituale dei propri figli. Dopo, quando il figlio è cresciuto lontano dalla famiglia e da Dio, gli stessi genitori in lacrime implorano il pastore e gli anziani della Comunità affinché facciano qualcosa per il loro ragazzo. Satana non rimane inattivo. Se i genitori non conducono presto i loro figli a Cristo, è come se Satana stesse fissando una seria ipoteca sulla loro vita”.
I genitori possono provvedere il cibo, il vestiario, l’istruzione, tutte le necessità materiali ai propri figli, ma se non si preoccupano della quotidiana influenza di Dio su di loro e non si curano di soddisfare i loro bisogni spirituali, li stanno privando di una grande eredità.
Quando Paolo scrisse a Timoteo, gli ricordò che la sua stessa fede era anche in sua madre Eunice e, prima ancora, nella nonna Loide: “Ricordo infatti la fede sincera che è in te, la quale abitò prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice, e, sono convinto, abita pure in te” (2 Timoteo 1:5).
Alcune generazioni fa, Andrew Murray disse: “Il più grande pericolo per la Chiesa di Cristo, non è l’incredulità o la superstizione, ma è lo spirito del mondo che s’insinua nelle famiglie dei cristiani, che sacrificano i figli all’ambizione e alla società, alle ricchezze e all’amicizia del mondo. Se ogni famiglia fosse vincitrice per Cristo, se fosse una scuola d’addestramento al Suo servizio, avremmo trovato il segreto della forza spirituale”.
Nessuna famiglia può essere cristiana, fino a quando Cristo non è invitato, ricevuto e messo al centro dei pensieri e delle attività della famiglia stessa. Molto interessante è la definizione di Paul Payne: “La famiglia cristiana è una famiglia dove Cristo è conosciuto, amato, servito, dove i figli vengono alla conoscenza per mezzo dei genitori, dove l’educazione cristiana dei figli ha la precedenza sull’ambizione sociale della madre e sugli obiettivi di lavoro del padre. Dove il padre è ben deciso a svolgere la sua attività in conformità alla volontà di Cristo, dove sia il padre, sia la madre, vivono in modo conforme agli alti ideali cristiani, dove gli occhi vedono lontani orizzonti di un mondo che si dà a Cristo”.
La Bibbia c’informa che i figli sono un dono del Signore e in quanto tali, nessuno deve farne poca stima, ma del continuo deve preoccuparsi principalmente della salvezza della loro anima: “Ecco, i figli sono un dono che viene dal Signore; il frutto del grembo materno è un premio. Come frecce nelle mani di un prode, così sono i figli della giovinezza. Beati coloro che ne hanno piena la faretra! Non saranno confusi quando discuteranno con i loro nemici alla porta” (Salmo 127:3-5).

B. INSEGNARE LA PAROLA DI DIO
Dio invitò gli Israeliti ad insegnare la legge divina ai loro figli. Ricevettero istruzioni anche sul come farlo. Essi dovevano parlare dei comandamenti di Dio in ogni istante della giornata. Tale deve essere anche il nostro impegno: “Vi metterete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e ve le metterete sulla fronte in mezzo agli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai in viaggio, quando ti coricherai e quando ti alzerai; le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte delle tue città, affinché i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, nel paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri siano numerosi come i giorni dei cieli al di sopra della terra” (Deuteronomio 11:18-20).
Da questi versi impariamo che dobbiamo parlare del Signore ai nostri figli:
1. “Quando siamo in casa”. Dobbiamo sfruttare l’opportunità per fare dei confronti, inculcare valori e guidare il pensiero in seno alla nostra famiglia.
2. “Quando sarai per la via”. In viaggio, durante un picnic, o quando guidiamo l’automobile.
3. “Quando ti coricherai”. L’ora della buonanotte costituisce una buona opportunità per insegnare la Parola. Quando rimbocchi le coperte ai bambini e quando vai in camera tua, puoi mettere la tua famiglia nelle mani del Signore: “In pace mi coricherò e in pace dormirò, perché tu solo, o Signore, mi fai abitare al sicuro” (Salmo 4:8).
4. “Quando ti alzerai”. Le compassioni del Signore si rinnovano ogni mattina e questo dobbiamo del continuo ricordarlo ai nostri figli ed anche a noi: “È una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti; le sue compassioni infatti non sono esaurite; si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà!” (Lamentazioni 3:22,23).
Una sorella ha rifiutato una lavastoviglie preferendo di lavare i piatti a mano insieme alle figlie, perché dopo ogni pasto era questo un momento di comunione con loro, un momento per parlare con loro ed ascoltarli.
Dio vuole che imprimiamo la sua Parola nei nostri cuori. Allora essa influenzerà realmente i nostri atteggiamenti e il nostro intero modo di vivere.

C. PREGARE INSIEME
Può una famiglia essere cristiana senza la preghiera? La giornata ci offre tanti momenti e possibilità per pregare, lodare e ringraziare il Signore insieme ai nostri figli. La mattina appena svegli o prima che vadano a scuola quando sono magari preoccupati per un compito in classe o per un’interrogazione, preghiamo con loro e per loro. Prima di partire per una gita la famiglia riunita può pregare per avere protezione; oppure, alla fine d’una serata trascorsa in allegria e serenità, il modo migliore di terminare per tutta la famiglia è quello di ringraziare Dio. Naturalmente, questi momenti di preghiera dovranno essere una spontanea e sentita espressione del cuore, mai una superficiale esibizione di pietà formale.

