Archive pour septembre, 2014

I tre arcangeli, Gabriele, Michele, Raffaele

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SAN GIROLAMO: AL SERVIZIO DELLA PAROLA DI DIO – 30 SETTEMBRE

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SAN GIROLAMO: AL SERVIZIO DELLA PAROLA DI DIO

È stato uno dei grandi personaggi del mondo occidentale. Uno di quegli uomini che hanno lasciato un’impronta su questa terra: hanno fatto cultura, sono stati punti di riferimento nei secoli per tante persone. Hanno fatto storia. Il loro lavoro vince l’usura del tempo che tutto divora e spesso tutto dimentica.
Ecco alcuni titoli che hanno dato a Girolamo i suoi contemporanei e i posteri:
“Catholicorum magister” (Cassiano); maestro non solo dei cattolici ma “Mundi magister” così Prospero d’Aquitania. “Sacrae legis peritissimus”, “espertissimo della Legge Sacra” (cioè la Bibbia) è la definizione di Sulpicio Severo. Erasmo da Rotterdam lo salutò come: “Principe dei teologi”.
Nel nostro secolo poi papa Benedetto XV, nel 1920, lo ha indicato come “il dottore sommo nell’esegesi scritturistica” proprio perché egli aveva messo ogni istante della sua vita al servizio della Sacra Scrittura “per raggiungere più compiutamente il senso della Parola di Dio”.
La festa liturgica di Girolamo santo viene celebrata il 30 settembre. Un particolare curioso e forse unico. È ricordato come un santo che vale per tutta la chiesa (non è un “locale” insomma), ma non fu mai dichiarato tale dalla Chiesa. Il motivo? Semplice. Aveva un caratteraccio poco… santo. Era impetuoso, collerico, incline alla polemica, poco paziente e tagliente nei giudizi. Concediamogli però un’attenuante: ha condotto una vita ascetica rigorosa, soffrendo non poco per numerose malattie. Girolamo riconosceva questo suo carattere poco conciliante e socievole. L’arte lo ha rappresentato magro mentre si batte il petto con una pietra, dicendo, come riferisce la tradizione: “Perdonami, Signore, perché sono Dalmata”. Era tuttavia molto stimato dagli uomini di cultura del suo tempo ed il popolo lo ha venerato come santo fin dal primo Medio Evo.
È di Girolamo la famosa frase: “Ignoratio Scripturarum, ignoratio Christi est”.
Non conoscere la Scrittura equivale a non conoscere Gesù Cristo. Non possiamo dire che c’è molta conoscenza della Scrittura tra i Cattolici, anche se, dopo il Vaticano II, è più avvertita l’importanza di questa conoscenza e c’è più impegno per studiarla.
Alla vigilia dell’anno giubilare del 2000, preparato dalla riflessione sui temi “teologici” del Figlio (1997), dello Spirito (1998), del Padre (1999), ricordando san Girolamo riproponiamo il problema della conoscenza della Parola di Dio, del suo studio, del “perdere tempo” su di essa, per essere in grado di conoscere il Cristo, centro della Scrittura. Non c’è vero amore per ciò che la nostra intelligenza ignora. L’amore cresce se cresce la conoscenza. Questo vale per l’esperienza umana ma anche per quella spirituale. Non c’è conoscenza e quindi amore di Cristo senza lo studio di lui nella Bibbia. È questo il suo profondo messaggio.
Girolamo nacque nel 342 a Stridone in Dalmazia. I genitori cattolici lo fecero studiare prima a Roma, poi andò a Treviri, infine ad Aquileia. Qui aderì ad una comunità di asceti, che si chiamava “Coro dei Beati”.
Presto risuonò forte in lui il richiamo dell’Oriente. Girolamo partì carico dei suoi amati autori classici. Vi rimase dal 373 al 381. Fece grandi amicizie, come quella con Evagrio e con Gregorio di Nazianzio che lo avviò alla conoscenza e traduzione di Origene e di altri autori.
Nel 382 iniziò per Girolamo il periodo romano: sarà breve ma decisivo per il resto della sua vita. A Roma infatti conobbe il papa Damaso e ne divenne segretario. Questi lo indirizzò con decisione e intelligenza all’attività biblica. Da quel momento Girolamo visse per la Scrittura, per la sua traduzione, per il commento di essa, per la predicazione e per l’iniziazione di altri alla sua comprensione e personalizzazione. La Parola di Dio sarà il punto di riferimento costante in tutta la sua attività. Nel 384 iniziò infatti a rivedere le antiche versioni dei vangeli e quindi dei salmi.
