Archive pour le 29 octobre, 2014

Dolce preghiera ai piedi di Maria

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IL PANE E LA BIBBIA: IL PANE È LA PACE

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IL PANE E LA BIBBIA: IL PANE È LA PACE

Nell’ambito del Festival del Pane di Prato, domenica 9 giugno, alle ore 10,30, nella Sala rossa del Palazzo vescovile, Elena Giannarelli (docente di Letteratura cristiana antica all’Università di Firenze) terrà una conferenza su «Il pane nella Bibbia»: «’Presto, prendi la farina e impastala’. Dall’Antico al Nuovo Testamento, dalla focaccia al pane». All’incontro, organizzato da Toscana Oggi, parteciperà anche Pasquale Mauro, del Forno del Ponte (nella zona di San Giusto a Prato) che da qualche anno propone il « Pan biblico » di cui farà omaggio ai partecipanti. Ecco un’anticipazione dei temi che verranno trattati nell’incontro.

Percorsi: BIBBIA
Parole chiave: pane (7)
Il pane e la Bibbia: il pane è la pace
04/06/2013

I grandi poeti e gli storici dell’antichità classica hanno spesso sottolineato l’importanza del pane, alimento la cui presenza si perde davvero nella notte dei tempi, come l’archeologia ha poi confermato. Nei miti dei greci e dei latini, addirittura gli dei avrebbero insegnato agli uomini come fabbricarlo: per gli Elleni Demetra, madre della terra feconda e delle messi, ne era alle origini; secondo i Romani ci vollero addirittura due abitanti dell’Olimpo per inventarlo: Cerere, divinità del frumento e Pan che insegnò a cuocerlo. Il pane si chiama panis in latino e quindi pane da noi, pain in francese e pan in spagnolo proprio per la sua origine legata al dio di questo nome. E’ una significativa paraetimologia.
In realtà, il sostantivo greco che vale pane «artos» è da mettersi in relazione con la radice «ard», «farina» in persiano e con «arta», dallo stesso significato in iraniano. La farina di cereali cotta appartiene dunque a civiltà antichissime; inoltre per il latino panis gli studiosi pensano ad una connessione con il verbo pasco, «nutrire, mantenere, alimentare».
In ebraico, lehem significa «nutrimento»: i figli di Adamo chiamavano così il pane, l’alimento per eccellenza e il più comune, indispensabile alla vita. Da spezzare, non da tagliarsi, per il rispetto di cui doveva essere oggetto.
Nella Bibbia appare strettamente legato alla fatica del lavoro, in seguito al peccato dell’uomo: «Mangerai il pane col sudore del tuo volto» (Genesi 3,19). Da quel momento abbondanza o penuria di questo alimento saranno segno della benedizione o del castigo di Dio: in Esodo 16, 1-36 il cammino del popolo ebraico nel deserto sarà scandito dalla pioggia di manna, il pane dal cielo, in quantità sufficiente per ciascuno: quanta ognuno ne potrà mangiare.
In Deuteronomio 8,3 si legge: «Dio ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca di Dio».
Nel suo significato concreto e simbolico, allora, il pane è un dono dall’alto, da chiedere con umiltà e da aspettare con fiducia: proprio per questo suo stretto rapporto con Dio diventa immagine della sapienza: in Proverbi 9,5 essa invita: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che vi ho preparato». Nello stesso libro al cap. 17,1 si afferma: «Un tozzo di pan secco con tranquillità è meglio di una casa piena di banchetti festosi e di disordine». Il Siracide 29,28 afferma: «Indispensabili alla vita sono l’acqua, il pane, il vestito, una casa che serva da riparo».