Oltre che a casa la famiglia pregherà anche in chiesa. È una bellissima scena quella di vedere una famiglia venire insieme in Chiesa. Cantare, pregare e adorare il Signore. Anche la famiglia terrena di Gesù andava insieme ad adorare Dio: “I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando giunse all’età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l’usanza della festa” (Luca 2:41,42).
Chinare il capo per una breve preghiera all’inizio d’ogni pasto è molto utile per stabilire una benedetta relazione con Dio. Gesù aveva l’abitudine di ringraziare prima di mangiare: “Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e furono sazi” (Marco 6:41,42).
Peraltro questa è una delle prime occasioni in cui il bambino impara a partecipare alla preghiera; ben presto chinerà il capo per dire “Amen”, quando il padre avrà concluso la preghiera. Dal canto loro i genitori cristiani insegneranno ai loro bambini a pregare, aiutandoli dapprima ad imparare a memoria delle preghiere di ringraziamento ed incoraggiandoli poi a far da soli. La preghiera prima di andare a letto fatta insieme ai bambini rafforza l’atmosfera cristiana della casa. É senz’altro un’utile cosa che ì più piccoli si uniscano ogni sera ai genitori nel chiudere la giornata ringraziando Dio. Il bacio della buona notte e la preghiera possono risparmiare, nel futuro, molte lacrime di pentimento e di dolore ai genitori. La malattia, le necessità, la privazione quando un visitatore lascia la casa, sono altre opportunità per pregare. La preghiera deve sorgere naturalmente e frequentemente nella mente del cristiano, durante le sue quotidiane esperienze. Inoltre, ogni membro della famiglia deve avere il tempo per la preghiera privata; questo è importantissimo. Bisogna pregare per cose ben precise ed è necessario citare i nomi delle persone per le quali si prega. Si preghi l’uno per l’altro, si crei un’atmosfera serena, di modo che i bambini possano parlare dei loro problemi e delle loro necessità. Si preghi per le decisioni che la famiglia deve prendere: “Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri” (Proverbi 3:6).
Ogni bambino merita l’eredità di genitori che pregano. Una donna disse un giorno: “Mio padre morì quando avevo nove anni, ma durante quei nove anni avevamo sempre avuto il culto in famiglia. Il caro ricordo di mio padre che pregava per me ha inondato la mia anima di grazia e di forza in questi quarant’anni”.
Che gran perdita per quei bambini che non hanno un simile ricordo! Infine fattori che possono riunire la famiglia nella preghiera sono i momenti tristi, quelli in cui gravi malattie, difficoltà, la morte di qualche congiunto, colpiscono la famiglia e la legano nel dolore e nella sofferenza. Allora la famiglia prega insieme per necessità, ma ci si augura che questa comunione spirituale si ha sempre, perché, se non c’è in tempi normali, difficilmente l’unione, si potrà trovare nei momenti difficili: “Non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito” (1Tessalonicesi 5:17-19).
I cristiani sono esortati a non “cessare mai di pregare”. Ciò non vuol dire che bisogna stare in ginocchio continuamente o sempre con gli occhi chiusi in meditazione, ma bisogna stare in continua comunione con Dio per mezzo dello Spirito Santo. Mi piace pensare a Giobbe che ogni giorno si alzava e pregava per la sua famiglia. Era il sacerdote, l’intercessore, le sue preghiere erano importanti. Satana stesso dà testimonianza dell’efficacia del riparo di Dio attorno a Giobbe. I dardi di Satana non lo potevano raggiungere. Possiamo costruire un riparo di preghiera e di fede attorno alla nostra famiglia per questa ragione dobbiamo pregare per i nostri figli, ma anche con i nostri figli: “C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest’uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande di tutti gli Orientali. I suoi figli erano soliti andare gli uni dagli altri e a turno organizzavano una festa; e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. Quando i giorni della festa terminavano, Giobbe li faceva venire per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di essi, perché diceva: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano rinnegato Dio in cuor loro». Giobbe faceva sempre così” (Giobbe 1:1-5).
La preghiera non unisce soltanto i genitori, ma rende unita e salda tutta quanta la famiglia, spingendola a servire concretamente il Signore: “E se vi sembra sbagliato servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: o gli dei che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dei degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore” (Giosuè 24:15).
Come capo della sua casa Giosuè creò una base, assicurandole l’unione nel proposito di fare la volontà del Signore. Troppe famiglie oggi si dibattono spiritualmente per la mancanza di un capo che faccia da portavoce.
Cornelio era un uomo di preghiera e temeva Dio con tutta la sua casa. Mentre pregava ebbe una visione, nella quale ricevette l’ordine di mandare a chiamare Pietro; egli ubbidì e mentre lo aspettava, chiamò i suoi parenti e i suoi amici intimi (Atti 10:1-2,24).
Il carceriere di Filippi non volle servire Dio da solo, egli condusse Paolo e Sila a casa sua, affinché anche la sua famiglia potesse udire, credere e giubilare (Atti 16:27-34).
Qualcuno ha detto giustamente: “La famiglia che prega insieme resta unita”. Partecipando alla preghiera della famiglia, i vari componenti lottano per lo stesso scopo. Per mezzo della preghiera, della lettura della Bibbia, ciascuno riceve coraggio, conforto e speranza, realizzando così una vita in comunione con Dio e con gli altri. Anche i bambini possono lodare il Signore: “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza” (Salmi 8:2).
La preghiera deve essere parte integrante della vita d’ogni famiglia cristiana. Dai seguenti versetti si può vedere il valore di questa benedetta attività:
- Matteo 21:22: «Tutte le cose che domanderete in preghiera, se avete fede, le otterrete».
- Romani 12:12: “Siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”.
- Giacomo 5:16: “Pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia”.
- 1 Pietro 3:12: “Gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere”.

