Archive pour le 15 décembre, 2014

Presepio

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Publié dans:immagini sacre |on 15 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

NATALE NEI LAGER NAZISTI. IL DIARIO DEI PRIGIONIERI ITALIANI

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NATALE NEI LAGER NAZISTI. IL DIARIO DEI PRIGIONIERI ITALIANI

SOLDATI CHE SOGNANO LA FAMIGLIA, UN PRANZO E UN PRESEPE

ROMA, mercoledì, 23 dicembre 2009 (ZENIT.org). – «All’interno delle baracche, gli altoparlanti diffondono brani natalizi, valzer di Strauss, musiche austriache e musica operistica di vari autori (…). Trascorro questo periodo cullato dai ricordi, con il pensiero ai miei cari: non sanno che sono ancora al mondo e in salute. C’è il pensiero per loro che immagino soggetti ai peggiori bombardamenti, mentre loro penseranno chissà cosa di me». Dalla Prussia orientale, il soldato Carlo Zaltieri ferma su un foglio il suo Natale, anno 1943.

Non è il solo. Cercando infatti negli archivi dell’Anei – Associazione nazionale ex-internati, saltano fuori i diari dei prigionieri italiani nei campi di concentramento. In quelle pagine lise sono custoditi il dolore e la disperazione di quelli che si sono visti privare persino della speranza di un Dio che si fa uomo per salvare anche loro.

Reclusi che cercano, quando se ne ha la forza, di ricreare l’atmosfera di casa. A Benjaminowo, uno dei tanti lager in Polonia, gli internati preparano l’albero: «Abbiamo sradicato un pino nano per ogni baracca e lo abbiamo piantato in piedi tra i castelli dei nostri letti in legno. Non so chi è stato, ma uno di noi ha fatto tante striscioline di carta e le ha appese ai rami dell’albero. Cerchiamo di scaldarci al ricordo di giorni lontani: in ogni angolo si formano gruppi silenziosi e assorti. Fuori nevica e di casa non sappiamo nulla. Qualcuno che ha paura del silenzio, parla con voce monotona dell’albero che preparava per i suoi bambini, ma nessuno lo ascolta» (Paride Piasenti).

Sotto quei pini, senza luci e colori, mancano le letterine dei più piccini e i regali avvolti in variopinte carte d’alluminio: «Per il Natale, il Vescovo di Leopoli, ha fatto confezionare 2000 pacchi dono da distribuire a ciascuno di noi. Il Comando tedesco non è d’accordo. Risponde che non ne abbiamo bisogno perché siamo “graditi ospiti del Reich”» (Gastone Petraglia).

Ognuno cerca allora di imbastire da sé, alla meno peggio, il proprio Natale. C’è chi rovista tra i rifiuti: «Un’ombra nera, accoccolata lì vicino, sta scavando sotto la neve. E’ un giovanissimo prigioniero russo, biondo, con degli occhi grigiastri, sbarrati e stupiti, come quelli di un animale selvatico in gabbia (…) Sta cercando di razzolare nel mucchio in cerca di qualcosa da buttare nello stomaco (…) Mi offre un torsolo di cavolo e guarda compiaciuto l’impeto e la voracità con cui mi avvento sul suo regalo di Natale. Ci guardiamo a lungo negli occhi, intessendo un dialogo a bocca chiusa (…). Due mondi lontani che si vengono incontro e si toccano» (Tommaso Bosi).

Un frate, padre Ernesto Caroli – fondatore dell’Antoniano di Bologna, scomparso solo pochi mesi fa – porta agli uomini il conforto della fede. E anche quello del cibo. Ha con sé un altarino da campo di legno e tutto il necessario per la Messa: crocifisso, ostie, ampolline e paramenti sacri. Un giorno, viene bloccato dalla sentinella che lo interroga su cosa stia nascondendo sotto l’abito. Padre Ernesto, facendo spuntare pane, zucchero, uova, biscotti, replica sorridente al militare: “Gottesdienst”, servizio divino. Il fucile si abbassa. La scena si ripeterà molte altre volte con la sentinella di turno che continuerà a girarsi dall’altra parte.

