Archive pour le 4 août, 2008

La « Salus Populi Romani »

La

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domani 5 agosto dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore, Madonna della Neve

domani martedì 5 agosto, dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/92099

Madonna della Neve

5 agosto

La Vergine Maria, oggetto di iperdulia, è stata invocata in tutti i secoli cristiani, con tante denominazioni legate alle sue virtù, al suo ruolo di corredentrice del genere umano e come Madre di Gesù il Salvatore; inoltre alle sue innumerevoli apparizioni, per i prodigi che si sono avverati con le sue immagini, per il culto locale tributatole in tante comunità.
E per ogni denominazione ella è stata raffigurata con opere d’arte dei più grandi come dei più umili artisti, inoltre con il sorgere di tantissime chiese, santuari, basiliche, cappelle, ecc. a lei dedicate, si può senz’altro dire, che non c’è nel mondo cristiano un paese, una città, un villaggio, che non abbia un tempio o una cappella dedicata a Maria, nelle sue innumerevoli denominazioni.
Il titolo di Madonna della Neve, contrariamente a titoli più recenti come Madonna degli abissi marini, Madonna delle cime dei monti, Madonna delle grotte, ecc. quello di Madonna della Neve affonda le sue origini nei primi secoli della Chiesa ed è strettamente legato al sorgere della Basilica di S. Maria Maggiore in Roma.
Nel IV secolo, sotto il pontificato di papa Liberio (352-366), un nobile e ricco patrizio romano di nome Giovanni, insieme alla sua altrettanto ricca e nobile moglie, non avendo figli decisero di offrire i loro beni alla Santa Vergine, per la costruzione di una chiesa a lei dedicata.
La Madonna gradì il loro desiderio e apparve in sogno ai coniugi la notte fra il 4 e il 5 agosto, tempo di gran caldo a Roma, indicando con un miracolo il luogo dove doveva sorgere la chiesa.
Infatti la mattina dopo, i coniugi romani si recarono da papa Liberio a raccontare il sogno fatto da entrambi, anche il papa aveva fatto lo stesso sogno e quindi si recò sul luogo indicato, il colle Esquilino e lo trovò coperto di neve, in piena estate romana.
Il pontefice tracciò il perimetro della nuova chiesa, seguendo la superficie del terreno innevato e fece costruire il tempio a spese dei nobili coniugi.
Questa la tradizione, anche se essa non è comprovata da nessun documento; la chiesa fu detta ‘Liberiana’ dal nome del pontefice, ma dal popolo fu chiamata anche “ad Nives”, della Neve.
L’antica chiesa fu poi abbattuta al tempo di Sisto III (432-440) il quale in ricordo del Concilio di Efeso (431) dove si era solennemente decretata la Maternità Divina di Maria, volle edificare a Roma una basilica più grande in onore della Vergine, utilizzando anche il materiale di recupero della precedente chiesa.
In quel periodo a Roma nessuna chiesa o basilica raggiungeva la sontuosità del nuovo tempio, né l’imponenza e maestosità; qualche decennio dopo, le fu dato il titolo di Basilica di S. Maria Maggiore, per indicare la sua preminenza su tutte le chiese dedicate alla Madonna.
Nei secoli successivi la basilica ebbe vari interventi di restauro strutturali e artistici, fino a giungere, dal 1750 nelle forme architettoniche che oggi ammiriamo.
Dal 1568 la denominazione ufficiale della festa liturgica della Madonna della Neve, è stata modificata nel termine “Dedicazione di Santa Maria Maggiore” con celebrazione rimasta al 5 agosto; il miracolo della neve in agosto non è più citato in quanto leggendario e non comprovato.
Ma il culto per la Madonna della Neve, andò comunque sempre più affermandosi, tanto è vero che tra i secoli XV e XVIII ci fu la massima diffusione delle chiese dedicate alla Madonna della Neve, con l’instaurarsi di tante celebrazioni locali, che ancora oggi coinvolgono interi paesi e quartieri di città.
A Roma il 5 agosto, nella patriarcale Basilica di S. Maria Maggiore, il miracolo veniva ricordato, non so se ancora oggi si fa, con una pioggia di petali di rose bianche, cadenti dall’interno della cupola durante la solenne celebrazione liturgica.
Il culto come si è detto, ebbe grande diffusione e ancora oggi in Italia si contano ben 152 fra chiese, santuari, basiliche minori, cappelle, parrocchie, confraternite, intitolate alla Madonna della Neve.
Ogni regione ne possiede un buon numero, per lo più concentrate in zone dove la neve non manca, fra le regioni primeggiano il Piemonte con 31, la Lombardia con 19, la Campania con 17. Non conoscendo usi, costumi e tradizioni dei tanti paesi italiani che portano viva devozione alla Madonna della Neve, mi soffermo solo a segnalare tre località dalla mia provincia di Napoli, il cui culto e celebrazione è molto solenne, coinvolgendo la comunità dei fedeli anche in grandi manifestazioni esterne e folcloristiche.

Basilica parrocchia di S. Maria della Neve, patrona del quartiere orientale di Napoli chiamato Ponticelli, la cui devozione iniziò con la bolla di papa Leone X del 22 maggio 1520.
L’antico santuario è stato proclamato Basilica Minore il 27 luglio 1988. Da più di cento anni la solenne processione esterna è effettuata con un alto carro (nel contesto della radicata tradizione napoletana delle macchine da festa), alla cui sommità è posta la statua della Madonna.

Basilica Santuario Maria SS. della Neve in Torre Annunziata (Napoli). L’immagine in terracotta bruna di tipo greco della veneratissima Madonna della Neve, è custodita nella omonima Basilica Minore; essa ha origine con il rinvenimento a mare, presso lo ‘scoglio di Rovigliano’, dell’immagine da parte di pescatori, tra il XIV e XV secolo; le fu dato il nome di Santa Maria ad Nives, perché il ritrovamento era avvenuto un 5 agosto.
La grande processione, che coinvolge tutta la popolosa città, inizia dal porto, dopo che la sacra immagine arriva dal mare con una barca, simulando l’originario rinvenimento.
I torresi, noti nel mondo per la lavorazione della pasta e per il lavoro degli uomini nell’ambito marinaro, sono devotissimi della Madonna, che li liberò da una delle violente eruzioni del Vesuvio, alle cui falde è adagiata Torre Annunziata, il 22 ottobre 1822.