D. ISTRUIRLI
I genitori cristiani si preoccupano dell’istruzione scolastica a volte in modo esagerato. Ma quanto è importante per noi l’istruzione biblica? Le attitudini cristiane sono formate e rafforzate nella famiglia per mezzo dell’istruzione diretta. Dal tempo in cui al bambino è detto: “Non lo fare!” al tempo in cui il padre espone al figlio adulto la sua opinione personale, ha luogo l’istruzione. Il genitore credente deve inculcare la Parola di Dio in suo figlio: “Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli” (Deuteronomio 6:6,7).
Il verbo inculcare comporta un lavoro fatto con diligenza, non un lavoro fatto accidentalmente o sporadicamente; un lavoro costante, di tutti i giorni.
Inculcare può sembrare un verbo un po’ forte; in effetti, il senso è proprio quello di calcare, riempire. È chiaro che non si risolve tutto con una dose unica di buoni precetti da far digerire in età avanzata; perciò è inutile una grande dose, ma c’è bisogno di un poco al giorno per tanti e tanti giorni, per imprimere ciò che è buono. Non eviteremo ai nostri figli momenti d’incertezza e di crisi, ma così saranno meglio equipaggiati per affrontarli: “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà” (Proverbi 22:6).
Questo verso contiene una splendida promessa, e se noi siamo perseveranti nell’insegnare i giusti principi ai nostri figli, è certo che non li dimenticheranno mai, neppure da vecchi.
Se oggi tutti i genitori cristiani seguissero le direttive bibliche, il fuoco del Signore brucerebbe in molti cuori ed in molte case: “Quel che abbiamo udito e conosciuto, e che i nostri padri ci hanno raccontato, non lo nasconderemo ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha operate” (Salmo 78:3-4).
È molto probabile che i figli educati al culto in famiglia conservino nella famiglia che formeranno per conto loro, questa benefica abitudine. Inoltre la migliore garanzia che i figli rimangano fedeli a Cristo e edifichino una casa cristiana per proprio conto, è quella di far partecipare tutti, con crescente soddisfazione, al culto in famiglia.
Scrive ancora Norman Williams: “La più grande benedizione del culto in famiglia è che i bambini imparano fin dai primi anni di vita a riporre la loro speranza in Dio e senza dubbio, non si troveranno mai in mezzo a quella grande moltitudine di giovani confusi che vanno alla deriva, che non hanno fiducia in Dio e che follemente ripongono la loro speranza nelle cose terrene soltanto per gridare dopo: vanità delle vanità!”
Il genitore credente, ha il compito di istruire i figli con diligenza: “Venite, figlioli, ascoltatemi; io v’insegnerò il timor del Signore” (Salmo 34:11).
L’istruzione non è limitata ad un’ora di tempo o ai momenti in cui i genitori aiutano il figlio ad imparare a memoria un versetto, ad apprendere una verità o un concetto nuovo. L’istruzione non funziona con “l’interruttore”. I genitori devono insegnare ai propri figli le verità spirituali, la realtà della vita e la ragione della stessa vita. Se ai bambini mancano queste informazioni non é colpa della scuola o della Chiesa o delle altre istituzioni poiché quest’insegnamento è compito fondamentale dei genitori. Non si può formare un carattere cristiano solo nel tempo trascorso a una scuola domenicale. L’insegnamento domenicale deve essere completato da una settimana d’esperienza, d’apprendimento e di pratica cristiana, sotto la guida dei genitori. Chi, più dei genitori, è qualificato ad istruire i fanciulli per quanto riguarda il piano di Dio?