Altri internati riescono a racimolare qualcosa per mettere in piedi un pranzo che non sia solo di scarti e patate. Fervore di cucine, si lavora individualmente o in gruppo. «Io non potrò fare nulla perché non ho che riso e farina, senza condimento alcuno, ma non me ne importa nulla. Se il Natale non è con la propria famiglia, o con la propria donna e i figli, non è Natale» (Gianfranco Ferria Contin).

É inutile, il pensiero corre alla casa lontana, ai bambini nati e a quelli che non si è visti nascere perché la guerra è stata più veloce d’ogni legge naturale. Dalla strada arriva forte il suono di una radio e il canto “Stille Nacht, Heilige Nacht” intonato da una voce femminile. «Una donna sulla porta, gli occhi alzati al cielo, canta a squarciagola. Ci uniamo anche noi al canto e lei aumenta il volume della voce» (Carlo Zaltieri). Ha il marito ed il figlio al fronte. Il canto è diretto a loro.

Quella guerra da lì a poco terminerà. Altre ne inizieranno ma resteranno certe circostanze, uguali in ogni conflitto, e in ogni angolo di mondo: la parola “madre” che è su tutte le labbra, e i figli che attendono i padri. E uguale resterà la domanda del soldato che uccide o si nasconde a scampare la propria vita, e che fu la stessa del Giobbe biblico: dov’è Dio?

«Come poteva nascere Gesù Bambino qui? – annota Domenico Saputo – Come poteva permettere tutto ciò? (…). Noi eravamo i testimoni della brutalità, noi dovevamo vivere per raccontare affinché in futuro uomini, donne e bambini non vivessero più in case diroccate, defraudati della loro vita, della loro infanzia», vittime e spettatori della barbarie. «Era il Natale più triste della mia vita. Era il Natale della mia crescita e della mia maturazione. Dovevo viverlo così, per raccontarlo agli altri, per non dimenticare».

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ESSERE FRATELLI: UNA SCELTA – (SITO DI BIBLICA)

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ESSERE FRATELLI: UNA SCELTA – (SITO DI BIBLICA)