Collegiata di S. Maria Maggiore o della Neve di Somma Vesuviana (Napoli). La Collegiata fu istituita con il titolo di S. Maria Maggiore verso l’anno 1600, al posto di precedenti denominazioni della chiesa, risalenti al Medioevo.
Nella stessa Collegiata è attiva la Confraternita della Madonna della Neve, con confratelli e consorelle, lo Statuto è del 1° settembre 1762; ai confratelli spetta il compito di portare in processione la statua della Madonna.
Nel contesto delle manifestazioni esterne, c’è la “festa delle lucerne”, che si svolge ogni quattro anni nei giorni 3-4-5 agosto; le strade dell’antico borgo medioevale Casamale vengono invase da tanti telai di forme geometriche varie, su ciascuno dei quali sono poggiate circa 50 lucerne, così da dare l’impressione di un fiume sfavillante che percorre il borgo.
Ad accrescere l’effetto visivo, in fondo alla serie di figure geometriche, si colloca un grande specchio, che prolunga con il suo riflesso la suggestiva scia luminosa.
A questo si aggiungono delle zucche vuote illuminate internamente, delle vasche con oche vive, apparati di fiori con l’immagine della Madonna; al passaggio della statua della Vergine in processione, da terrazzi non visibili dalla strada, giungono dall’alto i canti-nenia di gruppi di donne.
Alla processione annuale prendono parte in costumi tipici, i cosiddetti “mesi dell’anno” con l’ausilio di animali da trasporto, componendo con più persone, le figurazioni che rappresentano lo scorrere dell’anno e le varie attività del mondo contadino.

In molte zone d’Italia, in omaggio alla Madonna della Neve, si usa mettere alle neonate i nomi di Bianca, Biancamaria, o più raro il nome Nives.

Autore: Antonio Borrelli

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di Sandro Magister: A Lambeth il cardinale Kasper invoca un nuovo Newman

dal sito: 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/206069

A Lambeth il cardinale Kasper invoca un nuovo Newman

Cioè il più illustre dei grandi convertiti alla Chiesa di Roma. L’inviato del papa alla conferenza dei vescovi anglicani chiede loro di tornare al modello della Chiesa apostolica. No a donne vescovo e a vescovi gay. Il testo integrale del discorso

di Sandro Magister

ROMA, 31 luglio 20087 Alla Conferenza di Lambeth, l’incontro decennale tra i vescovi della comunione anglicana di tutto il mondo, ha preso ieri la parola il cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Più sotto è riportato il testo integrale del suo intervento. Kasper ha messo in evidenza le crescenti divaricazioni tra la Chiesa cattolica e la comunione anglicana, specie da quando in alcune province anglicane, a partire dal 1974, delle donne sono ordinate al sacerdozio e, a partire dal 1989, all’episcopato.

Un altro motivo di divaricazione sottolineato da Kasper riguarda l’autorizzazione a benedire le unioni omosessuali e l’ordinazione a vescovi di persone che vivono in coppia con persone dello stesso sesso.

Ma, oltre che con la Chiesa di Roma, queste decisioni hanno creato drammatiche divisioni anzitutto dentro la comunione anglicana. Le più forti opposizioni vengono dal Sud del mondo, specialmente dall’Africa. Delle 44 province che compongono la comunione anglicana ha fatto notare Kasper 28 ordinano delle donne al sacerdozio e 17 ammettono l’ordinazione delle donne anche all’episcopato. Le altre no. Ogni provincia decide per sé e si contrappone a quelle che decidono diversamente. Al punto che sono sempre parole di Kasper « un significativo numero di vescovi anglicani ha deciso di neppure partecipare alla Conferenza di Lambeth ».

La frantumazione dentro la comunione anglicana è tale che Kasper si chiede:

« In un simile scenario, [...] chi sarà il nostro interlocutore nel dialogo? Dobbiamo impegnarci, e come, in colloqui appropriati e trasparenti anche con chi condivide le visioni cattoliche sui punti attualmente controversi, e con chi è in disaccordo con alcuni sviluppi dentro la comunione anglicana o alcune province particolari? ».

In effetti, il passaggio alla Chiesa cattolica è uno sbocco frequente, per coloro che nella comunione anglicana non accettano l’ordinazione delle donne e la legittimazione dell’omosessualità.

Ma l’attrazione esercitata dal cattolicesimo è anche di carattere più generale. Ha a che fare con una concezione complessiva della Chiesa e della tradizione cristiana dai tempi apostolici a oggi, che alcuni vedono più fedelmente realizzata nella Chiesa cattolica.

Il cardinale Kasper, nella sua relazione, ha ricordato i « motivi ecclesiologici » che convinsero ad abbracciare il cattolicesimo il più celebre dei convertiti dell’Ottocento, il cardinale John Henry Newman. Ed ha auspicato che nell’anglicanesimo di oggi rinasca un nuovo Oxford Movement, il movimento di ritorno alla tradizione della Chiesa apostolica di cui Newman fu ispiratore.

Dal 1980, da quando la Chiesa di Roma ha fissato delle regole per il passaggio al cattolicesimo di uomini ordinati al sacerdozio o all’episcopato nella comunione anglicana, si calcola che siano più di 80 coloro che hanno compiuto tale passaggio, spesso seguiti da porzioni cospicue delle rispettive diocesi e parrocchie.

L’ultimo rito di accoglienza di un ministro anglicano nella Chiesa cattolica è avvenuto in forma privata lo scorso 1 dicembre a Roma, nella basilica papale di Santa Maria Maggiore.

Da una parte c’era il cardinale arciprete della basilica, l’americano Bernard Law. Dall’altra l’ex anglicano (o episcopaliano, come si usa dire negli Stati Uniti) Jeffrey Steenson, già vescovo della diocesi del Rio Grande, che copre il New Mexico e parte del Texas, accompagnato al rito dall’arcivescovo cattolico di Santa Fe, Michael J. Sheehan.

Steenson, 55 anni, sposato con tre figli, è stato di nuovo ordinato prete nella Chiesa cattolica, che non riconosce come valide le ordinazioni anglicane. E insegnerà nei seminari patrologia, materia di cui è esperto.

Una decina di altri ministri episcopaliani degli Stati Uniti sono in attesa di essere accolti come preti nella Chiesa cattolica. Tra loro tre vescovi emeriti: John Lipscomb della diocesi della Florida del Sudest, Clarence Pope di Forth Worth e Daniel Herzog di Albany.

Ma dentro la comunione anglicana i simpatizzanti per la Chiesa di Roma sono molti di più di quelli che « passano il Tevere » e si convertono.