E. ESSERE DI ESEMPIO
L’esempio è la più grande lezione che i genitori possono dare ai loro figli. Possiamo parlare ai nostri bambini della fede, ma se poi non vedono in noi completa fiducia nel Signore, cosa penseranno? Possiamo parlare loro della pace di Gesù, ma se poi ci vedono sempre nervosi, constateranno la nostra ipocrisia. Se affermiamo che la Bibbia è la Parola di Dio e poi la leggiamo raramente o non la mettiamo in pratica, non comprenderanno la sua importanza. Se diciamo ai nostri figli che Gesù si prende cura di noi e poi al primo sintomo, corriamo al medico o c’imbottiamo di medicine impareranno presto anche loro l’antico proverbio: “Medico, cura te stesso”. Si deve sinceramente insegnare al proprio figlio che l’onestà è il valore più alto. A volte però accade che se per telefono chiama qualcuno con cui non si desidera parlare, il bambino deve rispondere che non si è in casa. Egli considererà onesta la falsità. Per aiutare un bambino ad “afferrare la fede”, i suoi genitori devono manifestare una vita consacrata a Dio e al Suo servizio. Un figlio desidererà un’esperienza cristiana simile a quella dei genitori, se si renderà conto che questi tengono in grande considerazione la loro esperienza col Signore. L’esempio produce un’influenza straordinaria, ma quando l’insegnamento e l’esempio si contraddicono, tutto diventa inutile. Il modo migliore per aiutare i figli a maturare spiritualmente è dare loro un esempio quotidiano. Non c’è bisogno di fare una predica di un’ora al giorno, c’è bisogno però di continuità, per mettere in pratica anche nelle situazioni quotidiane quello che noi abbiamo imparato. Per i bambini ciò che conta è un buon esempio, capiscono fin da piccoli se quello che vogliamo inculcare, noi lo abbiamo davvero imparato o se vogliamo far digerire loro una verità o una linea di condotta che per noi risulta un po’ indigesta. D’altra parte, se riusciamo a dare un buon esempio, non significa però che siamo esonerati dal parlare, anzi dobbiamo sfruttare le opportunità che ci si presentano per dire, con parole semplici, le grandi cose che il Signore ha fatto nella nostra vita personale e poi per ricordare le risposte che hanno coinvolto tutta la famiglia.
Charles Hostetter, nel suo libro “Come costruire una famiglia felice”, ha scritto: “I nostri figli non sono stupidi. Se vedono che la mamma non manca mai alle riunioni delle sue amiche, ma che le basta il minimo imprevisto per impedire alla famiglia di andare in Comunità, i bambini capiscono che cosa è più importante per lei. Se il padre frequenta assiduamente il suo circolo e non perde mai una partita di calcio, mentre va in chiesa molto di rado, dite un po’, se foste bambino ed osservaste vostro padre, che cosa pensereste della chiesa? L’esempio è l’ingrediente fondamentale, perché i fatti, contano più delle parole. Qui troviamo la vera prova che testimonia se una famiglia è cristiana o meno. I genitori possono adottare tutti gli accorgimenti suggeriti prima, ma se non costituiscono un esempio vivente di fede e di zelo davanti agli occhi dei figli, non concluderanno nulla, anzi saranno “rame risonante e uno squillante cembalo”.
Di Gesù è detto che prima fece e poi disse: “Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (Giovanni 13:15).
L’esempio è fondamentale: “Sii di esempio ai credenti, nel parlare, nel comportamento, nell’amore, nella fede, nella purezza” (1Timoteo 4:12).
Lì dove l’esempio manca, si rischia di diventare bigotti, religiosi, ipocriti: “Ipocriti, ben profetizzò Isaia di voi quando disse: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto” (Matteo 15:7-9).
Tale condotta è pericolosa, come ci ricorda Gesù: “Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli. E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare. Guai al mondo a causa degli scandali! perché è necessario che avvengano degli scandali; ma guai all’uomo per cui lo scandalo avviene” (Matteo 18:4-7).
La guida della famiglia dipende più dall’esempio che dalla norma; ciò che i genitori sono parla più forte di ciò che dicono: “I figli del giusto, che cammina nella sua integrità, saranno beati dopo di lui” (Proverbi 20:7).
Alcuni psicologi affermano che ciò di cui i genitori discutono mentre la famiglia è a tavola è tra le cose che esercitano la più grande influenza nella vita del bambino. I credenti non dovrebbero discutere i problemi della chiesa, gli sbagli dei vicini e dei possibili errori del pastore davanti ai loro figli: non ci si può aspettare che i figli abbiano rispetto per la casa di Dio, per chi la frequenta, per chi la guida, se i genitori mormorano e screditano queste cose ai loro occhi. La conversazione dannosa deve essere sostituita con quella che glorifica Dio. “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute” (Filippesi 2:14).
L’atmosfera cristiana della famiglia dipende dai genitori; quest’enorme responsabilità può spaventare i coniugi, ma la loro forza è nel Signore. Essi devono stare più vicini a Dio e dedicare continuamente la loro vita e la loro famiglia ad uno scopo essenziale: rendere cristiana la loro casa.
I genitori che vogliono una famiglia cristiana devono prima essi stessi costituirne l’esempio, notiamo, infatti, che prima che i genitori inculchino ai loro figli la Parola di Dio, devono loro stessi vivere in conformità ad essa: “Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli” (Deuteronomio 6:5-7).
Da parte nostra c’è un gran lavoro da fare: bisogna armarsi di una buona dose di pazienza e con costanza chiedere al Signore la Sua guida, per imprimere nella mente dei nostri figli quale sia la condotta a Lui gradita.
Se però vogliamo insegnare, dobbiamo aver prima imparato: “Questi comandamenti che oggi ti do, staranno (prima) nel tuo cuore, (poi) li inculcherai ai tuoi figli…”
Sono convinto che se amiamo veramente il Signore con le nostre emozioni, il nostro intelletto, la nostra volontà e la nostra forza, i nostri figli lo vedranno e sarà più facile per loro amare Dio e tutta la famiglia potrà godere della pace del Signore: “Tua moglie sarà come vigna fruttifera, nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come piante d’olivo intorno alla tua tavola. Ecco così sarà benedetto l’uomo che teme il Signore. Il Signore ti benedica da Sion! Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita. Possa tu vedere i figli dei tuoi figli. Pace sia sopra Israele” (Salmo 128:3-6).
Alcuni anni fa, in occasione del mio compleanno, portai tutta la mia famiglia a Fantasilandia dove c’è un grande delfinario. Qui osservai una mamma delfino insegnare vari esercizi al suo piccolo. Gli mostrò come saltare, scivolare e camminare sulla coda. La madre eseguiva tutti i movimenti e il piccolo la seguiva a brevissima distanza. A volte la madre si girava a dare un colpo di coda al piccolo, se questi non le stava abbastanza vicino. Parlai con l’addestratore. Mi disse che la madre insegnava al piccolo delfino gran parte degli esercizi prima ancora che lo faccia l’istruttore. La madre delfino insegna, addestra e dimostra. Mi chiedo: “Somigliamo alla mamma delfino”?
- Trasmettiamo loro la gioia che proviamo nell’andare al culto?
- Come facciamo vivere ai nostri figli quel tempo?
- Quali commenti facciamo loro udire sulla preghiera così lunga di quel fratello o sulla predicazione poco edificante di quell’altro?
- Ci fermiamo a spiegare il perché di certi atti che forse per noi sono fin troppo scontati?
- Cantiamo con loro alcuni inni durante la settimana?

F. AVERE CONTATTO
Viviamo in un’epoca di dilemmi. Sentiamo parlare di bambini che si sentono soli e rigettati, perché nessuno sta loro vicino; nessuno li segue e li guarda. Bambini che sono rinchiusi nelle loro stanze, isolati e abbandonati come animali, non impareranno mai ad amare. La gente ormai troppo spesso sembra aver paura del contatto con gli altri. Persino all’interno delle nostre chiese c’è a volte una mancanza di calore umano. Gli psicologi studiano quest’aberrazione e propongono corsi del tipo: “Sensibilizzazione umana”. In questi corsi le persone toccano, esplorano e creano intimità ad un livello artificiale, mentale e meccanico che non deriva da vere emozioni e sentimenti. Il famoso attore Henry Fonda, all’età di 75 anni, disse: “Amo i miei figli, ma in tutta la mia vita non sono mai riuscito a dire loro: “Ti voglio bene”. Questa è un’esperienza comune a molte persone. Agli uomini è stato insegnato a non esternare le loro emozioni. Le parole d’ordine sono: “Sii forte. Non piangere. Non mostrare i tuoi sentimenti”. Spesso i padri non hanno dei reali contatti con i figli e quando questi ultimi diventano adulti, fanno fatica ad esprimere loro il proprio affetto. I figli hanno bisogno di sapere che sono amati e il contatto umano è un insostituibile mezzo per comunicare l’amore e la cura. Questa normalissima manifestazione d’affetto farà in modo che i figli non siano incoraggiati a ricercare espressioni di tenerezza al di fuori della famiglia. Possiamo portare guarigione ai cuori feriti dei nostri figli, semplicemente andando verso di loro con amore e compassione.

