Archive pour le 26 décembre, 2014

Jean Edouard DARGENT dit Yan D’ARGENT, Presentation de Jesus au Temple

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BENEDETTO XVI: LA PREGHIERA E LA SANTA FAMIGLIA DI NAZARET (2011)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111228_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 28 dicembre 2011

LA PREGHIERA E LA SANTA FAMIGLIA DI NAZARET

Cari fratelli e sorelle,

l’odierno incontro si svolge nel clima natalizio, pervaso di intima gioia per la nascita del Salvatore. Abbiamo appena celebrato questo mistero, la cui eco si espande nella liturgia di tutti questi giorni. È un mistero di luce che gli uomini di ogni epoca possono rivivere nella fede e nella preghiera. Proprio attraverso la preghiera noi diventiamo capaci di accostarci a Dio con intimità e profondità. Perciò, tenendo presente il tema della preghiera che sto sviluppando in questo periodo nelle catechesi, oggi vorrei invitarvi a riflettere su come la preghiera faccia parte della vita della Santa Famiglia di Nazaret. La casa di Nazaret, infatti, è una scuola di preghiera, dove si impara ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo della manifestazione del Figlio di Dio, traendo esempio da Maria, Giuseppe e Gesù.
Rimane memorabile il discorso del Servo di Dio Paolo VI nella sua visita a Nazaret. Il Papa disse che alla scuola della Santa Famiglia noi «comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo». E aggiunse: «In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri» (Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964).
Possiamo ricavare alcuni spunti sulla preghiera, sul rapporto con Dio, della Santa Famiglia dai racconti evangelici dell’infanzia di Gesù. Possiamo partire dall’episodio della presentazione di Gesù al tempio. San Luca narra che Maria e Giuseppe, «quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme, per presentarlo al Signore» (2,22). Come ogni famiglia ebrea osservante della legge, i genitori di Gesù si recano al tempio per consacrare a Dio il primogenito e per offrire il sacrificio. Mossi dalla fedeltà alle prescrizioni, partono da Betlemme e si recano a Gerusalemme con Gesù che ha appena quaranta giorni; invece di un agnello di un anno presentano l’offerta delle famiglie semplici, cioè due colombi. Quello della Santa Famiglia è il pellegrinaggio della fede, dell’offerta dei doni, simbolo della preghiera, e dell’incontro con il Signore, che Maria e Giuseppe già vedono nel figlio Gesù.
La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale, poiché è nel suo grembo che si è formato, prendendo da lei anche un’umana somiglianza. Alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Lo sguardo del suo cuore si concentra su di Lui già al momento dell’Annunciazione, quando Lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi ne avverte a poco a poco la presenza, fino al giorno della nascita, quando i suoi occhi possono fissare con tenerezza materna il volto del figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia. I ricordi di Gesù, fissati nella sua mente e nel suo cuore, hanno segnato ogni istante dell’esistenza di Maria. Ella vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua parola. San Luca dice: «Da parte sua [Maria] custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19), e così descrive l’atteggiamento di Maria davanti al Mistero dell’Incarnazione, atteggiamento che si prolungherà in tutta la sua esistenza: custodire le cose meditandole nel cuore. Luca è l’evangelista che ci fa conoscere il cuore di Maria, la sua fede (cfr 1,45), la sua speranza e obbedienza (cfr 1,38), soprattutto la sua interiorità e preghiera (cfr 1,46-56), la sua libera adesione a Cristo (cfr 1,55). E tutto questo procede dal dono dello Spirito Santo che scende su di lei (cfr 1,35), come scenderà sugli Apostoli secondo la promessa di Cristo (cfr At 1,8). Questa immagine di Maria che ci dona san Luca presenta la Madonna come modello di ogni credente che conserva e confronta le parole e le azioni di Gesù, un confronto che è sempre un progredire nella conoscenza di Gesù. Sulla scia del beato Papa Giovanni Paolo II (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae) possiamo dire che la preghiera del Rosario trae il suo modello proprio da Maria, poiché consiste nel contemplare i misteri di Cristo in unione spirituale con la Madre del Signore. La capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio è, per così dire, contagiosa. Il primo a farne l’esperienza è stato san Giuseppe. Il suo amore umile e sincero per la sua promessa sposa e la decisione di unire la sua vita a quella di Maria ha attirato e introdotto anche lui, che già era un «uomo giusto» (Mt 1,19), in una singolare intimità con Dio. Infatti, con Maria e poi, soprattutto, con Gesù, egli incomincia un nuovo modo di relazionarsi a Dio, di accoglierlo nella propria vita, di entrare nel suo progetto di salvezza, compiendo la sua volontà. Dopo aver seguito con fiducia l’indicazione dell’Angelo – «non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20) – egli ha preso con sé Maria e ha condiviso la sua vita con lei; ha veramente