Carlo Broccardo

Che cosa significa “essere fratelli”? Che cosa cambia in questo mondo il fatto che Dio non abbia creato gli uomini ciascuno per conto suo, ma legati tra di loro da relazioni di tipo fraterno? Il racconto di Caino e Abele ha dato la sua risposta, come s’è visto nell’articolo precedente, sottolineando tre dimensioni del rapporto di fratellanza o fraternità tra i figli di Adamo.
La prima: fratellanza è sinonimo di differenza, diversità. Stando a Gn 1,1-2,4a, l’uomo non è creato «secondo la propria specie», ma «a immagine di Dio»: siamo tutti uguali, con pari dignità[1]. Però uguali non vuol dire identici: la nascita di Abele pone accanto a Caino un altro uomo, che è diverso da lui.
La seconda dimensione: purtroppo la differenza è accettata da Caino solo fino a un certo punto; quando Dio fa la sua scelta e preferisce l’offerta di Abele, Caino cede al peccato, si lascia ghermire dalla sua bramosia e uccide il fratello. Fin dagli inizi, la fratellanza è macchiata di sangue: il tempo di un versetto, e dall’insegnamento di Dio che invita a dominare il peccato si passa al sangue che grida vendetta.
Infine, la terza dimensione della fratellanza che emerge da Gn 4,1-16 è su un versante teologico: in questa storia di “fratelli-coltelli”, Dio s’intromette molto spesso. Nella storia di Caino e Abele incontriamo un Dio che non elimina, anzi accentua la differenza tra i due; ma al contempo cerca in ogni modo di evitare il sangue: non con un intervento diretto che faccia cadere le armi dalle mani dell’omicida, ma invitando Caino a camminare a testa alta e proteggendolo quando ormai il misfatto è compiuto.
Essere fratelli si coniuga dunque con tre dimensioni della vita: la diversità, la violenza, la presenza di Dio. Seguiamo i solchi tracciati dal primo testo biblico che parla di fratellanza, per vedere come vengono approfonditi e dove ci conducono.
La diversità
Il primo aspetto della fratellanza – la diversità – è evidente già solo dall’uso del termine “fratello” nella Bibbia. Per cominciare, tentiamo approssimativamente una statistica: in tutto l’Antico Testamento il vocabolo ebraico ’ah (fratello) ritorna tantissime volte, più di seicento; se poi aggiungiamo il corrispondente greco adelfós per quanto riguarda i libri propri della Settanta e per il Nuovo Testamento, dobbiamo aumentare fino a superare le mille ricorrenze. Qualcosa in più ancora, non molto in verità, se includiamo parole come “sorella” e “fratellanza”. Sono moltissimi, dunque, i passi biblici in cui si parla di rapporti fraterni.
Detto questo, facciamo un passo in avanti, chiedendoci che cosa sta a indicare la parola “fratello” nei brani in cui viene utilizzata. Visto il numero di ricorrenze, è un lavoro improbo, per il quale conviene servirsi di alcuni studi specialistici che già hanno fatto questa ricerca[2]. Il risultato condiviso dai più è che il vocabolo “fratello” non ha sempre il significato originario, quello cioè di «figlio della stessa madre» (noi diremmo: fratello in senso biologico). Ci sono certamente i casi in cui il senso è appunto questo: il brano più conosciuto è proprio quello di Caino e Abele, poi altri come Esaù e Giacobbe o i primi discepoli di Gesù (Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni: cf. Mc 1,16.19). Ci sono dunque episodi biblici i cui protagonisti sono fratelli in senso stretto; ma non si tratta della maggior parte dei testi.
Molte volte nell’Antico Testamento il vocabolo prende un senso più ampio, indicando semplicemente un parente, un membro della stessa famiglia; per estensione, spesso sono chiamati fratelli i membri della stessa tribù o del popolo di Israele. Si veda per esempio l’inizio del Deuteronomio, quando Mosè ricorda il giorno in cui disse ai giudici: «Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui» (Dt 1,16, in cui è evidente che fratelli sono gli appartenenti al popolo, distinti appunto dagli stranieri). Si nota una traccia di questa mentalità nelle parole di Paolo ad Antiochia di Pisidia; comincia infatti il suo discorso in sinagoga dicendo: «Fratelli, figli della stirpe di Abramo» (At 13,26). Il concetto di “fratello” si va identificando, in alcuni casi, con il vocabolo “prossimo”, che sta a indicare abitualmente colui che appartiene al popolo di Israele; famoso il detto del Levitico: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18).
Con il Nuovo Testamento ci sarà ancora uno slittamento di significato, perché verrà superata ogni distinzione precedente e fratelli saranno tutti coloro che condividono la stessa fede in Gesù. Eppure la medesima realtà costituita dai fratelli in Cristo avrà espressioni concrete molto diverse: dalle Lettere di Paolo e dagli Atti degli apostoli si intuisce che non tutte le prime comunità cristiane avevano lo stesso stile né un’identica organizzazione interna. Addirittura, all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi (è il tema di 1Cor 12-14) e perfino nell’annuncio del vangelo c’erano diversità e talora contrasti: si veda, come esempio, la separazione di Paolo e Barnaba, raccontata in At 15,36-40.