Per capire la Scrittura la chiave ermeneutica è Cristo
Questo suo lavoro aveva l’appoggio e l’incoraggiamento di Damaso. Ma questi morì nel dicembre di quell’anno. Le lotte di potere non sono state mai completamente assenti anche in àmbito ecclesiale. Dopo tutto la chiesa è fatta di uomini con le loro virtù e ahimè anche i loro difetti. Girolamo aveva fatto un pensierino alla cattedra di Pietro, ritenendosi non proprio indegno. Dal lato culturale certamente lo era: fu uno degli uomini più eruditi del suo tempo (insieme ad Agostino, che ammirava e col quale ebbe un’amicizia “dialettica”). Conosceva bene sei lingue, aveva una profonda conoscenza dei classici.
Gli mancavano, ahimè, gli appoggi politici che pesano, le conoscenze che contano, le frequentazioni giuste e mirate. Per la successione a Damaso ci furono forti tensioni tra il clero romano, anche contro “quel dalmata” considerato un outsider. Girolamo ne rimase deluso, e captato il vento contrario alla sua santa ambizione, decise per il secondo e definitivo ritorno in Oriente. Vi rimarrà fino alla morte (420).
Si stabilì a Betlemme fondandovi due monasteri, uno maschile e l’altro femminile. Tra i suoi meriti c’è anche quello di aver dato un impulso decisivo alla diffusione del monachesimo occidentale. Il suo lavoro principale ormai era la traduzione della Scrittura, iniziata per incarico del suo amico Damaso. Quest’opera verrà conosciuta come la Vulgata: questa avrà un influsso enorme sulla vita della Chiesa e sul clima culturale del tempo e anche dopo.
Sarà proprio la sua Vulgata il primo libro della storia ad essere stampato da Johannes Gutenberg l’inventore della stampa. Girolamo era convinto che il messaggio biblico ha come finalità tutto il genere umano e non solo “le sfaccendate scuole di filosofi”. Il filo unificatore di un serio studio della Scrittura o ascesi biblica è dato dalla chiave centrale di interpretazione che è Cristo: lo studio impegnato porterà ad una conoscenza amorosa di Cristo e alla sua sequela. Per Girolamo leggere il Libro non è come leggere un libro. Il lettore biblico deve avere cinque qualità: essere prudente, diligente, interessato, zelante, informato.
“La Bibbia è una mediazione tra Dio che rivolge la Parola e l’uomo che legge, a guisa di una lettera che gli è stata inviata: Girolamo risulta in questo il Padre della Chiesa che più spinge a leggerla… Il dialogo del lettore con le pagine bibliche si concretizza poi in un dialogo con Cristo, perché tutte le Scritture parlano di Lui. La Bibbia perciò è il luogo privilegiato di incontro con Cristo, è il grande sacramentum del Salvatore…” (V. Grossi).
Che eredità spirituale ci lascia Girolamo? Certamente il suo amore totale per la Parola di Dio. L’itinerario esistenziale e spirituale che egli visse, trovò nello studio alla Bibbia il filo unificante, la fonte e le radici stesse della sua santità. La sua immensa fatica nella traduzione della Bibbia non era altro che la prova concreta, quotidiana del suo immenso amore a Cristo: ogni fatica affrontata per Lui gli sembrava leggera. In questo suo lavoro non era certamente sorretto dalle prospettive di carriera o di guadagno. Solo Cristo e solo per Cristo.
Lo studio della Scrittura era pensato da Girolamo come una vera ascesi, cioè come autentico, serio, quotidiano impegno e sacrificio per Cristo e la sua causa. Così scriveva Girolamo del suo amico Nepoziano:
“Con l’assidua lettura della Scrittura e la quotidiana meditazione egli aveva reso il suo cuore una biblioteca di Cristo”.
Ai cristiani che talvolta si lamentano del “silenzio di Dio” nella loro vita, San Girolamo ricorda una verità fondamentale:
“Quando preghi tu parli allo sposo. Quando leggi la Scrittura è Lui che ti parla”.
Dipende da noi lasciarlo parlare.