G. DEDICARE LORO DEL TEMPO
Il frenetico susseguirsi delle attività quotidiane porta molti genitori a trascurare i bambini, “parcheggiati” nelle strutture pubbliche (nidi, asili, scuole) o in quelle familiari (zii, nonni, baby sitter) oppure affidati alla gestione quasi esclusiva dell’uno o dell’altro coniuge. È importante rendersi conto che il tempo speso per i nostri figli non è mai tempo buttato via, ma è tempo investito (e con quali interessi!) per il futuro. I bambini richiedono tempo: questo è il problema:

- Ci vuole mezz’ora per far loro il bagno e vestirli.
- Ci vuole mezz’ora per dare loro la colazione.
- Ci vuole mezz’ora per sedersi vicino ad un bambino di quattro anni che per la prima volta fa un gioco di pazienza.
- Ci vuole mezz’ora per aiutare un bambino di sei anni a leggere la lezione, mezz’ora per risentire la lezione di storia ad un adolescente.
- Ci vogliono cinque minuti, più volte al giorno, per frenare un bambino che ha deciso di metterti alla prova.
- Ci vogliono dieci minuti ogni sera per ascoltare la preghiera di ogni bambino.

Ho pensato di proporvi questo brano di Pat King che io avrei intitolato: “Ci vorrebbe”, perché se da un lato pecca di ripetitività, dall’altro mi sembra sufficientemente realistico e utile per aiutarci a considerare l’argomento “tempo”. Dobbiamo seriamente rivalutare, come genitori credenti, l’importanza fondamentale di dare del tempo ai nostri figli. Dedicare loro del tempo non vuol dire stare semplicemente in casa con loro, non significa leggere il giornale avendoli nella stessa stanza e neppure parlare al telefono mentre loro ci guardano. Dare ai nostri figli il nostro tempo significa dedicarglielo esplicitamente, consci dell’importanza determinante che rivestono questi momenti. Dalla società riceviamo altri messaggi: correre, fare alla svelta, svolgere più attività contemporaneamente e in maniera impeccabile, essere sempre attraenti e possibilmente atletici e senza rughe. Le ore che Dio mette a nostra disposizione sono sempre le stesse di cinquant’anni fa; è vero, possiamo delegare certi compiti, ma non tutti! Qualcuno ha scritto: “Non dirmi quanto bene mi vuoi, dimostramelo dandomi il tuo tempo”.
I bambini si accorgono se tentiamo di trovare dei surrogati pur di non sacrificare per loro qualche minuto del nostro tempo e lo percepiscono meglio di quanto vorremmo. Lì per lì un regalino può servire, ma alla lunga ciò che i nostri figli desiderano è la nostra disponibilità. Noi possiamo delegare alle baby sitter (fra le più “quotate” figura la televisione), alla scuola, ai parenti, agli amici, ma in certi momenti la nostra presenza è assolutamente necessaria.
A chi potremmo mai delegare la formazione spirituale dei nostri figli? E per formazione spirituale non intendo sapere dieci versi a memoria o conoscere cinque storie della Bibbia da capo a fondo, mi riferisco piuttosto a quel bagaglio di certezze e di verità fondamentali che vanno poi a formare la personalità dei nostri figli. Ci sentiamo a posto perché frequentano mezz’ora alla settimana la Scuola Domenicale? I bambini non vivono a “compartimenti stagni” come spesso facciamo noi, con loro si può tranquillamente parlare dell’amore di Dio anche mentre si fa una costruzione con il Lego e si può condividere un’esperienza con il Signore anche mentre si fa una passeggiata o si prepara una torta insieme. “C’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere” diceva Salomone; anche qui l’affermazione sembra fin troppo banale e invece è importante che ci fermiamo a riflettere su questo verso proprio nel contesto della famiglia. Tutti noi siamo coscienti che arriverà il momento in cui i nostri figli, crescendo, passeranno una fetta sempre maggiore del loro tempo in attività esterne alla famiglia. Il tempo per noi di seminare allora sarà finito e la nostra influenza non sarà più determinante, ma se avremo seminato a suo tempo, forse sarà più facile che il raccolto sia alla gloria del Signore. Non illudiamoci: i nostri figli non hanno sempre e solo bisogno di specialisti o esperti in questo o quel settore, oggi più che ieri hanno bisogno di un papà e di una mamma con cui sia possibile passare del tempo insieme. Se abbiamo sempre fretta, se andiamo sempre di corsa, non avremo certo il tempo per istruire, esortare, sgridare con grande pazienza. La pazienza è una qualità che mal si combina con la fretta. Fermiamoci, impariamo a dedicare qualche momento della nostra giornata anche alla famiglia, anche ai nostri figli e ciò produrrà del bene al di là delle nostre quattro mura. Esercitiamoci a mettere da parte del tempo per i nostri figli, perché ciò produrrà effetti positivi nella nostra casa, nella chiesa e nella società.