Ricapitolando: da quando Eva ha dato a Caino un fratello, le differenze nell’umanità si sono moltiplicate in ogni direzione. Non solo alcuni uomini sono diventati pastori e altri agricoltori, alcuni hanno edificato città e altri hanno preferito la vita nomade; l’uso del vocabolo “fratello” testimonia che la diversità all’interno della famiglia si è poi riflessa nella vita della tribù, del popolo, del mondo intero (guardando alla prospettiva universale del Nuovo Testamento). La fratellanza dice dunque differenziazione tra gli uomini, diversità.
La violenza
Nel primo fascicolo del 2007, in questa stessa rivista, l’articolo di L. Mazzinghi metteva in luce tra gli altri temi la bontà della creazione, che emerge con vigore dall’analisi del primo capitolo della Genesi: una delle frasi che ricorre come ritornello è «Dio vide che era cosa buona»; in Gn 1,31 ancora meglio: con uno sguardo complessivo, «Dio vide tutto quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona». Insomma, Dio guarda la sua opera ed esprime la convinzione che questa è buona, utile, bella. Contro ogni sguardo pessimista sulla creazione, «Gn 1 è come una grande ouverture che dona all’intera Scrittura un tono positivo»[3].
Nello stesso articolo però, solo una pagina più avanti, si fa notare che basta arrivare fino a Gn 11 per trovare già cinque volte il verbo “maledire”. Anzi, possiamo approfondire rilevando che nei primi undici capitoli della Genesi la violenza segue una linea crescente, in espansione: prima c’è una frattura dei rapporti dell’uomo con Dio, poi tra fratelli, quindi all’interno dell’umanità intera, fino a giungere ai livelli inaccettabili che portano al diluvio. Non che Gn 1-11 sia una storia di violenza; piuttosto, si alternano maledizione / morte / inimicizia e benedizione / vita / solidarietà tra persone e popoli. Solo che l’escalation della violenza non lascia presagire nulla di buono[4].
Significa forse che la valutazione fatta da Dio contemplando la sua creazione era sbagliata? Speriamo di no; però notiamo la somiglianza tra Gn 1 e Gn 6[5]:
E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa buona/utile/bella (1,31).
Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male (6,5).
Dio vide la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra (6,12).
Il panorama di Gn 6 non è dei più esaltanti. Occorre però tornare indietro e ricordare, come già detto, che in principio tutto è buono; non solo: è altrettanto importante andare in avanti, oltre il c. 11 della Genesi, per respirare una boccata di fiducia. Leggiamo quando scrive in proposito L. Alonso Schökel, a conclusione del suo studio sulle pagine di fraternità nel libro della Genesi:
Al principio tutto era buono e la totalità era molto buona. Venne il peccato e il bene diventò male: la terra fertile dà cardi e spine, la fecondità è dolorosa, l’amore è passione e sottomissione. La prima fraternità termina in un fratricidio e Lamec proclama il principio della vendetta, che è il trionfo del male moltiplicato. Lamec ha potuto dire al male: «Cresci e moltiplicati».
Dio interviene, staccando dal corso della storia un uomo eletto, Abramo. A partire da questo momento, benché continui l’ostilità e la lotta tra male e bene, il bene seppur faticosamente incomincia a trionfare. Le divisioni per interessi dei fratelli, Abramo e Lot, si compongono pacificamente, la rottura di Giacobbe e di Esaù viene risanata. Nel finale della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, anche il male si pone al servizio del bene, per l’azione di Dio[6].
Potremmo dire, interpretando le parole ora citate, che l’episodio di Caino e Abele ha messo in luce una dimensione della fraternità: come ogni altra relazione tra persone, non è scontato che funzioni. Ma questo non significa che dopo le prime battute positive la Bibbia sia solo una raccolta di fallimenti. Anzi, se con Gn 1-11 le relazioni tra gli uomini sprofondano in modo drammatico, a partire da Gn 12 cominceranno lentamente a riaffiorare.
Scorrendo una concordanza biblica, come abbiamo fatto all’inizio dell’articolo, ci accorgiamo che la maggior parte dei passi che parlano di fraternità si trovano nei libri storici dell’Antico Testamento. Se la Bibbia parla molto della fratellanza, non lo fa in astratto: racconta episodi in cui i personaggi chiamati in causa sono fratelli. Certo, ci sono anche gli insegnamenti, contenuti per esempio nel libro del Levitico o nelle lettere di Paolo; ma prevale la narrazione. Storie di uomini e donne, che quando entrano in relazione tra di loro non solo danno vita a una grande diversità (sia essa di consanguineità, di status sociale o di appartenenza religiosa), ma spesso tingono tale incontro col colore rosso del sangue.
