Archive pour janvier, 2015

Marco 1, 21-28: Gesù libera un indemoniato (catedral de Guaxupé)

Marco 1, 21-28: Gesù libera un indemoniato (catedral de Guaxupé) dans immagini sacre Mc-121b-28

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1 CORINZI 7,32-35 -COMMENTO

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1 CORINZI 7,32-35

Fratelli, 32 Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; 33 chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, 34 e si trova diviso!
Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
35 Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.

COMMENTO
1 Corinzi 7,32-35
Il celibato cristiano
Nel c. 7 Paolo risponde a uno dei quesiti che i corinzi gli avevano posto per iscritto, quello cioè riguardante la vita sessuale nel matrimonio e nel celibato. L’esposizione si apre con alcune direttive pratiche riguardanti anzitutto i coniugi, i non sposati e le vedove (vv. 1-16); egli passa poi a delineare il principio generale a cui si ispira, quello cioè secondo cui ciascuno deve restare nella condizione di vita in cui si trovava al momento della conversione (vv. 17-24). Infine ritorna alle situazioni specifiche, soffermandosi soprattutto sul tema del celibato (vv. 25-40). In questa parte del capitolo egli, dopo aver raccomandato il celibato, accenna all’imminente fine del mondo e a ciò che essa implica per il credente; poi torna alla situazione in cui vengono rispettivamente a trovarsi, in questo contesto, i celibi, confrontandola con quella degli sposati. Egli si introduce con un principio generale (v. 32a) che esplicita poi in riferimento a uomini e donne sposati e non sposati (vv. 32b-34) e termina con una frase conclusiva (v. 35).
Egli esordisce con le parole: «Io vorrei che foste senza preoccupazioni (amerimnoi)» (v. 32a). Il termine amerimnoi deriva da merimnaô, che significa, in senso negativo, essere ansiosi, aver paura di perdere o di non conseguire qualcosa che sta a cuore (cfr. Mt 6,25-34), ma può significare anche in senso positivo «prendersi cura di»: ambedue sono presenti nel verbo italiano «preoccuparsi di». A prima vista sembrerebbe che egli voglia sollevare i suoi interlocutori da qualsiasi preoccupazione. Dal seguito del discorso appare invece che egli vuole evitare solo un certo tipo di preoccupazioni che, cozzando con altre, portano a una divisione.
Paolo passa poi a mettere in luce il tipo di preoccupazioni a cui si riferisce; egli si esprime con due frasi parallele, in cui considera rispettivamente la situazione dell’uomo e quella della donna. Chi non è sposato si preoccupa (merimnâi) delle cose del Signore, come possa piacere al Signore mentre chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e perciò è diviso (memeristai) (vv. 32b-33a). Parallelamente la donna non sposata, così come la vergine (parthenos), si preoccupa delle cose del Signore per essere santa nel corpo e nello spirito, mentre la donna sposata si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito (v. 34b); è sottinteso che anche costei si trova divisa. In questo contesto il Signore (Kyrios) è Gesù (cfr. il precedente v. 25).
Si suppone che la preoccupazione per le cose del Signore sia comune alle persone sposate così come a quelle celibi: si tratta infatti di cristiani che hanno fatto una scelta fondamentale per il Signore e sono preoccupati di «piacere» (o «far piacere») a Lui in ogni cosa. Chi non è sposato può dedicarsi totalmente a questa preoccupazione. Per quanto riguarda la donna non sposata l’apostolo aggiunge che la rinunzia al matrimonio le conferisce una «santità», cioè un’intima comunione con Dio, che coinvolge tutta la sua persona (corpo e spirito). Chi è sposato invece deve preoccuparsi anche di «piacere» (o far piacere) al proprio coniuge. E questo, secondo l’apostolo, crea una divisione, cioè una lacerazione interiore. È chiaro che il celibato viene qui raccomandato in vista di un rapporto personale più intimo e profondo con il Signore. Non si tratta dunque esattamente del celibato «per il regno dei cieli» di cui parla Gesù nel vangelo (cfr. Mt 19,12), ma è chiaro che l’adesione a Cristo implica la disposizione a ricevere il regno e quindi a mettersi in sintonia con esso.
A conclusione di questa riflessione l’apostolo soggiunge che, se ha consigliato ai corinzi questa scelta, lo ha fatto per il loro bene, non per gettare loro un «laccio» (brochon), ma per indirizzarli a «ciò che è degno» (euschêmon) e a ciò che li tiene «assiduamente uniti» (euparedron) al Signore «senza distrazioni» (aperispastôs) (v. 35). Il celibato è lo stato di vita più raccomandabile, in quanto rappresenta un mezzo per realizzare un’unione più profonda con Cristo, senza quelle divisioni che la vita coniugale comporta. Ma resta la possibilità che esso diventi un laccio, cioè un ostacolo che può arrecare gravi danni alla persona proprio nel suo cammino di fede: è sottinteso che uno, per scegliere questo tipo di vita, deve averne il dono corrispondente (cfr. v. 7). Ma al di là di tutto, ciò che interessa a Paolo è l’unione personale e profonda dei credenti con Dio. L’espressione «senza distrazioni», che richiama una terminologia familiare al filosofo Epitetto, denota un certo influsso filosofico sulle valutazioni dell’apostolo, anche se il contesto religioso e culturale è diverso. Non è chiaro se questa unione piena con Cristo è possibile anche per le persone sposate, ma da quanto precede sembrerebbe di no: essa si attua soltanto nel celibato, il quale appare così come una via migliore per raggiungere una vita spirituale più alta.

Linee interpretative
Paolo riconosce l’importanza del matrimonio con tutto ciò che esso comporta, ma non nasconde la sua preferenza per il celibato. Egli esprime il suo punto di vista sullo sfondo di un mondo la cui fine è stata ormai decretata, nel quale il credente può vivere correttamente solo relativizzando tutte le realtà terrene, di cui pure deve fare uso. In questa prospettiva il celibato appare come una libera scelta, che uno fa per esprimere in un modo più radicale il suo distacco da un mondo destinato a finire e la sua ricerca di una dedizione totale a Cristo. Appunto nell’imminenza della fine il celibato permette al credente di superare meglio la tribolazione finale, togliendogli quelle preoccupazioni che invece lo stato matrimoniale comporta.
L’apostolo non pensa certo che il celibato possa eliminare del tutto le preoccupazioni legate alla vita in questo mondo, ma è convinto che possa attenuarle, affinché il credente sia unicamente preoccupato per le cose del Signore. In altre parole vorrebbe che il cuore del credente non fosse diviso tra due preoccupazioni che tendono ad escludersi l’una con l’altra, ma che fosse totalmente proiettato verso Cristo e verso i valori del mondo futuro. Secondo lui chi ha rinunziato al matrimonio ha trovato la sua unità profonda nell’appartenere totalmente a Cristo. Chi invece è sposato deve tendere anche lui alle realtà ultime del regno, ma servendosi di un mezzo, il proprio coniuge, che facilmente, per la debolezza umana, tende a separarlo da Cristo e a porsi come fine autonomo della sua vita. Per questo il matrimonio è da lui considerato come meno idoneo del celibato alla situazione escatologica del credente. Pur essendo in se stesso buono e compatibile con la vita cristiana, esso fa parte di quelle realtà di cui bisogna usufruire «come se» non si possedessero, creando così una tensione interiore che egli vorrebbe risparmiare ai suoi destinatari.
È chiaro quindi che la proposta del celibato non si basa su una svalutazione del matrimonio o della sessualità, ma sull’attesa della venuta ormai imminente degli ultimi tempi e del regno di Dio. Paolo non può ignorare che anche il matrimonio cristiano ha senso solo se è vissuto in vista del regno di Dio (cfr. Ef 5,21-33). Sembra inoltre che egli proponga il celibato ponendone in luce soprattutto i vantaggi, mentre a proposito del matrimonio sottolinea specialmente i limiti. Infine egli rischia di fare del coniuge un potenziale concorrente di Dio nel cuore del credente. Se è vero che l’impegno per il coniuge e per la famiglia può ostacolare la piena dedizione a Dio e ai fratelli, non bisogna ignorare che anche il celibato comporta il rischio di uno spiritualismo che non fa i conti con le esigenze reali delle persone. Il matrimonio infatti impone un continuo e diretto confronto con l’altro (il coniuge, i figli e la società), al quale il celibe può facilmente sfuggire.
La scelta celibataria mantiene tutto il suo valore anche per chi non pensa più ad una prossima fine del mondo, ma è convinto della sua transitorietà e caducità. Tuttavia la preferenza che Paolo esprime per il celibato rappresenta un aspetto marginale del suo messaggio, influenzato dalle attese di una fine imminente tipiche dei primi decenni del cristianesimo. Più che la priorità di uno stato di vita sull’altro è invece utile sottolineare l’esigenza di una loro interazione all’interno della comunità.