Ad esempio, ha dato voce a questi sentimenti anglocattolici, a Sydney, il vescovo anglicano Robert Forsyth, che lo scorso 18 luglio, accogliendo Benedetto XVI nella sua città, ha definito la Chiesa di Roma « uno scoglio fra le rapide ». Ed ha spiegato:

« Se non fosse stato per la sua forte insistenza su Cristo come unico Salvatore del mondo, sulla fede cattolica, sulla natura del Dio trino, la divinità di Cristo, la centralità e la supremazia della Sacra Scrittura e il carattere oggettivo della moralità cristiana, la vita delle altre Chiese cristiane sarebbe stata molto più difficile, specialmente qui in Occidente ».

È australiano anche l’arcivescovo John Hepworth, primate della Traditional Anglican Communion, un ramo dell’anglicanesimo che ha proposto formalmente alla Santa Sede di entrare in « unità corporativa » con la Chiesa cattolica. Il 25 luglio il nunzio apostolico in Australia, Giuseppe Lazzarotto, ha consegnato a Hepworth una lettera del cardinale William Levada, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, nella quale si assicura che la Santa Sede esaminerà la proposta con « seria attenzione ». La Traditional Anglican Communion conta circa 400 mila membri, in numerosi paesi.

Ecco dunque qui di seguito nella traduzione italiana curata da « L’Osservatore Romano » la relazione del cardinale Kasper alla Conferenza di Lambeth, letta il 30 luglio 2008:

Riflessioni cattolico-romane sulla Comunione Anglicana

di Walter Kasper

Ho il privilegio di trasmettere allarcivescovo di Canterbury, il dottor Rowan Williams, a ognuno dei presenti e a tutti i partecipanti a questa importantissima Conferenza di Lambeth i saluti di Papa Benedetto XVI e di tutti membri del Pontifico Consiglio per la Promozione dellUnità dei Cristiani. Tutti noi vi siamo accanto in questi giorni. Siamo con voi nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere e desideriamo esprimere profonda solidarietà per le vostre gioie, le vostre preoccupazioni e le vostre pene.

Permettetemi di cominciare ringraziando larcivescovo di Canterbury e quanti coordinano i rapporti ecumenici presso il Lambeth Palace e lAnglican Communion Office per linvito a partecipare a questo importante incontro e per lopportunità di offrire alcune riflessioni sulle nostre comuni preoccupazioni. È un punto di forza dellanglicanesimo il fatto che, anche in circostanze difficili, avete chiesto le opinioni e i punti di vista degli interlocutori ecumenici, anche se non siete stati particolarmente lieti di quanto abbiamo detto. Tuttavia siate certi del fatto che ciò che sto per dire lo dirò da amico.

Quando ho visto largomento che avete proposto «Riflessioni cattolico-romane sulla Comunione Anglicana» ho pensato che avreste potuto sceglierne uno più facile. È un titolo di ampio respiro che comprende molti aspetti della storia e della dottrina e io posso affrontarne solo alcuni. Tuttavia, mi sembra che vi sia una questione nascosta nel titolo che non è interessato tanto a cosa i cattolici pensano della Comunione Anglicana quanto a cosa pensano della Comunione Anglicana nelle attuali circostanze. Esistono decisamente argomenti meno scomodi.

Il mio intervento è suddiviso nelle seguenti tre parti: una descrizione dei nostri rapporti negli ultimi anni, considerazioni di natura ecclesiologica alla luce della situazione attuale nellanglicanesimo e una breve riflessione sulle questioni alla base delle attuali controversie e dei motivi di scontro in seno allanglicanesimo, in particolare su quelle che hanno anche avuto conseguenze sui vostri rapporti con la Chiesa cattolica.

Infine, risponderò a una domanda piuttosto inaspettata che mi ha posto alcuni mesi fa larcivescovo di Canterbury. Quella domanda mi ha confuso molto, eccola: che tipo di anglicanesimo vuoi? Che domanda! Spero che conosciate la risposta giusta! E poi: quali sono le speranze della Chiesa cattolica per la Comunione Anglicana nei prossimi mesi e anni? In questo caso la risposta è più facile: speriamo di non venire messi da parte e di poter continuare ad avere un dialogo serio alla ricerca della piena unità affinché il mondo creda.

I. Descrizione dei rapporti negli ultimi anni

In questa prima parte permettetemi di rinfrescarvi la memoria per non dimenticare che cosa e quanto abbiamo già raggiunto negli ultimi quarantanni. Quando il concilio Vaticano ii, nel suo decreto sullecumenismo, prestò attenzione alle numerose «Comunioni sia nazionali sia confessionali» che «si separarono dalla Sede romana» nel XVI secolo, riconobbe che «tra quelle nelle quali continuano a sussistere in parte le tradizioni e le strutture cattoliche, occupa un posto speciale la Comunione Anglicana» (Unitatis redintegratio, n. 13). Questa dichiarazione si basa su unidea ecclesiologica secondo la quale dal punto di vista cattolico la comunione anglicana ha elementi significativi della Chiesa di Gesù Cristo. Nella loro Dichiarazione Comune del 1977 larcivescovo di Canterbury Donald Coggan e Papa Paolo VI identificarono alcuni di quegli elementi ecclesiali e scrissero:

«Da quando la Chiesa cattolica romana e le Chiese che formano la Comunione Anglicana hanno cercato di crescere nella mutua intesa e nellamore cristiano, esse sono giunte a riconoscere, valutare e rendere grazie per una comune fede in Dio nostro Padre, nel nostro Signore Gesù Cristo e nello Spirito Santo, per il nostro comune battesimo in Cristo, per la nostra partecipazione alle Sacre Scritture, ai Simboli apostolico e niceno, alla definizione calcedonense e allinsegnamento dei Padri, per la nostra comune e plurisecolare eredità cristiana con le sue viventi tradizioni di liturgia, teologia, spiritualità e missione».

In questo testo, larcivescovo Coggan e Papa Paolo VI indicano il terreno comune, la fonte comune e il centro della nostra unità già esistente, ma ancora incompleta: Gesù Cristo e la missione di annunciarlo a un mondo così disperatamente bisognoso di Lui. Non parliamo di unideologia, di unopinione personale condivisibile o meno. Parliamo della nostra fedeltà a Cristo, testimoniata dagli apostoli, e al suo Vangelo che ci è stato affidato. Quindi, fin dallinizio dovremmo ricordare che cosa è in gioco mentre continuiamo a parlare della fedeltà alla tradizione e alla successione apostoliche, quando parliamo del triplice ministero, dellordinazione delle donne e dei comandamenti morali. Non stiamo parlando daltro che della nostra fedeltà a Cristo stesso, che è il nostro unico e comune maestro. E cosaltro può essere il nostro dialogo se non unespressione del nostro intento e del nostro desiderio di essere pienamente una sola cosa in Lui al fine di essere testimoni totalmente uniti del suo Vangelo?