La violenza non è l’ultima parola, dal momento che con Abramo la storia inverte la rotta pericolosa imboccata prima; eppure la Bibbia raccontando la storia della salvezza non nasconde che la violenza c’è, al punto che può stupire la quantità di testi violenti presenti nelle Sacre Scritture. Così è la Bibbia:
Uno spaccato della storia umana come storia di alienazione e di peccato che Dio non si rassegna ad abbandonare per cui interviene con la sua fantasia di onnipotente per capovolgerla e sovvertirla, riaprendo in essa lo spazio amicale originario di quando lui passeggiava insieme con l’uomo nel giardino dell’eden[7].
Con quest’ultima citazione ci introduciamo già nella terza sottolineatura, emersa dall’analisi di Gn 4,1-16: se c’è una via di uscita alla spirale della violenza è non solo perché Dio ha creato ogni cosa buona, utile, bella; ma anche perché lui stesso continua ad accompagnare la storia dell’uomo. Proprio come ha fatto con Caino, seppure invano.
La presenza di Dio
Ritorniamo alla narrazione di Gn 4,1-16: oltre a Caino, il personaggio che per più tempo sta sotto i riflettori è Dio. Strana presenza, la sua: si comporta in un modo non sempre comprensibile. La difficoltà più grande la incontriamo quando ci rendiamo conto che non tratta i due fratelli alla stessa maniera, ma fa un’evidente preferenza per il più fragile, Abele. Abbiamo visto nel commento al testo che non ci sono motivi nel comportamento dei fratelli che giustifichino tale preferenza: è una libera scelta di Dio, che Caino dimostra di non condividere. Perché Dio si comporta in questa maniera? L’autore della Genesi non ha una risposta da offrirci.
Anzi, le perplessità si infittiscono quando notiamo che Dio aveva dimostrato e continuerà a dimostrare una predilezione proprio per Caino! Quando si accorge che sta camminando a testa bassa, intuisce che qualcosa non va; gli rivolge allora la parola e lo invita a scegliere il bene e non il male; e quando poi la scelta è fatta e purtroppo è quella sbagliata, non abbandona Caino ma lo protegge da ogni possibile violenza. Ma non aveva fatto nulla per difendere Abele!
Come si può notare, Dio non è un personaggio di contorno nella narrazione di Caino e Abele: non se ne sta fuori dalle vicende dei fratelli. Certo, il suo modo di intervenire non è facilmente decifrabile…
Riconoscersi figli per essere fratelli
Approfondiamo il discorso a partire dalla scelta di Dio in favore di Abele. In modo secco e quasi inquietante, G. von Rad commenta così l’uccisione raccontata in Gn 4,8: «Si giunge così al primo omicidio, per una contesa riguardante Dio!»[8]. Non che si voglia attribuire colpe al Signore; ma solo notare che il motivo che spinge Caino ad uccidere il fratello non sta in qualcosa compiuto da Abele, ma nella scelta fatta da Dio. Il racconto di Caino e Abele, in modo tragico, apre questa prospettiva: nei rapporti tra fratelli, è fondamentale il modo di porsi nei confronti di Dio, la maniera di reagire alle sue scelte.
Per chiarire il concetto, e per notare che ritorna ancora nella Bibbia, prendiamo un esempio dal Nuovo Testamento; è un episodio molto noto, la parabola detta del figliol prodigo o del padre misericordioso (Lc 15,11-32). L’inizio è semplicissimo: «Un uomo aveva due figli…». Tutto il resto della parabola si gioca su questo campo, quello dei rapporti familiari: la situazione molto diversa in cui i due figli si trovano a vivere li porta a esprimere quello che pensano, a dire a voce alta cosa significa per loro “essere figli” ed “essere fratelli”.
Seguiamo l’ordine di Luca e iniziamo dal figlio minore; fa la sua scelta, gli va male ed è ridotto alla fame, allora rientra in se stesso e dice: a casa di mio padre anche i servi hanno da mangiare e io qui muoio di fame; meglio se torno. Nelle sue parole s’intravede un calcolo ben escogitato; si nota con tristezza che è disposto a vendere la sua figliolanza per un pezzo di pane: trattami come uno dei garzoni, ma dammi da mangiare.
Il figlio maggiore ragiona esattamente come il fratello, anche se le scelte della vita l’hanno portato a rimanere sempre in casa; dice infatti: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con gli amici» (v. 29). A chi sta parlando? A suo padre o al suo datore di lavoro? Come il fratello più giovane, lui pure non considerava suo padre per quello che era: un padre! Non lo chiama mai così; di più: quando parla del fratello minore non lo chiama mai nel modo più semplice, fratello! Al v. 30 leggiamo: «Questo tuo figlio è tornato…». Come tutti ben sappiamo, non è lo stesso dire “mio fratello” o “questo tuo figlio”…
Come Caino, il fratello maggiore della parabola non è d’accordo con la scelta del padre; perché in realtà non l’ha mai considerato come un genitore; la rottura con lui, di conseguenza, porta a non riconoscere l’altro come fratello. Bisogna riconciliarsi con Dio, comprenderne e condividerne le scelte, per poter vivere la fraternità senza spargimento di sangue.
Dio misterioso, ma salvatore