OMELIA IV SETTIMANA DEL T.O. B : LA RELAZIONE CON DIO

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OMELIA (29-01-2012)

DON MAURIZIO PRANDI

LA RELAZIONE CON DIO

La prima lettura di questa domenica, pur nel segno della continuità con le domeniche passate, (nelle quali il tema della Vocazione raccoglieva il senso di tutto l’ascolto) introduce un nuovo spunto di riflessione che la seconda lettura e il vangelo anche sviluppano: ciò che davvero conta nella nostra vita di credenti è la relazione con Dio. Il compito del profeta, (prima lettura), è annunciare non una propria parola, ma la parola di Dio e questo è possibile solamente nell’ambito di una relazione. L’invito della seconda lettura è a preoccuparsi delle cose del Signore, sia nel matrimonio sia nella scelta della verginità. Il vangelo ci dice che è sempre possibile « raccontarsela », ovvero avere una vita divisa tra il desiderio di incontrare Dio e il chiudersi nelle proprie cose, nel non voler cambiare mai.

Il contesto della prima lettura non è poi così distante dalla realtà di oggi: quello che abbiamo ascoltato è il cuore di passaggio più ampio dedicato alla contrapposizione tra gli indovini che le persone (stranieri) consultano e i profeti, inviati invece da Dio (al popolo d’Israele). Dio chiede di scegliere, non c’è alternativa tra lui e gli indovini, non c’è nemmeno possibilità di convivenza: soltanto la Parola di Dio accompagna, non divide, illumina il cammino. Quante sono le voci che risuonano oggi, a quante voci diamo credito o danno credito le persone più semplici, sprovvedute; il cristiano, in forza del battesimo ricevuto, è anche profeta, persona che ascolta la voce di Dio e fattosi compagno di strada dei suoi fratelli li aiuta a scrollarsi di dosso e a far cadere tutto quello che da Dio non viene ma è solo superstizione. Dio ci aiuta in questo scrivendo, insieme all’uomo, la storia della salvezza. Credo sia molto importante, in questo senso, il versetto 16 e 17 della prima lettura (Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: « Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia. Il Signore mi rispose: « ) che si riferiscono ad un episodio in cui il popolo si era molto spaventato e benché udisse la voce dall’involucro del fuoco, ebbe paura di morire. Al Signore è piaciuto quello che il popolo ha chiesto. Mi pare molto bello tutto questo: Dio non vuole comunicare con noi attraverso segni della natura, che incutano spavento, ma mediante uomini suscitati di mezzo ai loro fratelli. Attraverso loro il Signore li vuole abituare alla sua presenza in modo che ascoltandolo nella voce umana dei profeti, lo accolgano nella sua stessa voce di Dio divenuto uomo. La storia della salvezza è davvero la storia di Dio con l’uomo!

Per quello che riguarda la seconda lettura, non credo che Paolo voglia dire che ci sono vocazioni più importanti di altre, perché sarebbe in contraddizione con quanto è scritto nel libro della Genesi (lasceranno il padre e la madre e saranno una sola carne). Credo sia necessario soffermarsi sul desiderio di Paolo: voglio che siate senza preoccupazioni, ovvero la necessità di non pre-occupare, cioè occupare prima la mente e il cuore, e su quel come possa piacere che in greco non significa un generico gradimento all’altro, ma implica una totale donazione di sé all’amato. In questo senso allora credo che qua ci sia un richiamo, per tutti, consacrati e sposati, alla responsabilità di questa donazione totale di sé e se alla condizione verginale l’apostolo assegna un ruolo di testimonianza altissimo, vuol dire che altissima diventa anche la responsabilità.

Faccio alcune sottolineature per quello che riguarda il brano di vangelo (ispirato in parte da una omelia di mons. Paglia dell’anno 2006).
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù, insegnava. Marco scrive che Gesù entrato in città « subito » si reca nella sinagoga a predicare. Peccato che la traduzione proposta dal nuovo lezionario perde per strada questo « subito ». Potremmo dire che si mette immediatamente all’opera, senza esitazioni e con il preciso intento di insegnare alla città la sapienza di Dio. Del resto, per questo era venuto. Il Vangelo è lievito di una vita nuova per tutti, non è riservato solo ad alcuni e neppure deve restare ai margini della vita. Le città degli uomini ne hanno bisogno. Qui credo importante sottolineare che il verbo è all’imperfetto: « insegnava » ci dice che è un’operazione mai conclusa, che Gesù instancabilmente insegnava e ancora continua a farlo.
Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Cafarnao era piena di scribi, di dottori, di teologi, ma nessuno parlava con quella autorità con cui parlava Gesù, ossia con parole che suonavano decisive per la vita delle persone, e che richiedevano scelte impegnative. Non si poteva restare indifferenti al suo insegnamento: gli ascoltatori era come costretti ad una scelta. I numerosi scribi, che pure non mancavano di parole, ma alla fine non lasciavano nessun segno, non entravano nel cuore, non illuminavano nessun cammino: perché? Perché il loro sapere era soltanto un sapere libresco. L’autorità (meglio sarebbe tradurre con autorevolezza) non è frutto di un corso di studi, ma di una vita che fa scelte ben precise e quelle fatte da Gesù fino ad ora nel vangelo di Marco evidentemente persuadono la gente.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». Mi piace qui soffermarmi su questo termine: spirito immondo. Era un uomo malato, un uomo diviso, un uomo forse più vicino a me di quanto io sia disposto ad immaginare, perché conosce Gesù e allo stesso tempo lo tiene a distanza, si domanda cosa c’entri la vita di Gesù con la sua, non vuole avere niente a che fare con lui. Credo davvero che ci sono momenti nella vita nei quali non abbiamo niente a che fare con lui. Momenti nei quali siamo distanti da lui e dal vangelo. Questo accade, scrive mons. Paglia, ogni volta che si impedisce al Vangelo di cambiare il cuore o comunque di dire parole autorevoli sui comportamenti. La divisione emerge quando Gesù parla: ha questo potere la Parola di Dio, quella degli scribi non aveva questa forza.
E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Il versetto ci dice qualcosa circa la dolorosa fatica del cambiamento. Non è a buon prezzo, provoca dolore e sofferenza. Forse è per questo che sono così chiuso alla Parola di Dio e faccio tanta resistenza, perché non è una Parola facile, tranquilla, superficiale; al contrario penetra ed inizia un processo di verità che, ripeto, è doloroso. Chiediamo questo dono allora, per noi e per le nostre comunità: il dono di un cuore indiviso che si specchi nel cuore del Signore Gesù e sia seme di unione in ogni comunità parrocchiale.