H. DIALOGARE
È stato fatto un esperimento in 400 famiglie per rivelare il tempo effettivo che i padri passano con i propri bambini. La media risultò essere 37 secondi al giorno. Ma gli stessi bambini guardano la televisione anche 54 ore la settimana. Chi offre loro un modello di moralità? Chi forma i loro valori ed ideali? Se ci preme davvero la salvezza dei nostri figli, diamo loro più tempo e trascorriamo con loro dolci momenti di dialogo. I bambini sono delle persone e quindi bisogna dare risposte ragionevoli alle domande che pongono; il genitore accorto, si avvantaggerà di simili opportunità. Purtroppo, però, alcuni genitori, anche se bene intenzionati, non riescono a cogliere queste occasioni per spiegare ai loro figli i problemi della vita e i principi della fede. Il seguente dialogo darà un chiaro esempio di quanto stiamo dicendo:
“Giovanni arriva a casa correndo e, tutto eccitato, dice al padre: “Babbo, posso andare al cinema con Enzo?”
Mostrandosi molto sorpreso, il padre risponde: “Al cinema? Ma non lo sai che noi non facciamo queste cose”?
“Ti prego, soltanto questa volta. Il padre di Enzo mi ha detto che pagherà il biglietto anche per me e mi accompagnerà a casa; ti prego”!
Con indignata autorità, il padre replica: “Resta a casa! Non è da noi andare al cinema”!
Giovanni resta a casa, ma nel suo cuore c’è del risentimento e tra sé rimugina: “Quando sarò grande andrò al cinema, fumerò, berrò, farò tutto quello che voglio, e tu non potrai impedirmelo”.
Episodi come questo spiegano perché molti ragazzi e ragazze, che crescono in famiglie di questo tipo, precipitano nel peccato non appena riescono a liberarsi dall’autorità paterna. Il credente deve dare ragione della speranza che ha in sé a qualsiasi persona gliela chieda e lo deve fare con gentilezza ed educazione: “Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni” (1 Pietro 3:15).
Gli psicologi, ad esempio, affermano che il concetto fondamentale del bene e del male si sviluppa nella famiglia ed è dovuto all’azione dei genitori sui figli. Per mezzo dell’insegnamento, dell’esempio e di una guida vigile e premurosa, i genitori possono aiutare i propri figli a sviluppare delle convinzioni personali, ben radicate, fondate sulla Parola di Dio. Vi sarà forse capitato d’invitare un bambino a casa per pranzo e, davanti al piatto, la prima cosa che dice è: “Mi fa schifo!” Oppure ai giardini pubblici uno che urla ad un altro: “Assassino, se non mi rendi la bici, ti stronco!” Altre invettive che vanno per la maggiore sono: “Handicappato, spastico…” rivolte a compagni che non hanno niente che faccia pensare ad un qualche tipo di handicap, ma che forse non sono abbastanza atletici e muscolosi. Il cambiamento è così repentino che corriamo il rischio di non accorgercene. È logico che i termini di questo genere, usati alla scuola dell’infanzia, assumano poi connotazioni sempre più definite e colorite via, via che si passa nei vari gradi della scuola.
Questo modo forte di esprimersi dei bambini è un sintomo da non sottovalutare, soprattutto da noi che, essendo genitori credenti, dovremmo essere particolarmente sensibili all’uso che facciamo della lingua. Non voglio certo dire che l’invettiva “assassino” lanciata al compagno, farà di quel ragazzino un delinquente o altro, ma ritengo che l’uso troppo frequente di termini che hanno una chiara connotazione negativa possa portare a pensare che la parola in oggetto non definisca qualcosa di così chiaramente negativo. Se un modo di dire si diffonde, c’è sempre un motivo alla base; il linguaggio è condizionato da regole e non è mai un caso se un termine, prima specifico di un certo settore, ne abbraccia col tempo un altro. È chiaro che il livello di sensibilità di fronte a ciò che la Bibbia chiama “peccato” si sta pericolosamente abbassando e lo si vede anche da queste espressioni linguistiche molto più comuni di quello che immaginiamo. I nostri figli devono invece imparare a conoscere l’uso equilibrato delle parole, devono imparare che possono essere accettati e apprezzati all’interno del “gruppo” anche se non fanno uso di termini estremi e fuori luogo. Non possiamo illuderci che i nostri figli, perché figli di credenti, abbiamo “orecchie tappate e bocche santificate”. Stare buona parte della giornata in un ambiente in cui la maggioranza usa queste espressioni, può portare ad utilizzarle quasi automaticamente. Ecco perché parlare e dare un buon esempio, in conformità a ciò che insegna la Bibbia, diventa fondamentale: “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno” (Colossesi 4:6).
Perché, potremmo chiederci, è così importante il nostro modo di esprimerci? Perché parla di noi, di chi siamo, di come la pensiamo, di ciò che riteniamo giusto o ingiusto e in questo i credenti dovrebbero avere qualcosa da dire. Non è sufficiente zittire un bambino con un secco: “Non si dice!” Il lavoro è molto più lungo e complesso e all’età di quindici anni il “non si dice”, non fa più un grande effetto, ammesso che possa farlo a sei. Prendiamo allora un po’ di tempo per fare un lavoro diverso, diciamo per esempio ai nostri figli: “Perché usi questo termine? Cosa pensi che significhi? Ci hai mai sentito usarlo in casa? Pensi che se non usi questa parola tu sia diverso?”
Un bambino deve poter parlare con i suoi genitori, ma oggi sembra sempre più difficile. In questi ultimi mesi ho sentito più volte alla radio pubblicizzare un corso sulla sessualità per bambini. Non esprimo un parere sulle videocassette in questione, anche perché non ho avuto modo di vederle, ma mi ha lasciato sconcertato il messaggio usato per pubblicizzarle: “Se non ve la sentite, o non riuscite a parlare di certe cose con i vostri bambini… comprate le videocassette…” Siamo arrivati al punto che il pudore esiste solo fra genitori e figli quando si trovano a parlare insieme! Non si prova vergogna nel nominare a sproposito e in modo distorto qualsiasi parte del corpo, ma c’è pudore nel parlare di “certe cose” con i figli! La televisione ovvierà anche a questo, sarà essa che, con linguaggio “comprensibile e adatto”, parlerà ai nostri figli e li guiderà in ogni scoperta… non dimentichiamo che i bambini hanno bisogno di dialogare e la televisione non può ovviare a questa mancanza. Il messaggio è unidirezionale mentre il dialogo presuppone almeno due persone che interagiscono. Fermiamoci ad ascoltare i bambini, forse le loro parole fuori da scuola ci aiuteranno ad essere più sensibili quando parliamo a casa fra noi e a dialogare con loro anche solo per dieci minuti al giorno. Leggere insieme è un altro modo utile per aiutarli ad ampliare il loro vocabolario e ad aumentare così le loro possibilità di esprimersi senza necessariamente usare una certa terminologia con la scusa del “lo dicono tutti”.