MARIO SCUDU sdb

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BENEDETTO XVI – GLI ARCANGELI – 29 SETTEMBRE (2007)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070929_episc-ordinations_it.html

CAPPELLA PAPALE PER L’ORDINAZIONE EPISCOPALE DI SEI ECC.MI PRESULI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI – GLI ARCANGELI

Basilica Vaticana

Sabato, 29 settembre 2007 -

Cari fratelli e sorelle,

siamo raccolti intorno all’altare del Signore per una circostanza solenne e lieta ad un tempo: l’Ordinazione episcopale di sei nuovi Vescovi, chiamati a svolgere mansioni diverse a servizio dell’unica Chiesa di Cristo. Essi sono Mons. Mieczyslaw Mokrzycki, Mons. Francesco Brugnaro, Mons. Gianfranco Ravasi, Mons. Tommaso Caputo, Mons. Sergio Pagano, Mons. Vincenzo Di Mauro. A tutti rivolgo il mio saluto cordiale con un fraterno abbraccio. Un saluto particolare va a Mons. Mokrzycki che, insieme a all’attuale Cardinale Stanislaw Dziwisz, per molti anni ha servito come segretario il Santo Padre Giovanni Paolo II e poi, dopo la mia elezione a Successore di Pietro, ha fatto anche a me da segretario con grande umiltà, competenza e dedizione. Con lui saluto l’amico di Papa Giovanni Paolo II, il Cardinale Marian Jaworski, a cui Mons. Mokrzycki recherà il proprio aiuto come Coadiutore. Saluto inoltre i Vescovi latini dell’Ucraina, che sono qui a Roma per la loro visita « ad limina Apostolorum ». Il mio pensiero va anche ai Vescovi greco-cattolici, alcuni dei quali ho incontrato lunedì scorso, e la Chiesa ortodossa dell’Ucraina. A tutti auguro le benedizioni del Cielo per le loro fatiche miranti a mantenere operante nella loro Terra e a trasmettere alle future generazioni la forza risanatrice e corroborante del Vangelo di Cristo.
Celebriamo questa Ordinazione episcopale nella festa dei tre Arcangeli che nella Scrittura sono menzionati per nome: Michele, Gabriele e Raffaele. Questo ci richiama alla mente che nell’antica Chiesa – già nell’Apocalisse – i Vescovi venivano qualificati « angeli » della loro Chiesa, esprimendo in questo modo un’intima corrispondenza tra il ministero del Vescovo e la missione dell’Angelo. A partire dal compito dell’Angelo si può comprendere il servizio del Vescovo. Ma che cosa è un Angelo? La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti. Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola « El », che significa « Dio ». Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio. Se la Chiesa antica chiama i Vescovi « angeli » della loro Chiesa, intende dire proprio questo: i Vescovi stessi devono essere uomini di Dio, devono vivere orientati verso Dio. « Multum orat pro populo » – « Prega molto per il popolo », dice il Breviario della Chiesa a proposito dei santi Vescovi. Il Vescovo deve essere un orante, uno che intercede per gli uomini presso Dio. Più lo fa, più comprende anche le persone che gli sono affidate e può diventare per loro un angelo – un messaggero di Dio, che le aiuta a trovare la loro vera natura, se stesse, e a vivere l’idea che Dio ha di loro.
Tutto ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo le figure dei tre Arcangeli la cui festa la Chiesa celebra oggi. C’è innanzitutto Michele. Lo incontriamo nella Sacra Scrittura soprattutto nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del « serpente antico », come dice Giovanni. È il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui. Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche « l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte » (12, 10). Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione. Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo. È compito del Vescovo, in quanto uomo di Dio, di far spazio a Dio nel mondo contro le negazioni e di difendere così la grandezza dell’uomo. E che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo? L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo di Dio (cfr Dn 10, 21; 12, 1). Cari amici, siate veramente « angeli custodi » delle Chiese che vi saranno affidate! Aiutate il Popolo di Dio, che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, a trovare la gioia nella fede e ad imparare il discernimento degli spiriti: ad accogliere il bene e rifiutare il male, a rimanere e diventare sempre di più, in virtù della speranza della fede, persone che amano in comunione col Dio-Amore.
Incontriamo l’Arcangelo Gabriele soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca (1, 26 – 38). Gabriele è il messaggero dell’incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo « sì » alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio. Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Nell’Apocalisse dice all’ »angelo » della Chiesa di Laodicea e, attraverso di lui, agli uomini di tutti i tempi: « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (3, 20). Il Signore sta alla porta – alla porta del mondo e alla porta di ogni singolo cuore. Egli bussa per essere fatto entrare: l’incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi. Tutti devono essere riuniti in Cristo in un solo corpo: questo ci dicono i grandi inni su Cristo nella Lettera agli Efesini e in quella ai Colossesi. Cristo bussa. Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete anche assumere la funzione di Gabriele: portare la chiamata di Cristo agli uomini.
San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore. Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie. Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere « l’angelo » risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso. In secondo luogo, il Libro di Tobia parla della guarigione degli occhi ciechi. Sappiamo tutti quanto oggi siamo minacciati dalla cecità per Dio. Quanto grande è il pericolo che, di fronte a tutto ciò che sulle cose materiali sappiamo e con esse siamo in grado di fare, diventiamo ciechi per la luce di Dio. Guarire questa cecità mediante il messaggio della fede e la testimonianza dell’amore, è il servizio di Raffaele affidato giorno per giorno al sacerdote e in modo speciale al Vescovo. Così, spontaneamente siamo portati a pensare anche al sacramento della Riconciliazione, al sacramento della Penitenza che, nel senso più profondo della parola, è un sacramento di guarigione. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
« Rimanete nel mio amore », ci dice oggi il Signore nel Vangelo (Gv 15, 9). Nell’ora dell’Ordinazione episcopale lo dice in modo particolare a voi, cari amici. Rimanete nel suo amore! Rimanete in quell’amicizia con Lui piena di amore che Egli in quest’ora vi dona di nuovo! Allora la vostra vita porterà frutto – un frutto che rimane (Gv 15, 16). Affinché questo vi sia donato, preghiamo tutti in quest’ora per voi, cari fratelli. Amen.