Il tutto però non deve rimanere legato alla dimensione egoistica del singolo: in Deuteronomio 10,17-18 il Signore Dio di Israele è il «dio grande, forte, terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito». Il viandante viene accolto e sfamato: alle querce di Mamre (Genesi 18,1-8) Abramo chiede a Sara di impastare la farina e farne focacce per i tre uomini appena arrivati.
Se il profeta Eliseo moltiplicò i pani per sfamare la gente (2Re 4,42ss), se Geremia 31,12 dipinge una dimensione escatologica caratterizzata dall’abbondanza di grano, mosto ed olio, il pane era parte integrante da sempre della liturgia ebraica. Si può richiamare Levitico 24, 5-9 , con le dodici focacce di fior di farina, a indicare le tribù di Israele, poste sulla tavola d’oro puro davanti al Signore; in Esodo 12,15-20 il pane della Pasqua, all’inizio del nuovo anno, sarà pane azzimo, in ricordo della liberazione, quando la fretta di uscire dall’Egitto aveva impedito di far fermentare la pasta.
Questo e molto altro ancora, per l’Antico Testamento. Il Nuovo fa sue molte di queste antiche idee, a cominciare dalla necessità della carità. Gesù di Nazaret moltiplica pani e pesci, per indicare agli apostoli, che volevano congedare la folla perché ognuno provvedesse a se stesso, quale fosse in realtà il loro dovere. «Date loro voi stessi da mangiare» (Matteo 14, 13-21). Non è un caso che la parola «compagno» sia etimologicamente legata alla fraterna condivisione del pane (cum+panis). Non meraviglia quindi che al padre comune si chieda «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» e che sia Gesù stesso ad insegnare che i figli devono attendere tutto dal padre con fiducia (Matteo 6,11). Il dovere di lavorare per mangiare è ripresa dell’antica prescrizione di Genesi; la consapevolezza che il vero nutrimento sia la parola di Dio, vero pane, è affermato dallo stesso Signore nella prima delle tentazioni. Così diventa logico, sia pure nella sua sconvolgente realtà, che Gesù stesso si faccia e si dica «pane»: come parola (Logos) e come carne del sacrificio; e il vino si faccia sangue nella eucarestia. In Giovanni 6,48-51, dopo la moltiplicazione dei pani, si legge: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
E l’eucarestia sarà il sacramento dell’unità dei fedeli e dell’unità della Chiesa.
Gli scrittori ecclesiastici e i Padri della Chiesa rifletteranno a lungo sul pane e sulle sue valenze. Il martire Ignazio di Antiochia scrive ai Romani perché non facciano niente per evitargli il martirio: «Lasciate che io sia pasto per le belve, per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono il frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo» (Lettera ai Romani 4,1-2).
Il grande Agostino, dal canto suo, fa suoi tutti i significati del pane fin qui emersi. Nel De civitate Dei 17,4,4 lo identifica nella Scrittura, primo nutrimento dell’uomo. Fa tuttavia anche un passo ulteriore e in un Sermone (357,2) del maggio 411 istituisce un parallelismo fra la pace e il pane. «Basta che tu ami la pace ed essa istantaneamente è con te. La pace è un bene del cuore e si comunica agli amici, ma non come il pane. Se vuoi distribuire il pane, quanto più numerosi sono quelli per cui lo spezzi, tanto meno te ne resta da dare. La pace invece è simile al pane del miracolo, che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano».
L’attualità della Bibbia e dei Padri non finirà mai di stupirci.