donato tutto se stesso a Maria e a Gesù, e questo l’ha condotto verso la perfezione della risposta alla vocazione ricevuta. Il Vangelo, come sappiamo, non ha conservato alcuna parola di Giuseppe: la sua è una presenza silenziosa, ma fedele, costante, operosa. Possiamo immaginare che anche lui, come la sua sposa e in intima consonanza con lei, abbia vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù gustando, per così dire, la sua presenza nella loro famiglia. Giuseppe ha compiuto pienamente il suo ruolo paterno, sotto ogni aspetto. Sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria. Lui, in particolare, lo avrà portato con sé alla sinagoga, nei riti del sabato, come pure a Gerusalemme, per le grandi feste del popolo d’Israele. Giuseppe, secondo la tradizione ebraica, avrà guidato la preghiera domestica sia nella quotidianità – al mattino, alla sera, ai pasti -, sia nelle principali ricorrenze religiose. Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia.
E infine, un altro episodio che vede la Santa Famiglia di Nazaret raccolta insieme in un evento di preghiera. Gesù, l’abbiamo sentito, a dodici anni si reca con i suoi al tempio di Gerusalemme. Questo episodio si colloca nel contesto del pellegrinaggio, come sottolinea san Luca: «I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa» (2,41-42). Il pellegrinaggio è un’espressione religiosa che si nutre di preghiera e, al tempo stesso, la alimenta. Qui si tratta di quello pasquale, e l’Evangelista ci fa osservare che la famiglia di Gesù lo vive ogni anno, per partecipare ai riti nella Città santa. La famiglia ebrea, come quella cristiana, prega nell’intimità domestica, ma prega anche insieme alla comunità, riconoscendosi parte del Popolo di Dio in cammino e il pellegrinaggio esprime proprio questo essere in cammino del Popolo di Dio. La Pasqua è il centro e il culmine di tutto questo, e coinvolge la dimensione familiare e quella del culto liturgico e pubblico.
Nell’episodio di Gesù dodicenne, sono registrate anche le prime parole di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere in ciò che è del Padre mio?» (2,49). Dopo tre giorni di ricerche, i suoi genitori lo ritrovarono nel tempio seduto tra i maestri mentre li ascoltava ed interrogava (cfr 2,46). Alla domanda perché ha fatto questo al padre e alla madre, Egli risponde che ha fatto soltanto quanto deve fare il Figlio, cioè essere presso il Padre. Così Egli indica chi è il vero Padre, chi è la vera casa, che Egli non fatto niente di strano, di disobbediente. E’ rimasto dove deve essere il Figlio, cioè presso il Padre, e ha sottolineato chi è il suo Padre. La parola «Padre» sovrasta quindi l’accento di questa risposta e appare tutto il mistero cristologico. Questa parola apre quindi il mistero, è la chiave al mistero di Cristo, che è il Figlio, e apre anche la chiave al mistero nostro di cristiani, che siamo figli nel Figlio. Nello stesso tempo, Gesù ci insegna come essere figli, proprio nell’essere col Padre nella preghiera. Il mistero cristologico, il mistero dell’esistenza cristiana è intimamente collegato, fondato sulla preghiera. Gesù insegnerà un giorno ai suoi discepoli a pregare, dicendo loro: quando pregate dite «Padre». E, naturalmente, non ditelo solo con una parola, ditelo con la vostra esistenza, imparate sempre più a dire con la vostra esistenza: «Padre»; e così sarete veri figli nel Figlio, veri cristiani.
Qui, quando Gesù è ancora pienamente inserito nella vita della Famiglia di Nazaret, è importante notare la risonanza che può aver avuto nei cuori di Maria e Giuseppe sentire dalla bocca di Gesù quella parola «Padre», e rivelare, sottolineare chi è il Padre, e sentire dalla sua bocca questa parola con la consapevolezza del Figlio Unigenito, che proprio per questo ha voluto rimanere per tre giorni nel tempio, che è la «casa del Padre». Da allora, possiamo immaginare, la vita nella Santa Famiglia fu ancora più ricolma di preghiera, perché dal cuore di Gesù fanciullo – e poi adolescente e giovane – non cesserà più di diffondersi e di riflettersi nei cuori di Maria e di Giuseppe questo senso profondo della relazione con Dio Padre. Questo episodio ci mostra la vera situazione, l’atmosfera dell’essere col Padre. Così la Famiglia di Nazaret è il primo modello della Chiesa in cui, intorno alla presenza di Gesù e grazie alla sua mediazione, si vive tutti la relazione filiale con Dio Padre, che trasforma anche le relazioni interpersonali, umane.
Cari amici, per questi diversi aspetti che, alla luce del Vangelo, ho brevemente tratteggiato, la Santa Famiglia è icona della Chiesa domestica, chiamata a pregare insieme. La famiglia è Chiesa domestica e deve essere la prima scuola di preghiera. Nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori: vivere in un’atmosfera segnata dalla presenza di Dio. Un’educazione autenticamente cristiana non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto. E, pertanto, vorrei rivolgere a voi l’invito a riscoprire la bellezza di pregare assieme come famiglia alla scuola della Santa Famiglia di Nazaret. E così divenire realmente un cuor solo e un’anima sola, una vera famiglia. Grazie.

