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MARY DID YOU KNOW

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Publié dans:musica sacra, MUSICA SACRA |on 2 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

IL CANTO DELL’ ATTESA

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IL CANTO DELL’ ATTESA

30 novembre 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera possiede “già” il “non ancora” della pienezza d’amore che attende. Il libro dell’Apocalisse chiude con la promessa dello Sposo: Sì, vengo presto! E la sposa risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo risuona in un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendeva impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede che ama. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di un credere vacuo, apparente e coreografico. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. Questa esperienza sempre entusiasta dell’uomo biblico percorre tutta la santa Scrittura: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria, sino all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno sublime che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le annunzia agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica vita d’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode, perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso quel futuro che trasfigura il presente. È aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce in splendore. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità intera verso il futuro di gloria.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che Dio stesso ha promesso e che coinvolge tutti gli uomini. Paolo, infatti, ha ricevuto dal Signore la missione di annunziare la salvezza offerta a tutti: Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tim 2,3-4). La fede, infatti, garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire, ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede, attrae il futuro all’interno del presente, così che esso non è più soltanto il “non ancora”, perché, immerso nel presente che attende il compimento, ha già in grembo i semi del futuro. La nostra esistenza, infatti, è stata talmente arricchita di verità e di bontà dal Verbo fatto carne della nostra natura che niente più ci manca.
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è con ciò che sarà. In tal senso, la speranza è forza liberante che spinge in avanti il cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente opera all’interno delle vicende umane. Lo stupore esplode in quella pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore: canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenera in pericolosa idolatria che sgretola la divina Agape: al contrario, è espressione di un cuore ricolmo d’amore e di gratitudine per le rivelazioni di Dio che crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto o al mutismo o alla vanagloria dell’arte canora, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di vivere in fraterna concordia evangelica perché, attratto da falsi miraggi di divinità costruite da mani d’uomo, disperso in mille confusi frammenti avvizziti come foglie secche su terreni di peccato e di morte, cammina vagabondo per vie sbagliate.
Dopo il passaggio del Mar Rosso, Mosè e gli Israeliti intonano il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore al Signore, perché ha mirabilmente trionfato… Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. È il mio Dio e lo voglio lodare, il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15,1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele al Dio della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre, credendo, prego, imparo la sublime arte di sperare. “Culmine e Fonte” della speranza rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le Preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale: «… e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria» (IV Prece eucaristica).
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo, già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.
La necessità della vigilanza per la non conoscenza del tempo in cui il Signore verrà all’incontro con i suoi servi è veglia d’attesa paziente e fiduciosa che, nella perseveranza della preghiera, canta la speranza d’amore con l’inno “sempre antico e sempre nuovo” della fede. Nell’attesa, il canto della speranza comporta il vegliare operoso che è beatitudine: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli (Lc 12,37). Il vegliare cristiano si pone all’interno della prima e della seconda venuta del Signore. La vita cristiana inizia dalla prima venuta, si sviluppa come cammino verso la seconda, si conclude nell’ultimo e definitivo incontro col Signore. Allora, quei servi che saranno rimasti svegli, se pur oppressi dal sonno, come gli apostoli sul Tabor, potranno vedere e godere la gloria del Trasfigurato che trasfigurerà i corpi mortali (cf Lc 9,32). Vegliate, vigilate: è l’invito di Cristo che ci prepara all’incontro con Lui. Vegliare e vigilare, dunque, sono i verbi dell’attendere amando. “Vegliare” è l’atteggiamento di chi è proteso verso l’incontro sperato che fa cantare il cuore tenendolo desto. “Vigilare” fa percepire e intravedere, attraverso i chiaroscuri dell’attesa, la venuta del Kyrios, il Signore-Padrone, nell’alveo misterioso di quel silenzio che è canto di speranza e di vita.
Quando i Padri della Chiesa cercano di configurare la vita del cielo e il segno della gloria, quasi sempre, si riferiscono al gesto del cantare. Sant’Agostino così descrive la vita della gloria: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo» (La città di Dio, XXII, 3,5). Quello che sulla terra si attua sacramentalmente nella divina Liturgia, in cielo è già piena realtà. Quello che già in terra si contempla mediante la fede, in cielo si vive nella beata visione.

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LA SPIRITUALITÀ DELL’AVVENTO

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LA SPIRITUALITÀ DELL’AVVENTO