Mosaic of Finding the Child Jesus in the Temple, Saint Louis, called « Rome on the West »

Mosaic of Finding the Child Jesus in the Temple, Saint Louis, called

http://www.romeofthewest.com/2005_10_01_archive.html

Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – SALMO 62, 2-9: L’ANIMA ASSETATA DEL SIGNORE

http://www.ansdt.it/Testi/Liturgia/Papa/

GIOVANNI PAOLO II

SALMO 62, 2-9: L’ANIMA ASSETATA DEL SIGNORE

(Lodi Domenica 1ª settimana)

terza Catechesi di SS. Giovanni Paolo II su i Salmi e i Cantici delle Lodi
(mercoledì 25 aprile 2001)

1. Il Salmo 62, sul quale oggi ci fermiamo a riflettere, è il Salmo dell’amore mistico, che celebra l’adesione totale a Dio, partendo da un anelito quasi fisico e raggiungendo la sua pienezza in un abbraccio intimo e perenne. La preghiera si fa desiderio, sete e fame, perché coinvolge anima e corpo.
Come scrive santa Teresa d’Avila, “la sete esprime il desiderio di una cosa, ma un desiderio talmente intenso che noi moriamo se ne restiamo privi” (Cammino di perfezione, c. XXI). Del Salmo la liturgia ci propone le prime due strofe che sono appunto incentrate sui simboli della sete e della fame, mentre la terza strofa fa balenare un orizzonte oscuro, quello del giudizio divino sul male, in contrasto con la luminosità e la dolcezza del resto del Salmo.
2. Iniziamo, allora, la nostra meditazione col primo canto, quello della sete di Dio (cfr vv. 2-4). È l’alba, il sole sta sorgendo nel cielo terso della Terra Santa e l’orante comincia la sua giornata recandosi al tempio per cercare la luce di Dio. Egli ha bisogno di quell’incontro col Signore in modo quasi istintivo, si direbbe “fisico”. Come la terra arida è morta, finché non è irrigata dalla pioggia, e come nelle screpolature del terreno essa sembra una bocca assetata e riarsa, così il fedele anela a Dio per essere riempito di Lui e per potere così esistere in comunione con Lui.
Il profeta Geremia aveva già proclamato: il Signore è “sorgente d’acqua viva”, e aveva rimproverato il popolo per aver costruito “cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (2,13). Gesù stesso esclamerà ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me” (Gv 7,37-38). Nel pieno meriggio di un giorno assolato e silenzioso, promette alla donna samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
3. La preghiera del Salmo 62 s’intreccia, per questo tema, col canto di un altro stupendo Salmo, il 41: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (vv. 2-3). Ora, nella lingua dell’Antico Testamento, l’ebraico, “l’anima” è espressa con il termine nefesh, che in alcuni testi designa la “gola” e in molti altri si allarga ad indicare l’essere intero della persona. Colto in queste dimensioni, il vocabolo aiuta a comprendere quanto sia essenziale e profondo il bisogno di Dio; senza di lui vien meno il respiro e la stessa vita. Per questo il Salmista giunge a mettere in secondo piano la stessa esistenza fisica, qualora venga a mancare l’unione con Dio: “La tua grazia vale più della vita” (Sal 62,4). Anche nel Salmo 72 si ripeterà al Signore: “Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre… Il mio bene è stare vicino a Dio” (vv. 25-28).
4. Dopo il canto della sete, ecco modularsi nelle parole del Salmista il canto della fame (cfr Sal 62,6-9). Probabilmente, con le immagini del “lauto convito” e della sazietà, l’orante rimanda a uno dei sacrifici che si celebravano nel tempio di Sion: quello cosiddetto “di comunione”, ossia un banchetto sacro in cui i fedeli mangiavano le carni delle vittime immolate. Un’altra necessità fondamentale della vita viene qui usata come simbolo della comunione con Dio: la fame è saziata quando si ascolta la Parola divina e si incontra il Signore. Infatti, “l’uomo non vive soltanto di pane, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3; cfr Mt 4,4). E qui il pensiero del cristiano corre a quel banchetto che Cristo ha imbandito l’ultima sera della sua vita terrena e il cui valore profondo aveva già spiegato nel discorso di Cafarnao: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,55-56).
5.Attraverso il cibo mistico della comunione con Dio “l’anima si stringe” a Lui, come dichiara il Salmista. Ancora una volta, la parola “anima” evoca l’intero essere umano. Non per nulla si parla di un abbraccio, di uno stringersi quasi fisico: ormai Dio e uomo sono in piena comunione e sulle labbra della creatura non può che sbocciare la lode gioiosa e grata. Anche quando si è nella notte oscura, ci si sente protetti dalle ali di Dio, come l’arca dell’alleanza è coperta dalle ali dei cherubini. E allora fiorisce l’espressione estatica della gioia: “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali”. La paura si dissolve, l’abbraccio non stringe il vuoto ma Dio stesso, la nostra mano s’intreccia con la forza della sua destra (cfr Sal 62,8-9).
6. In una lettura del Salmo alla luce del mistero pasquale, la sete e la fame che ci spingono verso Dio, trovano il loro appagamento in Cristo crocifisso e risorto, dal quale giunge a noi, mediante il dono dello Spirito e dei Sacramenti, la vita nuova e l’alimento che la sostiene.
Ce lo ricorda san Giovanni Crisostomo, che commentando l’annotazione giovannea: dal fianco “uscì sangue e acqua” (cfr Gv 19,34), afferma: “Quel sangue e quell’acqua sono simboli del Battesimo e dei Misteri”, cioè dell’Eucaristia. E conclude: “Vedete come Cristo congiunse a se stesso la sposa? Vedete con quale cibo nutre tutti noi? È dallo stesso cibo che siamo stati formati e veniamo nutriti. Infatti come la donna nutre colui che ha generato con il proprio sangue e latte, così anche Cristo nutre continuamente col proprio sangue colui che egli stesso ha generato” (Omelia III rivolta ai neofiti, 16-19 passim: SC 50 bis, 160-162).