28 DICEMBRE 2014 |1A DOMENICA DI NATALE. S. FAMIGLIA – ANNO B | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/5-Natale/02-S-Famiglia/10-S_Famiglia-B-2014-UD.htm

28 DICEMBRE 2014 |1A DOMENICA DI NATALE. S. FAMIGLIA – ANNO B | OMELIA

S. FAMIGLIA DI NAZARET:

Per cominciare
A un passo dal Natale, la liturgia ci invita a riflettere sulla famiglia di Nazaret. Maria e Giuseppe, ritornati a Nazaret, crescono Gesù, rispettando le tradizioni rituali ebraiche. Una famiglia, quella di Gesù, Maria e Giuseppe, che la chiesa propone come modello di ogni famiglia cristiana.

La Parola di Dio
Genesi 15,1-6;21,1-3. Il Signore promette ad Abramo una discendenza, un territorio e la sua benedizione. Abramo si fida delle promesse di Dio, che diventano concrete con la nascita prodigiosa del figlio Isacco.
Ebrei 11,8.11-12.17-19. Nella lettera gli ebrei, la fede di Abramo viene portata come esempio anche ai cristiani. Abramo si fida e obbedisce a Dio, anche contro ogni evidenza, e così tutto diventa possibile, anche le promesse più inaspettate.
Luca 2,22-40. Il tempio di Gerusalemme è al centro dei vangeli dell’infanzia di Gesù. Maria e Giuseppe riscattano il loro primogenito offendo una coppia di tortore, mentre Simeone ed Anna accolgono Gesù e lo presentano come l’atteso messia. Gesù vivrà nella famiglia di Maria e Giuseppe, crescendo in età e grazia.