Si è spesso detto, e vale la pena ribadirlo, che il dialogo è stato reso dinamico dal desiderio di restare fedeli alla volontà espressa da Cristo che i suoi discepoli fossero una cosa sola, proprio come egli è una cosa sola con il Padre, e che questa unità si legasse direttamente alla missione di Cristo, la missione della Chiesa, per il mondo: che siano una cosa sola perché il mondo creda. Le divisioni fra noi hanno gravemente ostacolato la nostra testimonianza e la nostra missione ed è stato per fedeltà a Cristo che ci siamo impegnati in un dialogo basato sul Vangelo e sulle antiche comuni tradizioni con lobiettivo della piena unità visibile. Tuttavia, la piena unità non è stata e non è tuttora un fine in sé, ma è un segno e uno strumento di ricerca dellunità con Dio e della pace nel mondo.

Pensando a questo, quando ricordiamo gli obbiettivi raggiunti dalla Commissione Internazionale Anglicana Cattolica Romana (Arcic) nel corso di circa quattro decenni, possiamo affermare con fiducia che ha veramente recato buoni frutti. In una prima fase lArcic (1970-1981) affrontò i temi « Dottrina sulleucaristia » (1971) e « Ministero e ordinazione » (1973), e, per entrambi gli argomenti, sostenne di aver raggiunto un accordo sostanziale.

La risposta ufficiale cattolica (1991), pur richiedendo uno studio ulteriore su entrambi gli argomenti, definì quei testi «significative pietre miliari» attestanti «il raggiungimento di punti di convergenza e perfino di accordo che molti avrebbero ritenuto impossibile raggiungere prima che la Commissione cominciasse a lavorare». Le autorità cattoliche ritennero che il documento « Chiarificazioni su eucaristia e ministero » (1993), redatto dai membri della commissione, avesse «rafforzato molto laccordo su certi argomenti». La prima fase dellArcic produsse anche due dichiarazioni sul tema « Autorità nella Chiesa » (1976, 1981), tema al centro delle divisioni del XVI secolo.

Sebbene i testi della seconda fase dellArcic (1983-2005) non siano stati presentati, per una risposta formale, nella Chiesa cattolica né nella Comunione Anglicana, e non abbiano portato a una risoluzione definitiva o a un pieno consenso sulle questioni affrontate, ognuno di loro ha suggerito un crescente riavvicinamento. Il documento « La salvezza e la Chiesa » (1986) è per molti versi in sintonia con la Dichiarazione Comune sulla Dottrina della Giustificazione, firmata dalla Chiesa cattolica e dalla Federazione Luterana Mondiale nel 1999. Basandosi sullidea ecclesiale di koinonìa proposta per la prima volta nellintroduzione del Rapporto finale dellArcic I, lArcic II ha presentato il suo lavoro più maturo sullecclesiologia in « La Chiesa come Comunione » (1991).

Il documento « Vita in Cristo » (1994) è riuscito a individuare una visione condivisa e uneredità comune di insegnamento etico, nonostante le diverse applicazioni pastorali dei principi morali. « Il dono dellautorità » (1998) ha ripreso il tema dellautorità e ha compiuto importanti progressi sulla necessità di un ministero universale di primato nella Chiesa. « Maria: grazia e speranza in Cristo » (2004) ha compiuto importanti passi avanti verso una idea comune della Beata Vergine Maria.

Come ben sapete, lordinazione delle donne al sacerdozio in alcune province anglicane, a cominciare dal 1974, e allepiscopato, dal 1989, ha complicato molto i rapporti fra la Comunione Anglicana e la Chiesa cattolica. Ritornerò sul tema a tempo debito. Pensando a questo ostacolo e cercando di determinare che cosa fosse in ogni caso possibile nella promozione dei nostri rapporti, fu presa uniniziativa importante non molto tempo dopo lultima conferenza di Lambeth.

Nel maggio del 2000, il mio predecessore, il cardinale Edward Idris Cassidy, e larcivescovo George Carey, invitarono tredici primati anglicani e i presidenti delle Conferenze episcopali cattoliche, o i loro rappresentanti, a Mississagua, in Canada, per valutare quanto raggiunto nel dialogo dellArcic, e per offrire, alla luce dei risultati positivi e delle difficoltà che avevano contraddistinto i nostri rapporti, raccomandazioni per eventuali, ulteriori progressi.

Ho partecipato a numerosi incontri ecumenici e sono lieto di affermare che quello fu uno dei migliori a cui abbia mai preso parte. Lo spirito di preghiera e di amicizia, la seria riflessione non solo sullopera dellArcic, ma anche sui rapporti ecumenici in ogni particolare regione rappresentata, il desiderio profondo di riconciliazione che pervase lincontro di Mississagua rinnovarono la speranza di un significativo progresso nei rapporti fra la Comunione Anglicana e la Chiesa Cattolica.

Uno dei risultati dellincontro di Mississagua è stato la creazione della Commissione Anglicana-Cattolica Romana per lUnità e la Missione (Iarccum), principalmente composta da vescovi. Nello scorso fine settimana di questa Conferenza di Lambeth avete studiato la dichiarazione della Iarccum Crescere insieme in unità e missione. Sintetizzando lopera dellArcic questo documento presenta la valutazione della Commissione dei risultati del nostro dialogo e individua le questioni ancora da affrontare.

Negli ultimi quarantanni non ci siamo solo impegnati insieme nel dialogo teologico. Si è infatti creato uno stretto rapporto di collaborazione fra anglicani e cattolici, non solo a livello internazionale, ma anche in molti contesti regionali e locali. Come hanno osservato Papa Benedetto XVI e larcivescovo Williams nella Dichiarazione Comune del novembre 2006: «Mentre il dialogo si sviluppava, molti cattolici e anglicani hanno trovato gli uni negli altri un amore per Cristo che ci invita a una cooperazione e a un servizio concreti. Questa comunanza nel servizio di Cristo, sperimentata da molte delle nostre comunità in tutto il mondo, aggiunge ulteriore impulso ai nostri rapporti».