(da L’Osservatore Romano di giovedì 26 aprile 2001)

LA PREGHIERA DI DOMANDA – DI SŒUR JEANNE D’ARC O.P.

http://ora-et-labora.net/preghieradomanda.html

TRATTO DA « L’EPIPHANIE – SOISY SUR SEINE »CAHIERS SUR L’ORAISON“ N°59 MARS 1963- LA PRIÈRE DE DEMANDE

DI SŒUR JEANNE D’ARC O.P. (LIBERA TRADUZIONE: IN FONDO (sul sito) IL TESTO ORIGINALE IN LINGUA FRANCESE)

LA PREGHIERA DI DOMANDA

Dio è creatore. L’Onnipotente dà l’esistenza; e a ogni essere, così come egli è, egli dà una certa partecipazione alle sue insondabili ricchezze: la vita, una parte di conoscenza e di attrazione proporzionale ad ogni grado dell’ essere; al limite: lo spirito, la luce e l’amore … A queste creature spirituali dà se stesso, nella grazia e poi nella gloria.
Dio dona. Dio, poiché egli è l’amore, diffonde liberamente tutti i beni.
Quando crea, questo atto, se così si può dire, non è difficile per lui: egli non incontra alcun ostacolo alla sua generosità.
Ma poi, durante tutta la nostra vita, quando desidera supplirci, gli occorre un’arte e un’infinita pazienza con noi: siamo spesso refrattari ai migliori doni; o non riusciamo a riconoscerli, o ce ne serviamo come se fossero un ornamento per la nostra vanità; come un alimento per il nostro orgoglio.
Ed è per questo che nella sua saggezza ha istituito la preghiera di domanda. E c’è spesso nel Vangelo: chiedete! Chiedete e vi sarà dato. Chi cerca trova … Chiedete.
Quando gli Apostoli chiedono a Cristo: « Signore, insegnaci a pregare » (Lc.1l, l), egli non fa loro un trattato sulla preghiera. Insegna loro a chiedere: cosa chiedere e come chiedere. Egli formula per noi queste richieste che costituiscono la preghiera perfetta del figlio del Padre.
Accade, però, che la preghiera di domanda sia a volte molto disprezzata dagli « spirituali », che credono che altre forme siano più elevate, come 1′adorazione, la lode, il ringraziamento. In realtà, molte persone conoscono solo una forma rudimentale della preghiera di domanda, molto vicina ad alcune pratiche magiche o infra-religiose: preghiamo per ritrovare la propria borsa, si fanno dire messe per superare un esame… Indubbiamente occorre chiedere i doni materiali: panem nostrum quotidianum – ma nella misura in cui sono necessari come il pane, e nella misura in cui essi sono ordinati ai beni essenziali.
Una volta che un’anima comincia ad avvicinarsi al Signore, diventa un po’ più consapevole della grandezza di Dio e del primato dello spirituale; ed è bene che rifiuti, nella misura in cui sono impure e facilmente egoistiche, le richieste interessate, sempre aggrappate ad oggetti materiali e immediati.
Ma sarebbe un peccato se nello stesso tempo cominciasse ad ignorare la grandezza e la assoluta necessità della preghiera di domanda, quella che riguarda i più veri beni: in primo luogo ciò che riguarda la gloria di Dio, l’avanzamento del regno, l’aggregazione di tutti i popoli e tutte le nazioni nell’ovile del solo Pastore, il ritorno del Signore… E anche i beni spirituali di cui noi abbiamo bisogno ora: tutte le grazie, le virtù, le luci …
Ma questi beni, non è Dio stesso che vuole donarceli? Sicuramente, egli vuole darceli. Ed è per questo che ce li fa domandare.
Qui cominciamo ad intravedere la doppia funzione della preghiera di domanda: da essa noi riconosciamo in primo luogo che tutti questi beni provengono da Dio, e questo è un valore di omaggio insostituibile. E inoltre la domanda scava in noi il passaggio per i beni che chiediamo: ci mette in un atteggiamento di umiltà che lascia Dio libero di colmarci secondo la sua misura divina.
Dobbiamo chiedere i beni spirituali con perseveranza, con violenza, come Giacobbe che lotta davanti all’angelo:  » Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto! » (Gn.32,27) Bisogna stancare Dio con un’insistenza ostinata, scuotendo la porta fino a farla cedere.
Questa è la lezione di quelle meravigliose parabole sulla preghiera, quella dell’amico importuno che chiede tre pani; e lui che riposa nella sua casa, determinato a fare il sordo, finalmente si alza: gli dà i pani, non perché è commosso dal bisogno dell’altro, non perché è generoso; non perché il richiedente è un suo amico, ma per stare in pace. L’importuno ha fatto un tale subbuglio che in casa sono ormai tutti svegli. E lo fa con tanta insistenza, si capisce che non se ne andrà via, ecco i suoi tre pani e ci lasci in pace!
E ancora più audace la parabola del giudice iniquo – il Padre che ci ama paragonato a un giudice ingiusto! Alla fine fa giustizia alla vedova che reclama la sua eredità, non perché lei ha ragione, non perché è giusto, non perché ha pietà di lei, ma « importunitatem propter » perché la sua importunità ha superato il limite.
Sappiamo gridare abbastanza forte per chiedere quello che ci è più necessario del pane: la grazia, la fede e l’amore….? Sappiamo importunare abbastanza Dio per i beni che sono realmente parte della nostra eredità? Se siamo veramente figli adottivi, noi abbiamo « diritto », in questa logica ammirevole della grazia, a tutta l’eredità: e comprende tutto ciò che costituisce una vita cristiana, tutto ciò che ci rende capaci di vivere come figli della luce, secondo le Beatitudini e il Discorso della Montagna.
Allo stesso modo i beni del Regno fanno parte dell’eredità della Chiesa. E dobbiamo chiederli: che tutti gli uomini conoscano il Padre e colui che egli ha inviato, Gesù Cristo; la riunificazione del popolo di Dio, l’unità dei cristiani e la pace nel mondo …
L’eredità dipende solo dalla libera volontà di Dio. Ma possiamo reclamarla con clamore in quanto lui stesso ci ha adottati. Sappiamo insistere abbastanza, implorare, supplicare, senza mai stancarci (Lc.18,l)? Bisogna insistere quanto la vedova che si sfinisce nel domandare. Occorre chiedere come i poveri mendicanti di una volta molestavano un turista apparentemente agiato. E’ un’eccellente preghiera.
A volte non sappiamo cosa dire o fare durante la nostra preghiera? Imploriamo.
Il Signore è nel suo paradiso con tutti i suoi beati nel riposo dell’ottavo giorno, ed egli ci lascia lì, privi di tutti quei beni così necessari che non gli costerebbero nulla! Occorre insistere e agitare la porta fino a quando finalmente si decide a farci l’elemosina di un po’di questo pane. Gridiamo incessantemente:
Dammi l’umiltà, dammi l’umiltà, dammi l’umiltà…
Oppure: dammi la fede… dammi la carità…
E di nuovo: dona ai cristiani l’unità…
Poi, se ci accorgiamo di essere sul punto di cedere:
Dammi la perseveranza nella domanda, dammi la forza di insistere abbastanza di fronte a te…
Questi beni, Dio ce li vuole dare molto di più di quanto noi possiamo desiderare di averli, perché egli conosce meglio di noi il loro prezzo, e un po’ della sua gloria dipende dalla santità dei suoi figli. Se egli vuole che noi li chiediamo, è perché non c’è modo migliore per renderci capaci di riceverli: la preghiera aumenta l’intensità del desiderio; apre nella nostra anima la capacità di accogliere; crea già in noi l’atteggiamento che corrisponde a ciò che noi chiediamo.
Chiedere la carità in questo modo è, allo stesso tempo, aumentare la propria carità.
Richiedere la fede è già un atto di fede: lo si sa bene quando si arriva a far decidere un non credente!
E quale migliore atto di umiltà della perseveranza a mendicare umilmente l’umiltà: è riconoscere che non l’abbiamo per niente e che solo Dio può svilupparla in noi.
Allo stesso modo il fatto di pregare il Signore insieme per raggiungere l’unità, unisce già i cristiani nella supplica concorde e tramite essa.
A forza di aver così pregato, forse finalmente ci saremo aperti e Dio potrà colmarci senza troppi rischi; la domanda umile e perseverante avrà forse ridotto i nostri riflessi di vanità o di orgoglio; l’insistenza a chiedere supplicando avrà inscritto nella parte più profonda del nostro cuore la fiducia che tutti questi beni sono doni gratuiti della liberalità divina.
E allo stesso tempo la preghiera di domanda così concepita è uno dei migliori tributi che possiamo rendere al Signore, alla sua onnipotenza, alla sua bontà, alla sua paternità: essa afferma concretamente il suo dominio assoluto su ogni essere e su ogni bene.
Fatta in queste condizioni, la preghiera di domanda è necessariamente efficace. Ed è per questo che si conclude in rendimento di grazia, nella fede. Ma la sua prima efficacia è di insegnarci che tutto è grazia.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 29 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