Riflettere
o La parola di Dio oggi ci presenta come modello il patriarca Abramo. In lui cominciano a realizzarli le promesse, nasce il popolo di Dio, la gente ebraica, da cui nascerà il messia. La sua fede viene messa duramente alla prova, ma lui rimane fedele sempre.
o All’origine della storia ebraica c’è dunque una famiglia, quella di Abramo e Sara, che daranno alla luce prodigiosamente Isacco, il figlio delle promesse.
o Il Figlio di Dio nascerà in una famiglia. Non si presenta adulto, ma si incarna in una storia vera e concreta. Avrà bisogno del latte di una mamma e dell’aiuto di un padre. E santificherà con la sua vita, per trent’anni, la vita normale di ogni persona umana: l’obbedienza del bambino e del ragazzo, la vita di famiglia, l’amicizia e la convivenza, lo studio e il lavoro.
o La famiglia di Maria e Giuseppe è una famiglia molto simile alle nostre. I suoi problemi sono sin dall’inizio molto concreti e problematici: emigrazione, povertà e disagi, qualche incomprensione nei confronti del figlio che cresce. Ma nello stesso tempo è una famiglia molto diversa dalle nostre. Maria è una donna che si è consegnata a Dio da sempre e ha ricevuto un messaggio celeste; Giuseppe è un uomo giusto, fedele alle tradizioni e totalmente al servizio di Gesù e Maria. Ma soprattutto in questa famiglia è presente il Figlio di Dio fatto uomo. E questo fatto la rende specialissima, una squarcio di cielo in terra.
o Gesù nasce in una vera famiglia, ha un padre e una madre che lo allevano, lo educano e lo avviano alla vita. Non nasce nel palazzo di un re, ma in una famiglia del popolo, cresce nella casa di un artigiano. È questa una scelta precisa del Figlio di Dio, che indica il suo schierarsi sin dal primo presentarsi al mondo.
o Se i vangeli parlano del rifiuto di Gesù da parte delle autorità ebraiche, Simeone e Anna rappresentano per così dire l’altra faccia della medaglia, quella del popolo ben disposto, che attende il messia: essi accolgono Gesù al tempio, lo riconoscono, profetizzano su di lui e su Maria.
o Simeone e Anna sono due anziani e, come tutti gli anziani, gioiscono davanti a un bambino, per la nascita di una nuova vita. Ma sono anche due anziani speciali: essi si rallegrano alla maniera dei profeti e ne preannunciano il destino.
o Simeone parla di Gesù come « segno di contraddizione ». È stato così sin dalla nascita. Di fronte a lui, c’è chi ne ha paura e cerca di impedirgli di vivere; chi lo rifiuta e gli è ostile durante l’intera vita pubblica, fino a sottoporlo alla tragedia di un processo ingiusto e infamante e della crocifissione. Ma c’è anche chi lo attende e lo ascolta, chi lo segue e riconosce in lui l’atteso messia. C’è chi continuerà la sua predicazione dopo la Pasqua.

