Archive pour le 8 octobre, 2014

Il sogno di Giuseppe, Basilica di San Miniato al Monte, Firenze

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DONO DEL SIGNORE SONO I FIGLI -SALMO 126

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DONO DEL SIGNORE SONO I FIGLI -SALMO 126

Buongiorno a tutti,

oggi percorriamo la via tracciata dal Salmo 126, di seguito riportato:

Se il Signore non costruisce la casa, *
invano vi faticano i costruttori.
Se la città non è custodita dal Signore *
invano veglia il custode.

Invano vi alzate di buon mattino, †
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore: *
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.

Ecco, dono del Signore sono i figli, *
è sua grazia il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un eroe *
sono i figli della giovinezza.

Beato l’uomo *
che piena ne ha la farètra:
non resterà confuso quando verrà alla porta *
a trattare con i propri nemici.

Il Salmo ci invita a riflette sull’essere e sull’avere, sul senso della vita e delle cose che possediamo, sul frutto delle nostre fatiche e dei nostri impegni. Il Salmista nel primo verso del Salmo si riferisce a tutte le fatiche e a tutti gli sforzi compiuti dagli uomini per costruirsi una casa. A tal proposito viene spontaneo interrogarsi sul senso di questa affermazione per cercare di comprendere il vero significato della parola casa. Certamente se pensiamo ai castelli e a i palazzi realizzati dall’uomo con le sue attività illecite, con la frode, il ricatto, l’inganno, l’omicidio etc., potremmo pensare che la via del male sia la via certa per realizzare in maniera comoda e veloce grandi imperi dove abitare, e che quindi questa realtà contraddice le parole del Salmo. Il punto è, però, che la vera dimora dell’uomo non è una casa costituita da muri, stanze, saloni arredati, affrescati e muniti di ogni confort, ma è il mondo stesso, il cosmo e la realtà bellissima del Paradiso. Sicuramente con la grazia di Dio, con il suo aiuto e facendo leva sulle capacità che Dio stesso ci ha donato noi siamo all’altezza di realizzare grandi opere e costruzioni, di inventare macchinari sofisticati e di fabbricare ingegnosi e complicati meccanismi per rendere la nostra vita più comoda, più lunga e più sicura, ma tutto questo non serve a darci la felicità interiore, la pace del cuore e la gioia dell’amore. La vera casa dell’uomo non è un luogo materiale all’interno del quale la vita è sicura e felice, un luogo chiuso e protetto ove poter affermare la propria autorità e il proprio potere, un regno in cui noi soli siamo i veri sultani e ove neanche a Dio è consentito di mettere piede, ma è piuttosto una condizione interiore, che, se raggiunta, diventa anche esteriore, in cui Dio è la ragione della nostra vita, in cui Dio è il centro del nostro esistere, in cui Dio è il luogo in cui abitare e in cui vivere la vera vita. Questa realtà interiore, che se raggiunta si materializza anche con l’acquisizione di uno spazio all’interno della Chiesa e con la realizzazione di una vita terrena sensata, non è costruita dall’uomo ma direttamente da Dio. L’uomo non raggiunge questa condizione da solo grazie ai suoi meriti, ma è Dio che tramite Gesù Cristo costruisce questa realtà in cui collocare l’uomo al fine di introdurlo ad una piena comunione con Lui. La casa costruita dal Signore per ognuno di noi non ha mura materiali, ma mura spirituali e fa parte della grande Gerusalemme Celeste, città progettata, costruita e custodita direttamente da Dio. Ciò non significa che questa casa non è abitabile già da ora, dal tempo della nostra vita terrena, al contrario essa è pronta ad ospitarci sin dal giorno del nostro battesimo su questa terra. I muri di questa nostra casa domestica, ove il signore della casa è Dio, possono anche coincidere con i muri della nostra casa terrena, ma non si identificano con essi, perché rimangono edificati e saldi anche quando questi ultimi crollano sotto i colpi distruttivi di un terremoto, di una guerra, o, semplicemente, per effetto del loro naturale decadimento. Sono i muri incrollabili della fede che sostengono tutta la nostra vita e danno senso al nostro essere, rendendoci esseri realizzati. Questi muri sono veramente incrollabili se poggiano le loro fondazioni sulla roccia ferma di Cristo e se si lasciano edificare dalla forza e dal lavoro dello Spirito Santo. E’ tutto lavoro di Dio, che continua l’opera della creazione edificando il suo regno in ciascuno di noi, trasformandoci, attraverso e grazie al Figlio, da creature in figli. I figli di Dio sono partoriti dalla Chiesa, che nel vigore della sua eterna giovinezza non smette mai di donare all’umanità i santi. Questi sono frecce appuntite e robuste consegnate a ciascuno di noi per affrontare i nostri nemici mortali senza restare confusi, senza timore e con un sostegno invincibile.