Tentación de Santo Tomás d’Aquino, por Diego Velázquez. Orihuela, Museo Diocesano

 Tentación de Santo Tomás d'Aquino, por Diego Velázquez. Orihuela, Museo Diocesano dans immagini sacre Velazquez-Oriola
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SAN TOMMASO D’AQUINO SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA – 28 GENNAIO (E 7 MARZO)

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22550

SAN TOMMASO D’AQUINO SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA

28 GENNAIO (E 7 MARZO)

ROCCASECCA, FROSINONE, 1225 CIRCA – FOSSANOVA, LATINA, 7 MARZO 1274

Domenicano (1244), formatosi nel monastero di Montecassino e nelle grandi scuole del tempo, e divenuto maestro negli studi di Parigi, Orvieto, Roma, Viterbo e Napoli, impresse al suo insegnamento un orientamento originale e sapientemente innovatore. Affidò a molti scritti impegnati e specialmente alla celebre ‘Summa’ la sistemazione geniale della dottrina filosofica e teologica raccolta dalla tradizione. Ha esercitato un influsso determinante sull’indirizzo del pensiero filosofico e della ricerca teologica nelle scuole dei secoli seguenti. (Mess. Rom.)

Patronato: Teologi, Accademici, Librai, Scolari, Studenti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall’ebraico

Emblema: Bue, Stella
Martirologio Romano: Memoria di san Tommaso d’Aquino, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e dottore della Chiesa, che, dotato di grandissimi doni d’intelletto, trasmise agli altri con discorsi e scritti la sua straordinaria sapienza. Invitato dal beato papa Gregorio X a partecipare al secondo Concilio Ecumenico di Lione, morì il 7 marzo lungo il viaggio nel monastero di Fossanova nel Lazio e dopo molti anni il suo corpo fu in questo giorno traslato a Tolosa.
(7 marzo: Nel monastero cistercense di Fossanova nel Lazio, transito di san Tommaso d’Aquino, la cui memoria si celebra il 28 gennaio).

Quando papa Giovanni XXII nel 1323, iscrisse Tommaso d’Aquino nell’Albo dei Santi, a quanti obiettavano che egli non aveva compiuto grandi prodigi, né in vita né dopo morto, il papa rispose con una famosa frase: “Quante preposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.
E questo, è il riconoscimento più grande che si potesse dare al grande teologo e Dottore della Chiesa, che con la sua “Summa teologica”, diede sistematicamente un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana.

Origini, oblato a Montecassino, studente a Napoli
Tommaso, nacque all’incirca nel 1225 nel castello di Roccasecca (Frosinone) nel Basso Lazio, che faceva parte del feudo dei conti d’Aquino; il padre Landolfo, era di origine longobarda e vedovo con tre figli, aveva sposato in seconde nozze Teodora, napoletana di origine normanna; dalla loro unione nacquero nove figli, quattro maschi e cinque femmine, dei quali Tommaso era l’ultimo dei maschi.
Secondo il costume dell’epoca, il bimbo a cinque anni, fu mandato come “oblato” nell’Abbazia di Montecassino; l’oblatura non contemplava che il ragazzo, giunto alla maggiore età, diventasse necessariamente un monaco, ma era semplicemente una preparazione, che rendeva i candidati idonei a tale scelta.
Verso i 14 anni, Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore Federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e che mandò via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore.
A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali, ed ebbe l’opportunità di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle Facoltà ecclesiastiche, intuendone il grande valore.

Domenicano; incomprensioni della famiglia
Inoltre conobbe nel vicino convento di San Domenico, i frati Predicatori e ne restò conquistato per il loro stile di vita e per la loro profonda predicazione; aveva quasi 20 anni, quando decise di entrare nel 1244 nell’Ordine Domenicano; i suoi superiori intuito il talento del giovane, decisero di mandarlo a Parigi per completare gli studi.
Intanto i suoi familiari, specie la madre Teodora rimasta vedova, che sperava in lui per condurre gli affari del casato, rimasero di stucco per questa scelta; pertanto la castellana di Roccasecca, chiese all’imperatore che si trovava in Toscana, di dare una scorta ai figli, che erano allora al suo servizio, affinché questi potessero bloccare Tommaso, già in viaggio verso Parigi.
I fratelli poterono così fermarlo e riportarlo verso casa, sostando prima nel castello paterno di Monte San Giovanni, dove Tommaso fu chiuso in una cella; il sequestro durò complessivamente un anno; i familiari nel contempo, cercarono in tutti i modi di farlo desistere da quella scelta, ritenuta non consona alla dignità della casata.
Arrivarono perfino ad introdurre una sera, una bellissima ragazza nella cella, per tentarlo nella castità; ma Tommaso di solito pacifico, perse la pazienza e con un tizzone ardente in mano, la fece fuggire via. La castità del giovane domenicano era proverbiale, tanto da meritare in seguito il titolo di “Dottore Angelico”.
Su questa situazione i racconti della ‘Vita’, divergono, si dice che papa Innocenzo IV, informato dai preoccupati Domenicani, chiese all’imperatore di liberarlo e così tornò a casa; altri dicono che Tommaso riuscì a fuggire; altri che Tommaso ricondotto a casa della madre, la quale non riusciva ad accettare che un suo figlio facesse parte di un Ordine ‘mendicante’, resistette a tutti i tentativi fatti per distoglierlo, tanto che dopo un po’ anche la sorella Marotta, passò dalla sua parte e in seguito diventò monaca e badessa nel monastero di Santa Maria a Capua; infine anche la madre si convinse, permettendo ai domenicani di far visita al figlio e dopo un anno di quella situazione. lo lasciò finalmente partire.