Elena Giannarelli

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IL VANGELO DELLA PACE NELLE SCRITTURE EBRAICO-CRISTIANE – GIUSEPPE BARBAGLIO

http://www.giuseppebarbaglio.it/articoli/finesettimana13.pdf

IL VANGELO DELLA PACE NELLE SCRITTURE EBRAICO-CRISTIANE

SINTESI DELLA RELAZIONE DI GIUSEPPE BARBAGLIO

Verbania Pallanza, 17 gennaio 2004

L’espressione « vangelo della pace » si trova in Paolo nella lettera agli Efesini: è la lieta notizia della pace, annunciata e realizzata da Dio stesso.La parola pace ha molti significati, sia nel mondo biblico che in quello greco-romano. Può anzitutto indicare una condizione in cui il popolo si trova, negativamente la condizione in cui non c’è guerra, positivamente la condizione di benessere, soprattutto materiale. Può avere un significato collettivo, indicando rapporti buoni tra i popoli e tra i gruppi. Nella tradizione biblica è presente la concezione della pace come rapporti buoni tra l’umanità e Dio
e della pace come salvezza. Meno presente è la concezione di pace come serenità d’animo, o come rapporti interpersonali buoni.
ubi desertum faciunt pacem appellant
L’anelito alla pace emerge anche nel mondo greco romano. Nel 9 a.C. Augusto, sconfitti i nemici, inaugura un’era di pace e fa costruire l’Ara pacis, l’altare alla dea della pace. Era una svolta per una città, Roma, la cui divinità principale era Marte, il dio della guerra. Nel frattempo, Tacito, molto critico nei confronti della politica imperiale afferma con ironia che i romani fanno deserto della terra e la chiamano pace (ubi desertum faciunt pacem appellant).
pace e sicurezza
Stupefacente la modernità di alcuni testi scritturistici antichi. Paolo, nel più antico scritto neotestamentario, chiama figli della luce i membri della piccola comunità di Tessalonica che vivevano in un contesto molto ostile, mentre sostiene che per la stragrande maggioranza, che si illude di vivere nella pace e nella sicurezza, sarà la rovina: Quando dicono pace e sicurezza allora all’improvviso verrà su di loro la rovina…
la pace nella bibbia ebraica
Verranno presi in esami alcuni testi profetici.
Geremia
È un profeta dalla parola molto libera, osteggiato dal potere politico, ma anche da altri profeti, suoi avversari, che dicevano pace: dicono pace, pace, ma pace non è (8,11). Pace è utilizzato in senso negativo, come legittimazione di una situazione esistente ingiusta. O si cambia o non ci sarà pace, dice il profeta. In un altro brano Geremia afferma che Dio coltiva pensieri di pace (29,11).
Isaia
In Isaia 52,7 appare la categoria del vangelo della pace, del lieto annuncio da parte del profeta dell’esilio (l’attuale libro di Isaia è composto di almeno tre distinti testi di diversi autori): Come sono belli i passi dell’evangelista, del lieto annunciatore, che proclama la pace. In Isaia 9,1-5, nel libro dell’Emmanuele che contiene gli oracoli del grande Isaia, si presenta l’ideologia regale del principe di pace. Dio dona la pace attraverso l’azione umana del principe, che instaura una pace senza fine, fondata sulla giustizia. La giustizia del re è una giustizia molto particolare, diversa da quella dei tribunali, ed è volta a rendere giustizia a chi giustizia non ha, a prendere le difese dei deboli. L’anelito alla giustizia è il grande portato di Israele all’umanità.Questa azione giusta del re è ampiamente descritta al capitolo 11: giudicherà con giustizia i poveri e emetterà sentenze giuste a favore dei miseri del paese. Questa pace fondata sulla giustizia si estende a tutto il cosmo, a tutto il mondo creato: il lupo dimorerà presso l’agnello / e la tigre si accovaccerà accanto al capretto / il vitello e il leone
pascoleranno insieme / e un bambino piccolo li condurrà…Sulla stessa linea è il testo di Isaia 2,1-5, in cui si sogna il grande pellegrinaggio dei popoli a Gerusalemme. La pace diventa pace universale.
Zaccaria
Un testo famoso di Zaccaria, utilizzato anche da Matteo per illustrare Gesù messia pacifico, indica il re che entra a Gerusalemme cavalcando un asino. È la cavalcatura utilizzata in occasioni di pace. la pace nel nuovo testamento Nelle lettere di Paolo il saluto è: « grazia e pace », cioè vi auguro il dono della pace.
Romani 5,1: pace come salvezza « …abbiamo pace nei confronti di Dio… » Paolo dopo aver detto che la lieta notizia è che Dio accoglie in modo indiscriminato tutti sulla base della fede, afferma che, sempre come dono di grazia, abbiamo un buon rapporto con Dio.
Romani 5,11: pace come riconciliazione