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LA GIUSTIZIA CHE SALVA (EZ 18,25-28)

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LA GIUSTIZIA CHE SALVA (EZ 18,25-28)

Posted on 27 settembre 2011

25 Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore.
Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? 26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa. 27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. 28 Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà.

Riflessione

Pace a voi tutti fratelli e sorelle nel Signore Gesù. Vorrei porre sotto la vostra attenzione un passo del libro del profeta Ezechiele, che tra l’altro animò la liturgia di domenica scorsa 25/09/2011. Ezechiele esercitò il suo ministero all’in circa verso 597 fino al 573 a. C. In un primo tempo operò a Gerusalemme nel tempio fino a che nel 587 fu esiliato a Babilonia, dove completò la sua opera profetica. In questo periodo così difficile e triste per Israele Ezechiele in modo energico e senza indugio confortò il suo popolo ricordandogli che Jahvè non l’avrebbe abbandonato nelle mani degli opressori mi li avrebbe liberati e ricondotti nella loro terra santa. Tuttavia negli oracoli di questo grande profeta non mancano le denuncie e le proteste verso l’infedeltà e la mancanza di fede da parte del popolo eletto. Nel passo in questione vengono fuori non pochi aspetti da illuminare tutt’ora anche la nostra vita, infatti se ci fate caso al verso 25 c’è una provocazione da parte di Dio verso i suoi servi, Dio si immedesima, si cala nel modo in cui l’uomo ragiona tra sè, in questo caso si vede che da parte del polo alcuni erano sfiduciati e pensavano che la condotta di Dio non fosse corretta poichè restava apparentemente inerme al loro sconforto e dolore, ma proprio in quel momento (Questa e’ una peculiarita’ della Rivelazione nell’AT) Dio proprio come un Padre con il proprio figlio interviene e li rimprovera poichè è un Padre giusto, ma al contempo li conforta e li assicura la sua Benedizone. Infatti al verso 26 Dio dice chiaramente che chi commette iniquità sarà punito e dovrà passare inevitabilmente per la sua Giustizia che al confronto della giustizia umana che distrugge, essa edifica e salva! Ma come emerge dai versetti 27 e 28 è necessario il pentimento, il ravvedimento, “uno spirito e un cuore contrito”, affinchè Dio possa operare e così salvare le loro vite. Bene miei cari quante volte anche noi in determinati momenti della nostra vita pensiamo che Dio sia ingiusto e indifferente alla nostra sofferenza? Beh soggettivamenhte parlando a me è capitato spesso e spesso altrettanto mi sono ricreduto. Perchè ritengo che spesso siamo noi a sbagliare a dimenticarci di Lui e del suo Eterno Amore per noi tutti! In ultimo vi esorto a gettare su di Lui tutte le vostre sofferenze e incomprensioni, poichè statene certi che Dio non tarderà a rispondervi.