Occorre accettare le scelte di Dio, certo; ma bisogna anche ammettere che non sempre si riesce a capirle: lo stesso autore della Genesi non riesce a spiegarci come mai Abele è stato preferito a Caino. Non dobbiamo dimenticare che con quell’episodio siamo nelle prime pagine della Bibbia, poco dopo il grande poema della creazione: il Dio che preferisce uno al posto dell’altro è il Creatore del cielo e della terra, colui che «ha misurato con il cavo della mano le acque del mare e ha calcolato l’estensione dei cieli con il palmo» (Is 40,12). Le sue non sono scelte arbitrarie: c’è un progetto, solo che non sempre è visibile dal punto di vista di chi si trova a viverlo.
Un esempio chiaro di tutto ciò è la storia di Giuseppe venduto dai fratelli: ancora un brano che racconta la fratellanza. La vicenda è ben nota: siccome Giuseppe, il prediletto del padre Giacobbe, vantava pretese di superiorità sui suoi fratelli (basta leggere i sogni narrati in Gn 37), questi alla prima occasione lo eliminano; non lo uccidono, ma lo vendono come schiavo. Attraverso varie traversie, però, Giuseppe diviene viceré d’Egitto e alla fine i suoi sogni si realizzano, perché effettivamente i fratelli si prostrano davanti a lui, come i covoni del sogno.
Il racconto di Giuseppe è uno dei più “atei” di tutta la Genesi, nel senso che non si parla mai di Dio: dov’è mentre i suoi fratelli lo maltrattano? Perché non difende l’innocente? Compare solo alla fine, quando lo stesso Giuseppe spiega il senso dell’accaduto:
Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita (…). Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto (Gn 45,5.7-8).
Dio ha prediletto Abele, ma poi non l’ha protetto; ha messo in guardia Caino dal compiere il male, ma non gliel’ha impedito; non ha difeso Giuseppe dall’ira cieca dei suoi fratelli. È difficile capire perché Dio ora interviene ora no, più difficile ancora comprendere perché si comporta così. La storia di Giuseppe ci invita a fidarci di lui, a credere che – seppure per noi incomprensibili – le scelte di Dio hanno un senso. Direbbe Isaia: «Veramente tu sei un Dio misterioso/nascosto, Dio di Israele, salvatore» (Is 45,15). Misterioso, nascosto, apparentemente assente; eppure salvatore.
Non è questo il luogo per farlo, dal momento che c’è una rubrica dedicata appositamente a tale dimensione; ma per completare il discorso sarebbe da aprire una finestra sul mistero di Gesù. Egli infatti è Dio stesso, che decide di essere presente nelle vicende dei fratelli, non solo guidandole in modo misteriosamente salvifico, ma divenendo lui stesso fratello.
Questione di scelte
È tempo di giungere alla conclusione della nostra riflessione sulla fraternità.
Siamo partiti dalle tre piste tracciate dal racconto di Caino e Abele: essere fratelli significa essere diversi; tale diversità può sfociare nella violenza; in questa intricata rete di relazioni fraterne Dio non sta a guardare. Percorrendo questi sentieri abbiamo incontrato altre figure bibliche, da Giuseppe fino a Gesù; perché di fratelli la Bibbia è piena, specialmente se non ci fermiamo al senso stretto del termine.
Dove ci ha condotti questa esplorazione della fraternità? In una parola, potremmo riassumere il percorso fatto con il termine “scelta”. È vero che all’inizio la relazione tra fratelli è una questione che non dipende dalla loro decisione; diversamente dal rapporto coniugale o da quello amicale, la fratellanza non si sceglie: fratelli si nasce. Se essere fratelli è un dato, però, vivere da fratelli è una scelta. Caino, i fratelli di Giuseppe, il figlio maggiore della parabola… tutti hanno scelto di non accettare la diversità del loro fratello; è stata una loro scelta, libera. Dio l’aveva chiarito bene fin dal suo primo insegnamento, quello rivolto a Caino (Gn 4,7): escludere il fratello non è una tragica fatalità, è una decisione presa nella libertà. Nessuno li ha costretti: l’hanno deciso loro.
Se talvolta la vita tra fratelli si macchia di sangue, allora, è perché è governata dalla legge della libertà. E di fronte alla libertà dell’uomo, lo stesso Dio è limitato nel suo agire: non ferma la mano di Caino, non sventa il complotto ordito contro Giuseppe, non costringe a forza il figlio maggiore a entrare in casa per far festa. Dio non scende dalla croce: questa è la sua scelta.
Molti studi sulla fraternità nella Bibbia citano il Sal 133; è così bello che conviene proprio concludere con le sue parole. Alla fine del nostro percorso, però, non lo leggeremo ingenuamente, come dicendo: oh, che bello se fosse vero! Lo gusteremo consapevoli che è vero: non c’è niente di più bello dei fratelli che vivono insieme; certo, bisogna che scelgano di farlo.
Ecco quanto è buono e quanto è soave
che i fratelli vivano insieme!
È come olio profumato sul capo,
che scende sulla barba,
sulla barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
È come rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Là il Signore dona la benedizione
e la vita per sempre.