Studente a Colonia con s. Alberto Magno
Ritornato a Napoli, il Superiore Generale, Giovanni il Teutonico, ritenne opportuno anche questa volta, di trasferirlo all’estero per approfondire gli studi; dopo una sosta a Roma, Tommaso fu mandato a Colonia dove insegnava sant’Alberto Magno (1193-1280), domenicano, filosofo e teologo, vero iniziatore dell’aristotelismo medioevale nel mondo latino e uomo di cultura enciclopedica.
Tommaso divenne suo discepolo per quasi cinque anni, dal 1248 al 1252; si instaurò così una feconda convivenza tra due geni della cultura; risale a questo periodo l’offerta fattagli da papa Innocenzo IV di rivestire la carica di abate di Montecassino, succedendo al defunto abate Stefano II, ma Tommaso che nei suoi principi rifuggiva da ogni carica nella Chiesa, che potesse coinvolgerlo in affari temporali, rifiutò decisamente, anche perché amava oltremodo restare nell’Ordine Domenicano.
A Colonia per il suo atteggiamento silenzioso, fu soprannominato dai compagni di studi “il bue muto”, riferendosi anche alla sua corpulenza; s. Alberto Magno venuto in possesso di alcuni appunti di Tommaso, su una difficile questione teologica discussa in una lezione, dopo averli letti, decise di far sostenere allo studente italiano una disputa, che Tommaso seppe affrontare e svolgere con intelligenza.
Stupito, il Maestro davanti a tutti esclamò: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”.

Sacerdote; Insegnante all’Università di Parigi; Dottore in Teologia
Nel 1252, da poco ordinato sacerdote, Tommaso d’Aquino, fu indicato dal suo grande maestro ed estimatore s. Alberto, quale candidato alla Cattedra di “baccalarius biblicus” all’Università di Parigi, rispondendo così ad una richiesta del Generale dell’Ordine, Giovanni di Wildeshauen.
Tommaso aveva appena 27 anni e si ritrovò ad insegnare a Parigi sotto il Maestro Elia Brunet, preparandosi nel contempo al dottorato in Teologia.
Ogni Ordine religioso aveva diritto a due cattedre, una per gli studenti della provincia francese e l’altra per quelli di tutte le altre province europee; Tommaso fu destinato ad essere “maestro degli stranieri”.
Ma la situazione all’Università parigina non era tranquilla in quel tempo; i professori parigini del clero secolare, erano in lotta contro i colleghi degli Ordini mendicanti, scientificamente più preparati, ma considerati degli intrusi nel mondo universitario; e quando nel 1255-56, Tommaso divenne Dottore in Teologia a 31 anni, gli scontri fra Domenicani e clero secolare, impedirono che potesse salire in cattedra per insegnare; in questo periodo Tommaso difese i diritti degli Ordini religiosi all’insegnamento, con un celebre e polemico scritto: “Contra impugnantes”; ma furono necessari vari interventi del papa Alessandro IV, affinché la situazione si sbloccasse in suo favore.
Nell’ottobre 1256 poté tenere la sua prima lezione, grazie al cancelliere di Notre-Dame, Americo da Veire, ma passò ancora altro tempo, affinché il professore italiano fosse formalmente accettato nel Corpo Accademico dell’Università.
Già con il commento alle “Sentenze” di Pietro Lombardo, si era guadagnato il favore e l’ammirazione degli studenti; l’insegnamento di Tommaso era nuovo; professore in Sacra Scrittura, organizzava in modo insolito l’argomento con nuovi metodi di prova, nuovi esempi per arrivare alla conclusione; egli era uno spirito aperto e libero, fedele alla dottrina della Chiesa e innovatore allo stesso tempo.
“Già sin d’allora, egli divideva il suo insegnamento secondo un suo schema fondamentale, che contemplava tutta la creazione, che, uscita dalle mani di Dio, vi faceva ora ritorno per rituffarsi nel suo amore” (Enrico Pepe, Martiri e Santi, Città Nuova, 2002).
A Parigi, Tommaso d’Aquino, dietro invito di s. Raimondo di Peñafort, già Generale dell’Ordine Domenicano, iniziò a scrivere un trattato teologico, intitolato “Summa contra Gentiles”, per dare un valido ausilio ai missionari, che si preparavano per predicare in quei luoghi, dove vi era una forte presenza di ebrei e musulmani.

Il ritorno in Italia; collaboratore di pontefici
All’Università di Parigi, Tommaso rimase per tre anni; nel 1259 fu richiamato in Italia dove continuò a predicare ed insegnare, prima a Napoli nel convento culla della sua vocazione, poi ad Anagni dov’era la curia pontificia (1259-1261), poi ad Orvieto (1261-1265), dove il papa Urbano IV fissò la sua residenza dal 1262 al 1264.
Il pontefice si avvalse dell’opera dell’ormai famoso teologo, residente nella stessa città umbra; Tommaso collaborò così alla compilazione della “Catena aurea” (commento continuo ai quattro Vangeli) e sempre su richiesta del papa, impegnato in trattative con la Chiesa Orientale, Tommaso approfondì la sua conoscenza della teologia greca, procurandosi le traduzioni in latino dei padri greci e quindi scrisse un trattato “Contra errores Graecorum”, che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei rapporti ecumenici.
Sempre nel periodo trascorso ad Orvieto, Tommaso ebbe dal papa l’incarico di scrivere la liturgia e gli inni della festa del Corpus Domini, istituita l’8 settembre 1264, a seguito del miracolo eucaristico, avvenuto nella vicina Bolsena nel 1263, quando il sacerdote boemo Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla transustanziazione, vide stillare copioso sangue, dall’ostia consacrata che aveva fra le mani, bagnando il corporale, i lini e il pavimento.
Fra gli inni composti da Tommaso d’Aquino, dove il grande teologo profuse tutto il suo spirito poetico e mistico, da vero cantore dell’Eucaristia, c’è il famoso “Pange, lingua, gloriosi Corporis mysterium”, di cui due strofe inizianti con “Tantum ergo”, si cantano da allora ogni volta che si impartisce la benedizione col SS. Sacramento.
Nel 1265 fu trasferito a Roma, a dirigere lo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, che aveva sede nel convento di Santa Sabina; nei circa due anni trascorsi a Roma, Tommaso ebbe il compito di organizzare i corsi di teologia per gli studenti della Provincia Romana dei Domenicani.