Invero, non è affatto una piccola cosa quella che abbiamo raggiunto e che ci è stata concessa in anni di dialogo nellArcic e nella Iarccum. Siamo grati per lopera di queste commissioni e noi cattolici non vogliamo che tali risultati vadano perduti. Di fatto desideriamo proseguire lungo questo cammino e portare a compimento quanto iniziato quarantanni fa.

A maggior ragione, fedele a ciò che credo Cristo desideri e, aggiungerei, con la sincerità che lamicizia permette, mi rattrista osservare i problemi in seno alla Comunione Anglicana emersi e divenuti più gravi dallultima Conferenza di Lambeth e le ripercussioni di natura ecumenica di tali tensioni interne. Nella seconda parte di questo intervento desidero affrontare una serie di aspetti ecclesiologici derivanti dallattuale situazione nella Comunione Anglicana e sollevare alcune questioni complesse e scottanti.

Tuttavia prima desidero ripetere quanto dissi nel novembre 2006 allarcivescovo di Canterbury, giunto a Roma per fare visita a Papa Benedetto XVI: «Le questioni e i problemi dei nostri amici sono anche questioni e problemi nostri». Quindi sollevo tali questioni non da giudice, ma da interlocutore ecumenico che è profondamente scoraggiato dai recenti sviluppi e che desidera offrirvi una riflessione onesta, dal punto di vista cattolico, su come e dove possiamo progredire nella situazione attuale.

II. Considerazioni ecclesiologiche

In questa seconda parte non voglio fare una dissertazione magisteriale sullecclesiologia. Desidero ricordarvi ancora una volta alcune intuizioni comuni degli ultimi decenni che possono, o dovrebbero, essere utili nel trovare un modo di proseguire, che si spera comune.

Le questioni ecclesiologiche sono state a lungo un motivo grave di scontro fra le nostre due comunità. Già da giovane studente analizzavo tutte le argomentazioni ecclesiologiche di John Henry Newman, che lo spinsero a diventare cattolico. Le sue principali preoccupazioni riguardavano lapostolicità nella comunione con la sede di Pietro come custode della tradizione apostolica e dellunità della Chiesa. Penso che i suoi interrogativi siano ancora attuali e che il dibattito non sia ancora esaurito.

Mentre Newman affrontava la Chiesa dInghilterra della sua epoca, oggi ci troviamo di fronte a ulteriori problemi nella Comunione Anglicana, composta da quarantaquattro Chiese nazionali e regionali, ognuna dotata di auto-governo. Lindipendenza senza una sufficiente interdipendenza è divenuta ora un problema grave.

Due anni fa, la dichiarazione della Iarccum « Crescere insieme nellunità e nella missione » affrontò la situazione in seno alla Comunione Anglicana e le sue implicazioni di natura ecumenica come segue: «Dopo lincontro di Mississagua le Chiese della Comunione Anglicana sono entrate in una fase caratterizzata da dispute scatenate dallordinazione episcopale di una persona pubblicamente impegnata in un rapporto con unaltra persona del suo stesso sesso e dallautorizzazione di riti pubblici per la benedizione di unioni omosessuali. Tali questioni hanno promosso la riflessione sulla natura del rapporto fra le Chiese della Comunione [...] Inoltre, i rapporti ecumenici sono divenuti più complicati perché le proposte in seno alla Chiesa dInghilterra hanno richiamato lattenzione sulla questione dellordinazione delle donne allepiscopato, che è una pratica ministeriale consolidata in alcune province anglicane» (cfr 6).

Oltre agli sviluppi relativi a questo ultimo punto, dobbiamo tener conto della decisione di un numero significativo di vescovi anglicani di non partecipare alla Conferenza di Lambeth e delle proposte interne allanglicanesimo che stanno sfidando gli strumenti esistenti di autorità in seno alla Comunione Anglicana.

Nella prossima parte, affronterò alcune questioni più direttamente, ma qui voglio concentrarmi in modo specifico sulla dimensione ecclesiologica di questi problemi attuali, facendo riferimento a quanto abbiamo detto insieme sulla natura della Chiesa, e alle iniziative della Comunione Anglicana per affrontare queste dispute interne.

Nel marzo 2006, larcivescovo di Canterbury mi ha invitato a intervenire a un incontro della Camera dei vescovi della Chiesa dInghilterra sulla missione dei vescovi nella Chiesa. Sebbene alla base di quellintervento ci fosse leventuale ordinazione delle donne allepiscopato, il tema centrale, ossia la natura dellufficio episcopale quale ufficio di unità, era importante per tutti i motivi di tensione nella Comunione Anglicana che ho individuato in precedenza.

In breve, dissi che lunità, lunanimità e la koinonìa («comunione») sono concetti fondamentali nel Nuovo Testamento e nella Chiesa primitiva. Affermai: «Fin dallinizio lufficio episcopale fu koinonialmente e collegialmente integrato nella comunione di tutti i vescovi. Non è mai stato percepito come un ufficio da intendere come individuale o da esercitare individualmente». Poi affrontai il tema della teologia dellufficio episcopale di un Padre della Chiesa di grande importanza per gli anglicani e per i cattolici, il vescovo martire Cipriano di Cartagine vissuto nel iii secolo.

Molto nota è la sua frase «episcopatus unus et indivisus». Questa frase fa parte di una pressante ammonizione di Cipriano ai suoi compagni vescovi: «Quam unitatem tenere firmiter et vindicare debemus maxime episcopi, qui in ecclesia praesidimus, ut episcopatum quoque ipsum unum atque indivisum probemus». («E questa unità dobbiamo fermamente mantenere e affermare, soprattutto noi vescovi, che presiediamo nella Chiesa, per dimostrare che anche lepiscopato è uno e indiviso»). Questa pressante esortazione è seguita da uninterpretazione precisa della dichiarazione episcopatus unus et indivisus. «Episcopatus unus est cuius a singulis in solidum pars tenetur» («Lepiscopato è uno solo e ogni sua parte è mantenuta da ognuno per il tutto», De ecclesiae catholicae unitate, n. I, 5).