Preghiera
Signore Iddio Padre santo, ti prego affinchè tu possa modellare sempre più il mio cuore e quello di tutti i fratelli e sorelle che mi hai donato, affinchè guidati dal tuo Spirito e dalla tua Parola possiamo sempre più evitare il male e compiere il bene. Te lo chiedo nel Nome del tuo Figliolo Gesù Cristo Signore della Vita e della Morte. Amen

OMELIA (28-09-2014): GUARDARE DIO CON UN’ALTRA OTTICA

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OMELIA (28-09-2014)

DON ALBERTO BRIGNOLI

GUARDARE DIO CON UN’ALTRA OTTICA

Mi sono chiesto spesso cosa significhi « convertirsi ». Sì, lo sappiamo: significa cambiare vita, significa smettere di compiere il male e iniziare decisamente a compiere il bene, significa cambiare prospettiva, cambiare punto di vista e mettere al centro della nostra vita la Parola di Dio. Questo, a livello teorico, cognitivo: ma…nella pratica? Un peccatore che si converte, vuol dire che da quel momento in poi smette di peccare? Vuol dire che la sua vita, dal momento della conversione (ammesso che la conversione coincida con un momento particolare, puntuale della vita di una persona) cambia radicalmente e diventa una vita fatta esclusivamente di opere buone? Magari sarò eccessivamente disfattista, però preferisco pensare con sano realismo, piuttosto che essere talmente ingenuo da ritenere che una conversione comporti l’immediata irreprensibilità dei comportamenti della persona che la attua: per cui, io sono convinto – e credo che non sia difficile condividere questo mio pensiero – che chi si converte continua comunque a commettere sbagli nella sua vita, continua comunque a peccare e continua comunque ad essere condizionato dai limiti della natura umana.
Per questo, anche i pubblicani e le prostitute del tempo di Gesù, che ascoltando la predicazione di Giovanni Battista (dice il Vangelo di oggi) credettero alla sua parola, non è affatto detto che avessero – per questa sua parola – cambiato completamente la loro esistenza facendola divenire un’esistenza di irreprensibilità e di santità: altrimenti, non si spiegherebbe perché, arrivato dopo il Battista, Gesù si trovasse di fronte ancora un gran numero di pubblicani e prostitute che lo ascoltavano e spesso lo seguivano nei suoi spostamenti, al punto da attirare la rabbia e il mormorio dei farisei e dei religiosi del suo tempo. Ovvero, erano pubblicani e prostitute e continuavano, probabilmente, a rimanere tali. Ma di certo, qualcosa di diverso in loro era avvenuto: nell’economia del Regno di Dio, erano « passati avanti » agli irreprensibili religiosi ebrei loro contemporanei.
Cosa era cambiato, in loro? Cos’era avvenuto? In che cosa è consistita la loro conversione? Più in generale: a partire dalla loro vicenda, possiamo comprendere meglio che cosa sia la conversione? Io penso proprio di sì. Togliamoci innanzitutto dalla testa che convertirsi significhi non peccare più. Convertirsi significa cambiare direzione, cambiare prospettiva, cambiare modo di vedere le cose, al di là di quelli che continueranno ad essere o cesseranno di essere i nostri errori. Significa iniziare a guardare le cose da un altro punto di vista, e soprattutto verso