La “Summa theologiae”; affiancato da p. Reginaldo
A Roma, si rese conto che non tutti gli allievi erano preparati per un corso teologico troppo impegnativo, quindi cominciò a scrivere per loro una “Summa theologiae”, per “presentare le cose che riguardano la religione cristiana, in un modo che sia adatto all’istruzione dei principianti”.
La grande opera teologica, che gli darà fama in tutti i secoli successivi, fu divisa in uno schema a lui caro, in tre parti: la prima tratta di Dio uno e trino e della “processione di tutte le creature da Lui”; la seconda parla del “movimento delle creature razionali verso Dio”; la terza presenta Gesù “che come uomo è la via attraverso cui torniamo a Dio”. L’opera iniziata a Roma nel 1267 e continuata per ben sette anni, fu interrotta improvvisamente il 6 dicembre 1273 a Napoli, tre mesi prima di morire.
Intanto Tommaso d’Aquino, per i suoi continui trasferimenti, non poteva più vivere una vita di comunità, secondo il carisma di s. Domenico di Guzman e ciò gli procurava difficoltà; i suoi superiori pensarono allora di affiancargli un frate di grande valore, sacerdote e lettore in teologia, fra Reginaldo da Piperno; questi ebbe l’incarico di assisterlo in ogni necessità, seguendolo ovunque, confessandolo, servendogli la Messa, ascoltandolo e consigliandolo; in altre parole i due domenicani vennero a costituire una piccola comunità, dove potevano quotidianamente confrontarsi.
Nel 1267, Tommaso dovette mettersi di nuovo in viaggio per raggiungere a Viterbo papa Clemente IV, suo grande amico, che lo volle collaboratore nella nuova residenza papale; il pontefice lo voleva poi come arcivescovo di Napoli, ma egli decisamente rifiutò.

Per tre anni di nuovo a Parigi e poi ritorno a Napoli
Nel decennio trascorso in Italia, in varie località, Tommaso compose molte opere, fra le quali, oltre quelle già menzionate prima, anche “De unitate intellectus”; “De Redimine principum” (trattato politico, rimasto incompiuto); le “Quaestiones disputatae, ‘De potentia’ e ‘De anima’” e buona parte del suo capolavoro, la già citata “Summa teologica”, il testo che avrebbe ispirato la teologia cattolica fino ai nostri tempi.
All’inizio del 1269 fu richiamato di nuovo a Parigi, dove all’Università era ripreso il contrasto fra i maestri secolari e i maestri degli Ordini mendicanti; occorreva la presenza di un teologo di valore per sedare gli animi.
A Parigi, Tommaso, oltre che continuare a scrivere le sue opere, ben cinque, e la continuazione della Summa, dovette confutare con altri celebri scritti, gli avversari degli Ordini mendicanti da un lato e dall’altro difendere il proprio aristotelismo nei confronti dei Francescani, fedeli al neoplatonismo agostiniano, e soprattutto confutò alcuni errori dottrinari, dall’averroismo, alle tesi eterodosse di Sigieri di Brabante sull’origine del mondo, sull’anima umana e sul libero arbitrio.
Nel 1272 ritornò in Italia, a Napoli, facendo sosta a Montecassino, Roccasecca, Molara; Ceccano; nella capitale organizzò, su richiesta di Carlo I d’Angiò, un nuovo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, insegnando per due anni al convento di San Domenico, il cui Studio teologico era incorporato all’Università.
Qui intraprese la stesura della terza parte della Summa, rimasta interrotta e completata dopo la sua morte dal fedele collaboratore fra Reginaldo, che utilizzò la dottrina di altri suoi trattati, trasferendone i dovuti paragrafi.

L’interruzione radicale del suo scrivere
Tommaso aveva goduto sempre di ottima salute e di un’eccezionale capacità di lavoro; la sua giornata iniziava al mattino presto, si confessava a Reginaldo, celebrava la Messa e poi la serviva al suo collaboratore; il resto della mattinata trascorreva fra le lezioni agli studenti e segretari e il prosieguo dei suoi studi; altrettanto faceva nelle ore pomeridiane dopo il pranzo e la preghiera, di notte continuava a studiare, poi prima dell’alba si recava in chiesa per pregare, avendo l’accortezza di mettersi a letto un po’ prima della sveglia per non farsi notare dai confratelli.
Ma il 6 dicembre 1273 gli accadde un fatto strano, mentre celebrava la Messa, qualcosa lo colpì nel profondo del suo essere, perché da quel giorno la sua vita cambiò ritmo e non volle più scrivere né dettare altro.
Ci furono vari tentativi da parte di padre Reginaldo, di fargli dire o confidare il motivo di tale svolta; solo più tardi Tommaso gli disse: “Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato”, aggiungendo: “L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita”.
Anche il suo fisico risentì di quanto gli era accaduto quel 6 dicembre, non solo smise di scrivere, ma riusciva solo a pregare e a svolgere le attività fisiche più elementari.

I doni mistici
La rivelazione interiore che l’aveva trasformato, era stata preceduta, secondo quanto narrano i suoi primi biografi, da un mistico colloquio con Gesù; infatti mentre una notte era in preghiera davanti al Crocifisso (oggi venerato nell’omonima Cappella, della grandiosa Basilica di S. Domenico in Napoli), egli si sentì dire “Tommaso, tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?” e lui rispose: “Nient’altro che te, Signore”.
Ed ecco che quella mattina di dicembre, Gesù Crocifisso lo assimilò a sé, il “bue muto di Sicilia” che fino allora aveva sbalordito il mondo con il muggito della sua intelligenza, si ritrovò come l’ultimo degli uomini, un servo inutile che aveva trascorso la vita ammucchiando paglia, di fronte alla sapienza e grandezza di Dio, di cui aveva avuto sentore.
Il suo misticismo, è forse poco conosciuto, abbagliati come si è dalla grandezza delle sue opere teologiche; celebrava la Messa ogni giorno, ma era così intensa la sua partecipazione, che un giorno a Salerno fu visto levitare da terra.
Le sue tante visioni hanno ispirato ai pittori un attributo, è spesso raffigurato nei suoi ritratti, con una luce raggiata sul petto o sulla spalla.

Sempre più ammalato; in viaggio per Lione
Con l’intento di staccarsi dall’ambiente del suo convento napoletano, che gli ricordava continuamente studi e libri, in compagnia di Reginaldo, si recò a far visita ad una sorella, contessa Teodora di San Severino; ma il soggiorno fu sconcertante, Tommaso assorto in una sua interiore estasi, non riuscì quasi a proferire parola, tanto che la sorella dispiaciuta, pensò che avesse perduto la testa e nei tre giorni trascorsi al castello, fu circondato da cure affettuose.
Ritornò poi a Napoli, restandovi per qualche settimana ammalato; durante la malattia, due religiosi videro una grande stella entrare dalla finestra e posarsi per un attimo sul capo dell’ammalato e poi scomparire di nuovo, così come era venuta.
Intanto nel 1274, dalla Francia papa Gregorio X, ignaro delle sue condizioni di salute, lo invitò a partecipare al Concilio di Lione, indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’Oriente; Tommaso volle ancora una volta obbedire, pur essendo cosciente delle difficoltà per lui di intraprendere un viaggio così lungo.
Partì in gennaio, accompagnato da un gruppetto di frati domenicani e da Reginaldo, che sperava sempre in una ripresa del suo maestro; a complicare le cose, lungo il viaggio ci fu un incidente, scendendo da Teano, Tommaso si ferì il capo urtando contro un albero rovesciato.
Giunti presso il castello di Maenza, dove viveva la nipote Francesca, la comitiva si fermò per qualche giorno, per permettere a Tommaso di riprendere le forze, qui si ammalò nuovamente, perdendo anche l’appetito; si sa che quando i frati per invogliarlo a mangiare gli chiesero cosa desiderasse, egli rispose: “le alici”, come quelle che aveva mangiato anni prima in Francia.