Tuttavia, Cipriano compie un passo ulteriore: non solo evidenzia lunità del popolo di Dio con il proprio vescovo, ma aggiunge anche che nessuno dovrebbe immaginare che egli sia in comunione solo con alcuni, perché «la Chiesa cattolica non è separata o divisa», ma «unita e tenuta insieme dal collante della coesione reciproca dei vescovi» (Epistulae, 66, 8). Questa collegialità di certo non si limita al rapporto orizzontale e sincronico con collegi episcopali contemporanei. Infatti, poiché la Chiesa è una e la stessa in tutti i secoli, quella attuale deve mantenere il consenso diacronico con lepiscopato dei secoli precedenti e, soprattutto, con la testimonianza degli apostoli. Questo è il significato più profondo della successione apostolica nellufficio episcopale.

Lufficio episcopale è quindi un ufficio di unità in un duplice senso. I vescovi sono segno e strumento di unità in seno alla singola Chiesa locale, proprio come lo sono fra le chiese locali contemporanee e quelle di tutti i tempi nella Chiesa universale.

Questidea di ufficio episcopale è stata presentata nelle dichiarazioni dellArcic, in particolare in Chiesa come comunione e nelle dichiarazioni dellArcic sullautorità della Chiesa. Chiesa come comunione (cfr n. 45) afferma: «per alimentare e accrescere questa comunione, Cristo, il Signore, ha fornito un ministero di supervisione, la cui pienezza è affidata allepiscopato, che ha la responsabilità di mantenere ed esprimere lunità delle Chiese (cfr nn. 33 e 39; Rapporto finale, Ministero e ordinazione). Governando, insegnando e amministrando i Sacramenti, in particolare lEucaristia, questo ministero tiene uniti i credenti nella comunione della Chiesa locale e nella più ampia comunione di tutte le Chiese (cfr n. 39). Questo ministero di supervisione ha dimensioni sia collegiali sia primaziali. Si fonda sulla vita della comunità ed è aperto alla partecipazione di questultima alla scoperta della volontà di Dio. Viene esercitato affinché unità e comunione siano espresse, tutelate e promosse a ogni livello, locale, regionale e universale.

La stessa dichiarazione esprime lidea, sia anglicana sia cattolica romana, che i vescovi svolgono il proprio ministero succedendo agli apostoli, il che serve ad «assicurare a ogni comunità che la sua fede sia di fatto la fede apostolica, ricevuta e trasmessa dai tempi apostolici» (Chiesa come comunione, n. 33).

Il documento dellArcic « Il dono dellautorità » ha sviluppato ulteriormente questo concetto affermando: «Esistono due dimensioni di comunione nella tradizione apostolica: quella diacronica e quella sincronica. Il processo di tradizione implica ovviamente la trasmissione del Vangelo da una generazione allaltra (dimensione diacronica). Se la Chiesa deve restare unita nella verità, deve anche implicare la comunione delle Chiese in tutti i luoghi in quellunico Vangelo (dimensione sincronica). Entrambe le dimensioni sono necessarie alla cattolicità della Chiesa» (cfr 26).

Il testo aggiunge che ogni vescovo, in comunione con tutti gli altri vescovi, ha la responsabilità di tutelare ed esprimere la più ampia koinonìa della Chiesa, e «partecipa alla sollecitudine di tutte le Chiese» (cfr n. 39). Il vescovo è dunque «sia una voce per la Chiesa locale sia una persona mediante la quale la Chiesa locale impara da altre chiese» (n. 38). Il documento « Il dono dellautorità » (n. 37) sottolinea il ruolo svolto dal collegio episcopale nel mantenere lunità della Chiesa: «L interdipendenza reciproca di tutte le Chiese è organica alla realtà della Chiesa come Dio vuole che sia. Nessuna Chiesa locale che partecipi alla tradizione viva può considerarsi autosufficiente. Il ministero del vescovo è cruciale perché serve la comunione in seno alle Chiese locali e fra loro. La loro comunione reciproca è espressa dallincorporazione di ogni vescovo in un collegio episcopale. I vescovi sono, sia personalmente sia collegialmente, al servizio della comunione».

Sebbene non ci sia tempo per parlare di più dellecclesiologia dellArcic, è sufficiente dire che nel nostro dialogo siamo riusciti a esporre unidea incisiva del ministero episcopale nel contesto di un concetto condiviso di Chiesa come koinonìa.

È significativo che il Rapporto di Windsor del 2004, nel tentativo di offrire alla Comunione Anglicana fondamenti ecclesiologici per affrontare la crisi attuale, abbia adottato unecclesiologia di koinonìa. Lho trovato utile e incoraggiante e in risposta alla lettera dellarcivescovo di Canterbury che invita a una reazione ecumenica al Rapporto di Windsor ho osservato che «nonostante questioni ecclesiologiche sostanziali ci dividano ancora e meritino la nostra attenzione, questo approccio è fondamentalmente in linea con lecclesiologia di comunione del concilio Vaticano II.

Le conseguenze che il Rapporto trae da questa base ecclesiologica sono anche costruttive, in particolare linterpretazione dellautonomia provinciale in termini di interdipendenza, quindi «soggetta ai limiti derivanti dagli impegni di comunione» (Windsor, n. 79). A questo si collega limpulso del Rapporto a rafforzare e lautorità sopraprovinciale dellarcivescovo di Canterbury (nn. 109-110) e la proposta di una Alleanza Anglicana che renda «espliciti e vigorosi la lealtà e i vincoli di affetto che dominano i rapporti fra le Chiese della Comunione» (n. 118).

Lunica debolezza che ho rilevato in questa ecclesiologia è che «sebbene il Rapporto sottolinei che le province anglicane debbano essere responsabili le une verso le altre e responsabili del mantenimento della comunione, una comunione radicata nelle Scritture, si presta unattenzione decisamente scarsa allimportanza di essere in comunione con la fede della Chiesa nel corso dei secoli». Nel nostro dialogo abbiamo affermato congiuntamente che le decisioni di una Chiesa locale o regionale non devono solo promuovere la comunione nel contesto attuale, ma anche essere in sintonia con la Chiesa del passato, e in particolare, con la Chiesa apostolica così come è attestata dalle Scritture, dai primi concili e dalla tradizione patristica. Questa dimensione diacronica di apostolicità «ha importanti ramificazioni ecumeniche poiché condividiamo una tradizione comune di un millennio e mezzo. Tale patrimonio comune, che Papa Paolo VI e larcivescovo Michael Ramsey hanno definito antiche tradizioni comuni, è degno di essere interpellato e tutelato».