Paolo usa il termine riconciliazione in senso religioso: Dio ci ha riconciliato.Dio non ha bisogno di essere riconciliato, al contrario di quanto sosteneva la religione romana tutta intenta a placare la ira Deum (l’ira degli dei) con riti e preghiere. C’era una concezione minacciosa del divino, che appare anche nella tradizione ebraica recente, come nel libro dei Maccabei. Paolo dice che è Dio a vincere la nostra distanza da lui.
Giovanni e Luca: pace come dono
Il Pace a voi del Cristo risorto nel vangelo di Giovanni, come il pace in terra agli uomini che sono oggetto della benevolenza divina di Luca (2,14) indicano la pace come dono di Dio. Dio ha donato la pace agli uomini sulla terra.
Matteo: la pace interpersonale
La beatitudine in Matteo 5,9: beati i creatori di pace, saranno chiamati figli di Dio. Nel rabbinismo, a cui Matteo è vicino, emerge il significato di pace interpersonale, di pace come riconciliazione tra persone. Anche in Matteo 5,23: Se ti avviene di presentare il tuo dono all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia là il tuo dono davanti all’altare e va prima a riconciliarti…La comunione con Dio, espressa nel culto che si celebra, non avviene se due persone non sono in
comunione tra loro.
Efesini 2: nella croce crollano i muri di separazione
È una lettera della scuola di Paolo, in cui si afferma che la chiesa universale è il luogo dove gli opposti si sono riconciliati. Nel mondo di allora c’erano molte divisioni. I greci distinguevano le persone tra greci e barbari (quelli che non parlavano greco). I romani tra romani, greci e tutti i barbari. Anche nel mondo ebraico c’era una grande divisione di tipo religioso dell’umanità: gli incirconcisi (la maggioranza, 70 milioni di persone) e i circoncisi (la consistente minoranza di ebrei, 6 milioni di persone). Queste due parti si disprezzavano cordialmente (anche Gesù parla di « cagnolini » riferendosi alla Cananea). I non ebrei disprezzavano gli ebrei, accusati di ogni tipo di nefandezze (uccisioni rituali…) …Ma ora in Cristo Gesù voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini mediante la morte violenta di Cristo. Egli infatti è la pace. Lui che ha fatto le due parti le ha ridotte ad unità. Ha sbriciolato questa parete che sta in mezzo e che separa. Cioè l’inimicizia l’ha distrutta mediante la sua carne, ha reso inoperante la legge mosaica dei comandamenti che si esprime nei precetti.
Gesù toglie le radici del conflitto, cioè la legge mosaica. La legge mosaica era il segno della separatezza: privilegio per chi la possedeva e handicap per gli altri. Paolo dice che gli ebrei possono tenersi la legge, ma questa non può essere il motivo della identità del credente. Le diversità non sono annullate, ma sono depotenziate. Le diversità (essere circoncisi o incirconcisi) non sono più elemento separatore. Il muro è abbattuto. Egli è venuto ad annunciare, a dare la lieta notizia della pace, a voi che eravate lontani e pace a voi che eravate i vicini, perché mediante lui noi abbiamo questa entratura in un solo Spirito presso l’unico Padre. La legge non è più la carta di identità dell’uomo. Dietro questo testo c’è la teologia di Paolo, cioè la grazia incondizionata di Dio verso gli uni e verso gli altri e la giustificazione sulla base della sola fede, senza la legge. Giudei e non giudei sono su di un piede di parità nei confronti del vangelo della pace, del vangelo della riconciliazione.
Mentre la comunità di Gerusalemme, capitanata da Giacomo, il fratello di Gesù, era aperta al mondo pagano, a patto che si giudaizzasse, accettando la circoncisione, e mentre la comunità di Antriochia era composta anche da gentili a cui si chiedeva di osservare i precetti della legge, Paolo proclama la libertà dalla legge, non solo nella pratica ma anche attraverso una giustificazione, una riflessione.
i muri di separazione oggi
Anche oggi occorre saper far risuonare l’antica lieta notizia del vangelo di pace individuando quali sono i muri di separazione di cui annunciare l’abbattimento. Oggi la grande divisione non è più tra circoncisi e incirconcisi, ma tra nord e sud del mondo. La lieta notizia per i deprivati, per gli esclusi, per i lontani di oggi ha come punto di riferimento remoto il Cristo in croce che viene a chiamare su di un piede di parità alla salvezza, e come punto di riferimento prossimo Paolo che ha annunciato e operato l’abbattimento del muro di separazione tra irconcisi e incirconcisi. A noi spetta il compito di individuare il muro di separazione di oggi e di annunciarne anche fattivamente l’abbattimento, proclamando così la lieta notizia, il vangelo della pace

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