La sua fine nell’abbazia di Fossanova
Tutte le cure furono inutili, sentendo approssimarsi la fine, Tommaso chiese di essere portato nella vicina abbazia di Fossanova, dove i monaci cistercensi l’accolsero con delicata ospitalità; giunto all’abbazia nel mese di febbraio, restò ammalato per circa un mese.
Prossimo alla fine, tre giorni prima volle ricevere gli ultimi sacramenti, fece la confessione generale a Reginaldo, e quando l’abate Teobaldo gli portò la Comunione, attorniato dai monaci e amici dei dintorni, Tommaso disse alcuni concetti sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, concludendo: “Ho molto scritto ed insegnato su questo Corpo Sacratissimo e sugli altri sacramenti, secondo la mia fede in Cristo e nella Santa Romana Chiesa, al cui giudizio sottopongo tutta la mia dottrina”.
Il mattino del 7 marzo 1274, il grande teologo morì, a soli 49 anni; aveva scritto più di 40 volumi.

Il suo insegnamento teologico
La sua vita fu interamente dedicata allo studio e all’insegnamento; la sua produzione fu immensa; due vastissime “Summe”, commenti a quasi tutte le opere aristoteliche, opere di esegesi biblica, commentari a Pietro Lombardo, a Boezio e a Dionigi l’Areopagita , 510 “Questiones disputatae”, 12 “Quodlibera”, oltre 40 opuscoli.
Tommaso scriveva per i suoi studenti, perciò il suo linguaggio era chiaro e convincente, il discorso si svolgeva secondo le esigenze didattiche, senza lasciare zone d’ombra, concetti non ben definiti o non precisati.
Egli si rifaceva anche nello stile al modello aristotelico, e rimproverava ai platonici il loro linguaggio troppo simbolico e metafisico.
Ciò nonostante alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici, fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da parte dei teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò alla condanna da parte del vescovo E. Tempier a Parigi, e a Oxford sotto la pressione dell’arcivescovo di Canterbury, R. Kilwardby; le condanne furono ribadite nel 1284 e nel 1286 dal successivo arcivescovo J. Peckham.
L’Ordine Domenicano, si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e nel 1278 dichiarò il “Tomismo” dottrina ufficiale dell’Ordine. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325, due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone, l’aveva proclamato santo il 18 luglio 1323.

Il suo culto
Nel 1567 s. Tommaso d’Aquino fu proclamato Dottore della Chiesa e il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche.
La sua festa liturgica, da secoli fissata al 7 marzo, giorno del suo decesso, dopo il Concilio Vaticano II, che ha raccomandato di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale, è stata spostata al 28 gennaio, data della traslazione del 1369.
Le sue reliquie sono venerate in vari luoghi, a seguito dei trasferimenti parziali dei suoi resti, inizialmente sepolti nella chiesa dell’abbazia di Fossanova, presso l’altare maggiore e poi per alterne vicende e richieste autorevoli, smembrati nel tempo; sono venerate a Fossanova, nel Duomo della vicina Priverno, nella chiesa di Saint-Sermain a Tolosa in Francia, portate lì nel 1369 dai Domenicani, su autorizzazione di papa Urbano V, e poi altre a San Severino, su richiesta dalla sorella Teodora e da lì trasferite poi a Salerno; altre reliquie si trovano nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città.
A chiusura di questa necessariamente incompleta scheda, si riporta il bellissimo inno eucaristico, dove san Tommaso profuse tutto il suo amore e la fede nel mistero dell’Eucaristia.

Autore: Antonio Borrelli 

LA FEDE DELLE NONNE – Vangelo – Lc 10,1-9

http://www.zenit.org/it/articles/la-fede-delle-nonne

LA FEDE DELLE NONNE -

Meditazione quotidiana sulla Parola di Dio

Roma, 26 Gennaio 2015 (Zenit.org) Redazione

Vangelo – Lc 10,1-9

Lettura
Per la memoria dei santi Timoteo e Tito, discepoli e collaboratori di san Paolo, si leggono due brani dalle lettere che l’Apostolo ha loro indirizzato. Dal Vangelo di Luca, invece, si proclama il brano che narra l’invio dei settantadue discepoli, episodio registrato solo dal terzo Evangelista, il più aperto alla missione della Chiesa verso i pagani. Il numero settanta, infatti, rimanda all’elenco dei popoli nati dai figli di Noè, dopo il diluvio. I discepoli di Gesù devono raggiungere tutte le nazioni, anticipando in tal modo, la missione della Chiesa che è di per sé “cattolica”, cioè universale.

Meditazione
Siccome «la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai», Gesù, dopo aver istituito i Dodici, «designa settantadue discepoli» e li invia con la missione di annunciare il regno di Dio. Al collegio degli Apostoli si aggiungono così questi “missionari”, in modo che il Vangelo sia trasmesso a tutte le genti, fino ai nostri giorni. Se gli Apostoli hanno i loro successori nei Vescovi, i “settantadue” li hanno nei nostri sacerdoti. Ma tutti questi non sono bastati a colmare la scarsità di “operai” per il Regno. Ed ecco allora il preziosissimo contributo femminile nella trasmissione della fede. Ne abbiamo una testimonianza nella seconda lettera che san Paolo scrive a Timoteo, in essa l’Apostolo gli riconosce la fede schietta che fu prima nella sua nonna Lòide, poi in sua madre Eunìce. Perciò, nella stessa lettera, Paolo non ha paura di mettere accanto alla Scrittura, le sane parole che Timoteo ha udito da lui e le catechesi ricevute in famiglia, raccomandando al discepolo di rimanere saldo in quello che ha imparato e di cui è convinto, sapendo da chi l’ha appreso: la nonna, la mamma e lo stesso Paolo. Questo tipo di trasmissione della fede “al femminile” attraversa tutta la storia della Chiesa, soprattutto quando questa è costretta a nascondersi, perché perseguitata. Ne sanno qualcosa le Chiese dell’Est europeo che, durante la lunga persecuzione sovietica, hanno trasmesso la fede e il battesimo da madre a figlia, da nonna a nipote. Noi non siamo una Chiesa perseguitata, ma viviamo in una società scristianizzata nella quale le nonne hanno di nuovo la missione di trasmettere la fede ai nipotini. In troppe famiglie i genitori non educano più alla fede i loro bambini, ed ecco la “supplenza” delle “nonne a tempo pieno” che devono sentire l’obbligo morale d’insegnare ai nipotini a pregare, ad avere Gesù e la Madonnina per amici.

Preghiera
Signore, ti ringrazio d’avermi dato una famiglia che mi ha trasmesso il dono della fede. Mantienimi in questa fede e dammi la forza di testimoniarla con tutta la mia vita, per trasmetterla, così, in modo credibile, ai miei figli e nipoti. Amen.

Agire
Oggi dirò una preghiera di suffragio per quella nonna che più ha inciso sulla mia vita spirituale.

Meditazione a cura dei Monaci dell’Abbazia di Sant’Eutizio (Piedivalle di Preci – Perugia), tratta dal mensile “Messa Meditazione”,

« Suicida sul filo spinato », da Portale Scuola

http://portalescuola.altervista.org/blog/27-gennaio-giorno-della-memoria-2012/

Publié dans:immagini, Shoah |on 27 janvier, 2015 |Pas de commentaires »
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