un’altra direzione. Fino a quando lo sguardo sarà rivolto a noi stessi, alla nostra vita, e non si alzerà mai a guardare in un’altra direzione, dove – per chi crede – c’è un Dio che ama, che è giusto, che è misericordioso, che ci chiede sì di compiere la sua volontà, ma perché ci vuole bene e sa cos’è il bene per noi…ecco, allora dalla nostra misera situazione umana non ne usciremo più, e non ci sarà salvezza. Al di là della bontà delle nostre opere e della rettitudine delle nostre azioni: perché non è la formale irreprensibilità dei nostri comportamenti che ci salva, di fronte a Dio, ma la capacità di guardare verso di lui, consapevoli dei nostri limiti.
Tanto i pubblicani e le prostitute, quanto i farisei e i dottori della legge, sono peccatori; ma mentre i primi, di fronte al messaggio di salvezza del Battista e di Gesù, hanno il coraggio di alzare lo sguardo e di smetterla di rivolgerlo solo verso la propria sterile miseria (e per questo trovano la salvezza), i secondi continuano a ritenere che il loro sguardo rivolto verso se stessi e verso le loro opere perfette e giuste sia l’unica condizione per la salvezza, per cui non sentono neppure la necessità di convertirsi, cioè di guardare nella direzione del Dio misericordioso che ama l’uomo indipendentemente dalle opere che compie. Per questo non si salvano: perché – come gli operai della prima ora di domenica scorsa – ragionano con Dio come con un retribuitore automatico di grazie (« ti do tanto, mi devi tanto, possibilmente più che agli altri »), e non con un Padre che accoglie chi comunque sbaglia ma alza lo sguardo verso di lui.
Dio è proprio l’opposto di ciò che essi pensano: non mette al primo posto i primi, o meglio coloro che si ritengono tali in virtù delle loro opere buone (e che bisogno c’è, se già sono primi?), ma gli ultimi, coloro che sanno bene di essere ultimi, che sono ben consapevoli di aver detto di « no » a Dio in molte occasioni per poi riuscire comunque, alla fine, a fare la sua volontà, come il primo dei due figli della parabola. Allora, i pubblicani e le prostitute davvero « passano avanti nel Regno di Dio » ai dottori della legge e ai capi del popolo.
E non pensiamo al Regno « che verrà »: pensiamo al Regno di Dio oggi, a quell’insieme di spazio e di tempo, di relazioni umane vere e sincere nelle quali Dio privilegia e mette « davanti », al primo posto, quelli che i regni di questo mondo mettono all’ultimo perché pubblicamente ed evidentemente reietti, prostituiti, venduti al male. Capaci, tuttavia, di « convertirsi », di cambiare prospettiva, di guardare le cose in maniera diversa, ossia nella direzione in cui le guarda Dio.
C’è speranza che cambino anche coloro che si ritengono giusti di fronte a Dio, anche noi, operai brontoloni della prima ora, figli ruffiani che fingiamo di obbedire al Padre? Senza dubbio, ma lo sforzo è notevole, occorre uno svuotamento, una spogliazione totale, una kènosis, come dice Paolo nella seconda lettura di oggi riferendosi alla natura divina di Gesù. Diamine, c’è riuscito lui che non ne aveva necessità e l’ha fatto solo per lasciarci un esempio…vogliamo, una buona volta, metterci d’impegno e fare altrettanto?