Publié dans:famiglia |on 6 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

PAOLO DI TARSO EDUCATORE E MAESTRO

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PAOLO DI TARSO EDUCATORE E MAESTRO

L’Apostolo delle genti ha saputo portare il Vangelo con ardente novità. Ma è stato anche essere un grande formatore di cristiani. Nei suoi scritti troviamo insegnamenti ancora validi su come educare i giovani.
Paolo ha davvero molto da dirci, oltre che per aver messo al centro della sua vita Gesù Cristo, anche per il grande lascito all’umanità, di cui tutti siamo chiamati a farne tesoro.
Paolo di Tarso fu essenzialmente un operatore della parola, e in lui si incontrano e si fondono due grandi civiltà della parola: quella greca e quella ebraica. Dopo l’evento di Damasco nascono la predicazione di Cristo, la comunicazione dell’annuncio salvifico, l’educazione ai valori umani ed ai principi etici universali. Predicare, comunicare, educare: sono le tre azioni principali legate alla parola, che in Paolo trovano piena e feconda concretizzazione.
Paolo « parla », dunque. Ma, per noi, soprattutto « scrive »: allora la scrittura non era diffusa e le conoscenze venivano tramandate oralmente dagli anziani ai giovani.
Nel bimillenario della sua nascita, vogliamo rileggere in chiave educativa le Lettere scritte dall’Apostolo delle genti, per prendere più piena consapevolezza del suo pensiero, pedagogico in particolare, e per attualizzare, nell’oggi e in maniera feconda, il suo insegnamento..

Paolo educatore appassionato
Paolo è stato un educatore. Maestro di umanità, di virtù, di valori: « magister » nel senso più autentico del termine. Il libro degli Atti ci racconta come nelle primitive comunità cristiane c’erano dei « maestri » (didscaloi), cioè persone dedite all’insegnamento (e impegnate nello studio). « C’erano nella Chiesa di Antiochia profeti e maestri: Barnaba, Simone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno di infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo » (At 13,1).
L’insegnamento per un credente di quel tempo nasceva dallo studio delle Scritture. Studio che a Paolo non è servito soltanto per rafforzare la sua cultura personale, ma anche a far maturare l’intera personalità dell’uomo nuovo, che si era manifestato in lui. Il corpus delle sue Lettere, ci consegna una eredità pedagogica, davvero ricca che interpella anche la scuola d’oggi. Quelle stesse sollecitazioni educative rivolte da Paolo all’uomo del suo tempo, rimangono, dopo duemila anni, di pregnante attualità.
San Paolo è insieme teologo e filosofo: nel suo discorso nell’Areopago di Atene (At 17,16-34) si rivolge ad un attento uditorio di filosofi epicurei, che esaltavano la cultura dell’effimero e del piacere, e di filosofi stoici con la loro visione panteistica del mondo. Con le ammonizioni, le esortazioni, le indicazioni, ha dimostrato di essere anche un valente pedagogo. Passione per l’uomo, quale immenso capolavoro di Dio, ma anche attenzione per i suoi problemi comportamentali nella quotidianità dell’agire.
Ma Paolo è anche un esempio da imitare, perché ha accompagnato la predicazione della Parola con la testimonianza della vita. I paradigmi fondamentali del suo stile pedagogico sono la conoscenza e l’ascolto. Ascoltare la voce dello Spirito e conoscere una Persona, Cristo il Risorto. Non quindi una dottrina o una teoria, sebbene affascinanti e coinvolgenti, ma una Persona.
Ma in Paolo è fondamentale anche l’ascolto degli altri, ovvero dei ragionamenti dei cosiddetti « gentili », e la conoscenza dei fatti, delle circostanze, degli eventi per portarli a sostegno dei suoi convincimenti. In lui è sempre presente l’incontro con l’altro, il dialogo con gli altri. Ad Atene con il discorso all’Areopago, egli si apre al diverso, allo scettico, alla cultura dominante nella città greca. Incontra gli altri, che non sono ancora cristiani, non per strapparli alla loro cultura ed imporne una nuova, antitetica rispetto alla loro, ma per discutere, argomentare e colloquiare. Paolo adotta i loro punti di vista sui quali innesterà, con dolcezza e senza forzature, la vera e propria azione di cambiamento.
Paolo dialoga con le culture del suo tempo, dialoga con i collaboratori, primo tra tutti con Tito e Timoteo, ai quali indirizza tre lettere; dialoga con la gente comune, da convertire al cristianesimo.
Tenendo conto della sua matrice giudaica, della sua lingua greca, della sua prerogativa di civis romanus, Paolo è l’uomo delle tre culture.
Gli Atti degli Apostoli (19,9ss) riferiscono dell’incontro di Paolo con i giovani a Efeso e dell’insegnamento « a tutti quelli, giudei e greci, che abitavano in Asia nella scuola di Tiranno », un noto retore della città. Insegnamento che « durò per due anni », Nelle ore più calde della giornata. Instancabile educatore, dunque. Annunciando il Vangelo parla ovunque: nelle sinagoghe dei giudei e nelle piazze e nelle scuole delle città pagane. Inoltre Paolo, è bene sottolinearlo, non soltanto parla ma anche scrive, rivolgendosi ad intere comunità.
Il messaggio pedagogico di San Paolo non poggia, quindi, solo sulla tradizione (parádosis), cioè sulla trasmissione verbale di un annuncio codificato da altri (Paolo non ha mai incontrato direttamente Gesù Cristo), ma viene anche rafforzato dalla sapienza (sophia), dalla intelligenza di argomentare per iscritto le verità del kerygma, sia per gli iniziati (i pagani da convertire), sia per i più progrediti nella fede, che hanno già conosciuto la bontà misericordiosa di Dio.
La tradizione e l’intelligenza sapienziale stanno, quindi, alla base del suo insegnamento, che è rivolto soprattutto a consolidare forti legami tra le generazioni.