Capo d’Orlando, 17/10/2012

Dario Sirna

 

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IL SONNO NELLA SACRA SCRITTURA

http://www.zenit.org/it/articles/il-sonno-nella-sacra-scrittura

IL SONNO NELLA SACRA SCRITTURA

IL RETTORE DELLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ LATERANENSE INTRODUCE IL X CONGRESSO MONDIALE SULLA SINDROME DELLE APNEE NEL SONNO

27 AGOSTO 2012

DI MONS. ENRICO DAL COVOLO

ROMA, lunedì, 27 agosto 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito l’introduzione di monsignor Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, al X Congresso Mondiale sulla “Sindrome delle apnee del sonno”, promosso dal Comitato Scientifico del Congresso (Campidoglio – Pontificia Università Lateranense, Roma, 27 agosto – 1 settembre 2012).
***

Autorità accademiche e civili,
Illustri Membri del Comitato Scientifico promotore del Decimo Congresso Mondiale sulle apnee del sonno,
Cari Colleghi;

mentre – come Rettore della Pontificia Università Lateranense (per antonomasia l’“Università del Papa”), che ospita questo prestigioso evento scientifico –; mentre rivolgo a Voi tutti un deferente e cordiale saluto, desidero proporvi un breve appunto sul sonno nella Sacra Scrittura.
È questo, infatti, il più importante argomento di raccordo fra le tematiche che affronterete nei prossimi giorni, e la sede accademica nella quale le tratterete.
1)La Sacra Scrittura è attraversata dal sonno degli uomini, poiché esso si rivela come una forma adeguata per esprimere la visione di Dio.
Di fatto, è noto che per l’Antico Testamento e per il Giudaismo Dio non si può vedere faccia a faccia, pena la morte di chi cerca di valicare la barriera che lo separa dall’Assoluto. Sin dalle prime pagine del libro della Genesi, Adamo è addormentato da Dio, perché dalla sua costola egli possa trarre Eva, la madre dei viventi (Genesi 2,21-22).
Esempio emblematico del sonno legato alla visione di Dio e dei suoi progetti è poi – dopo Giacobbe (Genesi 28,10-22)– Giuseppe, il patriarca definito per antonomasia “il sognatore”. Egli, mediante i sogni, è capace di identificare la volontà di Dio per sé e il suo popolo (Genesi 37,5-11).
Anche il giovane Samuele vive una particolare esperienza del sonno: ma qui Dio lo desta dal sonno, per costituirlo profeta di Israele (1Samuele 3,11-12).
Con i libri sapienziali e apocalittici, il sonno diventa il luogo privilegiato nel quale Dio rivela la sua volontà per la redenzione finale di Israele, e perché i giusti possano meritare la morte vista come sonno, e non come la fine di tutto.
2) Nel Nuovo Testamento è Matteo l’evangelista che più di tutti gli altri autori si sofferma sul sogno. Non a caso, egli sceglie come personaggio toccato dal sonno Giuseppe, il padre adottivo di Gesù. Di fatto, proprio nel sonno Giuseppe comprende la volontà di Dio su di sé, sulla sua sposa Maria, e su Gesù bambino (Matteo 1-2). La sua vocazione, la fuga in Egitto e il ritorno in patria sono cadenzati dal sonno di Giuseppe, che nel sogno è condotto da Dio attraverso le varie difficoltà.
Significativo è che, mentre Giuseppe il patriarca rivela i sogni da lui sperimentati nel sonno, Giuseppe il padre di Gesù non comunica a nessuno, neanche a Maria, i suoi sogni, ma li conserva nel cuore come uomo giusto e del silenzio. Giuseppe non ha bisogno di rivelare ad altri la volontà di Dio. Vuole solo metterla in pratica, senza tentennamenti.
Così il sonno si manifesta anche come il luogo della prova e della fede, l’elemento su cui discernere, per accogliere o rifiutare il disegno di Dio.
Dall’apocalittica giudaica Paolo mutua il linguaggio del sonno per parlare dei defunti non come morti, bensì come dormienti (1Tessalonicesi 4,13-17). Conviene sottolineare che dal participio greco koimethéntes, qui impiegato, deriva il termine cimitero, che segnala non lo stato della morte o dei morti, bensì quello dei dormienti, in vista della loro partecipazione finale alla risurrezione di Cristo.
3)In conclusione, sono diversi i contributi che il sonno apporta alla teologia e all’antropologia biblica: è il luogo privilegiato in cui, pur non potendo vedere direttamente Dio, l’uomo è comunque destinatario della sua volontà; è anticipazione della condizione mortale, che accomuna tutti gli esseri umani; ed è visto come stato di passaggio verso la vita piena dei credenti, che si uniranno a Cristo.
La proposizione paolina di 1Tessalonicesi 5,10 può essere scelta come conclusiva di una visione positiva e transitoria del sonno: “Sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con il Signore”.
Ma non posso terminare senza fare almeno un cenno al sonno nel tempo della Chiesa. Io sono salesiano, e dunque figlio di un grande sognatore, che si chiama Don Bosco.
Tutta la sua straordinaria opera educativa cominciò con il famoso “sogno dei nove anni”: “A nove anni”, scrive Don Bosco stesso nelle sue Memorie, “a nove anni ho fatto un sogno. Mi sembrava di giocare insieme a tanti ragazzi nel prato dietro alla mia casa. Ma i ragazzi non erano buoni: alcuni urlavano, altri litigavano, altri – addirittura – bestemmiavano. Mi slanciai in mezzo a loro per farli smettere… In quel momento, apparve un uomo maestoso. Mi chiamò per nome: ‘Giovanni!’, e mi ordinò di mettermi alla testa di quei ragazzi…”. Da questo sogno inizia l’avventura educativa di Don Bosco.
Per voi, invece, cominceranno tra breve i lavori di questo Congresso, che vi auguro fecondo di soddisfazioni e di buoni risultati.

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