Gesù e i bambini

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Publié dans:immagini sacre |on 25 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

ACCOGLIERE I REGNO DI DIO COME UN BAMBINO

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ACCOGLIERE I REGNO DI DIO COME UN BAMBINO

Il biblista Don Luciano Sole propone alcune considerazioni sul seguente brano di Marco, dove Gesù parla del regno di Dio. Mettiamoci in atteggiamento di profonda risonanza nel cuore.

Dal Vangelo secondo Marco
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva,imponendo le mani su di loro.
(Mc10,13-16 )

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Vediamo che cosa voglia dire Gesù con questa frase : » chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».
Innanzitutto cosa è il regno di Dio? Quando noi sentiamo parlare del regno di Dio pensiamo subito al Paradiso; certo il regno di Dio è anche ciò che noi possiamo immaginare del paradiso, ma il regno di Dio, è Dio stesso che si manifesta in tutta la sua onnipotenza, il suo amore, la sua salvezza, il suo perdono. Questo è il regno di Dio, poi certo, in pienezza, sarà il paradiso. Quindi è il presentarsi di Dio che richiede da parte dell’uomo un’accoglienza di Dio, di Dio che ti ama, di Dio che ti parla, di Dio che ti salva, di Dio che ti viene incontro. Questo regno di Dio si manifesta poi nella persona di Gesù Cristo in tutta la sua verità, in tutto il suo amore in quell’Ostia consacrata che non è altro che Gesù che si offre. Questo è il regno di Dio!
Qui Egli dice, prima ancora di entrare in questo regno, di accoglierlo, e per accoglierlo bisogna avere il cuore libero, aperto, disponibile, non indurito. Perché si tratta di un dono meraviglioso che il Signore ci offre nel regno, pertanto ogni altra cosa passa in secondo piano rispetto a questo dono meraviglioso che il Signore ci fa del suo amore e della sua grazia.
Gesù poi parla di appartenenza: a chi è come loro appartiene il regno di Dio », cioè una volta che si accoglie l’amore sconfinato di Dio, questo amore ti appartiene, ne diventi il proprietario, diventi colui che custodisce il regno, lo fa proprio perché gli appartiene, gli è stato dato. Pertanto Dio, con il suo infinito amore, mandando Gesù, ti si offre e ne diventi veramente il proprietario.
Però qui Gesù specifica quale deve essere il comportamento dell’uomo « come i bambini », parla ai grandi e dice “come i bambini” parla agli adulti che cacciavano i bambini, magari erano anche gli apostoli che li sgridavano, mentre Gesù li richiama e dice agli adulti di stare attenti e di imitare i bambini. A volte uno pensa “i bambini sono innocenti” , ma non è vero i bambini sono anche cattivi, dispettosi, non sono educati. Non è che Gesù vuole mettere in evidenza l’aspetto dell’innocenza , vuole invece mettere in evidenza un altro aspetto del bambino ossia quello, egli è che nella vita non ha ancora realizzato niente, non ha un curriculum, non ha meriti, non ha prodotto qualche cosa di importante a tal punto di meritare il regno di Dio. Anche colui che diventerà un grande musicista o un grande poeta o scienziato, quando è bambino è uguale a ogni altro, non ha ancora realizzato nulla nella vita, pertanto ha bisogno di tutti, e accogliendo il regno deve accoglierlo nella sua profonda piccolezza.
Questo è il primo atteggiamento, poi c’è l’atteggiamento profondo che tocca l’animo del bambino il quale ha bisogno di tutti, prima dei genitori, dei maestri, di tutori, ossia è in mano ad altri, cioè da solo non può sopravvivere.
Così deve essere l’atteggiamento del cristiano, del piccolo, che ha continuamente bisogno del sostegno degli altri, soprattutto del sostegno di Dio; e questo è proprio l’atteggiamento che Gesù vuol mettere in evidenza. Per questo prende i bambini, li accarezza, li benedice, perché sono esposti ad ogni realtà, anche negativa, ed hanno bisogno di essere protetti, assistiti. Pertanto colui che è come questo bambino, che ha questi atteggiamenti, può accogliere veramente il regno.
Poi c’è una frase stranissima perché Gesù dice: a chi è come un bambino appartiene il regno. Ora se il Regno è pensato come un grande tesoro, come si fa a darlo in mano ad un bambino?! Sembra strano, il più povero, il meno indicato, diventa il più ricco, ha il regno di Dio a sua disposizione . E allora ogni giorno attinge: attinge all’amore di Dio, alla verità di Dio, al Suo sostegno. Certo Dio si serve della Madonna, degli angeli, dei santi, si serve di tutto ciò che comporta il manifestarsi del regno per cui dopo di che non bisogna avere il cuore indurito. Gesù parla del cuor indurito…che cos’è il cuore? Non è solo la sede degli affetti, è anche la sede della mente, del pensiero, delle decisioni, delle volontà. Il cuore non deve essere sclerotico, duro, come una pietra, ottuso, indurito, al punto che non si lascia muovere da Dio, dal suo amore. Il bambino non ha il cuore indurito, è più facile che sia l’adulto ad avere un cuore indurito, non più duttile, difficile da modellare. Dio vuole modellare il nostro cuore per renderlo santo.

DON LUCIANO SOLE

GESÙ TRA LA BELLEZZA E IL DOLORE – di Joseph Ratzinger

http://www.jesus1.it/Pages/it_gesu_riflessioni.aspx?arg=110&rec=586

GESÙ TRA LA BELLEZZA E IL DOLORE

di Joseph Ratzinger (La Repubblica, 10 marzo 2004)