I consigli per i giovani
Circa il rapporto educativo tra i genitori ed i figli, che troviamo troviamo dei riferimenti specifici nelle Lettere inviate alle comunità di Corinto, di Colossi e di Efeso, e al suo collaboratore Timoteo.
Nella Seconda Lettera ai Corinzi (2Cor 12,14), Paolo si sofferma sul tema del « sostentamento ». Considerato non solo dal punto di vista materiale, ma anche morale. I genitori ad essere invitati a sostenere i figli e non viceversa. I padri non esauriscono mai i loro compiti di guida, sostegno e incoraggiamento.
La Lettera ai Colossesi (Col 3,20s) contiene una doppia esortazione educativa. La prima è rivolta ai figli: sono chiamati, in modo categorico, ad ubbidire ai genitori, ciò è gradito al Signore.
L’ubbidienza raccomandata ai giovani verso i genitori non è servile, di cieca sottomissione, ma una assunzione di reciproca responsabilità. Vive nell’affetto reciproco, nella stima e nello scambievole aiuto. Giacché anche gli adulti hanno qualcosa da apprendere da una corretta relazione.
Si ubbidisce non sotto la paura di eventuali punizioni o, viceversa, con la prospettiva di una ricompensa, bensì come bisogno interiore per rafforzare la propria personalità. Con Simone Weil, potremmo dire che « l’ubbidienza è un bisogno vitale dell’anima umana » ed inoltre « essendo un nutrimento necessario all’anima, chiunque ne sia definitivamente privo, è malato ».

L’esortazione per i genitori
La seconda esortazione educativa è rivolta ai padri. Il « non provocate » sta per « non esasperate », che presuppone il dialogo tra le generazioni, tra gli adulti e i giovani. A sua volta il dialogo favorisce, anzi richiede e pretende il confronto, quindi offre la disponibilità a rivedere le proprie posizioni, che non inficia l’autorevolezza. L’espressione « non si perdano di coraggio » equivale a « non scoraggiate ». Lo scoraggiamento porta dritto dritto al disinteresse ed elimina, peggio annulla, tutti le gratificazioni che sono essenzialmente di natura morale>>.
Non va dimenticata la circostanza che le riunioni cristiane (le ekklesìai) attestate nelle Lettere paoline, avvenivano in case private. La casa è, quindi, per Paolo il luogo naturale dell’incontro (talvolta anche dello scontro) tra i padri e i figli, lo spazio entro il quale far circolare ammonizioni, esortazioni, raccomandazioni.
Nei versetti 6,1-4 della Lettera agli Efesini, ritorna il richiamo all’obbedienza dei figli nei confronti dei genitori da praticare nel nome del Signore, un’esortazione con la quale Paolo sottolinea l’obbedienza di figli di Cristo, che si ottiene già con la grazia del battesimo.
L’ammonizione « non esasperate » (quasi identica al « non scoraggiate » di Colossesi) è posta in modo diretto, non è un semplice consiglio. L’esasperazione provoca l’ira, che arriva a sfociare anche in « bestemmie e oltraggi ». Torna qui la necessità del dialogo, dell’incontro, delle relazioni tra le persone.
Nella Prima Lettera a Timoteo, nei versetti 5,1-8, si scopre un’altra indicazione educativa.
L’invito è rivolto agli anziani ed ai giovani. Gli uni e gli altri membri della stessa famiglia. Gli anziani sono i padri e le madri, i fratelli e le sorelle sono i figli. In questi versetti Paolo riprende il valore del quarto comandamento, già esaminato nella Lettera agli Efesini (6,1-3). L’ammonimento di Paolo non è solo morale, ma questa volta anche materiale. Ai genitori in difficoltà va restituito, ovvero contraccambiato il bene ricevuto da piccoli.
Questo scambio di doni per Paolo non va inteso come compassione, commiserazione, bensì come la pietas romana, come riconoscimento, presa d’atto, dei doveri dei figli verso i genitori. La compassione diventa, allora, com-passione, cioè capacità di condivisione, di partecipazione l’uno con l’altro.

L’eredità pedagogica di Paolo
Ed è indubbio che anche l’educazione per essere valida ed efficace, deve togliere di mezzo la durezza del cuore, la casualità dei gesti, l’estemporaneità degli interventi: insomma tutto ciò che può essere d’ostacolo alla crescita umana dei figli, e dei giovani in genere. I quali per essere educati (nel senso di educati bene), debbono essere continuamente destinatari di esortazioni e di orientamenti.
Correzione (paideia) ed ammonizioni (nuthesia) sono vocaboli particolarmente forti nel linguaggio biblico. La paideia è la disciplina che usa tutti i mezzi per riportare i figli sulla retta via; l’ammonizione è il richiamo fatto con parole. Il binomio paideia-nuthesia indica, dunque, l’opera educativa del pedagogo delle scuole greco-romane, che però deve essere temperata nel Signore: anche per l’educazione il modello da imitare è sempre Cristo.
Nella Lettera agli Ebrei (attribuita a Paolo solo a partire dal secondo secolo), si legge che « ogni correzione sul momento, è vero, appare causa non di gioia, ma di dolore, ma più tardi porta in cambio un frutto pacifico di giustizia » (Eb 12,11). Chi ti vuol bene – recita un adagio popolare – ti fa piangere, chi ti vuol male, invece, ti fa ridere.
La correzione, dunque, non va intesa come costrizione (fare o non fare una cosa), ma come aiuto a non rimanere imbrigliati nell’errore, a risollevarsi e a riprendere la giusta via.
Come per San Paolo, il grande desiderio del Beato Alberione era di raggiungere tutti, per formare l’uomo a immagine di Cristo.
Come per San Paolo, il grande desiderio del Beato Alberione era di raggiungere tutti,
per formare l’uomo a immagine di Cristo.

Paolo, un modello da imitare
Quale conclusione si può trarre da questi brevi cenni tratti dall’epistolario paolino sull’educazione? San Paolo rimane un modello educativo da riscoprire. Un apostolo anche per il nostro tempo: egli è per noi un faro di luce, che rischiara le tetre ombre del disagio che vive oggi la scuola.
L’educazione al vero, al bene, al bello non è forse il cardine di quel pensiero pedagogico, che affonda le sue radici nella matrice personalistica cristiana sviluppatasi lungo il secolo scorso?
E allora possiamo concludere con l’esortazione rivolta da San Paolo ai Filippesi: « Tutto quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica » (Fil 4,8-9).

Teobaldo Guzzo 

Publié dans:San Paolo, Santi |on 6 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

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