Alla luce di questanalisi del ministero episcopale da parte dellArcic e dellecclesiologia di koinonìa contenuta nel Rapporto di Windsor, è stato particolarmente sconfortante assistere alle crescenti tensioni in seno alla Comunione Anglicana. In diversi contesti, i vescovi non sono in comunione con altri vescovi; in alcuni casi le province anglicane non sono più in piena comunione le une con le altre. Sebbene il processo di Windsor prosegua e lecclesiologia proposta dal Rapporto di Windsor sia stata accolta in via di principio dalla maggioranza delle province anglicane, è difficile dal nostro punto di vista comprendere come questo si sia tradotto nellauspicato rafforzamento interno della Comunione Anglicana e dei suoi strumenti di unità. Ci sembra anche che limpegno della Comunione Anglicana a essere «episcopalmente guidata e sinodalmente governata» non è sempre riuscito a mantenere lapostolicità di fede e che il governo sinodale, malinteso come una specie di processo parlamentare, abbia a volte bloccato quella guida episcopale auspicata da Cipriano e formulata nellArcic.

So che molti di voi sono preoccupati, alcuni anche profondamente, dalla minaccia di frammentazione in seno alla Comunione Anglicana. Siamo profondamente solidali con voi perché anche noi siamo preoccupati e rattristati quando ci chiediamo: «In questo scenario, che forma potrà assumere la Comunione Anglicana di domani, e chi sarà il nostro interlocutore? Dovremmo, e in che modo potremmo, impegnarci appropriatamente e onestamente in dialoghi anche con quanti condividono il punto di vista cattolico nella Comunione Anglicana o in particolari province anglicane? Che cosa vi aspettate in questa situazione dalla Chiesa di Roma, che secondo quanto afferma Ignazio di Antiochia, deve presiedere sulla Chiesa con amore? In che modo lopera dellArcic sullepiscopato, lunità della Chiesa e la necessità di un esercizio di primazia a livello universale potrebbero aiutare la Comunione Anglicana in questo momento?».

Invece di rispondere a questi interrogativi, permettetemi di ricordarvi quanto abbiamo affermato durante i colloqui informali nel 2003 e da allora abbiamo ripetuto in diverse occasioni: «È nostro grande desiderio che la Comunione Anglicana sia unita, radicata in quella fede storica che il nostro dialogo e i nostri rapporti nel corso di quattro decenni ci hanno portato a credere sia condivisa in ampio grado». Quindi, seguiamo i dibattiti di Lambeth con grande interesse e sincera sollecitudine, accompagnandoli con la nostre fervide preghiere.

III. Riflessioni su questioni che la Comunione Anglicana deve affrontare

In questa parte finale, desidero affrontare brevemente due questioni al centro delle tensioni in seno alla Comunione Anglicana e ai suoi rapporti con la Chiesa Cattolica: lordinazione delle donne e la sessualità umana. Non è necessario farlo dettagliatamente in quanto la posizione cattolica, che si considera coerente con il Nuovo Testamento e la tradizione apostolica, è ben nota. Desidero solo offrire alcune riflessioni dal punto di vista cattolico, tenendo contro dei nostri rapporti passati, presenti e futuri.

Linsegnamento della Chiesa cattolica sulla sessualità umana, in particolare, sullomosessualità, è chiaro ed esposto nel Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359. Siamo convinti del fatto che questo insegnamento sia saldamente fondato nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e quindi che qui sia in gioco la fedeltà alle Scritture e alla tradizione apostolica. Posso solo evidenziare che cosa afferma il documento « Crescere insieme in unità e missione »: «nei dibattiti sulla sessualità umana nella Comunione Anglicana e in quelli fra questultima e la Chiesa cattolica, esistono questioni ermeneutiche antropologiche e bibliche che vanno affrontate» (n. 86e). Non a caso il tema principale di oggi della Conferenza di Lambeth ha riguardato lermeneutica biblica.

Desidero brevemente richiamare la vostra attenzione sulla dichiarazione dellArcic « Vita in Cristo » in cui si osserva (nn. 87-88) che gli anglicani potevano concordare con i cattolici sul fatto che lattività omosessuale è disordinata, ma che potevamo differire relativamente al consiglio morale e pastorale che avremmo offerto a quanti lo cercavano.

Sappiamo e apprezziamo che le recenti dichiarazioni dei primati sono in sintonia con quellinsegnamento, espresso chiaramente nella risoluzione 1.10 della Conferenza di Lambeth del 1998. Alla luce delle tensioni degli scorsi anni a questo proposito, una dichiarazione chiara da parte della Comunione Anglicana ci offrirebbe maggiori possibilità di offrire una testimonianza comune della sessualità umana e del matrimonio, una testimonianza dolorosamente necessaria nel mondo di oggi.

A proposito dellordinazione delle donne al sacerdozio e allepiscopato, la Chiesa cattolica ha chiaramente esposto il suo insegnamento fin dallinizio del nostro dialogo, non solo internamente, ma anche nel carteggio fra Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II con gli arcivescovi di Canterbury che si sono succeduti. Nella sua lettera apostolica « Ordinatio sacerdotalis » del 22 maggio 1994, Papa Giovanni Paolo II ha fatto riferimento alla lettera di Papa Paolo VI allarcivescovo Coggan del 23 novembre 1975 e ha affermato la posizione cattolica come segue: «Lordinazione sacerdotale [...] è stata nella Chiesa cattolica fin dallinizio sempre esclusivamente riservata agli uomini» e «tale tradizione è stata fedelmente mantenuta anche dalle Chiese Orientali». Ha concluso: «dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne lordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa». Questenunciazione mostra con chiarezza che non si tratta solo di una posizione disciplinare, ma anche di unespressione della nostra fedeltà a Gesù Cristo. La Chiesa cattolica è vincolata alla volontà di Gesù Cristo e non si considera libera di instaurare una nuova tradizione aliena a quella della Chiesa di tutti i tempi.

Come ho affermato rivolgendomi alla Camera dei vescovi della Chiesa dInghilterra nel 2006, per noi la decisione di ordinare le donne implica un allontanamento dalla posizione comune di tutte le Chiese del primo millennio, ossia non solo della Chiesa cattolica, ma anche delle Chiese orientali e ortodosse. Ci sembra che la Comunione Anglicana si stia avvicinando molto alle Chiese protestanti del XVI secolo e stia assumendo una posizione che quelle Chiese assunsero solo nella seconda metà del XX secolo.