Ogni anno, nella liturgia delle ore del tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che s’incontra nei vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, una accanto all’altra, rincorrono due antifone – una per il tempo di Quaresima, l’altra per la settimana Santa – che introducono il salmo 44, offrendone però una chiave interpretativa del tutto contrapposta.
E’ il salmo che descrive le nozze del re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. « Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia ». La Chiesa, ovviamente, legge questo salmo come espressione poetica/profetica del rapporto sponsale di Cristo con la sua Chiesa. Riconoscere Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra significa l’intima bellezza della sua parola, significa la gloria del suo annuncio.
Non è dunque la bellezza esteriore del Redentore a essere glorificata: ciò che si manifesta in lui è invece la bellezza della Verità, la bellezza stessa di Dio che ci attira e nel contempo ci procura la ferita dell’Amore, l’eros (la « sacra Passione ») che ci fa correre, assieme alla Chiesa e nella Chiesa/Sposa, incontro all’Amore che ci chiama. Ma il lunedì della Settimana santa la Chiesa cambia l’antifona, invitandoci a leggere il medesimo salmo alla luce di Isaia 53,2: « Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore ».
Come si conciliano le due visioni? Il « più bello » tra i figli degli uomini è tanto misero d’aspetto che nemmeno lo si vuole vedere. Pilato lo mostra alla folla: Ecce homo! Cerca di suscitare un po’ di pietà verso quell’essere maltrattato e percosso orami privo di ogni esteriore bellezza. Riferendosi al contenuto dei due testi citati, Agostino parla di « due trombe » che suonano in contrasto tra loro, eppure i loro suoni provengono da un medesimo soffio, dal medesimo Spirito. Nel paradosso egli vede contrapposizione, ma non contraddizione. Unico è infatti lo Spirito che suscita la Scrittura, traendone però differenti note e ponendoci proprio in questo modo di fronte alla perfezione della Bellezza e della Verità in sé.
Chi crede in Dio, nel Dio che proprio nelle sembianze alterate del Crocifisso si manifestato come amore « sino alla fine » (Gv 13,1), sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente apprende anche che la bellezza della verità include offesa, dolore e persino l’oscuro mistero della morte. Bellezza e verità possono rinvenirsi soltanto nell’accettazione del dolore, e non nel suo rifiuto.
Di recente, da molte parti è stato detto che dopo Auschwitz non sarebbe più possibile fare poesia né tanto meno parlare di un Dio di bontà. Dove si era nascosto Dio quando funzionavano i forni crematori? Una simile contestazione – per la quale del resto di davano motivi sufficienti, assai prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia – significa, in ogni caso, che un concetto assolutamente armonioso del bello non è sufficiente, non essendo in grado di reggere il confronto con la gravità della messa in discussione di Dio, della Verità, della Bellezza. Né può bastare il socratico dio Apollo, considerato da Platone il garante dell’imperturbabile bellezza « veramente divina ».
Non resta dunque che tornare alle « due trombe » della Bibbia da cui avevamo preso le mosse, cioè al paradosso di Cristo, del quale si può dire « Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo … », ma anche « Non ha bellezza né apparenza…un volto sfigurato dal dolore ». Nella passione di Cristo, l’estetica greca – ammirevole per il suo presunto contatto con il divino, che tuttavia rimane indicibile – non viene recuperata, ma è del tutto superata. L’esperienza del bello riceve una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la « Bellezza in sé » si è lasciato percuotere sul volto, coprire di sputi, incoronare di spine: la sacra Sindone di Torino ci racconta tutto in maniera toccante. Ma proprio in quel volto sfigurato appare l’autentica, estrema Bellezza dell’Amore che ama « sino alla fine », mostrandosi così più forte di ogni menzogna e violenza. Soltanto chi sa cogliere questa bellezza comprende che proprio la verità, e non la menzogna, è l’estrema « affermazione » del mondo. E’ semplicemente un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come « unica verità », quasi che al di fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra.
Soltanto l’icona del Crocifisso è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente. Ma ad un condizione: che assieme a Lui ci lasciamo ferire, fidandoci di quell’Amore che non esita a svestirsi della bellezza esteriore, per annunciare proprio in questo modo la Verità della Bellezza.
La menzogna conosce anche un altro stratagemma: la bellezza ingannevole e falsa, quella bellezza che abbaglia e imprigiona gli uomini in se stessi, impedendo loro di aprirsi all’estasi che indirizza verso l’alto. Una bellezza che non risveglia nostalgia dell’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé; che alimenta invece la brama e la volontà di dominio, di possesso, di piacere. E’ di questo genere di bellezza che parla la Genesi: Eva vide che il frutto dell’albero era « buono da mangiare e seducente per gli occhi… » (Gn 3,6). La bellezza, così come la donna la sperimenta, risveglia in lei il desiderio del possesso, la fa ripiegare su sé stessa.
Con notevole frequenza amo citare Dostoevskij:  » La bellezza ti salverà ». Ma il più delle volte si dimentica che il grande autore russo pensa alla bellezza redentivi di Cristo. Occorre imparare a « vedere » Cristo. Non basta conoscerlo semplicemente a parole; bisogna lasciarsi colpire dal dardo della sua bellezza paradossale: così avviene la vera conoscenza, attraverso l’incontro personale con la Bellezza della verità che salva.

Rabbi Shalom Gold sounds the shofar in Jerusalem.

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Publié dans:Ebraismo : feste |on 24 septembre, 2014 |Pas de commentaires »
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