La liturgia dell’Avvento è tutta un richiamo a vivere alcuni atteggiamenti essenziali del cristiano: l’attesa vigilante e gioiosa, la speranza, la conversione, la povertà.
L’attesa vigilante e gioiosa deve sempre caratterizzare il cristiano e la Chiesa perché il Dio della rivelazione è il Dio della promessa, il quale in Cristo ha manifestato tutta la sua fedeltà all’uomo. Tutta la liturgia dell’Avvento risuona di questa promessa, soprattutto nella voce di Isaia, che ravviva la speranza d’Israele. Non siamo di fronte a una finzione come se in questo tempo liturgico la Chiesa dovesse mettersi a recitare la parte degli ebrei che attendevano il Messia promesso. La liturgia esprime sempre la realtà e quando nell’Avvento assume la speranza d’Israele, lo fa vivendola ai livelli più profondi e pieni di attuazione. La speranza della Chiesa è la stessa speranza d’Israele, ma già compiuta in Cristo. Lo sguardo, allora, della comunità cristiana si fissa con più sicura speranza verso il compimento finale: la venuta gloriosa del Signore: “Maranathà: vieni, Signore Gesù”. E’ il grido e il sospiro di tutta la Chiesa nel suo pellegrinaggio terreno verso l’incontro definitivo con il Signore. Al senso dell’attesa vigilante è accompagnata sempre l’invito alla gioia. L’Avvento è un tempo di attesa gioiosa perché ciò che si spera, certamente avverrà. Dio è fedele.
Nell’Avvento tutta la Chiesa vive la sua grande speranza. Il Dio della rivelazione di Gesù ha un nome: “Dio della speranza” (Rm 15,13). Non è l’unico nome del Dio vivo, ma è il nome che lo identifica quale “Dio per e con noi”. L’Avvento è il tempo liturgico della grande educazione alla speranza: una speranza forte e paziente; una speranza che accetta l’ora della prova, della persecuzione e della lentezza nello sviluppo del regno; una speranza che si affida al Signore e libera dalle impazienze soggettivistiche e dalle frenesie del futuro programmato dall’uomo. La Chiesa vive nella speranza la sua esistenza come grazia di Cristo, tutta e solo ancorata alla parola del vangelo. Questa Chiesa è chiamata dal mistero dell’Avvento a rendersi segno e luogo di speranza per il mondo in un impegno concreto di liberazione integrale dell’uomo, liberazione che è inscindibilmente grazia di Dio e libera risposta umana.
Avvento, tempo di conversione. Non c’è possibilità di speranza e di gioia senza ritornare al Signore con tutto il cuore nell’attesa del suo ritorno. La vigilanza richiede di lottare contro il torpore e la negligenza, di essere sempre pronti e perciò stesso richiede distacco dai piaceri e dai beni terreni. Appare evidente che gli atteggiamenti fondamentali del cristiano, richiesti dallo spirito dell’Avvento, sono intimamente connessi tra loro, per cui non è possibile l’attesa, la speranza e la gioia per la venuta del Signore senza una profonda conversione. Lo spirito di conversione, proprio dell’Avvento, ha tonalità diverse da quelle richiamate dalla Quaresima. La sostanza essenziale è sempre la stessa, ma, mentre la Quaresima è contrassegnata dall’austerità per la riparazione del peccato, l’Avvento è contrassegnato dalla gioia per la venuta del Signore.
Un atteggiamento, infine, che caratterizza la spiritualità dell’Avvento, è quello del povero. Non è tanto il povero in senso economico, ma il povero inteso nel senso biblico: colui che si affida a Dio e si appoggia con fiducia in lui. Questi “anavim”, come li chiama la Bibbia, sono i miti e gli umili, perché le loro disposizioni fondamentali sono l’umiltà, il timore di Dio, la fede.

Giuliano Franzan OFM Cap.

MARY DID YOU KNOW – TESTO INGLESE E ITALIANO

http://lyricstranslate.com/it/mary-did-you-know-maria-lo-sapevi.html

MARY DID YOU KNOW – TESTO INGLESE E ITALIANO

Mary did you know that your baby boy
would one day walk on water?
Mary did you know that your baby boy
would save our sons and daughters?

Did you know that your baby boy
has come to make you new?
This child that you’ve delivered
will soon deliver you.

Mary did you know that your baby boy
would give sight to a blind man?
Mary did you know that your baby boy
would calm a storm with His hand?
Did you know that your baby boy
has walked where angels trod?
And when you’ve kissed your little baby
then you’ve kissed the face of God.
Oh Mary, did you know?

Mary, did you know?
The blind will see, the deaf will hear
the dead will live a-gain
The lame will leap, the dumb will speak
the praises of the Lamb.

Oh Mary, did you know that your baby boy
is Lord of all creation?
Mary, did you know that your baby boy
will one day rule the nations?

Did you know that your baby boy
is heaven’s perfect Lamb?
And the sleeping child you’re holding
is the great I AM.

ITALIANO

Maria, Lo Sapevi?

Maria, lo sapevi
che un giorno il tuo Bambino camminasse sull’acqua?
Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino sottraesse dalla dannazione i nostri figli?
Lo sapevi?
che il tuo Bambino ‘e venuto per renderti renata?
Questo bambino che hai fatto nascere presto fara’ nascere te.

Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino dara’ la vista al cieco?
Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino calmera’ la tempesta con La Sua mano?
Lo sapevi?
che il tuo Bambino ha camminato dove gli angeli hanno calpestato?
Che quando hai baciato il tuo piccolo Bimbo, hai baciata la faccia di Dio?
Maria, lo sapevi?… Ooo Ooo Ooo

I ciechi vedranno.
I sordi sentiranno.
I morti vivranno di nuovo.
Gli zoppi zoppicheranno.
I muti parleranno
I ringraziamenti dell’Agnello.

Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino ‘e il Signore di tutta la creazione?
Maria, lo sapevi
che un giorno il tuo Bambino reggesse le nazioni?
Lo sapevi
che il tuo Bambino ‘e l’Agnello perfetto del cielo?
Il Bambino addormentato che tieni ‘e il Grande, lo Sono Io.

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