Dal momento che attualmente ventotto province anglicane ordinano donne al sacerdozio e che, sebbene soltanto quattro province abbiano ordinato donne allepiscopato, altre tredici province hanno approvato la legislazione che permette lepiscopato femminile, la Chiesa cattolica deve ora tener conto della realtà che lordinazione delle donne al sacerdozio e allepiscopato non riguarda solo province isolate, ma corrisponde sempre più alla posizione della Comunione. Essa continuerà ad avere vescovi, come affermato nella Conferenza di Lambeth del 1888, ma come nel caso dei vescovi di alcune Chiese protestanti, le Chiese più antiche dellOriente e dellOccidente riconosceranno in ciò molto meno di quanto ritengono sia il carattere e il ministero del vescovo nel senso inteso dalla Chiesa primitiva e rimasto costante nel corso dei secoli.

Ho già affrontato il problema ecclesiologico del non riconoscimento da parte dei vescovi dellordinazione episcopale altrui in seno a una stessa Chiesa. Ora devo essere chiaro a proposito della nuova situazione che si è venuta a creare nei nostri rapporti ecumenici. Sebbene il nostro dialogo abbia portato a un accordo significativo sullidea di sacerdozio, lordinazione delle donne allepiscopato blocca sostanzialmente e definitivamente un possibile riconoscimento degli Ordini Anglicani da parte della Chiesa cattolica.

Auspichiamo il proseguimento di un dialogo teologico fra la Comunione Anglicana e la Chiesa cattolica, ma questultimo sviluppo mina direttamente il nostro obiettivo e altera il livello di quanto perseguiamo nel dialogo. La Dichiarazione comune del 1966, firmata da Papa Paolo VI e dallarcivescovo Michael Ramsey, esortava al dialogo che «ha per scopo lunità per la quale Cristo così pregava» e parlava di «un ritorno alla piena comunione di fede e di vita sacramentale». Ora sembra che la piena comunione visibile quale fine del nostro dialogo abbia fatto un passo indietro, che il nostro dialogo avrà obiettivi meno definitivi e quindi che il suo carattere ne risulterà alterato. Sebbene questo dialogo possa ancora condurre a buoni risultati, non sarà sostenuto dal dinamismo che deriva dalla possibilità realistica dellunità che Cristo esige da noi o dalla partecipazione comune alla mensa dellunico Signore, alla quale aneliamo con tanto ardore.

Conclusione

Chiunque abbia visto le grandi e magnifiche cattedrali e chiese anglicane in tutto il mondo, abbia visitato gli antichi e famosi collegi di Oxford e di Cambridge, abbia partecipato alle meravigliose preghiere della sera, abbia sperimentato la bellezza e leloquenza delle preghiere anglicane, abbia letto le eleganti opere accademiche degli storici e dei teologi anglicani, sia attento ai contributi significativi e antichi degli Anglicani al movimento ecumenico, sa bene che la tradizione anglicana possiede molti tesori. Essi sono, come afferma la Lumen gentium, fra quei doni che «appartenendo propriamente alla Chiesa di Cristo, spingono verso lunità cattolica» (n. 8).

La nostra acuta consapevolezza della grandezza e della notevole profondità della cultura cristiana della vostra tradizione rende più grande la nostra preoccupazione per voi relativamente ai problemi e alle crisi attuali, ma ci dona anche fiducia nel fatto che, con laiuto di Dio, troverete una via duscita da queste difficoltà e che in modo nuovo saremo rafforzati nel nostro comune pellegrinaggio verso lunità che Gesù Cristo desidera per noi e per la quale prega. Ripeto ciò che scrissi nella lettera allarcivescovo di Canterbury nel dicembre 2004: «In uno spirito di amicizia e collaborazione ecumeniche siamo pronti a sostenervi in qualsiasi modo sia appropriato e necessario».

In questa stessa ottica desidero ritornare alla domanda sconcertante dellarcivescovo su quale anglicanesimo voglio. Mi viene in mente che nei momenti critici della storia della Chiesa dInghilterra e quindi della Comunione Anglicana, siete riusciti a recuperare la forza della Chiesa dei Padri quando quella tradizione era a rischio.

Ne sono esempio i Caroline Divines, ma penso soprattutto al Movimento di Oxford. Forse, nella nostra epoca, è anche possibile pensare a un nuovo Movimento di Oxford, un recupero di ricchezze presenti nella vostra famiglia. Sarebbe una rinnovata recezione, un nuovo ricorso alla Tradizione Apostolica in una situazione inedita. Non significherebbe rinunciare alla vostra profonda attenzione per le sfide e le lotte umane, al vostro desiderio di dignità e giustizia umane, alla vostra sollecitudine affinché tutte le donne e tutti gli uomini abbiano un ruolo attivo nella Chiesa. Piuttosto, porterebbe tali istanze e le questioni che ne derivano più direttamente nellambito creato dal Vangelo e dallantica tradizione comune su cui si basa il nostro dialogo.

Speriamo e preghiamo affinché, mentre cercate di procedere come discepoli fedeli di Gesù Cristo, il Padre di ogni misericordia vi conceda le abbondanti ricchezze della Sua Grazia e vi guidi con la presenza costante dello Spirito Santo.

Publié dans:Sandro Magister |on 4 août, 2008 |Pas de commentaires »

un fioraio a Monteverde – notte a tutti

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http://flick.com/

« Gesù salì sul monte, solo, a pregare »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=08/04/2008#

San Bruno ( ?-1101), fondatore dei Certosini
Lettera a Rodolfo il Verde , 4, 15-16 ; SC 88, 695

« Gesù salì sul monte, solo, a pregare »

Carissimo fratello, in territorio di Calabria, con dei fratelli religiosi, alcuni dei quali molto colti, che, in una perseverante vigilanza divina attendono il ritorno del loro Signore per aprirgli subito appena bussa (Lc 12,36), io abito in un eremo abbastanza lontano, da tutti i lati, dalle abitazioni degli uomini…

Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell’eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell’occhio il cui sereno sguardo ferisce d’amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un’azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.

Che cosa infatti, vi è di più opposto alla ragione, alla giustizia e alla natura stessa, dell’amare più la creatura che il Creatore, del ricercare più il perituro che l’eterno, più il terreno che il celeste?… Tutti, infatti, la Verità consiglia, quando dice: « Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò » (Mt 11,28). Non è una pessima ed inutile fatica l’essere tormentati dalla concupiscenza, l’essere incessantemente afflitti da preoccupazioni e ansietà, da timore e dolore per le cose desiderate?… Fuggi dunque, o fratello mio, tutte queste inquietudini e miserie, e passa dalla tempesta di questo mondo al riparo sicuro e quieto del porto.

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