[1] Cf. J.L. Ska, La parola di Dio nei racconti degli uomini, Cittadella, Assisi 1999, 26.
[2] Cf. H. Ringgren, «’ah, ’ahot», in Grande lessico dell’Antico Testamento, I, Paideia, Brescia 1988, 400-404; U. Falkenroth, «Fratello, prossimo», in Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, EDB, Bologna 1976, 721-722.
[3] L. Mazzinghi, «La parola, la profezia, il tempo, la benedizione: un itinerario tematico attraverso Genesi 1», in Parole di vita 1 (2007) 43.
[4] Per questa panoramica si veda: G. Cappelletto, Genesi (capitoli 1-11), EMP, Padova 2000, 137; J.A. Soggin, Genesi 1-11, Marietti, Genova 1991, 93.
[5] Cogliamo qui un suggerimento di A. Wénin, Non di solo pane… Violenza e alleanza nella Bibbia, EDB, Bologna 2004, 68-69.
[6] L. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello? Pagine di fraternità nel libro della Genesi, Paideia, Brescia 1987, 381.
[7] C. Di Sante, Bibbia, la grande storia. Trama narrativa e tematica, Cittadella, Assisi 2006, 14.
[8] G. von Rad, Genesi. Capitoli 1-12, Paideia, Brescia 1969, 127.

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