Attualizzare
* Maria e Giuseppe sono promessi sposi, con i sogni di ogni coppia in attesa di formarsi una famiglia. Ma Dio sconvolge i loro progetti, scombussola la loro vita. Ha deciso di servirsi di loro, di coinvolgerli in un progetto grandioso, che li colloca al centro della storia e li renderà protagonisti di qualcosa di più grande di loro.
* Il Natale ci fa rivivere i disagi di Maria e Giuseppe alla nascita di Gesù. In quella santa notte si parla del canto degli angeli e della solidarietà dei pastori. Ma dal giorno dopo la vita si fa difficile, e la vita di Giuseppe e Maria diventa quella di tante famiglie che si trovano in situazione di povertà.
* Riflettiamo anche sul ruolo Giuseppe, sulla sua responsabilità di giovanotto costretto a responsabilizzarsi oltre ogni aspettativa, a diventare uomo in fretta. Dio lo ha posto accanto a Gesù e Maria ed egli se ne assumerà intera la responsabilità.
* Le nostre liturgie di questi giorni sono tutte festive e siamo portati a pensare al mistero del Natale con un misto di ingenuità e di poesia. C’è un certo perbenismo anche dei cristiani nel vivere il Natale: spesso si preferisce il più elegante albero pieno di luci al popolare presepe; si nota un certo fastidio quando gli uomini di chiesa parlano troppo spesso e realisticamente dei poveri e del dovere della solidarietà. Non c’è dubbio però che il quotidiano di questa famiglia fu certamente poco poetico e molto realistico, difficile, addirittura drammatico.
* Il vangelo di quest’oggi fa riferimento al quotidiano di Gesù nella casa di Nazaret. Una vita di cui gli evangelisti non parlano, vissuta probabilmente in una normalità che non può non stupire. Qualcuno ha potuto immaginare che Gesù abbia viaggiato e incontrato altri popoli e altre culture. Ma nulla ci autorizza a pensare che sia stato così, anche se la cultura e la sensibilità anche umane di Gesù appaiono speciali. È qui, comunque, in questa famiglia di Nazaret, che Gesù comincia a costruire il regno di Dio e a salvarci, condividendo probabilmente la banalità della nostra vita.
* Questa « normalità di Gesù », gli anni della sua nascita e della vita in famiglia, metterà probabilmente alla prova la fede di Maria e di Giuseppe. Maria soprattutto si sarà interrogata, meditando nel suo cuore le parole dell’angelo Gabriele.
* La chiesa oggi ci invita a riflettere sulle nostre famiglie. Si sa da quante problematiche e da quante prove sono attraversate oggi. Si direbbe che tutto congiuri a renderle poco credibili e a screditarle, a sottolineare quasi l’impossibilità di poter vedere un amore durare nel tempo.
* Un numero crescente di giovani ha paura di impegnarsi, non crede nella possibilità del vero amore e della continuità dei sentimenti. Le loro storie si moltiplicano, senza troppo impegno, anche se inevitabilmente ognuno di loro sente l’esigenza di un amore vero e duraturo.
* Come trovare il modo di dire loro che la famiglia è possibile, che l’amore è possibile, purché non sia un’infatuazione qualsiasi, ma sia accompagnato dalla voglia di impegnarsi in due in una avventura che deve essere confermata e vissuta ogni giorno?
* Un amore che sia « coltivato » e si trasformi con il tempo in vera accettazione reciproca, in sostegno, in un realistico ed evangelico atteggiamento di misericordia verso l’altro, che ha bisogno di me per realizzarsi. E poi un amore che venga « espresso e dichiarato », perché non si può vivere con una persona senza dire a parole e con gli atteggiamenti che le si vuole bene, perché un amore non espresso è destinato a spegnersi.
* Le nozze benedette dal sacramento ricordano infine che anche l’amore di Dio passa attraverso l’amore reciproco: è l’amore concreto di questa persona che mi fa incontrare e amare Dio. È l’esercizio di questo amore che mi fa crescere e sperimentare concretamente l’amore di Dio.

Le ragioni di un matrimonio
Il regista Pupi Avati spiega le ragioni del successo del suo matrimonio che dura da ben 44 anni: « Ogni giorno della nostra vita abbiamo litigato. La forza del nostro matrimonio è che è sempre stato conflittuale. Non c’è stato un momento in cui questa donna mi abbia rassicurato. Io penso che i matrimoni si giovino molto del fatto di non impigrirsi. Non ho mai pensato di mettere fine al mio matrimonio. L’affetto si è andato via via sostituendo alla passione dei primi anni,. Ma quando faremo 50 anni di matrimonio, io voglio risposare mia moglie. Non so se lei verrà, ma io ci sarò. Perché è questa la bellezza della storia. Le difficoltà che abbiamo superato è il non aver voluto che si interrompesse. Perché tutto ci giocava contro. Perché di fronte a una prima lite non chiudere? Perché di fronte alla conoscenza di un’altra persona non andarsene? Ci sarebbe stato in molte circostanze il pretesto di rompere. Il momento di maggior difficoltà è stato anche il momento di maggior vicinanza

Umberto DE VANNA sdb

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